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Sfruttati, schiavizzati, uccisi è il destino di molti africani emigrati nei Paesi arabi

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
27 agosto 2019

Ormai da oltre due decenni, l’attenzione del mondo si è concentrata sul continuo esodo che dall’Africa, si dirige verso l’Europa, ma non si parla quasi mai di quello che fa rotta verso i ricchi Paesi arabi; Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Oman, Kuwait… Eppure si contano almeno in un paio di milioni le donne e gli uomini africani, reclutati da uno stuolo d’intraprendenti mediatori su incarico dei loro clienti mediorientali. Come abili talent scout, questi agenti, individuano giovani africani che si dimostrino adatti ai compiti che sono loro richiesti nei Paesi di destinazione. Si tratta in prevalenza di lavori domestici o di fatica, ma anche di mansioni specifiche, qualora i reclutati posseggano provate competenze professionali.

L’avveniristica e quasi sfacciata opulenza di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, destinazione di molti lavoratori africani

Il mondo arabo, scopertosi straordinariamente ricco circa mezzo secolo fa, grazie alle ingenti risorse petrolifere del proprio sottosuolo, ha adottato in fretta le classiche caratteristiche dei neoricchi, il cui compito è esclusivamente quello di fare sfoggio della propria opulenza, senza mai abbassarsi all’umiltà del lavoro manuale, che deve perciò essere svolto dalle classi plebee, classi che, nei loro Paesi, sono pressoché inesistenti. Ecco allora che un’Africa, cronicamente indigente e affamata, si costituisce come un enorme serbatoio per soddisfare questi bisogni. E’ a questo serbatoio che attingono gli agenti reclutatori, sparsi in quasi tutti i Paesi africani, promettendo impieghi decorosi e ben retribuiti. Intanto, dai loro committenti, questi agenti ricevono un compenso di circa quattromila dollari per ogni lavoratore reclutato. A carico del committente, restano anche le spese per il trasferimento dal Paese d’origine a quello di destinazione.

Un lavoratore africano mentre viene sottoposto a pesanti minacce in un Paese arabo

Occorre subito dire che questi agenti, sono per la maggior parte, cialtroni spregiudicati che sfruttano l’ingenuità e l’umana aspettativa, non solo di migliorare le proprie condizioni, ma di poter anche dare supporto al resto della famiglia che rimarrà in Africa. Attese queste, che una volta caduti nelle lusinghiere promesse ricevute, si trasformeranno presto in brutali sofferenze, percosse, abusi sessuali e non raramente anche uccisioni. Il tutto, con l’aperto sostegno delle autorità locali che agiranno sempre in sostegno al datore di lavoro e mai alla sua vittima, la quale scoprirà così di essere caduta in una vera e propria forma di schiavitù: lavorerà fino a sedici ore al giorno, si ciberà degli avanzi lasciati nel piatto dei padroni, dovrà soddisfare ogni loro appetito sessuale e sarà lasciata senza salario finché questi padroni non avranno interamente recuperato la somma sborsata per farla arrivare in quell’inferno e per averle fornito vitto e alloggio.

Una collaboratrice domestica africana in rientro dall’Arabia Saudita mostra i segni dei maltrattamenti ricevuti

Uno dei Paesi che riceve il maggior numero di africani, è l’Arabia Saudita e visto che quasi tutti quelli che vi arrivano sono di religione islamica, si sarebbe portati a pensare che, ospitati dai loro fratelli in Allah, dove si trovano Mecca e Medina, i più importanti luoghi della fede musulmana nel mondo, riceveranno un trattamento umano e solidale. Invece, proprio nella nazione che si erge a rappresentante universale dell’islam, saranno fatti oggetti dei più abbietti maltrattamenti. Stando agli ultimi rilievi ONU, soprattutto due Paesi, Il Sudan e il Kenya, contribuiscono alla presenza africana in Medio Oriente, rispettivamente con oltre seicentomila e trecentomila emigrati. A differenza di ciò che avviene in occidente, è soprattutto il mondo arabo che ha un insaziabile bisogno d’immigranti, perché, sostiene Sophia Kagan dell’International Labor Organization, l’Africa “fornisce collaborazioni lavorative al più basso costo possibile”.

Dimostrazione a Beirut contro lo sfruttamento delle lavoratrici africane nei Paesi arabi

Sono proprio le condizioni di estrema povertà degli africani a renderli più vulnerabili verso questo indegno sfruttamento, ma benché le testimonianze dei terribili trattamenti ricevuti, siano ormai all’ordine del giorno, la diaspora verso i Paesi mediorientali, non solo continua, ma s’incrementa anno dopo anno. Tuttavia, benché l’Africa rappresenti il più proficuo canale di approvvigionamento di forze lavorative alla penisola araba, non è la sola a fornirlo. A lei si uniscono anche Siria, Egitto, Yemen, Libia, Marocco e alcune delle più povere Nazioni asiatiche. A tutti loro, i Paesi del Golfo riservano lo stesso trattamento.

