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La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...
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Silvia Romano, la pista porta in Somalia dagli shebab ma non tutti ci credono

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 19 novembre 2019

Domani sarà un anno da quando Silvia Romano, la ventiquattrenne volontaria milanese che si occupa dei bambini diseredati in Kenya, è stata rapita a Chakama, un povero villaggio a un’ottantina di chilometri da Malindi. E domani, nel giorno dell’anniversario del sequestro, in Kenya riprenderà anche il processo. Ma ad andare avanti è anche, finalmente, l’inchiesta della procura di Roma. I tasselli dell’indagine dei carabinieri del Ros, coordinati dal sostituto procuratore Sergio Colaiocco, sono legati all’analisi dei documenti messi a disposizione dei nostri inquirenti dalle autorità keniote nell’agosto scorso (con un certo ritardo), in particolare verbali e tabulati telefonici: la ragazza – questa ormai è la certezza dei magistrati italiani – si trova in Somalia nelle mani di un gruppo legato ai terroristi di Al Shebab. E a provarlo sarebbero anche i contatti telefonici captati tra gli autori materiali del rapimento, un commando di almeno 7 persone (sotto processo in 3), e loro contatti in Somalia, nei giorni subito successivi al 20 novembre, giorno del sequestro. Ma in Kenya gli inquirenti sentiti da Africa ExPress non ne sono convinti: “Per capire d0v’è Silvia, occorre prima capire chi sono i veri mandanti, chi ha ordinato il sequestro”.

Sono stati gli stessi tre presunti rapitori a processo (Ibrahim Adhan Omar, libero su cauzione, scappato e ora irreperibile; Moses Lwali Chembe, a piede libero per aver pagato la garanzia; Abdullah Gababa Wario, in carcere) a confessare com’è nata la vicenda. Reclutati da Said Adhan, l’uomo che avrebbe pianificato il sequestro, con lui hanno pattuito un compenso di 100 mila scellini (più o meno 890 euro). Said Adhan è stato per ben tre volte a Chakama e ha dormito nella guest house Togo, di fronte a quella dove abitava Silvia, affittata dalla sua organizzazione Africa Milele. Said Adhan, keniota di etnia somala orma, è attivamente ricercato dallo scorso gennaio, ma risulta scomparso. Una delle sue mogli, Rukia, abita in un villaggio poco a nord di Malindi, Gersen, verso il confine con la Somalia: dice che il marito non si fa vedere da più di un anno. Proprio a Garsen hanno soggiornato in gennaio, cioè dopo il rapimento due volontari italiani colleghi di Silvia.

Rukia moglie di Said Adhan

Gli imputati hanno poi confermato che a prelevare la volontaria italiana sarebbero stati in sette. Said Adhan, il capo, avrebbe caricato la ragazza in spalla e tutti assieme hanno guadato a piedi il fiume Galana, al di là del quale avevano lasciato due motociclette. Quattro sono saliti in sella assieme a Silvia e si sono allontanati, dando appuntamento agli altri tre per l’indomani, e assicurando che avrebbero pagato il pattuito. Invece sono scomparsi, lasciando i tre complici a bocca asciutta.

Secondo fonti vicine al governo somalo, esisterebbe un video che mostra Silva prigioniera. Nel video si vedrebbe un villaggio somalo, ma non è detto che sia in Somalia, giacché i somali vivono a cavallo del confine, e non c’è traccia di una conversione forzata all’Islam della ragazza né tantomeno di un suo matrimonio musulmano. Il filmato sarebbe nelle mani dei nostri agenti in missione nella capitale somala. Ma alla richiesta di fornire almeno un fotogramma del girato, per avere la sicurezza che esiste davvero, la risposta è stata evasiva.

Gli inquirenti stanno valutando l’ipotesi di inviare una rogatoria internazionale alle autorità somale. Ma il governo di Mogadiscio, va ricordato, a malapena controlla Villa Somalia, il palazzo presidenziale, e certamente non è in grado di onorare una richiesta di rogatoria. La Somalia è un Far West impazzito dove imperversano bande armate di tutti i generi e dove nessuno controlla niente.

Piuttosto, voci più insistenti – ma occorre sottolineare ancora una volta che sempre di voci si tratta – concordano nel sostenere che Silvia sarebbe stata portata nella foresta di Boni al confine tra Kenya e Somalia, una giungla impenetrabile frequentata da bande di criminali, bracconieri (tra l’altro Moses Lwali Chembe, uno dei tre sotto processo, ha precedenti proprio per bracconaggio), integralisti islamici kenioti e somali, fuorilegge in fuga, piccoli plotoni dell’esercito e guardie forestali asserragliate nei loro fortini. Non esistono villaggi civili. Lì, a cavallo tra i due Paesi, si può attraversare il confine quotidianamente.

Silvia Romano con un bimbo di cui si stava prendendo cura. Foto in esclusiva per Africa ExPress

Altre voci parlano di un suo trasferimento all’arcipelago delle isole Bajuni, di fronte al porto somalo di Chisimaio, dove però solo un paio di isole hanno pozzi d’acqua. Nel sud della Somalia il governo di Mogadiscio è totalmente assente. A Chisimaio si è insediato l’amministrazione del Jubaland che dovrebbe comandare su quella parte del territorio, fino a Ras Chiamboni e ai confini con il Kenya. Intavolare trattative è intricato e arduo.

