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Il Ruanda ai migranti detenuti in Libia: “Siete i benvenuti”

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
13 settembre 2019

Mentre alcune Nazioni africane, sbalordiscono il mondo, rifiutando di riaccogliere i propri cittadini che hanno tentato l’avventura europea, il Ruanda impartisce all’intero continente una lezione di umana solidarietà, dicendosi pronta ad accogliere un significativo numero di migranti africani rinchiusi nell’inferno dei centri di detenzione libici. L’annuncio di questa decisione è stato dato lo scorso martedì come frutto dell’accordo raggiunto tra l’agenzia ONU per i rifugiati, UNHCR e l’African Union. Accordo cui il Ruanda ha immediatamente aderito.

A turbare le coscienze del governo e del popolo ruandese, è stato un servizio diffuso nel novembre 2017 dalla rete americana CNN, che oltre ai maltrattamenti cui i migranti erano soggetti, mostrava anche come alcuni di questi fossero offerti – nel corso di aste appositamente organizzate – al miglior offerente come schiavi. Già allora il Ruanda, si era detto pronto ad accogliere un certo numero di questi migranti. Disponibilità che è stata ora consacrata dall’accordo menzionato. Del resto, l’esistenza di questi veri e propri lager, allestiti in territorio libico, non può più essere ignorata dal mondo, poiché, stando alle stime dell’UNHCR, sarebbero oltre 500 mila i migranti africani che languono in questi centri di detenzione, totalmente privi della libertà e dei più elementari diritti.

Intimidazioni, stupri, torture e riduzione in schiavitù, ecco la sorte di molti migranti nei centri di detenzione libici

Già nella prossima settimana, un volo organizzato dalle Nazioni Unite, sbarcherà in Ruanda 500 detenuti africani evacuati dall’inferno libico. In prevalenza si tratterà di bambini e di persone più vulnerabili, soprattutto originari del Corno d’Africa. Il governo di Paul Kagame è stato accusato dai politici di alcuni Stati africani, di aver proclamato la disponibilità all’accoglienza, perché generosamente retribuito dalle Nazioni Unite, accusa che è stata categoricamente smentita dal ministro ruandese per i rifugiati, Germaine Kamayirese, che ha detto: “E’ un’accusa malevola e infondata. La nostra decisione si basa esclusivamente su sentimenti di umana solidarietà. Gli stessi che ogni africano dovrebbe provare di fronte alla sofferenza di questi sventurati fratelli”.

Un giovane migrante cui è stata inflitta una punizione dai guardiani di un centro di raccolta libico

Che si tratti di genuina sofferenza l’ha più volte attestato Amnesty International, descrivendo i centri di detenzione libici come luoghi “orrifici e inumani”, in cui i malcapitati migranti si trovano soggetti a una routine di torture, stupri, malnutrizione e diffusione di malattie infettive, come la tubercolosi, favorite dall’assenza delle più elementari norme igieniche. L’UNHCR, stima che, allo stato, vi siano già in Libia quasi cinquemila persone, nell’impellente necessità di essere evacuate dai campi di detenzione per ricevere immediate cure mediche che salvino loro la vita o non pregiudichino irrimediabilmente la loro integrità fisica.

 Una volta in territorio Ruandese, i migranti saranno gestiti dalle Nazioni Unite che si adopereranno per ridistribuirli in altri Paesi africani, ma una parte di questi potranno anche restare in Ruanda ed essere inseriti nella società locale. Altri ancora (se lo vorranno) potranno essere rimpatriati nei loro Paesi d’origine, cosa che, però, appare piuttosto improbabile, giacché le provenienze più significative riguardano Somalia, Sud Sudan ed Eritrea: i primi due sono Paesi in cui infuria la guerra civile, il terzo è governato da una dittatura disumana. L’obiettivo dell’accordo in argomento, è comunque quello di portare alla totale eliminazioni dei centri di detenzione esistenti in Libia che, da parte sua, ha già annunciato lo smantellamento di tre siti: Misurata, Tajoura e Khoms. Tuttavia, qualora tutti questi centri fossero chiusi, molti osservatori internazionali, paventano un sovraffollamento ancora più deleterio, se non si troverà il modo di fermare, o almeno ridurre, l’imponente e inarrestabile flusso migratorio verso la Libia, ormai considerata una piattaforma per accedere all’Europa.

Due migranti sfuggiti ai loro aguzzini libici, mostrane i segni delle torture che gli sono state inflitte

Con questa iniziativa, il Ruanda si riconferma come il faro continentale dell’emancipazione africana. Situazione, questa che imbarazza alquanto i commentatori occidentali, sempre in bilico tra l’apprezzamento e la critica. Il presidente Paul Kagame, ha indubbiamente portato il proprio popolo a un benessere che fino a pochi anni fa era difficilmente ipotizzabile, ma non tutti i valori democratici, sono rispettati e l’opposizione al governo, così come il dissenso, sono ancora energicamente avversati. D’altra parte, la maggioranza del popolo ruandese ama il proprio presidente e gli è grato per averlo risollevato da uno dei più tragici stermini della storia contemporanea. In queste condizioni chi può dire quale sia la scelta più assennata?

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Silvia Romano, da dieci mesi prigioniera, oggi compie 24 anni

La realizzazione di questo articolo è stata possibile grazie al finanziamento
ricevuto da tanti lettori dopo il lancio della campagna di crowdfunding. Ringraziamo
chi ci sta dando una mano per reperire i mezzi necessari a continuare
le inchieste giornalistiche. Vogliamo scoprire la verità. E ci riusciremo grazie a voi.
Africa ExPress
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Speciale per Africa ExPress
Massimo Alberizzi
Milano, 13 settembre 2019

Ciao Silvia,

oggi è il tuo compleanno, compi 24 anni è una bella età che non ti sei goduta perché poco meno di 10 mesi fa qualcuno, otto delinquenti, ti hanno portato via alla tua famiglia, ai tuoi amici e ai piccoli bambini che tu stavi aiutando a Chakama.

