In Tanzania e in Zambia regimi autocratici stanno rimpiazzando la democrazia

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
24 settembre 2019

Se una parte dell’Africa sta mostrando il graduale sforzo di approdare a sistemi di democrazia reale, c’è un’altra parte che si sta invece muovendo in senso diametralmente opposto. Intanto occorre rilevare che anche là dove la democrazia è formalmente instaurata, si tratta troppo spesso di una “democrazia all’africana”, cioè limitata alla pura espressione lessicale, con ben scarso riferimento ai principi concettuali cui essa s’ispira. Ne sono amari esempi, la Repubblica Democratica del Congo, quella Centrafricana, quella del Mali, quella del Sudafrica e altre varie situazioni in cui, nell’esercizio del potere centrale, vi è ben poco rispetto per l’intrinseco significato che i termini “Democrazia” e “Repubblica” dovrebbero attribuire alla sovranità popolare.

Da sinistra: il presidente dello Zambia Edgard Lungu e quello della Tanzania John Magufuli

Recentemente, anche alcuni Paesi africani, in cui il processo verso la democrazia pareva essersi avviato in modo incoraggiante, mostrano oggi una brusca sterzata verso gli antichi sistemi autocratici. Ne sono il più recente esempio la Tanzania e lo Zambia, entrambi Paesi con grandi riserve naturali: oro, cobalto, rame, ferro, nichel, diamanti, gas naturale, zinco, manganese, stagno, piombo, argento, selenio e agricole come il tabacco. Tuttavia, l’enorme indebitamento, recentemente favorito dai massicci interventi speculativi cinesi, unito a una gestione feudale della finanza pubblica, attuata dalla classe dirigente e dal proprio entourage, stanno impoverendo sempre di più le rispettive popolazioni che, in Tanzania mostrano un 35 per cento di cittadini che vivono sotto la soglia di povertà, mentre in Zambia si raggiunge addirittura il 70 per cento.

Scavi minerari in Zambia

Era fatale che il deterioramento delle condizioni di vita (si pensi che in Zambia il 60 per cento della popolazione non ha accesso all’elettricità e il 40 per cento all’acqua) provocasse crescente malcontento e critiche verso la gestione pubblica. Protese, queste, cui entrambi i governi hanno reagito con estrema intolleranza attuando violente forme repressive e colpendo brutalmente il dissenso, pur se espresso nelle forme contemplate dal diritto democratico. Il presidente tanzaniano, John Magufuli, ha emesso un’ordinanza che proibisce categoricamente ogni dimostrazione politica a lui avversa, in vista delle elezioni che si terranno nel 2020, e perché non ci fossero dubbi sul suo intento, è anche ricorso a un’aperta minaccia: “Schiaccerò ogni protesta senza alcuna pietà”, ha detto sulla TV nazionale e non poteva essere più esplicito.

Il presidente cinese President Xi Jinping, e l’ex presidente della Tanzania Jakaya Kikwete, stringono un patto di alleanza commerciale

Ma la sua arroganza, non si limita alla forma verbale e scende quotidianamente sui fatti: molte emittenti radio-televisive, che non sostenevano la linea governativa, sono state oscurate; oppositori politici continuamente intimiditi, malmenati da bravacci fedeli al potere e anche arrestati. Il peggio è toccato a giornalisti, commentatori e attivisti. Nella città costiera di Rufiji, dove si concentra il più alto numero di dissidenti, sono state uccise o sono misteriosamente scomparse numerose persone. Azory Gwanda, un giornalista che nel 2017 stava investigando su quei fatti, è anche lui misteriosamente scomparso, ma la tracotanza governativa non arretra neppure davanti ai leader dell’opposizione. Nel gennaio scorso, un alto esponente del Chadema, il Partito Rivoluzionario della Tanzania, è stato aggredito e ucciso a colpi di machete, in pieno giorno e davanti a centinaia di persone, mentre parlava a un’assemblea. Solo un mese dopo venivano rinvenuti i corpi senza vita di altri due membri dello stesso partito, anche loro uccisi a colpi di machete.

Dimostrazioni in Tanzania contro il regime di John Magufuli

La Tanzania sta vivendo un vero periodo di terrore. Membri della società civile, esponenti delle organizzazioni umanitarie e dei diritti civili, autorità religiose, giornalisti, parlamentari, semplici studenti universitari, si sono visti ritirare i passaporti e addirittura contestare il diritto di cittadinanza. Le cose non vanno meglio in Zambia, dove il presidente Edgard Lungu, mostra di non voler essere da meno. Nell’agosto 2016 aveva conquistato la presidenza con uno scarto di soli 100 mila voti su un totale di quasi sette milioni di elettori. La campagna elettorale si era svolta in un’atmosfera di violenze, intimidazioni e boicottaggi contro gli avversari. The Post, la più importante testata giornalistica del Paese, che aveva riportato notizie sui fatti, è stato chiuso dall’autorità governativa per “pubblicazioni sediziose”. Nell’aprile 2017, il leader dell’opposizione, Hakainde Hichilema, è stato arrestato “per aver disturbato un comizio di Edgar Lungu”. Nell’agosto dello stesso anno, dopo quattro mesi di carcere, è stato liberato su pressioni internazionali, ma nel decretare la sua rimessa in libertà, è stato ammonito dal giudice: “Bada a come ti comporti perché possiamo arrestarti di nuovo in qualsiasi momento”.

Zambia: la polizia arresta un parlamentare dell’opposizione

Lungu, si è anche attribuito il potere di chiudere ogni associazione o movimento d’opinione che – a suo insindacabile giudizio – gli sia ostile. Ha più volte imposto il coprifuoco e fatto arrestato centinaia di dimostranti che si opponevano alla sua ricandidatura alle elezioni presidenziali del 2021, candidatura peraltro proibita da un preciso disposto costituzionale, ma che Lungu si mostra ben intenzionato a ignorare. I leader di Tanzania e Zambia, presi nella morsa dello smisurato debito a favore della Cina, hanno optato per l’autoritarismo in modo da poter schiacciare il malessere cui hanno costretto i rispettivi popoli. In questo intento viene loro d’aiuto l’imperturbabile apatia del partner asiatico che si cura solo di raggiungere i propri obiettivi commerciali, e non vuole assolutamente intervenire, neppure con un semplice monito.  L’African Union, poi, resta immobile, confermando così, ancora una volta, la sua sostanziale ininfluenza sui misfatti che avvengono nel continente e che, invece, dovrebbe istituzionalmente monitorare.

Franco Nofori
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