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Mozambico (3), enormi giacimenti di gas e rubini. E aumento della corruzione

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 22 settembre 2019

Dalle prime elezioni libere del 1992 – anno in cui si è chiusa l’era del partito unico FRELIMO – il Mozambico certamente è cresciuto economicamente. Un Pil che ha superato il 7 per cento ha portato benessere. A pochi. Soprattutto nella capitale, Maputo. Di sicuro ha arricchito vari militari e politici del FRELIMO, il partito al potere dal 1975, anno dell’indipendenza dal Portogallo.

Grazie a Panama Papers, sono venute alla luce le ricchezze di noti personaggi dell’ex colonia portoghese. Tra questi Josè Pacheco, l’ex ministro dell’Agricoltura e il generale Joaquim Alberto Chipande.

Ingresso della miniera di rubini Montepuez, a Cabo Delgado
Ingresso della miniera di rubini Montepuez, a Cabo Delgado

Il forziere mozambicano

La scoperta dei rubini e del gas a Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, potrebbero essere fonte di sviluppo per un Paese ancora molto povero. Se bene amministrate, queste risorse potrebbero portare enorme benessere e ricchezza a vantaggio di tutta la popolazione.

La miniera di rubini di Montepuez, la più grande del mondo, e i giacimenti di gas naturale nel bacino del Rovuma sono un enorme tesoro. Ma dove c’è ricchezza è in agguato la corruzione, aumentata in modo esponenziale negli ultimi anni.

Rubini. La miniera di Montepuez è il giacimento di rubini più grande del mondo
Rubini. La miniera di Montepuez è il giacimento di rubini più grande del mondo

La corruzione ad alti livelli

Panama Papers ha svelato la sparizione di 6,4 mln di euro dalla vendita dei rubini nel 2014. Il denaro doveva essere utilizzato per servizi alla comunità che ha visto le briciole: 100mila dollari. Ultimo episodio in ordine di tempo, nel 2016, è uno scandalo da 1,9mld di euro.

Sotto l’amministrazione dell’allora presidente Armando Guebuza, alcuni politici del governo hanno scavalcato il Parlamento contraendo prestiti occulti per 1,9mld di euro. Lo hanno fatto offrendo garanzie su imprese statali, oltretutto violando la Costituzione.

Lo scandalo da 1,9mld, la frode maggiore della storia del Mozambico, ha indotto i donatori esteri a trattenere gli aiuti. Questo ha causato l’aumento del debito pubblico, arrivato al 135 per cento, mettendo le mani dello Stato nelle tasche dei cittadini.

Il Centro per l’integrità pubblica (CIP) ha lanciato la campagna “Io non pago i debiti occulti”. Ne è nato un movimento trasversale di protesta contro lo strapotere dei politici che calpestano la costituzione. A causa di questa iniziativa, Fátima Mimbire, una delle attiviste del CIP, è stata minacciata di morte attraverso i social network.

La campagna "Eu nao pago dividas ocultas" (Io non pago i debiti occulti)
La campagna “Eu nao pago dividas ocultas” – Io non pago i debiti occulti – (Courtesy Amnesty InternationalCIP)

Il maggiore indagato della frode è l’ex ministro delle Finanze mozambicano Manuel Chang, attualmente detenuto in Sudafrica. Per Chang è in atto un braccio di ferro tra USA, che hanno chiesto l’estradizione per processarlo, e il Mozambico che vuole giudicarlo in casa.

Molti osservatori credono che portarlo a casa serva a coprire le responsabilità dell’allora presidente Guebuza e dell’attuale presidente Nyusi, ministro della Difesa nel 2015.

Chissà se il politico, prima delle elezioni del 15 ottobre, riuscirà a tornare in Mozambico. Per il momento gli Stati Uniti non mollano la presa e vogliono processarlo per frode contro i cittadini americani.

(3 – fine)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Mozambico (1), verso le elezioni tra minacce dell’ala armata Renamo e jihadismo

 

Mozambico (2), vietato sfidare il governo: meno diritti umani e bavaglio alla stampa

 

 

Lo spionaggio somalo: “L’Italia non ha chiesto il nostro aiuto”. Di Maio invitato a Mogadiscio

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
20 settembre 2019

La rivelazione arriva direttamente da Mogadiscio, capitale della Somalia. Un alto funzionario  dei servizi segreti locali, sostiene in una conversazione con Africa ExPress: “L’intelligence italiana non si è mai messa in contatto con noi. Non ci ha mai coinvolto e non ci ha mai chiesto informazioni su Silvia Romano”. Secondo una notizia, filtrata tempo fa dalla procura di Roma, la volontaria, che il 13 settembre ha compiuto 24 anni, subito dopo il suo rapimento sarebbe stata portata nell’ex colonia italiana. Mogadiscio aveva però smentito: “Silvia non è qua”,  c’era scritto in un comunicato.

Alla domanda se i servizi somali hanno notizie dalla ventiquattrenne italiana, il nostro interlocutore risponde in un modo vago. In realtà il governo somalo non ha il controllo di tutto il suo territorio, dove comandano invece su una larga parte gli shebab, gli integralisti legati ad Al Qaeda, e poi amministrazioni locali indipendenti, naturalmente tutti con una milizia propria. Le informazioni che arrivano sono assai inaccurate e parziali.

