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Egitto, torna su piazza Tharir: “Via al Sisi e il suo regime corrotto

Speciale per Africa ExPress e per il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
27 settembre 2019

Un’ondata di proteste ha investito l’Egitto nei giorni scorsi. L’ultima grande manifestazione si è tenuta ieri al Cairo. Ma i dimostrantisi sono riuniti non solo in piazza Tahrir, nella capitale, dove nel 2011 i sit-in costrinsero alle dimissioni il presidente Hosny Mubarak, sono state invase dai dimostranti anche le strade di Mahalla, Alessandria,Suez, Damietta. E stavolta le piazze a differenza della scorsa settimana si sono riempite di gente. Sono stati scanditi slogan per chiedere le dimissioni del dittatore Abdel Fattah al-Sisie la fine del suo regime.

In Egitto le dimostrazioni sono cominciate dopo che un attore, famoso con lo pseudonimo di Mohamed Ali, aveva postato sui social una serie di interventi durissimi contro il regime accusato di corruzione, appropriazione indebita, furto e, ovviamente, “cieca repressione” e violazione dei diritti umani.Ma Mohammed Ali non è solo un attore. E’ un costruttore edile cui la dittatura militare, ha appaltato una serie di lavori realizzati a tempo di record ma – secondo le accuse – mai pagati. Si tratta di fatture per 13 milioni di dollari.

Naturalmente il presidente ha negato ogni addebito liquidando le critiche come “bugie e calunnie”. Mentre l’attore non solo ha insistito postando in continuazione dalla Spagna, suo “volontario esilio”, come lui stesso lo chiama, video ricolmi di accuse, mala scorsa settimana ha lanciato un appello a scendere in strada per protestare.Così è stato venerdì scorso e così ieri.

Il regime ha risposto con il pugno di ferro. Le forze dell’ordine più volte hanno caricato i manifestanti con manganelli e lanciato candelotti lacrimogeni. La settimana scorsa sono state arrestate più di duemila persone e infatti ieri una delle richieste dei dimostranti era la liberazione incondizionata di tutti coloro finiti dietro le sbarre.

Il regime di Al Sisi, al potere dal 2013, controlla almeno il 70 per cento di tutte le attività economiche del Paese o direttamente o attraverso società controllate dai generali e dagli alti ufficiali. La maglie della struttura sociale egiziana sono strettissime in una sorta di organizzazione mafiosa. In Egitto chiunque vuole lavorare deve fare i conti con i militari. In questo contesto le manifestazioni attuali stanno profondamente spaccando il Paese.

Da una parte le dimostrazioni contro il governo hanno provocato una reazione opposta; infatti anche ieri c’è stata una contro manifestazione a difesa del regime. Molti egiziani, specialmente nelle classi medio-alte e benestanti, ricordano come le rivolte del 2011 abbiano portato al caos politico ed economico, sconvolgendo l’importante industria turistica della nazione, fonte di ricchezza un po’ per tutti. Dopo le proteste della scorsa settimana la borsa e i mercati azionari sono crollati, suscitando parecchia apprensione.

Una preoccupazione, però, alimentata anche da governo che ha orchestrato una campagna di paura attraverso i giornali e le televisioni gestiti dallo stato, oltre che sui social media, per dipingere Al Sisi come onesto e affidabile.

Ma non si può pensare che alla base della protesta ci siano solo gli appelli alla protesta lanciati da Mohamed Ali. I video dell’attore/costruttore hanno trovato un terreno fertile su cui attecchire. Il malcontento ormai è salito a livelli di guardia con un egiziano su tre che vive sotto la soglia di libertà. I più poveri si arrabattano con reddito di un dollaro e mezzo al giorno.

Da quando è salito al potere Al Sisi ha proibito tutte le manifestazioni e varato sanzioni severissime per chi viola il divieto. Probabilmente per questo motivo sono scesi in piazza i più coraggiosi. La maggior parte della popolazione dissidente è rimasta in casa, terrorizzata: “Molti di coloro che intendevano scendere in piazza sono stati bloccati dalla polizia appena usciti di casa – rivela uno dei dimostrati raggiunto al telefono -. Le notizie degli arresti si sono subito diffuse e quindi indotto chi intendeva partecipare di restare chiuso in casa”.

Il governo nei giorni scorsi ha avvertito i corrispondenti stranieri di coprire adeguatamente gli eventi, e giovedì ha diffuso una seconda dichiarazione sostenendo di aver permesso a centinaia di corrispondenti stranieri di operare liberamente.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Nigeria: sevizie e violenze nella casa degli orrori e a scuola con le catene alle caviglie

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
28 settembre 2019

Quando la polizia nigeriana è entrata nell’edificio situato nell’area di Ragasa a Kaduna, nel Nord della Nigeria, non ha voluto credere ai propri occhi: centinaia di persone trattenute in stato di totale degrado, alcune vittime erano addirittura in catene. Tra loro anche parecchi bambini.

La casa degli orrori ospitava una scuola coranica, frequentata da allievi di diverse nazionalità e, secondo quanto ha riferito il portavoce della polizia del Kaduna State, Yakubu Sabo, il singolare violento metodo di insegnamento del Corano era volto a “raddrizzare” i giovani. Sabo ha precisato che gli agenti avrebbero fatto irruzione nella scuola durante la notte tra govedì e venerdì.  Il proprietario dell’edificio e sei assistenti sarebbero stati arrestati, mentre le vittime sarebbero state portate in un campo sportivo di Kaduna, rifocillati e curati in attesa dell’arrivo dei familiari.

Ragazzo incatenato, Nigeria

Sabo ha aggiunto: “Un centinaio delle vittime, tutti maschi, erano rinchiusi in una piccola stanza. Tra loro c’erano anche bambini, non più grandi di nove anni. Molti avevano cicatrici sulla schiena. Sono stati maltrattati, torturati. Alcuni hanno confessato di essere stati anche violentati dai loro insegnanti”.

La polizia ha fatto irruzione nella casa dietro segnalazione dei vicini perchè insospettiti da alcuni comportamenti anomali. Il portavoce ha precisato che le vittime non erano tutte nigeriane, erano presenti persone di diverse nazionalità. Due di loro avrebbero affermato di essere burkinabè e di essere stati condotti nella scuola dai loro genitori.

