Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
9 dicembre 2019
Medici Senza Frontiere ha evacuato temporaneamente il proprio personale da Biakato, nella provincia di Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo. Ituri e Nord-Kivu sono le due regioni colpite dalla 10ma epidemia di ebola dal 1°agosto 2018.
Ebola in Congo-K
Il 3 dicembre scorso un folto gruppo di uomini, armati di machete e bastoni sono entrati nel centro medico, dotato anche di un reparto di isolamento per i malati colpiti dalla febbre emorragica minacciando il personale. E non è la prima volta che ciò accade. Per fortuna questa volta non ci sono state conseguenze. Nessuno è stato ferito o ucciso, come è successo alla fine di novembre, quando in due attacchi perpetrati contro lo staff anti-ebola sono stati ammazzati 4 membri dell’equipe e sei altri sono stati feriti.
Jean-Jacques Muyembe, coordinatore nazionale per la lotta contro ebola, ha chiesto massima collaborazione alla popolazione. “Dovete accettare la presenza della malattia, ebola esiste. In altre zone, dove i residenti hanno collaborato, siamo riusciti a dominare il virus, a controllare i contagi. Riusciremo a debellare questo terribile flagello solamente se la gente del luogo collabora, altrimenti le conseguenze saranno catastrofiche”.
E sempre nella provincia di Ituri, il gruppo armato CODECO (acronimo per Cooperativa per lo sviluppo nel Congo, formato da miliziani di etnia Lendu) il 6 dicembre avrebbe sequestrato 12 persone nel campo di pesca Kango, nell’area di Losandrema, sulle rive del lago Alberto, mentre altre tre sarebbero state uccise sul posto.
Dal 1° agosto 2018 al 4 dicembre (secondo l’ultimo bollettino rilasciato dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) sono decedute 2203 persone. Oltre 3313 hanno contratto il virus, mentre 1084 sono guarite, altre sono ancora sotto terapia.
Il Paese non è flagellato solo da ebola, il morbillo ha fatto oltre 5000 vittime quest’anno. Kate O’Brien, direttrice del dipartimento di immunizzazione dell’OMS ha precisato che è in atto la peggior epidemia mai vista. Le autorità sanitarie della ex colonia belga parlano di ben oltre 250mila casi da gennaio a fine novembre 2019 e ha causato più morti della febbre emorragica. I più colpiti sono i neonati e i bambini, malgrado la vasta campagna di vaccinazioni messa in campo. Le equipe sanitarie fanno del loro meglio, è tuttavia difficile arginare epidemie di una tale ampiezza quando vengono colpiti proprio coloro che si adoperano per porre rimedio alle patologie e circoscrivere i contagi.
Epidemia di Morbillo in Congo-K
Se la situazione è grave nella provincia di Ituri, nel Nord-Kivu è un massacro continuo. Rappresentanti della società civile hanno denunciato l’ennesima carneficina nel villaggio di Mantumi, nell’area di Mbau, Beni, nell’est della ex colonia belga. Giovedì scorso i ribelli di Allied Democratic Forces (ADF), organizzazione islamista terrorista ugandese, operativa anche nel Congo-K dal 1995 avrebbero attaccato i residenti in pieno giorno, attorno le 14.00. Quattordici residenti, tra loro anche 6 donne, sono stati brutalmente ammazzati con machete e colpi di arma da fuoco. L’esercito congolese avrebbe respinto i miliziani di ADF, ma nel villaggio non è rimasto più nessuno. Sono tutti scappati, con la speranza di trovare protezione altrove.
Massacri in Congo-K
Da novembre a oggi hanno perso oltre 100 civili, c’è chi parla addirittura di 150 vittime e secondo gli esperti si tratta di una rappresaglia alle operazioni militari in atto dalla fine di ottobre contro i ribelli ADF e altri gruppi armati attivi nella zona, responsabili di sanguinarie incursioni.
La società civile del Congo-K ha chiesto alla Corte Penale Internazionale dell’Aja di far luce sui crimini commessi a Beni. “E’ davvero urgente che la Procura del CPI indaghi per identificare gli autori dei recenti massacri.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo 8 dicembre 2019
Il sistema Italia prova a conquistarsi un posto al sole nell’Africa sub-sahariana. L’8 ottobre scorso, il Comando Operativo Interforze della Difesa ha firmato a Niamey una convenzione quadro con il Segretariato Permanente del “G5 Sahel”, l’organizzazione che dal 2014 vede gli Stati africani di Mauritania, Niger, Burkina Faso, Mali e Ciad cooperare congiuntamente in ambito strategico-militare nella regione del Sahel.
Grazie al nuovo accordo, l’Italia sosterrà le attività formative promosse dal “Collège de Défense du G5 Sahel”, la scuola di guerra con sede in Mauritania che ha il compito di formare i quadri militari delle forze armate saheliane. Primo step della partnership l’assegnazione al College di due ufficiali-docenti inquadrati nella MISIN, la Missione Bilaterale di Supporto in Niger che ha preso il via il 15 settembre 2018 e che, nelle dichiarazioni del Ministero della difesa, è “finalizzata a supportare l’apparato militare nigerino, concorrere alle attività di sorveglianza delle frontiere e rafforzare le capacità di controllo del territorio dei Paesi del G5 Sahel”.
