14.6 C
Nairobi
venerdì, Aprile 10, 2026

La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...
Home Blog Page 261

Repulisti anticorruzione in Angola: rientrati 5 miliardi di dollari rubati allo Stato

Speciale per Africa ExPress
Cornelia Toelgyes
19 dicembre 2019

Dal giorno del suo insediamento nel settembre 2017 come presidente dell’Angola, João Lourenço, ha fatto cadere molte teste, tra loro non solamente quelli di spicco come i fratelli dos Santos e diversi generali, ma anche manager di aziende statali e alti funzionari del governo. E, anche grazie alla sanatoria lanciata all’inizio del 2018, miliardi di dollari sono rientrati nel Paese.

Il ministro angolano della Giustizia e dei Diritti Umani, Francisco Queiroz, a Dubai, durante l’ottava Conferenza degli Stati che partecipano alla convenzione delle Nazioni Unite per la Lotta alla Corruzione, ha comunicato che dall’inizio dell’anno il suo Paese sarebbe riuscito a recuperare oltre 5 miliardi di dollari, sottratti alle casse dello Stato.

Il governo angolano recupera miliardi di dollari

L’agenzia di stampa statale angolana, ANGOP, ha precisato che 3 dei 5 miliardi sarebbero stati rubati a suo tempo dal fondo statale petrolifero e restituiti recentemente da un partner commerciale. L’ex presidente Josè Edoardo dos Santos, al potere nella ex colonia portoghese dal 1979 al 2017, aveva nominato il figlio José Filomeno alla guida del fondo nel 2013. All’inizio dello scorso anno Lourenço ha silurato il rampollo, che pochi mesi dopo è stato accusato di frode per aver autorizzato un versamento ritenuto sospetto e che si aggira sui cinquecento milioni di dollari. A settembre, mentre erano ancora in corso le indagini, José Filomeno è stato arrestato.

Il processo contro l’ex presidente del fondo statale petrolifero si è aperto il 9 dicembre davanti alla Corte suprema di Luanda. Insieme a José Filomeno ci sono altri tre presunti complici, tra loro anche l’ex governatore della Banca centrale, Valter Felipe da Silva. L’atto di accusa parla chiaro:  “Arricchimento personale con soldi statali”.

Secondo la procura generale, gli accusati, mentre erano ancora in servizio, avrebbero trasferito 500 milioni di dollari depositati presso la Banca centrale di Luanda su un conto di una delle succursali londinesi del Credito Svizzero nel settembre 2017, nel quadro di una più ampia operazione di frode.

Durante la prima udienza l’avvocato di da Silva ha chiesto al giudice se durante il processo sarebbe stato sentito come testimone anche l’anziano ex presidente dos Santos, in quanto il suo cliente avrebbe agito in base all’obbedienza gerarchica. Finora il giudice non si è ancora pronunciato in merito.

José Filomeno, figlio dell’ex presidente angolano José Edoardo dos Santos

José Filomeno ha respinto qualsiasi addebito e ha replicato al giudice, Joao Da Cruz Pitra, che presiede il dibattito processuale presso la Corte suprema: “Se non fossi il figlio dell’ex capo di Stato, non mi troverei qui per essere giudicato da voi”. In poche parole il rampollo di dos Santos è convinto di essere la vittima di un regolamento di conti politico.

Lourenço ha rimosso già due anni fa anche la primogenita Isabel  da presidente della Sonangol, la compagnia petrolifera di Stato.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
@africexp

“Basta posti di comando ai figli”: pugno di ferro contro la corruzione in Angola

 

Zimbabwe: la moglie del vicepresidente tenta di assassinare il marito, arrestata

Africa ExPress
18 dicembre 2019

Marry Mubaiwa, moglie del vicepresidente dello Zimbabwe, Constantino Chiwenga, è stata arrestata sabato scorso per frode e riciclaggio. La donna è stata convocata lunedì scorso al tribunale di Harare e durante l’udienza le è stata notificata un nuovo capo di imputazione, ben più grave dei primi: tentato omicidio. Secondo l’accusa avrebbe tolto la flebo dal braccio del marito, mentre era ricoverato a Pretoria, la capitale del Sudafrica.

Marry Mubaiwa, moglie del vicepresidente dello Zimbabwe, Constantino Chiwenga

Dovrà nuovamente comparire davanti al giudice il 30 dicembre. Il suo avvocato ha chiesto la sua immediata scarcerazione.

In base all’atto d’accusa reso pubblico lunedì, Marry, una ex indossatrice, lo scorso 8 luglio, avrebbe deliberatamente interrotto le cure mediche al coniuge, strappando la perfusione al ricorrente e facendo fuoruscire parecchio sangue dalla vena. Poi avrebbe costretto il consorte a alzarsi dal letto e condotto fuori dalla camera. Per fortuna poco dopo sarebbe stata intercettata e bloccata dai servizi di sicurezza.

Allora la Mubaiwa, attualmente separata dal marito, era riuscita a fuggire dall’ospedale e a dileguarsi, mentre Chiwenga è stato trasferito in una clinica in Cina per sottoporsi alle cure necessarie. Il vicepresidente è tornato a Harare solamente lo scorso novembre.

