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Mogadiscio: accanto al comando italiano il mercato dell’amore

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DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE
Massimo A. Alberizzi
Mogadiscio, 30 agosto 1993

La città è distrutta, ma la vita continua. Secondo i mezzi a propria disposizione la popolazione si industria in attività dove la sicurezza sia garantita dalla presenza di truppe straniere. Vicino al “check point Banca” (si chiama così perché è all’incrocio di quella che era la Banca Commerciale Italiana) controllato dai bersaglieri, è sorto un mercatino che gode dell’inconsapevole protezione dei militari di guardia al posto di blocco. Di fronte all’ambasciata italiana, dove c’è il comando delle nostre truppe, è stato in fretta e furia organizzato un albergo, l’Hotel Amana, carissimo quanto poco confortevole, il cui gestore è un ex legionario francese, italiano di nascita, Vincenzo Leonardi.

La proprietaria è una gentile signora della ricca famiglia Kassim, una delle più influenti del clan murursade. La protezione degli italiani qui è meno discreta e alcuni ufficiali arrivano addirittura a rassicurare proprietaria e gestore sull’arrivo di nuovi clienti.

Fastidiosa, invece, è stata la protezione concessa per qualche tempo a un bordello sorto e organizzato con tutti i crismi a fianco al comando italiano. Bastava scavalcare un muro e, dall’ inferno della guerra, si passava ai piaceri del settimo cielo.

Contingente italiano in Somalia

Un impero dei sensi casereccio, ma che comunque rendeva bene a signorine e maitresse. E poi, a buon mercato: dieci dollari “a seduta”. Il traffico al di là del muro, però, come raccontano i ragazzi che ora stanno tornando in Italia, era divenuto troppo intenso e politicamente ingombrante. Così qualche giorno fa qualcuno degli ufficiali ha chiesto l’ intervento della polizia somala per stroncare quel mercato dell’amore. Gli agenti locali hanno sbagliato però l ora dell’irruzione e sono entrati nei locali del peccato nel momento di maggior affluenza.

Clienti e signorine sono stati colti sul fatto. Panico, fuggi fuggi generale, urla e gridolini, come si conviene in un’occasione del genere, e una velocissima arrampicata sul muro per rientrare nel recinto dell’ ambasciata. Qualche ragazza ha cercato la via di fuga per la stessa strada del suo compagno occasionale.

Una scalata troppo difficile che non ha impedito a tutti di sottrarsi agli inseguitori e di finire in manette. “Qui non esiste legge –  si è lamentato un parà -. In base a cosa le hanno arrestate?”. Qualcuno giura che non si trattava di un bordello, ma di un luogo dove somale e italiani, tra cui era nato un amore, potevano tranquillamente incontrarsi.

Ma i comandanti italiani hanno grattacapi relativi se paragonati a quelli dei loro colleghi americani della Sword Base, una delle basi USA di Mogadiscio, dove ben 12 marines (10 neri e due bianchi) della 226 compagnia si sono convertiti all’Islam: “Ho imparato la religione musulmana quaggiù – racconta Alan Vault -. Ho discusso con i soldati dei contingenti arabi e con i pachistani e mi sono convinto”.

“Sono sicuro che la mia famiglia resterà un po’ confusa – aggiunge il sergente Tyrone Morion -. Ma sono anche convinto che rispetteranno la mia decisione”. I nuovi musulmani hanno organizzato un luogo dove pregare. Per quel che riguarda il cibo, non hanno un’alimentazione speciale, ma hanno ottenuto che dal loro menù fosso tolto il maiale. “Al venerdì – puntualizza Vincent Gallimore –  possiamo tranquillamente andare nelle caserme dei contingenti dei Paesi islamici e preghiamo con loro. Non abbiamo neppure problemi con i colleghi della nostra compagnia”.

Qualcuno insinua che per questi ragazzi la missione in Somalia abbia significato una rottura con il passato. E loro hanno voluto renderla ancora più netta troncando tutti i legami con la loro religione d’ origine.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

L’articolo publicato dal Corriere della Sera il 30 agosto 1993

Violenze e attacchi molte le scuole chiuse in Africa: in Camerun sono oltre 4000

Africa ExPress
Yaoundé, 5 settembre 2019

Nelle due regioni anglofone (Nord-Ovest e Sud Ovest) del Camerun, dove si consuma un sanguinoso conflitto dalla fine del 2016, sono state chiuse più di 4.400 scuole e anche ora, a pochi giorni dall’inizio del nuovo anno scolastico, i banchi rischiano di restare vuoti.

Secondo l’ultimo rapporto dell’UNICEF, pubblicato alla fine di agosto, oltre seicentomila bambini sono attualmente stati privati dell’istruzione scolastica, del diritto allo studio. Questo fenomeno  si sta espandendo anche in altri Paesi dell’Africa occidentale e centrale, dove insicurezza, conflitti interni,  impediscono un regolare corso di studi ai piccoli, defraudando in questo modo i giovani del proprio futuro.

L’UNICEF ha sottolineato che quasi due milioni di alunni sono stati letteralmente cacciati dalle scuole in Africa occidentale e centrale a causa della recrudescenza di attacchi, violenze e minacce contro scuole, insegnanti e alunni.

Scuole chiuse nelle zone anglofone del Camerun

In base alla relazione del Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, a giugno 2019 oltre 9000 istituti scolastici non sarebbero più stati operativi o chiusi in diversi Paesi, come Camerun, Niger, Mali, Nigeria, Repubblica centrafricana, Congo-K, Ciad proprio a causa della crescente insicurezza. L’Organizzazione ha invitato i vari governi a prendere i necessari provvedimenti. E’ assolutamente necessario, ha precisato l’UNICEF, che questi Stati approvino e applichino la “Dichiarazione sulla sicurezza nelle scuole”, perchè il numero di istituti chiusi sta crescendo a dismisura e nel 2019 sarebbe ben tre volte superiore rispetto al 2017.

