15.6 C
Nairobi
venerdì, Aprile 10, 2026

La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...
Home Blog Page 260

Sudafrica: i ranger spaccano un braccio al campione di ciclismo Nic Dlamini

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
31 dicembre 2019

Rompendogli un braccio han rischiato di tagliargli le gambe. Il che per un ciclista è la peggiore delle disgrazie. Se però il corridore è una promettente stella (nera) del pedale sudafricano e gli autori della frattura sono alcuni maldestri e violenti rangers sudafricani del Table Mountain National Park di Città del Capo, la disgrazia ricade su di loro e diventa una vergogna nazionale e internazionale.

Nicholas Dlamini durante una gara in Australia

Tutto ha inizio venerdì 27 dicembre scorso. Nicholas Dlamini, 24 anni, ciclista professionista, mentre si allena nella zona Silvermine del Parco della celebre Montagna piatta , viene fermato da un gruppo di guardiani, noti come SANParks rangers. Alla richiesta di esibire il permesso di circolazione in bici dentro l’area protetta, ne scaturisce un alterco. Segue una violenta aggressione da parte dei rangers che non vanno tanto per il sottile se arrivano a provocare la frattura dell’omero sinistro di Dlamini.

La scena è filmata col telefonino da un altro ciclista, Donovan Le Cock, che corre lì per caso. Le Cock posta il filmato su Whatsapp per il gruppo di ciclisti di Città del Capo, poi su twitter. Le immagini fanno il giro del mondo provocando sdegno e rabbia. E la sospensione (domenica) dei 5 rangers da parte del ministero Pesca, Foresta e Ambiente, che ha aperto un’inchiesta “indipendente”.

Nicholas “Nic finisce” al False Bay Hospital, viene confermata la frattura (la radiografia appare su Internet), poi è trasferito in un’altra struttura dove subisce un intervento chirurgico. Una sua foto, con lui appisolato e la spalla fasciata, viene diffusa il giorno dopo su Twitter da un suo amico, Sven Thiele.

Intanto divampa la polemica, a tutti i livelli. Ad alimentarla basta e avanza il video di Donovan Le Cock. Senza dubbio alcuno si è di fronte a un gesto di “violenza gratuita, immotivata, sconvolgente”, come dichiara il presidente della società ciclistica NTT, Douglas Ryder, che aggiunge “Vedere un ragazzo che io conosco bene essere trattato in questo modo, fa stare veramente male. Inaccettabile!”.

Dlamini, infatti, viene immobilizzato contro il furgone della compagnia dei sorveglianti, che cercano di spingerlo dentro come fosse una bestia. Uno gli attorciglia il braccio sinistro dietro la testa tanto da causare la frattura dell’omero. Un altro ranger si rivolta contro il fotografo e cerca di strapparli il telefonino. Intervistato dal sito Velonews, Le Cok ha dichiarato: “I rangers hanno fatto cadere il mio collega nel tentativo di fermarlo mentre si apprestava a uscire dal parco. Gli hanno rovinato la bici e Nic si è fatto male, si è rialzato, sotto choc e ha protestato. Quelli evidentemente non sono abituati alle reazioni dei cittadini e allora è stato affrontato da uno dei 5, gli ha girato il braccio finchè non glielo ha rotto. Nic continuava a gridare che il braccio era spezzato. Io ho smesso di filmare quando hanno iniziato ad essere aggressivi anche nei miei confronti tentando di portarmi via il telefonino”. Le Cock ha ricordato come l’accesso al Parco sia controllato (dal sito si deduce che una giornata in bici costa poco più di 6 euro, ma che tanti hanno un pass annuale). “E’  stata una scena veramente inquietante e preoccupante – ha continuato a dire Le Cok –. L’aspetto peggiore che questi  rangers, pagati per contrastare il bracconaggio e i contrabbandieri, sono noti per la loro aggressività”. Deve essere vera questa affermazione se il giorno dopo il chairman del Mountain Club South Africa (Msca), Martin Hutton-Squire  ha dichiarato che non si tratta di un “incidente isolato e questa può essere l’occasione di denunciare episodi simili”.

Il ciclista Nicholas Dlamini aggredito dai rangers

Stavolta la vicenda ha avuto risonanza vastissima perché Dlamini è un corridore molto noto così come il suo gruppo sportivo, Team NTT (che prima si chiamava Dimension Data). Senza dimenticare che il ciclismo in Sud Africa ricorda anche la maledetta segregazione. Pochi sanno – e immaginano – che già nel lontanissimo 1903 a Johannesburg circolavano tanti ciclisti “come in poche altre parti del mondo. Al punto che si diceva che i bambini imparavano a pedalare prima di camminare”. Lo scrive Njogu Morgan nel libro Cycling Cities: Johannesburg, pubblicato per la Fondazione per la Storia della Tecnologia. La bici veniva usato per diletto e per andare al lavoro. Poi venne l’apartheid. E, ricorda l’autore, il popolo venne spinto ai margini dalla segregazione razziale, lontano dalla città e dai posti di lavoro. E la bici scomparve. Ma non la passione, che è ridivampata negli ultimi anni.