Silvia Romano fotografata allo stadio di San Siro

In particolare il Jubaland, la regione al confine con il Kenya, è controllato da un’amministrazione locale che non è proprio in sintonia con il governo federale somalo, accusato, l’altro ieri, di stare pianificando un’invasione per destabilizzare Chisimaio, la capitale del Jubaland. Un mese fa, per esempio, l’autorità aeroportuale nazionale ha vietato i voli diretti verso Chisimaio, sia locali che provenienti dall’estero, che ora devono passare per la capitale federale.

In mare, di fronte al Jubaland, sono stati trovati importanti giacimenti di petrolio e di gas che fanno gola un po’ a tutti.  Al Kenya, per esempio, che aveva già avviato trattative per affidare le concessioni di sfruttamento all’ENI e alla francese Total.  Silvia potrebbe essere tenuta prigioniera in quella zona, dove però le milizie islamiste shebab non sono presenti in forze. Potrebbe quindi essere nelle mani di gruppi criminali in grado così di esercitare pressioni sul governo di Roma. Tutte ipotesi prive di qualsiasi riscontro.

Da Mogadiscio un altro alto funzionario del governo e dei servizi di sicurezza avanza l’ipotesi che Silvia sia prigioniera a Belet Huein o a Garba Harre, città a nord ovest di Mogadiscio, la seconda vicino al confine con il Kenya. Non fornisce però né prove, né indicazioni precise, necessarie in questi casi per verificare le informazioni.

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Qui l’intervento di Massimo Alberizzi a Radio 24, il 20 settembre 2019

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E ieri dal governo somalo arriva pure un’altra soffiata: “Due giorni fa abbiano invitato il vostro nuovo ministro degli Esteri, Luigi di Maio, a venire qui in visita ufficiale. Non ha ancora risposto”.

L’amministrazione dell’ex colonia italiana ha bisogno di aiuto che si potrebbe elargire in cambio di una sua completa collaborazione. La rete dei servizi somali pochi anni dopo l’indipendenza, che fu raggiunta nel 1960, fu creata e organizzata dallo spionaggio italiano.

Fu smantellata completamente alla fine degli anni ’90, quando non vennero più pagate le antenne e le decine di informatori che erano disseminati sul campo.

Nessuno più si curò di mantenerla in vita e pian piano è appassita. In quel periodo un paio di confidenti, tra cui un signore che in codice veniva chiamato “L’avvocato”, vennero da me lamentandosi di essere stati abbandonati dall’Italia. Mi raccontarono la loro storia, di come erano stati reclutati, e alla fine mi chiesero se potevo farli assumere dal Corriere della Sera, giornale per il quale allora lavoravo.

Ma la rete comunque non è morta, potremmo definirla in sonno. E quindi disponibile a lavorare per cercare di capire cos’è successo a Silvia.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

13 settembre 2019 – Compleanno di Silvia

Rimandato processo ai rapitori di Silvia: emergono quarto uomo, errori, omissioni

Intervista di Norma Ferrara e Luca Salici a Massimo Alberizzi il 16 agosto 2019

30 luglio 2019

30 luglio 2019

Luglio 2019

Giugno 2019

Giugno 2019

Un imprenditore piemontese accusa: “Il console onorario di Malindi mi ha derubato”

17 maggio 2019

14 agosto 2019

18 agosto 2019

20 agosto 2019

6 settembre 2019

30 agosto 2019

OUR ARTICLES TRANSLATED IN ENGLISH:

13th July

21st June 2019

29th Jne 2019

2nd July 2019

“Silvia Romano is still safe and in Kenya”, says police commander

 

2nd August 2019

4th August 2019

22nd January 2019

 

Mozambico (2), vietato sfidare il governo: meno diritti umani e bavaglio alla stampa

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 20 settembre 2019

“In Mozambico, sfidare il governo ha conseguenze devastanti, tra cui rapimenti, detenzioni arbitrarie e attacchi fisici. Parli a tuo rischio e pericolo”. Sono le dichiarazioni di Deprose Muchena, direttore regionale dell’Africa meridionale per Amnesty International.

Il  dossier Mozambico di Amnesty International

Il dossier “Cambiare pagina” di Amnesty, appena pubblicato, elenca un catalogo che definisce “scioccante”. Parla di “abusi perpetrati contro difensori dei diritti umani, attivisti, giornalisti e altri membri della società civile negli ultimi anni”.

Dettaglio della copertina del dossier sul Mozambico "Turn The Page"-Voltare pagina (Courtesy Amnesty International)
Dettaglio della copertina del dossier sul Mozambico “Turn The Page”-Voltare pagina (Courtesy Amnesty International)

“I leader della società civile, i giornalisti, i difensori dei diritti umani e gli attivisti si trovano ad affrontare maggiori rischi” – si legge nel documento di 32 pagine. Nel frattempo diventa sempre più difficile criticare il governo.

Il bavaglio alla stampa indipendente

Secondo la classifica sulla libertà di stampa di Reporters sans Frontieres , il Mozambico continua a scendere. Su 180 Paesi censiti, nel 2017 era al 93° posto, nel 2018 è sceso al 99°. Nella graduatoria 2019 è andato giù di altri quattro gradini: al 109° posto.

