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La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...
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Benin mette alla porta il rappresentante diplomatico dell’Unione Europea

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
29 novembre 2019

Senza mezzi termini il governo del Benin ha messo alla porta il rappresentante diplomatico dell’Unione Europea accreditato nella ex colonia francese e ha dichiarato Oliver Nette, cittadino tedesco, come persona non grata. Nette dovrà lasciare Cotonou entro il 1° dicembre 2019 e questo malgrado i generosi finanziamenti che l’UE ha sempre elargito al Paese.

Il 20 novembre 2019 le autorità beninesi hanno notificato la loro decisione a Bruxelles, solo in un secondo momento hanno spedito una nota ufficiale al diplomatico. E oggi, durante il Consiglio dei ministri, Alain Orounla, capo del dicastero dell’Informazione e delle Poste, ha spiegato che il diplomatico si sarebbe permesso di svolgere attività sovversive che hanno turbato le relazioni con Bruxelles.

Oliver Nette, rappresentante diplomatico dell’UE in Benin

Finora la delegazione dell’UE a Cotonou (capitale economica e sede del governo, mentre, la capitale è Porto Novo) non ha rilasciato dichiarazioni. Secondo alcune indiscrezioni sembra che Nette sia stato in stretto contatto con l’opposizione, che durante le elezioni legislative dello scorso aprile era stata esclusa dalla tornata elettorale. In poche parole, il diplomatico avrebbe messo il naso in affari interni che non gli competono. Un alto funzionario beninese, che ha optato per l’anonimato, ha riferito che Nette avrebbe ripetutamente incitato la società civile all’insurrezione contro il governo; il ministro degli Esteri di Cotonou lo avrebbe richiamato più volte a questo proposito.

Una portavoce di Bruxelles ha confermato che il loro rappresentante diplomatico dovrà lasciare il Paese entro i prossimi giorni e ha precisato che finora le autorità della ex colonia francese non avrebbero dato risposte concrete sull’espulsione del diplomatico e non avrebbe ricevuto alcun documento ufficiale volto a giustificare il provvedimento.

Fino alle legislative della primavera scorsa il Benin era considerato tra le democrazie più stabili del continente africano. Ma dopo la tornata elettorale sono scoppiate le proteste con successive manifestazioni e il Paese sta vivendo una profonda e grave crisi politica.

Patrice Talon, presidente del Benin

Si mormora che Patrice Talon, un ex imprenditore di successo, salito al potere nel 2016, abbia costretto all’esilio più di un oppositore e si teme che il Paese possa trasformarsi in uno Stato repressivo e autoritario. Il mese scorso il presidente ha inaugurato i lavori per un dialogo nazionale per uscire dalla crisi. Peccato che abbia dimenticato di invitare i rappresentanti dei maggiori raggruppamenti politici dell’opposizione.

Dall’indipendenza ottenuta nel 1960 dalla Francia, l’UE nel Paese ha investito oltre 900 milioni di euro, volti a favorire una governance responsabile, incentivare l’agricoltura e supportare la fornitura di energia elettrica.

Da diverso tempo la crescita economica è rallentata, anche perché il presidente nigeriano Muhammadu Buhari ad agosto, senza consultarsi con i suoi omologhi dei Paesi confinanti, per contrastare il sempre crescente contrabbando, ha chiuso le frontiere. Un duro colpo per Benin e Niger, anch’esso colpito dalla drastica misura.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Benin: designato il nuovo sovrano del vodoo e del regno di Dahomey

Benin: designato il nuovo sovrano del vodoo e del regno di Dahomey

Eritrea: secondo attacco di agenti del regime contro giornalista a Londra

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Africa ExPress
28 novembre 2019

I tentacoli del regime eritreo hanno nuovamente preso di mira un giornalista a Londra. Questa volta un gruppo di persone, probabilmente agenti della dittatura di Asmara, hanno tentato di aggredire Amanuel Eyasu, fondatore e editore di un’emittente della diaspora, Assena TV, con base nella capitale britannica.

Amanuel Eyasu, editore di Assena TV

Amanuel ha raccontato di essere stato contattato da una donna che avrebbe chiesto un incontro per passargli alcune informazioni sull’Eritrea. L’appuntamento è stato poi fissato per le 14.30 di martedì scorso a Putney Bridge Station.

Appena raggiunto il luogo convenuto, 4-5 uomini avrebbero circondato Amanuel, tentando di gettargli addosso del liquido, mentre una donna, in disparte fungeva da spettatrice. Fortunatamente la vittima sarebbe riuscita a rientrare all’interno della stazione e sembra che l’aggressione sia stata ripresa da telecamere a circuito chiuso, compresa la rissa scoppiata in seguito. Amanuel ha incassato qualche colpo, ma è riuscito a difendersi da solo.

All’arrivo della polizia, gli assalitori e la donna sono riusciti a scappare, eccetto uno, un certo Jacob Ghebremeohin, che è stato arrestato. Si tratta della stessa persona che nel novembre 2018 aveva già aggredito Martin Plaut, giornalista e editore di Eritrea Hub. La dinamica di martedì è molto simile a quella accaduta un anno fa. Allora Plaut era stato contattato per uno scambio di informazioni sull’Eritrea da Jacob in persona. Anche quella volta aveva gettato del liquido addosso a Plaut, che aveva denunciato il fatto alle forze dell’ordine. In seguito all’aggressione nei confronti di Plaut, Estifanos, ambasciatore eritreo accreditato in Giappone, aveva commentato su twitter: “Plaut camuffa propaganda come notizie da quando il primo ministro etiope Meles ha dichiarato guerra all’Eritrea nel 2008” (la guerra inizia nel 1998 ed è stata l’Eritrea ad aggredire l’Etiopia, come ha sentenziato una Corte internazionale, n.d.r.)

