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Altro attacco dei terroristi shebab in Kenya: ammazzati 4 scolari a Garissa

Africa ExPress
8 gennaio 2020

I terroristi somali non danno tregua. Ieri sono nuovamente entrati in azione nella contea di Garissa in Kenya, non distante dal confine con la Somalia, uccidendo 4 alunni di una scuola primaria.

I piccoli si erano ãrifugiati nella stazione di polizia mentre era in atto un attentato dei miliziani al-Shebab a un antenna per le telecomunicazioni, dove avevano piazzato un ordigno esplosivo. Il fatto è accaduto a Saretho, un villaggio che dista 25 chilometri da Dabaab nell’est della contea di Garissa. Gli scolari sono stati colpiti dalle pallottole durante lo scontro a fuoco tra agenti di polizia e miliziani.
Tre dei bambini morti erano fratellini. Altri sono  stati feriti.

Le forze dell’ordine hanno neutralizzato 2 dei 12 terroristi che hanno partecipato all’aggressione. In un comunicato la polizia ha affermato che alcuni miliziani sono stati feriti, ma si sono dati alla fuga insieme agli altri; inoltre sono stati sequestrati 2 kalashnikov 47 k e alcuni ordigni esplosivi.

Nell’aprile del 2015 gli shebab avevano attaccato l’università di Garissa. Un massacro, durante il quale sono stati uccisi barbaramente 147 tra studenti e professori. Mentre domenica scorsa gli islamisti hanno aggredito la base militare Camp Simba (Simba vuol dire leone in swahili), base congiunta keniota e americana, di fronte a Lamu, località turistica di grande attrazione. E pochi giorni prima avevano preso di mira un bus a Nyongoro, nella contea di Lamu.

Martedì mattina, invece, è stato arrestato un presunto miliziano al-Shebab a Mombasa. L’uomo è entrato in una chiesa e ha confessato al pastore di far parte del gruppo islamista. Il prete ha allertato immediatamente la polizia dopo che la persona ha anche ammesso di essere tornato poco fa dalla Somalia, base del gruppo terrorista. Ora è in detenzione preventiva, ma ha già dichiarato di voler collaborare con gli investigatori.

Il diritto canonico della Chiesa cattolica vieta la divulgazione di ogni cosa attenente alla confessione. Un segreto definito Sigillo Sacramentale. Nelle altre confessioni cristiane tale consuetudine non è vincolante.

Africa ExPress
@africa p

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Atrocità jihadiste in Mozambico: un bimbo decapitato, trucidati almeno 10 viaggiatori

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 8 gennaio 2020

Un probabile gruppo jihadista, con armi da fuoco e machete, ha attaccato un minibus con venti persone a bordo e lo ha dato alle fiamme. Secondo i testimoni molti dei passeggeri sono morti bruciati vivi all’interno del mezzo. Tra questi, due bambini. I fuggitivi sono stati massacrati a colpi di machete.

Mappa dell'agguato jihadista nel distretto di Macomia, a Cabo Delgado (Courtesy GoogleMaps)
Mappa dell’agguato jihadista nel distretto di Macomia, a Cabo Delgado (Courtesy GoogleMaps)

La furia omicida dei terroristi si è accanita anche contro un bambino che è stato decapitato mentre scappava. Alcuni testimoni raccontano che anche un uomo è stato decapitato davanti alla moglie e ai figli. Non si conosce ancora in numero esatto dei morti ma sono almeno dieci e sette sono i sopravvissuti. La strage è stata confermata dalla polizia del distretto di Macomia.

L’agguato, il primo del 2020, è del 3 gennaio a Cabo Delgado, nell’estremo nord del Mozambico, distretto di Macomia, tra Palma e Pemba. Dal mese di ottobre 2017, la provincia di Cabo Delgado è sotto attacco di cellule jihadiste che però solo due volte hanno rivendicato le loro azioni. Una di queste come Stato Islamico Secondo uno studio dell’Università Eduardo Mondlane di Maputo, commissionato dal presidente mozambicano Filipe Nyusi, si tratta di una trentina di cellule.

Uno dei villaggi distrutti da al Shebab a Cabo Delgado
Uno dei villaggi distrutti dalla violenza jihadista di al Shebab a Cabo Delgado

Fino ad ora nemmeno i 200 mercenari russi sono riusciti a fermare gli attacchi jihadisti di Cabo Delgado. Richiesti da Filipe Nyusi al presidente russo Vladimir Putin, i contractor del Gruppo Wagner sono presenti nell’area dallo scorso settembre. Negli ultimi dodici mesi si contano almeno 120 assalti attribuiti ad Al Sunna wa-Jama’s, chiamati dalla popolazione al Shebab. Hanno causato oltre 320 morti tra i quali almeno sette russi in due attacchi di ottobre scorso.

Secondo The Indian Ocean Newsletters il presidente mozambicano Nyusi vuole cercare di risolvere la crisi del jihadismo a Cabo Delgado senza interferenze dell’Unione Africana (UA). Intende evitare l’invio delle truppe UA accusate di pesanti violenze nei Paesi nei quali sono intervenute.