Alla missione in terra africana sono assegnati attualmente 470 militari, 130 mezzi terrestri e due aerei. MISIN opera in stretto collegamento operativo e strategico con le unità da guerra degli Stati Uniti d’America dislocate in Niger e poste sotto il controllo di US Africom, il comando per le operazioni USA nel continente africano. I team addestrativi MISIN, costituiti con personale specializzato proveniente dall’Arma dei Carabinieri, Esercito, Aeronautica militare e Reparti Speciali Interforze, hanno già addestrato circa 1.800 militari delle forze di sicurezza del Niger. Articolati e complessi i war games italo-nigerini: si va dagli interventi di pronto intervento “anti-terrorismo” ai veri e propri combattimenti aerei e terrestri in aree desertiche, sino alle operazioni di “polizia” nei centri urbani, al “controllo delle folle” e alle modalità di contrasto-repressione manu militari delle proteste di massa anti-governative.
Notevole l’impegno italiano anche sul fronte della “formazione” delle unità nigerine nel primo soccorso durante i combattimenti. Un comunicato emesso il 21 ottobre dal ministero della Difesa riferisce che gli ufficiali medici di MISIN, con l’ausilio del personale del Policlinico Militare “Celio” di Roma, hanno già effettuato centinaia di ore di corsi a favore delle forze di difesa e sicurezza della Repubblica del Niger sulle tecniche di intervento sanitario sul campo di battaglia per “far acquisire le abilità per gestire emorragie massive, ostruzioni delle vie aeree e pneumotorace iperteso, responsabili della maggior parte delle morti evitabili”. Aldilà della discutibile conversione a fini bellici della medicina e della chirurgia, il programma “formativo” conferma come la missione italiana in Niger sia tutt’altro che un’operazione di peacekeeping e che, proprio per questo, sarebbe stato necessario da parte del Parlamento e delle forze politiche e sociali un approfondito dibattito sui reali fini e pericoli del coinvolgimento italiano nello scenario geostrategico dell’Africa sub-sahariana.
MISIN addestramento a truppe nigerine
Così come ormai standardizzato dai manuali di guerra NATO, la missione internazionale in Niger mescola insieme addestramenti bellici e interventi “umanitari” a favore della popolazione. Gli aiuti e i progetti pro-civili hanno assunto tuttavia contorni sempre più ambigui e contraddittori. “Con la Missione in Niger sono stati raggiunti considerevoli risultati nel campo della Sanità civile e militare attraverso la donazione di oltre 70 tonnellate tra farmaci e presidi medici”, ha spiegato un mese fa lo Stato maggiore della Difesa. A ciò si aggiungono la consegna al governo nigerino di attrezzature mediche e sanitarie per il valore di 167 mila euro e la decina di voli umanitari effettuati dall’Italia a partire del 24 aprile 2018 per trasportare medicinali e apparecchiature “resi disponibili grazie alla collaborazione tra il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, le Nazioni Unite ed altre agenzie intergovernative”.
Il 27 marzo 2019 l’Ambasciata d’Italia a Niamey e la Missione Bilaterale in Niger hanno consegnato un lotto di farmaci raccolti dalla Fondazione Banco Farmaceutico Onlus nell’ambito di un accordo di collaborazione con il Comando Operativo di vertice Interforze (COI) e l’Ordinariato Militare, “finalizzato allo sviluppo di attività di supporto umanitario-sanitario a favore di persone in condizioni di svantaggio socio-economico nei Teatri Operativi”. Chi siano i reali beneficiari del dono lo rivelano le stesse forze armate: “i medicinali sono stati consegnati presso l’aeroporto militare di Niamey ai rappresentanti dei Ministeri della Salute Pubblica e della Difesa nigerini…”.
Ancora più evidenti le finalità militari della “donazione” effettuata a Niamey il 15 ottobre 2019: nello specifico, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione, il IV Reparto dello Stato maggiore della Difesa e il contingente MISIN hanno consegnato alle forze armate del Niger tredici mezzi militari, dieci ambulanze e tre autobotti. Inoltre è stata avviata la “formazione del personale nigerino all’uso e alla tenuta in efficienza dei mezzi (…) che si inserisce nell’ambito di una serie di iniziative di cooperazione tra l’Italia ed il Paese africano in più settori d’intervento al fine di fornire un contributo concreto alla risoluzione di particolari criticità nel campo della Difesa, costituendo una chiara dimostrazione di come le missioni svolte dalle nostre Forze Armate all’estero si caratterizzino sempre più marcatamente come interministeriali e interagenzia, nonché come espressione dell’impegno dell’intero sistema Paese”.
Il crescente impegno italiano nel Sahel è stato più volte giustificato dalle autorità di governo in chiave anti-migrazione illegale. Nel corso della sua visita in Niger a fine aprile 2019, la viceministra degli esteri Emanuela Del Re ha incontrato il Presidente Issoufou, il Primo Ministro Rafini e le massime autorità politiche e militari del Paese per “approfondire il partenariato bilaterale in tutti i settori, compresi quello della sicurezza, della gestione dei flussi migratori e della cooperazione allo sviluppo”, come ha spiegato la stessa Del Re. Simbolicamente la rappresentante della Farnesina ha “consegnato beni di primo soccorso e aiuti umanitari per la popolazione coinvolta nei recenti scontri a Diffa, nel sud del paese” e ha concluso il suo tour in Niger ad Agadez, “città di traffico fondamentale dei flussi migratori diretti a nord del Niger, dove è stata ricevuta dalle autorità locali e dalla missione europea EUCAP – Sahel, che sostiene i nigerini nel contrasto al terrorismo e alla criminalità organizzata”.