La scuola coranica è stata aperta una decina di anni fa, ma non insegnava solamente l’approfondimento del libro sacro della religione islamica, i genitori portavano qui i loro figli perchè fossero rimessi sulla “retta via”. L’istituto ospitava per lo più giovani discoli, piccoli delinquenti, a volte consumatori di droghe e quant’altro. Nel nord della ex colonia britannica, per lo più musulmano, è presente un gran numero di istituti privati del genere, meglio chiamarli riformatori, in assenza di strutture pubbliche.

Alcuni familiari delle vittime, originari di Kaduna, accorsi immediatamente dopo essere stati informati dalla polizia, sono rimasti inorriditi nel vedere i loro figli in questo stato. Non avevano idea delle sofferenze che erano costretti a sopportare. Portavano regolarmente cibo al loro congiunto, che potevano vedere una volta ogni tre mesi. Il portavoce ha fatto sapere che durante le visite i genitori non erano autorizzati ad entrare all’interno della casa. Gli ospiti venivano condotti all’esterno e potevano restare con i propri cari solo pochi istanti.

Una delle vittime ha raccontato che la scuola ospitava piccoli spacciatori, ladruncoli, omosessuali. Chi cercava di fuggire, veniva appeso con catene. Mentre un altro giovane ha detto di essere stato in Gran Bretagna per sedici anni, si era sposato con una ragazza cristiana e anche lui si era convertito al cristianesimo. “Quando sono tornato in Nigeria e ho confessato questo alla famiglia allargata, una mattina mi sono risvegliato in questo luogo. Sono stato qui per due lunghi anni”.

La Nigeria, il colosso dell’Africa, è un Paese complesso, dove giornalmente si consumano innumerevoli tragedie. Mercoledì scorso l’Agenzia internazionale Action Against Hunger (ACF) con base a Parigi e attiva in 47 Paesi, ha chiuso quattro uffici nel nord-est dopo l’uccisione di un ostaggio da parte di ISWAP (acronimo per Islamic State West Africa Province), una fazione di Boko Haram, capeggiata da qualche mese da un nuovo leader, Abu Abdullah Ibn Umar Al Barnawi. Quest’ultimo è stato nominato direttamente da Abubakar Al Baghdadi, che ha dato il ben servito a Abu Mus’ab Al Barnawi, conosciuto anche come Habib Yousuf, secondogenito di Mohammed Yusuf, che aveva fondato il gruppo Boko Haram nel 2002. Habib Yousuf si era staccato nel 2016 dal nucleo storico guidato dal 2009 da Abubakar Shekau.

ACF aveva confermato a luglio il sequestro di sei operatori umanitari, tra loro autisti, sanitari e un membro del loro staff. I sei sono stati rapiti vicino Damasak, nel Borno State, quando un convoglio dell’organizzazione è stato attaccato da un gruppo armato. Uno degli autisti è stato ucciso subito. Mentre pochi giorni fa è stato brutalmente ammazzato un altro ostaggio. ACF non ha comunicato le generalità della vittima.

Nel suo documento ACF condanna l’uccisione del sequestrato e chiede l’immediata liberazione degli altri ostaggi ancora in mano ai terroristi e ha precisato che sta facendo il possibile per il loro rilascio.

Lo scorso luglio ISWAP aveva rilasciato un video nel quale sono state riprese sei persone, cinque uomini, alcuni con il capo abbassato, e una donna, che indossa un hijab azzurro. Nel filmato la donna si rivolge al governo nigeriano e a ACF affinchè intervengano per il loro rilascio.

Nel 2018 i terroristi avevano rapito e poi ucciso due operatrici umanitarie del Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Povertà e corruzione: un 2018 vissuto con violenza senza fine in Nigeria e Camerun

Nigeria investita dalla violenza: scontri etnici e Boko Haram tra le maggiori piaghe

 

Nigeria: “Il calcio è peccato”. E giù bombe e massacri

 

 

 

 

Cambiamento climatico: in Africa a rischio gli ortaggi per l’aumento di insetti dannosi

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 27 settembre 2019

In Africa la diffusione degli insetti dannosi sta aumentando in modo vertiginoso mettendo in pericolo le filiere alimentari. Lo dice uno studio dell’Università di Kwa Zulu Natal, in Sudafrica, pubblicata lo scorso giugno. “Climate Change and Rapidly Evolving Pests and Diseases in Southern Africa” (Cambiamenti climatici, malattie e parassiti in rapida evoluzione nell’Africa meridionale) è il titolo dell’indagine.

Università di KwaZulu Natal, dove è stata fatta la ricerca sull'aumento degli insetti dannosi per gli ortaggi (Courtesy University of KwaZulu Natal)
Università di KwaZulu Natal, dove è stata fatta la ricerca sull’aumento degli insetti dannosi per gli ortaggi (Courtesy University of KwaZulu Natal)

Un documento allarmante che illustra come potrebbe aumentare in modo esponenziale la penuria di cibo nel continente africano a causa delle modificazioni del clima. Lo studio è stato portato avanti nelle nove province sudafricane e in cinque zone agricole dello Zimbabwe.

L’obiettivo dell’indagine era identificare e valutare, in relazione alla variabilità climatica, i principali parassiti degli ortaggi in Sudafrica e Zimbabwe. Gli agricoltori intervistati hanno notato un notevole aumento di insetti dannosi per le coltivazioni.

In Zimbabwe soprattutto afidi, mosche bianche, insetti trivellatori, vermi, ragno rosso, termiti e falene ma soprattutto l’emergere di nuovi parassiti. In Sudafrica i principali focolai di insetti sono stati afidi, mosche bianche, acari rossi e tripidi. L’aumento delle popolazioni di questi insetti pare causato da inverni brevi, temperature più elevate e lunghi periodi di siccità.

Il problema si aggrava a causa del fatto che alcuni di questi parassiti sono vettori di agenti patogeni virali distruttivi. La mosca bianca (Bemisia argentifolii), che raggiunge da adulta i 3 millimetri, è micidiale nella sua piccolezza.