Le ricche donne arabe delegano i lavori domestici al personale africano

Davvero paradossalmente, questa situazione consente ai Paesi arabi, anche di bacchettare un’Europa sul fenomeno migratorio, sostenendo, come rileva l’Human Right Watch, che: “L’Europa si lamenta per poche centinaia di migranti africani, mentre noi ne accogliamo a milioni”, ma questa spudorata asserzione è contestata dallo stesso organismo internazionale, secondo cui, quegli immigrati africani “Sono sottopagati, costretti a disumani turni di lavoro, abusati, schiavizzati e spesso anche costretti a prostituirsi”. Alcune nazioni africane, come Uganda ed Etiopia, hanno imposto il divieto ai propri cittadini di recarsi nei Paesi mediorientali, ma questo divieto, oltre a essere facilmente aggirabile, grazie a una destinazione intermedia, ha ottenuto il solo scopo di dare un robusto impulso al reclutamento illegale, mettendo così maggiormente a rischio la sicurezza di chi vi aderisce.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Amnesty alla Tanzania: “Liberate il giornalista in galera con accuse inventate”

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 27 agosto 2019

Si chiama Erick Kabendera, è un giornalista investigativo che ha pubblicato varie inchieste in Tanzania e all’estero. “Un giornalista di tutto rispetto le cui indagini hanno fatto luce abusi di potere del governo tanzaniano sia in patria che all’estero”- scrive Amnesty International. “Le oltraggiose accuse inventate contro di lui mostrano l’intolleranza delle autorità tanzaniane a qualsiasi critica”.

Il giornalista tanzaniano Erick Kabendera (Courtesy Amnesty International)
Il giornalista tanzaniano Erick Kabendera (Courtesy Amnesty International)

Evidentemente le sue inchieste hanno colpito nel segno e, come da copione nei Paesi che non amano la libera informazione, è stato “incastrato”. E vista la sua collaborazione con testate straniere, è stata messa in discussione anche la sua nazionalità. Per aggravare la sua posizione, Kabendera è stato accusato di criminalità organizzata e riciclaggio di denaro sporco. Doveva apparire in tribunale il 19 agosto ma l’udienza è stata spostata al 30 agosto.

L’ong per i diritti umani, attraverso Joan Nyanyuki, direttore per l’Africa orientale, Corno e i Grandi Laghi, ne chiede la scarcerazione immediata. “Il processo a Erick Kabendera è una farsa perché le accuse mosse contro di lui sono politiche. Devono essere ritirate e il giornalista rilasciato immediatamente e incondizionatamente” – afferma Nyanyuki.

“Non deve essere sottoposto a un altro giorno di questa sciarada giudiziaria intentata contro di lui solo per il suo lavoro. Le oltraggiose accuse inventate contro di lui mostrano l’intolleranza delle autorità tanzaniane a qualsiasi critica” – dice Amnesty.

Alcune testate tanzaniane (Courtesy Amnesty International)
Alcune testate tanzaniane (Courtesy Amnesty International)

Sono indicativi i dati del rapporto annuale 2017-2018 di Amnesty sulla Tanzania dove la libertà degli organi d’informazione è peggiorata significativamente. A gennaio 2017, il presidente tanzaniano John Magufuli ha dichiarato che i quotidiani considerati “scorretti” avevano i giorni contati.

Tra giugno a settembre 2017, le autorità hanno chiuso o vietato temporaneamente la pubblicazione di tre testate, MwanaHalisi, Mawio e Raia Mwema. Sono state accusate di “mancanza di professionalità” nella copertura delle notizie e di incitamento alla violenza.

La Tanzania, secondo la classifica 2019 di Reporters sans Frontieres (RSF) è al 118° posto su 180 Paesi. Dall’anno precedente l’ex Tanganika, indipendente dal Regno Unito nel 1961, è scesa addirittura di 25 posizioni e di 35 dal 2017. Indice di un pesante giro di vite contro la stampa e l’informazione libera.

Mappa dell'Africa che illustra la situazione della libertà di stampa. In nero i Paesi peggiori seguiti dal rosso, arancione e giallo (Courtesy RSF)
Mappa dell’Africa che illustra la situazione della libertà di stampa. In nero i Paesi peggiori seguiti dal rosso, arancione e giallo (Courtesy RSF)

Secondo RSF, il presidente Magufuli, dal suo arrivo al potere nel 2015, si è fatto conoscere subito. Soprannominato “il bulldozer” non tollera nessuna critica verso verso la sua persona e il suo programma. Ama solo giornalisti “embedded”, quelli allineati, quindi Erick Kabendera è troppo scomodo e va colpito.

Erick è un giornalista freelance di Dar es Salaam. lavora per The Guardian, The EastAfrican, The Africa Report, The Economist (Intelligence Unit), Africa Confidential e l’Agenzia Inter Press Service con servizi sulla politica e l’economia della Tanzania.

Sandro Pintus
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Ministro della cultura algerino si dimette dopo tragedia al concerto rap

Africa ExPress
Algeri, 26 agosto 2019

Il presidente algerino a interim, Abdelkader Bensalah, ha accettato le dimissioni del ministro della Cultura, Meriem Merdaci, che ha rimesso il mandato dopo la morte di cinque giovani, durante una rissa scoppiata allo Stadio 20 Août 1955, situato in pieno centro della capitale Algeri, durante un concerto rap L’evento è stato organizzato da un ente pubblico, Office National des Droits d’Auteur (ONDA), il cui direttore generale, Sami Bencheikh el Hocine, è stato silurato dal primo ministro Abdelkader Bensalah, all’indomani della tragedia.

Meriem Merdaci, ex ministro alla Cultura algerino

I tafferugli sono scoppiati il 22 agosto all’entrata del concerto del popolare rapper Soolking, e hanno provocato la morte di due ragazze di 19 e 22 anni e di tre ragazzi di 13, 16 e 21 anni. Nonostante siano stati trasportati subito in ospedale non c’è stato niente da fare. I feriti sono stati una novantina, tra loro 8 in modo grave.