Si vocifera che Chiwenga, ex capo di Stato maggiore dell’esercito, avesse architettato il piano per costringere Robert Mugabe a rassegnare precipitosamente le proprie dimissioni il 21 novembre 2017.

Avida come Grace Mugabe, vedova dell’ex presidente, tra il 2018 e 2019 Marry avrebbe trasferito un milione di dollari dai suoi conti in Zimbabwe su una banca sudafricana, omettendo e/o falsificando la destinazione d’uso, in violazione della normativa che disciplina il controllo sui cambi di denaro. Grazie all’aiuto di complici, con tali somme la ex indossatrice avrebbe acquistato una proprietà a Pretoria e due vetture fuoristrada di lusso.

Africa ExPress
@africexp

Zimbabwe, Mugabe vola in Sudafrica per salvare la moglie Grace dalla galera

Emergenza siccità in Africa australe: morti 300 elefanti, 600 saranno trasferiti

Fallito il vertice ONU sul clima: l’Africa muore e vincono le multinazionali

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 16 dicembre 2019

Al COP25, il vertice dell’ONU sul clima appena terminato a Madrid, perfino Antonio Gutierres, segretario dell’ONU si è detto deluso. Tra l’indignazione degli ambientalisti anche questa volta hanno vinto le multinazionali dei combustibili fossili.

Le temperature del Pianeta nel 1912, 1919, 1984 e 2012 (Courtesy BBC)
Le temperature del Pianeta nel 1912, 1919, 1984 e 2012 (Courtesy BBC)

Ma l’Africa non ci sta. I fatti hanno confermato che ancora una volta è il continente africano la vittima colpita più pesantemente dalle modifiche del clima causate da attività umana.

“Salute, mezzi di sussistenza e sicurezza alimentare delle popolazioni in Africa sono state colpite dai cambiamenti climatici”. Cinque anni fa lo aveva affermato il Gruppo intergovernativo sulle mutazioni climatiche, organismo ONU per la scienza del clima. Dopo un lustro dal rapporto la situazione in Africa è notevolmente peggiorata.

Questo succede nonostante l’Africa rappresenti, secondo i dati delle Nazioni Unite, meno del 4 per cento del totale globale delle emissioni di CO2. Tosi Mpanu Mpanu, negoziatore del Gruppo Africa al COP25 ha dichiarato che l’Africa ha bisogno di fondi per combattere i cambiamenti climatici. “Vogliamo un solido sistema di contabilità per il mercato delle emissioni. Per evitare il doppio conteggio e avere una commissione per finanziare i nostri progetti di adattamento”

Il tweet con le dichiarazioni di Tosi Mpanu Mpanu, ambasciatore del Congo-K
Il tweet con le dichiarazioni di Tosi Mpanu Mpanu, ambasciatore del Congo-K al COP25

Ormai molti eventi climatici sono diventati anomali e imprevedibili, molto più violenti e duraturi che in passato. Il pesante danno all’ambiente e alle popolazioni africane era stato avvalorato da diverse indagini. Una conferma arriva dallo studio del World Metereological Organization (Nazioni Unite), nel “Rapporto sul clima globale 2019”.

Nell’indagine si legge che le condizioni di siccità del Corno d’Africa a fine 2018 sono continuate durante la stagione delle piogge marzo-maggio nel 2019. Alcune aree hanno ricevuto meno della metà della loro media stagionale, soprattutto in Kenya, Somalia, sud-est dell’Etiopia e Uganda.

Lo studio “Climate Change and Rapidly Evolving Pests and Diseases in Southern Africa” dell’Università di Kwa Zulu Natal, in Sudafrica, fa il punto sulle fitopatologie. L’aumento delle temperature porta a una sovrappopolazione di insetti che danneggiano gli ortaggi.

Il Gruppo intergovernativo ONU sul cambiamento climatico (IPCC) ha dato pessime previsioni le previsioni per il futuro dell’Africa Australe. Nella sua indagine ha affermato che vista la situazione attuale sarà più difficile la coltivazione del mais, alimento base di molte popolazioni.

Le anomalie climatiche sono confermate anche da Refugees International, nel suo rapporto dopo i cicloni Idai e Kenneth che hanno devastato Mozambico e Zimbabwe. I due cicloni sono stati atipici sia nella forza distruttiva che nella tempistica: due eventi in sei settimane, mai visti a memoria d’uomo.

L’Africa Subsahariana, secondo le Nazioni Unite per un riadattamento al clima avrebbe bisogno di 45mld di euro all’anno fino al 2050. Inoltre, nell’elenco dei 47 Paesi meno sviluppati dell’Africa, ben 33 non hanno ricevuto il finanziamenti promessi dai paesi ricchi riguardo ai problemi climatici.

https://twitter.com/UNOCHA/status/1198637645867487232

Con la situazione climatica attuale tra i primi 10 Paesi del pianeta a maggiore vulnerabilità sui cambiamenti climatici, sette sono nel continente africano. Sono Ciad, Eritrea, Etiopia, Nigeria Repubblica Centrafricana, Sierra Leone e Sud Sudan.

