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Sequestrato cittadino americano in Niger, al confine con la Nigeria

Africa ExPress
27 ottobre 2020

Un cittadino statunitense è stato sequestrato in Niger nella notte tra lunedì e martedì. Il rapimento è avvenuto a Massalata, nel sud della ex colonia francese, al confine con la Nigeria, zona molto battuta da criminali, banditi e contrabbandieri, lontana però dal raggio d’azione dei jihadisti.

Ibrahim Abba Lelé, prefetto del dipartimento di Birni Nkonni ha precisato che la vittima, Philip Walton, che vive a Massalata da un paio d’anni con moglie e figlio, è stato portato via da un gruppo di 6 uomini armati di kalashnikov, che viaggiavano su 3 moto; sono poi fuggiti in direzione Nigeria.

Il padre di Philip vive a Birni Nkonni da quasi 30 anni e viene descritto dalle autorità locali come una specie di missionario. Il vecchio Walton ha riferito a una radio locale che il gruppo di uomini armati una volta entrati in casa, hanno rovistato tutto. “Cercavano denaro, ma non ce n’era abbastanza, solamente l’equivalente di una trentina di euro, allora hanno preso mio figlio”. Ha poi aggiunto: “Erano tutti armati e parlavano in lingua hausa condita di  qualche parola in inglese”.

Prima darsi alla fuga, il resto della famiglia è stato legato e proprio per questo motivo l’allarme è scattato solo dopo quattro ore.

Il portavoce del Dipartimento di Stato USA ha confermato il sequestro di un loro cittadino in Niger e ha detto che gli Stati Uniti stanno collaborando con le autorità locali che conducono le ricerche.

Truppe nigerine perlustrano la zona dopo il rapimento di Philip Walton

Gli USA dispongono di due basi nel nord del Niger, una a Agadez, l’altra a Dirkou e i loro droni stanno sorvolando tutto il Sahel in continuazione. Sono di supporto alle truppe francesi Barkhane, presenti in tutta l’area con 5.100 uomini.

Nel 2017 sono stati uccisi 4 soldati americani delle forze speciali e 5 militari nigerini in un’imboscata a a Tongo-Tongo, nel sud-ovest del Niger, al confine con il Mali. L’attacco è poi stato rivendicato dal gruppo terrorista Stato Islamico nel Grande Sahara. All’epoca Washington non aveva mai reso pubblico la presenza di truppe militari terrestri nella zona.

Africa ExPress
@cotoelgyes

Niger, uccisi in un’imboscata tre militari americani. Ministro olandese si dimette

Massacri jihadisti nel nord Mozambico: 350 mila profughi in fuga

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
25 ottobre 2020

“Trecentocinquantamila persone, compresi vecchi, donne e bambini, hanno dovuto abbandonare le propri­e case a causa del terrorismo a Cabo Delgado. Solo dall’ultimo settimana sono arrivate a Pemba (capitale della provincia ndr) 90 barche e 3.000 persone. Una situazione che negli ultimi mesi è andata peggiorando”. Sono le parole di Armindo Ngunga segretario di Stato della provincia, in una conferenza stampa con i giornalisti.

Assistenza a bambini profughi arrivati a Pemba
Assistenza a bambini profughi arrivati a Pemba

Secondo Ngunga, i luoghi considerati “sicuri” dalle incursioni jihadiste di Ahlu Sunnah wa’Jamaà sono l’area di Mueda e quella di Pemba. La prima, 100 km a ovest di Mocimboa da Praia – l’area degli scontri tra jihadisti e militari – la seconda 300 km a sud, via mare. Pemba attualmente ospita 90 mila rifugiati. Nei giorni scorsi, sulle barche lasciano le zone di guerra sono nati almeno tre bambini, uno dei quali è arrivato morto.

Il materiale arrivato ad Africa ExPress

Africa Express, da Cabo Delgado, ha ricevuto alcune immagini e un video girato dai volontari che accolgono i profughi in fuga dalle aree di conflitto. Soprattutto Fuggono da Quissanga, Macomia e Mocímboa da Praia. Al momento della breve foto-video documentazione oltre 2.000 profughi arrivati con barche di fortuna trasportando tutti ciò che erano riusciti a salvare.