La sciagura si è consumata davanti a un’entrata secondaria dello stadio dove sin dal primo pomeriggio migliaia di fan attendevano impazienti davanti alle quattro piccole entrate che permettono il passaggio di una sola persona alla volta. La folla spingeva e pressava pur di poter assistere al concerto; molti sono caduti.

Al megaconcerto, organizzato da ONDA hanno partecipato oltre 30 mila persone; è iniziato con trenta minuti di ritardo e si è protratto per oltre quattro ore.

Il rapper Soolking

L’ente pubblico è stato accusato di essere responsabile della morte dei giovani, perchè avrebbe gestito l’evento in modo non professionale, non aveva i mezzi per poter controllare una tale folla. La procura di Algeri ha aperto un’inchiesta per accertare le eventuali responsabilità della sciagura.

Soolking ha precisato che gli organizzatori lo avrebbero tenuto all’oscuro della tragedia. “Se l’avessi saputo, non mi sarei mai esibito quella sera”, ha aggiunto il cantante. Il rapper, il cui vero nome è Abderraouf Derradji, vive a Parigi dal 2014 e è conosciuto dal grande pubblico solamente da gennaio 2018, dopo la sua apparizione a Planet Rap su Skyrock. Il video è stato visto oltre 180 milioni di volte. Il suo primo album Fruit du démon è uscito nel novembre dello stesso anno e ha conquistato subito le vette delle classifiche. Nel suo Paese natale è particolarmente apprezzato per la sua canzone Liberté, spesso intonata dai manifestanti durante le proteste contro Abdelaziz Bouteflika. L’anziano presidente era al potere dal 1999, ha finalmente ceduto la poltrona lo scorso aprile; da settimane grandi manifestazioni nella piazze in tutta l’Algeria avevano chiesto le sue dimissioni.

Africa ExPress
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Il vicepresidente Ruto compra il gruppo “Nation”: uccisa l’informazione in Kenya

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
25 agosto 2019

Poliedrico, astuto, spregiudicato, dotato di un’oratoria coinvolgente che mette decisamente in ombra quella del suo alleato-rivale Uhuru Kenyatta, il vicepresidente del Kenya, William Kipchirchir Samoei Arap Ruto, mette a segno un altro formidabile colpo che, nella sua accurata strategia di conquista del potere, dovrebbe portarlo alla presidenza nelle elezioni del 2022. Il più importante canale d’informazione del Paese, il Nation Media Group, cui fanno capo un quotidiano cartaceo, uno online e una delle più seguite reti televisive nazionali, è ora sotto il suo totale controllo.

Il quartier generale del Nation Media Group di Nairobi

La conquista del potente mezzo d’informazione, di cui William Ruto possedeva già un pacchetto azionario del 50 per cento, si è conclusa quasi in sordina con l’acquisizione di un altro 10 per cento che glie ne assicura così l’assoluto dominio. Ancora non è chiaro dove Ruto abbia rastrellato questa quota aggiuntiva, sfuggendo all’attenzione dell’attuale presidente Kenyatta, la cui famiglia era da sempre ritenuta l’indiscutibile proprietaria del gioiello mediatico del Paese e non è avventato prevedere che, da oggi, la linea editoriale del Nation, subirà un brusco cambiamento per servire gli ambiziosi progetti del nuovo padrone.

Il vicepresidente del Kenya William Ruto insieme ai membri della sua numerosa famiglia

Padre di sei figli, da molti ritenuto marito fedele, devoto cristiano, scevro da vizi e con un irreprensibile stile di vita, William Ruto (se la sua strategia sarà vincente) si troverà a dirigere, all’età di cinquantasei anni, una tra le più importanti Nazioni africane. Un risultato davvero sorprendente giacché proviene da una famiglia molto povera, del remoto villaggio di Sambut, nel cuore rurale del territorio kalenjin e che, stando alla sua biografia, poté indossare il primo paio di scarpe, solo quando ebbe accesso alla Kerotet Primary School. Studente modello durante l’intero processo educativo, fino al conseguimento della laurea in botanica e zoologia nel 1990, poi arricchitasi di un dottorato conferitogli nel 2018 su ecosistema e ambiente, William Ruto, con l’efficace dialettica e la meticolosa cura della propria immagine, padroneggia la scena politica, con eleganza e carisma.

La residenza di William Ruto a Karen (Nairobi)

L’attuale presidente Uhuru Kenyatta, i cui rapporti con il suo vice si sono già recentemente deteriorati per lo scandalo che ha visto coinvolto l’ex ministro delle finanze Henry Torich, fedele sostenitore di Ruto, dovrà ora accontentarsi del solo 38 per cento di quote del colosso mediatico, ora controllato dal suo vice. Posto che le scelte politiche delle popolazioni africane in genere, sono prevalentemente condizionate dall’appartenenza etnica dei candidati, più che dai loro programmi di governo, resta il fatto che l’apparente integrità di William Ruto, opposta a quella di Uhuru Kenyatta, cui voce di popolo, attribuisce una certa debolezza verso l’alcol (la stessa che pare affliggesse anche il suo predecessore Mwai Kibaki) lo fa uscire vittorioso dal confronto e prefigura uno scenario in cui l’eterna rivalità tra kikuyu e kalenjin, potrebbe riesplodere nel prossimo confronto elettorale.