Sai, purtroppo le ricerche per capire dove ti hanno portato i tuoi rapitori sono cominciate tardi, perché le autorità keniote non hanno dato il permesso ai nostri investigatori di andare sulla costa per indagare. Solo mercoledì 21 agosto i carabinieri sono potuti arrivare a Chakama. Sono andati nella tua stanzetta, hanno preso il tuo diario di lavoro e hanno cercato se ci fosse ancora qualcosa che appartenesse a te.

Silvia Romano festeggia i suoi 23 anni
Silvia Romano festeggia i suoi 23 anni

Purtroppo in quel diario non c’è scritto niente – mi pare  – che possa far luce sul tuo sequestro. I militari hanno poi interrogato Ronald, il ragazzo che si è preso una bastonata in testa per averti difeso durante il rapimento, hanno visitato la sartoria e poi sono andati al fiume, quello stesso che ti hanno fatto guadare per portarti via.

 

Alcune pagine del diario con gli appunti di Silvia Romano

Sono andato anch’io in quella piccola stanza in quello sperduto villaggio e ho girato un breve video per mostrare a quelli che in Italia pontificano su quel tuo lavoro volontario e ti bollano sentenziando: “Se ne poteva stare a casa”. Gente egoista che non capisce i sentimenti di solidarietà che ti hanno animato quando sei partita per il Kenya.

Vedi? Quanti di loro sarebbero andati a vivere un paio di mesi in quella stanza o avrebbero utilizzato quella toilette non certo invitante (per usare un eufemismo)?

E’ facile pontificare stravaccati su comode poltrone in accoglienti appartamenti magari sorseggiando un bicchiere di whisky. Naturalmente senza mai misurasi con la realtà. Più complicato e difficile decidere di andare a passare un po’ di tempo tra gli ultimi.

Sono mesi che non abbiamo tue notizie e le indagini che sono state bloccate per parecchio tempo, ma alcuni giornalisti caparbiamente e sfidando critiche e insulti hanno continuato a investigare.

Qualche settimana fa si è diffusa la notizia che tu fossi stata portata in Somalia. Abbiamo indagato, abbiamo sentito alcuni somali ad alto livello che potrebbero conoscere qualcosa ma, finora, non è uscito nulla. Nulla di interessante, intendo. A Lamu, il villaggio swahili sull’isola omonima, ai confini tra Kenya e Somalia, qualcuno dice di aver visto una ragazza bianca su una delle isole Bajuni. Ma finora nessuna conferma.

Sappiamo che i kenioti, forse accompagnati anche da qualche investigatore italiano, stanno scandagliando i dintorni di Mombasa. Nel villaggio di Kwale era stata individuata una cellula di Shebab, gli integralisti somali. Qualche giorno fa c’è stato uno scontro a fuoco e la polizia ha ucciso un terrorista, Mohammed Rashid Mwatsumiro, leader di un gruppo armato,  ricercato. Stiamo cercando di capire se c’e una connessione con il tuo rapimento. Alla polizia di Nairobi qualcuno ci ha detto che potresti anche essere stata portata in Tanzania. Discretamente ti stanno cercando anche lá.

Cara Silvia noi non molliamo e ti cercheremo con tignositá. Ci sostengono le tue stupende amiche che ti sono profondamente legate e che non vedono l’ora che tu ritorni. Le ragazze e i ragazzi che hanno lavorato come volontari per Africa Milele, la tua organizzazione, che non si danno pace. E, soprattutto, i tuoi genitori con tua sorella Giulia, distrutti e sconvolti, e tutte le generose persone che con il loro contributo hanno finanziato le nostre indagini.

Noi ti promettiamo che ti troveremo. A tutti costi.

Massimo

Rimandato processo ai rapitori di Silvia: emergono quarto uomo, errori, omissioni

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

 

Sudan, corruzione in campo profughi: 40 mila dollari per andare in Occidente

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 12 settembre 2019

Hanno dovuto pagare fino a 40mila dollari per essere reinsediati in un Paese occidentale. Il principio è: “Vuoi saltare la coda per il reinsediamento? Se paghi vai in cima alla lista”. Questo sporco business è praticato nel campo profughi dell’UNHCR (Alto Commissariato per i Rifugiati) perpetuato da alcuni funzionari corrotti che lavorano per l’agenzia ONU.

Foto satellitare del campo per rifugiati Shagarab I dell'UNHCR (Courtesy Google Maps)
Foto satellitare del campo per rifugiati Shagarab I dell’UNHCR (Courtesy Google Maps)

Per chi è costretto a scappare da guerre e carestie, disastri umanitari e ambientali, l’accoglienza, il soggiorno e la ricollocazione è gratuita. Ma c’è chi approfitta della situazione di bisogno e vulnerabilità dei rifugiati per abusi sessuali e per arricchirsi in modo illecito.

La denuncia sulla corruzione in un campo profughi del Sudan è di Sally Hayden, giornalista freelance per il giornale “The New Humanitarian” (già IRIN). La giornalista, specializzata in crisi umanitarie e migrazioni, ha intervistato profughi e personale del campo sudanese per un periodo di dieci mesi. Ha svelato come importanti decisioni che cambiano la vita delle persone sono spesso prese sulla base di tangenti invece che dell’ammissibilità.

Secondo l’indagine i profughi, per andare in cima alle graduatorie di reinserimento in Paesi occidentali hanno pagato cifre altissime. Denari ottenuti tramite parenti in Europa per un ammontare che va da 15mila a 35-40mila dollari se il reinserimento riguarda un’intera famiglia.