Preferisce un maggiore controllo dei confini con i Paesi vicini e ha preso contatti con Tanzania, Malawi, Zambia e Sudafrica. Dagli incontri, per il momento non c’è ancora alcuna soluzione congiunta. Solo la Tanzania annunciato l’aumento dei controlli della frontiera con Cabo Delgado.

La preoccupazione di Filipe Nyusi è la protezione degli immensi giacimenti di rubini di Montepuez e quelli di gas naturale (GNL) offshore di Palma. Mentre la produzione di rubini frutta montagne di dollari e, purtroppo, un alto livello di corruzione, la produzione di gas dovrebbe iniziare nel 2022. Tesori da salvare a tutti i costi per il futuro del Mozambico.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

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Sudan: scontri tra tribù con morti e feriti rischiano di portare il Sudan nel caos

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toegyes
6 gennaio 2020

E’ saltato l’accordo di pace siglato a settembre tra le tribù Beni Amer e sfollati Nuba del Nord Kordofan. Pesanti scontri tra i due gruppi etnici sono scoppiati a Port Sudan, l’importante scalo sul Mar Rosso. Quattordici persone sono state uccise, mentre altre 115 ferite, alcune anche gravemente. Parecchie case sono state incendiate.

Mohamed Hamdan Dagalo, vice presidente del Consiglio sovrano ma in passato capo dei janjaweed – diavoli a cavallo (come li chiamava la popolazione) che bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi – aveva minacciato di espulsione le due tribù se non avessero firmato il trattato di pace nell’autunno scorso. Ora Dagalo è a capo delle Rapid Support Forces, il nuovo nome con cui di sono riciclati i janjaweed.

Secondo il ministro della salute della regione, Zaafaran El Zaki, 8 persone sarebbero state uccise durante una sparatoria, altre due, invece sarebbero state bruciate vive. E per arginare le violenze, le autorità del Red-Sea State hanno imposto il coprifuoco dalle  17.00 alle 05.00 già venerdì scorso.

Sfollati nel Darfur (Sudan)

Radio Dabanga, un’emittente con sede a Amsterdam generalmente molto ben informata, ha precisato che inizialmente le due fazioni si sarebbero affrontate con coltelli e pietre. Solo in seguito, secondo alcuni testimoni oculari, sarebbero arrivati uomini armati in sella alle loro moto che avrebbero aperto il fuoco sui residenti.

Domenica, Abdelfattah El Burhan, capo del Consiglio Supremo, ha inviato altre truppe a Port Sudan e ha dato l’ordine di arrestare chi è coinvolto nelle violenze degli ultimi giorni. Ha garantito un processo equo per tutti gli indiziati. Una nuova conferenza di pace è prevista per la prossima settimana nella Friendship Hall a Khartoum.

Ma il conflitto non si è limitato solamente a Port Sudan. Alla fine dell’anno sono scoppiati altri sanguinosi scontri a Genina nel ovest del Darfur. Oltre 47.000 residenti sono fuggiti dalle loro case, tra loro 20.000 bambini e 15.000 donne, attualmente ospitati in 19 ricoveri provvisori, come scuole, moschee e quant’altro. Gli sfollati vivono in condizioni precarie, come hanno riferito diverse organizzazioni non governative, che hanno chiesto a Khartoum interventi urgenti.

Un inizio dell’anno tragico in questa travagliata regione: scontri etnici tra le tribù masalit (di origine nilotica) e maaliya (di origine araba) hanno causato la morte di oltre 80 persone e di 190 feriti. Ma torna anche lo spettro dei paramilitari di RSF/janjaweed. Secondo quanto è stato riferito da notabili del luogo, un gruppo consistente di pastori armati fino ai denti, sarebbero arrivati in vetture appartenenti agli ex janjaweed  e avrebbero attaccato i campi di Kerending, che ospitano gli sfollati. Gran parte delle strutture sono state bruciate dopo aver saccheggiato i beni dei residenti (macchine, moto, viveri e denaro contante).

Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, capo delle RSF e vice del Consiglio supremo del Sudan

Le Rapid Support Forces, di cui Dagalo conosciuto anche come Hametti, è il capo sono state fondate ufficialmente nel 2013 dall’ex presidente Omar Al Bashir, deposto l’11 aprile con un colpo di Stato. In passato hanno anche dato la caccia ai migranti, grazie a finanziamenti dell’Unione Europea, per arginare il flusso verso la Libia e dunque verso le coste italiane, porta d’entrata nella UE.

I paramilitari di RSF hanno avuto un ruolo importante durante le manifestazioni che hanno portato poi alla caduta del vecchio dittatore al Bashir. Inoltre sono attivi nella guerra nello Yemen, perchè il Sudan fa parte della coalizione capeggiata dall’Arabia saudita nella lotta contro i ribelli huti. Secondo quanto è stato riferito all’inizio di dicembre dal primo ministro Abdalla Hamdok, i soldati sudanesi nello Yemen sarebbero stati ridotti da 15.000 a 5.000. Khartoum ritiene inftti che questo conflitto non possa essere risolto militarmente.