Ma è complicato anche cercare il bandolo della matassa quando continuano a circolare false informazioni e depistaggi.

Non si riescono per esempio a giustificare le dichiarazioni delle nostre autorità secondo cui la collaborazione tra Kenya e Italia è fattiva ed efficiente. Ma allora come mai ai carabinieri italiani è stato concesso di andare a Chakama a visitare la misera stanza dove viveva Silvia soltanto il 23 d’agosto scorso? E perché solo in quei giorni sono stati consegnati agli italiani i tabulati dei numeri telefonici di Silvia? Forse occorrerebbe che qualcuno spiegasse tutti questi silenzi, queste omissioni, queste reticenze.

E’ bene poi qui ricordare il caso di Stefano Cucchi. Se la sorella Ilaria non avesse battuto i pugni sui tavoli sarebbe morto per un’overdose. Era questa la tesi ufficiale.

E intanto di lei, di Silvia, da quel 20 novembre di un anno fa, non si sa più niente. Bocche cucite dei carabinieri, i diplomatici italiani tacciono, e continuano i misteri che si moltiplicano, via via che passa il tempo.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Emergenza siccità in Africa australe: morti 300 elefanti, 600 saranno trasferiti

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 18 novembre 2019

La siccità in Africa Australe è ormai emergenza con temperature che hanno raggiunto 51°C. “In Zimbabwe sono morti di fame e sete 200 elefanti tra settembre e ottobre”. Lo ha affermato alla BBC Tinashe Farawo, portavoce del Zimbabwe National Parks e Wildlife Management Authority (ZimParks). “Le carcasse di alcuni di questi giganti sono state trovate a 50 metri dalla pozza d’acqua che non sono riusciti a raggiungere”.

africa caldissima aggiornata al 16nov2019
Africa bollente aggiornata al 16 novembre 2019 (Courtesy WeatherOnline)

Sono gli effetti evidenti del cambiamento climatico che ha colpito anche il continente africano. Agli elefanti morti dello Zimbabwe si aggiungono quelli del Chobe National Park, in Botswana. Sono più di cento, negli ultimi due mesi, uccisi da  un’epidemia di antrace che rischia di espandersi.

Una grave siccità che, oltre a minacciare emergenza alimentare a 52 milioni di persone (Rapporto Oxfam), sta decimando la fauna selvatica africana. Lo Zimbabwe, colpito dalla peggiore siccità e carestia dal 1981, sta lottando per salvare il suo tesoro naturale: ambiente e fauna selvatica. Un forziere che porta valuta pregiata grazie al turismo nel parchi nazionali e alle cascate Vittoria, ora in grave secca.

Siccità, immagine aerea delle cascate Vittoria al minimo della loro portata
Siccità, immagine aerea delle cascate Vittoria, al minimo della loro portata

“Oltre alla pesante siccità, esiste il problema della sovrappopolazione degli elefanti – ha spiegato Farawo. – Il Hwange National Park ospita 53mila elefanti ma ha spazio per 15mila. Una sovrappopolazione che ha creato gravi danni alla vegetazione del parco. Ogni elefante ha bisogno, quotidianamente, di 600/650 litri di acqua e di circa 400kg di cibo. Non c’è più cibo per loro nel parco e l’acqua ormai è scarsa per tutti gli animali.

Una situazione, questa, che intensifica il conflitto uomo-fauna selvatica mentre i pachidermi cercano cibo e acqua all’esterno del parco e distruggono le coltivazioni dei villaggi. “Da gennaio di quest’anno sono morte 22 persone a causa del conflitto tra elefanti ed esseri umani”, racconta Farawo.

ZimParks ha programmato di trasferire 600 pachidermi del Savé Valley Conservancy, parco privato di 300mila ettari, nei parchi nazionali del sudest del Paese. In quella vasta area si trovano il Northern e il Southern Gonarezhou National Park, che occupano oltre 500mila ettari. L’operazione, durante la stagione delle piogge, prevede il ricollocamento di due famiglie di leoni, 50 bufali, 40 giraffe, 2.000 impala e licaoni.

Carcassa di elefante morto a causa della siccità
Carcassa di elefante morto a causa della siccità

Le più numerose popolazioni di elefanti sono in Botswana (130mila) e in Zimbabwe (85mila). Insieme hanno un terzo della popolazione africana del maggior mammifero terrestre. Anche il Botswana afferma di avere un eccessivo numero di elefanti in proporzione alle risorse del Paese. Ha pensato di riaprirne la caccia per diminuirne il numero, tra lo sdegno degli ambientalisti e la gioia dei cacciatori.

Il governo dello Zimbabwe sta cercando di mantenere la sua popolazione di pachidermi vendendo le scorte di avorio. Per raccogliere fondi, tra le polemiche a livello internazionale, sta esportando elefanti vivi che in due anni gli hanno fruttato 2,7mln di dollari. Fondi che servono per la conservazione e per alleviare la congestione nei parchi che li ospitano.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Botswana: “Riapriamo la caccia agli elefanti”, diventeranno cibo per cani e gatti

Zimbabwe, elefantini strappati alle madri per essere spediti negli zoo in Cina

Costa d’Avorio maxi sequestro farmaci contraffatti: mercato criminale da 200 mld

Speciale per Africa ExPress
Cornelia Toelgyes
17 novembre 2019

Le forze dell’ordine della Costa d’Avorio hanno sequestrato 200 tonnellate di medicinali contraffatti in una villa a Cocody, un sobborgo della capitale economica Abidjan. Secondo un portavoce della polizia, un cinese e tre ivoriani sarebbero stati interrogati al commissariato di zona. Le autorità sanitarie hanno già portato i prodotti illegali nelle discariche.