Ingresso del campo profughi di Shagarab
Ingresso del campo profughi di Shagarab

IRIN, da luglio 2017, è in contatto frequente con i rifugiati a Khartum, capitale del Sudan, e altri ex profughi che attualmente vivono in Europa. Molti di loro parlano di un “radicato sistema di corruzione a Khartum associata al programma di reinsediamento dell’UNHCR”.

Secondo un dipendente dell’Alto Commissariato questa presunta corruzione è in atto da molto tempo, ma è notevolmente peggiorata negli ultimi quattro anni. È gravissimo che “ad oggi non risulta sia stata presa alcuna azione apparente per affrontarla”. Nonostante molti sappiano, nessuno vuole parlare per non perdere il lavoro.

Babar Baloch, portavoce UNHCR, ha confermato che l’Ufficio dell’ispettorato generale (IGO) dell’agenzia ONU, sta conducendo le indagini. Su un totale di 22,5 milioni di rifugiati nel mondo, in Sudan ce ne sono 1,2 milioni, per lo più fuggiti dall’Eritrea. La maggior parte di loro aspira ad una nuova vita in un Paese occidentale ma, ogni anno, meno dell’uno per cento di coloro che sono registrati ci riesce.

Baloch ha affermato che a livello globale, dal 2015, il Servizio investigativo dell’IGO ha effettuato 59 indagini relative a frodi nel reinsediamento e nella determinazione dello status di rifugiato. Le accuse sono state confermate in 25 casi.

Sudan, Shagarab Refugee Camp
Sudan, Shagarab Refugee Camp

La giornalista conferma che nel 2017, in tutto il mondo sono state fatte quasi 400 denunce di cattiva condotta da parte del personale dell’UNHCR. La maggior parte erano relative a frodi, sfruttamento e abusi sessuali che nella metà dei casi sono state confermate.

“L’UNHCR fa di tutto per garantire l’integrità del programma di reinsediamento” – ha dichiarato Baloch. “È assolutamente vitale mantenere la fiducia dei rifugiati e degli Stati coinvolti”.

Una fiducia sempre più sottile
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Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Vince alla mezza maratona di Newcastle: la keniana Brigid Kosgei entra nella storia

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Dal Nostro Inviato Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 11 settembre 2019

Battere un Masai si dice che non sia facile. Superarne due dovrebbe essere ancor più complicato. Se poi i due Masai sono…sorelle, si entra nella leggenda!

E così è stato per Brigid Jepscheschir Kosgei, la corridora keniana dalla vita segreta.

Con una delle prestazioni più strabilianti nella storia della corsa su strada femminile, Brigid Jepscheschir Kosgei, 25 anni, ha disputato la mezza maratona (21.0975 km) più veloce di tutti i tempi: 1 ora, 4 minuti e 28 secondi.

Lo ha fatto domenica 8 settembre alla “ SimplyHealth Great North Run”, che dal 1981 si svolge nel Regno Unito tra Newcastle upon Tyne e South Shields. È la mezza maratona più celebre e più “affollata” del pianeta con circa 57 mila partecipanti.

Un evento mondiale.

Brigid non solo ha impiegato oltre un minuto in meno del record stabilito nel 2014 dalla connazionale Mary Keitany, stavolta giunta quarta, ma ha dato più di 3 minuti di distacco alle fortissime sorelle Magdalyne Masai, 25 anni,  (1:07.36) e Linet Masai, 29 anni, (1:07.44), classificatesi al secondo e terzo posto.

Brigid Kosgei

Ecco perché il quotidiano “Daily Nation” ha titolato: “Brigid ha fatto la storia”.

Stupore e meraviglia in tutto il mondo dell’atletica ha, in effetti, suscitato questa impresa sportiva, anche se essa non è omologabile come record mondiale. Questo perché la mezza maratona di Newcastle non soddisfa i requisiti previsti dal regolamento della IAAF (l’Associazione internazionale delle federazioni di atletica): esso prevede un tracciato di 21 metri di pendenza negativa, mentre in Inghilterra il dislivello era di 32 metri. Inoltre la distanza non deve essere percorsa “point -to-point”,  cioè sempre nella stessa direzione. Il record ufficiale (1:04:51) appartiene alla connazionale Joyciline Jepkosgei, che lo ha stabilito alla “Valencia Half Marathon” nel 2017.

Il risultato di domenica è comunque eccezionale.

E anche un po’ italiano, dato che la Kosgei corre nel team del celebre medico Gabriele Rosa, di cui abbiamo parlato altre volte su Africa ExPress e la cui società Rosa&Associati gestisce oltre 200 atleti di alto livello (secondo quanto afferma nel suo sito).

Nonostante la mancata convalida, questa di Newcastle è pur sempre una performance di altissimo livello, che arriva dopo che Brigid è stata, nell’aprile scorso, la più giovane vincitrice della maratona di Londra con record personale di 2:18:20.

Nella sua fresca carriera ha corso la distanza di Filippide per 10 volte ed è giunta prima in sei occasioni.

Questo per dire che la Kosgei non è una meteora improvvisamente comparsa nel firmamento delle grandi corse: prima di Londra, si era affermata due volte a Honolulu, una volta a Milano e a Chicago, dove scenderà nuovamente in strada per la maratona del 13 ottobre.

In attesa di esibirsi sul palcoscenico dei mondiali di Doha (Qatar), in programma dal 27 settembre al 6 ottobre.

Eppure di questa “domatrice delle sorelle Masai” si conosce pochissimo. (A differenza delle Masai, appartenenti a una famiglia dove corrono tutti, dal padre , allo zio, a quattro dei 10 figli e di cui si sa tutto!).