Nelle due province anglofone del Camerun la popolazione è convinta che il governo non sia in grado di proteggere la popolazione, tanto meno l’istruzione: dall’inizio della crisi sono stati incendiati oltre 160 edifici scolastici.

Scuole, insegnanti, studenti vengono presi di mira dai secessionisti. Boicottare l’istruzione finanziata dal governo centrale è, secondo i ribelli, un modo per contrastare le autorità di Yaoundé.

Ayuk Etienne, direttore di una scuola, ha fatto sapere che alcuni edifici scolastici sono stati trasformati in basi logistiche dei secessionisti; alcuni istituti non sono più operativi dal 2016. La gente continua a fuggire dalle zone anglofone.

La crisi nelle zone anglofone è iniziata nel novembre del 2016, quando il presidente Paul Biya – che è stato rieletto nell’ ottobre 2018 – aveva proclamato di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Ma, secondo un accordo sull’educazione scolastica del 1998, i due sotto-sistemi, quello anglofono e quello francofono, sarebbero dovuti restare indipendenti e autonomi.

Il Camerun ha dieci Regioni autonome, otto delle quali sono francofone. Solamente in due si parla l’inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era stata annessa alla Nigeria, si estendeva fino al Lago Ciad e aveva per capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Con l’indipendenza, ottenuta nel 1961, le due porzioni, inglese e francese sono state riunite per formare un unico Stato, l’attuale Camerun, ma finora le parti hanno sempre mantenuto un alto grado di autonomia. Molti cittadini anglofoni si sentono emarginati e poco rappresentati e per questo motivo da anni gli oppositori chiedono la secessione, ma il governo centrale ha sempre sminuito il problema e non ha mai aperto un dialogo concreto con i cittadini anglofoni.

Africa ExPress
@africexpress

Violazioni dei diritti umani in Camerun: il Pentagono taglia gli aiuti militari

Nuovo giro di vite ad Asmara: la dittatura confisca le scuole cattoliche

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 4 settembre 2019

Era nell’aria da tempo. Dopo la confisca di 29 strutture tra ospedali, cliniche e presidi medici della Chiesa cattolica, ora il regime fascista al potere in Eritrea vuole appropriarsi anche delle loro scuole, frequentate per lo più da figli di famiglie disagiate.

Alcune gruppi cristiani e musulmani hanno spiegato alla BBC che agenti della sicurezza si sarebbero già presentati alla St Joseph’s School di Keren, gestita da lasalliani (Fratelli delle scuole cristiane, ordine religioso fondato da Giovan Battista La Sallle).

Finora la dittatura eritrea – sempre secondo le fonti della BBC – avrebbe già confiscato sette scuole in varie località del Paese. Anche lo stinger di Africa ExPress ha detto di essere a conoscenza di istituti scolastici cattolici posti sotto sequestro in tre località: a Keren, Massawa e Adi Ugri (Mendefera): “Forse, almeno per il momento, le autorità di Asmara non toccheranno le scuole elementari”, ha commentato.

Il governo eritreo confisca scuole della Chiesa cattolica

Già domenica l’emittente australiana SBS, che trasmette anche programmi in tigrino, aveva annunciato l’imminente chiusura delle scuole cattoliche nella ex colonia italiana.

Asmara ha giustificato anche questa volta la sua rappresaglia con l’applicazione di una normativa del 1995 che limita le attività delle istituzioni religiose.

Malgrado la pace siglata con l’Etiopia, l’arcinemico storico, poco più di un anno fa, nel Paese non è cambiato nulla. Le auspicate riforme non sono state varate. Ora il dittatore ha preso nuovamente di mira la Chiesa cattolica ponendo i sigilli alle scuole, dove i religiosi cercano di dare un’istruzione ai figli di famiglie povere. Ma si sa, è risaputo, giovani istruiti, che hanno ricevuto un’educazione libera, volta a sviluppare uno spirito critico, non piacciono alle dittature.

I vescovi eritrei avevano già espresso il loro rammarico dopo la chiusura degli ospedali e in una lettera aperta indirizzata al presidente Isais Afewerki e al suo governo avevano ribadito ciò che avevano già detto nel 1995. Contribuire allo sviluppo del Paese e al benessere della gente fa parte dei compiti della Chiesa cattolica perchè la missione pastorale va anche tradotta in fatti concreti.

Nella loro missiva i prelati delle diocesi eritree avevano fatto anche riferimento al regime di terrore sotto Menghistu Hailè Mariàm, quando il Derg (la giunta militare) aveva confiscato con la forza molti loro beni, come conventi, scuole, centri medici.

Sembra essere tornati indietro nel tempo. Anche allora la gente soffriva. Ma a infliggere le sofferenza era uno straniero, oggi è un eritreo che aveva alimentato speranze di libertà e democrazia e invece si è trasformato in feroce dittatore.

Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea

E’ evidente che la pace con l’Etiopia non ha frenato le continue violazioni dei diritti umani nella ex colonia italiana. Se ne è parlato anche durante 41esima sessione del Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, che si è svolta dal 24 giugno al 12 luglio a Ginevra. E nel suo rapporto Daniela Kravetz, inviata speciale delle Nazioni Unite per l’Eritrea, ha parlato anche delle persecuzioni religiose tutt’ora in atto nel Paese, della chiusura forzata di ospedali e cliniche cattoliche, sparsi su tutto il territorio nazionale, in particolare nelle zone rurali, dove spesso erano l’unico punto di riferimento per la popolazione.

Secondo il sito dell’osservatorio cristiano Word Watch Monitor, da giugno a oggi il regime eritreo avrebbe arrestato 150 cristiani, tra loro anche donne e bambini e cinque monaci ortodossi del monastero di Bizen, la comunità di religiosi che si era ribellata contro l’interferenza del governo nell’ambito religioso.