Il 2019 è stato un “annus horribilis” per il continente africano. Oltre della metà dei Paesi sono stati colpiti da alluvioni o siccità. O da tutte e due le calamità.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Refugees International: Africa continente più colpito dai cambiamenti climatici

Cambiamento climatico: in Africa a rischio gli ortaggi per l’aumento di insetti dannosi

I misteri che avvolgono il rapimento di Luca Tacchetto e il silenzio della Farnesina

Speciale per Senza Bavaglio
Massimo A. Alberizzi
16 dicembre 2019

Un anno fa, esattamente un anno fa, l’italiano Luca Tacchetto e la sua compagna canadese, Edith Blais, sono stati visti per l’ultima volta. Stavano partendo da Bobo Dioulasso, in Burkina Faso, ed erano diretti in Togo. Hanno salutato il loro amico francese, Robert Guilloteau, nella cui casa avevano passato la notte e si sono diretti verso la frontiera. Da qual momento sono scomparsi nel nulla. Nessuna notizia, nessun indizio. Non è trapelato nulla. La Farnesina, come sempre in questi casi ha chiesto di mantenere un assoluto riserbo, cui i familiari si sono attenuti strettamente. Un riserbo che lascia perplessi alla luce dei depistaggi, delle notizie false, delle mancate indagini o del pressapochismo con cui sono state condotte nel caso di un altro ostaggio italiano, questa volta rapita in Kenya, Silvia Romano.

L’auto su cui viaggiavano Luca Tacchetto e Edith Blais

L’unica notizia certa l’ha data a inizio ottobre la ministro degli Esteri canadese, Chrystia Freeland. Durante un comizio elettorale aveva annunciato: “Edith è viva ma le indagini sono assai complicate e quindi è opportuno non dare notizie e dettagli che potrebbero danneggiare la vita dell’ostaggio”. Era tempo di elezioni in Canada e come si sa bene i politici spesso in campagna elettorale non sono il massino della sincerità. Non dovremo meravigliarci se si dovesse scoprire che la questione è stata usata in maniera strumentale. La ministra parlava di Edith ma è logico pensare che la notizia riguardava anche Luca.

Non è certo, ma è probabile che Luca ed Edith siano stati portati via da una banda di criminali. Da quelle parti jihadismo e delinquenza vanno a braccetto.

La zona occidentale del Sahel, da tempo è infestata da islamici di vario genere (che fanno riferimento ad Al Qaeda o all’ISIS) e predoni che con la crisi economica sono diventati sempre più aggressivi.

Luca ed Edith erano partiti in auto dal Veneto e dopo aver lasciato l’Europa avevo superato il Marocco e la Mauritania. Sono entrati in Mali e passati in Burkina Faso. Probabile che qualcuno li abbia visti, seguiti, monitorati e quindi catturati.

In Mauritania, proprio al confine a cavallo con il Mali, il 18 dicembre 2009, era stata rapita dai predoni una coppia di italiani che con un minibus era diretta anch’essa in Burkina. Di Sergio Cicala e la moglie, Philomen Kabouree non si seppe più nulla per una decina di giorni.

Luca Tacchetto ed Edith Blais, i due giovani scomparsi in Burkina Faso

Poi il 28 dicembre il sequestro venne rivendicato da Al Qaeda per il Maghreb Islamico. Furono liberati il 16 aprile successivo.

Una volta rilasciati scomparvero dalle cronache ma un paio d’anni dopo, in un’intervista a Ouagadougou, Sergio Cicala mi raccontò che i rapitori, criminali comuni, dopo qualche giorno di prigionia, li avevano consegnati agli islamici.

I gruppi fondamentalisti attivi nel Sahel, operano in due ambiti: politico e criminale. Quest’ultimo, per finanziare il terrorismo, riguarda non solo il rapimento di occidentali a scopo di riscatto, ma anche il traffico di droga. Nel novembre 2009 un Boing Cargo 737 colombiano proveniente dal Venezuela carico di cocaina era atterrato sulla sabbia in Mali. Una volta scaricato l’aereo era stato incendiato, perché non sarebbe potuto più ripartire. Il valore del carico era enormemente superiore a quello del vecchio jet.

Secondo informazioni riservate che però non è stato possibile verificare sul campo, gli italiani hanno affidato le trattative per la liberazione di Luca e Edith a un vecchio notabile della tribù babariché, Baba Olud Choueckh. E’ lui che, a suo tempo, aveva trattato la liberazione dei Cicala.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi
@africexp

Sudan: condanna mite per corruzione ad Al Bashir, troppo vecchio non va in prigione

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 dicembre 2019

L’ex uomo forte del Sudan, Omar Al Bashir, ieri è stato riconosciuto colpevole di corruzione e riciclaggio da un Tribunale di Khartoum. La Corte gli ha inflitto una pena di due anni che dovrà scontare in un riformatorio statale.

Il giudice Al-Sadiq Abdelrahman ha specificato che “secondo la legge” un anziono di 70 anni non può scontare la pena in prigione. Ma forse il giudice si è dimenticato che proprio l’imputato nel 2015 aveva spedito in un carecere di massima sicurezza molti suoi oppositori politici ultra-ottantenni, tra loro anche Hassan Al Turabi, leader del partito islamico sudanese.