Non è difficile da capire. Poco prima delle elezioni amministrative del 2018, il presidente in carica, Filipe Nyusi, ha emesso un decreto governativo che penalizza pesantemente le testate indipendenti .

Per i giornalisti è diventato sempre più difficile lavorare. Specialmente nel Nord del Paese dove continuano gli attacchi jihadisti di “al-Shabaab contro villaggi indifesi. Fino ad oggi si contano oltre 200 morti. Secondo Amnesty, la provincia di Cabo Delgado “è diventata un’area proibita a giornalisti, ricercatori, studiosi e organizzazioni non governative”.

Da sin. i giornalisti Amade_Abubacar e Pindai Dube arrestati mentre lavoravano a Cabo Delgado
Da sin. i giornalisti Amade Abubacar e Pindai Dube, arrestati mentre lavoravano a Cabo Delgado

Amade Abubacar, giornalista di Radio e Televisao Nacedje de Macomia, arrestato lo scorso gennaio, è rimasto in prigione quasi quattro mesi in detenzione preventiva arbitraria. Senza sapere di cosa era accusato.

Amnesty riporta anche il caso di Pindai Dube, giornalista dello Zimbabwe, della TV eNCA, con sede a Johannesburg, in Sudafrica. Nel giugno 2018 è stato arrestato dalla polizia di Pemba mentre conduceva ricerche nella provincia di Cabo Delgado. Accusato di spionaggio è stato rilasciato tre giorni dopo.

Squadroni della morte

Ericino de Salema, avvocato per i diritti umani, commentatore politico una e voce critica nel Paese aveva ricevuto minacce telefoniche da sconosciuti. A Maputo, nel marzo 2018, uomini armati sconosciuti l’hanno rapito. Picchiato a morte, gli hanno spezzato braccia e gambe e lo hanno abbandonato a morire per strada.

Sempre a Maputo, nell’ottobre 2016, Jeremias Pondeca, membro del maggior partito di opposizione (RENAMO), da sconosciuti è stato ucciso a colpi di pistola. Faceva parte del gruppo di mediazione tra RENAMO e governo e dell’omicidio sono sospettati gli squadroni della morte composti da agenti di sicurezza.

Questi non sono gli unici casi. Una situazione che diventa sempre più preoccupante.

(2 – continua)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

Mozambico (1), verso le elezioni tra minacce dell’ala armata Renamo e jihadismo

Mozambico (3), enormi giacimenti di gas e rubini. E aumento della corruzione

Kenya: il treno danneggia l’economia della costa, a rischio ottomila posti di lavoro

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
17 settembre 2019

Chiunque si trovi a dover periodicamente affrontare il percorso in auto da Mombasa a Nairobi, non può che essersi sentito sollevato nell’apprendere la decisione del presidente Kenyatta di proibire il traffico dei mezzi pesanti, porta-container, dal porto di Mombasa alla capitale, imponendo che tale trasporto avvenisse per mezzo della nuova ferrovia. Si è indubbiamente trattato di una scelta opportuna; con l’utilizzo del treno i container arrivano a destinazione in molto meno tempo di quello impiegato su strada e mantengono la loro integrità, spesso messa a rischio da incidenti e ribaltamenti che occorrono con preoccupante frequenza nel tragitto su ruote lungo i circa 500 chilometri che separano Nairobi dalla città portuale.

L’aspetto più rilevante di questa iniziativa riguarda l’alleggerimento del traffico sull’unica arteria del Paese, pomposamente definita “high way” (superstrada). In ancora troppi punti, si tratta di strada composta di due corsie, afflitte da dossi, curve e ripide salite, dove avventurarsi in un sorpasso, significa non raramente sfidare la morte. Inoltre, i grossi autocarri che formano spesso lunghe linee ininterrotte, sono condotti in modo spericolato, soffrono di cattiva manutenzione, hanno freni e compressione insufficienti e – insieme ai bus per traporto passeggeri – sono le principali cause di gravi incidenti, troppo spesso mortali.

Un’immagine della frequente congestione del traffico creata dai mezzi pesanti sulla superstrada Mombasa-Nairobi

Tuttavia, così come una moneta mostra sempre due facce, anche le scelte strategiche, per quanto si possano valutare positivamente, contengono sempre alcuni effetti negativi, come l’allarmato governatore della contea di Mombasa, Hassan Ali Joho, ha fatto recentemente rilevare. Stando a uno studio pubblicato lo scorso venerdì dalla Business School dell’Università di Nairobi, la costa del Kenya, causa il blocco imposto al traffico pesante su strada, avrebbe già subito una flessione economica di oltre 150 milioni di euro, mettendo anche a rischio più di ottomila posti di lavoro nel settore dei trasporti e nei servizi a questi collegati. Il settore più colpito è ovviamente quello degli spedizionieri che fa capo alla Transporters Kenya Association. La KTA  lamenta l’imminente chiusura di molte aziende a lei consociate, ma i disagi si estendono anche a una lunga serie di attività collaterali: la vendita di carburante, la fornitura di servizi alberghieri, la ristorazione, le auto-officine…