Brigid ha rinchiuso la sua vita privata dentro una fortezza inespugnabile. Perfino il sito “gossipigist.com” ha alzato bandiera bianca nel tentativo di scoprire se ha fratelli, sorelle, fidanzato e perfino il nome dei genitori, il livello di istruzione e i dollari guadagnati in tre anni di carriera (che non sono pochi). L’unico domicilio conosciuto è Kapsait nella contea (detta dei campioni) Elgeyo Marakwet, in Kenya, dove ha sede il centro di preparazione quasi monastico creato 20 anni fa dalla Rosa &Associati.

A Kapsait, Brigid si sottopone a duri allenamenti guidata da Erick Kymaiyo, già dominatore dei 42 km di Honolulu nel 1996 e nel 1997.

In questa località della Rift Valley, dove si addestrano e si allevano i campioni della corsa, un istruttore della Fidel, Maurizio Lorenzini e runner a sua volta, ha avuto modo di conoscere personalmente Brigid Kosgei,nel febbraio 2018.

Giovani atleti durante un allenamento nella Rift Valley in Kenya

”È uno scricciolo di poco più di 40 chilogrammi – ha raccontato Lorenzini su podisti.net – si allenava in condizioni di vita che definire spartane sarebbe un eufemismo, in un posto dove non c’è nulla, per come comunemente si può intendere la qualità della vita. Sono quasi 3000 i metri sul livello del mare, dove gli umani faticano persino a respirare. Questa ragazza correva facilmente con gli uomini: il menu quel giorno prevedeva 18 chilometri con 700 metri di dislivello positivo, su strade sterrate.

Al termine dell’allenamento la Kosgei e tutti gli altri atleti sono andati con dei secchi a rifornirsi di acqua per la doccia, dato che non era disponibile al training camp. Ricorderò sempre questa ragazza che veniva su da un sentiero, trasportando secchi quasi più pesanti di lei. Ho avuto modo di parlarle, di farmi raccontare qualcosa della sua vita, le sue aspettative, ma anche delle non facili condizioni di vita durante gli stage (duravano in media tre mesi). Per quanto la comunicazione non fosse facile, ho inteso che viveva tutto questo con serenità, sopportando i sacrifici, consapevole che la crescita nell’atletica potrebbe cambiarle la sua vita”.

Ed è quello che è avvenuto.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Anche quattro donne (tra cui la ministra degli Esteri) nel nuovo esecutivo del Sudan

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 settembre 2019

Abdallah Hamdok, il nuovo primo ministro del Sudan, ha preso tempo per scegliere i componenti del nuovo governo, nominato sulla base dell’accordo politico siglato tra i militari e i civili (Alleanza Freedom and Change) lo scorso 17 luglio.

Giovedì scorso ha finalmente annunciato la composizione del nuovo esecutivo, composto da 18 membri, tra loro anche 4 signore. Asmaa Abdallah è primo ministro degli Esteri donna del Paese, mentre Ibrahim Elbadawi, ex economista della Banca Mondiale, è a capo del ministero delle Finanze, Madani Abbas Madani, leader della coalizione civile che ha guidato i negoziati con i militari, ricopre ora l’incarico di ministro dell’Industria e del Commercio.

Ministri del nuovo esecutivo sudanese mentre prestano giuramento

Hamdok, ex diplomatico delle Nazioni Unite, oggi a capo del governo di transizione, ha promesso che tra le priorità dell’esecutivo sarà quella di mettere fine ai conflitti interni e di costruire una pace durevole. Infatti, secondo l’accordo politico, nei prossimi sei mesi dovranno essere formulate nuove politiche in collaborazione con tutti i gruppi armati nelle regioni del Darfur, Blue Nile e South Kordofan. Quattro gruppi del Darfur occidentale hanno già promesso di collaborare con il governo di transizione.

Abdel Fattah al-Burhan, ex presidente del Consiglio Militare di Transizione (TMC), è stato nominato a capo del Consiglio Supremo, composto da 11 membri, che resterà in carica per poco più di tre anni, sarà incaricato di gestire le sorti il Paese. Per i primi 21 mesi il Consiglio sarà guidato da un militare, mentre i rimanenti 18 da un civile.

Abdalla Hamdok, primo ministro sudanese

Non sarà semplice traghettare il Sudan, la sua popolazione, verso le prossime elezioni democratiche, verso un nuovo futuro. Oltre a riportare stabilità e pace, l’esecutivo dovrà rimboccarsi le maniche per combattere la galoppante corruzione e sollevare il Paese dalla grave crisi economica. Omar al Bashir, ex presidente del Sudan e deposto lo scorso 11 aprile dopo un colpo di Stato militare ha lasciato solo macerie. Ha governato con pugno di ferro oltre 30 anni e ora è sotto processo a Khartoum perchè è accusato del possesso di 90 milioni di dollari avuti dalla casa reale saudita. Inoltre sul vecchio dittatore pende un mandato di cattura internazionale, spiccato dalla Corte penale internazionale dell’Aja per crimini di guerra commessi in Darfur. Sono in molti a chiedere la sua estradizione.

Rashid Saeed, un esponente di Sudanese Professional Association ha chiesto al nuovo governo di ritirare le truppe sudanesi dallo Yemen. Dal marzo del 2015 nello Yemen si consuma un sanguinoso conflitto interno, che vede contrapposto due fazioni: gli huti, un movimento religioso e politico sciita, che appoggiano il presidente destituito, deceduto lo scorso anno, Ali Abd Allah Ṣaleḥ da un lato e le forze del presidente sunnita Mansur Hadi, rovesciato dagli huti con un colpo di Stato nel gennaio 2015.  La coalizione saudita entra nel conflitto nel marzo 2015 a sostegno di Hadi, che a tutt’oggi è riconosciuto dalla comunità internazionale come capo di Stato.