Auto superlusso, cinque elicotteri personali, tre hotel prestigiosi e varie altre proprietà immobiliari, cui ora si aggiunge il colosso mediatico, costituiscono il rilevante patrimonio del vicepresidente del Kenya

“Apparente integrità” perché in realtà, William Ruto, non è del tutto esente dal biasimo dei benpensanti, sia per la sua pretesa figura di marito integerrimo e sia per la scarsa trasparenza per quanto attiene l’etica politica. Nel 2017, una certa Prisca Chemutai Bett, dichiarò pubblicamente che Ruto era il padre della sua figlioletta undicenne, Abby Cherop, concepita, quindi, quando lui era già sposato con l’attuale moglie, Rachel Chebet, cui si era unito nel 1991. Ruto riconobbe la paternità della ragazza, confermando così, l’avvenuta infedeltà coniugale, ma l’aspetto che più stona con la sua dichiarata integrità politica, è dato dall’immensa ricchezza, che si è creata dal nulla e dal compiacimento con cui si adopera nell’ostentarla. “Ho lavorato duro”, risponde lui a chi gli chiede come ha potuto accumulare una così ingente fortuna.

L’influenza dei mezzi d’informazione sull’opinione pubblica

Tuttavia, la recente acquisizione del Nation Media Group da parte di un politico, non è certo un’esclusiva del Kenya nel panorama internazionale, dove la commistione tra il potere politico e quello economico, controlla spesso l’informazione (non per niente definita “il quarto potere”). L’Italia, con giornali e reti posseduti dalla Mediaset di Silvio Berlusconi; quelli che fanno capo alla Cairo Communications e quelli del Gruppo De Benedetti, rendono anche il nostro apparato informativo, fortemente influenzato dal capitale. Influenza cui non è sempre facile sottrarsi, anche quando i direttori editoriali, siano giornalisti di provata integrità. Ne è prova la frattura tra Berlusconi e Indro Montanelli, il quale, pur se su posizioni politiche non troppo distanti da quelle del nuovo proprietario, abbandonò nel 1994 Il Giornale, da lui stesso creato, perché non voleva sottostare alle imposizioni del capitale.

Franco Nofori
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Dal Nostro Archivio:

Kenya: il vicepresidente Ruto compra il suo quarto elicottero da 9 milioni di euro

Kenya, lo scandalo delle presunte tangenti CMC investe la politica italiana

 

Emergenza in Mozambico, violenza domestica aumentata del 71 per cento

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 25 agosto 2019

Nell’ex colonia portoghese è ormai emergenza sulla violenza in famiglia: i casi sono aumentati di 33 mila in un anno. Nel 2018 c’è stato un incremento inaspettato del 71 per cento. Ma il numero è in difetto, visto che molte donne non denunciano per paura di ritorsioni.

l’iniziativa Maputo città sicura, libera da violenza sessuale

Lo ha dichiarato Nazira Abdula, ministra mozambicana della Salute, alla presentazione del “Piano di azione e risposta contro la violenza di genere 2019-2022”. “Nonostante i progressi fatti e la presa di coscienza sociale per combatterle – ha affermato la ministra – molte donne non denunciano le violenze subite”.

Una delle ragioni del silenzio è la dipendenza economica della vittima con il suo aggressore. La maggior parte degli abusi sono consumati tra le mura domestiche e il carnefice è il marito o compagno della vittima.

In Mozambico esiste la legge n. 29, varata il 29 settembre del 2009. È la normativa sulla violenza contro le donne nel contesto familiare creata per prevenire e proteggere le donne vittime e sanzionare i carnefici.

Rapporti sessuali non consenzienti; rapporti sessuali con trasmissione di malattie; violenza semplice e grave; violenza psicologica e morale; violenza patrimoniale e sociale. Sono questi i crimini puniti della legge n.29/2009 ma quelli più brutali per le vittime sono le violenze sessuali.

Manifesto che invita le donne mozambicane a denunciare coloro che hanno fatto violenza
Manifesto che invita le donne mozambicane a denunciare coloro che hanno fatto violenza

Nel luglio scorso le donne di uno dei quartieri della capitale, Maputo, ha organizzato la manifestazione “Unidos Contra Violência Sexual” (Uniti contro la violenza sessuale). L’iniziativa, nata nell’ambito del progetto “Maputo città sicura”, ha come scopo la sensibilizzazione riguardo alla violenza sessuale attraverso il calcio, sport tipicamente maschile.

Organizzata con l’appoggio della WLSA-Moçambique (Donne e Legge in Africa Australe) e Fondazione MASC (Meccanismo di Aiuto alla Società Civile) ha avuto grande successo. Con tanti applausi, sul campo sportivo, si sono affrontate quattro squadre locali per quattro sabati consecutivi.

Quando si dice che lo sport fa meglio della diplomazia e, in questo caso, della legge.

Sandro Pintus
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Scontri e violenze: il Ciad chiude le frontiere

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 agosto 2019

Di fronte alle incessanti violenze tra agricoltori e pastori seminomadi, il presidente ciadiano Idriss Déby ha dichiarato lo stato d’emergenza per tre mesi in due province nell’est del Paese.

E mercoledì scorso il ministro della Difesa, Mahamat Abali Sala, ha annunciato persino la chiusura immediata dei confini con la Libia, Repubblica centrafricana e il Sudan per motivi di sicurezza. Ha però specificato che alcuni corridoi sarebbero rimasti aperti – seppur molto controllati – per gli scambi commerciali con tali Paesi. Precisamente si tratta dei valichi di frontiera di Kouri e Moudi con la Libia; Adre, Tine e Amdjireme con il Sudan e Sido e Gore con il CAR.