Il 16 agosto sono stati fermati anche sei dipendenti pubblici cristiani, ai quali il giudice ha chiesto di rinunciare alla loro fede. Davanti al loro rifiuto, il magistrato si è riservato di prendere eventuali decisioni future.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Eritrea: il regime confisca le cliniche della Chiesa cattolica, buttati fuori i malati

Eritrea: il regime confisca le cliniche della Chiesa cattolica, buttati fuori i malati

Eritrea: dopo il massacro di martedì non si placa il dissenso contro il governo

 

 

 

Sudafrica: morti e decine di arresti per una nuova ondata xenofoba

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 3 settembre 2019

L’ondata di xenofobia che travolge il Sudafrica da anni, si sta scatenando con tutta la sua furia in questi giorni nelle maggiori città, in particolare a Johannesburg e Pretoria.

Domenica scorsa sono state nuovamente prese d’assalto attività commerciali di cittadini stranieri, provenienti da altri Paesi africani e, secondo le autorità di Johannesburg, ieri in città sono morte tre persone e un altra quarantina sono state arrestate. Un’altra è finita dietro le sbarre a Pretoria e otto a Tembisa. A Johannesburg la polizia è intervenuta con gas lacrimogeno, pallottole di gomma e flashbang (granate stordenti) per disperdere la folla.

Durante la giornata di ieri camionisti e tassisti, particolarmente agguerriti contro i migranti africani, hanno eretto barricate non autorizzate su diverse vie di comunicazione un po’ ovunque. Da oltre un anno gli autisti attaccano i conducenti stranieri congolesi, zambiani e zimbabwesi sulle strade, accusandoli di rubare il lavoro ai sudafricani.

Xenofobia in Sudafrica

La disoccupazione ha raggiunto il 29 per cento e il governo del presidente Cyril Ramaphosa, eletto lo scorso maggio, non riesce a sollevare l’economia, creare nuoi posti di lavoro e a combattere la corruzione, motivo per il quale l’ex leader sudafricano Jacob Zuma è stato costretto a rassegnare le dimissioni lo scorso anno.

Incoraggiati appunto da camionisti e tassisti, almeno 500 comuni cittadini sudafricani hanno saccheggiato e bruciato negozi gestiti da immigrati africani a Turffontein, quartiere nella periferia di Johannesburg, ma, secondo le autorità, disordini simili si sarebbero verificati in sei altri sobborghi della città. Le attività appartenevano per lo più a somali, pakistani e nigeriani.

Cyril Ramaphosa, presidente del Sudafrica
Cyril Ramaphosa, presidente del Sudafrica

Ma il governo cerca di gettare acqua sul fuoco. Bheki Cele, ministro della Polizia, ha detto: “Si tratta di semplice criminalità e non di xenofobia. La gente ruba e per il momento non posso assolutamente affermare di conflitto tra sudafricani e migranti”. Eppure il comunicato dei manifestanti era chiaro: “Quando è troppo è troppo. Fuori gli stranieri”.

Secondo quanto riferito da Agence France Presse, ieri è stato postato su diversi social network un opuscoletto volto a incoraggiare i sudafricani a cacciare gli stranieri dalle loro comunità. Nella propaganda anti-migranti, firmata da un gruppo Sisonke Peoples Forum, i residenti provenienti da altri Paesi – sopratutto africani – vengono accusati di spaccio di droga e di rubare il lavoro ai locali.

La febbre di xenofobia è scoppiata nuovamente pochi giorni prima dell’edizione africana di World Economic Forum che si svolgerà nei prossimi giorni a Città del Capo e della visita di Stato programmata per il prossimo mese di Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria, Paese d’origine di gran parte dei migranti presenti nel più grande Stato dell’Africa australe.

Saccheggi nei nei negozi di migranti

Il governo nigeriano ha fatto sapere di voler prendere provvedimenti per proteggere i propri cittadini e tutte le attività commerciali e economiche in Sudafrica. E il governo zambiano ha allertato i propri camionisti di non entrare nel Paese.

La situazione è incandescente, anche se Ace Magashule, segretario generale di African National Congress, il partito al potere, ha precisato durante un programma televisivo: “Queste violenze sono inaccettabili”. In passato altri politici di ANC avevano fatto invece commenti anti-migranti. E il sindaco di Johannesburg, Herman Mashaba di Democratic Alliance, partito all’opposizione, è stato aspramente criticato da associazioni per la difesa dei diritti umani per i suoi frequenti attacchi contro i “clandestini”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Amnesty accusa: “In Sudafrica gli immigrati vivono nella paura di attacchi xenofobi”

Ondata xenofoba in Sudafrica e Boko Haram minaccia: uccideremo i sudafricani in Nigeria

 

 

 

Ebola, oltre 2000 morti in 13 mesi nel Congo-K: Guterres esorta: “Fare di più”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 settembre 2019

Da tredici mesi il Nord-Kiu e Ituri, due province della Repubblica Democratica del Congo sono flagellate dal virus ebola. Secondo l’ultimo bollettino epidemiologico nazionale emesso il 30 agosto 2019, dall’insorgere della decima epidemia (1°agosto 2018), oltre 3000 persone hanno contratto la malattia, tra loro 2024 pazienti sono deceduti, mentre poco più di 900 sono guariti. Finora sono state vaccinate più di 200.000 persone.

Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU in Congo-K

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, è arrivato sabato scorso a Goma, capoluogo del Nord-Kivu e ieri si è recato anche a Beni, sempre nella stessa provincia, dove ha visitato un centro per la cura di ebola.

Alla fine della sua visita il capo del Palazzo di Vetro ha espresso piena solidarietà alla popolazione e si augura vivamente che vengano messe in campo maggiori sforzi per arginare il temibile virus. “Bisogna fare di più, molto di più e MINUSCO (la Missione ONU in RDC) e le forze armate congolesi devono cooperare il più possibile per contenere la minaccia dei gruppi gruppi armati, in particolare Allied Democratic Forces. E’ importante che la popolazione di Beni sappia che abbiamo ascoltato il loro grido di disperazione”, ha sottolineato Guterres.