Chi osa criticare Isaias Afewerki e il suo regime è spesso sotto attacco. Gli agenti della dittatura di Asmara sono ovunque, dentro e fuori il Paese. Malgrado la pace siglata oltre un anno fa con l’Etiopia, lo storico arcinemico, nulla è cambiato. Le promesse riforme non sono state mai attuate, anzi, la scure di Isaias e dei suoi fedelissimi continua a colpire il popolo. Basti pensare alla chiusura delle scuole cattoliche e al sequestro di tutte le cliniche e presidi medici della Chiesa, fatti avvenuti solo pochi mesi fa.

Il tanto sospirato trattato di pace con Addis Ababa non ha frenato le continue violazioni dei diritti umani nel Paese rivierasco, come ha sottolineato anche l’inviata speciale delle Nazioni Unite per l’Eritrea, Daniela Kravetz, nel rapporto presentato lo scorso giugno al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU.

Anche il sito dell’osservatorio cristiano, World Watch Monitor, ha rilevato oppressioni nei confronti di cristiani. Secondo WWM da giugno a agosto il regime eritreo ha arrestato 150 cristiani, tra loro anche donne e bambini e cinque monaci ortodossi del monastero di Bizen, la comunità di religiosi che si era ribellata contro l’interferenza del governo nell’ambito religioso.

I giovani continuano a lasciare il Paese, tentando la fuga verso l’Etiopia, malgrado la chiusura della frontiera. In base a un recente rapporto dell’UNHCR, 300 persone cercano di raggiungere giornalmente la libertà attraverso sentieri nascosti e pericolosi per non essere intercettati dalle guardie di confine. Il servizio civile obbligatorio senza fine e l’oppressione sono tra le maggiori cause che spingono gli eritrei a lasciare le proprie radici. I più restano in Etiopia, in attesa di trovare un lavoro, altri continuano il viaggio verso la Libia, con la speranza di poter raggiungere le coste italiane, la porta d’entrata per l’Europa. E così il Paese continua a svuotarsi.

Africa ExPress
@africexp

Eritrea: dopo il massacro di martedì non si placa il dissenso contro il governo

Eritrea: il regime confisca le cliniche della Chiesa cattolica, buttati fuori i malati

Il “vicedittatore” eritreo, aggredito a Roma: è colui che ha ordinato il mio rapimento in Somalia

 

 

 

Egitto, 4 giornalisti arrestati e rilasciati. Avevano scritto (male) sul figlio del presidente

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 27 novembre 2019

Altro giro di vite del presidente, Abdel Fattah al-Sisi, contro la stampa libera in Egitto. Questa volta è toccato ai giornalisti della testata indipendente Mada Masr. Sabato scorso, nelle prime ore della mattina era stato arrestato il reporter Shady Zalat.

Quattro agenti in borghese avevano suonato nell’appartamento dove il giornalista vive con la moglie e la figlia. Senza identificarsi hanno sequestrato il suo laptop e quello della moglie, i loro cellulari e documenti di lavoro. Shady era stato portato via fornendo alla moglie indicazioni sbagliate sul luogo di destinazione del prigioniero.

Una foto del giornalista Shady Zalat, pubblicata da Maga Masr
Shady Zalat, uno dei giornalisti arrestati, pubblicata da Mada Masr

Con il suo arresto si era temuto il peggio. Al punto che Hassan al-Azhari, avvocato di Mada Masr aveva detto: “Consideriamo Shady Zalat scomparso”. Nessuno sapeva dove fosse stato portato e si temeva che fosse finito nel buco nero nel quale era passato Giulio Regeni.

Mentre i colleghi di Zalat si preoccupavano per la sua incolumità, domenica le forze di sicurezza sono entrate nella redazione di Mada Masr. Nove agenti di sicurezza in borghese, hanno fatto irruzione e hanno confiscato i portatili e i cellulari dei redattori. Rifiutando di dichiarare la loro identità hanno raccolto invece i documenti di identità dei sedici giornalisti presenti.

Un’ora dopo la perquisizione della redazione è arrivata la chiamata di Hassan al-Azhari. Dopo 36 ore di reclusione, Shady Zalat era libero. Lo avevano lasciato sull’autostrada, alla periferia del Cairo.

Per tre ore i giornalisti presenti in redazione sono stati interrogati più volte. Tra questi anche due reporter francesi di France24 arrivati per intervistare la capo redattrice, Lina Attallah, sulla detenzione di Zalat. Però venivano arrestati, oltre a Lina Attallah, due giornalisti, Rana Mahmoud e Mohamed Hamama. Portati alla centrale di polizia di Dokki sono stati rilasciati dopo qualche ora.

L'indagine che ha causato l'arresto dei giornalisti di Mada Masr
L’indagine che ha causato l’arresto dei giornalisti di Mada Masr

Non è un caso che gli arresti dei giornalisti e la perquisizione della redazione siano avvenuti dopo un’inchiesta, non firmata, sul primogenito del presidente. L’indagine, “Il figlio maggiore del presidente, Mahmoud al-Sisi, è passato dalla potente posizione di intelligence alla missione diplomatica in Russia”, probabilmente non è piaciuta.