Su Nicholas, che ha preso parte, fra l’altro, a diversi Giri di Spagna, il ciclismo africano ha scommesso molto per le prossime Olimpiadi 2020 a Tokio. Il Team NTT, (non a caso sorto proprio a Johannesburg), conta diversi campioni europei, compresi 5 italiani. Pochi giorni fa ha arruolato anche il nostro Domenico Pozzovivo, 37 anni, che in agosto era stato investito da un’auto mentre si allenava in Calabria. Tante fratture e paura di aver finito la carriera, la stessa che ora attanaglia Nic. Dal suo letto d’ospedale Nic ha ringraziato la marea di campioni, a cominciare da Chris Froom, di tifosi e non, che gli hanno espresso la loro solidarietà. Ma ha anche dato mandato a uno studio legale internazionale, il Norton Rose Fulbright, di tutelarlo. Non vuol lasciare impunita l’arroganza di cinque rangers della Montagna della Tavola.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Sudan: torturarono e uccisero un maestro Condannati a morte 27 agenti dei servizi

Africa ExPress
30 dicembre 2019

Ventisette membri dei servizi segreti sono stati condannati alla pena capitale da un Tribunale del Sudan per aver torturato un insegnante fino alla morte dopo il suo arresto perché avevano partecipato a manifestazioni che si sono svolte in tutto il Paese. La condanna sarà eseguita per impiccagione.

E’ la prima volta che una Corte sudanese emette una sentenza per le repressioni durante le proteste che hanno portato al rovesciamento di Omar Al Bashir e del suo governo l’11 aprile scorso.

Condanna a morte per 27 membri dei servizi segreti del Sudan

La pena della reclusione è stata invece inflitta a altri 13 imputati, mentre quattro sono stati assolti. Ora si attendono eventuali ricorsi.

La morte dell’insegnante, Ahmed al-Khair, avvenuta a Khashm al-Qirba, città nell’est del Sudan, aveva creato indignazione in tutto il Paese. Al-Khair era stato arrestato in seguito alle proteste conosciute anche come “La rivolta del pane”, iniziate nel dicembre 2018 dopo l’annuncio del governo di voler triplicare il prezzo del pane.

I familiari dell’insegnante hanno sottolineato che inizialmente gli agenti della sicurezza avevano sostenuto che il loro congiunto sarebbe morto in seguito ad avvelenamento; qualche giorno dopo, invece, è stato appurato che il decesso era dovuto alle torture subite; il corpo della vittima, infatti, portava evidenti segni di violenza.

Durante l’udienza centinaia di persone hanno manifestato con la bandiera del Sudan e fotografie della vittima davanti al Tribunale di Omdurman, città situata sulla sponda occidentale del Nilo, dove è stato emesso il verdetto.

Africa ExPress
@africexp

Rivolta del pane in Sudan: i dimostranti chiedono le dimissioni di Al Bashir

Galera in Marocco a chi osa criticare il monarca e le autorità

0

Africa ExPress
29 dicembre 2019

Vietato insultare il re del Marocco, Muhammad VI. Il youtuber marocchino Mohamed Sekkaki, conosciuto dal grande pubblico come Moul Kaskita, è stato condannato a 4 anni di prigione e a una multa di 4.000 dollari da un Tribunale di Settat, nell’ovest del Paese.

Sekkaki, molto seguito in Marocco, è stato arrestato all’inizio del mese per aver criticato il discorso del re e aver apostrofato i suoi concittadini come “asini”.  Il suo avvocato ha specificato che avrebbero fatto appello alla sentenza. Nel frattempo il suo cliente resta in detenzione provvisoria fino al 2 gennaio.

Muhammad VI, re del Marocco

Dopo la primavera araba del 2011, Muhammad VI ha dovuto cedere molti dei suoi poteri al governo eletto dopo le manifestazioni in piazza. Ma secondo gli analisti ancora oggi il sovrano avrebbe l’ultima parola nelle questioni di rilievo. E la famiglia reale gode ancora di molto prestigio nell’ ex protettorato francese. Criticare il re è considerato un atto criminale.

Il mese scorso il rapper Gnawi è stato condannato a un anno di galera per una controversia con le forze dell’ordine. Ma i suoi fan la pensano diversamente. Secondo loro è stato perseguitato per una sua canzone che esprime critiche nei confronti della monarchia.

Anche il giornalista e attivista per i Diritti umani, Omar Radi, è stato arrestato giovedì scorso a Casablanca per aver postato in aprile sul suo account twitter: “Né oblio, né perdono con questi funzionari senza dignità”. Giudicato secondo l’articolo 262 del codice penale marocchino, rischia una pena da un mese a un anno per oltraggio alla magistratura.

Omar Radi, giornalista e attivista per i Diritti umani marocchino arrestato

Radi aveva criticato il verdetto di un giudice nei confronti di membri di Hirak, un movimento di contestazione sociale molto attivo tra il 2016 e il 2017 nel nord del Marocco.

Il giornalista è stato ascoltato dalla polizia giudiziaria, che ha trasmesso gli atti alla Procura. Durante la prima udienza il giudice ha rifiutato la libertà su cauzione. Il processo riprenderà il 2 gennaio.

L’arresto di Radi ha suscitato un’ondata di indignazioni sui social network e anche Reporter senza Frontiere (RSF) ha denunciato il caso. Nel pomeriggio di venerdì scorso, cinque ONG hanno chiesto la sua liberazione immediata e in comunicato hanno condannato i continui attacchi contro la libertà di opinione e espressione e il numero crescente dei detenuti colpevoli solamente per aver criticato le autorità marocchine”.

Africa ExPress
@africexp

Gli ostaggi decapitati dai terroristi in Nigeria non sono tutti cristiani

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
28 dicembre 2019

L’Islamic State West Africa Province (l’acronimo ISWAP), una fazione di Boko Haram, capeggiata da qualche mese da un nuovo leader, Abu Abdullah Ibn Umar Al Barnawi, ha diffuso un video nel quale si vedono 11 uomini ben allineati uno vicino all’altro con gli occhi bendati, mentre vengono brutalmente ammazzati.