La mosca bianca (Bemisia argentifolii), uno degli insetti dannosi che distruggono gli ortaggi
La mosca bianca (Bemisia argentifolii), uno degli insetti dannosi che distruggono gli ortaggi

In tutto il Sudafrica, sono apparsi per la prima volta il begomovirus, il torradovirus e crinivirus, arrivati attraverso questo minuscolo insetto. Il primo colpisce le coltivazioni di pomodoro, fagiolo, zucca, manioca e cotone. Il secondo, conosciuto come tomato torrado, distrugge pianta e bacca del pomodoro mentre il terzo attacca la lattuga.

Non solo nuove patologie sono conseguenza delle mutazioni del clima. Stanno comparendo anche diverse specie di erbe infestanti che, in modo significativo, hanno contribuito alla trasmissione delle malattie portate da parassiti.

Per il momento sono state create le mappe del rischio utili per possibili epidemie di parassiti e malattie delle piante. Davanti a questa situazione, secondo i ricercatori, è bene che i governi africani inizino a documentare i nuovi parassiti e le malattie delle principali colture.

In tutto il continente africano dovrebbero essere avviati sistemi di sorveglianza per monitorare le popolazioni di parassiti. È bene che gli agricoltori siano informati e venga loro insegnato a gestire questa nuova situazione.

Un pomodoro colpito da torradovirus, portato dalla mosca bianca, tra gli insetti dannosi per gli ortaggi
Un pomodoro colpito da torradovirus, portato dalla mosca bianca, tra gli insetti dannosi per gli ortaggi

Secondo i ricercatori, “i cambiamenti climatici rappresentano un grave rischio per l’Africa sub-sahariana e la regione dell’Africa meridionale. I parassiti sono e continueranno ad essere responsabili delle perdite dei raccolti che possono ammontare a oltre il 40 per cento in tutto il mondo. Diventa necessario lo sviluppo di sistemi integrati di gestione dei parassiti per ridurre le perdite di produzione in Africa e nel resto del pianeta”.

Lo studio:
“Climate Change and Rapidly Evolving Pests and Diseases in Southern Africa”
Mafongoya, Paramu & Gubba, Augustine & Moodley, Vaneson & Chapoto, Debra & Kisten, Lavinia & Phophi, Mutondwa. University of di KwaZulu Natal, South Africa (2019).

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Crediti foto:
– Mosca bianca
Di Scott Bauer – US Department of Agriculture [1] Targed as Image Number k9678-2 (high resolution), Pubblico dominio, Collegamento

Di Maio all’assemblea dell’ONU: Italia pronta a cancellare il debito con la Somalia

Africa ExPress
New York / Ginevra, 27 settembre 2019

Al margine della 74esima Assemblea Generale dell’ONU, il ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale italiano, Luigi di Maio, è stato chiamato a co-presiedere una conferenza a alto livello sulla Somalia, insieme al presidente somalo, Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo, alla presidente etiopica Sahle-Uork Zeudé e al sottosegratio di Stato statunitense, David Maclain Hale.

All’evento hanno anche partecipato il Presidente della Commissione dell’Unione Africana Moussa Faki, i principali donatori della Somalia, le Istituzioni Finanziarie Internazionali e United Nations Economic Commission for Africa e United Nations Office on Drugs and Crime (entrambe agenzie dell’ONU) e i partner regionali di Mogadisco.

Il ministro degli Esteri italiano Luigi di Maio, a destra, a New York

Di Maio – che, come ha anticipato Africa ExPress, è stato invitato a Mogadiscio – ha sottolineato che la questione somala deve restare tra le priorità a livello internazionale. Secondo il ministro degli Esteri italiano alcuni punti sarebbero fondamentali per il futuro del Paese:

  • Come è già stato precisato da James Swan, rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU, Antonio Gueterres in Somalia e capo di UNISOM (United Nations Assistance Mission in Somalia) durante il suo intervento al Consiglio di sicurezza poco più di un mese fa è fondamentale il processo elettorale per le prossime elezioni che dovrebbero svolgersi nel 2020. Un’opportunità che potrebbe davvero portare la ex colonia italiana verso la democratizzazione.
  • Il rafforzamento del coordinamento internazionale
  • Il punto dolente resta la questione della sicurezza. Il terrorismo rimane ancora tra i principali problemi.
  • La questione economica: è necessario creare sviluppo per migliorare le condizioni di vita della popolazione
  • E infine l’emergenza umanitaria.

Secondo gli ultimi dati dell’ONU, oltre due milioni di somali devono fare i conti con un’acuta insicurezza alimentare e sono a rischio carestia. Decenni di conflitti, la mancanza di investimenti hanno limitato la capacità del governo somalo di far fronte alle ripetute e insistenti crisi umanitarie. I continui attacchi dei terroristi al shebab contribuiscono notevolmente a tale situazione. E non dimentichiamo i cambiamenti climatici: siccità e inondazioni hanno messo in ginocchio l’agricoltura; raccolto del 2019 è stato il peggiore degli ultimi anni.

Infine di Maio ha annunciato che non appena le condizioni tecniche lo consentiranno, l’Italia cancellerà il 100 per cento dei crediti bilaterali verso la Somalia.

In occasione della 42esima sessione del Consiglio per i Diritti Umani, che si concluderà domani a Ginevra, Massimo Bellelli, vice-rappresentante dell’Italia presso le Organizzazioni internazionali, ha elogiato i progressi della Somalia per aver migliorato il suo impegno su diversi fronti nonostante i problemi del Paese. La Somalia ha inoltre aderito alla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità.

Africa ExPress
@africexpress

2 giugno: dopo 21 anni la festa della Repubblica torna a Mogadiscio

In Kenya una deputata propone una legge per vietare le flatulenze sugli aerei

Speciale per Africa ExPress
Costantino Muscau
25 settembre 20

Se nell’alto dei cieli le turbolenze sono pericolose, le flatulenze non sono da meno. Occorre intervenire. Magari con una legge.

Se in Italia si pensa di tassare merendine e biglietti aerei a favore della scuola, in Kenya chissà che potrà succedere per eliminare i rischi legati a spiacevoli conseguenze gastrointestinali. Altro che paura di terroristi o di dirottatori. Certi odori nauseabondi di umana fattura sugli aeromobili costituiscono una minaccia perennemente incombente.