Fonti anonime del controspionaggio (General Intelligence Service-GIS), nell’indagine non sono a favore delle capacità di Mahmoud. Al GIS “ha causato crescente disagio riguardo al modo ‘conflittuale’ ed ‘estremo’ in cui ha ha gestito questioni di sicurezza ignorando il consiglio di molti”.

Fonti anonime hanno raccontato a Mada Masr che mentre al-Sisi era all’ONU, su ordine del presidente, Mahmoud al-Sisi ha supervisionato la feroce repressione di settembre che ha seguito le proteste. Ci sono stati oltre 4.000 arresti, tra i quali importanti attivisti, avvocati, professori universitari e figure di opposizione politica. Una gestione fallimentare della crisi. 

Anche per queste ragioni è meglio che, dal 2020, diventi inviato militare alla missione diplomatica egiziana a Mosca. Un modo per “ampliare gli orizzonti” di Mahmoud. E soprattutto un pesante avvertimento a Mada Masr,  ai media indipendenti egiziani e alle loro fonti che trattano della famiglia reale, oh pardon, presidenziale e del governo.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Liberato Peter Greste giornalista di Al Jazeera in carcere in Egitto. Altri 3 colleghi restano in prigione

Il pugno di ferro egiziano contro i giornalisti: fotoreporter in galera da ottobre

#FreeAjStaff. Lettera al presidente egiziano al-Sisi: Libera i giornalisti di Al Jazeera da 1 anno in galera

Egitto liberato dopo un anno e mezzo di carcere il fotoreporter Khaled

Suk de Noël: a Milano mercatino benefico tanti regalini africani per Natale

Afrixa ExPress
27 novembre 2019

Mercatino benefico di Natale
Suk de Noël, sabato 30 novembre e domenica 1 dicembre 2019, Milano, Basilica di San Simpliciano, Via dei Chiostri 8, Entrata dall’oratorio (orario continuato 09.30-19.30)

Torna come ogni anno il Suk de Noël, mercatino benefico di artigianato africano che propone una ricca selezione di pezzi ricercati e originali realizzati a mano dalle tribù dei masai e dei turkana e provenienti dal Kenya, dalla Tanzania e dall’Uganda.

Tra questi, le collane e bracciali di ceramica kazuri, i bijoux di legno e ornamenti tipici tribali; tazze e vassoi di metallo dipinti a mano con motivi animali; pupazzi di lana lavorati a maglia raffiguranti leoni, leopardi, scimmie e altri animali della Savana provenienti da Njoro (Lago Nakuru); i cestini portafrutta di varie misure e colori ugandesi.

Bracciale Masai

Si potranno trovare, inoltre, le classiche coperte Masai, le stoffe Kikoy, Kitenge e Kanga (da usare come parei, sciarpe o, nel caso di dimensioni extra, come tovaglie e copriletto); i cestini e sporte di paglia, presepi, collane e orecchini di ceramica e di carta, animali e oggetti di pietra saponaria.

Leone in alluminio, decoro da appendere all’albero

E quest’anno, per la prima volta, l’originale calendario africano 2020.

La confezione regalo è garantita per ogni acquisto (anche il più piccolo).

Tuc tuc (apecar), magnete di legno dipinto a mano.

Tutto il ricavato della vendita è destinato alla missione di Matiri in Kenya, dove i padri della Consolata sono impegnati a garantire l’istruzione a centinaia di bambini e ragazzi africani.

Africa ExPress
africexp

Alex Zanotelli vs Salvini: “Uomo insensibile al dolore altrui ma non mi fa paura”

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Speciale per Africa Express
Costanza Troini
Roma, 26 novembre 2019

“Non ho paura di hater e fake news contro di me, ma possono fare gravi danni alimentando razzismo, paura ed egoismo. E’ da un po’ di tempo che sono nell’occhio di Matteo Salvini”, racconta padre Alex Zanotelli, il missionario comboniano che ha dedicato la vita all’umanità più indifesa, in Africa come in Italia e anche se in effetti la notizia non è nuova, offre una visione d’insieme non solo sul fatto in sé ma anche sulla terribile macchina da guerra formata da odio e fake news.

“L’ex ministro dell’Interno ha iniziato a bersagliarmi – ricorda Zanotelli – da quando ho definito inaccettabile il Decreto Sicurezza (in particolare il Decreto Sicurezza bis approvato nell’agosto 2019 n.d.r.). Ma come si fa a considerare reato salvare una persona in mare? La questione si è recentemente riaperta quando Adnkronos mi ha chiesto cosa pensassi dell’apertura a Salvini da parte del cardinal Camillo Ruini. E io sono stato chiaro: non è possibile dialogare con il capo della Lega. Sarebbe come dare l’Italia in mano all’estrema destra. Rimango esterrefatto di fronte a un alto prelato che apre così a Salvini. Ho espresso il mio giudizio etico e morale sulla cosa, e da lì è ripartito l’attacco sui social. Che personalmente non uso, ma ho trovato messaggi anche sulla mia email”.

Il padre combinano Alex Zanotelli

Padre Alex le sembra possibile una tale insensibilità, appena dopo il naufragio di questa notte, proprio di fronte alla spiaggia dei Conigli di Lampedusa, con ancora morti, non certo pericolosi terroristi come vorrebbe far credere la propaganda salviniana, ma genitori con i loro bambini?  E come mai non ci si vergogni a prendersela con chi è dalla parte di chi soffre?

“Salvini non si lascia toccare dal dolore altrui. E quando non ci si lascia toccare dal dolore altrui le conseguenze sono terribili, le conosciamo tutti. Con lo stop all’operazione Mare Nostrum la situazione è peggiorata. Ora è doppiamente grave respingere chi non è migrante ma profugo in fuga dai lager libici, dove vigono torture, violenze e stupri”.