Una sentenza farsa, l’ex dittatore di Khartoum resta ancora quasi intoccabile. Poco prima che venisse letta la sentenza, alcuni supporter dell’ex presidente hanno interrotto l’udienza e il processo è stato ripreso solo dopo che le forze di sicurezza li hanno scortato fuori dall’aula. Piccoli disordini si sono verificati anche davanti al tribunale.

Al Bashir durante l’udienza del 14 novembre 2019

Al Bashir è salito al potere nel 1989, quando, come colonnello dell’esercito sudanese, ha guidato un gruppo di ufficiali in un incruento colpo di Stato militare che ha rimosso il governo del primo ministro Sadiq al-Mahdi. E’ stato deposto lo scorso 11 aprile dall’esercito sudanese.

Il 17 aprile di quest’anno l’ex presidente, che dal giorno del golpe era stato messo agli arresti domiciliari, è stato condotto al carcere di massima sicurezza di Kobor nella capitale Khartoum. Pochi giorni più tardi, durante una perquisizione nella sua residenza, sono stati trovati ingenti somme di denaro in valuta estera e sterline sudanesi.

Questa è la prima “condanna” inflitta a Al Bashir; sulla sua testa pende un mandato d’arresto internazionale, emesso nel 2009 dalla Corte Penale Internazionale per genocidio e crimini di guerra commessi in Darfur. Malgrado ciò, mentre era al potere, è riuscito a spostarsi dal Paese senza  che nessuno lo consegnasse alla giustizia. Questo perchè il CPI non ha una forza di polizia propria, ma delega gli Stati membri a fermare le persone sospette o colpite da un mandato di cattura.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
@africexp

Colpo di Stato in Sudan: i militari prendono il potere ma la popolazione non è felice

Bashir evade dal Sudafrica e sfugge alla cattura ordinata dal Tribunale internazionale

Il ricercato dalla Corte Penale Internazionale Al Bashir va ad Ankara. E nessuno l’arresta

Sudan, quando Bashir sbatte in carcere i vecchietti

Violenza continua in Nigeria: assassinati 4 operatori umanitari di una NGO francese

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 dicembre 2019

I miliziani ISWAP (acronimo per Islamic State West Africa Province), una fazione di Boko Haram, capeggiata da qualche mese da un nuovo leader, Abu Abdullah Ibn Umar Al Barnawi, hanno brutalmente ammazzato quattro operatori umanitari nigeriani dell’agenzia internazionale Action Against Hunger (ACF), organizzazione con base a Parigi e attiva in 47 Paesi.

Sette membri dello staff di ACF erano stati rapiti lo scorso luglio vicino Damasak, nel Borno State. Il loro convoglio era stato assalito durante trasferimento. Un autista era stato ammazzato subito, mentre altri 6 (5 uomini e una donna) erano stati portati in un luogo sconosciuto.

Membri dello staff di ACF

L’esecuszione è stata rivendicata da un video messo in rete da ISWAP. Un primo ostaggio è stato ucciso alla fine di settembre. Finora non è stato reso noto il nome delle persone assassinate. ACF ha chiesto l’immediato rilascio della donna, Grace Taku, ancora nelle mani dei terroristi e nel suo comunicato ha chiesto di non postare video e/o foto degli ostaggi per rispetto alle famiglie.

Nel filmato è stato annunciato che Grace non sarà mai liberata. “E’ stata condannata a restare schiava per tutta la vita”. Come altre giovani donne cristiane rapite dai miliziani del gruppo. E, secondo una fonte di ISWAP, come riporta Ahmad Salkida, reporter nigeriano esperto in terrorismo, l’uccisione dei 4 operatori umanitari sarebbe conseguenza dell’interruzione delle trattative con il governo di Abuja.

In questi giorni ISWAP ha ucciso altre 15 persone. I terroristi sono arrivati a bordo di versi pick-up, armati con fucili migliatori e hanno assalito un posto di sicurezza di un gruppo di auto-difesa del villaggio di Mamuri nel Borno State. Quattordici vigilantes e un poliziotto sono stati ammazzati. Il gruppo terrorista ha rivendicato l’attentato.

Da diverso tempo centinaia di miliziani privati e cacciatori dell’area sono stati inviati a Gubio e dintorni (la città dista un’ottantina di chilometri da Maiduguri, il capoluogo del Borno State), per contrastare i continui attacchi dei jihadisti.

Terroristi di ISWAP

Entrambe le fazioni di Boko Haram continuano a mietere vittime e seminare terrore nel nord-est della Nigeria e nei Paesi limitrofi. La setta, fondata nel 2002 da Mohammed Yusuf, alle origini era un movimento molto meno violento di quello attuale. Yusuf fosse era un fanatico contrario ai modelli di vita dell’Occidente e sosteneva che a Terra non è sferica ma piatta e che la pioggia fosse un dono e creazione di Allah e non il risultato della condensazione dell’acqua, tutte cose per altro sostenute dal Corano. Bisogna sottolineare che inizialmente la setta aveva anche mezzi militari limitati; infatti solo dopo la morte del vecchio leader, nel 2009, i Boko Haram si sono trasformati in una banda d assassini.

