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L’ex dittatore Yahya Jammeh vuol tornare in Gambia: e in tanti lo sostengono

Africa ExPress
19 gennaio 2029

Yahya Jammeh, il feroce ex dittatore gambiano non si arrende. Vuole ritornare a casa e sfidare Barrow.

Migliaia di persone hanno sfilato giovedì scorso a Banjul, la capitale del Gambia, a sostegno dell’ex despota che si trova in esilio “volontario” in Guinea Equatoriale dall’inizio del 2017, dopo aver perso le elezioni presidenziali contro Adama Barrow. Prima della partenza ha svuotato completamente le casse dello Stato, lasciando il Paese sul lastrico.

Jammeh ha diretto con mano ferrea per oltre 22 anni il piccolo Paese anglofono dell’Africa occidentale, un’enclave nel territorio del Senegal. Avevava “conquistato” il potere con un colpo di Stato nel 1994, poi era stato rieletto una prima volta nel 1996 grazie a “libere e democratiche elezioni”, chiaramente truccate.

Yahya Jammeh, ex dittatore del Gambia

Lui e il suo regime sono accusati dei più efferati crimini: sparizioni forzate, arresti extragiudiziari, morti sospette, accanimento contro i media e i difensori dei diritti dell’uomo, violazione dei diritti fondamentali dell’uomo, per non parlare del suo odio atavico verso gay e lesbiche.

Solo qualche giorno fa Jammeh aveva chiesto aiuto al suo partito, Alliance for Patriotic Re-orientation and Construction Party. “Chiederemo all’ONU, all’Unione Africana, alla Comunità Economica dell’Africa  dell’Ovest (ECOWAS) –  ha spiegato Ousman Rambo Jatta, un dirigente del raggruppamento politico – affinchè mantengano gli impegni. Nel 2017 le organizzazioni internazionali avevano inserito nell’accordo una clausola che garantisse a Jemmeh di poter far ritorno nel Paese qualora lo desiderasse. Il trattato era stato stipulato perseverare l’impasse che era venuto a crearsi dopo la vittoria di Barrow e il dittatore si rifiutava di accettare la propria disfatta.

Il portavoce del governo, Ebrima Sankareh, sostiene di non sapere nulla di questo documento: “Barrow non ha mai firmato un tale accordo – ha chiarito -. Se Jammeh dovesse tornare senza autorizzazione, non possiamo garantire la sua incolumità e sicurezza”.

Jatta ha replicato che Jammeh ha il sacro santo diritto di vivere in pace nel suo Paese, minacciando un suo arresto potrebbe sfociare in un bagno di sangue. Finora Jatta non ha fatto sapere quando si prevede il ritorno del dittatore.

E giovedì scorso i suoi sostenitori hanno consegnato alla Commissione africana dei diritti umani e dei popoli  una petizione dall’ APRC indirzzata all’UA.

“Il partito ha bisogno del suo leader”, ha dichiarato la ventiseienne Ismaila Colley, descrivendolo come un “uomo di pace”. Forse ha dimenticato che da oltre un anno la Commissione Verità e Riconciliazione sta raccogliendo testimonianze terrificanti di vittime delle atrocità commesse dal tiranno a dal suo entourage.

Adama Barrow, presidente del Gambia

“Jammeh deve tornare, i tempi sono duri sotto l’attuale governo. Il vecchio presidente deve riprendere le redini del Paese”, ha detto un commerciante ventitreenne durante la manifestazione.

I gambiani si fanno sentire in queste ultime settimane. Migliaia di sostenitori di Barrow hanno sfilato domenica scorsa per le vie della capitale, hanno voluto manifestare la loro approvazione alla decisione del presidente di restare in carica 5 anni e non solo 3, come aveva promesso all’inizio del suo mandato.

Un altro gruppo, contrario alla permanenza del presidente per altri 2 anni, avrebbe voluto protestare durante questo fine settimana, ma l’autorizzazione è stata negata. Per contro è stata autorizzata quella pro Jammeh giovedì scorso.

Africa ExPress
@africexp

Disoccupazione e povertà: la difficile transizione del Gambia dalla tirannide alla democrazia

Gambia, la difficile via verso lo Stato di diritto con la pesante eredità di Jammeh

Lesotho: pronto a dimettersi il premier accusato dell’omicidio della moglie

Africa ExPress
17 gennaio 2020

Il primo ministro del Lesotho, Thomas Thabane, alla fine ha ceduto alle pressioni e è pronto a dimettersi. Persino il suo partito, All Basotho Convention (ABC), ha chiesto la sua testa perché avrebbe ostacolato le investigazioni sulla morte della sua ex moglie, Lipolelo, 58 anni, uccisa a colpi di pistola alla periferia della capitale Maseru, nel giugno 2017. Il fatto è accaduto due giorni prima che l’ex marito prestasse giuramento come primo ministro.

L’omicidio della ex moglie di Thabane è tornato alla ribalta in queste settimane, grazie a una lettera di Holomo Molibeli, commissario di polizia del piccolo regno, un’enclave del Sudafrica. Il 23 dicembre scorso ha scritto al primo ministro accusandolo di aver ostacolato le indagini ma di essere addirittura implicato nella morte della moglie. Nel suo messaggio Molibeli ha sollecitato la sospensione del capo del governo. Il portavoce di Thebane, Relebohile Moyeye, ha fatto sapere che il primo ministro non ha mai ricevuto la missiva e dunque non ha potuto rispondere alle accuse.

Thomas Thabane con la moglie Maesaiah

L’ottantenne Thabane dopo soli due mesi dall’uccisone di Lipolelo – con cui era in lite per la causa di divorzio, in particolare sul ruolo di first lady – ha sposato la giovane Maesaiah, su cui pende un mandato d’arresto perché ha disubbidito all’ordine di presentarsi al commissariato d polizia. Finora la nuova consorte non è ancora accusata di omicidio, comunque risulta irreperibile.