MISIN: Concluso un corso di addestramento a gendarmeria e guardia nazionale del Niger
Ad Agadez Emanuela Del Re ha avuto modo di visitare i centri di accoglienza realizzati dal Commissariato ONU per i rifugiati (UNHCR) e dall’Organizzazione Internazionale della Migrazioni (OIM) con finanziamenti del Ministero Affari Esteri e del cosiddetto Fondo Africa. Ulteriori risorse finanziarie (tre milioni di euro circa) sono state impegnate per il 2019 a favore di OIM “per migliorare la gestione dei flussi migratori e il contrasto al traffico di esseri umani ai confini del Niger con la Nigeria e con l’Algeria, tramite la fornitura di equipaggiamenti e del sistema informatico di gestione dei confini”. Persino la stessa donazione di ambulanze e autobotti alle forze armate nigerine del 15 ottobre scorso è stata presentata ufficialmente dal governo italiano come un’occasione “per rafforzare le capacità delle autorità nel soccorso dei migranti e nel contrasto al traffico di esseri umani”. Anche in questo caso le spese per l’acquisizione e il trasporto dei mezzi sono state coperte con le risorse del Fondo Africa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
A spiegare come proprio la guerra ai migranti e alle migrazioni sia uno degli obiettivi prioritari della Missione militare italiana in Niger era stata proprio l’(ex) ministra della Difesa, Elisabetta Trenta. “Lo scopo di MISIN è quello di incrementare le capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area del Sahel”, aveva dichiarato la pentastellata in occasione della sua visita ufficiale a Niamey nel febbraio 2019. “Quella in Niger è una missione importantissima per l’Italia poiché, nel sostenere le richieste del Governo nigerino, punta anche a frenare e ridurre il flusso incontrollato dei migranti verso il nostro Paese. Una missione perfettamente in linea con l’interesse nazionale perché in questa fase è fondamentale il supporto al Niger nella lotta al terrorismo e ai traffici illeciti”. Per le politiche di contrasto all’emigrazione clandestina e di protezione delle frontiere. l’Unione europea ha stanziato a favore del Niger 190 milioni di euro, una cinquantina dei quali provengono dai fondi autorizzati nel maggio 2018 dal Ministero degli Affari esteri. “In questo modo il governo nigerino potrà istituire unità speciali di controllo delle frontiere, costruire e ristrutturare posti di frontiera e realizzare un nuovo centro di accoglienza per i migranti”, ha spiegato la Farnesina. L’aiuto anti-migranti è stato diviso in tranche e condizionato alla “diminuzione dei flussi migratori verso la Libia e un aumento rimpatri dal Niger verso i Paesi di origine”.
Se guerra globale al terrorismo e alle migrazioni è il leitmotiv di tutte le dichiarazioni ufficiali del governo, è un dato di fatto che la penetrazione militare-civile italiana nel Sahel risponde agli interessi delle grandi aziende a capitale pubblico e privato impegnate nella ricerca-sfruttamento degli idrocarburi e dei minerali strategici. Tra gli ultimi Paesi al mondo nella classifica dell’Indice di sviluppo umano (nel continente nero solo il Centrafrica vanta una performance peggiore), il Niger possiede un immenso patrimonio di risorse naturali e materie prime: oro, diamanti, petrolio, gas naturale ma soprattutto uranio, minerale fondamentale nella produzione di testate atomiche ed energia nucleare (il Niger è il terzo produttore al mondo di uranio dopo Canada e Australia, ma la sua estrazione è molto meno costosa e dunque più remunerativa di quanto accade nei due paesi concorrenti). Per l’accaparramento di uranio, gas e idrocarburi è in atto in Niger una dura competizione politico-militare-economica tra le superpotenze mondiali (Stati Uniti, Cina, india, ecc.) e i paesi leader dell’Unione europea: innanzitutto la Francia che importa dal Niger buona parte dell’uranio utilizzato per alimentare le sue numerosissime centrali nucleari e, da qualche tempo, anche la Germania. L’ENI e le aziende partner non intendono replicare la figuraccia fatta in Libia a partire del 2011: ecco allora che in nome del Sistema Paese, sempre più militari e fondi allo sviluppo vengono destinati dall’Italia agli autoritari governi dei poverissimi paesi del Sahel e dell’Africa occidentale.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 7 dicembre 2019
L’ennesimo assalto jihadista contro la minoranza cristiana ha causato 14 morti “giustiziati a freddo”, secondo una fonte Agenzia France Press (AFP), da una dozzina di individui armati. Tra le vittime anche il pastore e diversi bambini. È successo domenica scorsa a Hantoukoura, nel Burkina Faso orientale nell’attacco a una chiesa protestante durante la funzione religiosa.
Seppellimento di alcune vittime del terrorismo contro le minoranze cristiane in Burkina Faso (Courtesy ACN International)
“Non è stato rivendicato, così come non sono stati rivendicate le precedenti aggressioni contro i cristiani – afferma Justin Kientega, vescovo di Ouahigouya. Non sappiamo se si tratti di uno o più gruppi. È certo che cercano di innescare un conflitto tra religioni in un paese in cui cristiani e musulmani sono sempre andati d’accordo”.