Mercoledì sono state anche sospese tutte le attività riguardanti l’estrazione aurifera nelle province di Ouaddaï, Sila e Tibesti, finchè non sarà messo appunto un meccanismo che permetta di identificare e controllare in modo legale tutti i minatori e i loro utensili di lavoro.

Il presidente del Ciad Idriss Deby
Il presidente del Ciad Idriss Déby

Dallo scorso 9 agosto sono morte oltre 50 persone in diversi scontri etnici nelle province di Sila e Ouaddaï, non lontane dal confine con il Sudan. Déby ha promesso che d’ora in poi le forze governative saranno presenti nelle due regioni per proteggere la popolazione e in un comunicato il presidente ha intimato i civili a consegnare tutte le armi in loro possesso.

In particolare nella provincia di Ouaddaï, zona di transumanza, si consumano regolarmente scontri tra i pastori e gli agricoltori autoctoni. All’inizio di agosto le violenze sono scoppiate dopo il ritrovamento del corpo di un giovane allevatore arabo in un villaggio nella sottoprefettura di Wadi Hamra. L’origine delle aggressioni è quasi sempre la stessa: un mandria di dromedari calpesta un campo o un giardino coltivati da una famiglia. Ovviamente l’invasione innesca immediatamente una situazione di conflitto tra gli uomini delle due comunità, tutti armati fino ai denti.

Oltre al sequestro di armi, il presidente ha vietato l’uso di motociclette e ha sospeso i capi di due cantoni (il Paese comprende 12 regioni, ognuna di queste è suddivisa in dipartimenti e questi a loro volta in sottoprefetture; mentre i cantoni sono le più piccole amministrazioni territoriali), teatro delle violenze.

 

Una settimana fa Déby si è recato personalmente a Goz-Beida, capoluogo della provincia di Sila e proprio in tale occasione ha proclamato lo stato d’emergenza e ha promesso l’intervento dell’esercito per calmare la situazione. Nelle due regioni gli scontri tra i nomadi zaghawa – gruppo etnico presente sia in Darfur che in Ciad – e i contadini stanziali della comunità Ouaddaï  sono frequenti. Cambiamenti climatici e l’aumento demografica sono tra maggiori cause dei conflitti, alimentati dalla grande quantità di armi che circolano in queste zone di frontiera, non lontane da Sudan, Libia e Centrafrica.

La maggior parte delle mandrie appartengono ai zaghawa, l’etnia del presidente Déby; gli agricoltori hanno spesso denunciato l’impunità nei confronti di questi allevatori.

Conflitti tra pastori e contadini sono frequenti in diversi Paesi del continente, in particolare in Nigeria e Centrafrica e sono in continuo aumento a causa della siccità, dei cambiamenti climatici.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nigeria investita dalla violenza: scontri etnici e Boko Haram tra le maggiori piaghe

Niger: pronta missione italiana. I rapitori di Rossella Urru: “Abbiamo ucciso 4 marines”

Sudan, Al-Bashir a processo per corruzione. Amnesty chiede giustizia per il genocidio

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 23 agosto 2019

Per Omar Al-Bashir, già presidente dittatore del Sudan, sta arrivando la resa dei conti. Nel suo Paese è a processo per corruzione iniziato il 18 agosto. Il dittatore, dopo aver governato il Sudan per trent’anni con il pugno di ferro, è arrivato al tribunale di Khartoum scortato da un convoglio militare.

Il 75enne ex presidente è accusato del possesso di 90 milioni di dollari avuti dalla casa reale saudita. Nella sua residenza sono stati trovati circa 7 milioni di euro oltre a dollari americani e sterline sudanesi. I sette milioni sarebbero stati parte di somme maggiori da utilizzare al di fuori dei bilanci statali offerti dal principe saudita Mohammed bin Salman.

Omar Al-Bashir
Omar Al-Bashir

Nel suo Paese Al-Bashir è a processo per corruzione e accusato di incitamento e coinvolgimento nell’uccisione di manifestanti il 13 maggio quando era ancora al potere. Ma sono ben altre, e pesantissime, le accuse che gli vengono attribuite dalla Corte Penale Internazionale (CPI). Tra le tante anche genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra in Darfur e uso di armi chimiche. Il dittatore è ritenuto responsabile della morte di almeno 300 mila persone.

Il dittatore sudanese è riuscito a sfuggire all’arresto in Sudafrica. Nel giugno 2015 mentre partecipava a un summit dell’Unione Africana i giudici sudafricani volevano arrestarlo ma era scappato da un aeroporto militare. Il governo sudafricano non ne aveva permesso l’arresto creando un conflitto istituzionale che l’Alta Corte del Sudafrica aveva definito “illegale e vergognoso ”.

Oggi, contro Omar Al-Bashir, per l’ennesima volta alza la voce Amnesty International attraverso Joan Nyanyuki, direttore dell’Africa orientale, del Corno e dei Grandi Laghi. “Mentre questo processo è un passo positivo verso la responsabilità di alcuni dei suoi presunti crimini, rimane ricercato per crimini atroci commessi contro il popolo sudanese”.