Uno dei gravi e purtroppo non rari incidenti tra autocarri sulla superstrada Mombasa-Nairobi

La costa del Kenya, da anni pesantemente colpita, dalla drastica riduzione dei flussi turistici, si trova oggi a dover fronteggiare un’altra emergenza. Inoltre, la decisione di avvantaggiare il trasporto ferroviario, rispetto a quello su strada, implica anche che, d’ora in poi, l’87 per cento delle operazioni di sdoganamento, saranno direttamente effettuate a Nairobi e non più presso le strutture del porto di Mombasa che si troverà cosi a dover subire una pesante riduzione degli addetti. Sono ormai molti anni che l’economia della costa è in declino e l’unico gioiello che poteva vantare era il suo porto, ora anche quello è a rischio e sta per seguire la sorte dell’aeroporto cittadino, afflitto da una robusta riduzione dei voli e – per di più – minacciato dal sempre rinviato, ma ancora incombente, adeguamento dell’aeroporto di Malindi per l’accoglienza dei grossi charter turistici. Quando ciò dovesse avvenire, il Moi International Airport di Mombasa, sarà condannato a diventare uno scalo del tutto secondario.

Lo scalo ferroviario per il carico container presso il porto di Mombasa

Del resto la stessa ferrovia GSR, realizzata con pesanti finanziamenti cinesi (e conseguente indebitamento del Kenya) aveva urgente necessità di riorganizzare i propri servizi, dopo che una gestione quantomeno disinvolta, incompetente e viziata dalla sempre immancabile corruzione, aveva collezionato insopportabili passività che avevano addirittura indotto il partner asiatico a non completare il percorso ferroviario com’era previsto dal progetto originale. In queste condizioni, era perciò essenziale un’urgente ed efficace ristrutturazione che riportasse in attivo il suo esercizio. Purtroppo nessuna operazione, soprattutto quando compiuta in condizioni d’emergenza, può essere portata a termine in modo del tutto indolore.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Dal Nostro Archivio:

Il treno Nairobi-Mombasa, orgoglio del Kenya, registra pesanti perdite a ogni viaggio

La Cina strangola il Kenya: settanta milioni di dollari è il nuovo debito con Pechino

Ucciso in Congo-K il capo dei ribelli Hutu ruandesi accusato di aver partecipato al genocidio del 1994

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 19 settembre 2019

Il comandante e leader del gruppo ribelle formato essenzialmente da miliziani Hutu, Forces démocratiques de libération du Rwanda (FDLR), Sylvestre Mudacumura sarebbe stato ucciso durante la notte tra martedì e mercoledì a Rutshuru nel provincia del Nord-Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo.

Truppe delle Forze armate della Repubblica Democratica del Congo

Il portavoce delle forze amate congolesi, Léon-Richard Kasonga, ha raccontato che l’esercito della ex colonia belga avrebbe neutralizzato definitivamente Mudacumura. E, secondo Kasonga, la sua uccisione rappresenta anche un segnale forte per gli altri gruppi armati attivi nell’area.

Sul sanguinario ribelle e su alcuni suoi fedelissimi pende un mandato d’arresto internazionale, spiccato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja perchè accusati di aver partecipato attivamente al genocidio e al massacro dei tutsi e degli hutu moderati nel 1994. I miliziani di FDLR non sono più operativi in Ruanda dal 2001, hanno spostato il loro campo d’azione nell’est del Congo-K, dove da anni commettono atrocità indescrivibili contro la popolazione civile nelle aree sotto il loro controllo. Sono tacciati di reclutare con la forza bambini-soldato, di saccheggiare i villaggi e di finanziare le loro attività criminali grazie al traffico illecito di oro e legno pregiato.

Mudacumura è stato il comandante supremo di FDRL e oggi i suoi miliziani sono disseminati nel Nord e nel Sud-Kivu e nella provincia del Katanga. Il gruppo è stato formato  dagli hutu ruandesi che si sono rifugiati nell’est del Congo-K dopo il genocidio in Ruanda, dove, secondo l’ONU sarebbero state ammazzate oltre 800 mila persone in cento giorni

Nelle province del Nord e Sud-Kivu, secondo un rapporto pubblicato lo scorso agosto da Human Rights Watch (HRW) e Groupe d’étude sur le Congo (GEC), tra il 2017-2019 sarebbero state uccise oltre 1900 persone. Queste zone sono tra le più pericolose di tutto il pianeta a causa degli innumerevoli gruppi armati (si parla di oltre 130) che rendono insicuro ogni angolo di queste province.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Houthi rivendicano attacco all’Arabia Saudita: “I droni erano 10 e con i motori jet”

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Con questo articolo sul bombardamento degli impianti petroliferi
in Arabia Saudita, comincia la collaborazione
di Monica Mistretta con Africa ExPress. Benvenuta  

Spaciale per Africa ExPress
Monica Mistretta 
18 settembre 2019

“Ma quali missili Cruise! Erano dieci droni armati, alcuni montavano motori jet. Era la prima volta che venivano usati. Per colpire il bersaglio hanno percorso più di 1.100 chilometri”. È Mohammed al Hindi a parlare da Sanaa, la capitale dello Yemen controllata dalle milizie Houthi. Lui è manager affari Esteri presso l’Ente di promozione del Turismo. Al telefono è gentile ma risponde quasi seccato, con battute ironiche, quando gli chiediamo chi abbia condotto l’attacco che sabato alle quattro del mattino ha fatto saltare gli impianti petroliferi sauditi a Abqaiq e Khurais, dai quali passa gran parte del flusso di petrolio destinato ai paesi occidentali. Al Hindi conferma senza esitazioni la versione che fino a oggi hanno dato le autorità Houthi: sono stati loro a lanciare 10 droni dal territorio dello Yemen.