Il tema – ne siamo consapevoli – è imbarazzane, graveolente, ma estremamente serio. Meritevole di un dibattito parlamentare a Nairobi e di una norma ad hoc. Scorregge regolate per legge. Al volo, ovviamente.

Mai avremmo pensato che si giungesse a tanto, anche perché, in Africa, le priorità dovrebbero essere altre.

Eppure – sostiene la deputata di Orange Democratic Movement (ODM) Lilian Achieng Gogo, eletta nella circoscrizione della contea Homa Bay (vicino al lago Vittoria) – le emissioni più o meno rumorose di gas intestinali non solo sono fastidiose ma possono minare la sicurezza dei voli. Per questo la Gogo ha chiesto una legge per combattere i peti a bordo.

La richiesta l’ha avanzata durante il dibattito in Parlamento sugli emendamenti da apportare al protocollo di Montreal presentati nel luglio scorso dal governo e poi discussi nei giorni scorsi dalla Commissione Trasporti.

Il protocollo – ricordiamo – è quel trattato internazionale, firmato da 197 Paesi, volto a ridurre la produzione e l’uso delle sostanze che minacciano lo strato di ozono, quello che ci salva dalle radiazioni solari.

Il pericolo maggiore viene dagli idrofluorocarburi, che dovranno essere messi al bando totalmente entro il 2030. La discussione prevedeva anche un aggiornamento dei comportamenti criminali negli aeroporti e sugli aerei.

Siamo, quindi, nel campo della sicurezza delle persone e del pianeta con i gas nocivi. E come non far rientrare, fra questi ultimi, – secondo l ‘onorevole Gogo – certe fragranze non proprio floreali denunciate dall’onorevole Gogo?

La sua proposta ha avuto grande risonanza anche perché è quasi in coincidenza con la giornata mondiale per la protezione della fascia di ozono (16 settembre) e alla vigilia del summit all’Onu sull’ambiente.

Intendiamoci l’onorevole Lilian parla a ragion veduta: sesta di 13 figli, è stata la prima donna a vincere le elezioni nella sua circoscrizione, ma soprattutto è laureata e specializzata in Scienza dell’alimentazione.

E da ciò si capisce il senso della sua battaglia contro le umane emissioni nauseabonde. Sa bene quali alimenti le provocano e in quali situazioni possono prosperare.

Lilian Gogo, Deputata di ODM

L’altro giorno sul Daily Nation ha dichiarato: “Il livello di flatulenza a bordo è estremamente sgradevole quanto ufficialmente ignorato. Io ho passato momenti terribili di disagio e non credo di essere l’unica. Se c’è un fatto terribilmente irritante che può spingere i viaggiatori a litigare è il fart (stavolta puzzetta diciamolo in inglese, ndr). Se questo fenomeno non viene affrontato in modo adeguato, in cabina possono sorgere seri problemi di sicurezza. E non solo nei voli di lungo raggio, ma anche in quelli interni”.

E la deputata ha citato le tratte Kisumu-Nairobi e Nairobi-Mombasa: veramente mefitiche, soggette più di altre ad alti livelli di peti! Neanche questi voli fossero pieni di danteschi diabolici Barbariccia (vedere Inferno, canto XXI, v.139)!

“Occorre – è il pensiero della Gogo espresso nella sua intervista e in Parlamento – introdurre a bordo dei rimedi”.

A un certo punto il presidente provvisorio della Camera, Christopher Omulele, non sappiamo se serio o faceto, ha chiesto alla parlamentare: “Come intende controllare sugli aerei il livello di malessere legato alla fetida situazione e come pensa di impedirla?”

Risposta della Gogo, che ha fatto ricorso anche alle sua specializzazione universitaria: Occorre uno specifico addestramento dell’equipaggio in modo che fornisca ai viaggiatori medicine adeguate come il bicarbonato di sodio dopo il cibo e le bevande!”

Alla faccia del caciocavallo, esclamerebbe Totò. Tutto qui?

Eh no… , “Serve anche personale paramedico preparato alla bisogna” ha aggiunto la deputata. Che ha spiegato: “La situazione è anche aggravata dalla lunga immobilità cui sono costretti i passeggeri e questo favorisce le emissioni inopportune e spiacevoli, ma anche situazioni di tensione e quindi insicurezza.

Ma non si tratta solo di somministrare paracetamolo o bicarbonato, secondo la parlamentare, “E’ necessario limitare la quantità di alcol permessa a bordo. E si dovrebbe anche conoscere lo stato di salute delle persone a cui si dà da bere e da mangiare. Perchè ci sono stati dei casi di viaggiatori che sono venute alle mani per aver ingurgitato troppi vini, liquori o birre e per essersi sentiti offesi e disgustati dall’insopportabile lezzo esalato dai vicini di poltrona”.

Come finirà? Non si sa. Il presidente della Commissione ha assicurato che l’emendamento verrà tenuto nella debita considerazione.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Progetto di legge in Malawi per punire chi espelle i gas intestinali in pubblico

Sollevazione in Marocco a favore della giornalista in carcere accusata di aborto

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 25 settembre 2019

Grande sostegno della società civile marocchina per Hajar Raissouni, la giovane giornalista in carcere dal 31 agosto con l’accusa di aborto clandestino e atti contro la morale pubblica. Attualmente la ragazza si trova nella prigione di Al Arjat, nei pressi di Salé, città non lontana dalla capitale Rabat.

Manifesto pubblicato sull’account Twitter di Sonia Terrab.

“Noi, cittadine marocchine, dichiariamo di essere fuori legge”. Comincia così un manifesto di solidarietà, pubblicato da diversi quotidiani locali e dal francese Le Monde. In un batter d’occhio l’hanno sottoscritto 470 cittadini marocchini (tra uomini e donne) e oggi ha raggiunto oltre cinquemila adesioni da persone di tutti ceti sociali: casalinghe, studentesse, professoresse, funzionari di alto livello, professioniste. “Persino donne conservatrici che indossano il velo, pur dichiarando di essere contrarie all’aborto e alle relazioni extra-coniugali, hanno espresso solidarietà, perchè non accettano l’intromissione nella vita privata altrui”, ha sottolineato la scrittrice Sonia Terrab che assieme a Laila Slassi, consigliere giuridico a Casablanca e militante femminista, ha redatto il testo dell’appello.