Giro questo video affinché venga condiviso e per mostrare ciò che le nostre TV non ci fanno vedere. Tutte queste persone sono profughi. Dormono sulla spiaggia perché non sanno dove andare” – racconta il volontario che ha girato il video. “Avevano una quarantina di sacchi di zucchero che sono terminati. Manca cibo, al momento stiamo servendo solo acqua calda e un pezzetto di pane”

“Chiediamo almeno un pasto al giorno per i profughi”

“Stiamo chiedendo, a chi di dovere, di fargli avere almeno un pasto al giorno. Sabato sono arrivate 738 persone e da stamattina se ne sono aggiunte altre 1.800” – continua a commentare il volontario. “Tutte le barche che si vedono in fondo stanno facendo sbarcare i profughi”. Una nostra fonte ci conferma che gli sbarchi delle immagini sono avvenuti in una delle spiagge a nord di Pemba, Paquitequete. Secondo DW, tra il 16 e il 19 ottobre sono arrivate una quarantina di imbarcazioni sovraccariche di profughi indeboliti e affamati con molte donne incinte e ammalate. Ci sono state almeno tre parti durante il viaggio e uno dei bambini è nato morto.

Assistenza a bambini profughi Pemba
Assistenza a bambini profughi a Pemba

Sottovalutata la crisi di Cabo Delgado

Armindo Ngunga conferma che la crisi di Cabo Delgado è stata sottovalutata. “Sembrava un’azione che alla fine poteva essere superata in breve tempo. Ecco perché, a quel tempo, chiamavamo questi ragazzi malfattori ”. Intanto sono passati tre anni e 2.000 morti mentre le Forze armate mozambicane (FADM) non riescono a fermare i jihadisti nemmeno con l’aiuto dei mercenari.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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(con la collaborazione di Fatima Aly)

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sandro_pintus_francobolloE’ la quarta puntata di questo reportage. La prima è stata pubblicata qui, la seconda qui e la terza qui.

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
25 ottobre 2020

Una delle piste seguite dal Centro de Jornalismo Investigativo del Mozambico (CJI Moz) è quella che porta all’arruolamento jihadista a Cabo Delgado. Il team di giornalisti, grazie alle sue fonti, ha scoperto che avveniva attraverso una madrassa – la scuola islamica. La promessa fatta ai giovani della era che, alla fine, avrebbero continuato a studiare l’Islam all’estero.

Il fallimento del SISE

Una pista tutta diversa da quella seguita dai Servizi di sicurezza mozambicani (SISE). Le indagini del SISE sul reclutamento dei terroristi erano dirette verso personaggi della Resistenza Nazionale Mozambicana (RENAMO). L’ex movimento di guerriglia antigovernativa è oggi il maggior partito di opposizione in parlamento.

Le inchieste dei Servizi mozambicani sono andate avanti tra il 2014 e il 2017 senza successo. Poi è arrivato il primo attacco del 5 ottobre 2017 a Mocimboa da Praia. È stato l’inizio delle azioni terroristiche che oggi sono classificate di “estremismo islamista” del gruppo Ahlu Sunnah Wa-Jammá

Jihadisti mentre fanno uno dei loro proclami a Cabo Delgado
Jihadisti mentre fanno uno dei loro proclami a Cabo Delgado

Il reclutamento dei giovani addestrati a uccidere e dei “mercenari”

L’indagine del CJI afferma che il centro di reclutamento di Cabo Delgado è l’area di Mocimboa da Praia. Spiega che i giovani sono reclutati nelle moschee locali e vengono convinti che tutto ciò che faranno sarà per la volontà di Allah. I ragazzi del luogo pensano che, dopo la vittoria dei jihadisti, ci sarà il loro Stato islamico. In questo nuovo Stato l’élite al potere non si occuperà solo delle ricchezze ma dello sviluppo della regione. I reclutatori cercano anche gente che vuole soldi facili, una sorta di “mercenari”, e alcuni di questi erano commercianti al mercato Natite, a Pemba.