Ferite da armi chimiche sul corpo di un bambino in Darfur, Sudan (Courtesy Amnesty International)
Ferite da armi chimiche sul corpo di un bambino in Darfur, Sudan (Courtesy Amnesty International)

“Le autorità sudanesi devono consegnare Al-Bashir alla Corte Penale Internazionale per rispondere delle pesanti accuse: uccisioni, mutilazioni e torture di centinaia di migliaia di persone”. – ha affermato Nyanyuki. “Omar Al-Bashir ha eluso la giustizia per troppo tempo. Le vittime di orribili crimini attendono ancora giustizia e risarcimenti da oltre un decennio, da quando l’CPI ha emesso il primo mandato di arresto”.

Sandro Pintus
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Rimandato il processo ai rapitori di Silvia: nuove indagini in corso in Kenya

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo Alberizzi
Malindi, 21 agosto 2019

La prossima udienza per il processo che vede imputati i presunti rapitori di Silvia Romano – la volontaria italiana rapita a Chakama, un villaggio a un centinaio di chilometri da Malindi – si terrà il 30 agosto. Ma sarà un incontro solo per fissare la data della prossima udienza di merito.

Oggi al tribunale di Malindi, il magistrato, signora Julie Oseko, ha ottenuto l’unificazione dei due processi, il primo che vede alla sbarra Ibrahim Adhan Omar e il secondo che vede imputati Abdulla Gababa Wario e Moses Luari Chembe.

Silvia Romano

Questo vuol dire però che è tutto da rifare, interrogare gli stessi testimoni che sono stati sentiti il 29 e il 30 luglio e ripartire da zero.

Da una parte disturba il fatto che i tempi si allunghino. Dall’altra però vuol dire che i giudici e la pubblica accusa possono valersi di nuovi documenti che dovrebbero emergere dalle indagini in corso.

Ieri la polizia di Malindi è tornata a Chakama interrogando nuovamente diverse persone. Ma non solo. Gli agenti sono anche andati a Likoni, villaggio vicino a Mombasa, dove Silvia aveva soggiornato per lavorare nell’orfanotrofio di Davide Ciarrapica.

Alcuni dei documenti depositati al tribunale di Malindi poco prima dell’udienza del 19 agosto 2019

L’indagine è stata ordinata dagli inquirenti che ora stanno indagando su nuovi fronti. Il massimo ricercato è sempre Said, indicato come l’organizzatore del piano del rapimento.

Massimo Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
Twitter @malberizzi

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

A casa di Silvia: l’indiziato numero 1 (fuori su cauzione) sa troppo e rischia di essere ucciso

Cominciato il processo per il rapimento di Silvia Romano: due kenioti alla sbarra

Silvia Romano: via al processo, uno degli accusati libero su cauzione di 25 mila euro

Silvia Romano: vertice a Roma con i kenioti che conservano la direzione delle indagini

Silvia Romano le nuove indagini e i messaggi alle sue amiche

Alla ricerca di Adan, il “quarto uomo” che ideò il sequestro di Silvia Romano

Prima le chat cancellate, poi il telefono di Silvia Romano sparisce

Silvia aveva denunciato molestatori pedofili, forse rapita per vendetta

Silvia Romano: troppe domande e troppi depistaggi ma il terrorismo non c’entra

Silvia Romano: dopo l’inchiesta di Africa ExPress sono ripartite le indagini. Aiutateci a continuare

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Rimandato processo ai rapitori di Silvia: emergono quarto uomo, errori, omissioni

Rimandato processo ai rapitori di Silvia: emergono quarto uomo, errori, omissioni

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Malindi, 20 agosto 2019

Oggi sono esattamente 9 mesi dal giorno in cui Silvia Romanoè stata rapita in Kenya, a Chakama, un piccolo villaggio a un centinaio di chilometri da Malindi. Ieri è cominciato il processo contro, Ibrahim Adan Omar, e il 21 sarebbe dovuto riprendere quello a carico di  altri due accusati, Abdulla Gababa Wario e Moses Luwali Chembe. Invece la giudice Julie Oseko ha deciso, su suggerimento della procuratrice Alice Mathangani, di accorpare i due processi, cosa che dovrebbe essere sancita all’udienza di domani. Il condizionale è d’obbligo giacché la signora Oseko ha chiarito che deve prima sentire il parere degli avvocati della difesa.

Ieri comunque, a differenza di quanto accaduto nelle sessioni di fine luglio, un gruppetto di italiani preoccupati della sorte della volontaria ventitreenne, alle 9 in punto si è presentata nell’aula del palazzo di giustizia per assistere al processo. Tra loro nessun diplomatico, e nessun inquirente. Gente comune che ha preso il posto lasciato vacante delle autorità italiane. Un segnale importante per fare capire che l’opinione pubblica chiede di essere rispettata e non si accontenta di credere senza senso critico a ciò che gli viene raccontato dai piani alti.

Avevano promesso la loro presenzaalcuni parlamentari che però sono stati richiamati a Roma dalla crisi di governo e dal dibattito in aula previsto per oggi.

A latere del processo i giudici hanno spiegato:“Qui abbiamo numerosi casi che riguardano cittadini stranieri: francesi, belgi, tedeschi, britannici, americani. C’è stata sempre la presenza di delegazioni della loro ambasciata. Per Silvia niente. Piuttosto strano”.