Ma che senso hanno queste campagne denigratorie, gli insulti degli hater, le fake news montate per intimidire chi va per la sua strada e per confondere acque già abbastanza torbide?

“Il leader della Lega è un animale intelligente, si è circondato da venti o trenta giovani esperti di web, a modo loro intelligenti e soprattutto scaltri, e hanno creato la Bestia: una macchina che una volta che ti prende di mira non dà tregua, è finita. E’ quel che è stato fatto con Liliana Segre ad esempio. Allo stato attuale delle cose il potere dei social è enorme: sono in grado di pilotare risultati elettorali lavorando nel virtuale. Ma non è solo virtuale il vero e proprio potere economico sostenuto da Internet. Basti pensare che cinque tra gli uomini più ricchi del mondo appartengono al web, Amazon, Microsoft, Facebook, Twitter, Google non producono beni materiali ma hanno tanto denaro e tanto potere finanziario che si fa presto a trasformare in potere politico”.

Ma perché in tanti credono alle fake news? Perché in tanti perdono tempo a gettare fango sui social? Perché in tanti odiano e aspettano solo di avere un nemico concreto su cui scatenarsi?

“Dobbiamo capire che il razzismo ce lo siamo portato dietro coperto per almeno 500 anni. La ‘tribù bianca’ è rimasta per secoli nella convinzione di essere depositaria di civiltà e così si è immensamente arricchita con il colonialismo. Ora che le altre tribù si stanno affacciando alla ribalta e si stanno rafforzando, spesso risollevandosi dalla miseria in cui lo stesso colonialismo le ha condannate per decenni se non per secoli, la ‘tribù bianca’ ha paura. Scatta l’egoismo. Egoismo e paura vengono utilizzati per alimantare falsità, per rendere credibile quel che fa più comodo. Dovremo tutti rinunciare a qualcosa, rinunciare a parte del nostro egoismo per il bene del pianeta e dell’umanità che lo abita, ma non fa comodo. Ci si scaglia allora contro nemici immaginari, si inventano fake news per manipolare scelte individuali e collettive”.

Come si può arginare questa marea nera?

“I governi devono imporre regole contro le fake news . Ma gli stessi governi sono troppo deboli rispetto ai padroni della rete dei quali abbiamo appena parlato”. 

Padre Alex ha paura degli hater?

“No, non ho paura. Ma possono fare danni. Addirittura influenzare pesantemente atteggiamenti e convinzioni. I loro insulti però non cambiano le mie opinioni”.

Costanza Troini
ctroini@gmail.com

Congo-K: precipita bi-motore nel Nord-Kivu, almeno 26 morti

Africa ExPress
25 novembre 2019

Un incidente aereo questa mattina ha causato la morte di almeno 26 persone a Goma, capoluogo della  travagliata provincia del Nord-Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo.

Il Dornier 228, numero di immatricolazione 9S-GNH, è precipitato al suolo poco dopo il suo decollo alle 09.10 sulla pista 17 dell’aeroporto di Goma, costruito a poca distanza dalla frontiera con il Ruanda. Il piccolo aero, di proprietà della società Busy-Bee, era diretto a Beni con a bordo 17 passeggeri e due membri di equipaggio, tutti morti dopo la tragedia.

Precipita aereo della compagnia Busy Bee in Congo-K

Il bimotore, appena decollato è caduto su un’abitazione di Birere, quartiere densamente popolato nelle vicinanze dell’aeroporto. Al momento del terribile impatto erano presenti 9 membri della famiglia, proprietaria della casa; si stavano preparando per andare in chiesa, non hanno fatto in tempo. Sono tutti stati estratti senza vita da sotto le macerie.

Secondo alcune fonti, poco dopo il decollo si avrebbe udito una forte detonazione, proveniente da uno dei motori del velivolo. Lo stringer di Africa ExPress ha precisato che il proprietario è particolarmente attento alla manutenzione degli aerei della sua flotta, che vengono regolarmente revisionati in Germania. Dunque sembra poco probabile che il Dornier sia precipitato per mancanza di manutenzione.

A destra e a sinistra nella foto due piloti morti nell’incidente (foto Africa ExPress)

L’apparecchio avrebbe dovuto percorre 350 chilometri per raggiungere Beni con scalo a Butembo. Tra i passeggeri, vittime dell’incidente, c’erano anche tre alti funzionari dell’amministazione forestale. Dovevano raggiungere il loro posto di lavoro a Beni e Butembo. Si trovavano nel capoluogo per una riunione di lavoro indetta dal ministro per la Tutela dei Beni Agricoli e Forestali, Molendo Sakombi. Anche Mambo Zawadi, coordinatrice di un’organizzazione per la Difesa delle Donne figurava tra i passeggeri e come tutti gli altri è morta durante la tragedia.

Il governatore della provincia, Nzanzu Kasivita, ha espresso le sue condoglianza da Beni, dove si trovava domenica, per dare conforto alla popolazione di quella città, fortemente provata dalla decima epidemia di ebola e dai continui attacchi di gruppi armati. Nei giorni scorsi l’Allied Democratic Forces (ADF), organizzazione islamista terrorista ugandese, operativa anche nel Congo-K dal 1995, ha perpetrato due aggressioni simultanee a Beni e in una zona vicino a Oïcha, che dista una trentina di chilometri più a nord solo pochi giorni fa, uccidendo almeno 21 persone.