L’enorme quantitativo di farmaci  era stipato in ogni dove nell’edificio ed imballato in cartoni con scritte in cinese, probabilmente già pronto per essere introdotto nel circuito di distribuzione convenzionale delle farmacie o nei mercatini locali dove ci sono pochi controlli e dunque i medicinali sono meno cari e più accessibili ai poveri.

Sequestro record di medicinali contraffatti

Un anno e mezzo fa gli agenti del reparto anti-droga avevano già sequestrato 400 tonnellate di farmaci falsi.  Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il traffico illecito di medicinali sarebbe il più lucrativo a livello mondiale, con un fatturato annuo di oltre 200 miliardi di dollari. L’Africa sub-sahariana rappresenterebbe il 42 per cento dei canali di distribuzione e proprio la Costa d’Avorio è particolarmente colpita da questo flusso criminale. Ma secondo un’inchiesta del Financial Times, solo in Africa, dove vengono prodotti i farmaci illeciti meno importanti, il fatturato sarebbe di 14 miliardi di dollari, mentre gli altri, compreso l’emergente mercato cinese, ricaverebbero centinaia di miliardi di dollari.

In tutta l’Africa ci sono solamente 375 fabbriche farmaceutiche per ben 1,2 miliardi di persone, dunque il continente è costretto a importare tra il 70 e il 90 per cento dei medicinali; una vera e propria manna per produttori, società disoneste operanti nel settore e ovviamente i contrabbandieri.

L’ OMS ha precisato che nel solo continente africano ogni anno morirebbero 100mila persone, forse più, a causa di farmaci contraffatti. I trafficanti criminali, perché è di questo si tratta, approfittano del fatto che, al contrario dei loro colleghi che si occupano  di stupefacenti, restano quasi sempre impuniti. Al massimo viene inflitta una sanzione amministrativa, perchè viene preso in considerazione solamente la violazione dei diritti di proprietà intellettuale, ossia un’infrazione relativa ai brevetti dei marchi di fabbrica, senza tener conto delle tragiche conseguenze, spesso fatali.

L’Associazione dei farmacisti francofoni dell’area sub-saharina, fondata a gennaio 2018, proprio a settembre, tramite il suo presidente, Frédéric Lieutaud, ha chiesto di partecipare, tra gli attori principali, alla lotta contro la contraffazione dei medicinali e alla relativa promozione dei valori etici e morali.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nigeria: come in un film dell’orrore violenze e catene per i malati mentali

Africa ExPress
16 novembre 2019

Rinchiusi, incatenati, maltrattati, soggetti ad abusi indescrivibili: non è un film horror, bensì la condizione di migliaia di malati psichiatrici in Nigeria. Lo demuncia Human Rights Watch nel suo rapporto pubblicato lunedì scorso. La ONG ha chiesto al governo di Abuja controlli urgenti alle strutture statali e private che “accolgono” questi malati, davvero tanti nel Paese.

Nel gigante dell’Africa è prassi comune incatenare, rinchiudere, gestire il paziente psichiatrico con violenza, sia negli ospedali statali, che in strutture di riabilitazione, presidi tradizionali, in centri islamici e cristiani.

Emina Cerimovic, ricercatrice per i diritti di disabili di HRW, ha precisato che i pazienti psichiatrici sono costretti a subire inimmaginabili vessazioni di ogni genere per anni senza potersi difendere.

Nigeria: pazienti psichiatrici incatenati

Negli ultimi mesi la polizia nigeriana ha liberato in varie città del Paese, in particolare nel nord, centinaia di giovani in diversi centri islamici di riabilitazione che si spacciavano per scuole coraniche. Gli agenti hanno trovato molti ragazzi in uno stato di totale degrado, tra loro parecchi erano incatenati, con evidenti segni di violenza su tutto il corpo. Secondo i rapporti delle forze dell’ordine, i metodi disumani erano volti a “raddrizzare” gli alunni. Molti detenuti di queste scuole hanno riferito di aver subito anche abusi sessuali. Da settembre a oggi la polizia ha liberato oltre 1500 persone, relegate in istituti abusivi.

In tale occasione il presidente, Muhammadu Buhari, aveva dichiarato: “Nessun governo democratico responsabile può tollerare l’esistenza di camere di tortura e abusi fisici di giovani in nome della riabilitazione delle vittime”.

HRW ha criticato Abuja, perchè tali abusi si consumano anche nelle strutture statali. Tra settembre 2018 e settembre 2019, la ONG ha visitato 28 strutture per malati di mente in 8 Stati del Paese, compreso il territorio federale della capitale. La maggior parte dei pazienti, compresi bambini, erano stati internati contro la loro volontà, generalmente costretti dai parenti.