Il filmato della durata di poco meno di un minuto, è stato messo in rete la sera del 26 dicembre 2019 dall’agenzia Aamaq, organo di propaganda dello stato islamico. Le 11 vittime, secondo quanto viene descritto nel video di ISWAP, sarebbero tutti cristiani. Dieci di loro sono stati decapitati, solo uno è stato freddato con le pallottole. “E’ un messaggio ai cristiani del mondo intero”, ha detto un uomo ripreso con il volto coperto.

Esecuzione di 11 ostaggi di ISWAP

Lo stesso uomo ha poi aggiunto che gli uomini sarebbero stati giustiziati per vendicare la morte di Abu Bakr al-Baghdadi e del portavoce dll’ISIS, Abul-Hasan al-Muhajir, ucciso in un attacco aereo statunitense nel nord-ovest della Siria l’ottobre scorso. Bisogna precisare che Al-Baghdadi si è suicidato per non cadere nelle mani del nemico.

Precedentemente ISWAP aveva chiesto di trattare con il governo di Abuja. Le persone sequestrate, e ora ammazzate, avrebbero potuto essere rilasciate in cambio della liberazione di miliziani del gruppo terrorista, attualmente detenuti nelle prigioni nigeriane.

Il presidente del Paese, Muhammadu Buhari, ha condannato la mattanza e ha aggiunto: “Non dobbiamo assolutamente permettere che questi fatti ci dividano e mettano cristiani contro musulmani e viceversa. Queste esecuzioni barbariche non rappresentano in nessun modo l’Islam e i milioni di musulmani onesti e rispettosi delle leggi”.

Finora il governo di Abuja non ha rivelato l’identità delle vittime, ha solamente fatto sapere che le persone sarebbero state sequestrate qualche settimana fa.

ISWAP ha reso noto che 13 nigeriani (cristiani e musulmani) sarebbero stati catturati lo scorso novembre sulla superstrada Damaturu-Maiduguri nel nord-est della ex colonia britannica. In un video rilasciato sempre dal gruppo terrorista il giorno dopo l’uccisione di 4 operatori umanitari della ONG Action Against Hunger (ACF), i sequestrati si sono auto identificati con nome e cognome.

Tra i 13 sequestrati c’è anche una donna, il cui viso è stato coperto dai miliziani nel loro video. I terroristi hanno sottolineato che stanno ancora investigando sull’identità della signora, in quanto afferma di non far parte dell’esercito nigeriano. Si chiama Suwaiba Kashimu, originaria del Nasarawa State, nel centro del Paese.

Gruppo di nigeriani cristiani e musulmani sequestrati da ISWAP

Nel filmato le persone in mano a ISWAP chiedono l’intervento del governo e dell’associazione cristiana nigeriana (CAN) per la loro immediata liberazione. Il primo a prendere la parola è Bitrus Zakka Bwala, lettore capo del Umar Suleiman College of Education di Gashua, nello Yobe State. Zakka è stato catturato dai terroristi il 27 novembre 2019 mentre stava recandosi al lavoro. “Chiedo al governo di intervenire, di salvarci. Come potete vedere, tra noi ci sono anche cristiani. Quando siamo arrivati, abbiamo incontrato anche gli operatori umanitari di ACF, prima che fossero giustiziati. Il governo non fa abbastanza, ecco perchè Leah Sharibu è ancora qui (Leah è una ragazzina di appena 16 anni, rapita da ISWAP nel febbraio 2018 n.d.r.). Chiediamo anche aiuto ai vari governatori e ai leader di CAN”. Nel video anche altri sequestrati hanno chiesto disperatamente aiuto a Abuja. La lista completa dei 13 nigeriani apparsi nel filmato sono stati pubblicati nel blog di Ahmad Salkida, reporter nigeriano esperto in terrorismo.

Muhammadu Buhari, presidente della Ngeria

E, sempre secondo Salkida, analizzando nel dettaglio il video pubblicato il 17 dicembre 2019 con quello messo in rete il 26 dicembre, si evince che Suwaiba Kashimu e un altro uomo sono stati finora risparmiati; dunque non tutte le undici vittime decapitate da ISWAP dovrebbero essere cristiane, in quanto nel gruppo dei 13, dieci erano cristiani, mentre tre risultavano essere musulmani.

Lunedì scorso i miliziani di ISWAP hanno ammazzato almeno 2 civili e ferito altri 13 in un attacco a una posizione militare nel Borno State, mentre domenica hanno perso la vita 6 soldati dell’esercito nigeriano durante un’imboscata a un convoglio militare. Lo stesso giorno una trentina di terroristi dell’organizzazione hanno ucciso 6 persone e sequestrato altre 5 dopo aver bloccato uno dei maggiori assi stradali della zona. La vigila di Natale gli stessi hanno attaccato Kwarangulum, un villaggio cristiano non lontano da Chibok, nel Borno State. Secondo quanto riferito da David Bitrus, un vigilante dell’area, i miliziani avrebbero ucciso 7 persone e rapito un’adolescente, dopo aver saccheggiato e incendiato diverse case (Chibok era sulle prime pagina della stampa internazionale nella primavera del 2014 per il sequestro di 276 studentesse da parte dei Boko Haram n.d.r.).

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
@africexp

Nigeria: “Il calcio è peccato”. E giù bombe e massacri

Natale di sangue in tutto il Sahel: attacchi terroristi in Burkina Faso, Mali e Niger

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
27 dicembre 2019

Il Niger non conosce tregua. L’aggressività dei jihadisti è sempre più insistente. Il giorno di Natale, sono stati trucidati 14 militari nigerini nella regione di Tillabéri, nell’ovest del Paese, al confine con il Mali.