Al centro della foto, sotto la scaletta, Ted, il proprietario della compagnia aerea Busy Bee (foto Africa ExPress)

Dalla fine di ottobre, cioè dall’inizio delle operazioni militari contro i gruppi ribelli nel Nord-Kivu sarebbero state massacrate tra 60 e 70 persone nella regione di Beni, malgrado la massiccia presenza di truppe dell’esercito congolese.

Denise Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018, ha lanciato un appello alla Francia e all’Unione Europea, chiedendo loro sostegno militare per mettere fine agli incessanti massacri a Beni. Il Nobel ha invocato il capitolo 7 della Carta dell’ONU che prevede l’uso della forza in caso aggressione, minaccia o violazione della pace.

Africa ExPress
@africexp

Il Nobel Denis Mukwege: “Creare fondo globale per vittime di violenza sessuale”

Ruanda, trucidati dai terroristi otto civili nel parco dei vulcani dove abitano i gorilla

Pedofilia recidiva del responsabile Caritas in Centrafrica: ONU interrompe i rapporti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 novembre 2019

OCHA, l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, ha sospeso qualsiasi attività con la Caritas nella Repubblica Centrafricana. L’ex segretario generale dell’organizzazione cattolica nel Paese, Luc Delft, sarebbe sospettato di aver commesso abusi sessuali contro minori a Bangui, la capitale, e a Kaga Bandoro, città nel nord.
Il procuratore generale di Bangui, ha aperto un’inchiesta il 7 ottobre scorso. “La bomba” è scoppiata dopo un servizio della CNN, emittente televisiva statunitense.

Secondo quanto riportato dalla stampa belga, Delft sarebbe stato indagato per molestie sessuali su minori, per fatti risalenti al 2001. All’epoca era educatore in un collegio gestito da salesiani a Gand in Belgio e nel 2009 è stato arrestato perché trovato in possesso di materiale video-pornografico. Nel 2012 è stato poi condannato a un anno e mezzo di prigione con la condizionale, l’interdizione dei diritti civili per cinque anni e l’obbligo di sottoposizione a cicli di cure e controlli psicologici, volti a monitorare il relativo stato di salute mentale.

Luk Delft circondato dai bambini di cui si prendeva cura

Malgrado l’interdizione a svolgere qualsiasi attività con bambini e/o minori, nel 2013 è stato inviato nella Repubblica Centrafricana e nel 2015 ha ricevuto un importante incarico in seno alla Caritas nell’ex colonia francese.

In un comunicato, l’Agenzia dell’ONU, che coordina tutte le attività umanitarie nazionali e internazionali nel Paese, ha fatto sapere: “Tolleranza zero per abusi e sfruttamento sessuale nei confronti del personale e di quello dei nostri partner, come la Caritas, che è nel Paese per aiutare la popolazione”.

La Caritas è attiva con missioni di sviluppo e assistenza alle vittime dal 2013, subito dopo l’inizio del sanguinoso conflitto interno scoppiato alla fine del 2012. Inoltre sostiene giovani e giovanissimi vulnerabili, tra cui ex bambini soldato.

Malgrado le pesanti condanne, il prete è stato inviato nella Repubblica centraficana per occuparsi nuovamente di bambini e giovanissimi. Dignity, fondazione cattolica belga che lotta contro gli abusi sessuali in seno alla Chiesa, aveva espresso perplessità  già a giugno, quando il sacerdote era ritornato in patria, precisando che secondo loro non avrebbe mai dovuto ricoprire alcun incarico nell’ex colonia francese.

Nella mappa, la posizione della Repubblica Centrafricana
Nella mappa, la posizione  geografica della Repubblica Centrafricana (Courtesy Google Maps)

In passato, anche caschi blu di MINUSCA, Missione multidimensionale integrata dell’ONU nella Repubblica Centrafricana – rinnovata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, con risoluzione 2499 (2019) il 15 novembre scorso per un altro anno – sono stati accusati di abusi sessuali su minori. L’inchiesta è poi stata archiviata. Lo stesso è accaduto a diversi militari francesi della Operazione Sangaris – Missione terminata nell’ottobre 2016 – indagati dalla Procura di Parigi per gli stessi reati. Ma anche in questo caso i soldati sono stati scagionati.

MINUSCA è attualmente presente nel Paese con 11.650 militari e 2080 poliziotti. L’ultimo trattato di pace, preparato minuziosamente sin dal 2017 dall’Unione Africana e tutti gli attori del conflitto è stato siglato a Khartoum, la capitale del Sudan, i primi di febbraio. Nessuno dei precedenti accordi è stato in grado a riportare stabilità nel Paese e ora, a quanto sembra, nemmeno l’ultimo, l’ottavo. Ancora oggi 2,6 milioni di persone necessitano di aiuti umanitari e il 38 per cento dei bambini sotto i 5 anni soffrono di denutrizione cronica. 1,2 milioni di centrafricani hanno dovuto lasciare le proprie case, tra loro 581 mila sfollati interni, mentre 598 mila hanno cercato protezione nei Paesi confinanti.

Il conflitto ha anche conseguenze sull’educazione dei bambini. Molte scuole sono chiuse, perchè distrutte o occupate da gruppi armati; si stima che il 31 per cento dei piccoli in età scolare sia attualmente privo di istruzione.

Camionetta della MINUSCA

L’assistenza sanitaria, poi, è una delle peggiori al mondo anche per mancanza di medici e personale paramedico, 7,1 ogni 10.000 abitanti. Anche il tasso di vaccinazione è piuttosto basso e ciò aumenta il rischio di propagazione di epidemie.