Durante i colloqui riservaticon gli inquirenti kenioti, sono emersi altri particolari interessanti che permettono di piazzare nuove tessere in un mosaico difficile da ricostruire. Oltre ai tre formalmente accusati e sotto processo, ci sono “parecchi” ricercati per questa vicenda, ma uno in particolare, cui i kenioti stanno dando la caccia senza quartiere, si chiama Said Ibrahim. Sarebbe l’uomo che ha organizzato il sequestro per conto dei veri interessati a rapire Silvia. E’ uccel di bosco: “Non sappiamo dove sia”, risponde un detective a domanda precisa ma conferma che lui è “solo”regista del complotto ma non è l’uomo che ha voluto il rapimento di Silvia: “Quello è ancora più su e deve godere di importanti protezioni”. Said Ibrahim, dunque sarebbe una figura intermedia tra chi ha partecipato materialmente al rapimento e chi l’ha ordinato.

Si suppone anche una complicitàad alti livelli in questa storia anche perché Ibrahim Adan Omar (attenzione da non confondere con Said Ibrahim) è un cittadino somalo che al momento dell’arresto è stato trovato non solo in possesso con un armi da fuoco, ma anche con un documento d’identità keniota ottenuto illegalmente senza la necessaria e obbligatoria procedura, che prevede il vaglio da parte di una commissione di 5 membri. Per lui la commissione non si è mai riunita, confermano alla polizia di Malindi, eppure ha ottenuto la nostra carta di identità.

Gli inquirenti sperano che qualcuno dei testimoniparli, ma prevale lo scetticismo. Da queste parti fare nomi è pericoloso, un po’ come nelle zone controllate dalla mafia: “Ma perché il vostro governo non garantisce la sicurezza dei testimoni in Italia? Una taglia e un permesso di soggiorno per chi fornisce informazioni sarebbero assai utili”, chiarisce un dirigente.

Spiegare che in Italia le fonti ufficialinon fanno trapelare alcuna informazione è complicato.

Il silenzio totale e misterioso ufficialmenteviene giustificato, per non danneggiare le indagini. Ma in questa vicenda ci sono troppe cose che non quadrano. L’inchiesta puntigliosa di Africa ExPress, che stiamo realizzando grazie al determinate aiuto finanziario dei nostri lettori e al sostegno editoriale degli amici del Fatto Quotidiano, sta dando alcuni risultati. La polizia keniota ha inviato ai loro colleghi che controllano il valico di frontiera all’aeroporto di Mombasa i dati dei due volontari che assieme a Silvia avevano sporto denuncia contro il pastore anglicano sospettato di pedofilia. L’obbiettivo è quello di cercare di capire se anche i file che li riguardano – e che dovrebbero essere conservati a oltranza – sono spariti, come quelli della volontaria rapita.

Basta poi leggere con attenzione i rapportidella polizia per accorgersi che il cognome di Elisabeth, la donna che abitava con Moses Luwali Chembe, arrestata subito dopo il rapimento parchè da suo telefono erano partite chiamate verso i presunti sequestratori ma subito rilasciata, è cambiato durante le indagini. Nei primi rapporti veniva indicata come Kasena dopo il suo cognome è diventato Karissa. Errore, sbadataggine, disattenzione o inganno e malafede? Fa capolino il sospetto che la difesa stia cercando di “girare le carte in tavola”.

Sempre grazie all’inchiesta di Africa ExPresse agli articoli tradotti in inglese che hanno goduto di una certa diffusione a Malindi, finalmente la polizia ha chiesto (o meglio è prudentemente scrivere: si è impegnata a chiedere) alle due compagnie telefoniche utilizzate da Silvia i tabulati delle telefonate, effettuate e ricevute, e dei messaggi della ragazza. Ma se risputasse che queste indagini sono state già fatte qualcuno dovrebbe spiegare perché non sono state inserite nel faldone delle indagini.

E allor viene in mente un’osservazionefatta ad Africa ExPress da uno capo della polizia a Nairobi che, all’inizio della nostra inchiesta, ha criticato il comportamento dell’esercito: “Ha chiuso le frontiere con la Somalia, ma non è stato assolutamente cooperativo con le indagini. Certo, non è il suo compito, ma i soldati sono arrivati anche in villaggi remoti, dove per noi è difficile arrivare.”

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Kenya: il presidente Uhuru e il vice Ruto in corsa verso la fine di un’illusoria amicizia

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
19 agosto 2019

Gli alterni scenari del panorama politico africano, ci hanno abituati a sconvolgimenti e voltafaccia che il buon senso non avrebbe potuto far ipotizzare, ma invece, ciò che si riteneva impossibile si è verificato. Uhuru e Ruto, nel dopo elezioni del 2007, si erano bellicosamente confrontati, a capo dei rispettivi sostenitori, scatenando un massacro che aveva prodotto oltre milleduecento vittime e seicentomila sfollati. Le etnie a confronto, erano quelle dei kikuyu, da un lato e di luo e kalenjin dall’altro. A quel tempo, Raila Odinga, leader dei luo, e William Ruto, dei kalenjin, erano coalizzati contro il nemico comune: il kikuyu Mwai Kibaki, candidato alla presidenza, contro l’eterno rivale Raila Odinga. Kibaki, nella campagna elettorale, era sostenuto dal suo delfino, Uhuru Kenyatta.