Il ministero degli Interni di Niamey ha comunicato giovedì che un convoglio, scortato da gendarmi e membri della guardia nazionale, è stato attaccato da uomini armati. Un altro militare è disperso. I soldati erano addetti alla sicurezza di un gruppo di persone incaricato di stilare le liste degli aventi diritto al voto nell’area di Sanam per le elezioni presidenziali che si svolgeranno alla fine del 2020.

Solo poche settimane fa, il 10 dicembre, i jihadisti hanno attaccato la base militare di Inates, lasciando sul campo oltre 70 soldati morti. L’aggressione era stata rivendicata da miliziani di Abou Walid al-Sahraoui, leader di “Etat Islamique dans le Grand Sahara”, attivo nell’area delle “tre frontiere” ai confini del Mali, Burkina Faso e Niger.

E Nel Burkina Faso, solo poche ore dopo la carneficina che è costata la vita a 35 civili martedì mattina, durante la notte tra il 24 e il 25 dicembre, i terroristi hanno teso un’imboscata a un gruppo di militari burkinabé a Hallalé, nella provincia di Soum nella regione del Sahel, da anni teatro delle aggressioni dei jihadisti.

I militari avevano ricevuto l’ordine di controllare un’area di transito spesso utilizzato da gruppi armati, quando sono stati attaccati. Undici soldati sono stati uccisi, mentre 5 terroristi sarebbero stati neutralizzati. Una fonte militare ha riferito: “In questa zona siamo in fase offensiva da tempo”.

Il massacro di Arbinda – località vicino alla frontiera con il Mali –  avvenuto martedì scorso – è ritenuto il peggiore verificatosi nel Paese dal 2015, anno nel quale sono iniziate le incursioni di vari gruppi armati. Alla vigilia di Natale sono stati ammazzati 35 civili, tra loro 31 donne, 4 soldati e 3 gendarmi. Finora l’attacco non è stato ancora rivendicato.

Attacco jihadista in Burkina Faso

Lo Stato maggiore dell’esercito ha riferito che grazie a un’imponente controffensiva sarebbero stati uccisi 80 jihadisti. Inoltre sarebbero stati sequestrati armamenti, munizioni e un centinaio di moto.

Il comune di Arbinda è già stato teatro di ripetute aggressioni. All’inizio di aprile avevano perso la vita 62 persone. 32 erano state ammazzate dei terroristi e 30 durante un conflitto comunitario. E a maggio sono state attaccate due chiese, una protestante e una cattolica nella stessa regione, mentre sempre a Arbinda, 19 persone sono morte durante un’aggressione in pieno giorno.

Il presidente della ex colonia francese, Roch Marc Christian Kaboré, spesso criticato per non aver usato il pugno di ferro contro i gruppi jihadisti, martedì stesso ha proclamato due giorni di lutto nazionale.

E anche nel Mali c’è stato nuovamente un “piccolo” attacco. Un uomo è morto e altri quattro sono stati feriti durante un’incursione nel villaggio di Diangassabou, nell’area Bandiagara, territorio dei dogon il 23 dicembre. Secondo le autorità si sarebbe trattato di un attacco terrorista; gli aggressori, armati fino ai denti, grazie all’intervento dell’esercito sono stati respinti

In Burkina Faso è sparito anche un giovane italiano, Luca Tacchetto, insieme alla sua fidanzata canadese, Edith Blais. Da oltre un anno non si hanno più loro notizie. Mentre in Niger, a pochi chilometri dal confine burkinabé è stato rapito nel settembre 2018 un altro italiano, il sacerdote Pierluigi Maccalli. Il silenzio della Farnesina pesa come un macigno.

Pochi gorni dopo la strage di Inates in Niger, i capi di Stato del G5 Sahel (Ciad, Mauritania, Niger, Burkina Faso e Mali) si sono riuniti a Niamey per fare il punto della situazione. In tale occasione hanno fatto un appello alla comunità internazionale per un maggiore sostegno nella lotta contro il pericolo jihadista, che colpisce attualmente sopratutto Burkina Faso, Niger e Mali. I cinque Stati del Sahel hanno inoltre deciso di rinforzare la loro cooperazione. Kaboré, Idriss Déby (Ciad), Mohamed Ould Cheikh Ghazouani (Mauritania), Ibrahim Boubacar Keïta (Mali) e Mahamadou Issoufou (Niger), vogliono assolutamente migliorare il coordinamento tra le forze congiunte, le forze nazionali e quelle internazionali alleate. Hanno anche chiesto una più ampia collaborazione delle forze di sicurezza e dei servizi dei Paesi confinanti per contrastare terrorismo e criminalità transfrontaliera.

I capi di Stato del G5 Sahel: Ibrahim Boubacar Keïta (Mali), Idriss Déby Itno (Ciad),  Ould Cheikh Ghazouani (Mauritania), Roch Marc Christian Kaboré (Burkina Faso) e Mahamadou Issoufou (Niger)

Malgrado la presenza di militari francesi dell’Operazione Barkhane, forte di 4.500 uomini in tutto il Sahel, i caschi blu di MINUSMA in Mali, che comprende oltre 13.000 unità, truppe americane nell’ambito della missione AFRICOM, tedesche e anche italiane con la missione MISIN (Missione Bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger), l’insicurezza si inasprisce di giorno in giorno in tutta la regione e rischia di espandersi verso altri Paesi del golfo di Guinea.