Accuse all’Occidente
Dopo l’ultimo feroce attacco jihadista, Justin Kientega, lancia una pesante accusa all’Occidente. “Il mondo deve guardare su ciò che accade in Burkina Faso. Le potenze occidentali devono fermare chi commette questi delitti, anziché vendere loro le armi che usano anche per uccidere i cristiani”.
Gli attacchi jihadisti, dall’inizio del 2015, sono diventati sempre più frequenti e mortali soprattutto nel nord e nell’est dell’ex colonia francese. Secondo l’AFP hanno causato oltre 700 morti e circa 500mila tra sfollati interni e rifugiati.
Perseguitati più che mai
Il report “Perseguitati più che mai”, realizzato dalla Fondazione di diritto pontificio ACN International, fotografa dati del periodo 2017-2019. Nel periodo in esame, in Burkina Faso, la situazione è precipitata soprattutto nel nordest del Paese dove i jihadisti hanno colpito numerose celebrazioni cristiane.
“Nei soli primi sei mesi del 2019 sono stati uccisi 20 cristiani, tra cui tre sacerdoti ed un pastore – si legge nell’indagine. Un altro sacerdote è stato rapito nel marzo 2019. Gli autori di tali crimini cercano di infondere terrore nella comunità cristiana anche per impadronirsi delle loro terre e dei loro beni”.
Succede che, qualche giorno prima dell’attacco, passino nei villaggi, casa per casa dicendo che se i cristiani non si convertono all’islam verranno uccisi con le loro famiglie. Danno pochi giorni di tempo per prendere le loro cose e lasciare le abitazioni che verranno loro sottratte.
Mappa che mostra la situazione della minoranza cristiana in Africa Sub-sahariana (Courtesy acs-italia.org)
Peggiora la situazione nel Sahel
Cinque Paesi l’area sub-sahariana sono sotto attacco jihadista. Il dossier di ACN International mostra la mappa di quelli sotto attacco. In Burkina Faso, Niger, Nigeria, Camerun e Repubblica Centrafricana, la situazione è in peggioramento. Le persecuzioni contro i cristiani sono stabili in Egitto e Sudan ma sono peggiorate in Eritrea.
Ma non è solo la minoranza cristiana nel mirino dei gruppi aderenti ad Al Qaeda e allo Stato Islamico. Anche la popolazione civile musulmana viene colpita indiscriminatamente. Molti sono gli attentati contro i musulmani e le uccisioni degli iman. Ma si continuano a registrare attacchi armati contro i militari burkinabé e la polizia.
Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
6 dicembre 2019
Lo Zimbabwe è sconvolto da una grave carestia. L’ex granaio dell’Africa, flagellato da catastrofi naturali, inflazione, povertà, disoccupazione e sanzioni economiche rischia la più grave crisi alimentare della sua storia: il 60 per cento della popolazione è minacciata da insicurezza alimentare.
Hilal Elver, relatore speciale per l’alimentazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ha recentemente visitato il Paese in lungo e in largo. Donne e bambini sono i più vulnerabili. Il 90 per cento dei piccoli tra sei mesi e due anni non consumano sufficientemente cibo. Gran parte delle famiglie riesce a mala pena mettere in tavola un solo pasto al giorno.
Crisi alimentare in Zimbabwe
La malnutrizione è ormai endemica in tutto il Paese, sia nelle zone rurali che in quelle urbane. Nonne, madri, zie sono disperate, non sanno più cosa dare da mangiare a nipoti e figli. Anche se nei supermercati il cibo non manca, i più non sono in grado di acquistarlo. L’inflazione che si avvicina al 490 per cento, è una delle cause di questa grave crisi alimentare e ha messo in ginocchio gran parte della popolazione. Se si aggiunge anche la corruzione generalizzata e le restrizioni economiche il quadro è presto fatto.
La Elver ha chiesto interventi immediati al governo, che deve rispettare, proteggere e adempiere al proprio dovere per quanto concerne i diritti umani e a livello internazionale affinchè vengano revocate le sanzioni economiche, imposte nel 2002 per violazioni dei diritti umani e i sequestri di fattorie di proprietà di cittadini bianchi da parte dell’amministrazione dell’ex presidente Robert Mugabe.
L’anziano leader, deceduto in una clinica a Singapore lo scorso settembre all’età di 95 anni, dopo essere stato protagonista assoluto della politica del suo Paese, è uscito di scena dalla porta posteriore il 21 novembre 2017, dopo aver firmato di proprio pugno la lettera di rinuncia all’incarico presidenziale. Ha lasciato il suo Paese sul lastrico, spolpato dalla corruzione, distrutto da sentimenti di vendetta e rabbia. Un ex combattente per la libertà che si è trasformato in feroce dittatore e di conseguenza non ha saputo trasformarsi da guerrigliero in statista. Cosa invece che ha reso grande Nelson Mandela.
Il suo nome è ritornato alla ribalta in questi giorni, perché gli eredi non riescono a trovare il suo testamento. La figlia di Mugabe, Bona Chikore, ha detto che il padre avrebbe lasciato un patrimonio di oltre 10 milioni di dollari e diverse proprietà immobiliari, ma finora non si sa chi saranno i beneficiari dei suoi beni. Bona ha sottomesso il caso alla Corte suprema del Paese.