In Nigeria i malati mentali spesso vengono arrestati dalla polizia che li trasferisce in strutture psichiatriche riabilitative, dove i più sono incatenati a una o a tutte e due caviglie, legati a oggetti pesanti o a un altro paziente. In molti casi restano in tale condizione per mesi, a volte anche anni. Nel suo esposto HRW ha precisato che i malcapitati non possono uscire, sono confinati in stanze sovraffollate, in condizioni igieniche più che precarie. Non di rado sono costretti a mangiare, dormire e svolgere i propri bisogni fisiologici nello stesso ambiente. Subiscono abusi fisici e emozionali, ovviamente vengono costretti a seguire terapie che ne annientano la volontà.

Nei centri islamici i pazienti vengono frustati, riportando spesso ferite profonde. Mentre nelle case di cura rette da cristiani, i malati vengono costretti a digiunare per alcuni giorni. I responsabili di tali strutture considerano l’astinenza da cibo come cura. Sia in quelle tradizionali e a volte anche in quelle cristiane, gli ospiti vengono forzati a bere intrugli di erbe disgustosi.

Anche negli ospedali psichiatri statali i pazienti sono forzatamente obbligati, a seguire le cure prescritte e un’infermiera ha rivelato a HRW che vengono effettuate terapie elettroconvulsivanti senza il consenso del malato.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità un nigeriano su quattro soffrirebbe di disturbi mentali. Purtroppo nella ex colonia britannica questi pazienti non possono godere di cure appropriate, sia per il magro budget che lo Stato mette a disposizione, sia per la cronica mancanza di personale specializzato.

Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria

Lo scorso anno il governo aveva stabilito un budget di 372.000 dollari per l’ospedale psichiatrico statale di Yaba – nella periferia di Lagos, la capitale economica del Paese – come spesso accade, infine ne sono stati devoluti meno del 10 per cento della somma prevista, vale a dire 36.000 dollari!

Eppure la Nigeria è firmataria insieme a altri venti Paesi dell’Unione Africana della dichiarazione di Abuja del 2001. In tale documento gli Stati in questione hanno promesso di destinare il 15 per cento delle entrate al ministero della Sanità. Peccato che lo scorso anno Buhari ne abbia devoluto solamente il 3,95 per cento, ma ha promesso che per il 2020 avrebbe messo a disposizione il 4,3 per cento.

In base a un rapporto di OMS, la Nigeria avrebbe il più alto tasso di persone affette da depressione in Africa e si posiziona al quinto posto su scala mondiale per il numero di suicidi. In questo immenso Paese, che conta oltre 200 milioni di abitanti, ci sono solamente otto ospedali neuropsichiatrici, con un budget ridotto all’osso, con medici sempre pronti a scioperare o fare i bagagli per andare a lavorare all’estero. La Nigeria è il settimo Paese per abitanti al mondo e attualmente ci sono solamente 150 psichiatri. L’OMS ritiene che solamente il 10 per cento dei pazienti che soffrono di patologie mentali ricevano cure adeguate.

Africa ExPress
@africexp

Povertà e corruzione: un 2018 vissuto con violenza senza fine in Nigeria e Camerun

 

 

 

 

Kenya, mistero sulla sorte di uno dei presunti rapitori di Silvia: fuggito o ucciso?

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Chakama (Kenya), 15 novembre 2019

Uno dei presunti rapitori di Silvia Romano è scomparso, si è volatilizzato e ha violato le consegne che lo obbligavano a ottemperare agli ordini del tribunale, cioè a presentarsi alla polizia ogni tre giorni. Ma non si esclude che sia stato ucciso per impedirgli si rivelare quello che sa sul sequestro della ragazza milanese. Ibrahim Adhan Omar venerdì scorso ha firmato l’ultima volta il registro delle presenze (procedura prevista dalla cauzione) e poi è sparito. Era stato arrestato il 10 dicembre dell’anno scorso, venti giorni dopo il rapimento di Silvia, in un covo terrorista di Al Shebab (i miliziani islamici somali legati ad Al Qaeda), armato di mitra, munizioni e granate, a Bangali, una cittadina nei pressi di Garissa (vicino al confine con la Somalia), famosa perché il 2 aprile 2015, i fondamentalisti nel campus dell’Università, trucidarono 148 studenti e ne ferirono settantanove. Ciononostante Ibrahim aveva ottenuto il permesso di pagare una cauzione per restare fuori dal carcere.

Comunque il processo è stato rimandato al 20 novembre, giorno dell’anniversario del rapimento.

La scuola di Chakama dove si è tenuta l’udienza sul rapimento di Silvia Romano

Ieri la prevista udienza è cominciata, con 4 ore e mezza di ritardo, a Chakama, il povero villaggio dove Silvia è stata portata via, a un centinaio di chilometri da Malindi. Si è tenuta lì, in mezzo al nulla, perché, secondo la ragione ufficiale, i testimoni non avrebbero avuto i soldi per raggiungere la sede del tribunale, Malindi appunto.

Alla sbarra i tre accusati, Moses Luari Chende, un keniota giriama, l’etnia che abita sulla costa del Paese, Abdulla Gababa Wari, anche lui keniota, ma della tribù orma (quella accusata di aver organizzato il sequestro) di origine somala, e poi Ibrahim Adhan Omar, il più pericoloso: ritenuto la mente organizzativa del sequestro.