Ma il terrorismo non si combatte solo con le armi. La risposta militare, specie quando questa è accompagnata da violazioni dei diritti umani, spinge molte persone a allearsi con i gruppi terroristi. Per arginare il fenomeno ci vuole innanzi tutto una migliore governance, combattere  corruzione, povertà estrema, maggiore istruzione e assistenza sanitaria; dove non c’è giustizia sociale non ci sarà mai pace.

Cornelia i. Toelgyes
corneliaict@hotmail.it
@cotoelgyes
@afrixexp

I misteri che avvolgono il rapimento di Luca Tacchetto e il silenzio della Farnesina

Niger: sequestrato operatore umanitario statunitense

 

 

 

 

 

 

Silvia, non molliamo e se lo Stato non ti cerca, ti cerchiamo noi

1

La realizzazione di questo articolo è stata possibile grazie al finanziamento
ricevuto da tanti lettori dopo il lancio della campagna di crowdfunding. Ringraziamo
chi ci sta dando una mano per reperire i mezzi necessari a continuare
le inchieste giornalistiche. Vogliamo scoprire la verità. E ci riusciremo grazie a voi.
Africa ExPress
Clicca qui se vuoi aiutare l’indagine giornalistica

Speciale per Senza Bavaglio
Massimo A. Alberizzi
Milano/Nairobi, 25 dicembre Natale 2019

Ciao Silvia. Ci risiamo. E’ Natale e tu ci manchi. Manchi alla tua mamma Francesca, al tuo papà Enzo, a tua sorella Giulia e al tuo cagnolino Alma. Ma anche alle tue amiche, ai tuoi amici. E a tutti noi. Non abbiamo idea di dove tu sia e soprattutto con chi tu sia in questo momento. Qualcuno parla di un nascondiglio segreto dove ti avrebbero portato in Somalia, ma tutte le ricerche che abbiamo fatto lì sono state negative.

Sai, io conosco bene l’ex colonia italiana. Ci ho passato diversi mesi e conosco un bel po’ di gente. Devo dire con grande gratitudine, che in tanti mi hanno aiutato a cercare di capire se tu sei nascosta da qualche parte.

Silvia Romano con il suo cucciolo Alma
Silvia Romano con il suo cucciolo, Alma

Niente. Le ultime notizie mi sono arrivate qualche giorno fa. Il mio amico Ali Nur (il nome, scusa, è di fantasia per evitare ritorsioni e vendette) mi ha raccontato di aver contattato diversi capi shebab (i miliziani islamici somali) e quando gli ha chiesto informazioni su di te si sono tutti trincerati dietro un “No comment” significativo. Ma conosco i somali. Non ti diranno mai: “Non so nulla”. Ammiccheranno ostentatamente per farti credere che sanno qualcosa, salvo poi, messi alle strette dagli avvenimenti, potranno sempre sostenere di non aver detto niente di importante e significativo o che l’interlocutore ha capito male.

Silvia, ci troviamo davanti a uno Stato che sta tentando di depistare, di sviare le indagini e anche impedirle. Per il semplice motivo che non è stato in grado di effettuare indagini serie e incisive.

Lo Stato assicura, “Stiamo lavorando, lasciateci in pace”, chiede una fiducia cieca che sta dimostrando di non meritare. Dovrebbe riempire con le risposte appropriate una serie di domande che noi – e l’opinione pubblica più informata – ci poniamo.

Silvia e il suo sorriso smagliante

Per esempio perché viene sbandierata ai quattro venti (unica informazione ufficiale) la “fattiva” collaborazione tra autorità keniote e quelle italiane, mentre invece ai carabinieri del ROS è stato permesso di visitare il villaggio dove sei stata rapita, Chakama, e il tuo alloggio solo il 23 agosto scorso, cioè 9 mesi dopo che ti hanno portato via?

Sanno qualcosa gli investigatori italiani del file con la tua fotografia e le tue impronte digitali (quelle che ti hanno raccolto all’aeroporto di Mombasa quando sei tornata in Kenya all’inizio di novembre 2018) scomparso dall’archivio della polizia aeroportuale?

E poi che fine ha fatto la denuncia che tu hai presentato alla polizia di Malindi contro un prete anglicano sospettato di pedofilia? Quella denuncia, di cui tu racconti durante un colloquio telefonico con le tue amiche, è scomparsa e l’investigatrice che l’aveva raccolta ha sostenuto con me di averla trascritta su un suo block notes personale ma siccome tu non le avevi fornito i nomi delle ragazzine molestate, né quello del religioso, ha pensato bene di non trascriverla sul brogliaccio ufficiale.

Qualche giorno fa mi sono rivolto ai giudici in Kenya chiedendo se hanno tue notizie. Hanno riposto: “No. Non abbiamo nessuna informazione. Preghiamo per un miracolo di Natale”. Sì, Silvia siamo tutti addolorati per la tua sorte e il silenzio delle autorità è inquietante e sospetto.

E poi c’è la storia di Ibrahim Adhan Omar uno dei tre a processo per il tuo rapimento: ha pagato la cauzione (anzi, qualcuno ha pagato la cauzione per farlo uscire di galera) ed è sparito. “Lo stiamo cercando”, assicurano alla polizia keniota ma una voce insistente (ripeto però una voce, non una notizia certa) sostiene che sia stato ammazzato per tappargli la bocca e impedirgli così di raccontare tutto quello che sa sulla tua vicenda. Se la voce dovesse trasformarsi in una informazione verificata sarebbe un ulteriore lemma nell’elenco dei misteri che avvolgono il tuo rapimento.