Dal 2009 ad oggi sono morte almeno 35mila persone, oltre 2 milioni hanno dovuto lasciare le loro case a causa delle violenze. I sequestri sono frequenti e il denaro pagato per il riscatto serve per il finanziamento delle operazioni criminali. Altre volte gli ostaggi vengono rilasciati in cambio della liberazione di miliziani in carcere.

Cornelia I. Toelgyes
corneliaict@hotmail.it
@cotoelgyes
@africexp

Nigeria: “Il calcio è peccato”. E giù bombe e massacri

 

 

 

 

 

 

Algeria: il regime va alle elezioni ma l’opposizione le boicotta

0

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
13 dicembre 2019

L’opposizione ha boicottato le elezioni presidenziali che si sono tenute ieri in Algeria. La votazione, decisa dai vertici militari, non è stata assolutamente condivisa da chi dal 22 febbraio ogni venerdì organizza e partecipa alle proteste di massa, che hanno costretto il presidente Abdelaziz Bouteflika a dimettersi ad aprile dopo i suoi quasi 20 anni di governo. Dal 2001 in Algeria le dimostrazioni erano illegali.

I democratici, che vogliono un cambiamento radicale dell’organizzazione politica del Paese, più tempo prima di organizzare un voto che nella condizioni attuali del Paese dove tutto è in mano ai militari non può essere libero e democratiche: avevano chiesto più tempo per sbarazzarsi di tutti i vecchi arnesi e delle norme autoritarie del regime. Venerdì scorso ha segnato la 42a settimana consecutiva di proteste: I manifestanti del movimento conosciuto come “Hirak” sono scesi in piazza in gran numero, non solo in Algeria, ma in diverse città del mondo. La controversa elezione presidenziale è stata liquidata come una “finzione”.

Scarsa affluenza alle elezioni in Algeria

I seggi ieri si sono chiusi alle 19 ora locale e l’affluenza è stata di poco superiore al 35 per cento: troppo poco e segna un’altra sconfitta per l’apparato militare. Gli aventi diritto al voto erano pi di 24 milioni. La polizia antisommossa è stata dispiegata giovedì all’alba per bloccare l’accesso a Maurice Audin Square e all’iconico ufficio della Grand Post nel centro di Algeri, epicentro delle proteste popolari.

L’Autorità Indipendente di Monitoraggio Elettorale dell’Algeria (NIEMA) in novembre aveva ammesso alla competizione solo 5 candidati sui 22 che avevano chiesto di correre. Tutti e cinque hanno partecipato al governo del dittatore o l’hanno sostenuto. Un voto ambiguo, quindi, i cui protagonisti sono stati i candidati da un lato e la piazza dall’altro.

Tra i cinque sfidanti Abdelmadjid Tebboune e Ali Benflis sono entrambi ex primi ministri. Il primo ha ricoperto quel ruolo nel 2017 per poco meno di tre mesi: licenziato in troco il presidente Bouteflika che l’ha sostituito con Ahmed Ouyahia. Ali Benflis è stato il primo ministro per tre anni, dal 2000 al 2003. Al termine del mandato è stato scelto come segretario generale del Fronte di Liberazione Nazionale, il partito al potere. Un paio di volte si è candidato, senza successo, contro il dittatore per sostituirlo alla presidenza.

Abdelaziz Belaid, è il terzo candidato. Ha fondato il Fronte di El-Moustakbal (Futuro), di cui è il leader. Come Benflis, è anche lui un ex membro del FLN. Ha corso alle elezioni del 2014 e ha ricevuto meno del 4 per cento dei voti, piazzandosi al terzo posto.

Azzedine Mihoubi, invece, è un ex giornalista e scrittore che ora serve come ministro della Cultura. Era anche il direttore generale della stazione radio di proprietà statale che recitava le glorie del regime.

Infine a correre c’è anche il capo del partito islamista El-Binaa, Abdelkader Bengrina. Anche lui ha ricoperto un ruolo importante: dal 1997 al 1998 è stato ministro del Turismo.

La scorsa settimana tutti i candidati hanno partecipato a un dibattito televisivo, il primo nel suo genere nella storia algerina, ma ai manifestanti è sembrato più uno show per far credere che finalmente il Paese è entrato nell’era della democrazia. “Cambiare tutto per non cambiare nulla – ha sentenziato al telefono un dimostrante algerino che parla perfettamente italiano ma avendo paura di ritorsioni vuol restare anonimo -. Voi in Italia conoscete bene questo motto del romanzo ‘Il Gattopardo’. Ebbene qui vogliono applicarlo alla lettera”

I manifestanti antigovernativi vedono i cinque candidati come un prolungamento del regime di Bouteflika: “Come si può pensare a questo punto che le elezioni possono essere libere e giuste? – si domanda retoricamente il nostro interlocutore -. Se il vecchio dittatore non fosse stato costretto a dimettersi quei cinque sarebbero ancora alla sua corte spolpando questo Paese. Il cancro dell’Algeria è la corruzione dilagante. Questa gente ha vissuto sguazzando nella corruzione, ne ha ricavato ingenti profitti. Impensabile che voglia costruire una diga per combatterla”.