Lipolelo Thabane, ex moglie del primo ministro, uccisa nel 2017

Il coraggioso commissario di polizia ha mostrato alla Corte alcuni documenti secondo cui il primo ministro ha cercato di rimuoverlo dal suo incarico.

Il primo governo di Thabane è stato rovesciato nel 2014 con un colpo di Stato. Allora lui si era rifugiato nel vicino Sudafrica, perché temeva per la sua incolumità. Nel 2017 si è candidato nuovamente e ha vinto. Il suo partito aveva portato a casa quarantotto seggi sugli ottanta da aggiudicare. Il suo avversario, Mosisli, ne aveva guadagnati trenta.

La piccola enclave è una monarchia parlamentare, il cui sovrano è Letsie III. Nell’Assemblea Nazionale vi sono membri elettivi di partiti riconosciuti dallo Stato, ma vi risiedono anche alti gradi militari, capi tribali e rappresentanti delle minoranze etniche.

Il Lesotho è tra i Paesi più poveri dell’Africa. Metà della popolazione su 2.125.000 abitanti vive in povertà, a causa dell’elevato tasso di disoccupazione e un’economia totalmente dipendente dal Sudafrica. Inoltre il 22,7 per cento degli adulti è affetta da infezione da HIV / AIDS.

Africa ExPress
@africexp

Lesotho: vince di misura il partito d’opposizione che guadagna 48 seggi su 80

Sahel-Francia: formata nuova coalizione per combattere sul campo i terroristi

Africa ExPress
15 gennaio 2020

La recrudescenza degli attacchi terroristi nel Sahel è stata al centro del vertice tra Emmanuel Macron, presidente francese e i capi di Stato del G5 Sahel, Ibrahim Boubacar Keïta (Mali), Idriss Déby Itno (Ciad), Ould Cheikh Ghazouani (Mauritania), Roch Marc Christian Kaboré (Burkina Faso) e Mahamadou Issoufou (Niger).

In occasione delI’incontro, i presidenti del Sahel e il loro omologo francese hanno lanciato una nuova coalizione per contrastare l’ondata di violenze che i terroristi stanno scatenando nella regione, sopratutto in Burkina Faso, Niger e Mali. I sei leader hanno convenuto che ognuno di loro, ovviamente secondo i mezzi a disposizione di ciascun Stato, avrebbe elaborato e definito nuove strategie d’intervento con i propri eserciti, naturalmente nell’ambito di strategie comuni.

La Coalition pour le Sahel (coalizione per il Sahel), come è stata chiamata, raggruppa i 5 Paesi dell’area e la Francia attraverso l’Operazione Barkhane e altri partner già operativi nella zona; la partecipazione è aperta ad altri Stati e/o organizzazioni che desiderano farne parte. Macron ha annunciato di voler inviare altri 220 soldati nel Sahel per consolidare la presenza di Parigi.

Vertice di Pau, Francia con i presidenti del G5 Sahel e Emmanuel Macron, presidente francese

Il meeting di Pau, nel sud-ovest del Paese d’Oltrealpe è stato fortemente voluto da Parigi, viste le ostilità che parte della popolazione nutre contro la presenza delle truppe francesi, presenti in tutto il Sahel con 4.500 militari e della Missione di pace dell’ONU, MINUSMA, forte di oltre 13.000 persone. Pochi giorni fa si è svolta anche una manifestazione a Bamako, capitale del Mali, contro la presenza dei soldati stranieri, in particolare contro i francesi. Macron è stato persino rappresentato su alcuni cartelloni come Hitler, bandiere francesi sono state bruciate.

Gli omologhi del presidente francese non si sono pronunciati in merito, anche se a dicembre alcuni di loro avevano mostrato perplessità nei confronti della missione Barkhane, perchè malgrado la massiccia presenza di forze straniere, le aggressioni dei terroristi sono sempre più frequenti.

Macron aveva fissato la riunione con i suoi omologhi già a dicembre, era stata rinviata dopo la strage di Inates in Niger. Allora erano stati trucidati 70 soldati nigerini. Nel frattempo durante un nuovo attacco, avvenuto il 9 gennaio, altri 89 militari sono morti durante un’aggressione a Chinégodar, nella regione di Tillabéri, al confine con il Mali. L’ultima carneficina è costato la testa al capo di Stato maggiore dell’esercito nigerino, Ahmed Mohamed e al capo di Stato delle forze terrestri, Sidikou Issa. Sono stati sostituiti entrambi. La decisione è stata presa durante il Consiglio dei ministri, tenutosi alla vigilia della partenza di Issoufou per Pau.

Gruppi terroristi nel Sahel

In un comunicato a margine del vertice, i presidenti del G5 Sahel hanno espresso la loro riconoscenza agli Stati Uniti per il loro appoggio e collaborazione nella lotta contro i jihadisti, auspicando che gli interventi di Africom proseguano anche in futuro. Circola voce che AFRICOM, commando militare USA per l’Africa creato nel 2007, voglia diminuire la sua presenza in Africa. Lo stato maggiore di AFRICOM ha sede in Germania; nel continente africano sono dislocati 7.000 soldati, la metà a Gibuti, 2.000 sono impegnati nella formazione di truppe africane. Non si esclude che venga chiusa la più grande base per droni americana a Agadez in Niger.

Secondo il rapporto dell’ONU dell’8 gennaio scorso, negli ultimi anni i morti dovuti alle incursioni dei terroristi si sono quintuplicati: nel  2019 sono stati registrati oltre 4.000 decessi nel Sahel contro i 700 del 2016. Inoltre, l’azione degli attacchi si è spostata verso est, dal Mali verso il Burkina Faso.  Mezzo milione di persone hanno lasciato le loro case, cercando protezione nei campi per sfollati; altri 25.000 si sono spostati in Paesi confinanti. La gente non si fida più del governo, degli amministratori locali.

Il responsabile dell’Ufficio dell’ONU per l’Africa dell’ovest e del Sahel (UNOWAS), Mohamed Ibn Chambas, i governi, gli attori locali, le organizzazioni regionali, nonchè la comunità internazionale, pur avendo già messo in campo risposte per contrastare il terrorismo violento, dovrebbero rinforzare azioni in questa direzione.