Ma è stato aperto anche il capitolo cocaina. Mombasa è una base di stoccaggio della polvere bianca che arriva dal Sud America e vieni poi smerciata in Europa, Asia e Stati Uniti. In aprile scorso a New York c’è stato un grande processo contro gli esponenti di una influente famiglia keniota di origine indiana accusata di un ingente traffico (poco meno di due tonnellate) di droga. Silvia nel luglio 2018 ha soggiornato a Likoni, un sobborgo di Mombasa, e ha conosciuto, suo malgrado, diversi potenti di quella regione del Kenya. Silvia è giovane, entusiasta ed eticamente motivata. Potrebbe aver visto qualcosa e aver pensato di denunciare malefatte e in genere comportamenti illeciti. Nelle carte di quel processo a New York si parla anche di un italiano frequentatore del Kenya coinvolto nel traffico di cocaina. Gli agenti italiani impiegati all’Interpol conoscono questa vicenda, le carte gliele abbiamo consegnate noi di Africa Express, ma finora non si sa nulla delle loro indagini: non si sa neppure se il nome di quest’italiano sia stato individuato. Potrebbe essere questa la chiave del tuo sequestro, Silvia.

Il 20 novembre scorso, anniversario del tuo rapimento, sono stato intervistato da diverse radio e televisioni. Mi hanno chiesto in tanti di conoscere lo stato delle indagini. Ho partecipato a tavole rotonde virtuali: un’ora a SkyTg24, e poi a Radio 24, Rete 4, tempi minori a TG Com, emittenti private nazionali e locali. E poi sul Fatto Quotidiano hanno ospitato diversi articoli. C’è stata anche la richiesta della Farnesina di non mandare in onda una mia intervista di oltre mezz’ora che era già pronta e confezionata. Perché tanta caparbietà censoria? Cosa nascondono i diplomatici di questo Paese che la gente (forse meglio chiamarli sudditi?) non deve sapere.

Silvia Romano e il suo amico fisioterapista Alfred Scott fotografati a Mombasa
Silvia e il suo amico fisioterapista Alfred Scott fotografati a Mombasa

Probabilmente è stato il nostro ministero degli Esteri a chiedere alla tua famiglia di non partecipare alle udienze del processo in corso a Malindi contro tre dei presunti rapitori. Eppure i giudici mi avevano espressamente invitato a scongiurare la madre di venire in Kenya, perché potesse guardare in faccia gli imputati e indurli così a fornire tutte le informazioni possibili per rintracciare la figlia.

Inutile spiegare che senza Ilaria, la sorella di Stefano Cucchi che ha cercato testardamente e puntigliosamente la verità, la morte del fratello sarebbe ancora addebitata a un malore o a un’overdose. Inutile spiegare che ci troviamo davanti all’eterno conflitto tra il giornalismo serio e responsabile che non abdica alla sua funzione di ricerca ostinata e cocciuta della verità e il potere, che fa della ragion di Stato uno dei motivi della sua ragion d’essere. Ilaria Cucchi non solo ha preteso che sul fratello non calasse un complice velo di silenzio ma con la sua tenace richiesta ha smantellato il prestigio di un’istituzione centenaria come quella dei carabinieri.

Un altro Natale senza di te, Silvia. E davanti a noi la vergogna di uno stato silente.

Per fortuna non siamo come quei giornalisti che si accontentano della verità ufficiale, che scrivono articoli e libri senza magari neppure muoversi dalla loro comoda poltrona. Ci hanno dato degli “irresponsabili” perché abbiamo indagato, perché abbiamo informato, perché abbiamo onorato il nostro lavoro cercando la verità. E a chi ci ha consigliato di lasciar perdere di non mettere a rischio la nostra vita “per una ragazzina incosciente che se l’è andata a cercare”, rispondiamo così: “Silvia non molliamo e ti vogliamo trovare”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi      

Dal Nostro Archivio

Silvia Romano, la pista porta in Somalia dagli shebab ma non tutti ci credono

Silvia Romano: uno degli imputati non si presenta al processo, scappato è ricercato

Rimandato processo ai rapitori di Silvia: emergono quarto uomo, errori, omissioni

 

Rimandato processo ai rapitori di Silvia: emergono quarto uomo, errori, omissioni

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

 

 

Sudan apre inchiesta per crimini in Darfur: Omar Al Bashir indagato anche in casa

Africa ExPress
24 dicembre 2019

Il procuratore generale del Sudan, Tagelsir el-Heber, ha aperto un’inchiesta sui crimini commessi nel Darfur da una cinquantina di vecchi dirigenti del regime ormai crollato, già indagato dalla Corte Penale Internazionale. Tra gli indagati spiccano i nomi dell’ex presidente, Omar Al Bashir, quello dell’ex ministro alla Difesa, Abdel-Rahim Mohamed Hussein, e del governatore del Kordofan, Ahmad Haroun, tutti e tre attualmente detenuti a Khartoum. Mentre altri due personaggi, Abdallah Banda (uno dei leader del gruppo di opposizione Justice and Equality Movement) e Ali Kushayb (ex capo delle feroci milizie tribali  janjaweed), sono tutt’ora ricercati.

Giustizia per il popolo del Darfur

Nel marzo 2009 la CPI aveva spiccato un mandato d’arresto nei confronti del vecchio despota per crimini contro l’umanità (compresi gli stupri di massa) e genocidio proprio per le violenze commesse in Darfur. Malgrado ciò, mentre era al potere, è riuscito a spostarsi dal Paese senza  che nessuno lo consegnasse alla giustizia. Questo perchè il CPI non ha una forza di polizia propria, ma delega gli Stati membri il compito di fermare le persone sospette o colpite da un mandato di cattura.