Il manifesto e le firme raccolte in calce hanno provocato finalmente un nuovo dibattito pubblico sulla libertà individuale, che non rappresenta né un lusso, tanto meno un favore, ma una necessità. Molti cittadini comuni oltre a personalità di spicco hanno aderito all’iniziativa per solidarietà, altri, invece, perchè ritengono che il proprio corpo non appartenga né allo Stato, né alla società.

La 28enne Hajar Raissouni, giornalista del quotidiano in lingua araba Akhbar Al-Yaoum,  è stata arrestata il 31 agosto davanti a uno studio medico. Lo stesso giorno sono scattate le manette anche per il compagno sudanese, il medico che l’ha curata, la segretaria dello studio e un’infermiera.

Secondo l’articolo 453 del codice penale del Regno, l’accusata rischia ora una condanna da sei mesi a due anni. La legge del Marocco vieta l’aborto – a meno che la vita della donna non sia in grave pericolo – e le relazioni extra-coniugali. La donna racconta di essere stata fermata da ben dodici poliziotti e di essere stata poi costretta a sottoporsi ad un esame medico, durato 20 minuti e senza alcuna anestesia. In seguito sarebbe stata sentita dagli agenti, che le hanno chiesto anche dettagli sulla famiglia, il lavoro e sul suo supposto (dalle autorità) aborto.

Classe 1991, Hajar è nata a Larache, nel Nord del Marocco, da una famiglia conservatrice, indossa l’hijab. E’ la nipote di Souleymane Raissouni, editorialista piuttosto in vista molto critico nei confronti del governo, e di Ahmed Raissouni, intellettuale e ideologo islamista ultra-conservatore, molto apprezzato nel mondo arabo con le sue prese di posizione piuttosto ostili nei confronti del potere della monarchia. Infine, suo cugino Youssef è segretario generale dell’associazione dei diritti dell’uomo in Marocco.

Non era un segreto per nessuno che era innamorata e aveva una relazione con Rifaat al-Amin, arrestato insieme a lei il 31 agosto. Il quarantenne sudanese, insegnante di diritti umani nel mondo arabo per le ONG Geneva Institute for Human Rights (GIHR) et Swiss Academy for Human Rights (SAHR), è intervenuto più volte sulle violenze alle quale sono soggette le donne nel Paese. Dai loro amici comuni viene descritto come “uomo straordinario e estremamente educato” . Il loro matrimonio era previsto proprio per quest’autunno, anche se gli avvocati sostengono che i due sarebbero già sposati, ma che il matrimonio non sia stato ancora registrato in Marocco per omessa formalizzazione degli atti da parte del consolato sudanese.

Secondo quanto riportato dal quotidiano Le Monde, si stima che nel 2018 in Marocco siano state perseguitate 14.503 persone per relazioni extra-coniugali; ogni giorno vengono effettuati tra 600 e 800 aborti. Tra questi i due terzi vengono praticati in modo illegale da medici, il restante terzo da fattucchiere o/e erboriste. Interruzioni di gravidanze vengono eseguite in luoghi clandestini, con anestesia insufficiente e in assenza delle più elementari norme di igiene, con conseguenze spesso traumatiche dal punto di vista fisico nonchè psichico.

Dopo l’arresto del 31 agosto, il 5 settembre si è aperto il processo contro la giornalista presso il Tribunale di primo grado a Rabat. Solo allora si è scoperto che la Raissouni aveva già passato alcuni giorni dietro le sbarre. Il sostegno della società civile non si è fatto attendere.

Lunedì scorso si è svolta una nuova udienza contro la giovane giornalista marocchina, il suo fidanzato/marito, il medico che avrebbe interrotto la gravidanza, la segretaria e l’infermiera, naturalmente a porte chiuse (i giornalisti non possono assistere ai dibattiti in aula, prassi comune nel Paese). Davanti ai giudici la Raissouni ha negato di essersi sottoposta ad un aborto, ha affermato di essere stata curata per una grave emorragia interna. La prossima udienza è stata fissata per il 30 settembre.

Gli avvocati della Raissouni hanno chiesto l’assoluzione per la loro assistita.

Chafik Chraïbi, ginecologo e militante in prima linea per la legalizzazione dell’aborto, ha sottolineato che il caso della giornalista rilancia finalmente il dibattito sulle libertà individuali delle donne marocchine e spera che in tal modo si acceleri la battaglia progressista nel Paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

In Tanzania e in Zambia regimi autocratici stanno rimpiazzando la democrazia

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
24 settembre 2019

Se una parte dell’Africa sta mostrando il graduale sforzo di approdare a sistemi di democrazia reale, c’è un’altra parte che si sta invece muovendo in senso diametralmente opposto. Intanto occorre rilevare che anche là dove la democrazia è formalmente instaurata, si tratta troppo spesso di una “democrazia all’africana”, cioè limitata alla pura espressione lessicale, con ben scarso riferimento ai principi concettuali cui essa s’ispira. Ne sono amari esempi, la Repubblica Democratica del Congo, quella Centrafricana, quella del Mali, quella del Sudafrica e altre varie situazioni in cui, nell’esercizio del potere centrale, vi è ben poco rispetto per l’intrinseco significato che i termini “Democrazia” e “Repubblica” dovrebbero attribuire alla sovranità popolare.

Da sinistra: il presidente dello Zambia Edgard Lungu e quello della Tanzania John Magufuli

Recentemente, anche alcuni Paesi africani, in cui il processo verso la democrazia pareva essersi avviato in modo incoraggiante, mostrano oggi una brusca sterzata verso gli antichi sistemi autocratici. Ne sono il più recente esempio la Tanzania e lo Zambia, entrambi Paesi con grandi riserve naturali: oro, cobalto, rame, ferro, nichel, diamanti, gas naturale, zinco, manganese, stagno, piombo, argento, selenio e agricole come il tabacco. Tuttavia, l’enorme indebitamento, recentemente favorito dai massicci interventi speculativi cinesi, unito a una gestione feudale della finanza pubblica, attuata dalla classe dirigente e dal proprio entourage, stanno impoverendo sempre di più le rispettive popolazioni che, in Tanzania mostrano un 35 per cento di cittadini che vivono sotto la soglia di povertà, mentre in Zambia si raggiunge addirittura il 70 per cento.