Robert Mugabe ex presidente dello Zimbabwe
Per i suoi 14 milioni di abitanti la vita quotidiana è una lotta continua: penuria d’acqua, carburante, medicinali, denaro contante e un sistema sanitario – una volta fiore all’occhiello del Paese – allo sfacelo. L’ambasciatore degli Stati Uniti accreditato a Harare, Brian Nichols, ha fortemente criticato suoi social network la gestione catastrofica del Paese. “60 milioni di dollari di fondi pubblici sono spariti nel nulla e nessuno è tenuto responsabile di questo ammanco” ha aggiunto Nichols.
Ovviamente il ministro degli Esteri zimbabwiano, Sibusiso Moyo, non ha gradito tale critica e ha apostrofato il diplomatico come un membro dell’opposizione che insulta il governo.
Nel frattempo i medici continuano a scioperare. Chiedono che i loro salari vengano adeguati al tasso d’inflazione. Molti ospedali sono paralizzati, completamente vuoti, perchè non c’è nessuno che possa assistere i pazienti all’infuori dei pochi medici militari precettati nelle strutture pubbliche. Sono stati licenziati dal governo 448 sanitari, ma una Corte ha ordinato il loro immediato reintegro.
Anche il personale paramedico aveva partecipato alla lotta insieme ai dottori. Ma molti si presentano solo due volte alla settimana per l’elevato costo dei trasporti. Un’infermiera ha riferito che per recarsi al lavoro con un mezzo pubblico spende la metà del suo stipendio.
Ovviamente lo sciopero a oltranza dei medici pubblici non riguarda solamente lo stipendio. Nel Paese i farmaci sono quasi introvabili. E tra i professionisti molti hanno descritto lo stato delle strutture sanitarie governative come “trappole mortali”.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 5 dicembre 2019
Dopo la strage di domenica scorsa contro una chiesa protestante che ha causato 14 morti, i jihadisti continuano ad attaccare in Burkina Faso.
Due assalti sono stati registrati nella notte tra lunedì 2 e martedì 3 dicembre. Nel distretto militare di Bahn, nella provincia di Loroum, a Nord, sono stati uccisi tre soldati. Tra i jihadisti si contano 20 morti. Fonti dell’Agenzia France Press (AFP) riferiscono di un assalto nel distretto di Toeni, provincia di Sourou, a nord-ovest, con quattro feriti.
Nella mappa i luoghi degli attentati jihadisti del 1° dicembre a minoranze cristiane e nella notte tra il 2 e 3 dicembre 2019 a distretti militari (Courtesy GoogleMaps)
Una crisi umanitaria
Con i gruppi jihadisti che si finanziano con traffici di droga e contrabbando di sigarette e petrolio la situazione del Paese sembra fuori controllo. Secondo l’UNHCR è in corso una crisi umanitaria che colpirebbe 1,5 milioni di abitanti.
Per il momento nemmeno 200 uomini delle Forze speciali francesi presenti a Kamboinsini, alla periferia di Ouagadougou, riescono a fermare il terrorismo jihadista. Nonostante il supporto di 4.500 militari francesi della missione Barkhane, operativa in tutto il Sahel.
Luca ed Edith
Fino ad oggi, in una situazione complessa come quella del Burkina Faso, purtroppo ancora non si sa nulla sulla sorte di Luca Tacchetto e la sua amica canadese Edith Blais.
Il giovane architetto padovano Luca Tacchetti e la sua amica canadese Edith Blais
Luca, architetto, era partito da Vigonza, in Veneto con l’auto, per recarsi in Togo. Era andato per aiutare nella costruzione di un villaggio per la popolazione locale. Le loro tracce si sono perse il 15 dicembre 2018, a Bobo-Dioulasso, in Burkina Faso.
Le indagini di Africa Express
Africa Express dal mese di giugnoha iniziato una raccolta fondi per indagare sul rapimento di Silvia Romano in Kenya nel novembre 2018. Intende continuare le indagini su Silvia ma anche sulla scomparsa di Luca ed Edith in Burkina Faso. Vuole anche iniziare le indagini sul rapimento di Pierluigi Maccalli, sacerdote cattolico rapito a settembre 2018 in Niger, al confine con il Burkina Faso.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
4 dicembre 2019
Azali Assoumani, dittatore della Repubblica Federale islamica delle isole delle Comore, è arrivato a Parigi con una folta delegazione di ministri per sensibilizzare finanziatori pubblici e privati durante la “Conferenza partenariato per lo sviluppo delle Comore” che si è svolta il 2-3 dicembre nella capitale francese.
Importanti finanziatori internazionali e privati si sono impegnati a investire 3,9 miliardi di euro in progetti di sviluppo nelle Comore, uno dei Paese tra i più poveri del mondo. L’attuale economia si basa sull’esportazione di chiodi di garofano, vaniglia e qualche altra spezia profumata. Nell’arcipelago si sopravvive grazie alle rimesse di parenti e amici che lavorano in Francia o in Mozambico.
Comore
Lo Stato insulare che si trova nell’estremità settentrionale del Canale del Mozambico, nell’Oceano Indiano, è composto da tre isole che hanno ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1975. La quarta isola, Mayotte, ha sempre rifiutato di far parte della Repubblica Federale Islamica ed è rimasta fedele alla Francia, cioè territorio d’oltremare, e quindi Unione Europea.
I partenariati bilaterali (Marocco e Emirati Arabi Uniti) e multilaterali (Banca mondiale, Banca africana per lo Sviluppo, Banca islamica per lo Sviluppo e altre) hanno promesso un sostegno di 1,44 miliardi di euro, mentre gli attori del settore privato si sono impegnati a investire oltre 2,44 miliardi di euro.