La risposta all’epidemia passa anche attraverso la lotta contro i gruppi armati attivi nella regione, tra loro i miliziani di Allied Democratic Forces (ADF), organizzazione islamista terrorista ugandese, operativa anche nel Congo-K dal 1995, responsabili di sanguinarie incursioni nelle cliniche e di feroci attacchi alla popolazione civile. La situazione geopolitica in quest’area del Paese è assai complessa e ciò rende particolarmente difficile il lavoro degli operatori sanitari per contrastare la diffusione del virus. I continui attacchi armati di terroristi e ribelli, il difficile accesso ad alcune aree impediscono spesso l’organizzazione di un cordone sanitario, indispensabile per l’insorgere di nuovi focolai del virus.

Ma alle violenze si aggiungono l’ostruzionismo e la diffidenza di una parte della popolazione che rifiuta di sottoporsi ai controlli medici, ai vaccini, a far ricoverare i congiunti e si oppone ai funerali sicuri.

La febbre emorragica è altamente contagiosa e la mortalità è molto elevata (dal 25 al 90 per cento, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità). Finora non esiste una terapia, anche se diversi medicinali sono già in fase di sperimentazione. Recentemente il National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid) degli Stati Uniti ha fatto sapere che quattro farmaci hanno dato nuove speranze. Sono stati testati su pazienti contagiati dalla malattia in Congo-K e due terapie avrebbero dato risultati più che soddisfacenti.

Già poche settimane dopo l’insorgere della decima epidemia di ebola, il comitato etico della ex colonia belga aveva autorizzato  l’utilizzo di quattro farmaci biotecnologici, molecole terapeutiche sperimentali supplementari, vale a dire ZMapp, Remdesivir, Favipiravir e Regn3450 – 3471 – 3479.

Malato di ebola nel Congo-K

L’attuale epidemia è la peggiore in termini di morti e durata della stessa nella ex colonia belga e a livello mondiale si posiziona al secondo posto, dopo la pandemia della febbre emorragica del 2014 -2016 che aveva colpito l’Africa occidentale, uccidendo oltre 11.000 persone.

Il 17 luglio scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato l’attuale propagazione della malattia  come “Emergenza di salute pubblica di interesse internazionale” (PHEIC, Public Health Emergency of International Concern). E’ la quinta volta che l’OMS emette un’emergenza di tale gravità. Le precedenti quattro PHEIC erano realitive all’influenza suina del 2009, alla polio nel 2014, all’epidemia di ebola in Africa occidentale nel 2014 e a quella da Zika virus nel 2016.

Felix Tshisekedi, presidente del Congo-K

Lunedì il segretario generale dell’ONU si recherà a Kinshasa, la capitale del Congo-K, dove incontrerà esponenti dell’opposizione e il presidente Félix Tshisekedi, che, dopo sette mesi dalla sua investitura ha finalmente annunciato la formazione di un governo di coalizione. Il partito del presidente uscente, Jospeh Kabila, Front Commun pour le Congo (FCC) è riuscito a mantenere la maggioranza in Parlamento e nelle 26 province del Paese; in base all’accordo tra FCC e CAP pour le Changement –  alleanza di due partiti Union pour la Démocratie e Progrès Social (UDPS) e Union pour la Nation Congolaise (UNC) – il nuovo esecutivo dovrà comprendere 65 membri: 42 appartenenti a FCC e solamente 23 del CAP pour le Changement. Anche il primo ministro, Ilunga Ilunkamba, nominato lo scorso maggio, è un uomo di Kabila.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Congo-K: risulta sempre più difficile sconfiggere la decima epidemia di ebola

Congo-K: si lotta contro ebola ma anche contro le superstizioni

Non si ferma l’epidemia di ebola in Congo-K: si tentano nuove terapie sperimentali

Kenya, studentessa accusa il vicepresidente Ruto: “Ha abusato di me e ora sono incinta”

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
1° settembre 2019

“Ho conosciuto Farouk Kibet, agli inizi dell’anno scorso e un mese fa, lui mi ha presentato al vicepresidente William Ruto, di cui è l’assistente personale”. Così comincia la narrazione di Monica Muthoni, studentessa ventunenne in frequenza presso l’Università di Nairobi nella facoltà di psicologia. La giovane narra l’avventura in cui sarebbe stata suo malgrado coinvolta il 26 luglio scorso, al semisconosciuto giornale online Hivipunde ed è quantomeno strano che nessuna delle testate più importanti del Paese abbia ripreso la notizia. “Ci siamo incontrati presso il Muthaiga Golf Club di Nairobi – continua Monica – e da lì ci siamo poi trasferiti da qualche parte a Karen, dove, senza il mio consenso, mi è stata tolta la verginità rendendomi gravida”. Un’altra pesantissima tegola per il già ampiamente discusso vicepresidente del Kenya.

La ventunenne studentessa Monica Muthoni che sarebbe stata abusata sessualmente da William Ruto e dal suo assistente

L’accusa avanzata dalla studentessa è indubbiamente grave perché, stando a quanto dichiarato, lei non sarebbe stata consenziente al rapporto e (se questo fosse confermato) si tratterebbe quindi di un caso di stupro. “Non sono mai stata con altri uomini all’infuori di Ruto e di Farouk – aggiunge ancora la ragazza – quindi il responsabile della mia gravidanza non può che essere uno di loro”. Certo che, se l’ipotesi di violenza può sollevare qualche perplessità, resta il fatto – qualora la gestazione fosse portata a termine – che l’individuazione del padre del nascituro potrebbe essere facilmente accertata. L’articolo di Hivipunde è comunque vago e ben poco circostanziato, al punto da legittimare qualche dubbio sulla sua autenticità, ma è del resto possibile che una giovane studentessa rischi di essere accusata di diffamazione ai danni di un un’alta personalità governativa, per essersi inventata di sana pianta l’intera storia?