Di parere opposto il governo degli Stati Uniti: l’attacco non è opera degli Houthi, ma è partito dall’Iran. Lo ha detto il segretario di Stato Mike Pompeo e lo ha ribadito lunedì a Vienna il segretario all’Energia, Rick Perry. Fonti del Pentagono sono state più specifiche, parlando di un raid molteplice condotto con missili Cruise e droni direttamente dal territorio dell’Iran. Ma le prove non sono ancora arrivate. Gli esperti statunitensi per ora si sono limitati a spiegare che i punti di attivazione delle difese aeree e i rumori dei motori indicano che l’attacco è venuto da nord. Quindi dall’Iran e non dallo Yemen.

Certo, guardando sulla mappa la posizione degli impianti a Abqaiq e Khurais sorge più di un dubbio: Abqaiq si trova a meno di 70 chilometri dal Golfo Persico, alle porte dell’Iran. Da lì lo Yemen e gli Houthi, le milizie sciite in guerra con l’Arabia Saudita, finanziate quasi interamente da Teheran, sono davvero lontane: 1.500 chilometri, forse troppo per un attacco con quei droni che fino a oggi hanno formato la batteria bellica a disposizione dei ribelli yemeniti.

Quanto ai droni con motori jet di cui parla Mohammed al Hindi, l’Iran ne ha presentato un modello alla fine di gennaio durante le celebrazioni per l’anniversario della Rivoluzione islamica. Un vecchio jet Lockheed T-33 della Guerra Fredda riadattato per essere trasformato in drone era apparso in pompa magna a Teheran tra le foto dei martiri e le interminabili parate militari.

Una cosa è certa: le avanzate difese missilistiche saudite, acquistate per milioni di dollari dagli Stati Uniti, non sono servite a difendere gli impianti petroliferi dal molteplice attacco. Pare che le decine di missili Hawk e Patriot non si siano nemmeno attivati. Uno smacco non solo per Riad, ma anche per l’industria bellica statunitense, da qualunque Paese sia partito l’attacco.

Donald Trump inizialmente aveva puntato il dito contro Teheran, dichiarando di essere pronto a un attacco. Poi lunedì ha minimizzato l’episodio spiegando che dopo tutto la perdita di milioni di barili di petrolio non è più un problema degli Stati Uniti, energeticamente autonomi. I prezzi del petrolio, però, lunedì volavano alle stelle alla borsa di New York.

L’Arabia Saudita da sabato tace o quasi. Si è limitata a chiedere la solidarietà internazionale nel condannare l’aggressione. Le risposte in Europa sono state tiepide. Un po’ meno in Siria: all’alba di martedì un attacco aereo ha distrutto tre postazioni delle milizie filoiraniane ad Al Bukamal, al confine con l’Iraq. La guerra fatta di raid notturni non rivendicati continua.

Monica Mistretta
twitter  @africexp

Presidenziali in Tunisia: al ballottaggio un austero professore e un magnate in galera

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 settembre 2019

Un austero costituzionalista oppure un uomo d’affari attualmente in galera sarà il prossimo presidente della Tunisia. Due outsider, Kaïs Saïed, che ha ottenuto il 18,4 per cento delle preferenze e Nabil Karoui, che ha raccolto il 15,58 percento dei voti, andranno al ballottaggio il prossimo 29 settembre. Abdelfattah Mourou, candidato del partito islamista moderato Ennahdha, si è fermato al terzo posto con il 10,73.

I dati ufficiali sono stati comunicati nel pomeriggio del 17 settembre da Instance Supérieure Indépendante pour les Élections (Alta Autorità indipendente per le elezioni, l’agenzia governativa incaricata di organizzare e supervisionare le elezioni e i referendum in Tunisia).

I due vincitori del primo turno della tornata presidenziale in Tunisia: Nabil Karoui, a sinistra e Kaïs Saïed

Domenica scorsa 7 milioni di tunisini sono stati chiamati alle urne dopo la morte del novantaduenne presidente Mohamed Beji Caid Essebsi. La partecipazione alla tornata elettorale è stata del 45 percento, secondo i dati rilasciati da ISIE. Al primo turno si sono presentati ben 26 candidati. La tornata elettorale si è svolta in un clima di profonda crisi economica e sociale. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 15 per cento, tra loro anche molti giovani diplomati.

Austerità, il continuo aumento dei prezzi, dovuto all’inflazione galoppante, hanno fatto perdere la fiducia nei partiti tradizionali, ai politici al potere dopo la rivoluzione del 2011. Con il risultato di ieri i tunisini hanno lanciato un messaggio chiaro: “Preferiamo avviarci verso un futuro ignoto, piuttosto che tendere nuovamente la mano a chi ha tradito le nostre speranze”.