Ci sono poi i tanti, troppi, giovani disoccupati. Sono stati indotti a pensare che avrebbero avuto un lavoro invece sono stati costretti ad andare nella boscaglia dove vengono addestrati a uccidere. Il CJI ha scoperto che, se tentassero di fuggire, verrebbero uccisi insieme alle loro famiglie. Lo scorso aprile, cinquantadue ragazzi sono stati barbaramente assassinati perché hanno rifiutato l’arruolamento con i jihadisti.

Secondo il CJI ci sono poi quelli attivi in alcune aree, come Macomia, ascoltano e riferiscono ciò che dice il governo sul conflitto. C’è chi fotografa i soldati con lo smartphone e spedisce le immagini agli amici. Queste foto sono poi postate nel gruppo chiuso Facebook “Shakira Júnior Lecticia”, punto di riferimento dei jihadisti. Sembra che, in una situazione di pesante disoccupazione e abbandono del territorio, siano riusciti a coinvolgere una parte della popolazione giovane.

Villaggio distrutto nella provincia di Cabo Delgado, nord del Mozambico
Villaggio distrutto nella provincia di Cabo Delgado, nord del Mozambico

Il business di organi umani, pietre preziose e oro

Da quando sono iniziati gli attacchi ai villaggi, non si contano i massacri di uomini, donne e bambini smembrati e decapitati. Una guerra che aveva lo scopo di terrorizzare la popolazione. Ora si scoprono cose inquietanti e terribili: sono stati rimossi organi dai cadaveri. “Tutti sanno chi sono i terroristi” – ha raccontato una fonte al CJI. “Fanno la guerra per avere i nostri soldi, pietre preziose, oro. “Prendono parti del corpo umano, gole, ossa, genitali. Le vendono per avere soldi. Denaro che serve a sostenere la guerra in Mozambico e in altri paesi”. Un sospetto del quale nel nord del Mozambico si parla da anni.

(3/4 – continua)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

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Anche i famigerati janjawid arrivano all’assalto delle ricchezze del Centrafrica

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 ottobre 2020

Anche Ali Kushayb, ex comandante delle milizie janjawid che hanno sostenuto il governo sudanese contro i gruppi ribelli del Darfur, è approdato nella Repubblica Centrafricana come uno dei signori della guerra. Attualmente pende su di lui un mandato di arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra. Era anche conosciuto come aqid al oqada (“colonnello dei colonnelli”) ed era attivo nella provincia del Wadi Salih, nel Darfur occidentale.

Signori della guerra, gruppi armati anti-balaka (vi aderiscono prevalentemente cristiani e animisti), ex Séléka (i membri sono per lo più musulmani), mercenari, governi stranieri, si contendono le risorse del Paese che ha dato i natali allo spietato “imperatore” centrafricano Jean-Bedel Bokassa.

Miliziani, anche stranieri pericolosi, saccheggiano villaggi, violentano le donne e cercano di appropriarsi delle ricchezze naturali della ex colonia francese. Nelle miniere abusive aurifere e di diamanti vengono assoldati soprattutto minori. I preziosi vengono poi esportati illegalmente e il ricavato, oltre a arricchire i signori della guerra, viene utilizzato per l’acquisto di armi e quant’altro.

Altre ostilità nascono perché varie fazioni armate vogliono imporre tasse ai fulani per la transumanza del bestiame.

MINUSCA, la Missione dell’Organizzazione delle Nazione Unite è presente nel Paese dal 2014; attualmente conta 13.432 uomini. MINUSCA è stata fortemente voluta dall’ex segretario generale dell’ONU, il sudcoreano Ban Ki-moon, con l’intento di proteggere la popolazione civile e di riportare lo Stato di diritto nel Paese.

Vladimir Putin – con i suoi militari, ma soprattutto con i mercenari del famigerato gruppo Wagner – ha rafforzato la presenza russa nella ex colonia francese.