In base al  rapporto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU dello scorso novembre, oltre mille paramilitari di RSF si troverebbero attualmente in Libia. Il Palazzo di Vetro ha accusato il governo di Khartoum e Dagalo di aver violato le sanzioni contro la Libia. Il Sudan ha negato qualsiasi coinvolgimento.

Hamdok, Dagalo e alti ufficiali, funzionari e notabili della società civile, dopo aver dialogato con i rappresentanti delle due tribù, sono rientrati nella capitale soddisfatti, giacché le parti in causa hanno promesso di sotterrare l’ascia di guerra.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sudan, quando Bashir sbatte in carcere i vecchietti

 

 

 

 

 

Attacco islamista contro base USA in Kenya nella zona dove è stata rapita Silvia Romano

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
5 gennaio 2020

Sono cominciate dal Kenya le rappresaglie dei terroristi in risposta all’omicidio del generale Qassem Soleimani, assassinato a Baghdad in un raid americano il 3 gennaio. Stamattina all’alba un commando shebab ha attaccato Camp Simba (Simba vuol dire leone in swahili), base congiunta keniota e americana, di fronte a Lamu, località turistica di grande attrazione. I combattimenti sono stati violentissimi, densi pennacchi di fumo si sono alzati dalle strutture. Il bilancio è di quattro assalitori ammazzati, un soldato americano e due  contractors uccisi, due feriti, due elicotteri e due aerei (un Caravan keniota e un Cessna americano) dati alle fiamme e distrutti assieme a diversi veicoli statunitensi.

Secondo un comunicato del Kenyan Defence Forces (KDF), l’esercito del Kenya, alle 5:30 del mattino: “Un gruppo di terroristi ha tentato di entrare nell’aeroporto di Lamu (che è situato a Manda, un’isola separata dal villaggio da un braccio di mare di appena 200 metri, ndr). Gli assalitori sono stati respinti e quattro dei loro corpi senza vita sono stati recuperati al di là del reticolato”.

Due foto scattale dall’interno della base. Si vede un aereo che sta andando a fuoco

Gli americani hanno confermato l’attacco senza parlare di vittime e promettendo ulteriori dettagli, mentre gli shebab, i terroristi filiale estafricana di Al Qaeda, che immediatamente hanno rivendicato l’attacco, hanno parlato di seri danni subiti sia dai kenioti sia dagli americani. “I nostri mujaheddin sono penetrati di nascosto nelle linee nemiche, hanno preso d’assalto con successo la base militare pesantemente fortificata e ora hanno conquistato il controllo effettivo di una parte della base”, hanno comunicato in un documento ricevuto anche da Africa ExPress. Stamattina hanno aggiunto: “I combattimenti continuano nella base e i kenioti stanno usando anche aeroplani”, ma la notizia è stata smentita dall’esercito: “Gli incendi scoppiati sono stati domati”.

A fine mattinata lo stringer di Africa ExPress a Lamu aveva già informato che i due elicotteri e i due aerei erano stati dati alle fiamme  assieme a diversi veicoli statunitensi. Simba Camp è una base altamente fortificata proprio per impedire infiltrazioni terroristiche E’ situata nei pressi della Foresta di Boni dove i miliziani shebab nascondono i loro santuari.

E nella foresta di Boni, che si sviluppa ai confini tra Kenya e Somalia, i rapitori di Silvia Romano avrebbero portato il loro ostaggio. Finora sono riusciti a sottrarsi alla cattura anche se il loro nascondiglio dovrebbe essere stato individuato. Un nascondiglio mobile, comunque.

Se Silvia dovesse essere realmente tenuta nascosta a Boni, dopo questo attacco la sua situazione potrebbe essere diventata ancora più difficile. Le indagini di Africa ExPress non sono riuscite a individuare il luogo di detenzione ma i capi shebab contattati a Mogadiscio escludono che la ragazza milanese sia stata catturata dai loro miliziani.

C’è da sottolineare però che gli shebab non sono un’organizzazione omogenea. Piuttosto sono formati da gruppetti autonomi composti da individui che molto spesso non fanno riferimento all’islam ma a criminalità comune. Questi ammantano le loro azioni di una veste religiosa, ma invece spesso violano senza troppi rimpianti le regole del Corano.

Massimo A. Alberizzi
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Gli americani hanno condotto più attacchi aerei in Somalia nel 2019 rispetto a qualsiasi anno precedente.

Fonte Bureau of Investigative Journalism

 

Mattanza sul lago Ciad, i terroristi Boko Haram sgozzano cinquanta pescatori

Africa ExPress
4 gennaio 2020

Il 22 dicembre un gruppo di miliziani Boko Haram ha fatto la sua comparsa in alcune isole sul Lago Ciad, massacrando una cinquantina di pescatori di diverse nazionalità: prevalentemente camerunensi, ciadiani e nigeriani. E’ successo pochi giorni prima di Natale, ma la notizia della carneficina è trapelata solamente ieri.