Scavi minerari in Zambia

Era fatale che il deterioramento delle condizioni di vita (si pensi che in Zambia il 60 per cento della popolazione non ha accesso all’elettricità e il 40 per cento all’acqua) provocasse crescente malcontento e critiche verso la gestione pubblica. Protese, queste, cui entrambi i governi hanno reagito con estrema intolleranza attuando violente forme repressive e colpendo brutalmente il dissenso, pur se espresso nelle forme contemplate dal diritto democratico. Il presidente tanzaniano, John Magufuli, ha emesso un’ordinanza che proibisce categoricamente ogni dimostrazione politica a lui avversa, in vista delle elezioni che si terranno nel 2020, e perché non ci fossero dubbi sul suo intento, è anche ricorso a un’aperta minaccia: “Schiaccerò ogni protesta senza alcuna pietà”, ha detto sulla TV nazionale e non poteva essere più esplicito.

Il presidente cinese President Xi Jinping, e l’ex presidente della Tanzania Jakaya Kikwete, stringono un patto di alleanza commerciale

Ma la sua arroganza, non si limita alla forma verbale e scende quotidianamente sui fatti: molte emittenti radio-televisive, che non sostenevano la linea governativa, sono state oscurate; oppositori politici continuamente intimiditi, malmenati da bravacci fedeli al potere e anche arrestati. Il peggio è toccato a giornalisti, commentatori e attivisti. Nella città costiera di Rufiji, dove si concentra il più alto numero di dissidenti, sono state uccise o sono misteriosamente scomparse numerose persone. Azory Gwanda, un giornalista che nel 2017 stava investigando su quei fatti, è anche lui misteriosamente scomparso, ma la tracotanza governativa non arretra neppure davanti ai leader dell’opposizione. Nel gennaio scorso, un alto esponente del Chadema, il Partito Rivoluzionario della Tanzania, è stato aggredito e ucciso a colpi di machete, in pieno giorno e davanti a centinaia di persone, mentre parlava a un’assemblea. Solo un mese dopo venivano rinvenuti i corpi senza vita di altri due membri dello stesso partito, anche loro uccisi a colpi di machete.

Dimostrazioni in Tanzania contro il regime di John Magufuli

La Tanzania sta vivendo un vero periodo di terrore. Membri della società civile, esponenti delle organizzazioni umanitarie e dei diritti civili, autorità religiose, giornalisti, parlamentari, semplici studenti universitari, si sono visti ritirare i passaporti e addirittura contestare il diritto di cittadinanza. Le cose non vanno meglio in Zambia, dove il presidente Edgard Lungu, mostra di non voler essere da meno. Nell’agosto 2016 aveva conquistato la presidenza con uno scarto di soli 100 mila voti su un totale di quasi sette milioni di elettori. La campagna elettorale si era svolta in un’atmosfera di violenze, intimidazioni e boicottaggi contro gli avversari. The Post, la più importante testata giornalistica del Paese, che aveva riportato notizie sui fatti, è stato chiuso dall’autorità governativa per “pubblicazioni sediziose”. Nell’aprile 2017, il leader dell’opposizione, Hakainde Hichilema, è stato arrestato “per aver disturbato un comizio di Edgar Lungu”. Nell’agosto dello stesso anno, dopo quattro mesi di carcere, è stato liberato su pressioni internazionali, ma nel decretare la sua rimessa in libertà, è stato ammonito dal giudice: “Bada a come ti comporti perché possiamo arrestarti di nuovo in qualsiasi momento”.

Zambia: la polizia arresta un parlamentare dell’opposizione

Lungu, si è anche attribuito il potere di chiudere ogni associazione o movimento d’opinione che – a suo insindacabile giudizio – gli sia ostile. Ha più volte imposto il coprifuoco e fatto arrestato centinaia di dimostranti che si opponevano alla sua ricandidatura alle elezioni presidenziali del 2021, candidatura peraltro proibita da un preciso disposto costituzionale, ma che Lungu si mostra ben intenzionato a ignorare. I leader di Tanzania e Zambia, presi nella morsa dello smisurato debito a favore della Cina, hanno optato per l’autoritarismo in modo da poter schiacciare il malessere cui hanno costretto i rispettivi popoli. In questo intento viene loro d’aiuto l’imperturbabile apatia del partner asiatico che si cura solo di raggiungere i propri obiettivi commerciali, e non vuole assolutamente intervenire, neppure con un semplice monito.  L’African Union, poi, resta immobile, confermando così, ancora una volta, la sua sostanziale ininfluenza sui misfatti che avvengono nel continente e che, invece, dovrebbe istituzionalmente monitorare.

Franco Nofori
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Dal Nostro Archivio:

Il bacchettone presidente della Tanzania: “Molto meglio gli aiuti cinesi di quelli europei”

Lo Zambia non paga i debiti e la Cina è pronta a prendersi il suo aeroporto internazionale

Troppi debiti con tutto il mondo, lo Zambia rischia il collasso

Le porte delle chiese di Genova tappezzate con le coperte distribuite ai migranti

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Mauro Armanino
Casarza Ligure, settembre 2019

Si trova stampato sul foglio plastificato e posto sul tavolo della camera 218. Il nuovo Hotel del Porto non è lontano dalla stazione Centrale di Bologna. Non disturbare, do not disturb, ne pas déranger…scritto anche in lingua tedesca il messaggio è da appendere in caso di bisogno all’esterno della camera. “Non disturbare”.

Lo affiggiamo soprattutto fuori dell’albergo. Esibito com’è nelle parole, nelle scelte e nelle politiche della nostra società fintamente globalizzata. Che soprattutto si non disturbino le idee, lo stile di vita, le conquiste sociali, la cultura dominante che poi è quella delle classi dominanti, la religione principale sbiadita dal tempo e dal vento, le relazioni di potere ormai ben rodate dalle consuetudini che hanno fatto la loro prova.