Nel febbraio 2019 è stato firmato l’ennesimo trattato di pace. Ma la parola “pace” in questo Paese resta ancora sconosciuta.

La popolazione è allo stremo, anni di conflitti interni e la recente pandemia hanno messo in ginocchio oltre la metà dei civili, 2.6 milioni, su  una popolazione di 4,8 milioni, che hanno bisogno di aiuti umanitari. Almeno un milione e 200 mila bambini si trovano in uno stato di estrema necessità, tra questi  5.779 piccoli sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione grave. Il numero degli sfollati interni è sempre molto elevato, sono poco meno di 660.000, mentre oltre 629.000 hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi.

La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica del Paese. Dall’era François Bozizé il Paese ha visto alternarsi ben quattro presidenti: Michel Djotodia, Alexandre-Ferdinand N’Guende, Catherine Samba-Panza e infine Faustin-Archange Touadéra, eletto nel marzo 2016. E ora si avvicinano nuove elezioni, previste per la fine di quest’anno e, tra i candidati per la poltrona più ambita del Paese, spunta di nuovo Bozizé.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Mattanza di alunni in una scuola nella parte anglofona del Camerun

Africa ExPress
25 ottobre 2020

Ieri mattina sono stati ammazzati brutalmente diversi allievi dell’età tra 12 e 14 anni in una scuola a Kumba, nella provincia del Sud-Ovest, una delle due regioni anglofone del Camerun.

Le notizie sono ancora frammentarie. Il primo ministro camerunense, Joseph Dion Nguete parla di 9 alunni trucidati da colpi di arma da fuoco. Parecchi altri sono rimasti gravemente feriti, alcuni dalle pallottole, altri mentre cercavano di mettersi in salvo saltando dalla finestra dell’aula ubicata al secondo piano. Teatro del massacro è stata una scuola privata al centro di Kumba, Mother Francisca International Bilingual Academy.

Massacro di allievi alla Mother Francisca International Bilingual Academy, Kumba, Camerun

Un testimone oculare ha raccontato che attorno all’ora di pranzo sono stati avvistati alcuni uomini armati mentre si dirigevano verso la scuola in sella alle loro moto. E il vice-prefetto della città, Ali Anougou, ha aggiunto che sono poi entrati in classe e hanno aperto il fuoco contro i giovanissimi.

Anche se finora nessuno ha rivendicato il massacro, le autorità accusano i secessionisti. Dopo la decisione del presidente-dittatore Paul Biya di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone alla fine del 2016, nelle due regione anglofone del Camerun, del nord-ovest e del sud-ovest, è in atto conflitto un tra ribelli indipendentisti e l’esercito regolare. I separatisti, che vorrebbero trasformare le due regioni in uno Stato autonomo chiamato “Ambazonia”, denunciano da anni la loro marginalizzazione da parte del governo centrale e della maggioranza francofona.

Solamente in 2 delle 10 province del Camerun si parla inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra Francia e Gran Bretagna, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese, molto più ampia, aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era stata annessa alla Nigeria, si estendeva fino al Lago Ciad e aveva per capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Il conflitto ha causato 3.000 vittime, 600.000 hanno lasciato le loro case e tre dei quattro milioni di cittadini delle 2 province colpite, necessitano di assistenza umanitaria.

Con l’accanirsi degli scontri, l’80 per cento delle scuole sono chiuse, i minori sono le prime vittime di queste conflitto interno. Oltre agli istituti scolastici, anche gran parte dei presidi sanitari non sono più funzionanti.

Africa ExPress
@africexp

Violazioni dei diritti umani in Camerun: il Pentagono taglia gli aiuti militari

Gli attacchi dei nigeriani Boko Haram provocano in Ciad una crisi umanitaria profonda

 

Incurante della politica della dittatura di Erdogan, Roma fa affari con la Turchia

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Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
23 ottobre 2020

Tra ipocriti distinguo e qualche boccone amaro, il governo Conte punta a rafforzare le relazioni politico-militari con la Grande Turchia del sultano Erdogan, in guerra ormai con mezzo mondo.