Farouk Kibet, consigliere, confidente e assistente speciale del vicepresidente William Ruto

Ma chi è Farouk Kibet, il sensale che – secondo quanto riferisce Monica – avrebbe organizzato il piccante incontro a tre con William Ruto? Le biografie su di lui scarseggiano e il poco che lo riguarda è alquanto laconico, ciò nonostante, la sua figura è dipinta con tratti piuttosto sinistri. Farouk è definito come la permanente ombra di Ruto. Lo accompagna ovunque e pur non essendo detentore d’incarichi politici, è indubbiamente l’uomo su cui il vicepresidente ripone totale fiducia. E’ il suo confidente e il suo attento orecchio. Nel procedimento dell’ICC, il Tribunale Penale Internazionale, aperto contro William Ruto e Uhuru Kenyatta, si trovò coinvolto anche lui e fu accusato di aver “gestito” le testimonianze in favore di Ruto, attuando, nello stesso tempo, azioni “dissuasive” contro i testimoni a suo carico. Il procedimento, come si sa, approdò poi a nulla e tutti gli accusati furono prosciolti.

Joan Munene l’altra studentessa ventiquattrenne che denuncia di essere gravida a opera di Ruto

Ma a offuscare la sublime immagine di William Ruto, che lo vorrebbe per eccellenza un God fearing man, (uomo timorato di Dio) e uno dei più fulgidi esempi di marito devoto e fedele, non c’è solo l’accusa di Monica Muthoni, c’è anche quella di un’altra studentessa; la ventiquattrenne Joan Munene che, nell’aprile scorso, dichiarò di essere incinta del sorprendente homme fatale. “Ci siamo conosciuti agli inizi dell’anno. – riferisce la giovane, anche lei in un’intervista rilasciata a Hivipunde – Come qualsiasi altra ragazza, mi sono sentita lusingata per aver attratto l’interesse del mio gentile e forbito vicepresidente. Ci siamo così frequentati, fino a innamorarci seriamente l’uno dell’altra, ma ora che sono gravida, lui mi ha abbandonata. Ogni settimana devo spendere quasi duemila euro, per i necessari checkup che controllano la gestazione. Sono una semplice studentessa e non me lo posso permettere. Ho cercato il suo aiuto, ma come ha saputo che ero incinta, si è infuriato e mi ha imposto di lasciarlo in pace o mi denuncerà per diffamazione. Sono disperata.”, avrebbe concluso in lacrime.

Il vicepresidente del Kenya William Ruto con la moglie Rachel Chebet

Che un normale checkup in corso di gravidanza ed eseguito in Kenya, debba costare duemila euro, è un po’ difficile da credere, ma la domanda da porsi è un’altra: Monica e Joan, sono davvero state mese incinte da William Ruto o (nel caso di Monica) dal suo guardaspalle? E, se così non fosse, perché dovrebbero correre il rischio di finire in galera una volta che le loro menzogne fossero agevolmente scoperte? Occorre comunque ricordare che solo due anni fa William Ruto si trovò costretto a riconoscere la paternità ad Abby Cherop, concepita undici anni prima come il frutto di una relazione con la madre Chemutai Bett, con cui (benché già sposato con l’attuale moglie) aveva intrattenuto una relazione.

Chemutai Bett, madre di Abby Cherop e William Ruto che ha riconosciuto la paternità della piccola

Tutto questo, oltre alle indubbie qualità di scaltrezza e intuito politico, farebbe conferire al vicepresidente del Kenya, anche il titolo di consumato (anche se un po’ incauto) dongiovanni. E inoltre: come la tranquilla e discreta moglie Rachel Chebet riesce a convivere con la fama di amateur conquistata dal suo autorevole coniuge? Con imbarazzo, vergogna, rassegnazione? Tuttavia, sia Monica Muthoni, sia Joan Munene, sono persone reali; come mai nessun media si è mai occupato di loro? Che fine hanno fatto le loro denunce? Il parto di Joan, stando a quanto da lei dichiarato – e sempre che non intervenga un’interruzione di gravidanza – dovrebbe verificarsi a dicembre. Ruto si farà carico dei suoi doveri di padre?

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Pressioni italiane: niente diritto di cauzione in galera i presunti rapitori di Silvia

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Speciale per Africa ExPress e per Il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
30 agosto 2019

Tolto il diritto di uscire dal carcere su cauzione per i tre accusati del rapimento di Silvia Romano, Abdulla Gababa Wario, Moses Lwali Chembe e Ibrahim Adhan Omar. Il primo era già dietro le sbarre (si fa per dire: il penitenziario di Malindi è un lager a cielo aperto che dovrebbe fare sciogliere le lingue più incollate).

La proposta di negare il beneficio del deposito di garanzia è stata avanzata durante l’udienza che si è tenuta al tribunale di Malindi ieri, dalla procuratrice Alice Mathangani e dall’investigatore della polizia di Malindi, Peter Muirithi, in ragione della pericolosità dei tre imputati. La sospensione della cauzione è stata temporaneamente accettata. I legali dei due imputati hanno presentato ricorso e così il 2 settembre si terrà un’ulteriore udienza per stabilire se sia corretta la decisione di negare la scarcerazione su deposito. Dovrebbe esserlo perché, tra l’altro, la procuratrice nelle sue richieste è stata ancora più pesante: ha proposto alla giudice, Julie Oseko, di cambiare anche il capo di imputazione per gli accusati, Moses, Gababa e Ibrahim: sequestro di persona per fini di terrorismo. Un’incriminazione per la quale il diritto alla cauzione non è contemplato.

Il documento scovato da Africa ExPress con il quale Juma Selman Lomba, uno sarto di Makongeni, ha pagato la cauzione di 500 mila scellini (4.400 euro) per far uscire dal carcere Ibrahim Adhan Omar. Africa ExPress ha controllato: a Makongeni Juma non lo conosce nessuno

Il 2 settembre si dovrebbero decidere anche le date delle prossime udienze di merito e su quello la giudice Oseko è stata durissima intimando agli avvocati: ”Dovete arrivare con tutti i documenti pronti: voglio fare in fretta. Niente cincischiamenti o perdite di tempo”.