L’arrivo della Corte alla scuola di Chakama dove si è tenuta l’udienza

Ma quest’ultimo non si è presentato provocando l’irritazione della giudice Julie Oseko, che ha chiesto al legale di Ibrahim cosa pensasse dell’assenza del suo cliente. L’avvocato Samsung Gekanana ha allargato le braccia e scosso la testa. “Avevamo appuntamento qui stamattina e l’ho aspettato invano anch’io”, si è sfogato con Africa ExPress subito dopo la chiusura dell’udienza. Aggiungendo poi con il cellulare in mano: “Guardi qua! Sto provando a chiamarlo, ma il suo telefono è spento”.

Ibrahim Adhan Omar, come abbiamo già denunciato, è uscito dal carcere perché la cauzione è stata pagata il 28 giugno scorso da Juma Suleiman, il padre di un presunto terrorista arrestato a Kwale, vicino Mombasa, in marzo. Il parere della procuratrice, Alice Mathangani, e del capo della polizia, Peter Muthiti, era stato negativo perché temevano la fuga del sospettato. Invece la Corte aveva deciso ugualmente di concedergli il beneficio della cauzione. Il risultato è che Ibrahim è scappato portandosi dietro i segreti di un rapimento piuttosto anomalo.

Scopo dell’udienza doveva essere quello di ascoltare i testimoni che hanno assistito al ratto, o comunque avevano informazioni importati per individuare i rapitori. Nessuno di loro è stato ascoltato nel merito. Piuttosto, tre di loro hanno chiesto la parola alla giudice Oseko ed esternato alla Corte monocratica il loro timore di essere uccisi: ”Chakama è un piccolo centro e ci conosciamo tutti. Per favore – hanno implorato – concludete questo processo in fretta. Abbiamo paura che qualcuno voglia ucciderci per tapparci la bocca. Ma non solo ormai viviamo in un clima di sospetto che sta distruggendo i rapporti tra di noi”. Affermazioni gravi che hanno sottolineato il clima di terrore che si respira a Chakama.

Ieri però, per la prima volta, finalmente ha partecipato tra il pubblico dell’udienza – piuttosto misero in verità – una funzionaria dell’ambasciata italiana. La sua presenza è stata notata ed ha avuto un effetto incoraggiante sugli inquirenti e i funzionari di polizia che si sono (finalmente!) sentiti osservati e controllati.

Purtroppo forse poteva assistere all’udienza anche la viceministra degli Esteri Emanuela Del Re, che si trova a Nairobi per partecipare al summit delle Nazioni Unite su “Popolazione e Sviluppo”. Ma si è fermata nella capitale keniota, dove ha incontrato diversi alti dirigenti dell’ex colonia britannica, inclusa la titolare degli Esteri del Kenya, Monica Juma. “La riunione – secondo un comunicato ufficiale, che non dice nulla – ha consentito di fare il punto sulla collaborazione a livello operativo tra i due Paesi per una positiva soluzione della vicenda di Silvia Romano: la ministra Juma ha ribadito il forte impegno del Kenya in tal senso”.

Nessuna risposta alle domande che la famiglia e l’opinione pubblica si fanno: dov’è Silvia? Chi l’ha rapita? E soprattutto: è ancora viva? Non rivelare nessun dettaglio di quanto è accaduto e limitarsi a frasi di circostanza, come quelle contenute nel comunicato della Farnesina, mina ancora di più il prestigio delle nostre istituzioni.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Silvia Romano: uno degli imputati non si presenta al processo, scappato è ricercato

 

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Africa ExPress
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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Chakama (Kenya), 14 novembte 2019

Uno dei presunti rapitori di Silvia Romano, Ibrahim Adhan Omar, non si è presentato al processo. L’udienza contro i presunti rapitori di Silvia Romano si è aperta con quasi quattro ore di ritardo e si è conclusa in meno di mezz’ora.

Strada verso la scuola di Chakama dove si tiene il processo per il rapimento di Silvia Romano

Ibrahim Adhan Omar era libero per aver pagato la cauzione di 26.000 € che era stata imposta dai giudici. Le indagini di Africa Express avevano dimostrato che la cauzione era stata pagata da un sarto il cui figlio era stato arrestato in marzo perché trovato in possesso di armi da fuoco in un covo terrorista. Presenti all’udienza soltanto Abdullah Gababa Wario e Moses Lwali Chembe.

Abdulla Gababa Wario in manette, Moses Lwali Chembe, invece, a piede libero perché anche lui ha pagato la cauzione di 26 mila euro.

Tra l’altro all’udienza di oggi era presente una funzionaria dell’ambasciata italiana ma non la sottosegretaria alla cooperazione Emanuela Del Re che pure si trova a Nairobi per incontri con la sua controparte keniota.

Ulteriori dettagli tra poco sul notiziario di Africa Express.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi

 

 

 

 

Corte penale internazionale: 30 anni a Ntaganda, signore della guerra in Congo

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
13 novembre 2019

Trent’anni di galera a Bosco Ntaganda per i crimini commessi nella Repubblica Democratica del Congo (RDC). Era a capo del gruppo ribelle Union des Patriotes Congolais (UPC) e del braccio armato Force Patriotiques pour la Libération du Congo (FPLC). Lo ha deciso la Corte Penale Internazionale dell’Aja lo scorso 7 ottobre.