Fuori dai riflettori dei network di comunicazione di massa, il 9 ottobre il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha incontrato a Roma l’omologo turco Hulusi Akar. “Un lungo e cordiale colloquio privato ha preceduto la bilaterale tra i due Ministri su diversi dossier tra i quali la Libia e il rafforzamento delle relazioni in ambito Difesa”, riporta l’ufficio stampa del Ministero. “Dialogo costruttivo e franco, sicuramente positivo per confermare lo stato delle eccellenti relazioni tra i nostri Paesi”, ha aggiunto Lorenzo Guerini. “La Turchia è un partner importante dell’Italia e un prezioso alleato NATO e nel corso della conversazione abbiamo constatato punti di condivisione negli scenari, Iraq e Afghanistan, che ci vedono congiuntamente impegnati”.

Lorenzo Guerini, ministro Difesa italiano con il suo omologo turco, Hulusi Akar

Al centro del vertice tra i due ministri anche la crisi nel Mediterraneo Orientale e i crescenti contrasti tra il regime di Erdogan e la Grecia per il controllo delle riserve energetiche (che si somma al rafforzamento della presenza militare di Ankara a Cipro) e, ovviamente, il conflitto libico che vede Italia e Turchia a fianco del Governo di Accordo Nazionale di Fayez al-Serray. “Abbiamo riflettuto sulla necessità di fare ogni sforzo per allentare le tensioni –  ha dichiarato Guerini -. L’azione dell’Italia si basa sul rispetto dei principi del Diritto Internazionale, sulla tutela degli interessi nazionali presenti nella regione, e comunque all’interno della prospettiva di un dialogo costruttivo tra gli attori coinvolti, funzionale a prevenire una escalation della tensione”.

Il ministro della Difesa Guerini ha confermato l’impegno dell’Italia a sostegno degli sforzi perché la Libia “sia unita e sovrana”. “Sul piano tecnico militare abbiamo discusso con Akar del possibile raccordo a sostegno alle Forze Armate e di Sicurezza libiche, con particolare riferimento alle attività di sminamento, alla formazione e addestramento ed allo sviluppo di capacità sanitarie militari”. La nota di Palazzo Baracchini si conclude sulla condivisione da parte dei due ministri di migliorare la cooperazione industriale “altro elemento importante delle relazioni bilaterali trai due Paesi”.

Secondo quanto pubblicato da Sicurezza Internazionale, il quotidiano online dell’Osservatorio della Libera Università LUISS di Roma, Lorenzo Guerini e Hulusi Akar si sarebbero soffermati pure sul sanguinoso conflitto tra Armenia e Azerbaigian per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh, altro fronte militare che vede coinvolte le forze armate di Erdogan. “Per risolvere il problema, l’Armenia deve ritirarsi dai territori occupati il prima possibile e deve evacuare rapidamente i mercenari e i terroristi che ha portato lì – ha affermato Akar -. “Non possiamo pretendere che le forze azere interrompano le loro attività nella zona di conflitto finché continuerà l’occupazione armena”.

Le valutazioni del ministro turco non consentono di intravedere a breve spiragli di dialogo tra le parti e hanno certamente deluso le aspettative italiane, ma Roma non intende comunque alzare la voce contro Ankara anche perché i plurimiliardari interessi economico-industriali e militari non consentono battute di sosta o ombre nelle reciproche relazioni.

Lorenzo Guerini si era recato in Turchia lo scorso 7 luglio per una “bilaterale” con il ministro Akar, anche allora per discutere di Libia, Mediterraneo Orientale e rapporti Turchia-UE e Turchia-Nato. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Anadolu News (ripreso parzialmente in Italia solo da Sicurezza Internazionale), Guerini avrebbe ribadito la “profonda convinzione dell’importanza della solidarietà tra Stati membri dell’Alleanza Atlantica”, sottolineando come l’Italia “da sempre è stata contraria ad ogni atteggiamento centrifugo e anzi fautrice di una spinta ulteriore che ne rafforzi la coesione”. A tal proposito il ministro avrebbe chiesto alla Turchia un “approccio efficace e programmatico” per supportare il cosiddetto Fianco Sud della Nato, “area di crescente instabilità”.