Non è estraneo alla decisione di togliere il diritto alla cauzione il fatto che a pagarla per Ibrahim Adhan Omar sia stato Juma Seleiman Lomba, un oscuro sarto che vive nella foresta a oltre trecento chilometri da Malindi, nel villaggio di Makongeni, distretto di Kwale, nei pressi di Mombasa. Particolari che generano parecchi interrogativi. Per altro anche chi ha pagato la somma dell’equivalente di 26 mila euro per Mose Lwali Chembe sono un sedicente nonno che dichiara di guadagnare 50 euro al mese e un altrettanto sedicente zio da cento euro.

Ma non solo. Non è chiaro perché a Ibrahim, arrestato a Garissa e trovato in possesso di armi da fuoco, che si sospetta siano state usate durante l’azione per rapire Silvia, sia stata chiesta una cauzione di soli 500 mila scellini (più o meno 4.400 euro), mentre a Moses e a Gababa, accusati solo di aver comprato le motociclette a cavallo delle quali quel maledetto 20 novembre il commando  è arrivato a Chakama (il villaggio dove Silvia è stata rapita), sono stati chiesti, appunto, 3 milioni di scellini, cioè 26 mila euro circa.

Particolari che erano già stati segnalati da Africa ExPress e dal Fatto Quotidiano agli inquirenti kenioti per attirarne l’attenzione. Secondo fonti assolutamente attendibili una forte pressione sulle decisioni della Corte di Malindi sono state esercitate anche dalle autorità italiane.

Per altro secondo le indagini sul sequestro di Silvia, coordinate dal sostituto procuratore di Roma, Sergio Colaiocco, quando a metà luglio gli investigatori kenioti sono giunti a Roma per colloqui con i loro colleghi italiani hanno raccontato che probabilmente la ventitreenne milanese è stata portata in Somalia.

Se subito dopo il sequestro questa ipotesi era stata scartata, giacché troppo pericolosa per i sequestratori e per l’ostaggio, e perché le fonti più disparate sentite nell’ex colonia italiana (compresi gli investigatori della missione dell’Unione Africana) avevano negato la presenza della ragazza, ora prendono un minimo di consistenza. Ma è aperta un’altra pista: che Silvia sia stata portata in Tanzania.  Un’ipotesi che è stata avanzata proprio dopo aver analizzato il documento che indica nel sarto di Makongeni, centro molto vicino ai confini con la Tanzania, l’uomo che ha pagato la cauzione per Ibrahim. Per altro uno stringer del Fatto Quotidiano e di Africa ExPress si è recato sul posto a cercare il signor Juma Selman Lomba: in quel villaggio di poche anime, nessuno lo conosce!

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

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Alla ricerca di Adan, il “quarto uomo” che ideò il sequestro di Silvia Romano

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Una maternità seminascosta in Malawi, salva decine di neonati e decine di puerpere

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 30 agosto 2019

Glory Honde tiene in braccio la sua splendida bimba di tre mesi. Oggi è tornata nella clinica Achikondi per far pesare la piccola. Insieme a lei, una decina di altre donne, alcune in stato interessante, altre che hanno partorito poco fa, attendono pazientemente il proprio turno.

Glory è raggiante. E non solo perchè sua figlia sta bene. Anche lei stessa è in ottima salute perchè ha ricevuto le cure appropriate ed è stata accudita  amorevolmente da tutto lo staff durante la breve permanenza all’Achikondi.

Charity Salima con una giovane mamma

La clinica Achikondi si trova in un quartiere periferico di Lilongwe, la capitale del Malawi. E’ stata fondata nel 2008 da una donna eccezionale, Charity Salima, un’ostetrica, che, da quando è andata in pensione dal servizio pubblico, ha deciso di aprire un piccolo reparto di maternità nella propria abitazione. “Sono rimasta profondamente colpita dal dolore di molti genitori per la perdita del loro bimbo, morto durante o subito dopo il parto e vederli tornare a casa senza il loro figlio in braccio è sempre stato straziante”.

L’ospedale è piccolo e ha risorse limitate, ma è davvero prezioso in un Paese come il Malawi, dove la percentuale delle morti neonatali è tra le più alte al mondo: 23 bimbi su mille. Secondo l’UNICEF, la maggior parte dei piccolissimi muoiono perchè nati prematuri (33 per cento), asfissia e traumi (25,8 per cento), infezioni gravi (18,6 per cento).

Molte madri non hanno accesso al servizio sanitario nazionale anche perchè spesso è difficile raggiungere gli ospedali per coloro che abitano in villaggi remoti.

Il ministero della Salute sta tentando di arginare il problema, ma i progressi raggiunti finora non sono sufficienti. Dorothy Ngoma, ex presidente delle infermiere e ostetriche del Malawi, ritiene che il governo non dia sufficientemente importanza alla salute delle madri e dei loro bimbi. “Non è tra le priorità dei nostri politici. Eppure i soldi ci sono, ma vengono utilizzati male e impropriamente”, ha sottolineato Ngoma.

Salima è nata alla fine degli anni 50.  E’ stata cresciuta dalla nonna, che, malgrado mille difficoltà, è riuscita a far studiare la nipote, che ha ottenuto il diploma di infermiera professionale e ostetrica. Per molti anni ha poi lavorato nel più grande ospedale del Paese, il Queen Elizabeth Central e in seguito in altri due nosocomi statali. Già prima del pensionamento, molte giovani madri avevano chiesto aiuto a Salima e nel 2002 ha fatto nascere una bimba nella sua casa. “Era notte e pioveva a dirotto. La donna e suo marito non sapevano come raggiungere l’ospedale. Sono venuti da me e l’ho assistita durante il parto. Da quel momento in poi ho capito che dovevo agire, fare qualcosa per la mia gente, per le mamme in dolce attesa. E’ stata come una chiamata”. Per molti anni Salima ha continuato ad assistere partorienti a casa sua.