Azali Assoumani, presidente delle Comore
Alla conferenza di Parigi sono stati presentati ben 12 progetti chiave, tra questi diversi nel settore del turismo, sanità, energia e infrastrutture e grazie ai nuovo investimenti, il governo di Moroni auspica di portare il PIL dall’attuale 3 per ceno all’8 per cento entro il 2030.
La diaspora comoriana, Le Front pour la transition et la démocratie (FTD) (Fronte per la transizione e la democrazia) ha espresso il proprio disappunto contro la presenza del dittatore alla conferenza e il sostegno della Francia a questo regime, che violerebbe i più elementari diritti civili dei propri cittadini e reprimerebbe le libertà individuali e collettive. E Jimmy Adam, rappresentante di FTD di Parigi ha precisato: “La Francia non tiene conto delle aspirazioni del popolo comoriano. Dal 24 marzo (data delle elezioni n.d.r.) l’opposizione e la popolazione non riconoscono Azali come legittimo presidente”. E ha aggiunto: “La diaspora è il più grande finanziatore del Paese, perchè le rimesse dei dissidenti ne rappresentano ben il 20 per cento del PIL ”. FTD è un’organizzazione di lotta contro il dittatore e raggruppa diverse formazioni politiche dell’opposizione e della società civile.
La stabilità politica delle Comore è fragile. Dal giorno dell’indipendenza ad oggi ci sono stati una ventina di tentati colpi di Stato. Il più famoso quello del 1975, poche settimane dopo l’indipendenza. I golpisti, che rovesciarono il presidente Ahmed Abdallah, erano assistiti dai mercenari guidati dal colonnello francese Bob Denard. Dal 1997 al 2001 le isole Mohéli e Anjouan si erano separate dalla Grande Comore, dove si trova anche la capitale Moroni. Solo grazie all’intervento della comunità internazionale e alla promessa di una nuova costituzione che garantisse larga autonomia, le tre isole si sono ricongiunte in una confederazione.
L’attuale leader del Paese, Assoumani è diventato presidente nel 1999 dopo aver condotto un colpo di Stato ai danni dell’allora Presidente Tadjidine Ben Said Massounde, rimanendo al potere fino a gennaio 2002. A maggio dello stesso anno ha vinto le elezioni rimanendo alla guida dello Stato insulare fino al 2006. Dieci anni dopo è riuscito nuovamente a farsi rieleggere.
Special for Africa ExPress Martin Plaut
2th December 2019
A pattern of attacks on journalists reporting critically about Eritrea is emerging in London. The latest took place a week ago – on Tuesday, 29 November 2019. At around 2.30 in the afternoon Amanuel Eyasu, the editor of the popular Eritrean opposition television channel – Assenna TV – was assaulted by 4 or 5 pro-government thugs outside the Putney Bridge underground station in London.
The attack, which was clearly carefully planned, followed a similar pattern to the incident twelve months earlier, when I was assaulted. The individual who undertook the attack in November 2018 against me was Yacob Gebremedhin. He was convicted of the crime, sentenced to pay £700 and bound over not to contact me. This he has done, but it did not deter Mr Yacob from allegedly carrying out this second assault on Mr Amanuel.
There is little doubt that Mr Yacob was at the centre of this second incident. Not only was he arrested, but a crowdfunding site has already been set up to raise funds for his defence. This describes Mr Yacob as ‘our brother and hero’ who undertook a ‘legitimate action’ against Amanuel Eyasu.
In both incidents the same modus operandi was deployed. The journalists concerned were contacted by phone and invited to meet an Eritrean who had recently arrived in Britain and had ‘fresh information’ to provide. This is a perfectly normal way in which all those who work in the media receive stories. Any journalist would want to respond, if the source sounded plausible, to see what the source had to offer.
Photograph of the Eri-Blood thugs from some years ago.
In my case I arranged to meet Mr Yacob at a public venue – the British Library. When I arrived at the library he called me and asked that we meet in the courtyard just outside the main entrance – but still in the library complex. I agreed and after greeting him, sat down, as he went to get coffee for both of us. When he emerged with the coffees he bent down, picked up a container, flinging its contents at me while shouting that I was a traitor to Eritrea and in the pay of the CIA. All the while he (and two others) were filming the attack on their phones.
I backed away, contacted the British Library security staff, who called the police and the arrest of Mr Yacob was made. From there it was a simple matter of taking the evidence to court, where he was convicted.
In Amanuel Eyasu’s case much the same pattern was followed. He was called by a woman, who asked him to meet her. Again, exercising caution, Amanuel agreed to meet her in public. This time between four and five men were involved, with a woman looking on. Liquid (milk, eggs and flour) were again thrown at Amanuel, but he managed to grab his assailant’s phone and hang onto Mr Yacob until the police arrived and arrested him. Mr Yacob is due to appear in court later this month.
On the scale of things, having liquid consisting mainly of milk thrown over one, is not the most serious of attacks. Journalists around the world pay with their lives to report from the field. No fewer than 21 journalists were killed so far this year, according to the Committee to Protect Journalists. [https://cpj.org/data/killed/2019/?status=Killed&motiveConfirmed%5B%5D=Confirmed&type%5B%5D=Journalist&start_year=2019&end_year=2019&group_by=location]
It should not be forgotten that a liquid substance was used in the murder of Sergei and Yulia Skripal in March 2018 in the quiet British town of Salisbury. [https://en.wikipedia.org/wiki/Poisoning_of_Sergei_and_Yulia_Skripal] No-one can be sure what a liquid contains.