Secondo il governo le elezioni di oggi sono l’unico modo per porre fine alla contrapposizione con l’opposizione in piazza. Ma intanto, per non perdere il vecchio vizio di sbattere in galera gli oppositori, il 10 dicembre tre ex leader politici sono stati condannati a lunghe pene detentive. Le accuse sempre le stesse: corruzione, riciclaggio di denaro, appropriazione indebita di denaro pubblico e abuso d’ufficio.

Algeria: manifestazioni contro le elezioni

L’ex primo ministro Ahmed Ouyahia è stato sentenziato a 15 anni di prigione e il suo predecessore Abdelmalek Sellal ha ricevuto una pena leggermente più breve di 12 anni. È stato emesso un mandato di arresto internazionale per l’ex ministro dell’industria Abdesslam Bouchouareb, all’estero. E’ stato condannato in contumacia a 20 anni. In carcere il giorno prima è finito il responsabile della campagna elettorale di Ali Benflis: spionaggio con un Paese straniero.

I manifestanti non credono che questi siano passi verso un’organizzazione più libera e più giusta. Temono invece che si tratti di semplice fumo negli occhi volto a mantenere al potere ufficiali e generali.

Gli accusati sono stati processati da un tribunale militare e così le sentenze vengono interpretate come un regolamento di conti all’interno della nomenclatura dell’esercito. L’obbiettivo non sembra essere una democratizzazione del sistema ma piuttosto un semplice cambio di persone. Insomma le redini del potere restano nelle mani dell’apparato militare.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi
@africexp

Niger, massacrati oltre 70 militari, la peggior carneficina dei jihadisti dal 2015

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
12 dicembre 2019

Settantuno militari uccisi, 12 feriti, diversi loro compagni scomparsi, decine di aggressori ammazzati durante una battaglia campale scoppiata martedì scorso in Niger subito dopo l’assalto dei terroristi islamici a un campo militare. La notizia è stata diffusa dal ministero della difesa di Niamey con un comunicato alla televisione di Stato. Il gruppo di terroristi era composto da alcune centinaia di uomini. Il combattimento è stato molto violento.

Il campo dell’esercito nigerino di Inates, nell’ovest del Paese, si trova non lontano dal confine con il Mali e dista 250 chilometri dalla capitale Niamey. L’aggressione era stata rivendicato dai miliziani di Abou Walid al-Sahraoui, leader di “Etat Islamique dans le Grand Sahara”, attivo nell’area delle “tre frontiere” ai confini del Mali, Burkina Faso e Niger.

Attacco jihadista in Niger

Martedì, un bilancio iniziale  aveva parlato di 61 militari morti. Si tratta del più grave attentato terroristico con il maggior numero di vittime che ha subito l’esercito nigerino dal 2015, cioè dall’inizio degli attacchi jihadisti nel Paese

Secondo quanto riferisce una fonte della sicurezza, i terroristi avrebbero attaccato la base con granate e mortai e le esplosioni di munizioni e carburante sarebbero all’origine di tanti morti. Il presidente e capo delle Forze armate, Mahamadou Issoufou, ha interrotto il suo soggiorno a Assouan (Egitto), dove stava partecipando alla Conferenza sulla pace durevole, sicurezza e sviluppo in Africa, e è ritornato immediatamente a Niamey. Martedì il Consiglio dei ministri ha prorogato per altri tre mesi lo stato d’emergenza che vige già in diverse regioni dal 2017. Tale misura permette alle forze di sicurezza maggiori poteri d’intervento, come perquisizioni nelle abitazioni sia di giorno che di notte e quant’altro.

Presidenti di Ciad, Mali, Burkina Faso, Niger, Mauritania al G5 Sahel

Finora l’attentato non è ancora stato rivendicato da nessun gruppo, ma visto i mezzi e gli uomini messi in campo si punta il dito su una coalizione composta da diversi gruppi jihadisti. La base nigerina sarebbe stata attaccata da centinaia di miliziani in sella alle loro moto.

La stessa guarnigione aveva già subito un altro attacco nel luglio scorso. Allora sono stati ammazzati 18 soldati della ex colonia francese.

Il nord della regione di Tahoua e anche tutto il Tillabéri sono frequentemente teatro di attacchi jihadisti con base nel vicino Mali e dallo scorso ottobre le organizzazioni umanitarie non possono più portare aiuti in queste zone senza scorta militare. Inoltre, secondo quanto riportato dal ministero della Difesa nigerino, lunedì scorso sono morti altri tre soldati e 14 terroristi durante un attacco alla postazione militare di Agando, nella regione di Tahoua.

Malgrado le forze messe in campo dagli Stati del Sahel e i loro partner, l’insicurezza si inasprisce di giorno in giorno in tutta la regione e rischia di espandersi verso altri Paesi del golfo di Guinea.