Bosco Ntaganda nell'aula della Corte Penale Internazionale (Courtesy CPI)
Bosco Ntaganda nell’aula della Corte Penale Internazionale (Courtesy CPI)

La giuria, composta dal presidente Robert Fremr e dai giudici Kuniko Ozaki e Chang-ho Chung, ha dichiarato Ntaganda colpevole, al di là di ogni ragionevole dubbio, di 18 accuse.

Le imputazioni per le quali è stato condannato sono pesantissime: crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Questi delitti comprendono omicidio e tentato omicidio, stupro, schiavitù sessuale, persecuzione, trasferimento forzato e espulsione. Ma anche direzione intenzionale di attacchi contro civili, ordinando sfollamento della popolazione civile.

Ntaganda è stato condannato anche per aver arruolato bambini di età inferiore ai 15 anni. I bambini soldato erano organizzati in un gruppo armato e usati per partecipare attivamente alle ostilità.

I giudici della Corte Penale Internazionale che hanno condannato Bosco Ntaganda (Courtesy CPI)
I giudici della Corte Penale Internazionale che hanno condannato Bosco Ntaganda (Courtesy CPI)

Durante il processo, iniziato nel settembre 2015, ci sono state 248 audizioni e 80 testimoni ed esperti convocati dal procuratore della CPI, Fatou Bensouda. L’équipe della difesa, guidata da Stéphane Bourgon, ha chiamato 19 testimoni e tre testimoni dei rappresentanti legali delle vittime.

I crimini per i quali è stato condannato Bosco Ntaganda sono stati consumati nella regione dell’Ituri, a est della RDC. Il detenuto, nato in Ruanda 46 anni fa, nel 2013 si era consegnato volontariamente alla giustizia.

L’accusa e la difesa possono presentare ricorso contro la condanna entro trenta giorni mentre la procedura di riparazione delle vittime sarà affrontata in seguito.

Per il momento il detenuto rimane nel carcere dell’Aja finché non verrà deciso il Paese nel quale dovrà scontare la lunga pena.

Nel 2016
, ex vicepresidente della Repubblica Democratica del Congo dal 2003 al 2006, è stato condannato a 18 anni di prigione. Anche per lui l’accusa era di crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Ma l’8 giugno 2018 la sentenza viene ribaltata la Corte penale internazionale lo assolve in appello dalle accuse dei reati commessi tra 2002 e 2003.

La Corte Penale Internazionale ha sede all’Aja, in Olanda La sua competenza riguarda crimini che toccano la comunità internazionale nel suo insieme. Tratta il genocidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra e, di recente, anche il crimine di aggressione.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Congo-K, l’ex vicepresidente Bemba condannato a 18 anni per crimini contro l’umanità

Congo-K, Bemba colpevole di crimini contro l’umanità

Sud Sudan: rinviato di 100 giorni il governo di unità, grave la situazione umanitaria

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
12 novembre 2019

Dopo la firma dell’ennesimo trattato di pace, siglato lo scorso anno dal presidente del Sud Sudan Salva Kiir e il suo arcinemico Rieck Machar, ex vicepresidente del Paese e oggi capo del maggiore partito all’opposizione, The Sudan People’s Liberation Movement-in-Opposition, è saltata nuovamente la formazione del nuovo governo di unità nazionale. La firma per la realizzazione del nuovo esecutivo era prevista già a maggio, poi rinviata a oggi, 12 novembre.

Era nell’aria da giorni, ma la conferma definitiva è arrivata domenica dal portavoce di Kiir, Ateny Wek Ateny: “Il presidente ha accettato un rinvio di 100 giorni, non per le pressioni del leader dell’opposizione, ma teme che nel Paese possa nuovamente riesplodere la guerra”.

Da sinistra a destra: Riek Machar, leader dell’opposizione sud sudanese, Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda a Entebbe

Già il 7 novembre era stato preannunciato che alle due parti in questione era stato accordato un nuovo rinvio. “I due contendenti si sono accordati di estendere il periodo di pre-tansizione di 100 giorni a partire dal 12 novembre”, aveva fatto sapere il ministro degli affari Esteri ugandese, Sam Kutesa, dopo un incontro nel palazzo presidenziale a Entebbe (Uganda), al quale hanno partecipato oltre a Kiir e Machar anche Yoweri Museveni, presidente ugandese, Abdel Fattah Al-Burhane, a capo del Consiglio sovrano del Sudan, e Kalonzo Musyoka, rappresentante speciale del Kenya per il Sud Sudan. Le parti avrebbero convenuto di fare il punto della situazione dopo 50 giorni.

Il governo di Washington, tra i maggiori sostenitori del Sud Sudan, ha espresso il proprio disappunto per questo nuovo rinvio, minacciando di rivedere le relazioni con il governo di Juba. “La loro incapacità di mantenere gli impegni stipulati da loro stessi, fa pensare che non siano in grado di saper gestire il processo di pace” , ha commentato in un tweet il segretario di Stato aggiunto per gli Affari africani, Tibor Nagy.

Papa, Francesco I ha incoraggiato le parti a lasciare da parte le loro divergenze e di formare quanto prima il governo di coalizione per il bene del Paese, per porre fine alle sofferenze della popolazione. Ha fatto sapere  che si sarebbe presto recato nel Sud Sudan. Francesco I aveva già pianificato una sua visita nel più giovane Stato della Terra nel 2017, ma il viaggio era stato annullato per problemi di sicurezza, dovuti al sanguinoso conflitto che si consuma nel Paese dalla fine del 2013.