L’anziano dittatore sarà davvero processato per i crimini che gli sono attribuiti?  Vedremo. Intanto le indagini sono in corso, come ha annunciato domenica el-Heber, che ha precisato: “Abbiamo iniziato a indagare già nel 2003”.

Durante il sanguinoso conflitto nel Darfur sono state uccise oltre 300.000 persone, altre 2.5 milioni hanno lasciato le loro case, per non parlare delle violenze che hanno dovuto subire le donne di quella regione, in particolare dai sanguinari janjaweed, diavoli a cavallo” (come li chiamava la popolazione): bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi.

Omar al-Bashir, ex presidente del Sudan

Durante la conferenza stampa di domenica, il procuratore sudanese ha spiegato che è stato spiccato un mandato d’arresto internazionale dall’Interpol nei confronti di Salah Gosh, ex capo dei servizi segreti. L’ufficio della procura generale sta anche investigando su autorità e persone che avrebbero ricevuto denaro dall’ex presidente. In altre parole sono alla ricerca di coloro che si sono lasciati corrompere dall’ex dittatore.

Tra l’altro Al Bashir è sotto inchiesta, insieme ad altri islamici,  per il colpo di Stato del 1989, quando, come colonnello dell’esercito sudanese, ha guidato un gruppo di ufficiali in un incruento colpo di Stato militare che rovesciò il governo civile del primo ministro Sadiq al-Mahdi.

Africa ExPress
@africexp

Sudan, quando Bashir sbatte in carcere i vecchietti

 

 

 

Il franco CFA è morto via all’ECO, nuova moneta dell’Africa Occidentale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 dicembre 2019

Il presidente ivoriano, Alassane Ouattara, e il suo omologo francese, Emmanuel Macron, in visita in Costa d’Avorio, durante una conferenza stampa congiunta hanno annunciato sabato scorso la fine del Franco CFA, che sarà sostituito dall’ECO. La nuova moneta sarà ancorato all’euro secondo una parità fissa garantita dalla Francia.

CFA

All’origine, nel 1945, si chiamava Franco delle Colonie Francesi d’Africa, abbreviato FCFA, e successivamente è diventato CFA, acronimo di Comunità Finanziaria Africana – valuta comune a diversi Paesi africani.

Gli 8 Paesi dell’Africa occidentale (Benin, Senegal, Togo, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Mali e Niger) che costituiscono l’Unione Economica e Monetaria ovest-africana (UEMOA) che utilizzano il CFA, appunto, taglieranno i legami tecnici con il Tesoro francese e la Banca di Francia. Per il momento l’Africa centrale è stata tagliata fuori.

Anche se Parigi lascia la governance della moneta ovest-africana, resterà sempre una rete importante in caso di crisi economica o finanziaria per gli 8 Paesi che adotteranno l’ECO. Ancora non è stato definito quando la zecca conierà le prime nuove banconote. La loro uscita, comunque, è prevista nel prossimo anno.

Kako Nubukpo, economista togolese, che da oltre 10 anni punta su questa riforma, ha sottolineato: “Il cordone ombelicale è stato tagliato; ciò permette di calmare le contestazioni e i tecnici potranno mettersi  serenamente al lavoro”.

Secondo gli accordi monetari in vigore fino a oggi, gli Stai dell’UEMOA hanno l’obbligo di depositare almeno il 50 per cento delle riserve di cambio presso il Tesoro francese per poter godere della garanzia della convertibilità in euro. Nonostante la sparizione programmata del CFA, alcuni principi nell’immediato non svaniranno completamente poiché i tassi fissi con l’euro e la garanzia di convertibilità saranno assicurati dalla Banca di Francia.

Emmanuel Macron, presidente francese, a sinistra e Alassane Ouattara, presidente della Costa d’Avorio

Macron e Ouattara, presidente di turno di UEMOA, hanno iniziato trattative riservate a giugno e, secondo una fonte francese, già allora si mormorava che forse si sarebbe potuto trovare una soluzione entro il 2020, anno delle elezioni presidenziali in Costa d’Avorio. Il presidente ciadiano Idriss Déby e il suo omlogo del Benin, Paul Tallon, avrebbero preferito un cambiamento più radicale, mentre Ouattara è sempre stato riservato circa una riforma globale, in quanto il CFA, ancorato all’euro, rappresentava pur sempre una garanzia per controllare l’inflazione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

L’Etiopia lancia il primo satellite per monitorare il clima est africano

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 22 dicembre 2019

“Siamo riusciti a lanciare in orbita un satellite ETRSS-1. Questo è il primo nella nostra storia e spero che non sarà l’ultimo”. Con queste parole il premier dell’Etiopia, e neo premio Nobel per la Pace 2019, Abiy Ahmed Ali, ha annunciato al mondo l’importante evento avvenuto venerdì scorso alle 3.21 (GMT).

La partenza del del vettore che ha portato il satellite nello spazio, trasmesso dalla TV etiopica

ETRSS-1, acronimo di Ethiopian Remote Sensing Satellite è il primo satellite per telerilevamento dell’Etiopia. Costruito con tecnologia cinese, è partito trasportato dal vettore gigante asiatico “Lunga Marcia” 4B dalla base di lancio per satelliti di Taiyuan, in Cina.

Il satellite, del peso di 70kg, è uno strumento di osservazione terrestre multi-spettrale che invierà i dati utili per monitoraggio ambientale. Le informazioni vengono inviate all’Osservatorio spaziale Entoto, vicino ad Addis Abeba, e servono a studiare i modelli meteorologici per la pianificazione agricola.