Nel corso dell’incontro veniva affrontato anche il tema della missione militare “Irini” avviata dall’Unione Europea nelle acque del Mediterraneo per contrastare il flusso “illegale” di migranti. “Si tratta di un’operazione equidistante e bilanciata tra le parti in causa e rappresenta un contributo fondamentale da parte UE per la pacificazione in Libia e su cui non sono consentite provocazioni”, aveva spiegato Guerini. Nonostante le sottili divergenze, il ministro aveva comunque precisato all’agenzia Anadolu News che il meeting italo-turco era stato “molto positivo ed amichevole”. “Abbiamo scambiato la nostra visione e le nostre conoscenze –  aggiungeva Guerini, continuando -. “La nostra amicizia è profonda e radicata. Siamo stati d’accordo specialmente sul tema della Libia perché si produca una soluzione politica che conduca alla pace”. Anche per il ministro Hulusi Akar l’incontro era stato “sincero e costruttivo”. “Crediamo che l’effettiva cooperazione tra Italia e Turchia in tutte le aree, specialmente nel campo della difesa e della sicurezza, assicurerà benefici importantissimi non solo per i due paesi ma per l’intera regione mediterranea”, aveva dichiarato Akar.

Escalation militare turca in Libia, Siria, Iraq, Kurdistan, Corno d’Africa e Caucaso; pandemia da Covid-19 e il lungo lockdown non hanno assolutamente interrotto le comunicazioni diplomatiche e le collaborazioni economico-strategiche tra Roma e Ankara. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, nel corso di una lunga conversazione telefonica con l’omologo turco Mevlut Cavusoglu, il 22 Maggio 2020, oltre al tradizionale scambio di valutazioni sul conflitto libico, aveva affrontato la questione della ripresa dei flussi turistici tra i due Paesi e più in generale dei rapporti commerciali bilaterali. Il 10 giugno lo stesso Di Maio si era recato ad Ankara per incontrare Cavusoglu. In conferenza stampa i due ministri degli Esteri avevano esposto i risultati “positivi” raggiunti con il meeting. “La partnership strategica che lega Italia e Turchia è stata consolidata ulteriormente durante l’emergenza da coronavirus dati gli aiuti che la Turchia ha recato all’Italia ed è nostra intenzione di rafforzare i rapporti bilaterali in materia di difesa, turismo e energia”, aveva spiegato Mevlut Cavusoglu.

Altrettanto enfatiche le dichiarazioni di Luigi Di Maio che aveva rilevato come l’Italia sia “il secondo partner commerciale della Turchia in ambito europeo e il quinto su scala mondiale”, con un interscambio annuo pari a circa 18 miliardi di euro e investimenti principalmente rivolti al settore bancario, energetico, delle infrastrutture e della Difesa. Il rappresentante della Farnesina aveva poi assicurato l’impegno italiano a sostegno del dialogo tra Unione Europea e Turchia, sottolineando “l’importanza dell’accordo in materia di immigrazione siglato tra Ankara e Bruxelles, da cui ripartire per rilanciare il dialogo tra le due parti”.

Il 30 luglio, cinque giorni dopo una conversazione telefonica tra il presidente-despota Recep Tayyip Erdogan e il premier italiano Giuseppe Conte con oggetto ancora una volta Libia, Mediterraneo Orientale e relazioni Turchia-UE, Luigi Di Maio aveva approfondito in video-conferenza con il ministro del Commercio Ruhsar Pekcan i temi dell’importazione di acciaio turco da parte dell’Unione Europea e dell’unione doganale tra UE e Turchia. I due ministri avevano concordato il rafforzamento delle relazioni commerciali aeree, marittime e terrestri dopo le difficoltà riscontrate con la pandemia da Covid-19.