Che non si disturbi il tipo di mondo così concepito e che si lascino intatti, muri, cancelli, cani, gatti e i supermercati per loro concepiti. Che non si tocchi il sistema così come si è andato disegnando col passare degli anni che hanno seguito la resistente Costituzione italiana. Non disturbate e soprattutto non disturbateci, già sappiamo e abbiamo scelto di essere servi. Basta prendere atto che, in realtà non si attendono cambiamenti di rilievo, semmai si confermi la nostra gestione dell’esistente. Nulla di più.

E invece arrivano. Inventano nuovi cammini per salvarci e disturbare l’affannosa ricerca di profitto che, come sempre, si nasconde nelle mani di pochi. Viaggiano da lontane contrade per sconvolgere o almeno incrinare i piani di aggiustamento strutturale dell’ingiustizia che si è da tempo installata comodamente nelle economie e soprattutto nelle umane relazioni. Fanno di tutto per scongiurarci di lasciar perdere una volta per tutte ogni traccia di neocoloniale modalità di sfruttamento a casa loro, e pure qui, del resto.

Pregano perché qualcosa accada di inedito e che i diritti di cui avevano sentito parlare mentre erano lontani siano realizzati là dove, per buona parte, sono stati concepiti, diffusi e poi largamente traditi. Si affannano, detenuti in buon numero nei centri di detenzione e che configurano da tempo la parte meno turistica dei paesaggi dell’Europa attuale, esportati a loro volta nelle lontane frontiere dell’Impero. Ivi si detiene, tortura, vende e si prendono come ostaggi proprio coloro che hanno per vocazione quella di sovvertire il disordine esistente e ricominciare tutto da coloro che sono stati messi da parte. Li chiamano esclusi, scarti oppure “invisibili”, eppure sono loro quelli che disturberanno il corso della storia del mondo. Si accampano davanti alle nostre porte.

Alcune di queste, che si trovano nelle chiese di Genova, sono rivestite in questi giorni da uno scultore fiorentino, Giovanni De Gara, da coperte giallo- dorate, distribuite dalla Guardia Costiera ai Migranti, salvati dalle acque. Il coloro giallo-oro di questi panni, nella tradizione bizantina, viene riferito a tutto ciò che è divino.

 

L’ artista Giovanni De Gara riveste porte di chiese a Genova con le coperte giallo dorate distribuite ai migranti

Il messaggio è dunque chiaro. Coloro che passeranno attraverso la porta dal panno dorato saranno chiamati a riconoscere e a far rispettare la divina umanità di coloro che da queste coperte sono rivestiti. O forse ancora prima perchè queste coperte non vengano usate perché usarle è già una sconfitta di civiltà.

Non dovrebbero ripresentarsi situazioni simili ai naufragi che fanno del mare un obitorio a prezzi scontati o del deserto la passerella della morte. Le porte dell’arca erano state chiuse ma solo per proteggere gli inquilini dalla distruzione. Adesso vengono riaperte perché l’impensabile, torni a scorrere per tutti. La vita dignitosa che faccia memoria come ogni terra non sia posseduta ma solo promessa. Tutta lì la differenza di quanti si trovano davanti alla porta. Che ricordano alla “Fortezza Europa” la violenza di frontiere che si chiudono per chi parte da lontano e se ne creano di inedite perché non si arrivi mai.

Vengono per salvarci e sono guardati con ostilità. Si fanno in quattro per far deragliare il treno che ci porta nel baratro e sono scacciati per mancanza di biglietto. Si ostinano ad afferrarci per disorientare le nostre certezze e li tacciamo di criminali. Vengono per disturbare il nostro sonno di morte e li trattiamo da invasori. Eppure sono rivestiti, senza saperlo, di un manto dal colore giallo-oro.

Mauro Armanino

Tragedia a Nairobi: sette bambini perdono la vita nel crollo di una scuola elementare

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
23 settembre 2019

Il disastro si è verificato poco prima delle sette di  questa mattina proprio mentre i piccoli scolari stavano affluendo in classe. C’è stato uno schianto è subito dopo l’intero edificio è completamente collassato riducendosi in una montagna di macerie. Sette bambini sono purtroppo morti sul colpo e altri dodici, di cui due gravi, sono rimasti feriti, insieme a un totale di sessantaquattro persone che lamentano varie lesioni causate dall’evento. La Precious Talent Top School (scuola per i talenti più preziosi) è un istituto privato in località Dagoretti, nei pressi dell’ippodromo cittadino, che dispone anche di un asilo infantile. Si trattava di una struttura elevata a due piani fuori terra e in gran parte realizzata in legno. Dalle prime dichiarazioni rilasciate dai superstiti, sembra che a cedere sia stato il piano superiore che è improvvisamente crollato seppellendo chi si trovava in quello inferiore.

Il drammatico scenario del luogo dove prima sorgeva la scuola crollata

Secondo il direttore della scuola, Moses Ndirangu, l’instabilità dell’edificio, sarebbe stata compromessa dall’effettuazione di vicini scavi per la rete fognaria, ma stando al giudizio dell’architetto Alfred Omenya, giunto sul posto, si è invece trattato di un disastro da tempo annunciato. “Fondazioni insufficienti, pareti troppo sottili e pesanti travi in cemento armato posti sul tetto – ha detto Omenya – sono la causa di questa disgrazia”. Pare, infatti, che la scuola, senza aver prima rinforzato le strutture esistenti, avesse iniziato a porvi sopra travi e lastre di cemento armato con l’intento di creare un piano aggiuntivo. Il ministro per l’istruzione, George Magoha ha assicurato ai parenti delle vittime che i colpevoli della disgrazia saranno individuati e colpiti con il necessario rigore. “Piango con voi per quanto accaduto – ha detto – e me ne assumo l’intera responsabilità”.