Africa ExPress
@africexp

Natale di sangue in tutto il Sahel: attacchi terroristi in Burkina Faso, Mali e Niger

 

 

 

Guinea Equatoriale: il clan di Mongomo contro il mondo intero

Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
14 gennaio 2020

Era il 12 novembre 2019 quando due cittadini spagnoli – ed europei – Feliciano Ela Mangue e Julio Obama Mofuman, membri delle Forze Armate del Regno di Spagna, prendevano dall’aeroporto di Madrid Barajas un volo diretto alla città di Giuba in Sud Sudan. Meno di 48 ore dopo, il 15 novembre, sparivano nel nulla nella capitale sud sudanese per ricomparire nella prigione di Black Beach a Malabo, la capitale della Guinea Equatoriale sull’isola di Bioko, ed essere poi trasferiti nel nuovo carcere della città di Mongomo, nella parte continentale del Paese. Nel cuore della foresta.

Assieme a loro sono state arrestate altre due persone, loro compagni di viaggio: Martin Obiang Ondo e Bienvenido Ndong Ondo, equatoguineani residenti in Spagna da 15 anni. Tutti e quattro sono dirigenti militanti del Movimento per la Liberazione della Guinea Equatoriale della Terza Repubblica (MLGE3R), partito di opposizione alla quarantennale dittatura di Teodoro Obiang. Obiang Ondo è il Presidente di MLGE3R mentre Ndong Ondo ne è il tesoriere e il partito è nella coalizione di Sinistra Unita (Izquierda Unida, 5 deputati in Spagna e 2 al Parlamento Europeo). Secondo quanto denunciato proprio dal MLGE3R i quattro sarebbero stati fermati ed arrestati da funzionari sud sudanesi il 15 novembre 2019 all’aeroporto di Giuba e subito consegnati ad alcuni uomini della sicurezza nazionale equatoguineana che li avrebbero trasferiti in aereo a Malabo in quella che pare essere in tutto e per tutto un’operazione illegale di extraordinary rendition congiunta tra sudsudanesi e equatoguineani. È stata la moglie di Martin Obiang Ondo, il 20 novembre 2019, a denunciare la scomparsa dell’uomo alla polizia di Alcalà de Henares, alle porte di Madrid.

Teodor Obiang, presidente della Guinea Equatoriale

L’operazione della sicurezza nazionale equatoguineana rientra nell’ambito delle condanne spiccate al termine del farsesco processo messo in scena dal regime tra il 22 marzo e il 31 maggio 2019 dopo il presunto tentativo di golpe, nell’ambito del quale 122 imputati (tra cui i quattro dirigenti di MLGE3R, con altri 55 processati in contumacia) sono stati condannati a pene che vanno da 1 a 97 anni di reclusione. Un processo, svoltosi in pochissime e brevi udienze, che aveva come presidente di Corte, come giudici e come pubblici ministeri uomini nominati tramite decreto esecutivo dal governo, al tempo stesso nel ruolo di presunta vittima e di denunciante. Quel processo, già criticato da molti perché completamente al di fuori di qualsiasi regola del diritto equatoguineano ed internazionale, vede ancora oggi colpi di coda incredibili, quasi sempre quando la pressione esterna sul regime di Obiang si fa più forte.

Pressione che, proprio di recente, è tornata a schiacciare il clan al potere in Guinea Equatoriale: il 10 febbraio 2020 la Corte d’Appello di Parigi emetterà il verdetto sul caso Bien Mal Acquis che vede Teodorin Obiang Nguema Mangue, figlio del dittatore, vicepresidente della Repubblica e Ministro della Difesa, processato per corruzione internazionale, riciclaggio di denaro e appropriazione indebita. In primo grado Nguema è stato condannato a tre anni di reclusione, al pagamento di una multa da 30 milioni di euro, proprio come richiesto dall’accusa e di altri 50.000 euro per aver calunniato Trasparency International France, alla confisca di tutti i beni in territorio francese (già sotto chiave). Un «processo politico» secondo la difesa di Nguema e secondo il governo di Malabo retto dal padre, che rischia seriamente di far cadere il regime più longevo del mondo.

Nuova prigione di Mongomo, Guinea Equatoriale

“La repressione del presunto golpe del dicembre 2017 continua a fare vittime: le ultime sono i quattro esponenti del MLGE3R scomparsi a metà novembre dopo aver lasciato la Spagna” ha dichiarato a Africa-ExPress il portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury: “Non è la prima volta che oppositori equato-guineani vengono rapiti in Paesi terzi e portati in Guinea Equatoriale: segno che la collaborazione regionale tra servizi d’intelligence è quanto mai florida e produce gravi violazioni dei diritti umani. Ma in questo caso la situazione è ancora più grave perché due dei quattro oppositori sono cittadini spagnoli e gli altri due risiedevano in Spagna da 15 anni. Dunque, è dovere delle autorità di Madrid fare il possibile per ottenere garanzie sulla loro incolumità e informazioni sui motivi della detenzione”.

Noury ha totalmente ragione: come denunciato anche in una lettera aperta scritta dalla CORED (la coalizione di partiti politici oppositori al regime di Malabo) al Presidente francese Emmanuel Macron e al suo potentissimo consigliere per l’Africa Frank Paris anche la vicenda di Filiberto Obama Esono è in questo senso emblematica: rifugiato politico in Marocco e membro della CORED con status di protezione internazionale, a inizio ottobre 2019 è stato fermato dalle autorità della Repubblica Centrafricana e successivamente estradato a Malabo. Incarcerato, torturato e minacciato di morte, Obama Esono è stato costretto ad apparire alla tv nazionale guineana in lacrime per chiedere perdono al Capo dello Stato (per essere stato suo critico e per aver scritto status polemici su Facebook), chiedendo infine di poter essere ammesso nel partito politico del regime, il PDGE. Il caso di Obama Esono è solo uno tra tanti, alcuni noti e altri totalmente sconosciuti: c’è anche il caso di Fulgencio Obiang Esono, ingegnere, pisano dal 1988 (è cittadino italiano), catturato in Togo dalle autorità equatoguineane, estradato in Guinea Equatoriale e condannato a 58 anni di carcere per aver partecipato al presunto golpe.