Truppe sudanesi in Yemen

Tra i Paesi che sostengono la coalizione saudita, c’è anche il Sudan con le Rapid Support Forces. Dopo la visita del deposto presidente sudanese Omar al Bashir in Russia alla fine dello scorso del 2017, circolava voce che Khartoum avrebbe ritirato i suoi uomini dalla guerra in Yemen. Ma non è stato così, malgrado le forti perdite subite. Ora i sauditi sono accusati di aver reclutato in Sudan mercenari e bambini soldato, per farli combattere al loro fianco nello Yemen.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sudan: accordo tra militari e società civile per governo di transizione

Darfur, continuano gli stupri e le violenze, ma l’occhio del mondo è lontano

Al Bashir pronto a ritirare le truppe sudanesi dallo Yemen devastato dalla guerra

 

 

Continua l’ondata di xenofobia in Sudafrica e la Nigeria rimpatria 600 concittadini

Africa ExPress
Pretoria / Abuja 10 settembre 2019

Non cessa l’ondata xenofoba in Sudafrica. Le autorità di Abuja hanno annunciato il rimpatrio di almeno 600 nigeriani a partire dall’11 settembre.

Durante l’ultimo fine settimana sono morte altre due persona mentre Allen Onyema, direttore generale di Air Peace, si è offerto di riportare a casa gratuitamente tutti i nigeriani che ne faranno richiesta. Finora solamente 600 dei 100.000  presenti sul suolo sudafricano, hanno aderito all’iniziativa e l’11 settembre i primi 320 torneranno a casa grazie al ponte aereo tra i due Paesi organizzato dalla compagnia. Un secondo volo per i restanti è in fase di programmazione.

Aereo della compagnia nigeriana Air Peace

Da anni molte comunità di cittadini di altri Paesi africani sono vittime di attacchi mirati in Sudafrica, dove quasi un terzo della popolazione è disoccupata. Durante le violenze scoppiate nelle ultime settimane sono stati distrutti molti esercizi commerciali gestiti da nigeriani espatriati in cerca di fortuna in Sudafrica.

Domenica scorsa centinaia di manifestanti si sono riversati nuovamente sulle strade di alcuni quartieri della periferia di Johannesburg e hanno saccheggiato e distrutto negozi di stranieri. Secondo la stampa locale la richiesta della folla inferocita è sempre la stessa: rimandare a casa i migranti.

Non si arresta la febbre di xenofobia in Sudafrica

E in Nigeria non si sono fatte attendere le rappresaglie. Sono state attaccate diverse attività commerciali sudafricane, tra queste anche gli uffici del gigante delle telecomunicazioni MTN. La scorsa settimana per motivi si sicurezza Pretoria ha chiuso temporaneamente le proprie rappresentanze diplomatiche a Abuja e Lagos e la polizia ha preso posizione, per proteggerli, attorno a molti esercizi gestiti da sudafricani.

Il governo centrale e anche quello del Lagos State hanno condannato gli attacchi nel Paese, perchè contrari allo spirito di ospitalità dei nigeriani.

Per rinforzare le relazioni tra i due Paesi (nella scorsa settimana si erano allentate a causa delle violenze consumate a Johannesburg e in altre città) il presidente nigeriano, Muhammadu Buhari ha già inviato una delegazione a Pretoria e ha promesso che il mese prossimo si recherà personalmente in Sudafrica dove incontrerà il presidente Cyril Ramaphosa.

Sembra che la polizia sudafricana sia impotente di fronte alla crescente febbre di xenofobia. Gli agenti di sicurezza, in particolare quelli dei servizi, non sarebbero stati in grado di fornire informazioni volti a contrastare tempestivamente le violenze. E finora dai vertici dai vari corpi della forza pubblica non è arrivata nessuna proposta concreta.

La scorsa settimana diversi leader africani avevano boicottato l’edizione africana di World Economic Forum che si è svolto a Città del Capo. Persino squadre sportive del Madagascar e dello Zambia si sono rifiutate di partecipare a incontri calcistici con i team sudafricani proprio a causa degli incessanti attacchi agli stranieri e la cantante nigeriana Tiwa Sawage ha annullato il suo concerto nel Paese dell’Africa australe.

Africa ExPress
@africexp

Ondata xenofoba in Sudafrica e Boko Haram minaccia: uccideremo i sudafricani in Nigeria

 

 

Profughi dal Burundi: la Tanzania vuole rispedirli a casa

Africa ExPress
Dodoma / Bujumbura, 9 settembre 2019

I rifugiati burundesi che attualmente si trovano in Tanzania saranno rispediti in patria. Amnesty International ha fatto sapere che il 24 agosto è stato siglato un documento in tal senso dai rispettivi ministri dell’Interno, Kangi Lugola (Tanzania) e Pascal Barandagiy (Burundi) e prevede il loro imminente rimpatrio.

Secondo quanto è stato stabilito dai due governi, settimanalmente, fino alla fine di dicembre, tutti rifugiati saranno riportati a casa; i primi 2000 dovrebbero lasciare la Tanzania già durante la seconda settimana di settembre. Mentre 75.000 hanno già lasciato volontariamente il Paese dal settembre 2017.

Tanzania vuole rimpatriare profughi burundesi

Appunto, il ritorno dei migranti deve essere volontario. Nessuno deve essere costretto a far ritorno a casa, hanno sottolineato sia la ONG con base a Londra, che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). L’Agenzia  dell’ONU ha chiesto che i due governi rispettino i loro impegni internazionali; inoltre ha richiamato entrambi sul trattato firmato dalle autorità di Dodoma, Bujumbara e dall’UNHCR. In tale accordo si specifica che i rimpatri devono essere assolutamente volontari.