L’insicurezza costante e le cattive condizioni delle strade, rendono davvero difficile il trasporto degli aiuti umanitari, per non parlare degli attacchi a convogli e operatori da parte di gruppi armati e criminali.

La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka, soprattutto musulmani)  alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica del Paese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-balaka, miliziani cristiani,  e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico. Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.

Dall’era François Bozizé il Paese ha visto alternarsi ben quattro presidenti: Michel Djotodia, Alexandre-Ferdinand N’Guende, Catherine Samba-Panza e infine Faustin-Archange Touadéra, eletto nel marzo 2016.

Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU (MINUSCA), che attualmente sono presenti con 12.870 uomini in divisa, oltre allo staff civile forte di 1.162 persone (tra volontari ONU, personale internazionali e locale).

Il 31 ottobre 2016 la Francia ritira ufficialmente le sue truppe dell’operazione Sangaris, che si è protratta per ben tre anni.

 

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

In cambio di licenze minerarie Putin invia armi all’esercito centrafricano: l’ONU acconsente

Centrafrica: i militari francesi accusati di molestie sessuali verso minori

Diluvio universale in Camerun, Nigeria, Centrafrica: morti, feriti, dispersi

 

 

 

 

Seychelles: gli eroinomani, il 10 per cento della popolazione, trattati come malati

Africa ExPress
23 novembre 2019

Chi non ha mai sognato di passare una vacanza alle Seychelles, costituite da un arcipelago che comprende 115 isole nell’Oceano Indiano, a 1500 chilometri a est delle coste dell’Africa orientale. Uno Stato insulare con immense distese di sabbia bianca, natura incontaminata, come l’Atollo corallino di Aldabra, che è il secondo più grande al mondo e patrimonio mondiale dell’UNESCO. Grand Terre, Malabar, Picard e Polymnie, sono 4 grandi isole che fanno parte dell’enorme barriera corallina che racchiude la laguna, l’habitat naturale delle tartarughe giganti e dei rari granchi del cocco.

Questo paradiso terrestre, visitato ogni anno da oltre 360.000 turisti, è abitato solamente da 95.600 persone, eppure il 10 per cento della popolazione attiva fa regolarmente uso di droghe pesanti, come l’eroina. Secondo l’Agenzia per la Prevenzione di Abuso di Droghe e il Reinserimento sociale (APDAR) delle Seychelles, lo Stato insulare soffre del più alto tasso di dipendenza da eroina al mondo.

Spiaggia delle Seychelles

Generalmente i giovani iniziano con il consumo sporadico di cannabis per poi passare al fumo di eroina e, una volta sviluppata una certa tolleranza a questa droga, occorrono sempre maggiori quantità. Le persone che fumano eroina spesso hanno le dita delle mani e le mani sporche di nero. Queste macchie sono causate dalla carta stagnola quando la si riscalda.

La droga deve fare un lungo tragitto prima di giungere a destinazione. Il più delle volte proviene dall’Afghanistan, via l’Africa dell’est. Lo Stato insulare proprio per il fatto che comprende 115 isole, ha frontiere assai permeabili e difficilmente controllabili. La scarsa sorveglianza inoltre facilita l’entrata della droga nel Paese.

Piuttosto che intentare una “guerra contro gli stupefacenti”, che criminalizzerebbe gran parte della popolazione, il capo dell’agenzia antri-droga ha optato per una politica di tipo portoghese: il tossicomane viene considerato come un malato cronico e come tale viene seguito e curato.

APDAR è stata creata nel 2017 e il suo direttore, Patrick Herminie, ha detto che dallo scorso anno è stato introdotto un programma di trattamento metadonico di mantenimento (MMT).

Lotta contro l’eroina alle Seychelles

Il drogato intossicato da tempo deve accettare il ricovero per il periodo necessario e deve esprimere la ferma volontà di volersi disintossicare. Mentre per coloro a stadio meno avanzato, il programma mette l’accento sulla riduzione dei danni provocati dall’assunzione di sostanze stupefacenti. Naturalmente le persone vengono seguite da medici e supportate da psicologi.

Attualmente sono iscritte 2000 persone nei programmi di recupero e il 68 per cento già ha trovato un lavoro rimunerato. Da quando il governo di Victoria ha adottato l’MMT, il prezzo dell’eroina è crollato notevolmente.

Le Seychelles sono state colonia francese fino al trattato di Parigi del 1814, per poi diventare formalmente possedimento britannico fino all’indipendenza ottenuta nel 1976. La composizione etnica è estremamente eterogenea. Con il passare del tempo le varie etnie si sono fuse pacificamente tra loro e oggi la stragrande maggioranza dei seychellesi ha origini miste.

Il 90 per cento della popolazione è quindi definita creola, discendente dai colonizzatori provenienti dalle colonie francesi ed i loro schiavi africani, mentre il 10 per cento è di origine europea. Le radici multietniche degli abitanti hanno saputo dar origine a una vibrante società pacifica.

Le lingue ufficiali sono il creolo, l’inglese ed il francese. Oltre l’82 per cento dei seychellesi professa la religione cattolica, il 6,4 sono anglicani, mentre gli induisti rappresentano il 2 e i musulmani l’1,1 per cento. Il reddito pro capite supera quello di alcuni Paesi europei.