Una volta raggiunta l’età della pensione, anche se le sue risorse erano poche, Salima ha affittato una casa, trasformandola in una piccola clinica nella periferia della capitale, chiamata Area 23. Dopo poco la Norwegian Nurses Organization ha fatto una donazione di 2.650 dollari. Con questo denaro è stato possibile  acquistare un terreno e avviare la costruzione della piccola maternità. Grazie alla generosità di un amico britannico ha potuto poi completare l’opera.

Oggi Salima è vista come la Florence Nightingale (infermiera britannica fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna) del Malawi. Da quando ha aperto la sua piccola clinica nel 2008, ha fatto nascere oltre 8000 bambini e finora nessun neonato e puerpera sono morti. Un vero successo per il Malawi.

Mamma e il suo bimbo

Il piccolo nosocomio è aperto 24 ore su 24 e oltre a Salima vi lavorano altre tre infermiere. Le mamme vengono monitorate durante tutta la gravidanza e in caso di pericolo Salima le trasferisce immediatamente al Bwaila District Hospital. “Non possiamo permetterci di perdere tempo, qui sono sempre in gioco due vite: quella della mamma e quella del bambino.

Il costo per un parto è modesto, circa 20 dollari, eppure non tutte le famiglie possono permettersi di pagare tale cifra. “Ma non possiamo negare l’assistenza sanitaria solo perchè le mamme sono povere. Sì, anche noi abbiamo molte spese e a volte facciamo fatica a pagare le bollette”.

“Anche se qui ogni mese vengono al mondo tra 40 e 60 neonati, la Achikondi va avanti grazie alle donazioni. L’ambulanza, per esempio, è stata regalata da un gruppo di infermiere scozzesi e la Freedom from Fistula Foundation ci aiuta con le spese quotidiane, ma il loro supporto è stato garantito solo fino a settembre. Poi si vedrà –  ha raccontato Salima e ha aggiunto – Vorrei tanto aprire altre cliniche in tutto il Paese, specialmente laddove gli ospedali sono difficili da raggiungere”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Theresa, l’eroina che in Malawi sottrae le ragazzine ai matrimoni forzati

Mauritius, il Liverpool lancia accademia calcistica: testimonial un ex guerrigliero

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 29 agosto 2019

“Il calcio mi ha salvato dalla depressione e ha allontanato i pensieri oscuri della guerra, ora voglio essere di aiuto a chi col pallone può riscattarsi”.

Per 13 anni, difendendo il Liverpool, ha chiuso la sua porta agli attaccanti avversari. E ne sa qualche cosa la Roma, che all’Olimpico, nel 1984 perse ai rigori la Coppa dei Campioni dopo un memorabile ipnotico balletto del portiere!

Ora spalanca le porte ai giovanissimi delle Mauritius che vogliono diventare calciatori. E’ fra i testimonial e promotori dell’Accademia calcistica internazionale nell’isola-stato dell’oceano Indiano.

Liverpool Football Club (LFC) Academy Mauritius

Bruce David Grobbelaar, oggi 62enne, chi se lo può scordare? A 18 anni obbligato a uccidere i guerriglieri antigovernativi di Robert Mugabe in Zimbabwe; a 19 anni fuggiasco in Canada; a 24 anni comincia nello stadio di Anfield la sua carriera leggendaria come portiere del Liverpool; nel 1994 verrà denunciato per combine calcistica e poi dichiarato fallito; recentemente autore di un libro in cui racconta la sua vita spericolata….

Ora Jungleman, l’uomo della giungla, il nero con la pelle bianca (è nato a Durban ma è cittadino dello Zimbabwe, perché a 2 mesi con la famiglia finì nell’allora Rhodesia) è ricomparso alle Mauritius. E non come turista a godersi le spiagge e le lagune per cui l’isola  è giustamente conosciuta.

Ha presenziato, una settimana fa, al lancio della Liverpool Football Club (LFC) Academy Mauritius. E’ la 30esima struttura nel mondo e la seconda in Africa (l’altra è in Egitto) che ha come scopo quello di “sviluppare la cultura calcistica per l’impatto positivo che ha sulla popolazione giovanile”.

La scuola, naturalmente, è stata inaugurata in partnership con il governo di Port Louis, che ha dato grandissimo risalto all’evento. Infatti alla cerimonia ufficiale, tenutasi nel faraonico complesso polisportivo Cote d’Or, con in bella mostra una delle tante coppe conquistate dalla squadra britannica, erano presenti anche il primo ministro Pravind Kumar Jugnauth, il ministro dello Sport e della Gioventù, Christophe Stéphan Toussaint e Dan White, vicepresidente delle International Academies della società calcistica.

Bruce Grobbelaar

Nella graduatoria mondiale la piccola repubblica isolana non è certo in alto: giace, infatti, nella 155 posizione (su 211). Eppure il pallone è la passione nazionale (assieme al pugilato) e su una popolazione inferiore a 1 milione e mezzo di unità le cifre ufficiali parlano di ben 2400 giovani che hanno già fatto domanda di preiscrizione alla neonata Accademia.

L’accordo fra Mauritius e LFC ha una durata triennale e prevede il reclutamento di giovanissimi tra I 12 e 15 anni. Questi verranno addestrati in modo personalizzato per migliorare le loro “abilità tecnico-tattiche, fisiche, sociali e anche mentali”. Insomma si vuole fornire una preparazione a tutto… campo, perchè, ha sottolineato il primo ministro “questa scuola costituisce un elemento fondamentale nella riforma degli sport e offrirà una notevole opportunità ai nostri giovani talenti”.

Il primo ministro ha enfatizzato l’iniziativa in quanto da lui è stata voluta fortemente dopo un viaggio, lo scorso anno, nel Regno Unito. I metodi della scuola Liverpool, i suoi scopi sociali e il prestigio di uno dei club più titolati del mondo, lo hanno convinto a sostenere l’impresa.