The attack on Amanuel Eyasu is part of a pattern of violence and intimidation that the Eritrean regime has carried out against members of the Eritrean diaspora. Some have been threatened by thugs describing themselves as “Eri-Blood”; others have been warned that their families in Eritrea will suffer if they continue to speak out. The Eritrean regime, under President Isaias Afwerki is among the most repressive in the world. Now it appears to be seeking fresh means of silencing its critics abroad.
Martin Plaut Martin Plaut is an ex-BBC Africa corespondent and a fellow at Commonwealth Institute
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 1° dicembre 2019
Hage Geingob è stato riconfermato presidente della Namibia con il 56,3 per cento delle preferenze. Lo ha reso noto ieri la Commissione Elettorale della Namibia (ECN).
Geingob è riuscito a sopravvivere allo scandalo di corruzione, alla recessione economica e alla frattura all’interno dello SWAPO (acronimo per: Organizzazione del Popolo dell’Africa del Sud-Ovest), il partito al potere dal 1990, da quando ha ottenuto l’indipendenza dal Sudafrica.
Certo, il presidente non ha ottenuto i risultati strabilianti del 2014, quando aveva raggiunto l’86 per cento, ma ci si aspettava una sua rielezione. Panduleni Itula, dissidente di SWAPO, si è fermato al 30 per cento, mentre McHenry Venaani, leader del partito all’opposizione, Movimento Democratico Popolare (PDM) ha raccolto solamente il 5,3.
Secondo Geingob, le elezioni si sarebbero svolte in modo regolare, ma Itula e Bernadus Swartbooi capo del nuovo partito all’opposizione Landless People’s Movement (LPM) (Partito dei senza Terra, n.d.r.) hanno denunciato brogli elettorali. Il sessantaduenne ex dentista Swartbooi che, senza mezzi termini ha accusati il presidente di aver svenduto il Paese, ha vinto nella capitale Windhoek. E’ stato votato sopratutto dai giovani.
BASSA DENSITA’ DI POPOLAZIONE
Pur essendo un Paese che si espande su una superficie molto vasta – si colloca al secondo posto (dopo la Mongolia) fra le nazioni sovrane al mondo con minore densità di popolazione (3,3 abitanti/km²), la Namibia conta poco più di 2,5 milioni di abitanti. Gli aventi diritto al voto sono stati 1.358.468; la partecipazione alle elezioni presidenziali, secondo ECN, è stata del 60,8 per cento. In queste elezioni non è solo retrocesso in modo significativo il presidente; le elezioni generali hanno penalizzato anche SWAPO, il partito al potere che si è aggiudicato solamente il 65 per cento dei seggi in Parlamento, nel 2014 ne aveva conquistati l’80 per cento.
La Namibia è ricchissima di diamanti, che vengono estratti dalla NAMDEB Diamond Corp., una joint-venture tra il governo, l’Anglo American Plc (AAL) e la De Beers, la più grande compagnia di diamanti al mondo. E’ il quinto produttore di uranio. Ha molte miniere di zinco e oro, ma la caduta dei prezzi delle materie prime ha frenato severamente la crescita del Paese da ben due anni e Bank of Namibia prevede un terzo anno di forte recessione.
Qualche mese fa il Paese è stato inoltre colpito da grave siccità in diverse aree, con un impatto su una popolazione di 500mila persone, praticamente un quarto degli abitanti.
CORRUZIONE GALOPPANTE
La “disfatta” di SWAPO è dovuta sopratutto alla galoppante corruzione, che ha coinvolto personaggi vicino a Geingob. L’equipe investigativa dell’emittente Al Jazeera è riuscita a filmare e registrare discutibili personaggi come l’ex ministro delle Risorse marine e Pesca, Bernhard Esau, nonchè l’avvocato personale del presidente, Sisa Namandje. I giornalisti dell’emittente con base in Qatar, si sono spacciati per investitori cinesi e per poter entrare nel lucrativo mercato della pesca della Namibia avevano proposto la creazione di una joint-venture con la società namibiana Omualu.
L’ormai ex ministro Esau aveva chiesto una “donazione” di 200mila dollari per SWAPO. Durante le trattative Esau, che ha pure accettato un Iphone dai giornalisti di al Jazeera, è stato filmato dall’equipe. Il denaro sarebbe dovuto essere versato su un conto fiduciario intestato a Sisa Namandje, che è stato l’avvocato personale di tutti i presidenti della Namibia da quando ha ottenuto l’indipendenza nel 1990. Namandje è stato anche presidente di seggio per le elezioni interne di SWAPO. Il ministro ha intimato “gli investitori cinesi” di non fare parola con nessuno, ci sarebbero potuto essere gravi conseguenze per loro.
Per ottenere quote della società Omualu, gli “investitori cinesi” avrebbero dovuto pagare 500mila dollari; è stato chiesto di condividere il 20 per cento della joint-venture con Mike Nghipunya, amministratore delegato della compagnia di Stato Fishcor.
L’inchiesta di al Jazeera, ampiamente documentata con filmati, memorandum, e-mail e quant’altro, è stata pubblicata due settimane fa da WikiLeaks. Nello scandalo è implicato anche Sacky Shanghala, ormai ex ministro della Giustizia. Entrambi hanno rassegnato le dimissioni dopo la pubblicazione dei documenti.