Nabil Karoui, patron di Nessma tv, principale rete privata del Paese, fondatore e presidente del partito Qalb Tounes (Al cuore della Tunisia) è stato arrestato lo scorso 23 agosto in piena campagna elettorale, con pesanti accuse: riciclaggio e frode fiscale. Sin dall’inizio della sua candidatura, il controverso uomo d’affari era stato dato come uno dei favoriti. L’ISIE aveva autorizzato Karoui a restare in lizza alla tornata elettorale malgrado il suo arresto, in quanto indagato e non condannato.

Ora la commissione elettorale sta investigando su eventuali infrazioni durante la propaganda elettorale, anche sull’emittente Nessma, che ha messo in onda a tamburo battente il programma e le immagini di Karoui. La macchina mediatica ha certamente contribuito al successo del magnate, che, per altro, da oltre tre anni viaggia in lungo e largo in tutto il Paese, distribuendo viveri e incontrando le classi più disagiate.

L’indipendente Kaïs Saïed è un professore universitario conservatore. Si è espresso più volte contrario all’abolizione della pena di morte e sulla parità nell’eredità uomo-donna per gli eredi di primo grado. E’ in favore della decentralizzazione del potere e durante un’intervista rilasciata a Agence France Presse ha affermato: “Il potere centrale non può risolvere la miseria. Io non vendo programmi, questo spetta ai cittadini; sono loro che devono fare grandi cose per superare la povertà”. Il professore si rivolge sopratutto ai giovani e chiede la loro collaborazione attiva: idee innovative e progetti devono venire dal basso.

Migranti tunisini

Sono sempre di più i giovani tunisini che cercano di lasciare il loro Paese per fuggire dalla miseria. Quasi giornalmente imbarcazioni di fortuna raggiungono le coste siciliane, Lampedusa. Ieri è affondato nuovamente un peschereccio al largo delle coste tunisine di El Aouabed (Sfax). La guardia costiera della ex colonia francese ha recuperato finora 8 cadaveri, si teme che ci siano altre vittime. Da una prima ricostruzione dei fatti sembra che sull’imbarcazione viaggiassero 25 persone e 9 sarebbero stati salvati e portati a Sfax.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Disoccupazione e aumento del costo della vita: continua l’esodo dei giovani tunisini

 

 

 

 

Mozambico (1), verso le elezioni tra minacce dell’ala armata Renamo e jihadismo

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 16 settembre 2019

La Renamo siamo noi e siamo quelli con le armi. Se il governo non negozia con il nostro presidente non consegnamo le armi”. Sono le dichiarazioni di Joao Machava, portavoce dei “ribelli” RENAMO, scheggia impazzita del maggior partito di opposizione del Mozambico.

Dopo il terzo Accordo di Pace e la visita in Mozambico del Papa, nell’ex colonia portoghese si avvicinano le elezioni presidenziali del 15 ottobre. Le seste dal 1992, dopo la firma del primo Accordo di Pace tra FRELIMO – al potere dall’indipendenza (1975) – e RENAMO. Pare che nemmeno le parole di Papa Bergoglio, che ha invitato le parti a rispettare gli accordi, servano a fermare la sommossa interna RENAMO.

Giovani a un comizio di Filipe Nyusi a Nampula
Elezioni 2019. Giovani a un comizio di Filipe Nyusi a Nampula

La situazione del Mozambico pre-elezioni non è tra le più rosee e sotto il cielo dell’ex colonia portoghese c’è troppa confusione. Il terzo Accordo, firmato il 6 agosto tra il presidente della repubblica Filipe Nyusi (FRELIMO) e il leader RENAMO Ossufo Momade pareva una vittoria.

Ma non per l’ala oltranzista armata RENAMO che si è autonominata Giunta militare e non si riconosce nella leadership di Momade. Il gruppo armato ha eletto invece il suo presidente: il generale Mariano Nhongo. La Giunta accusa Momade di essere stato eletto da “quelli di Maputo” mentre “loro” sono i soldati, quelli che contano.

Il generale ribelle, in un’intervista telefonica a DW, ha affermato di essere al comando di oltre 500 uomini armati. E forte di questo piccolo esercito ha dichiarato che impedirà le elezioni, fino a quando il governo non rinegozerà con loro il trattato di pace.

Il gen Mariano Nhongo, della Giunta militare Renamo, intervistato dai media
Il generale Mariano Nhongo, della Giunta militare Renamo, intervistato dai media

E minaccia con una dichiarazione di guerra: “Abbiamo uomini armati in undici basi in tutto il paese. Non riconosciamo il trattato di pace firmato da Nyusi e Momade e non riconosciamo la presidenza di Ossufo Momade. Uccideremo chiunque faccia appello alle elezioni e attaccheremo chiunque inizi a fare campagna elettorale”.

Al generale Nhongo risponde José Manteigas, portavoce Renamo: “Il nostro un partito politico ufficialmente registrato. È rappresentato dal suo presidente Ossufo Momade che è stato eletto a larga maggioranza in un congresso legittimo”.