I sanguinari terroristi – secondo lo straziante racconto di un sopravvissuto camerunense, che per giorni, in stato di choc, si era nascosto nella boscaglia – sarebbero arrivati su una piroga a motore, simile a quelle usate dai commercianti ambulanti. Dunque i pescatori non si sarebbero sentiti minacciati finchè l’imbarcazione non si è accostata. E’ allora che è iniziato la mattanza, una carneficina in diverse borgate di pescatori.

Pescatori uccisi sul Lago Ciad

Questa volta i miliziani Boko Haram non hanno usato i soliti fucili, ma hanno sgozzato le loro vittime a sangue freddo. Solo giorni più tardi, quando i familiari non hanno visto ritornare i propri congiunti, è stata fatta la macabra scoperta: decine di corpi galleggianti sulle acque del Lago Ciad. Due bambini mancano all’appello e, secondo il sindaco di Blangoua, regione dell’Estremo Nord del Camerun, sarebbero stati rapiti dai terroristi.

Il bacino del Lago Ciad è situato nella parte centro-settentrionale dell’Africa sui confini di Nigeria, Niger, Ciad e Camerun. E questo ennesimo attacco da parte dei terroristi riporta alla luce la fragilità di questo territorio, abbandonato e dimenticato da tutti. L’esercito ciadiano non effettua più pattugliamenti nell’area da diverso tempo e, malgrado la presenza di militari camerunensi sulla terra ferma, i soldati non controllano le isole, abbandonate così a se stesse. Un pescatore ha confessato: “Siamo tutti terrorizzati. Nessuno ci protegge”.

Midjiyawa Bakary, governatore della regione Estremo-Nord del Camerun, Midjiyawa Bakary, ha confermato la vile aggressione terrorista. Il governatore ha anche sottolineato che da quando i soldati della Multi-National Joint Task Force (formazione multinazionale combinata che comprende militari degli eserciti del Benin, Camerun, Ciad, Niger e Nigeria con sede a N’Djamena, capitale del Ciad, incaricata di porre fine all’insurrezione di Boko), hanno lasciato l’area perché davvero mal equipaggiati. Le sponde del Lago Ciad sono quindi ormai lasciate in balia ai terroristi di Boko Haram.

Africa ExPress
@africexp

Gli attacchi dei nigeriani Boko Haram provocano in Ciad una crisi umanitaria profonda

Sviluppo sostenibile e decarbonizzazione: ENI e Mozambico firmano intesa

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 3 gennaio 2020

Nonostante il fallimento del COP25 di Madrid non mancano le buone pratiche a livello individuale come l’iniziativa tra ENI e governo mozambicano. La multinazionale petrolifera è ancora una volta protagonista nell’ex colonia portoghese grazie a un accordo attinente alla decarbonizzazione e allo sviluppo sostenibile.

A sin Claudio De Scalzi (ENI), il presidente mozambicano Filipe Nyusi e il ministro delle Risorse minerarie Ernesto Max Tonela
Da sin :Claudio De Scalzi (ENI), il presidente mozambicano Filipe Nyusi e il ministro delle Risorse minerarie Ernesto Max Tonela

L’accordo è stato firmato a ottobre, alla presenza del presidente Nyusi, dall’ad ENI Claudio De Scalzi e Ernesto Max Tonela, ministro mozambicano delle Risorse minerarie. Prevede una serie di progetti nell’ex colonia portoghese in vari settori che vanno dall’area sociale a quella economica.

La firma del documento è stata accolta con entusiasmo dal ministro Tonela. “L’approvazione di questo accordo ci avvicina sempre più alla realizzazione del Progetto GNL di Rovuma. Rappresenta l’impegno del governo a garantire che questo progetto andrà a beneficio di tutti i mozambicani per un Paese prospero grazie ai giacimenti di gas”.

Il primo obiettivo del protocollo riguarda la protezione di un milione di ettari di foreste che dovrebbe permettere la diminuzione delle emissioni di CO2. È previsto il supporto di ENI alla conservazione e alla gestione sostenibile delle foreste.


Il tweet postato da ENI in occasione della firma del protocollo di intesa

Secondo il comunicato ENI altre aree di cooperazione sono relative all’accesso all’energia, sviluppo dell’industria, innovazione e infrastrutture, la lotta al cambiamento climatico e contro gli impatti ambientali. Il progetto riguarda anche l’accesso all’istruzione e alla formazione, la diversificazione economica, l’accesso all’acqua e l’accesso alla salute.

Un programma ambizioso che amplia le attività di ENI e rafforza la sua presenza in Mozambico. Se realizzato in tutti i punti, il progetto porterebbe il Paese dell’Africa australe molto lontano.