Il giorno prima delle elezioni generali, i due ex ministri, implicati nello scandalo di corruzione sono stati arrestati assieme ad altri personaggi di spicco. Malgrado questi fatti gravissimi, il presidente è riuscito a farsi eleggere per un secondo mandato.
Lo Zambia ha condannato due omosessuali a 15 anni di galera. Il Paese applica una legislazione ultra-conservativa e repressiva nei confronti di gay e lesbiche come succede in molti altri Stati del continente africano ex colonia britanniche ancora legate alle leggi bacchettone care ala regine Vittoria.
Un anno fa, Steven Samba et Japhet Chataba sono stati ritenuti colpevoli di aver commesso “atti contro natura”, grazie alla testimonianza di un impiegato di un albergo di Kapiri Mposhi, una cittadina al centro del Paese. Il dipendente del piccolo hotel ha affermato di averli visto da una finestra mentre consumavano un atto sessuale.
Persecuzione degli omosessuali in Zambia
Samba e Chataba hanno fatto ricorso alla sentenza del Tribunale di Kbawe (città nella Provincia centrale); giovedì scorso però la dura condanna è stata riconfermata.
Brebner Changala, attivista zambiano per i diritti umani, ha protestato contro tale sentenza: “E’ un atto barbarico rinchiudere due persone solo perchè non hanno rispettato una norma sociale, mentre altri, che chiamiamo politici, commettono crimini distruggendo il Paese, circolano liberamente”.
Daniel Foote, ambasciatore USA in Zambia
Daniel Foote, ambasciatore statunitense in Zambia, ha criticato duramente le autorità, e senza mezzi termini ha detto che nel Paese si applicano due pesi e due misure per giudicare i crimini. Nel suo comunicato ha aggiunto: “Personalmente sono inorridito. Non c’è stata alcuna violenza, i due uomini hanno avuto un rapporto consensuale. Ai funzionari governativi è concesso di rubare milioni di dollari di fondi pubblici senza essere mai processati, quando i politici picchiano i cittadini perchè osano esprimere solamente la propria opinione, nessuno dice nulla”.
Il diplomatico di Washington non è davvero andato per il sottile. Ha accusato il governo di non proteggere le minoranze, le persone affette da albinismo, i disabili, gay, lesbiche, transgender, transessuali, persone di altre etnie o oppositori politici. E ritiene che con questa sentenza lo Zambia ha dimostrato di non garantire i diritti umani e ciò potrebbe comportare severe conseguenze a livello internazionale.
I parlamentari del Regno di Lesotho – il piccolo Paese è una enclave del Sudafrica, collocato in mezzo al sistema montuoso dei Drakensberg, la principale catena montuosa dell’Africa meridionale – sono venuti alle mani questa settimana.
La rissa è scoppiata nella Camera Alta del Parlamento durante una discussione sulla controversa regolamentazione della vendita della lana a una società cinese. La piccola nazione conta oltre 30mila allevatori ed è il quinto produttore al mondo di mohair.
Rissa tra i parlamentari nel Lesotho
Gli onorevoli, vestiti di tutto punto in giacca e cravatta, hanno iniziato a darsele di santa ragione e sono volati documenti, scartoffie e persino pannelli di legno. Nell’aula, trasformatasi in un vero e proprio ring, un onorevole e Litsoane Litsoane, ministro dell’Agricoltura, sono rimasti leggermente feriti.
La normativa, adottata lo scorso anno, costringe gli allevatori a intrattenere scambi commerciali esclusivamente con un broker, che molto probabilmente non si attiene ai prezzi di mercato, nemmeno per quanto riguarda la pregiata lana della capra d’Angora, dalla quale si ricava il pregiato mohair.
Lo scorso giugno i pastori avevano protestato davanti al Parlamento di Maseri e molti onorevoli, politici di spicco sia del partito al potere che quelli dell’opposizione e persino il fratello del re si erano uniti alla loro protesta. Allora il governo aveva sospeso l’accordo esclusivo per tre mesi, permettendo così agli allevatori di vendere la propria merce a livello internazionale e non solamente ai cinesi.
Ma ora l’Assemblea nazionale si trova punto e daccapo. In questi giorni sarebbe dovuto essere approvata una nuova normativa per abrogare ufficialmente quella precedente, ma il testo non era pronto. E’ a questo punto è nata la baruffa. Diversi deputati hanno iniziato a protestare, come Serialong Qoo, un esponente dell’opposizione che ha urlato: “Mentre il governo si rifiuta di preparare la nuova legge, i poveri allevatori continuano a soffrire”.
Allevatori del Lesotho
Il regno del Lesotho (che in bantu significa: il popolo che parla la lingua sothu), è una monarchia parlamentare. I rapporti tra il re Letsie III, i partiti e l’esercito sono fragili, ma stabili. Il Paese conta poco più di due milioni di abitanti e il 40 per cento della popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno. La maggior parte è cristiana, il 15 per cento animista, mentre solo il 5 per cento è musulmana. Economicamente è uno dei Paesi meno sviluppati al mondo; la sua economia dipende quasi esclusivamente dal Sudafrica.
Il tasso di propagazione del virus HIV è uno tra i più alti del mondo: un abitante su tre (compresi donne e bambini) ne è affetto.
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