Teodorino, figlio del presidente della Guinea Equatoriale

Nonostante la durissima repressione che negli ultimi mesi il regime di Malabo sta attuando, il Presidente Teodoro Obiang e la sua famiglia continuano a viaggiare indisturbati e a frequentare i più prestigiosi luoghi del potere democratico europeo: in agosto sono stati festeggiati i 40 anni al potere con una festa faraonica e a novembre Obiang in persona era tra gli ospiti di rilievo del Forum di Pace di Parigi organizzato da Emmanuel Macron all’Eliseo. La nipote di Teodoro Obiang, Cecilia Obono Ndong, è decano del corpo diplomatico africano in Italia Nonostante negli ultimi sette anni siano ben sei i cittadini italiani arrestati e incarcerati ingiustamente in Guinea Equatoriale, cinque rientrati grazie a battaglie mediatiche e il sesto ancora detenuto.

In generale la compiacenza dei governi europei verso il regime della Guinea Equatoriale è un elemento di rassicurazione per il clan di Mongomo, al potere da 40 anni con Obiang: in particolare la Spagna, ex-colone in Guinea Equatoriale, non ha fiatato quando alle autorità diplomatiche iberiche è stato impedito di visitare in carcere i due cittadini spagnoli arrestati a novembre. I quali, dopo mesi, ancora non sono stati visitati dai familiari, dal corpo diplomatico spagnolo

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com 
twitter @spinellibarrile

Scienziati creano falsi corni di rinoceronte per combattere il bracconaggio

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 14 gennaio 2020

Per salvare i pachidermi dal rapace bracconaggio, tre scienziati hanno creato in laboratorio corni di rinoceronte fasulli. Li hanno chiamati “falsi credibili” e hanno la stessa struttura biologica di quelli veri. L’obiettivo è ingannare il mercato illegale perché i corni da laboratorio sono indistinguibili dai corni originali.

Video courtesy di Save the Rhino

Una ricerca rivoluzionaria

Il lavoro che, per il momento, potrebbe salvare il rinoceronte nero (Diceros bicornis) è stato pubblicato su Scientific Reports. Gli autori sono Z. Z. Shao, Ruixin Mi e Fritz Vollrath. Vollrath lavora al Dipartimento di Zoologia, dell’Università di Oxford insieme al collega Ruixin Mi. Shao e Mi sono del Laboratorio di Ingegneria molecolare dei polimeri della Fudan University, Shanghai.

Non tutti sanno che il corno di rinoceronte non è come quello dei bovini. Gli scienziati, nella ricerca, spiegano che è “un ciuffo di peli che cresce sul naso dell’animale, stretto e incollato insieme da essudati delle ghiandole sebacee”.

Il “falso credibile”

Da questa osservazione è nata l’idea di creare il “falso credibile” in laboratorio. “Offriamo un sostituto economico per il corno di rinoceronte fabbricato dal pelo della coda del suo parente vicino, il cavallo domestico”,  spiegano nella ricerca.

Il composto delle ghiandole sebacee del rinoceronte che tiene “incollati” i peli viene sostituito da proteine della seta e il gioco è fatto. Quindi questo materiale viene modellato facilmente in un corno di crini di cavallo. L’oggetto creato in laboratorio, una volta lucidato, anche nella sua microstruttura diventa sorprendentemente simile nella sensazione e nell’aspetto a un vero corno di rinoceronte.

Primo piano di rinoceronte nero, è stato creato un corno in laboratorio di questa specie
Primo piano di rinoceronte nero, è stato creato un corno in laboratorio di questa specie

La polvere ritenuta “magica”

La “sfortuna” del rinoceronte sta nel fatto che nella medicina cinese si crede che la polvere del suo corno sia il medicinale potentissimo, una sorta di polvere “magica”. Viene utilizzata per la cura del cancro, è considerata un poderoso afrodisiaco, un elisir di lunga vita e un febbrifugo per bambini. Eppure è noto che il corno sia composto da cheratina, proteina fibrosa di unghie e peli, che scientificamente non ha alcuna efficacia terapeutica.

La richiesta di corni di rinoceronte ha portato il loro prezzo a cifre folli che superano persino il prezzo dell’oro e della cocaina: 86mila euro al chilo. Il mercato maggiore continua ad essere quello cinese ma il Vietnam è diventato il mercato di maggiore interesse a causa delle leggi permissive.

La discutibile caccia vietnamita

Un report dell’ong Traffic “Executive Summary of The South Africa–Viet Nam Rhino Horn Trade Nexus” racconta dei rapporti tra Sudafrica e Vietnam riguardo ai rinoceronti. Secondo l’indagine si stima che, dal 2003, i cacciatori vietnamiti abbiano pagato oltre 20milioni di euro per cacciare rinoceronti in Sudafrica.

Ma la condotta dei cacciatori vietnamiti è diventata discutibile mettendo in dubbio la loro correttezza. La direzione dell’Associazione dei cacciatori professionisti del Sudafrica (PHASA), nel 2009, ha avvertito i suoi membri di evitare i clienti vietnamiti. Le ragioni erano “gli abusi e della discutibile legalità della loro caccia”. Nell’aprile 2012 il Dipartimento per gli affari ambientali del Sudafrica (DEA) ha sospeso il rilascio di permessi di caccia ai cacciatori vietnamiti.

Areale del rinoceronte nero
Areale del rinoceronte nero

Fine dei traffici illeciti o ampliamento del mercato?

Riuscirà questo “falso credibile” a eliminare il bracconaggio che sta portando le cinque specie di rinoceronte all’estinzione? I tre scienziati sono fiduciosi che la quantità di corni creati in laboratorio avrà la capacità di invadere il mercato e diminuire il bracconaggio. Molti sono scettici e c’è il pericolo che invece contribuisca a ingigantire un mercato già in grande espansione.