Alluvioni in Sud Sudan

Il conflitto è cominciato quando il presidente Salva Kiir Mayardit, di etnia dinka, ha accusato il suo vice Riek Marchar, un nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Sono così cominciati i combattimenti tra le forze governative e quelle degli insorti fedeli a Machar. I primi scontri si sono verificati il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non fanno fatto che alimentare questo conflitto.

E mentre i due contendenti continuano la lotta per il potere, la popolazione è allo stremo. Oltre alle sofferenze causate dalla guerra civile, l’ ONU teme che a Pibor, nell’est del Paese, oltre 400.000 persone abbiano perso le loro case. Una tremenda alluvione, dovuta alle forti piogge, ha sommerso aree intere e il governo ha dichiarato lo stato di emergenza nelle zone interessate.

Inondazioni in Sud Sudan: la popolazione è costretta a lasciare le proprie case

Pochi giorni fa anche UNICEF ha lanciato un appello di 10 milioni di dollari per venire incontro alle prime necessità dei più piccoli. Intere comunità, compresi centri sanitari, nutrizionali e scuole sono sommersi dall’acqua e quasi il 90 per cento dei servizi di base sono stati sospesi in diverse aree. Oltre 90 mila piccoli non hanno così accesso all’istruzione, perchè le scuole o sono sommerse dall’acqua o vengono utilizzate come rifugio per gli sfollati o le milizie.

Regina Marco, un’operatrice umanitaria, ha detto a Reuters: “E’ una vera catastrofe. Non si è mai vista un’alluvione del genere in questa regione”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sud Sudan: tanti soldi per restaurare le case di politici ma colletta per implementare il processo di pace

 

 

RD Congo: attacchi di gruppi armati contro i sanitari che lottano contro ebola

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 novembre 2019

La decima epidemia di ebola, scoppiata il 1° agosto 2018 in due province della Repubblica Democratica del Congo (Ituri e Nord-Kivu) sta finalmente rallentando la sua corsa. In poco più di 15 mesi sono morte 2.193 persone, 3287 hanno contratto il temibile virus e 1.064 sono guarite.

Eppure le violenze non cessano. Proprio questa mattina un gruppo di giovani, muniti di coltelli hanno, attaccato un centro per la cura della febbre emorragica a Biakato, località che dista 83 chilometri da Mambasa, nella provincia di Ituri.

Secondo quanto si apprende da un’organizzazione per i diritti umani, Convention pour le développement des peuples forestiers (CODEPEF), i malviventi erano intenzionati a bruciare una vettura del centro. La polizia, intervenuta tempestivamente, ha sparato qualche colpo in aria. “I giovani sono riusciti a dileguarsi. Nei prossimi giorni il comitato territoriale per la sicurezza andrà a Biakato, dove cercherà di sensibilizzare la popolazione per evitare che fatti del genere si ripetano. Inoltre rinforzeremo la sicurezza al presidio”, ha detto l’amministratore di zona aggiunto di Mambasa, Obedi Yakani.

Centro per la cura di ebola in Congo-K

Sempre nel territorio di Mambasa, Radio Lwemba, emittente locale situata a Babila-Babombi, in prima linea nella lotta contro l’ebola, ha chiuso i battenti proprio oggi, dopo l’assassinio di Papy Mumbere Mahamba di 35 anni, un loro collaboratore-giornalista, avvenuto all’inizio del mese. I criminali hanno anche ferito la moglie prima di incendiare la loro casa.

L’ufficio congolese dell’Osservatorio per la libertà di stampa in Africa (OLPA) aveva chiesto alle autorità di Ituri di procedere immediatamente con “indagini serie” per trovare i responsabili del brutale assassinio.

Radio Lwemba ha dovuto silenziare il proprio segnale, perchè i responsabili avrebbero ricevuto continue minacce di morte da miliziani del gruppo armato Maï-Maï. Joël Musavuli, direttore dell’emittente ha precisato che lui e i suoi collaboratori sono costretti a nascondersi dopo la morte di Mahamba. “Resteremo chiusi finchè non sarà nuovamente instaurato lo Stato di diritto in tutta la regione”, ha aggiunto il direttore.

Radio Lwemba, emittente locale silenzia i propri segnali

Da domenica 5 novembre tutte le strutture ospedaliere, sono chiuse a Lwemba e dintorni. I malati devono percorrere a piedi o in bicicletta 18 chilometri per raggiungere il più vicino presidio a Biakato. CODEPEF teme importanti rigurgiti della febbre emorragica nell’area, visto che anche i centri per la cura del virus sono  stati momentaneamente chiusi.

L’esercito congolese ha fatto sapere domenica che dopo 10 giorni dall’inizio delle operazioni militari contro i gruppi ribelli nel Nord-Kivu, truppe delle Forze armate congolesi (FARDC) avrebbero ucciso avrebbero neutralizzato 25 militanti di Allied Democratic Forces (ADF), organizzazione islamista terrorista ugandese, operativa anche nel Congo-K dal 1995, responsabili di sanguinarie incursioni nelle cliniche e di feroci attacchi alla popolazione civile. Purtroppo durante i combattimenti sarebbero morti anche 6 soldati e una ventina sarebbero stati feriti. Il portavoce di Sokala1 secteur grand Nord, Mak Hazukayi, ha aggiunto che diverse postazioni dei ribelli sarebbero stati distrutti. Infine ha ringraziato la popolazione per la collaborazione e il loro supporto.