Nel riquadro rosso l'area delle attività ENI ed ExxonMobil. Nei cerchi rossi le aree di di attività di gruppi armati jihadisti a Cabo Delgado e gruppi armati RENAMO a Sofala (Courtesy GoogleMaps)
Nel riquadro rosso l’area delle attività ENI ed ExxonMobil. Nei cerchi rossi le aree di di attività di gruppi armati jihadisti a Cabo Delgado e gruppi armati RENAMO a Sofala (Courtesy GoogleMaps)

Rimane però il nodo della sicurezza a Cabo Delgado, nell’estremo nord del Mozambico, e nella provincia centrale di Sofala. Cabo Delgado, dove operano ENI ed ExxonMobil, dall’ottobre 2017 è sotto attacco jihadista. A Sofala gruppi armati RENAMO, in disaccordo con il leader eletto Ossufo Momade, attaccano mezzi pubblici e auto private.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Mozambico: l’ENI si aggiudica maxi-contratto per sfruttare giacimento di gas offshore

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Mozambico, pronta la prima parte del piano dell’Eni per lo sfruttamento del gas

Gas Mozambico, ENI assembla il liquidatore galleggiante: nel 2022 inizierà a produrre

Ennesimo attacco jihadista in Mozambico pericolosamente vicino all’ENI: 11 morti

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Mozambico, tra Frelimo e Renamo pace per la terza volta. Ma qualcuno non ci sta

Miliziani shebab attaccano bus a Lamu in Kenya: 3 morti e 3 feriti

Africa ExPress
3 gennaio 2020

Tre persone sono state ammazzate, altre tre ferite. E’ successo giovedì mattina a Nyongoro, nella contea di Lamu in Kenya. Un pullman, partito da Mombasa e diretto a Lamu è stato attaccato da un gruppo di uomini armati fino ai denti.

I sopravvissuti hanno raccontato che i terroristi (presumibilmente legato agli shebab somali) avrebbero cercato di costringere l’autistia a fermare il bus, ma lui ha proseguito la sua corsa e i miliziani hanno sparato a più non posso sul mezzo.

Attacco a bus nella contea di Lamu

Il Kenya si aspettava attacchi da parte dei terroristi. Era nell’aria. Le misure di sicurezza erano state aumentate durante le recenti festività, ma a quanto pare non sufficientemente. Già in passato gli shebab avevano preso di mira Nyongoro. Tra gli esecutori materiali trovano certamente spazio elementi dei clan somali stanziati in Kenya ma anche giovani reclutati nel Paese, terreno fertile per la radicalizzazione islamica a causa dell’altissimo tasso di disoccupazione giovanile in quest’area.

Finora le forze dell’ordine non hanno reso noto i nomi delle vittime e dei feriti. Irungu Macharia, commissario della contea di Lamu, ha precisato che la loro identità è al vaglio delle autorità competenti.

La contea di Lamu è spesso teatro di attacchi da parte del movimento fondamentalista somalo. E’ una vendetta contro la presenza di truppe keniote nel contingente di pace dell’Unione Africana, stanziate in Somalia per arginare le continue incursioni degli islamisti nella ex colonia italiana.

Chakama dista solamente una settantina di chilometri da Lamu, località dove è stata rapita Silvia Romano il 20 settembre 2018 e non si esclude che la ragazza milanese sia tenuta prigioniera da miliziani shebab in Somalia. Finora comunque tutte le ricerche di Silvia effettuate da Africa ExPress nell’ex colonia italiana sono state vane.

Le forze di sicurezza sono ora alla ricerca dei terroristi in tutta la zona e il traffico è stato interrotto nel tratto Lamu-Garsen. A Garsen abita la moglie di uno degli accusati del rapimento di Silvia, Ibrahim Adhan Omar, che dopo aver pagato la cauzione è uscito di galera ma ha fatto perdere le sue tracce.

Africa ExPress
@africexp

Rimandato processo ai rapitori di Silvia: emergono quarto uomo, errori, omissioni

I figli dell’ex presidente angolano rubavano Congelati i beni di Isabel dos Santos

Africa ExPress
1° gennaio 2020

Isabel dos Santos e suo marito, Sindika Dokolo, un collezionista d’arte di origini congolesi, figlio del miliardario banchiere e collezionista di arte africana classica, Augustin Dokolo e di Hanne Kruse, danese, sono nel mirino della magistratura angolana per sottrazione di fondi pubblici.

Ieri sera la giustizia angolana ha comunicato di aver sequestrato in via cautelare i conti bancari e gli attivi delle società di Isabel dos Santos, figlia dell’ex presidente del Paese. Stessa sorte è toccata al marito e al portoghese Mario da Silva, consigliere finanziario e prestanome della coppia.

Il Tribunale di Luanda ha agito dietro richiesta del Servizio nazionale per il recupero di fondi, in quanto, secondo lo Stato angolano, la coppia avrebbe sottratto fondi pubblici per oltre un miliardo di dollari.

Isabel dos Santos, figlia dell’ex presidente angolano e il marito Sandika Dokolo

La dos Santos, stimata da Forbes tra le donne più ricche del continente africano, ha interessi in diverse importanti compagnie, come il gigante nazionale Telecom, Unitel, importanti banche e il cementificio Cimangola, fondato recentemente con il marito. L’impero economico della donna, gestito assieme al parner, è infinito e si estende fino al Portogallo dove ha appunto participazioni in diversi istituti bancari.