Più difficile processare i trafficanti di corni di rinoceronte

“Se la polizia cattura un trafficante di veri corni di rinoceronte potrebbe avere difficoltà” – ha affermato Cathy Dean, ad di Save the Rhino, alla CNN. “La difesa potrebbe dire che il presunto colpevole pensava di portare corni di crine di cavallo. Ciò renderebbe l’intero processo giudiziario estremamente difficile”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Crediti foto:
-Primo piano del rinoceronte nero
Di Matthew Field http://www.mattfield.comOpera propria, CC BY 2.5, Collegamento

– Areale del rinoceronte nero
Di Edoarado – Base map derived from File:BlankMap-Africa.svg. Distribution data from File:Black Rhinoceros area.png, CC0, Collegamento

Dieci rinoceronti morti in Kenya, sotto accusa per negligenza il ministro del Turismo

Ogni giorno ammazzati di frodo in Sudafrica tre rinoceronti. C’è chi li vuole in Australia

Lo Zimbabwe dichiara guerra ai bracconieri e amputa i corni ai rinoceronti

Ruanda: ecologista ungherese salvava i rinoceronti ma uno di essi lo uccide

Kenya: shebab uccidono 3 insegnanti nell’area dove è stata rapita Silvia Romano

Africa ExPress
Malindi, 13 gennaio 2020
Tre insegnanti uccisi, un altro rapito e uno scolaro ferito. Si intensificano gli attacchi dei miliziani shebab al confine tra Kenya e Somalia, poco lontano dall’area dove il 20 novembre 2018 è stata rapita Silvia Romano.
Questa mattina presto è stata attaccata la scuola di Kamuthe nel distretto di Garissa, a meno di 200 chilometri da Chakama il villaggio dove è stata sequestrata la ragazza italiana. I terroristi hanno sparato per uccidere: gli insegnanti non avevano alcuna protezione e un paio di soldati che erano di guardia davanti alla scuola sono scappati a gambe levate.
Al-Shebab in Kenya

Il commando shebab ha poi dato alle fiamme la locale stazione di polizia e distrutto una torre per le telecomunicazioni utilizzata da una compagnia di telefono cellulari.

Africa ExPress
@africexp

Attacco islamista contro base USA in Kenya nella zona dove è stata rapita Silvia Romano

Lettera aperta al presidente Conte: “Per favore ci dica cosa sa su Silvia Romano”

Liberia rispedisce al mittente (la Grecia) tonnellate di rifiuti non riciclabili

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
12 gennaio 2020

La Liberia restituisce al mittente 4 container marittimi contenenti tonnellate di sacchetti in politene pieni di rifiuti. Il materiale è stato contrabbandato nel Paese dalla Grecia.

A causa del cattivo odore proveniente dai container in questione, gli agenti doganali anticontrabbando del porto di Monrovia hanno allertato immediatamente l’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA). Dopo aver analizzato il carico malodorante, aperto un’indagine, i funzionari dell’Agenzia hanno scoperto che in Grecia è vietato riciclare quel tipo di sacchetto, dunque si suppone che siano stati venduti a un commerciante di rifiuti locale, che li ha poi imbarcati e inviati in Liberia.

La costa del Paese, lunga 363 chilometri, è purtroppo scarsamente controllata dalle autorità marittime locali e non di rado pescherecci battenti bandiera straniera, operano indisturbati nelle acque liberiane. Ma stavolta, per un caso fortuito, le autorità hanno reagito e preso le misure adeguate. L’Africa non è l’immondezzaio dell’Occidente.

Sacchetti non riciclabili inviati in Liberia

Finalmente uno spiraglio di luce per l’amministrazione del presidente George Weah, fortemente criticata da gran parte della popolazione. In migliaia sono scesi in piazza all’inizio dell’anno per protestare contro la situazione economica a dir poco in caduta libera dopo l’insediamento dell’ex campione di calcio. Certo, anche prima dell’ascesa dell’attuale leader il quadro socio-politico-economico del Paese era difficile.

Weah è succeduto a Ellen Johnson Sirleaf – che ha guidato il Paese dal 2006 al 2018 – e durante la sua campagna elettorale aveva promesso la riduzione della povertà e di combattere la corruzione galoppante, inoltre aveva garantito sicurezza e il diritto di manifestare. Peccato che il 3 gennaio abbia dato l’autorizzazione alle forze dell’ordine di usare gas lacrimogeni e idranti per disperdere i manifestanti.

Già durante la scorsa estate erano scesi in strada in migliaia, chiedendo migliori condizioni di vita, nettamente peggiorate con il passare dei mesi. A giugno i suoi oppositori avevano inoltre invitato il presidente a chiarire l’utilizzo di 25 milioni di dollari ritirati in furia e fretta nel 2018 dai conti della Riserva federale di New York, per dare uno spiraglio all’economia. Un gruppo di lavoro, nominato dal presidente, ha scoperto delle incongruenze e anomalie tra le dichiarazioni fatte e il reale utilizzo dei fondi.

Henry Costa, uno degli organizzatori della protesta e capo del gruppo Council of Patriots ha spiegato: “Chiediamo che il presidente siluri in toto il suo team addetto all’economia. Ci ha ridotto in miseria, è responsabile della catastrofica situazione attuale”. Infine ha aggiunto: “Abbiamo inviato una petizione al presidente, chiedendogli di prendere misure contro la galoppante corruzione, la cattiva governance, le violazioni contro la Costituzione, ma lui si rifiuta di agire. Non è intervenuto in alcun caso, non ha dato seguito alle nostre richieste”.

Manifestazioni a Monrovia, Liberia

La grave crisi economica si fa sentire in tutti settori: le banche non riescono a pagare i correntisti, i salari arrivano con grande ritardo e i beni di prima necessità sono saliti alle stelle. I commercianti dei mercati locali si lamentano, non ci sono acquirenti, non ci sono soldi e loro stessi non possono più mandare i figli a scuola perchè non sono in grado di pagare le rette.