Africa ExPress
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Quattordicenne camerunense Premio per la Pace per l’impegno contro Boko Haram

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
22 novembre 2019

La giovanissima Divina Maloum, camerunense di soli 14 anni, ha ricevuto il Premio Internazionale per la Pace per il lavoro svolto con i suoi coetanei, vittime di violenze degli estremisti nel nord del Paese, dove da anni la popolazione subisce feroci attacchi dei terroristi Boko Haram.

Il prestigioso premio è stato conferito alla ragazza dall’organizzazione olandese KidsRights (Diritti dei bambini), che lotta perché vengano riconosciuti gli sforzi messi in campo dai giovanissimi per migliorare la propria situazione e quella degli altri. Insieme a Divina è stata premiata anche la militante ecologista Greta Thunberg.

Divina Maloum, inignita del premio ChildsRights

Nel 2014 la ragazzina africana ha fondato il movimento: “Bambini per la Pace” per poter svolgere attività con i piccoli vittime di terrorismo. Da allora non ha mai smesso di recarsi nelle comunità per parlare con i suoi coetanei  dei propri diritti e che si può remare contro la violenza e non farsi trascinare da essa.

Dopo una breve pausa – durata ben poco – gli attacchi dei terroristi sono ricominciati quasi giornalmente nella provincia dell’Estremo Nord, al confine con la Nigeria. La popolazione si sente abbandonata dal governo centrale, ha paura. E il 9 novembre i residenti di Moskota  sono scesi in piazza e hanno urlato tutto il loro disappunto, la loro paura: “Basta con le uccisioni, basta con il silenzio dello Stato”.

“I miliziani di Boko Haram bruciano le nostre case, le nostre moschee, le nostre chiese. I soldati vengono, controllano, ripartono e noi seppelliamo i nostri morti nell’indifferenza e nel silenzio”, ha detto un coltivatore di cereali.

Tutte le sere alle 18.00, quest’uomo, la sua famiglia e i suoi vicini, armati di stuoie, vanno a passare la notte nella vicina foresta per non essere sorpresi e ammazzati dai terroristi nigeriani. Altri si nascondono dietro grandi rocce o passano la notte sopra gli alberi, mentre i più abbienti si recano in villaggi sicuri, che distano una decina di chilometri. All’alba ritornano tutti, per occuparsi dei campi e del bestiame.

Chi resta a casa durante la notte, rischia di essere ucciso. E’ successo al pastore David Mokoni, trucidato durante la notte del 6 novembre nella sua casa. E’ stato ingenuo, era rimasto nel villaggio, convinto che ci fosse una maggiore sorveglianza quella notte, visto che un ministro si trovava nella zona. La stessa sera è morto un altro residente e decine di case sono state saccheggiate. Cinque giorni più tardi un contadino è stato ucciso e un centinaio di mucche sono state portate via.

I sanguinari guerriglieri islamici Boko Haram, attivi soprattutto nel nord della Nigeria

Le incursioni ora sono più frequenti, anche perchè i comitati di vigilanza, generalmente composti da anziani che conoscono bene il territorio, hanno abbandonato questo tipo di servizio. Riuscivano a dare l’allarme alla popolazione quando stavano per arrivare i sanguinari miliziani dalla vicina Nigeria. Il presidente Paul Biya aveva stanziato oltre 300mila euro per questi preziosi collaboratori, ma la maggior parte di loro non ha visto più di 15 euro a testa per tutto il periodo. “Che fine hanno fatto tutti questi soldi?” ha riferito Jean Areguema, capo ufficio nell’Estermo Nord del trisettimanale L’Œil du Sahel, ai giornalisti di Le Monde Afrique. E ha aggiunto: “ Le ragioni dei continui attacchi sono molteplici, una è certamente la pressione esercitata dell’esercito nigeriano e Boko Haram ha problemi di approvvigionamento, dunque cerca di procurarsi quanto serve nel Camerun. Inoltre, molti posti di blocco dell’esercito sono stati eliminati nei nostri villaggi. Non si capisce per quale ragione”.

Ovviamente le autorità camerunensi smentiscono, l’esercito non avrebbe mai abbandonato i residenti. “Boko Haram è ormai stato annientato militarmente in Camerun”, hanno spiegato alcune fonti della Sicurezza. E, secondo loro, le incursioni degli ultimi tempi sarebbero opera di miliziani isolati che cercherebbero di sopravvivere.

Peccato che le fonti della Sicurezza abbiano omesso di citare le esecuzioni extragiudiziali, commesse dai militari stessi nel recente passato. Crimini venuti alla luce grazie a Amnesty International.

Cornelia I. Toelgyes
corneliaict@hotmail.it
@cotoelgyes

Video con esecuzioni extragiudiziali in Camerun: Amnesty International accusa

 

 

 

 

Yemen: gli houthi sequestrano rimorchiatore e piattaforma sudcoreana

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
20 novembre 2019

I ribelli houthi hanno sequestrato una nave nel Mar Rosso. Lo ha comunicato la coalizione, capeggiata dall’Arabia Saudita. Domenica mattina l’imbarcazione, la Rabigh-3, si trovava nel sud del Mar Rosso e stava rimorchiando una piattaforma di perforazione, quando è stata attaccata da un gruppo di uomini armati affiliati ai combattenti in guerra con il governo.

Secondo il portavoce del ministero della Difesa del regno wahabita, Turki al-Maliki, la piattaforma sarebbe di proprietà di una società sud-coreana. Non è dato sapere il numero dei membri dell’equipaggio a bordo del rimorchiatore al momento del sequestro.