Mappa dell'Africa Australe con il Mozambico e la provincia di Sofala (Courtesy Google Maps)
Mappa dell’Africa Australe con il Mozambico e la provincia di Sofala (Courtesy Google Maps)

Ma il problema è reale e deve essere risolto perché oltre al fronte jihadista, aperto a Cabo Delgado, estremo nord del Paese, dall’ottobre 2017, ora se ne apre un altro. Nella provincia di Sofala, nel Centro del Paese, area considerata un feudo RENAMO.

(1 – continua)

Sandro Pintus
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Mozambico (2), vietato sfidare il governo: meno diritti umani e bavaglio alla stampa

 

Mozambico (3), enormi giacimenti di gas e rubini. E aumento della corruzione

 

Moses Ali, vice premier ugandese in visita in Sardegna:”Reintegreremo i migranti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 settembre 2019

Il vice-premier ugandese, Moses Ali, classe 1939, generale in pensione e politico ugandese, è in visita in Sardegna. E’ originario di Adjumani, nel Madi West Nile, regione che oggi ospita quasi 500.000 rifugiati, per lo più proveniente dal Sud Sudan.

Moses Ali, primo vice premier dell’Uganda con Cornelia I. Toelgyes durante quest’intervista a Cagliari

A tutt’oggi l’Uganda con i suoi 34 milioni di abitanti, pur essendo una nazione povera, non nega l’accoglienza alle persone in fuga. Secondo gli ultimi dati dell’UNHCR, al 31 agosto erano presenti 1.331.565 rifugiati sul suo territorio: poco meno di 850.000 provengono dal Sud Sudan, altri 350.000 sono scappati invece dalle violenze nella Repubblica Democratica del Congo, poco più di 30.000 dal Burundi e altri ancora dalla Somalia, Eritrea,Etiopia, Sudan, Ruanda. La maggior parte risiede in insediamenti situati in 11 distretti e nella capitale, Kampala. Ali ha precisato che il processo di pace in Sud Sudan sta procedendo a piccoli passi, il flusso dei richiedenti asilo dal più giovane Stato della terra sarebbe diminuito in questi ultimi mesi.

I richiedenti asilo devono passare tutti dai centri di prima accoglienza in prossimità delle frontiere dove devono registrarsi e vengono sottoposti alle visite sanitarie di rito. “Infatti, grazie ad attenti accertamenti, siamo riusciti a individuare casi sospetti di ebola”, piega Ali.

In Uganda le elezioni sono praticamente alle porte. “Nel mio Paese non cambierà nulla per quanto concerne l’accoglienza: crediamo nel panafricanismo, siamo fratelli e sorelle e dobbiamo collaborare – spiega ancora il vice primo ministro -. Ed è nostro compito dare ospitalità ai rifugiati e cercare di integrarli nel miglior modo possibile nella società ugandese”.

Il presidente Yoweri Kaguta Museveni, al potere in Uganda dal 1986, ha coniugato l’accoglienza ai rifugiati con lo sviluppo del Paese e ha saputo trasformare l’arrivo massiccio di persone in cerca di protezione in una ricchezza. Infatti il 30 per cento degli aiuti internazionali destinati ai territori dove si trovano i campi profughi, per legge, deve essere destinato alle popolazioni locali. In questo modo anche gli abitanti delle zone povere dei distretti del nord possono godere di maggiori benefici, come servizi sanitari, scuole, acqua. Si è creato così una sorta di equilibrio nella convivenza tra residenti e profughi a beneficio di tutti, almeno per ora.

Profughi in Uganda

Ali ha sottolineato che a gran parte dei rifugiati viene assegnato un pezzetto di terreno, secondo accordi con i clan locali e il governo. Coltivare la propria terra rende il profugo più autosufficiente. Volendo, può anche costruirsi una casetta sull’area che gli è stata concessa. A tutti profughi vengono rilasciati i documenti necessari, possono lavorare e spostarsi liberamente in tutto il Paese. Ricevono anche un documento di viaggio se vogliono recarsi all’estero, possono comunque sempre ritornare in Uganda se lo desiderano.

L’istruzione scolastica è gratuita per tutti, rifugiati e ugandesi e i banchi di scuola sono la carta vincente dell’integrazione. Il vice primo ministro fa notare che coloro che si stabiliscono nelle aree urbane si integrano più velocemente, perché è meno problematico trovare un’occupazione. Grazie al lavoro e un’entrata sicura diventano indipendenti e non necessitano più del piccolo contributo che il governo gli concede.

Secondo Moses Ali l’Esercito di resistenza del Signore (o LRA per Lord’s Resistance Army) e il loro capo Joseph Kony non rappresentano più un pericolo per il Paese. Impossibile per lui ritornare in patria: “Il confine con la Repubblica Centrafricana, dove si trova da tempo, dista oltre 500 km dall’Uganda.