Lago Tanganica

Attualmente quasi tutti profughi burundesi vivono nella regione di Kigoma, area situata sulle rive del lago Tanganica e da lì è possibile raggiungere il Burundi con mezzi navali.

Il ministro degli Interni tanzaniano ha assicurato che nel Burundi ora regna la pace e ha minacciato di far arrestare coloro che incitano i rifugiati a non partire. Secondo il rapporto di Amnesty, i due ministri avrebbero visitato i due campi per profughi Nduta e Mtendeli e in tale occasione avrebbero annunciato ai burundesi i rimpatri forzati.

Amnesty riporta inoltre che già da luglio dello scorso anno tutti punti di accoglienza alla frontiera con il Burundi non sarebbero più attivi e da tempo il governo tanzaniano avrebbe chiuso gli spacci e le piccole attività commerciali dei profughi nei campi, cercando in questo modo di far pressione sulla comunità dei burundesi a lasciare il Paese. L’Organizzazione per la difesa dei diritti umani ha chiesto all’UNHCR di assicurarsi che partano solamente coloro che abbiano espressamente dichiarato di voler far ritorno in patria.

Nel 2015, Nkurunziza aveva già ottenuto un terzo mandato in violazione alla Costituzione e agli accordi di pace di Arusha, provocando una gravissima crisi politica, che aveva costretto 400.000 burundesi a rifugiarsi nei Paesi vicini . Il presidente Nkurunziza, un mistico pastore protestante, crede di essere unto dal Signore e predestinato a guidare il suo Paese.

Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi

La situazione nel Burundi è tutt’altro che rassicurante. Lo ha reso noto la Commissione d’inchiesta del ONU proprio in questi giorni e ha denunciato gravi violazioni dei diritti umani in questo periodo pre-elettorale; già ora nel Paese si respira un clima di paura. Le presidenziali e legislative sono praticamente alle porte: sono state messe in calendario per il mese di maggio 2020 e Nkurunziza, grazie al referendum del 2018 si è assicurato altri due mandati. L’UNHCR ha anche confermato che mensilmente centinaia di persone fuggono dal Burundi e ha chiesto agli Stati confinanti di non chiudere le frontiere e di concedere asilo alle persone che necessitano di protezione.

Africa ExPress
@africexpress

Violenze, omicidi, sparizioni: il Burundi sul banco degli accusati dall’ONU

Pugno di ferro in Burundi: espulso il capo dell’agenzia dei diritti umani dell’ONU

Burundi: in galera liceali accusate di aver “deturpato” la foto del presidente

In Burundi il regime silenzia BBC e Voice of America a tempo indeterminato

Burundi: referendum farsa per trasformare il presidente Pierre Nkurunziza in dittatore

Burundi in piena guerra civile. E il mondo sta a guardare‏

L’errore fatale di Mugabe? Aver designato la moglie a succedergli

Speciale per Africa ExPress e il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
7 settembre 2019

Dopo una lunga malattia è morto ieri a Singapore dove era ricoverato, Robert Gabriel Mugabe, ex dittatore dello Zimbabwe, che aveva governato dal 1980, anno dell’indipendenza, fino a due anni fa. Aveva 95 anni e il suo desiderio nascosto – come rivelato da alcune delle persone che erano gli erano più vicine – sarebbe stato quello di restare presidente fino al compimento dei 100 anni per poter conquistare un record che sarebbe rimasto ineguagliato per sempre. Gli è andata male, perché con un colpo di palazzo il suo delfino Emmerson Mnangagwa il 15 novembre 2017 l’ha defenestrato e sostituito.

Ho incontrato Robert Mugabe una sola volta: in gabinetto, durante il vertice Francia-Africa del 2005 a Bamako. Da un lustro il dittatore aveva cominciato la sua politica folle che avrebbe portato lo Zimbabwe alla catastrofe economica e alla fame. Con il mitico producer della CNN, Robert Wiener, entrammo nel bagni del Palazzo dei Congressi di Bamako in Mali (appena costruito dai cinesi e dove le indicazioni erano indecifrabili perché scritte in ideogrammi) e quindi nel gabinetto degli uomini. Lì c’era Mugabe, solo, senza nessuna guardia del corpo, intento a urinare. Lo guardammo bene in faccia, poi, sicuri che fosse lui, sommessamente ma con la dovuta durezza e sincerità gli scandimmo: “Signor presidente, con tutti il nostro rispetto, vorremmo chiederle perché non smette di maltrattare e umiliare così i suoi sudditi”. Colto di sorpresa, evidentemente imbarazzato in piedi e non potendo chiaramente muoversi per evitare di bagnare i pantaloni, rimase attonito dandoci così la possibilità di svicolare tra le guardie del corpo che attendevano fuori dallo stanzone.

Mugabe è stato un misto di ammirazione e di biasimo. Ha iniziato la sua carriera politica come combattente della libertà, venerato e osannato, e via via negli anni si è trasformato in feroce dittatore, biasimato e deplorato, distruttore di uno dei Paesi più prosperi del continente modello in tutta l’Africa.

Aveva studiato in un seminario cattolico e si dichiarava strettamente osservante. Richiamava costantemente la sua gente a rispettare gli obblighi morali, ma dei dieci comandamenti lui stesso ne violava parecchi. Nel nome di Dio condannava le pratiche omosessuali arrivando a sostenere che gay e lesbiche “sono peggio dei cani”. Retaggio probabilmente dell’epoca vittoriana e dei severi costumi che la monarca – che Mugabe ammirava profondamente – aveva imposto.

Poi però la sua severa educazione cattolica non gli aveva impedito di mettere al mondo al di fuori del matrimonio due pargoli assieme alla sua segretaria (che sarebbe poi diventata la sua seconda moglie), Grace Marufu.