Lunedì sera, tramite un twitt la “principesssa” come viene chiamata dagli angolani, ha tranquillizzato i suoi collaboratori: “La strada è lunga, ma porterà alla luce la verità”.

Sotto il regno del padre, José Edoardo dos Santos, al potere dal 1979 al 2017, Isabel, oggi 46enne, è stata anche a capo delle compagnia statale del petrolio, Sonangol. L’ex presidente, con un colpo da maestro, aveva fatto fuori tutto il consiglio d’amministrazione della società per piazzare la figlia sul ponte di comando. E come presidente della Sonangol, (l’Angola è il secondo produttore di greggio dell’Africa sub-sahariana) aveva accesso anche al fondo statale petrolifero; secondo l’accusa avrebbe detratto denaro proprio dal fondo.

João Lourenço, presidente dell’Angola

Il nuovo presidente, João Lourenço, appena eletto, senza perdere tempo ha fatto cadere subito parecchie teste. Ha rimosso immediatamente la “principessa” dalla Sonangol e il fratello, José Filomeno dos Santos alla guida del fondo statale petrolifero che dirigeva dal 2013. Il figlio dell’ex capo di Stato è attualmente sotto processo per “Arricchimento personale con soldi statali”.

Da oltre due anni, da quando è nel mirino di Lourenço e della sua lotta per combattere la corruzione, la dos Santos non è più ritornata nel suo Paese e vive tra Londra e Lisbona e nel 2018, da quando è stata aperta un’inchiesta a suo carico per detrazione di denaro pubblico, aveva fatto sapere che non era sua intenzione collaborare con la giustizia angolana.

Africa ExPress
@africexp

“Basta posti di comando ai figli”: pugno di ferro contro la corruzione in Angola

João Lourenço, il nuovo presidente dell’Angola, silura Isabel dos Santos

 

“Basta posti di comando ai figli”: pugno di ferro contro la corruzione in Angola

Lettera aperta al presidente Conte: “Per favore ci dica cosa sa su Silvia Romano”

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Lettera aperta al presidente Conte
da Massimo A. Alberizzi
Milano, notte tra il 31 dicembre 2019 e il 1° Gennaio 2020

Gentile Presidente Conte,

Mi rivolgo a Lei dopo aver visto e ascoltato la conferenza stampa organizzata dall’Ordine dei Giornalisti per fine Anno. Avrei voluto partecipare a quell’incontro e sono certo che – pur non essendo un cronista parlamentare ma un corrispondente dall’Africa – il mio amico Carlo Verna mi avrebbe preso a bordo. Purtroppo una fastidiosa ernia del disco mi ha bloccato a letto.

Avrei voluto partecipare per farle precise domande sul caso di Silvia Romano, sequestrata in Kenya il 20 novembre 2018, cioè più di un anno fa. E’ il secondo Natale che passiamo senza Silvia.

Sono stato il corrispondente dall’Africa per il Corriere della Sera per oltre 25 anni e conosco molto bene il continente e in Somalia sono stato sequestrato anch’io qualche anno fa. Poche ore, in verità, perché da un lato conoscevo bene i capi dei miei rapitori, dall’altro sono intervenuti i miei amici somali e l’allora inviato speciale del governo italiano per la Somalia, Mario Raffaelli.

Conferenza stampa del presidente Giuseppe Conte. A destra nella foto, Calro Verna e il presidente della Stampa parlamentare, Marco di Fonzo.

Fui fortunato perché conoscevo tanta gente. Silvia, invece, non conosce nessuno è solo dotata di un gran cuore e di doti di altruismo fuori dal comune. Ed è per questo forse che è caduta in una trappola, complicata, difficile e molto più grande di lei. Ora io dirigo un quotidiano online, Africa ExPress, che segue le vicende di quel continente e ho effettuato una lunga indagine in loco sul caso della volontaria milanese.

Durante la conferenza stampa, una collega le ha rivolto una domanda, presidente, sulla vicenda di Silvia Romano, alla quale lei ha risposto in maniera piuttosto evasiva e con quel linguaggio usato dai politici quando vogliono fare finta di dire qualcosa e invece non dicono nulla. Stiamo lavorando, stiamo seguendo con attenzione, stiamo facendo tutto il possibile… Frasi fatte di questo genere, scusi presidente, non chiariscono nulla sulla vicenda della ragazza. Anzi generano altri allarmanti interrogativi.

Per mesi e mesi la Farnesina ha parlato di fattiva collaborazione tra gli inquirenti italiani e quelli kenioti, ma da un’attenta indagine che ho effettuato personalmente, risulta che i carabinieri del ROS hanno avuto il permesso di andare nel villaggio dove Silvia abita ed è stata rapita, solo il 23 agosto scorso, cioè ben 9 mesi dopo il rapimento. Ma allora dove sta questa fattiva collaborazione sbandierata ai quattro venti? Delle due cose l’una: o gli investigatori italiani sono poco professionali, oppure le autorità del Kenya hanno impedito loro di lavorare seriamente.