E sempre nel Nord-Kivu, nel territorio di Rutshuru, tra Binza e Makoka,  le Forze di intervento rapido avrebbero ucciso un altro capo storico ribelle ruandese di RUD, dissidenti di Forces démocratiques de libération du Rwanda (FDLR), composto essenzialmente da huti. Il leader, Musabimana Juvenal, era conosciuto con il nome “général Jean Michel Africa”. A settembre i militari avevano freddato nella stessa area il comandante di FDRL, Sylvestre Mudacumura.

Dopo la morte di Mudacumura tutti ribelli ruandesi si sentivano minacciati sia dall’esercito congolese che da quello ruandese. Infatti Jena-Michel non utilizzava più il suo cellulare, per paura di essere localizzato. Il mese scorso era riuscito a salvarsi durante un’imboscata tesa dai militari congolesi.

Musabimana Juvenal, soprannominato Jean-Michel Africa

I primi di ottobre sono stati brutalmente ammazzati diversi civili in Ruanda, nel distretto di Musanze, al confine con l’ex colonia belga. Non si esclude che sia opera di miliziani di Democratic Forces for the Liberation of Rwanda (FDLR), che hanno la loro base nel Congo-K, disseminati nel Nord e nel Sud-Kivu e nella provincia del Katanga. Il gruppo è stato formato  dagli hutu ruandesi che si sono rifugiati nell’est del Congo-K dopo il genocidio in Ruanda del 1994, dove, secondo l’ONU, sarebbero state ammazzate oltre 800 mila persone in cento giorni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Ucciso in Congo-K il capo dei ribelli Hutu ruandesi accusato di aver partecipato al genocidio del 1994

Non si ferma l’epidemia di ebola in Congo-K: si tentano nuove terapie sperimentali

Ruanda, trucidati dai terroristi otto civili nel parco dei vulcani dove abitano i gorilla

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Kenya: carovane di cammelli portano aiuti medici e sanitari alle popolazioni nomadi

Africa ExPress
10 novembre 2019

La lunga carovana di cammelli, carica di medicinali e attrezzature sanitarie, si dirige, con l’andatura dell’ambio lenta e tranquilla, verso villaggi remoti, attraversando lande aride e semidesertiche, dove le strade sono impraticabili o inesistenti, abitate da comunità nomadi e seminomadi, come masai, tukuru e samburu.

Carovana di cammelli Cliniche mobili

Molti di questi gruppi etnici sono in continuo movimento in ricerca di pascoli e acqua per le loro mandrie oppure vivono lontani da ospedali e cliniche, dunque per loro è spesso difficile se non impossibile avere accesso alle cure mediche.

Da qualche anno l’Organizzazione Communities Health Africa Trust (CHAT), grazie alle sue cliniche mobili, fornisce servizi sanitari integrati a comunità nel nord e nel centro del Kenya. Il programma è ambizioso: oltre alle vaccinazioni per i più piccoli, alla cura della malaria e infezioni respiratorie, esegue test per la diagnosi di tubercolosi e infezioni da HIV/AIDS. Per tutelare la salute di queste persone, spesso poverissime – i più vivono con meno di 2 dollari al giorno –  l’organizzazione fornisce anche informazioni sulla pianificazione familiare, mutilazioni genitali, e cerca di sensibilizzare i componenti delle comunità sulla relazione tra popolazione, salute e ambiente.

La carovana è in viaggio costante per un mese o poco più, fermandosi uno, due giorni in un luogo, per poi riprendere la marcia verso la prossima tappa. I pazienti sono per lo più donne con i loro bimbi, che spesso camminano chilometri e chilometri per raggiungere la postazione della carovana.

Gruppo di persone accoglie la carovana di medici e infermieri

Si parte all’alba, quando il sole è ancora basso, con una quindicina di cammelli, carichi del materiale necessario. Lo staff accompagna gli animali a piedi. Appena si arriva alla postazione, vengono piantate le tende e inizia un meeting con tutti i presenti, durante il quale vengono date indicazioni sull’igiene e sopratutto informazioni generiche sull’importanza della pianificazione familiare, la sua rilevanza per la conservazione dell’ambiente.

Medici visitano un paziente

Successivamente si prosegue alle visite mediche e alle consultazioni con le singole persone, in particolare con le donne per la scelta degli anticoncezionali. Molte di loro hanno compreso l’importanza della pianificazione familiare e le richieste in tal senso sono notevolmente aumentate.

Il controllo delle nascite è importante per la salute delle donne, il benessere della famiglia e non per ultimo incide sull’ambiente naturale e la conservazione delle fauna selvatica. Questo concetto non è ancora molto diffuso e ben compreso in molte parti del mondo, ma con la diminuzione della pressione demografica, vengono tutelati flora e fauna locali, riducendo così i rischi per le specie in via di estinzione.

Africa ExPress
@africexp

Biciclette ambulanza in Uganda: ricoveri più veloci per donne, vecchi e bambini