La disperazione della madre di una delle piccole vittime

Espressioni di vuota e lacrimevole retorica che pare abbiano fatto ben poco effetto sui cittadini, ormai abituati da molti decenni a vedere dozzine e dozzine di scandali sempre insabbiati e con i colpevoli inpuniti. “A noi non interessa che qualcuno si assuma la responsabilità – ha detto una delle persone presenti sul luogo del disastro – noi vogliamo vedere dimissioni, arresti e condanne penali a carico dei responsabili”. La folla si è anche lamentata del tardivo intervento dei mezzi di soccorso, rigettando la giustificazione che questi, non avevano potuto accedere rapidamente al luogo del disastro, causa la folla che impediva loro il passaggio. La frequenza gratuita all’istruzione dell’obbligo, introdotta nel 2003 dal governo, ha fatto si che le scuole statali siano sovraffollate, rendendo impossibile per gli insegnanti, seguire in modo adeguato tutti gli allievi che sono spesso costretti a dividere lo stesso banco in tre e più.

Una piccola sopravvissuta tra le braccia del padre

Questa situazione ha fatto fiorire una miriade di scuole private, le quali, dai genitori che possono permetterselo, sono giudicate di livello superiore nei confronti di quelle pubbliche. Solo negli ultimi cinque anni, il numero delle scuole private in Kenya si è raddoppiato raggiungendo poco meno di diciotto mila strutture. In realtà, come questa tragedia ha dimostrato, non tutte queste scuole, garantiscono la sicurezza dei ragazzi che le frequentano, ma la scarsa professionalità di molti improvvisati costruttori, ha anche la sua parte di responsabilità in questi eventi. Il crollo di edifici pubblici e residenziali, in Kenya, non è una novità e colpisce dolorosamente la popolazione con una frequenza intollerabile. Da molti anni, le autorità preposte annunciano di avere allo studio piani rigorosi per far rispettare gli standard edili che la legge, ereditata dalle norme britanniche, già prevede. Il fatto è che incompetenza, lassismo e soprattutto corruzione, ne impediscono l’osservanza.

Franco Nofori
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La grande diga sul Nilo, forte tensione: Etiopia non molla e Egitto vuole più acqua

Speciale per Africa ExPress
Cornlia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 settembre 2019

E’ nuovamente crisi tra Egitto e Etiopia. Appena ripresi i colloqui sulla spartizione delle acque del Nilo, i due Paesi hanno manifestato nuovamente divergenze di opinioni. D’altronde il Cairo ha da sempre sollevato le sue perplessità sulla realizzazione diga “Grand Ethiopian Renaissance”, temendo una riduzione del gettito delle acque del Nilo.

I lavori sono iniziati cinque anni fa e la realizzazione è stata affidata dal governo di Addis Ababa alla multinazionale italiana Salini Impregilo. Una volta terminata la costruzione del ciclopico impianto, il bacino avrà una lunghezza di 1,8 chilometri e una profondità di 155 metri, con una capienza di circa 74 miliardi di metri cubi d’acqua (come riportato sul sito di Salini Impreglio), che saranno sfruttati per produrre seimila megawatt di energia elettrica, l’equivalente di sei reattori nucleari. Sarà la diga più imponente di tutto il continente africano, pari solo a quella di Inga, sul fiume Congo, nel Congo Kinshasa, che funziona però al 10/15 per cento della sua capacità.

Grand Ethiopian Renaissance Dam

Durante gli ultimi negoziati, ai quali hanno partecipato i rappresentanti di Egitto, Sudan e Etiopia, le posizioni del Cairo e Addis Ababa sono rimasti invariate. Da un lato l’Egitto continua a sostenere che, una volta terminata la costruzione del Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), ci sarà un’importante riduzione del gettito delle acque del Nilo, mentre l’Etiopia afferma che l’opera non avrà nessun effetto negativo sull’Egitto e che la realizzazione del progetto è assolutamente indispensabile per lo sviluppo economico del proprio Paese.

La delegazione etiopica è rimasta ferma e irremovibile, non intende accettare il progetto elaborato dall’Egitto. Addis Ababa presenterà una nuova proposta, ha precisato Seleshi Bekele, ministro delle Risorse Idriche, Irrigazione e Energia etiopico. E ha aggiunto: “La proposta egiziana è stata decisa unilateralmente e non rispetta il precedente accordo”.

Etiopia, Egitto e Sudan avevano anche stipulato un accordo sulla creazione di un comitato scientifico, incaricato di studiare l’impatto della diga. Gli esperti avevano consigliato che, una volta ultimato lo sbarramento, durante la fase di riempimento (si calcola che ci vorranno non meno di tre anni) l’Etiopia dovrebbe consentire la prosecuzione di un gettito d’acqua pari a 35 miliardi metri cubi, mentre l’Egitto ne pretende 40. Il gettito annuo del Nilo Azzurro è di 49 miliardi metri cubi. Durante il prossimo incontro il team di scienziati dovrà nuovamente valutare le proposte dei due Stati e ciò significa che le trattative devono ripartire da zero.

Il tempo stringe, il ciclopico progetto è ormai nella fase terminale. Entrerà in produzione nel 2020 e dovrebbe essere completamente operativo nel 2022.  Certo, per l’Etiopia la diga è davvero importante, in quanto oltre a diventare il primo esportatore di energia elettrica dell’Africa, il governo di Addis Ababa potrà sviluppare la sua rete ferroviaria e, sopratutto, creare nuove zone industriali.

Dall’altra parte l’Egitto teme una penuria nell’approvvigionamento idrico, in quanto attinge dal Nilo il 90 per cento del proprio fabbisogno. Inoltre, secondo quanto riferito da Kevin Wheeler, di Environmental Change Institute dll’università di Oxford, gli egiziani paventano una notevole riduzione del livello dell’acqua dello sbarramento di Assuan quando il Grand Ethiopian Renaissance inizierà la produzione a pieno regime.

In un’intervista rilasciata alla Deutsche Welle (DW), Wheeler sostiene che l’Egitto, per non compromettere la propria produzione di energia elettrica, cerca di ostacolare la controparte etiopica, pretendendo che la nuova diga venga riempita lentamente. Ma Addis Ababa ha fretta, la popolazione ha fame, gli scontri etnici creano grossi problemi al governo di Ahmed Abiy, il giovane presidente al potere dall’aprile 2018. Dunque non sarà semplice trovare un compromesso tra i due governi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes  

Il top manager della ciclopica diga etiopica in costruzione, ucciso nel centro di Addis Ababa

Egitto, Etiopia e Sudan a rischio di guerra per lo sfruttamento delle acque del Nilo