Quest’ultima carneficina è stata messa in atto solo pochi giorni dopo l’invito di Emmanule Macron ai  presidenti dei Paesi G5 Sahel (Burkina Faso, Mauritania, Ciad, Mali e Niger). L’incontro era stato fissato per il 16 dicembre a Pau (Francia) e è volto a chiarire la presenza della missione francese, ma Barkhane, forte di 4.500 uomini in tutto il Sahel, con il compito di contrastare il terrorismo nella regione. Ma vista l’attuale situazione, Macron, saggiamente ha rinviato il vertice con i suoi omonimi del Sahel. Probabilmente si svolgerà a gennaio, la data non è ancora stata fissata.

Nella stessa area sono stati rapiti anche due italiani. Dal dicembre 2018 non si hanno più notizie di Luca Tacchetto, giovane architetto originario di Vigonza, in provincia di Padova, e della sua compagna canadese Edith Blais.  I due si stavano recando da Bobo-Dioulasso, città nella parte sudoccidentale del Burkina Faso, verso la capitale Ouagadougou. Mentre il sacerdote italiano, Pierluigi Maccalli è stato rapito nel settembre 2018 in Niger, a pochi chilometri dal confine con il Bukina Faso.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Niger: sequestrato operatore umanitario statunitense

 

Catastrofe cambiamenti climatici: le Cascate Vittoria sono in secca

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 11 dicembre 2019

Un calo senza precedenti dei livelli delle acque delle Cascate Vittoria. Così è stata definita la situazione attuale delle cascate tra le più belle e spettacolari del mondo.

Vista aerea delle Cascate Vittoria
Vista aerea delle Cascate Vittoria

Lo spettacolo naturale che portava l’immensa quantità d’acqua dello Zambesi in caduta per cento metri dentro un canyon che separa Zambia e Zimbabwe, è sospeso. L’origine è la pesante siccità, a causa dei cambiamenti climatici, che sta sferzando l’Africa meridionale da quasi un anno.

Le Cascate Vittoria sono l’ultimo forte avviso della tragedia climatica che colpisce il continente africano. Richard Beilfuss è a capo dell’International Crane Foundation e studia lo Zambesi da tre decenni. Secondo lo studioso i cambiamenti climatici influiscono sui ritardi del monsone perché “concentrano la pioggia in eventi più grandi e più difficili da conservare. La conseguenza è una stagione secca che dura più a lungo” – ha dichiarato a Reuters.

Le Cascate Vittoria in secca
Le Cascate Vittoria in secca

I devastanti cicloni Idai e Kenneth, che hanno colpito Mozambico e Zimbabwe a brevissima distanza di tempo, ne sono il triste esempio. Mentre i dati dell’Autorità fluviale dello Zambesi mostrano che il flusso d’acqua è al minimo dal 1995 e ben al di sotto della media a lungo termine.

Zimbabwe e lo Zambia dipendono fortemente dall’energia idroelettrica proveniente della diga di Kariba, che si trova sul fiume Zambesi a monte delle cascate. Le autorità dei due Paesi sono state costrette a interrompere l’erogazione di energia elettrica.

Mappa termica dell'Africa meridionale aggiornata all'11/12/2019. Localizzazione delle Cascate Vittoria (Courtesy weatheronline.co.uk)
Mappa termica dell’Africa meridionale aggiornata all’11/12/2019. Localizzazione delle Cascate Vittoria (Courtesy weatheronline.co.uk)

La secca delle Victoria Falls colpisce pesantemente il turismo e le entrate in valuta pregiata della fragile economia dello Zimbabwe e quella dello Zambia. In Zimbabwe le temperature hanno raggiunto 51°C, una calura che ha bruciato i raccolti lasciando 7milioni di persone a rischio fame.

Un clima bollente che crea grossi problemi alla flora e la fauna delle aree maggiormente colpite. Negli allevamenti dello Zimbabwe sono morti 9mila bovini mentre, tra Zimbabwe e Botswana, sete e fame hanno ucciso 300 elefanti.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Sul Mozambico ancora un ciclone devastante: dopo Idai arriva Kenneth

Emergenza siccità in Africa australe: morti 300 elefanti, 600 saranno trasferiti

Decapitato il vertice del ciclismo in Ruanda travolto dagli scandali

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
10 dicembre 2019

Il ciclismo ruandese ha perso la testa. Peccato. Era partito così bene. Il Paese delle Mille Colline era stato addirittura candidato a ospitare i Campionati mondiali nel 2025. Ora, invece, dopo lo scandalo di questi giorni sembra – come diceva Gino Bartali – che “l’è tutto sbagliato e l’è tutto da rifare”.

Il 6 dicembre scorso quello che in un decennio è diventato lo sport più popolare ed è stato utilizzato anche come mezzo per ricostruire l’unità della nazione dopo il genocidio del 1994, si è trovato decapitato.

Si è dimesso il boss delle 2 ruote di Kigali, Aimable Bayingana, presidente della Federazione Ciclistica Ruandese (Ferwacy) accusato di corruzione, di malversazione, di abuso di potere e di aver coperto abusi sessuali nei confronti delle donne cicliste. Con lui se ne è andato il gruppo dirigente al completo: i vicepresidenti Benoit Munyankindi e François Karangwa, il segretario generale Toussaint Nosisi Gahitsi, il tesoriere Thierry Rwabusaza e i consiglieri Faustin Mparabanyi, Jean Baptiste Rugambwa, Jean Bosco Ntembe.