Finora poche delle promesse di Weah sono state realizzate. E’ molto contestato da una parte della popolazione perchè appena insediatosi, secondo i critici, ha costruito diversi edifici, tra questi anche uno con 50 appartamenti. Inoltre non viene apprezzato che si sposti con un jet privato insieme ai suoi numerosi collaboratori. Ma i suoi fedelissimi lo difendono.

Lenn Eugene Nagbe, ministro dell’Informazione è dell’avviso che l’élite politica non lo ha mai accettato veramente: “Stanno usando tutti i mezzi per delegittimare la sua elezione e indebolire la sua autorità”.

Geroge Weah, presidente della Liberia

La storia della Liberia è un caso unico nel panorama africano. Lo Stato è nato infatti per iniziativa di un gruppo di schiavi affrancati, tornati in Africa dagli Stati Uniti, finanziati nel loro avventuroso viaggio da un gruppo di aziende private. La capitale del Paese si chiama Monrovia in onore del presidente James Monroe che promosse l’iniziativa. Anche la bandiera ricorda  quella americana nella forma e nei colori.

Il Paese conta poco più di 4,6 milioni di abitanti. E’ uno degli Stati più poveri del Continente con un’entrata pro capite annuo di soli 455,37 dollari e un alto tasso di disoccupazione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Liberia: spariti nel nulla 83 milioni di euro mentre Weah vara la riforma terriera

Wilson Kipsang Kiprotich, titano dell’atletica del Kenya sospeso per doping

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
12 gennaio 2020

Domenica 8 dicembre scorso, era sopravvissuto a un gravissimo incidente automobilistico. Con la sua Toyota Prado da Eldoret a Iten, (Rift- Valley) era finito contro un camion. Vivo per miracolo.

Venerdì pomeriggio 10 gennaio (a las cinco de la tarde, per citare Garcia Lorca) non l’ha scampata all’improvviso fulmine scagliatogli dall’Unità di Integrità (Aiu) dell’Atletica, l’organizzazione indipendente di controllo dell’Agenzia Mondiale Antidoping.

Wilson Kipsang Kiprotich, 37 anni, è stato temporaneamente sospeso per (presunte, al momento)  irregolarità sul  doping. E’ un altro titano dell’atletica kenyana che precipita nel Tartaro della vergogna.

Stiamo parlando dell’ex detentore del record mondiale di maratona, della medaglia di bronzo olimpica nel 2012 a Londra, del (due volte) vincitore della maratone di Londra e dominatore in quella di Francoforte, Berlino, Tokio. Del sesto uomo più veloce di sempre nei 42km 195 metri. Di un uomo che per 4 volte ha percorso la distanza sotto le 2 ore e 4 minuti.

Un sovrumano, un gigante, dalle umili origini, come tanti campioni simili a lui. “Mai avrei pensato che sarebbe diventato un grande”, aveva commentato tempo fa  il missionario irlandese  Colm O’Connel della St. Patricks High School, dove il religioso in 4 decenni ha allevato 25 campioni del mondo e 4 campioni olimpionici. Invece Wilson è diventato un gigante. Ma anche i giganti cadono.

Wilson, corridore poliziotto nato a Iten, gigante caduto, o quanto meno traballante, sarà costretto a convivere, in attesa che si discolpi,  con l’onta di aver “manomesso o tentato di manomettere le provette” e di essere colpevole dei cosiddetti “Whereabouts Failures”. In parole povere,  “per mancanza o inesattezza di comunicazione delle informazioni sulla reperibilità”. Tutti gli atleti devono essere rintracciabile un’ora al giorno, tutti i giorni e devono fornire ai funzionari antidoping i luoghi disponibili per i test fuori gara. I test persi possono equivalere a test falliti. Kipsang avrebbe mancato tre controlli a sorpresa e avrebbe cercato di alterarne un quarto.

Wilson Kipsang Kiprotich
maratoneta del Kenya

Ora dovrà smettere di correre per due anni – specifica il sito di AIU athleticsintegrity.org parlando delle sanzioni – o per un anno, se si accerterà che le violazioni non sono state gravi.

Per Wilson Kipsang e il mezzofondo keniano  è un durissimo colpo. Kipsang è, in effetti, l’ultima star locale a essere preso di mira. L’ultimo pesce grosso a cadere nella rete dell’antidoping. Eh si che l’AIU da tempo, nel suo sito, avverte minacciosa: i controlli nel 2020 saranno sempre più stringenti.

Le vittime illustri non si contano. Nel 2017 sono state cacciate (per positività all’Epo), Rita Jeptoo, dominatrice della maratona di Boston per 3 volte e una di quella di Chicago e Jemima Sumgong, prima donna di Nairobi ad aver conquistato l’oro olimpico di Rio nel 2016. Un altro campione olimpico, Asbel Kiprop  (1500m del 2008) e tre volte campione del mondo, è stato bandito nel  novembre 2017 per 4 anni: pure lui a causa dell’EPO.

Secondo un report dell’agenzia mondiale antidoping (Wada), tra il 2004 e l’agosto 2018, gli atleti del Kenya risultati positivi sono stati ben 138.

Un’epidemia inarrestabile.  Una cancrena.

“Roba da far cascare le braccia – ha commentato sconsolato Barnaba Kipyego Korir, membro del Comitato esecutivo dell’Athletics Kenya e Chairman della Regione di Nairobi – sentire che un altro dei nostri, e di che livello, è vittima di questa piaga. Però, allo stesso tempo vediamo la vicenda in modo positivo in quanto supportiamo gli sforzi dell’AIU nello sradicare il triste fenomeno, per il quale stiamo pagando un alto prezzo in atleti e in immagine dell’intero Paese”.