Gentile Presidente, nella vicenda di Silvia ci sono troppe cose che non quadrano e che lasciano supporre che non si sia trattato di un “normale” sequestro di persona, cioè per motivi economici o politici. Per esempio, perché nessun investigatore è andato nell’albergo di Mombasa dove Silvia ha soggiornato una decina di giorni prima di essere rapita? E poi, perché dall’aeroporto di Mombasa è sparito il file con le impronte digitali e la fotografia della ragazza, elementi di identità che vengono registrati a chiunque entri in Kenya? Ci sono altre cose che andrebbero chiarite, come l’uscita del suo telefono il 6 aprile da una chat di Whatsapp cui lei partecipava assieme alle sue amiche. Silvia  è stata rapita senza telefono, dunque chi si è permesso di uscire da quella chat?

Nelle approfondite indagini giornalistiche che ho effettuato per la mia testata online, e che ho abbondantemente pubblicato, sono saltati fuori altri elementi che meriterebbero una spiegazione da parte delle autorità e che invece restano avvolti da un inquietante mistero.

Immagino che lei sappia che nel Corno d’Africa l’Italia aveva creato una rete di intelligence piuttosto efficiente e prestigiosa che ci era invidiata dai nostri alleati. Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna chiedevano a noi informazioni che loro non riuscivano a ottenere. Quella rete è stata smantellata e distrutta una ventina d’anni fa con l’allontanamento e poi la morte di chi l’aveva creata. In quegli anni molti si sono dimessi delusi dal loro lavoro.

L’impressione è che, al di là delle dichiarazioni ufficiali, gli apparati dello Stato stiano brancolando nel buio e conseguentemente stiano tentando di sviare le indagini tranquillizzando la famiglia con dichiarazioni rassicuranti e rincuoranti.

Presidente io capisco che non si voglia parlare di Silvia per una qualche Ragion di Stato. Mi ci sono trovato davanti alcune volte durante la guerra in Somalia che ho seguito per il Corriere della Sera, ma credo che in nome della Ragion di Stato non si possano giustificare ritardi nell’accertamento dei fatti e delle responsabilità. L’unica vera Ragion di Stato dovrebbe essere  la verità che deve essere svelata ai cittadini a qualunque costo. Sono passati tredici mesi dal rapimento, e la banale e puerile giustificazione “stiamo zitti per tutelare l’incolumità dell’ostaggio”, non regge più.

Lo screenshot nel quale c’è scritto che Silvia ha abbandonato. Qualcuno quindi ha usato il suo account whatsapp

Ci dica lei, per favore, cos’è successo la notte in cui, subito dopo il rapimento, le guardie del parco dove era tenuta prigioniera Silvia hanno individuato con precisione il rifugio dove i rapitori avevano condotto la ragazza. Perché i banditi sono riusciti a scappare con l’ostaggio?  C‘è stato uno scontro a fuoco? I ranger sono stati corrotti?

Presidente, in questi mesi ha dimostrato una grande saggezza, che io personalmente ho apprezzato, diversa da quella dei suoi predecessori con cui sul dossier ostaggi ho avuto profonde divergenze di opinioni. Prenda il coraggio a due mani Presidente Conte, e spieghi al Paese cos’è successo e, soprattutto, dov’è Silvia. Sarebbe una scelta di trasparenza necessaria anche per riacquistare fiducia nelle istituzioni del nostro Paese. Siamo in tanti a voler riportare Silvia subito tra noi.

Vorrei ricordare infine che ci sono altri due italiani rapiti in Africa Luca Tacchetto e Pierluigi Maccalli. Di loro non si sa nulla da oltre un anno. La prego Presidente Conte: non scordiamoci di loro.

Confidiamo in una sua risposta positiva. Buon anno Presidente!

Massimo A. Alberizzi

 

La realizzazione dell’inchiesta di Africa ExPress sul rapimento di Silvia Romano
è stata possibile grazie al finanziamento ricevuto da tanti lettori dopo il lancio della campagna di crowdfunding.
Ringraziamo chi ci sta dando una mano per reperire i mezzi necessari a continuare le inchieste giornalistiche.
Vogliamo scoprire la verità. E ci riusciremo grazie a voi.
Africa ExPress
Clicca qui se vuoi aiutare l’indagine giornalistica

 

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Sudafrica: i ranger spaccano un braccio al campione di ciclismo Nic Dlamini

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
31 dicembre 2019

Rompendogli un braccio han rischiato di tagliargli le gambe. Il che per un ciclista è la peggiore delle disgrazie. Se però il corridore è una promettente stella (nera) del pedale sudafricano e gli autori della frattura sono alcuni maldestri e violenti rangers sudafricani del Table Mountain National Park di Città del Capo, la disgrazia ricade su di loro e diventa una vergogna nazionale e internazionale.

Nicholas Dlamini durante una gara in Australia

Tutto ha inizio venerdì 27 dicembre scorso. Nicholas Dlamini, 24 anni, ciclista professionista, mentre si allena nella zona Silvermine del Parco della celebre Montagna piatta , viene fermato da un gruppo di guardiani, noti come SANParks rangers. Alla richiesta di esibire il permesso di circolazione in bici dentro l’area protetta, ne scaturisce un alterco. Segue una violenta aggressione da parte dei rangers che non vanno tanto per il sottile se arrivano a provocare la frattura dell’omero sinistro di Dlamini.