Il declino dello Zimbabwe comincia nel 2000, vent’anni dopo l’indipendenza la minoranza bianca, più o meno il 2 per cento della popolazione, è proprietaria di più della metà dei terreni coltivabili. E già dal 1998 Mugabe aveva promesso di ridistribuire le terre ai contadini. Gli accordi con Londra prevedevano anche un aiuto economico britannico. Secondo Tony Blair, il dittatore invece di assegnare le terre a chi le sapeva coltivare le affidò ai suoi amici e sostenitori che non sapevano neppure cosa fosse una zappa. Tolse quindi i contributi e Mugabe cominciò la confisca tout court e l’invasione delle terre dei bianchi da parte dei cosiddetti “veterani”. E fu la catastrofe. La disoccupazione sfiorò l’80 per cento della popolazione e l’inflazione raggiunse l’iperbolica cifra di 230 milioni per cento. La banconota di 10 trilioni di dollari dello Zimbabwe al cambio nero valeva solo 8 dollari americani.

Grace Mugabe quando era ancora First Lady

Mugabe divenne la caricatura della dittatura: vanitoso e capriccioso, circondato dalle folli e spensierate spese della sua seconda moglie, Grace (soprannominata Mrs Gucci), e di altri membri della famiglia, tutti a frequentare le inarrivabili ai più boutique di Londra, Parigi e anche Roma. Che differenza tra il suo compagno di tante battaglie, Nelson Mandela, che nel frattempo gestiva il nuovo Sudafrica, diventato “arcobaleno” dopo l’apartheid.

Nel suo delirio di onnipotenza continuava a ripetere “Lo Zimbabwe è mio. Dio mi ha messo qui e da qui me ne andrò solo quando mi chiamerà a sé”. Ma quando nel 2016 era cominciata a circolare la voce che voleva nominare a succedergli la vanitosa moglie Grace, gli si sono ribellati tutti e l’anno dopo è stato spodestato.

Massimo A. Alberizzi
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twitter @malberizzi

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Da combattente per la libertà a feroce dittatore: morto Robert Mugabe, ex “re” dello Zimbabwe

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 settembre 2019

Robert Mugabe è morto questa mattina, venerdì 6 settembre in una clinica a Singapore, dove si trovava dallo scorso aprile. Lo ha reso noto questa mattina sul suo account twitter il suo successore e attuale presidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa.

Mugabe nasce il 21 febbraio a Kutama, ad un’ottantina di chilometri da Harare, nella ex Rhodesia meridionale, allora una colonia britannica. Ha solamente 10 anni quando il padre abbandona la famiglia. Il piccolo Robert frequenta una scuola in una missione cattolica e in seguito un coleggio a Kutama, con l’obiettivo di diventare un giorno insegnante.

Robert Mugabe, ex presidente dello Zimbabwe
Robert Mugabe, ex presidente dello Zimbabwe

In seguito, grazie a una borsa di studio si trasferisce a Fort Hare, in Sudafrica, per studiare inglese e storia. Fa la conoscenza di diverse personalità del nazionalismo africano, tra loro anche Julius Nyerere, padre fondatore e presidente della Tanzania dal 1964 fino al 1985.

Terminati gli studi, insegna in Ghana, il primo Paese africano ad aver ottenuto l’indipendenza dal dominio coloniale della Gran Bretagna nel 1957. Una tappa importante, perchè per la prima volta respira un’aria nuova, i neri africani hanno riscoperto la libertà e la loro indipendenza. Lì incontra anche Sally, la sua futura moglie, confidente e consigliera.

Di ritorno a casa, viene arrestato con l’accusa di associazione sovversiva. Come Mandela, durante gli anni di prigionia perfeziona l’istruzione dei suoi compagni di lotta, tra loro anche Emmerson Mnangagwa, l’attuale presidente. Durante la sua detenzione muore suo figlio Nhamo di appena tre anni; il regime di Ian Smith vieta a Mugabe di partecipare ai funerali del piccolo, fatto che lo ferisce profondamente.

Finalmente liberato nel 1974, l’ex presidente va in Mozambico come leader del braccio armato del movimento Unione Nazionale Africana di Zimbabwe – Fronte Patriottico (ZANU-PF). Dalla retroguardia conduce la guerriglia contro il potere dei bianchi. La guerra civile, durante la quale hanno perso la vita almeno 30.000 persone, termina nel 1979 con gli accordi di Lancaster House, Londra. Nel 1980 si svolgono le prime elezioni legislative, vinte a grande maggioranza da ZANU-PF. Il 18 aprile dello sesso anno Mugabe viene “incoronato” primo ministro del nuovo Stato diventato indipendente, l’attuale Zimbabwe.

Robert Mugabe e la moglie Grace
Robert Mugabe e la moglie Grace

Gli accordi siglati con l’ex colonizzatore concedono comunque ancora parecchi privilegi ai bianchi, che mantengono un quinto dei seggi in parlamento (20 su 100). Il primo discorso di Mugabe dopo la sua elezione è improntato sulla riconciliazione e riappacificazione. In seguito nomina persino due ministri bianchi e riabilita il direttore dei servizi segreti.

Il nuovo primo ministro presenta immediatamente nuovi progetti, volti a migliorare la vita della popolazione. Ma la prima riforma agraria è un pieno fallimento. Le terre espropriate ai bianchi vengono affidate ai suoi fedelissimi, che però non hanno né capacità e né conoscenze per poterle coltivare con profitto. L’agricoltura, pilastro dell’economia dello Zimbabwe, crolla a pico riducendo la popolazione nella miseria più totale.