E Micah Chemos, 33 anni, specialista nei 3 mila siepi, ha aggiunto : “Sono sotto choc. Ogni giorno vengo svegliata da queste terribili notizie che coinvolgono miei colleghi. E questo nonostante i convegni e seminari che organizziamo in tutto il Kenya sul doping. Stavolta poi ci troviamo di fronte a una figura di spicco, che dovrebbe fare da modello alle giovani generazioni”.

Già nel 2016 il Paese aveva ottenuto il diritto di partecipare ai Giochi di Rio solo in extremis, dopo aver approvato una legge antidoping che prevede sanzioni penali (fino a 3 anni di galera) per gli atleti dopati e fornitori dei  prodotti proibiti.  Come le grida manzoniane, però, la legge non ha avuto un grande effetto, se anche ai primi dello scorso dicembre in un hotel di Heldoret si è tenuta una conferenza di 4 giorni cui hanno preso parte 300 atleti di fama. Il tema delle prima giornata era, manco a dirlo: “Ho scelto l’integrità”. Si è ribadita la volontà di procedere penalmente. Con maggior vigore.

Si ribella, però, alla criminalizzazione del maratoneta,  il suo procuratore e scopritore di talenti africani, l’olandese Gerard Van De Veen, che punta il dito contro gli investigatori:”La violazione delle norme di Kipsang è solo presunta, al momento non esiste nessuna prova, non è stata trovata nessuna sostanza proibita”. Van De Ven sa che cosa vuol dire essere ostraciato: quattro anni fa venne sospeso a sua volta per 6 mesi.

E Kipsang? Parlerà quando interrogato, per chiarire la sua posizione. Viene a galla ora una sua dichiarazione del 2015: “Il 90% della nostra atletica è affidabile”.

Certo mai avrebbe immaginato di finire nel restante 10%.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Eliud Kipchoge (Kenya): con oltre oltre 20 km all’ora diventa il fuoriclasse della maratona

 

Oro, argento, bronzo e …doping: l’atletica del Kenya ne offre in quantità industriale

Detenuti denutriti morti di fame nella più grande prigione del Congo-K

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
10 gennaio 2019

Sono almeno 17 i prigionieri morti nel carcere di Makala a Kinshasa dall’inizio dell’anno e altri 100 giacciono in condizioni gravissime per fame e mancanza di cure sanitarie.

L’allarme è stato lanciato in modo anonimo alla France Presse da un responsabile del più grande istituto di pena del Paese. Le cause di questa strage sono dovute alla mancanza di cibo e medicinali. Infatti lo Stato non ha saldato i fornitori dal mese di ottobre e, ovviamente, i commercianti hanno bloccato gli approvvigionamenti. E il ministro della Giustizia, Tunda Ya Kasende, ha confermato il debito.

Detenuti nella prigione di Makala, Kinshasa, Congo-K

Le famiglie dei detenuti cercano di provvedere fin dove possono, ma non tutte sono in grado di farlo per mancanza di mezzi. La stuazione non è meglio nelle altre galere distribuite su tutto il territorio nazionale. Makala è il carcere più grande nel Paese e ospita attualmente quasi 8.618 detenuti. Tra loro solamente 500 sono stati processati e condannati.

Bernard Takayite, vice ministro della Giustizia ha espresso grande preoccupazione, attribuendo la responsabilità al ministero delle Finanze per non aver sbloccato i fondi necessari, malgrado vari solleciti da parte del suo dicastero e ha aggiunto: “Abbiamo appreso in questi giorni che è stato stanziato il 40 per cento dei finanziamenti richiesti, ma finora il denaro non è ancora arrivato nelle casse del mio minstero.”.

Prigione di Makala

Il penitenziario è sovraffollato. I lavori per tre nuovi bracci sono in corso, nel frattempo la popolazione carceraria è costretta a vivere in condizioni a dir poco disumane anche dal punto di vista igienico-sanitario.

Secondo informazioni pubblicate dai giornali congolesi, in circostanze simili in diciotto mesi in un’altra prigione del Congo-K, sono morti 40 detenuti.

La sicurezza in gran parte del Paese è precaria. Il ministro dell’istruzione, Thomas Luhaka Losenjola ha ordinato la chiusura dell’università. Le lezioni sono state interrotte due giorni fa dopo manifestazioni degli studenti e gli scontri con le forze dell’ordine, durante le quali è stato ucciso un poliziotto. Ieri sera alcuni addetti alla sicurezza del campus hanno ritrovato armi e munizioni negli alloggi di alcuni iscritti all’ateneo. Il ministro ha ordinato lo sgombero del campus. Intende identificare i responsabili.

Nelle province Nord-Kivu e Ituri, dove il 1° agosto 2018 è scoppiata la decima epidemia di ebola, finora sono state uccise dal virus 2.233 persone. Altre  3.390 sono state contagiate. Combattere il flagello della malattia è complesso anche a causa dei continui attacchi da parte di gruppi armati. L’ultimo risale al 30 dicembre scorso quando i miliziani dell’Allied Democratic Forces, organizzazione islamista terrorista ugandese, operativa anche nel Congo-K dal 1995, hanno ucciso una ventina di civili nell’area di Beni.

Dalla fine di ottobre sono in atto operazioni militari su larga scala in tutta la zona per contrastare i gruppi armati. Malgrado ciò ADF e miliziani  insistono nelle loro offensive e da novembre a oggi sono state barbaramente ammazzate almeno 200 persone.

Epidemia di morbillo nel Congo-K

Un’altra epidemia, il morbillo, continua a mietere vittime ovunque nella ex colonia belga. Secondo l’ultimo bollettino rilasciato il 7 gennaio dall’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), finora sono morte oltre 6000 persone, per lo più bambini. Durante lo scorso anno sono stati vaccinati 18 milioni di piccoli fino ai 5 anni. Pochi bambini al di sopra di quell’età sono stati immunizzati, eppure sono assai esposti al contagio, vulnerabili anche perchè spesso malnutriti e deboli. La copertura vaccinale sistematica resta tutt’ora non sufficiente. Da un lato mancano i finanziamenti necessari, dall’altro alcune zone del Paese sono difficilmente accessibili per questioni di sicurezza.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes   

Ruanda, trucidati dai terroristi otto civili nel parco dei vulcani dove abitano i gorilla

 

 

 

 

 

Il senegalese Sadio Manè incoronato re del calcio africano

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
9 gennaio 2020

Dopo 12 anni il re del calcio africano è nuovamente un senegalese. E’ Sadio Manè, 27 anni, al Liverpool dal 2016. E’ un musulmano praticante. E’ ricco, umile, generoso.