Dal 2017 USA e Uganda hanno ritirato le proprie truppe dal CAR e concluso così “l’operazione caccia a Kony”.
“Il leader di LRA, gravemente ammalato, non è mai stato catturato, l’LRA si è notevolmente indebolito, anzi si è ridotto ad un gruppo ribelle insignificante. In questi anni sono stati neutralizzati centinaia, forse migliaia di miliziani, aveva fatto sapere Tom Waldhauser, allora capo delle Forze armate degli USA in Africa”, Spiega Ali. La missione statunitense era stata autorizzata nel 2010 dal presidente Barak Obama in appoggio alle truppe regionali impegnate a contrastare i miliziani del gruppo ribelle. Su Kony pende un mandato di cattura emesso dalla Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aja per crimini contro l’umanità

Joseph Kony, leader di LRA

Anche Allied Democratic Forces (ADF), un’ organizzazione islamista terrorista ugandese, operativa anche nel Congo-K dal 1995, non sembra più esercitare attività in Uganda, ha raccontato Ali. Infatti, secondo alcuni analisti ora il gruppo armato recluta la maggior parte dei miliziani direttamente nel Nord-Kivu, nella ex colonia belga. Il loro leader storico, Jamil Mukulu, un ex cristiano convertitosi alla fede musulmana, è stato arrestato in Tanzania nel 2015 e estradato in Uganda, dove è attualmente ancora sotto processo.

Non è stato possibile affrontare con il vice primo ministro anche l’attuale situazione tra Uganda e Ruanda, a domande precise non ha risposto. In conclusione della chiacchierata il vice premier ha detto sorridendo: “Quando vengo in Italia mi sento a casa”.

Il primo vice-premier della Repubblica dell’Uganda, ha visitato la Sardegna in questi giorni, per rafforzare i rapporti con l’Isola. Infatti, lo scorso ottobre la Regione ha sottoscritto un protocollo d’intesa con la sub-regione ugandese del Madi-West Nile per promuovere lo scambio di buone pratiche nel settore dell’approvvigionamento idrico, nella gestione delle risorse forestali e nella formazione tecnica e scientifica per le attività di rimboschimento.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Croce Rossa denuncia: 22 mila persone sparite nel nulla in Nigeria

Africa ExPress
Abuja, 15 settembre 2019

La Nigeria è il Paese con il maggior numero di persone date per disperse al mondo. Sono quasi 22.000 i nigeriani scomparsi a causa di conflitti interni. Per la maggior parte si tratta di minori, portati via alle loro famiglie dall’inizio dell’insurrezione dei Boko Haram. La denuncia è stata fatta dal Comitato della Croce Rossa Internazionale e, secondo un portavoce dell’organizazione, potrebbero essere molti di più.

ICRC: 22.000 persone scomparse in Nigeria

Sembra inverosimile che un numero così elevato di nigeriani sia sparito senza lasciare traccia e oltre la metà tra questi sono bambini. Molti di loro sono stati rapiti da miliziani Boko Haram. Altri potrebbero essersi persi durante la fuga dalle violenze.

Dal 2009 ad oggi sono morte oltre ventisettemila persone, oltre 2 milioni hanno dovuto lasciare le loro case a causa di Boko Haram. I sequestri sono frequenti e il denaro che viene chiesto per il riscatto serve per il finanziamento delle operazioni criminali. Altre volte gli ostaggi vengono rilasciati in cambio della liberazione di miliziani catturati e arrestati dalle autorità nigeriane. Ma di molti, moltissimi non si sa più nulla.

Secondo il rapporto di Human Rights Watch del 10 settembre, le autorità nigeriane, nel loro intento di contrastare i jhadisti, in questi anni avrebbero arrestato un elevato numero persone sospettate di appartenere al gruppo armato, molti tra questi minori. A tutt’oggi bambini e adolescenti sono trattenuti nelle squallide galere militari del Paese e spesso i parenti non hanno più avuto loro notizie.

Nella relazione HRW ha sottolineato che dal 2013 almeno 3.600 minori sarebbero stati arrestati, tra loro anche 1.600 ragazze, accusate di essere complici di Boko Haram. Le poverette sono state costrette a sposarsi con miliziani eppure sono state fermate dai militari con i figli avuti dai loro aguzzini.

Minori arrestati dai militari nigeriani

HRW ha intervistato diversi minori. Un bambino che al momento dell’arresto aveva solamente 5 anni, ha riferito che è stato portato in galera insieme ai genitori e che nella sua cella c’erano parecchi altri coetanei soli, senza parenti. Un bimbo di 7 anni è rimasto in galera per oltre due anni, imputato di aver venduto yam (un tubero molto apprezzato nella cucina nigerina) ai terroristi. Altri due piccoli sono stati accusati di far parte del sanguinario gruppo, sono fuggiti dal loro villaggio distrutto in ritardo rispetto alla maggior parte degli abitanti.

Anche tante ragazze rapite, quando riescono a scappare, spesso vengono arrestate dalle forze armate, invece di essere restituite alle proprie famiglie. In queste galere ci sono molte vittime dei jihadisti, eppure frequentemente le autorità le considerano loro complici.

In Nigeria si consumano anche altri conflitti. Scontri etnici e violenze tra pastori semi-nomadi Fulani (di religione musulmana) e agricoltori, per lo più cristiani, flagellano da anni il centro della ex colonia britannica. Gli Stati più colpiti da questa faida sono: Benue, Taraba, Nasarawa e Plateau.

 

Africa ExPress
@africexp

Nigeria: “Il calcio è peccato”. E giù bombe e massacri

Più di cento studentesse rapite dai terroristi di Boko Haram in Nigeria

Povertà e corruzione: un 2018 vissuto con violenza senza fine in Nigeria e Camerun