Due settimane più tardi la Farnesina aveva dato comunicazione dell’ennesimo colloquio telefonico tra Luigi Di Maio e Mevlut Cavusoglu sul conflitto libico e la crisi greco-turco-cipriota per lo sfruttamento degli idrocarburi nelle acque del Mediterraneo. “Il Ministro Di Maio ha ribadito la necessità che tutte le parti mantengano un approccio moderato e collaborativo, per ridurre le tensioni e risolvere le questioni pendenti”, aveva riportato  l’Ufficio stampa del Ministero.

Lorenzo Guerini, ministro Difesa italiano, a Cipro con il suo omologo Charalambos Petrides

L’ambiguità della linea diplomatica degli uomini di governo italiani si evidenzia soprattutto alla luce delle dichiarazioni del ministro Lorenzo Guerini, a conclusione della sua visita lampo a Nicosia (Cipro) l’8 ottobre scorso, il giorno prima cioè del vertice a Roma con l’omologo turco Hulusi Akar. Nel corso del meeting con il ministro della Difesa cipriota Charalambos Petrides, Guerini ha “confermato l’obiettivo di favorire la riduzione della tensione nell’area e di rilanciare il dialogo costruttivo con Ankara, senza scalfire la fermezza dei principi”, riporta il comunicato del Ministero della Difesa.

“Quello odierno è stato un confronto improntato ad un clima di collaborazione che ha toccato diversi temi, tra i quali il quadro di sicurezza regionale e la difesa europea, durante il quale i due Ministri hanno confermato la convergenza di vedute in merito alle principali tematiche di difesa e sicurezza –  prosegue la nota, aggiungendo – Guerini ha confermato l’impegno dell’Italia in termini di cooperazione bilaterale sia sul piano tecnico militare, che sul piano industriale. Ne sono un chiaro esempio l’esercitazione Eunomia 2020 e l’Iniziativa Quad, volta a tutelare i nostri comuni interessi nel Mediterraneo orientale”.

Eunomia 2020 è stata l’esercitazione aeronavale svoltasi a fine agosto, cui hanno partecipato Italia, Cipro, Francia e Grecia; l’Iniziativa Quad è il programma di cooperazione promosso da questi quattro Paesi per “tutelare la libertà di navigazione e incrementare l’interoperabilità tra le Marine partecipanti”. Il nuovo asse Roma-Parigi-Atene-Nicosia nel Mediterraneo orientale nasce apertamente in funzione anti-Turchia. Mero cinismo o schizofrenia la politica del colpo al cerchio e alla botte dell’esecutivo Conte-Pd-M5S? Di certo è che a Roma si continua a giocare col fuoco mentre gli incendi nel Mare Nostrum si propagano con rapidità inimmaginabile.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Seicentomila mascherine anti Covid-19 in cambio di armi: ecco il ricatto della Turchia

Guinea: tardano i risultati, morti, violenze e tensioni nella commissione elettorale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 ottobre 2020

In Guinea il clima postelettorale resta molto teso, in particolare nelle periferie di Conakry, la capitale della ex colonia francese. Anche questa mattina si sono verificati incidenti: case e negozi incendiati. Da lunedì scorso sono state uccise almeno 22 persone in tutto il Paese. Testimoni oculari di alcuni quartieri di Conakry hanno denunciato colpi di arma da fuoco già all’alba.

Ieri sera il ministro dell’Amministrazione territoriale ha annunciato di aver incaricato l’esercito per mantenere l’ordine.

Violenze post-elettorali in Guinea

La riunione di CENI(Commissione elettorale indipendente), in agenda per oggi, è saltata: due commissari, Diogo Baldé e Marie Hélène Sylla si sono ritirati per gravi anomalie nelle procedure di totalizzazione dei risultati.  Sylla ha sottolineato che la commissione non ha tenuto conto delle loro osservazioni, volte a garantire la massima trasparenza, attendibilità e onestà degli esiti elettorali.

A poco meno di una settimana dalle presidenziali, la CENI non ha ancora comunicato i risultati della tornata elettorale. Finora sono state rese note le cifre di 37 su 38 circoscrizioni; mancano quelle di Mamou (Moyenne-Guinée) che dista più o meno 250 chilometri dalla capitale e dall’estero, quelle del Gambia e della Repubblica Democratica del Congo.