L'osservatorio spaziale Entoto, dove vengono monitorati i dati del satellite etiope
L’osservatorio spaziale Entoto, dove vengono monitorati i dati del satellite etiopico

I dati sono utilizzati anche per tenere sotto controllo la siccità in modo da poter avere un allarme rapido della situazione. Il satellite terrà anche il monitoraggio delle attività minerarie e la gestione delle foreste del Paese del Corno d’Africa.

Secondo Space in Africa il progetto del satellite etiopico, sviluppato con la Cina, è costato 8 milioni di dollari USA. Il governo cinese ha finanziato per 6 milioni e ha formato gli scienziati africani mentre i restanti 2 milioni sono il finanziamento del governo di Addis Abeba.

Fino ad oggi l’Africa ha lanciato nello spazio 41 satelliti e l’Etiopia è l’undicesimo Paese africano ad aver posizionato un satellite nello spazio. In Africa orientale sono tre negli ultimi due anni: oltre all’ ETRSS-1, nel 2018 il satellite 1KUNS-PF (Kenya) e nel settembre scorso il RwaSat-1 (Ruanda).

Missile cinese Long March 4B che ha messo in orbita il satellite etiope ETRSS-1
Missile cinese Long March 4B che ha messo in orbita il satellite etiopico ETRSS-1

Il vettore cinese “Lunga Marcia” 4B (CZ-4B), tre stadi e 44 metri di altezza, fa parte della famiglia di razzi Long March. Il 24 aprile 1970, il Long March 1 ha portato in orbita Dong Fang Hong I, il primo satellite cinese.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Primo ruandese condannato per genocidio dalla Corte d’Assise di Bruxelles

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
20 dicembre 2019

Colpevole! Il ruandese Fabien Neretse è stato condannato a 25 anni di galera dalla Corte d’Assise di Bruxelles per genocidio. Il verdetto è stato pronunciato giovedì sera verso le 22.00, dopo due giorni di camera di consiglio e sei settimane di dibattito in aula.

I fatti risalgono al 1994, durante il genocidio e il conflitto tra le Forze Armate Ruandesi (FAR, dominate dagli hutu)) e il Fronte Patriottico Ruandese (FPR, formato essenzialmente da tutsi). Secondo l’ONU questa carneficina è costata la vita a oltre 800mila persone, in prevalenza tutsi, ma anche hutu moderati, brutalmente ammazzate in soli 100 giorni.

Genocidio in Ruanda 1994

La giuria ha ritenuto il settantunenne Neretse responsabile di genocidio e di diversi crimini di guerra, 12 dei quali sono stati commessi a Kigali, la capitale del Ruanda, (9 assassini e 3 tentati omicidi) il 9 aprile 1994 e almeno due nella regione di Mataba tra maggio e giugno 1994; è stato tuttavia assolto da altri due delitti – due omicidi – commessi nella capitale ruandese il 9 aprile 1994. L’anziano ruandese ha respinto ogni addebito.

Neretse, residente da tempo in Francia, a Angoulême, capoluogo del dipartimento della Charente, dove è stato arrestato il 30 giugno 2011, era stato denunciato 25 anni fa a Bruxelles da una famiglia belga per l’uccisone della loro congiunta Claire Beckers, belga, il marito Isaïe Bucyana (tutsi) e la loro figlia Katia di vent’anni. I tre erano stati fucilati il 9 aprile 1994 dopo essere stati fermati mentre stavano cercando di raggiungere la base dell’ONU.

All’epoca il genocida era un vicino di casa a Kigali di Claire e della sua famiglia. E’ lui che ha avvisato le truppe per impedire la loro fuga. Le manette sono scattate dopo che il giudice belga, Jean Coumans, ha firmato un mandato d’arresto europeo.

Fabien Neretse, ruandese, condannato per genocidio a 25 anni di galera

Le indagini si sono protratte per 8 anni, il processo è iniziato il 7 novembre scorso. Dal 2001 a oggi la giustizia belga ha condannato 8 ruandesi per crimini di guerra, ma l’anziano Neretse è il primo ad essere ritenuto colpevole anche per genocidio.

Il condannato è nato a Ruhengeri, era un alto funzionario sotto il regime di Juvénal Habyarimana, presidente del Ruanda dal 1973 al 1994. Habyarimana fu ucciso in un incidente aereo, abbattuto da un missile terra-aria di origine ignota. Il suo assassinio diede inizio a indicibili violenze nel Paese, che da aprile a luglio 1994 fu sconvolto da una vera e propria mattanza che vide protagoniste le due principali etnie, del Paese: gli hutu e i tutsi.

In base agli atti, Neretse, un abile e influente uomo d’affari, dal 1989-1981 era a capo del ufficio statale per l’esportazione del caffè (OCIR-Café), ma era anche ufficiale del FAR. Inoltre è stato uno dei fondatori del gruppo “Interahamwe” (tradotto dalla lingua kinyarwanda significa “coloro che lavorano insieme”), paramilitari pro hutu, ampiamente implicato nel massacro in Ruanda. Neretse avrebbe fornito all’organizzazione armi, mezzi di trasporto e denaro per finanziare il genocidio. Alla fine della carneficina era fuggito in Francia sotto falso nome: Fabien Nsabimana. Si era installato a Angoulême, dove ha partecipato attivamente alla vita sociale del suo quartiere, in particolare occupandosi di delinquenza giovanile.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
@africexp

Ruanda, il dilemma di Kagame a 25 anni dal genocidio: crescita o democrazia?