Amaible Bayingana ex presidente Ferwacy

Il comitato direttivo era stato confermato all’unanimità il 31 marzo 2018 per 4 anni. Bayingana era l’unico candidato e la sua elezione era data per scontata in quanto a lui veniva attribuito il vertiginoso sviluppo del ciclismo nel Paese e veniva considerato, giustamente, il più attivo sostenitore del ciclismo nel Continente. Non a caso, quindi, era in carica dal marzo 2010. Grazie a lui il Giro del Ruanda in 9 anni è passato da una competizione locale a una di rango internazionale. Proprio quest’anno la corsa è salita di livello (abbiamo avuto modo di parlarne nel marzo scorso) e ha raggiunto l’unica altra manifestazione di respiro mondiale, la Tropicale Amissa Bongo, che si svolge in Gabon. Il prossimo Tour del Rwanda, il 12° della serie, presentato il 21 novembre scorso, si disputerà dal 23 febbraio al I marzo 2020 e vedrà la partecipazione di ben 16 squadre, compresa l’italiana Androni- Sidermec.

A dare il via al Tour, però, quest’anno non ci sarà lui, il boss delle 2 ruote, Amaible Bayingana, caduto dal podio fragorosamente. Nel suo discorso di insediamento, il 31 marzo 2018, Bayingana aveva illustrato gli obiettivi del nuovo comitato dirigente: rafforzare le squadre dei pedalatori (sono 150 i ciclisti iscritti alla Federazione e l’obiettivo è raggiungere quota 400 nel 2020), promuovere il ciclismo fra le donne ruandesi e supportare la partecipazione femminile. Il caso ha voluto che proprio la “questione femminile” abbia offuscato (almeno momentaneamente) la sua inarrestabile carriera dirigenziale e politica: mister Amaible è, infatti, anche il portavoce del Rwanda Patriotic Front (RPF, Fronte patriottico ruandese), il partito che governa il Paese dal 1994 sotto il polso fermo di Paul Kagame, presidente dal 2000.

Prima delle dimissioni collettive del Comitato, che nega ogni addebito, la gestione della federazione ciclistica e la persona del presidente erano finite sotto attacco. Nel muovere violente critiche si era contraddistinto il sito Taarifa.rw. In un articolo del mese scorso a Bayingana era stato rimproverato di tutto e di più. A cominciare dal fatto che avrebbe instaurato un regime personale autoritario “tanto che i membri della Federazione vivono nel terrore e credono che il loro boss supremo intercetti i loro telefoni. Sistematicamente fa loro presente che la Federazione è cosa sua, che i ciclisti sono sua proprietà e nessuno può permettersi di giudicare come lui governi la federazione”.

Circolavano da tempo anche voci di altro genere: la gestione opaca dell’acquisto di 40 bici da corsa in Italia fatte sbarcare a Dar es Salaam (Tanzania), rimborsi spese non dati… La situazione però è precipitata dopo la lettera pubblicata proprio su Taarifa.rw dell’ex corridore americano Johnatan “Jock” Boyer e Kymberly Coats, allenatori della nazionale ciclistica e fondatori dell’Africa Rising Cycling Center, un istituto creato ad hoc non solo per diffondere il ciclismo ma anche per preparare allenatori, meccanici, nutrizionisti del settore.

Ciclisti ruandesi

I due, dimissionari, nella lettera hanno accusato il boss della Federazione di vanificare le iniziative miranti a sviluppare l’attività ciclistica, di eccesso di potere, di arroganza, di maltrattamento dei corridori e di copertura degli abusi sessuali sulle giovani, approfittando della loro povertà e ignoranza. Una di esse sarebbe stata anche messa incinta da uno dell’entourage dirigenziale, ma il caso sarebbe stato messo a tacere con la scusa che la ragazza era maggiorenne. Nel mirino ci sarebbe un addestratore del centro di allenamento di Musanze (nord del Ruanda), creato dall’ex professionista Boyer, che se ne  è tornato polemicamente negli USA. Proprio Boyer, primo americano a correre il Tour de France nel 1981, finì in una cella ruandese nel 2002 per molestie sessuali nei confronti di una minorenne. Scontata la pena, “Jock” ha voluto redimersi dedicandosi alla formazione dei giovani atleti su due ruote.

Alla fine tutto è stato riportato alla presidenza della Repubblica e l’altro giorno sono arrivate le dimissioni dell’intero team esecutivo. Sono scattate le indagini ufficiali del Rwanda Investigative Bureau (Ufficio investigativo del Ruanda) e del ministero degli Sport. Il segretario permanente del ministero, Shema Maboko, ha dichiarato (secondo quanto riferisce l’agenzia France Presse) “Non possiamo pronunciarci dato che si sta indagando su gravi reati. Siamo consapevoli che corruzione e molestie sessuali sono diffuse. Lasciamo lavorare l’Ufficio investigativo. Il ministero però è determinato a combattere la violenza sulle donne e per questo varerà delle norme severe contro gli abusi sessuali nel ciclismo e in tutti gli altri sport”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Spumeggiante ed entusiasmante giro ciclistico del Ruanda a tutta birra!