L’anno scorso al termine di una partita in cui segnò un goal decisivo andò in moschea a pulire i pavimenti dei bagni.

Negli ultimi 3 anni è stato giudicato il giocatore del Liverpool più costante e utile alla squadra, eppure non si è montato la testa. Accetta in silenzio sconfitte e vittorie. Per tre volte è giunto sul podio del miglior calciatore africano, ma nei gradini più bassi. Eppure si è sempre presentato alle premiazioni e si è congratulato con il vincitore, anche quando questi era il compagno di squadra Salah.

Sadio Mané, calciatore africano dell’anno

Guadagna 150 mila sterline la settimana (circa 176 mila euro), è stato pagato uno sproposito, 43 milioni di sterline, per passare dal Southampton al Liverpool, ma non si è dimenticato delle miserrime origini: nel villaggio natale di Bambali, nel sud Senegal, ha costruito uno stadio, un ospedale, una moschea; ha stanziato 270 mila euro per edificare una scuola, dona ogni mese somme di denaro alle famiglie indigenti, magliette, scarpe e palloni ai ragazzini.

Il prestigioso riconoscimento di calciatore africano dell’anno gli è stato attribuito martedì scorso, 7 gennaio, nell’hotel Citadelle Albatros Sahl Hasheesh, a Hurgada, in Egitto, sulle rive del Mar Rosso, sotto un cielo azzurro, tra un tripudio di palme carezzate dal vento.

Nato povero, aveva avuto il divieto da parte paterna di giocare a pallone. “Il calcio è una perdita di tempo”, ripeteva il papà. “Mio padre era l’imam del villaggio, è morto quando avevo 11 anni, mia madre, mio ​​zio e mia nonna mi hanno cresciuto. Nella mia adolescenza sono andato a lavorare nei campi dove coltivano riso e noccioline. Continuo a farlo quando torno a casa ogni estate. L’umiltà è un valore importante nel villaggio: stiamo zitti e ascoltiamo gli anziani quando parlano” ha raccontato, pochi mesi fa, Manè a Sport Witness.  “Nel mondo rurale il pallone non era un modello da seguire per avere successo – ha sottolineato al sito Afriquefoot il vicepresidente della federazione senegalese di football, Abdolulaye Sow –  Sadio ha dovuto combattere per uscire dal quel mondo”. E infatti un giorno, da adolescente, fugge di casa e se ne va a Dakar. La sua testardaggine e le sue capacità convincono la famiglia che la sua scelta è quella giusta. Viene preso dalla associazione sportiva Generation Foot, squadra di serie A locale, collegata al Metz francese.

Qui Sadio giunge a 18 anni e diventa professionista a fianco del connazionale e amico Kalidou Kulibaly, oggi nel Napoli, dove si contraddistingue per il suo impegno contro il razzismo negli stadi italiani e per la sua generosità verso i più sfortunati, sia in Italia sia nel paese d’origine.

L’esordio tra i professionisti per Mané è duro perchè soffre di una serie di incidenti. Ma non si arrende. Dalla Francia in Austria: nel 2012 prosegue la carriera con il Red Bull di Salisburgo. Gli inglesi lo tengono d’occhio, lo portano al Southampton. Da qui il giovane finisce al Liverpool dove, per usare l’enfatica terminologia calcistica, diventa un mito: contribuisce a far vincere al Liverpool la Coppa dei Campioni, la Fifa Club World Cup, la Uefa Super Cup. E porta anche la nazionale senegalese (“  i Leoni della Taranga”) a conquistare la finale (e il secondo posto) della Africa Cup of Nations in Egitto.

Nel 2016 è acquistato dai Reds di Liverpool per una cifra faraonica: 43 milioni di sterline. Si trova, però, oscurato mediaticamente da un altro africano, l’egiziano Mohamed Salah, vincitore per ben tre volte del titolo di calciatore africano dell’anno (ne abbiamo parlato in Africa Express). Non solo: Salah nel 2018  alza il trofeo a Dakar. Quest’anno lo stesso trofeo è stato sollevato da Mané in Egitto. Una bella rivincita.  Dopo essere stato sul podio per tre volte – ha scritto Afriquefoot, “Sadio ha finalmente ottenuto la consacrazione a casa sua”, davanti al Salah e all’algerino Riya Mahrez. La cerimonia di Hurgada – officiata dall’ex campione Samuel Eto’o, ha confermato l’ottima salute di cui gode il mondo calcistico africano, almeno a livello di singoli uomini. “Questi giocatori – ha commentato un tifoso che celebrava a Dakar – sono degli ambasciatori, le cui orme i nostri giovani vogliono seguire. E sono di stimolo per spingerli a impegnarsi di più nella vita. Come ha fatto Sadio che è partito da zero”.

Sadio Mané, incoronato come miglior calciatore africano

 

E Sadio se ne ricorda tutti i giorni: “Ho avuto fame, sono sopravvissuto a tempi difficili, ho giocato a piedi nudi, non sono andato a scuola. Non ho bisogno di mostrare auto e case di lusso” –  ha scritto sul suo sito NsemWoha.com – “Preferisco che la mia gente riceva un po’ di ciò che la vita mi ha dato. Perché dovrei desiderare dieci Ferrari, venti orologi con diamanti e due aerei? Cosa faranno questi oggetti per me e per il mondo?”

Capite, ora, perché l’altro giorno tutto il villaggio di Bambali si è radunato davanti agli schermi tv per seguire la premiazione di Sadio?

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Salah l’egiziano: un campione, un idolo, un benefattore