L’accordo tra Uhuru Kenyatta e William Ruto per la formazione di un governo di alleanza

Kibaki, pur se in forte odore di brogli, risultò vincitore e fu questo sospetto a scatenare la rivolta degli oppositori. Si verificarono episodi di raccapricciante crudeltà, come quello avvenuto nei pressi di Eldoret, in territorio kalenjin, dove oltre trenta persone, tra cui molti bambini di etnia kikuyu, furono arsi vivi all’interno della chiesa pentecostale in cui si erano rifugiati. Scontri e violenze continuarono a oltranza, malgrado i ripetuti interventi di mediatori internazionali, fino a che, inventando una carica (fino a quel momento inesistente) di primo ministro a favore di Raila Odinga, i due irriducibili avversari si strinsero la mano e Odinga ebbe accesso alla spartizione della torta, con buona pace di coloro che avevano perso la vita su entrambi i fronti, combattendo in favore dell’uno o dell’altro dei contendenti.

William Ruto, si concede un sorriso di sollievo nell’apprendere di essere stato prosciolto dalle accuse dal Tribunale Penale Internazionale, insieme al suo coinputato Kenyatta

Le cose non andarono altrettanto bene per Uhuru Kenyatta e William Ruto che si trovarono incriminati dal Tribunale Penale Internazionale (ICC) per aver fomentato stragi etniche. Accuse poi franate nel nulla, causa testimoni che scomparivano o ritrattavano. Forse proprio perché accomunati in questa sgradevole esperienza, Uhuru e Ruto, prima irriducibili avversari, si ritrovarono improvvisamente alleati ed entrambi coalizzati contro un nuovo nemico: Raila Odinga. Infatti al termine del secondo mandato di Kibaki, cui seguirono le nuove elezioni del 2013, Uhuru e Ruto corsero insieme opponendosi a Raila Odinga e conquistando rispettivamente la presidenza e la vicepresidenza del martoriato Kenya. Cariche che furono riconfermate nelle successive elezioni del 2017, anche se con altri scontri e uccisioni che, fortunatamente non raggiunsero i livelli precedenti, ma si attestarono comunque intorno alle 150 vittime.

Proteste contro l’ex ministro delle finanze Henry Rotich arrestato in Kenya per corruzione

Anche questa volta, l’ira del perenne sconfitto, Raila Odinga, fu mitigata dalla collaudata african way; che consiste nel fornire al rivale la possibilità di far parte del nuovo governo, in questo caso, con l’incarico di Alto Rappresentante dell’Unione Africana per lo Sviluppo delle Infrastrutture. In parole plebee: un nuovo e libero accesso alla mangiatoia comune. Occorre però dare atto che, in quanto a corruzione, sia Uhuru e sia Raila, non ne detengono il primato, il quale spetta, a pieno diritto, all’ineffabile vicepresidente William Ruto che, in questo campo, fa davvero la parte del leone, ottenendo la meritata nomea di “Uomo più corrotto del Kenya”. Ma come tutte le corde che, quando sono troppo tese, finiscono per strapparsi, anche la ritrovata “amicizia” tra Uhuru e Ruto, sembra essersi avvicinata al punto di rottura.

Inizio dei lavori, attualmente bloccati, per le “dighe fantasma” oggetto dello scandalo

La causa di questa incombente frattura, risiederebbe nel recente scandalo che ha visto coinvolto il ministro delle finanze Henry Rotich, un kalenjin la cui nomina era stata fortemente sponsorizzata dal vicepresidente Ruto nel 2013. Stando al capo d’imputazione a suo carico, Rotich, si sarebbe appropriato di oltre duecento milioni di dollari, distratti dall’appalto concesso alla ditta italiana CMC di Ravenna, per la costruzione di due dighe (definite “le dighe fantasma”, perché mai realizzate) nelle località di Kimwarer e Arror nella Kerio Valley. Insieme a Rotich, furono arrestati altri venti funzionari del suo ministero, reputati a vario titolo coinvolti nello stesso fatto illecito. Un colpo non da poco alla reiterata campagna del presidente Kenyatta, contro la corruzione, con il più volte dichiarato intento di combatterla con tutti i mezzi.

L’ex ministro delle finanze del Kenya Henry Rotich oggi accusato di corruzione

La frattura tra il presidente e il suo vice, sarebbe stata causata dall’atteggiamento tenuto da Ruto nei confronti di questo scandalo per il quale, anziché accodarsi alla comune condanna, l’ha visto trincerarsi dietro un sospetto silenzio che odora un po’ di connivenza. Inoltre, il senatore Aaron Cheruiyot, da tutti ritenuto il portavoce delle posizioni di William Ruto, ha dichiarato: “Le iniziative di questo governo, hanno ben poco a che fare con la lotta alla corruzione, ma sembrano piuttosto un sistematico complotto per eliminare tutti gli aderenti a una certa corrente politica invisa al presidente”. Affermazione, questa, di estrema gravità che fa prefigurare un preoccupante scenario per le prossime elezioni del 2022

La Corte di Nairobi ha già bloccato alcuni conti correnti bancari intestati al ministro indagato

In una recente intervista rilasciata ad Al-Jazeera, il deputato del partito Jubilee di Uhuru Kenyatta, Ngunjiri Wambugu, ha dichiarato: “William Ruto pensa che i keniani siano stupidi? E’ chiaro a tutti che mentre stringe sorridendo la mano a Kenyatta, con le sue azioni lo pugnala alle spalle”. Un quadro che rende piuttosto improbabile il sostegno del Jubilee alla candidatura di Ruto alla presidenza del Paese nel 2022, com’era negli accordi. Del resto un governo che si prefigga di sconfiggere la corruzione, con un vicepresidente che in soli vent’anni di carriera politica è passato dalla miseria a un patrimonio stimato vicino ai trecento milioni di dollari, ha, oggettivamente, ben poche speranze di avere successo.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

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