Nel 1987 ZANU-PF e PF-ZAPU si fondano, dando vita a un unico partito, Unione Nazionale Africana dello Zimbabwe – Fronte Patriottico (ZANU-FP), e Mugabe ne diventa il leader indiscusso. Nel dicembre dello stesso anno viene eletto presidente e instaura un regime autoritario. I bianchi perdono tutti i loro privilegi e quelle poche terre ancora in loro possesso e cominciano a fuggire in massa dal Paese. In questo contesto viene rieletto due volte: nel 1990 e nel 1996.

Con il passare degli anni il potere del presidente viene messo in discussione persino dal partito stesso e la situazione economica del Paese continua il suo declino. Nel 2002 riesce a vincere ugualmente le presidenziali, anche se fortemente contestate per brogli. La comunità internazionale reagisce, escludendo lo Zimbabwe persino dal Commonwealth (organizzazione intergovernativa di 53 Stati membri indipendenti, tutti accomunati, eccetto il Mozambico e il Ruanda, da un passato storico di appartenenza all’impero britannico, del quale il Commonwealth è una sorta di sviluppo su base volontaria).

Nel 2008 si svolgono nuove elezioni e Morgan Tsvangirai di Movimento per il Cambiamento Democratico (MDC) arriva in testa al primo turno, ma il regime opprime violentemente l’opposizione. Tsvangirai rinuncia al ballottaggio, e ciò permette alla vecchia volpe di mantenere il potere.

La crisi economica del Paese peggiora di giorno in giorno, sprofondando in miseria e povertà dalla quale non riesce a sollevarsi. Ma Mugabe e la sua nuova moglie Grace, continuano a vivere nel lusso più sfrenato, mentre gran parte della popolazione con fatica mette sul tavolo un pasto al giorno.

Nel 2009 il presidente, messo sotto pressione dalla comunità internazionale, è costretto a cedere almeno una parte del suo strapotere e Tsvangirai diventa primo ministro di un governo di unione nazionale, ma all’interno dell’esecutivo le tensioni restano sempre forti e nel 2013 si ritorna alle urne. Anche stavolta Mugabe riesce a mantenere il potere, malgrado i brogli denunciati a gran voce da Tsvangirai.

Emmerson Mnangagwa, confermato presidente dello Zimbabwe
Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe

Mugabe, sempre più attaccato alla poltrona e al potere, cerca di spianare la strada alla moglie Grace affinchè possa diventare presidente del Paese. E il 7 novembre 2017 silura Mnangagwa, suo vice e potenziale successore e al suo posto nomina la coniuge. Nella notte tra il 14 e il 15 novembre l’esercito dispone gli arresti domiciliare all’anziano leader e ai suoi familiari. Mentre si procede all’immediato arresto del ministro dell’Economia, Ignatius Chombo.  Anche il partito volta le spalle al suo fondatore e lo solleva dal proprio incarico. Il 21 novembre 2017 Mugabe ormai novantatrenne e dopo essere stato protagonista assoluto delle politica del suo Paese, esce di scena dalla porta posteriore dopo aver firmato di proprio pugna la lettera di rinuncia all’incarico presidenziale. Dittatore per gli uni, per altri africani resta comunque ancora oggi l’eroe dell’indipendenza.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Smentita del governo somalo: Silvia Romano non è prigioniera qui

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Speciale per Africa ExPress
Massimo Alberizzi
6 settembre 2019

Il governo somalo ha smentito che Silvia Romano sia tenuta prigioniera sul suo territorio. Lo riporta il telegiornale di un’emittente di Mogadiscio. Il servizio dopo aver dato conto della notizia trapelata dalla procura di Roma, secondo cui la volontaria milanese dell’associazione Africa Milele sarebbe stata portata in Somalia, riferisce di una nota del governo che smentisce questa rivelazione.

La ventitreenne volontaria rapita, Silvia Costanza Romano

Gli indizi raccolti dal Fatto Quotidiano parlano di una donna bianca tenuta prigioniera ai confini tra Somalia e Kenya su una delle isole dell’arcipelago Bajuni. Non è stata finora possibile una verifica. La regione (il Jubaland) è sotto controllo di milizie freelance (niente a che fare con gli shebab) legate a un’amministrazione locale in cattivi rapporti con il governo centrale di Mogadiscio. Inoltre il Jubaland – dove off shore è stato trovato petrolio – è in contrasto anche con il Kenya, che ha modificano i confini marittimi per impadronirsi di buona parte dei campi petroliferi. In quell’area, a parte i miliziani, non arriva facilmente nessuno; l’accesso è difficile per tutti e la verifica delle informazioni non è per nulla semplice.

Intanto a Malindi durante l’ultima udienza del processo contro tre dei presunti responsabili del sequestro, la Corte, ribaltando una decisione già presa, ha stabilito che gli accusati possono godere del diritto di lasciare la cella su cauzione. Così Moses Lwali Chembe è già tornato a casa, Ibrahim Adhan Omar (il più pericoloso giacché al momento dell’arresto trovato in possesso di armi da fuoco) se versa 26 mila euro esce (ne ha già pagati oltre 4000), mentre Abdulla Gababa Wario, prima di essere liberato dovrebbe sborsare tutto l’ammontare, appunto 26 mila euro. Le prossime udienze sono fissate per I prossimi 24 e 25 ottobre e si terranno a Chakama, dove Silvia è stata rapita.

Silvia Romano

La polizia di Nairobi confidenzialmente ha fatto sapere che le ricerche di complici e testimoni del ratto si sono spostate anche a Likoni (dove Silvia aveva lavorato come volontaria già lo scorso anno) e a Mombasa, il più grande e trafficato porto dell’Africa Orientale.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Rimandato processo ai rapitori di Silvia: emergono quarto uomo, errori, omissioni