I lavori dell’Accademia si svilupperanno durante tutto il corso dell’anno, ma soprattutto in occasione delle vacanze estive. L’obiettivo del programma triennale è di preparare un massimo di 256 atleti il primo anno (che saranno allenati per 3 giorni la settimana), 512 nel secondo ano e 768 il terzo. E’ previsto il reclutamento anche di 17 allenatori.

Al di là dei dati specifici è rilevante il fatto che anche il pallone possa servire a dare speranze per un futuro migliore. Mauritius viene presentata come una piccola nazione in via di sviluppo (in quanto “porta dell’Africa” soprattutto per l’India) anche se recentemente è stata sospettata di aver favorito grosse evasioni fiscali a diverse multinazionali.

Un ruolo preponderante nel supportare la scuola che formi i giovani dell’oceano Indiano l’ha avuto Grobbelaar , che ha sempre sostenuto di avere un debito con la vita. Il pallone – ama ripetere – è ben poca cosa rispetto a quello che ho passato. Nella sua autobiografia, Alife in the jungle, pubblicata nel 2018 con il giornalista norvegese R. Lund Ansnes racconta le ombre, i successi e i tormenti della sua esistenza.

L’ex portiere nel 1975 a 18 anni appena compiuti fu obbligato a prestare servizio per 11 mesi nell’esercito dello Zimbabwe durante la guerra civile in Rhodesia. Come scout era addetto cacciare i guerriglieri antigovernativi di Robert Mugabe e costretto quindi a ucciderne parecchi per salvare se stesso. “Quanti ne ho uccisi? Non posso dirlo – confessò al Guardian – . Ho ucciso tante persone e per questo ho sempre vissuto la mia vita giorno per giorno. Posso solo pentirmi di quello che ho fatto, ma non posso cambiare il mio passato”.

Grobbelaar rischiò di cadere nel buco nero della depressione. Alcuni suoi coetanei non ce la fecero ad andare avanti gli altri 6 mesi richiesti dai capi e decisero di suicidarsi simultaneamente in due bagni vicini all’accampamento.

Ora, in età non più verdissima, il portiere più decorato nei 127 anni storia dei Reds apre le sue mani non per parare ma per accogliere. Non per sparare, ma per abbracciare.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Congo, pigmei scrivono alla Commissione Europea: “Ci avete derubato della nostra foresta”

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 28 agosto 2019

Dopo aver chiesto aiuto alla famiglia reale britannica, i pigmei Baka fanno appello alla Commissione Europea con un’accusa pesante: “Ci avete derubato della nostra foresta”.

Cosa c’entra la Commissione Europea con i Baka della Repubblica del Congo? A quanto pare c’entra eccome. Infatti, insieme al WWF, è tra i finanziatori del progetto Messok Dja, per “proteggere” una vasta area della foresta pluviale tra Camerun e Congo-B.

Pigmei Baka, (Courtesy Survival International)
Pigmei Baka, (Courtesy Survival International)

C’è solo un problema: quella zona è, da secoli, territorio di raccolta e di caccia dei Baka. La foresta pluviale, centinaia di anni li ha nutriti e protetti e a sua volta il popolo della foresta la custodisce e protegge.

Scrivono attraverso Survival International, ong che difende i diritti delle minoranze dalle Americhe all’Asia e all’Africa. E il popolo dei pigmei è tra questi gruppi tribali. “Abbiamo aspettato per anni una vostra visita, ma non siete mai venuti” – dicono i Baka.

Sia il WWF che la Commissione Europea sanno da molto tempo che la popolazione locale si oppone al progetto Messok Dja, ma hanno continuato a finanziarlo in violazione delle loro stesse policy.

Da decenni la foresta è “occupata” dai ranger, pagati dal WWF, che la “proteggono” a spese delle minoranze di pigmei. Le guardie forestali sono state accusate da Survival anche di omicidio e di ripetute violenze e vessazioni contro i Baka e altri gruppi tribali minori. In pratica impediscono loro di entrare nella foresta e se lo fanno, uomini, donne e bambini, senza distinzione, vengono picchiati e torturati.

Il WWF ha sempre smentito tutto nonostante le prove e le oltre duecento testimonianze raccolte da Survival. “I guardaparco finanziati dal WWF sono arrivati per la prima volta nella nostra foresta molti anni fa” – scrivono i Baka. “Ci vietano di cacciare per sfamare le nostre famiglie. Ci proibiscono di entrare nella foresta. Ci hanno detto dei confini del parco, ma nessuno è venuto a chiedere il nostro consenso. La foresta è la nostra casa”.

La copertina dell'inchiesta di BuzzFeed News
La copertina dell’inchiesta di BuzzFeed News (Courtesy © BuzzFeed News)

Intanto dopo l’inchiesta esplosiva di Buzzfeed News del marzo scorso, la Germania da deciso di congelare i fondi al WWF. L’indagine ha confermato stupri di gruppo a donne incinte, l’uccisione di un abitante del villaggio e torture ad altre persone Baka.

È emerso che il WWF ha interrotto l’indagine contro i ranger e ha cercato di insabbiare tutto. Inoltre, non ha consegnato il rapporto dell’indagine alla commissione del Congresso USA che indagava sull’utilizzo degli aiuti statunitensi per finanziare abusi dei diritti umani.

Stephen Corry, direttore generale di Survival International, ha espresso accuse pesantissime contro Commissione Europea e WWF. “Nutrono un profondo disprezzo per i Baka. Il personale della Commissione non si è neanche disturbato a uscire dal proprio ufficio per andare per le strade a parlare con loro. Ma è felice di continuare a versare milioni di euro in un progetto che sta rubando la terra dei Baka e rovinando le loro vite”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

Dopo Wwf, Survival denuncia Zoo del Bronx per violazione dei diritti umani dei pigmei

I Pigmei del Camerun ai reali britannici: “Aiuto! Siamo vittime di violenze quotidiane”

Report di Survival: oltre duecento casi di violenze dei ranger WWF ai pigmei