Il rimorchiatore Rabigh-3, battente bandiera saudita, sequestrato dagli houthi

Un leader dei ribelli, Mohammad al-Houthi, ha confermato la cattura dell’imbarcazione a largo dello Yemen e ha precisato che al momento attuale la guardia costiera del Paese sta svolgendo indagini per determinare la proprietà del natante.

Secondo quanto riporta sul suo sito Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), il rimorchiatore batterebbe bandiera saudita e il suo porto di attracco sarebbe Gedda. L’ambasciatore sud-coreano accreditato nello Yemen, durante un incontro con il ministro degli esteri yeminita, Mohammed Abdullah al-Hadrami, ha condannato severamente il sequestro e ha chiesto l’immediato rilascio del natante, aggiungendo: “Questi atti provocatori e illegali hanno effetto negativo sulla libertà di navigazione internazionale”.

E Gerry Northwood, della compagnia per la sicurezza marittima internazionale MUST ha sottolineato che in questi anni di guerra gli houthi avrebbero dimostrato di avere grandi capacità in svariati campi, sia che si tratti di attacchi missilistici, di posa di  mine, o, come in questo caso, del sequestro di un’imbarcazione. “Il fatto che i sauditi non siano in grado di proteggere tutte le loro navi in questo tratto di mare è un bel problema per loro”, ha commentato.

Il clima tra gli attori di questa sanguinosa guerra è nuovamente teso. Eppure, dallo scorso settembre, dopo il raid sugli impianti petroliferi sauditi, sono in atto colloqui tra gli houthi e l’Arabia Saudita con l’intermediazione dell’Oman, Paese che confina sia con lo Yemen che con il regno wahabita. Gamal Amer, un negoziatore degli houthi, ha fatto sapere che le parti comunicano via video conferenza da ben due mesi. Anche un alto funzionario di Riad ha confermato che sono in atto dialoghi con gli avversari yementi. “Bisogna trovare una soluzione per porre fine a questo conflitto”, ha sottolineato durante un incontro con alcuni giornalisti all’inizio del mese a Washington.

Mentre il 5 novembre scorso i separatisti del sud e il governo riconosciuto a livello internazionale, hanno firmato un accordo a Riad.

Firma del trattato tra il presidente yemenita Abd Rabbo Mansour Hadi e Aidarous Al-Zoubeïdi, leader STC

Alla cerimonia, trasmessa in diretta TV, oltre alle massime autorità saudite erano presenti anche esponenti degli Emirati Arabi Uniti. Il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi e il capo di STC (Consiglio di Transizione del Sud, un’organizzazione politica secessionista dello Yemen, fondato nell’aprile 2017), Aidarous Al-Zoubeïdi. Il documente prevede l’integrazione di membri si STC nel governo, in cambio del ritorno dell’amministrazione di Hadi a Aden. I secessionisti del sud, durante i combattimenti dello scorso agosto avevano preso il controllo della città portuale, costringendo Hadi a lasciare il palazzo governativo, e aprendo così una profonda crepa nell’alleanza sunnita. (Dopo il colpo di Stato del 2014 da parte degli houthi, la cui roccaforte è tutt’ora la capitale Sanaa, nel nord del Paese, Hadi è stato costretto a trasferire il governo a Aden, che si trova nel sud).

STC era alleato dei miliziani fedeli al presidente contro gli houthi, nemico comune da combattere, sennonchè lo scorso agosto i secessionisti del sud avevano chiesto il riconoscimento di autogoverno della città portuale.

Durante la cerimonia, che si è svolta nel palazzo reale a Riad, la capitale saudita, il principe ereditario Mohammed ben Salmane ha detto: “Questo accordo aprirà un nuovo periodo di stabilità nello Yemen”. Anche l’inviato speciale dell’ONU nel travagliato Paese della penisola araba, Martin Griffiths, ha salutato positivamente la firma dell’accordo.

Finora, però, il governo riconosciuto a livello internazionale non ha potuto fare ritorno nella propria sede di Aden e fonti ufficiali hanno deplorato i separatisti del sud per aver ancora mantenuto le posizioni chiave nella città portuale.

Per il momento la pace è ancora lontana. A pagare il prezzo più alto sono ovviamente i bambini: 12 milioni – quasi tutta la popolazione infantile – sono in stato di necessità.

Eppure nel 1991 lo Yemen fu tra i primi Stati a ratificare la Convenzione per i Diritti dell’infanzia, approvata dall’ONU il 20 novembre 1989. Purtroppo il governo non ha saputo mantenere la promessa fatta. Troppi bambini sono brutalmente stati uccisi durante gli attacchi. A tutt’oggi cinque milioni di piccoli non hanno accesso all’istruzione

Una guerra che si combatte su più fronti. I dati ufficiali parlano di 17 mila morti tra il 2015 e il 2018, altre fonti stimano siano tra i 70 e i 100 mila. Milioni di persone sono state costrette alla fuga. Secondo Relief Web, dall’inizio di quest’anno le vittime civili sarebbero 700, mentre i feriti 1.600.

La guerra in Yemen vede contrapposte due fazioni: da un lato gli houti, un movimento religioso e politico sciita, che appoggiano il presidente destituito Ali Abd Allah Ṣaleḥ, ucciso nel dicembre 2017; dall’altro le forze del presidente Mansur Hadi, rovesciato dagli houthi con un colpo di Stato nel gennaio 2015.  La coalizione saudita è entrata nel conflitto nel marzo 2015 a sostegno di Hadi, che a tutt’oggi è riconosciuto dalla comunità internazionale come capo di Stato.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Houthi rivendicano attacco all’Arabia Saudita: “I droni erano 10 e con i motori jet”