La scena è filmata col telefonino da un altro ciclista, Donovan Le Cock, che corre lì per caso. Le Cock posta il filmato su Whatsapp per il gruppo di ciclisti di Città del Capo, poi su twitter. Le immagini fanno il giro del mondo provocando sdegno e rabbia. E la sospensione (domenica) dei 5 rangers da parte del ministero Pesca, Foresta e Ambiente, che ha aperto un’inchiesta “indipendente”.

Nicholas “Nic finisce” al False Bay Hospital, viene confermata la frattura (la radiografia appare su Internet), poi è trasferito in un’altra struttura dove subisce un intervento chirurgico. Una sua foto, con lui appisolato e la spalla fasciata, viene diffusa il giorno dopo su Twitter da un suo amico, Sven Thiele.

Intanto divampa la polemica, a tutti i livelli. Ad alimentarla basta e avanza il video di Donovan Le Cock. Senza dubbio alcuno si è di fronte a un gesto di “violenza gratuita, immotivata, sconvolgente”, come dichiara il presidente della società ciclistica NTT, Douglas Ryder, che aggiunge “Vedere un ragazzo che io conosco bene essere trattato in questo modo, fa stare veramente male. Inaccettabile!”.

Dlamini, infatti, viene immobilizzato contro il furgone della compagnia dei sorveglianti, che cercano di spingerlo dentro come fosse una bestia. Uno gli attorciglia il braccio sinistro dietro la testa tanto da causare la frattura dell’omero. Un altro ranger si rivolta contro il fotografo e cerca di strapparli il telefonino. Intervistato dal sito Velonews, Le Cok ha dichiarato: “I rangers hanno fatto cadere il mio collega nel tentativo di fermarlo mentre si apprestava a uscire dal parco. Gli hanno rovinato la bici e Nic si è fatto male, si è rialzato, sotto choc e ha protestato. Quelli evidentemente non sono abituati alle reazioni dei cittadini e allora è stato affrontato da uno dei 5, gli ha girato il braccio finchè non glielo ha rotto. Nic continuava a gridare che il braccio era spezzato. Io ho smesso di filmare quando hanno iniziato ad essere aggressivi anche nei miei confronti tentando di portarmi via il telefonino”. Le Cock ha ricordato come l’accesso al Parco sia controllato (dal sito si deduce che una giornata in bici costa poco più di 6 euro, ma che tanti hanno un pass annuale). “E’  stata una scena veramente inquietante e preoccupante – ha continuato a dire Le Cok –. L’aspetto peggiore che questi  rangers, pagati per contrastare il bracconaggio e i contrabbandieri, sono noti per la loro aggressività”. Deve essere vera questa affermazione se il giorno dopo il chairman del Mountain Club South Africa (Msca), Martin Hutton-Squire  ha dichiarato che non si tratta di un “incidente isolato e questa può essere l’occasione di denunciare episodi simili”.

Il ciclista Nicholas Dlamini aggredito dai rangers

Stavolta la vicenda ha avuto risonanza vastissima perché Dlamini è un corridore molto noto così come il suo gruppo sportivo, Team NTT (che prima si chiamava Dimension Data). Senza dimenticare che il ciclismo in Sud Africa ricorda anche la maledetta segregazione. Pochi sanno – e immaginano – che già nel lontanissimo 1903 a Johannesburg circolavano tanti ciclisti “come in poche altre parti del mondo. Al punto che si diceva che i bambini imparavano a pedalare prima di camminare”. Lo scrive Njogu Morgan nel libro Cycling Cities: Johannesburg, pubblicato per la Fondazione per la Storia della Tecnologia. La bici veniva usato per diletto e per andare al lavoro. Poi venne l’apartheid. E, ricorda l’autore, il popolo venne spinto ai margini dalla segregazione razziale, lontano dalla città e dai posti di lavoro. E la bici scomparve. Ma non la passione, che è ridivampata negli ultimi anni.

Su Nicholas, che ha preso parte, fra l’altro, a diversi Giri di Spagna, il ciclismo africano ha scommesso molto per le prossime Olimpiadi 2020 a Tokio. Il Team NTT, (non a caso sorto proprio a Johannesburg), conta diversi campioni europei, compresi 5 italiani. Pochi giorni fa ha arruolato anche il nostro Domenico Pozzovivo, 37 anni, che in agosto era stato investito da un’auto mentre si allenava in Calabria. Tante fratture e paura di aver finito la carriera, la stessa che ora attanaglia Nic. Dal suo letto d’ospedale Nic ha ringraziato la marea di campioni, a cominciare da Chris Froom, di tifosi e non, che gli hanno espresso la loro solidarietà. Ma ha anche dato mandato a uno studio legale internazionale, il Norton Rose Fulbright, di tutelarlo. Non vuol lasciare impunita l’arroganza di cinque rangers della Montagna della Tavola.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com