Cellou Dalein Diallo, leader dell’opposizione a sinistra e Alpha Kondé, presidente della Guinea, a destra

Secondo il portavoce della commissione elettorale, Mamadi 3 Kaba, i lavori dovrebbero riprendere fra poco e subito dopo saranno resi pubblici gli ultimi risultati. “Per l’esito globale, vista la solennità di questa tappa, è possibile che dovremo attendere ancora un pochino”, ha aggiunto 3 Kappa.

Infine il Movimento FDNC (Front National pour la Défense de la Constitution) ha pubblicato proprio oggi un annuncio, chiedendo l’immediato allontanamento di Alpha Condé, l’ottantaduenne presidente uscente, che pur di poter partecipare a questa tornata elettorale, aveva chiamato i guineani alle urne a marzo per cambiare la Costituzione, che prevedeva solamente due mandati presidenziali consecutivi. In caso contrario, FDNC ha indetto manifestazioni in tutto il Paese a partire dal prossimo lunedì.

Internet funziona poco o niente da ieri sera.

Nel bel mezzo di questo caos post-elettorale, il maggiore leader dell’opposizione, Cellou Dalein Diallo, si è auto-proclamato vincitore già mercoledì scorso. UFDG (Union des forces démocratiques de Guinée), il partito di Diallo, dopo aver pubblicato i propri risultati, ha sostenuto di aver raccolto l’84 per cento dei voti. E ieri sera, durante un incontro a porte chiuse al ministero degli Esteri tra membri del governo e il corpo diplomatico accreditato a Conakry, il titolare del dicastero, Mamadi Touré, ha ricordato durante la riunione che gli osservatori della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale) avevano confermato il corretto svolgimento dello scrutinio. Infine non ha escluso guai giudiziari per Diallo, in quanto sarebbe lui il responsabile di tutti disordini in atto.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Guinea: condannati gli oppositori al terzo mandato di Alpha Condé

Guinea: ieri la popolazione ha votato per il presidente e oggi si parla di brogli

Ecco chi sono e cosa fanno i capi dei tagliagole nel nord Mozambico

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
22 ottobre 2020

Il Centro de Jornalismo Investigativo del Mozambico (CJI Moz) ha tracciato i profili dei tre capi jihadisti che stanno trucidando le popolazioni di Cabo Delgado. L’estremo nord del Mozambico è sotto attacco dal 5 ottobre 2017: distruzione dei villaggi, uccisioni, decapitazioni, rapimenti soprattutto di donne diventate schiave sessuali. La violenza e la distruzione degli islamisti radicali è andata aumentando come è cresciuto il livello delle armi usate: dai machete ai kalashnikov e lanciagranate. Oltre al livello di crudeltà dei tagliagole.

Come scritto nella prima parte del reportage, sono Bonomado Machude Omar, alias Ibn Omar; Abdala Likongo, alias Alberto Shaki; e André Idrissa, alias Amir. Questi tre, e non solo loro, sono responsabili, fino ad oggi, della morte di almeno 2.000 persone e di aver causato 300 mila sfollati. Ma vediamo cosa ha scoperto il CJI.

Profughi in fuga dai combattimenti a Cabo Delgado, nord del Mozambico
Profughi in fuga dai combattimenti a Cabo Delgado, nord del Mozambico

Ibn Omar, il cervello degli attacchi a Cabo Delgado

Bonomado Machude Omar, 1,90 di altezza, è riconoscibile non solo per la statura. Veste di nero, il colore di ISIS, e fascia nera sulla testa con scritto in arabo “La Ilaha Illallahi” (non ci sono altri dei ma Allah). È protagonista di un video mentre parla ai jihadisti che nel marzo scorso è diventato virale. “Ibn Omar è stato descritto come il cervello dietro gli attacchi dei ribelli a Cabo Delgado. Si dice che definisca tutti gli obiettivi e la logistica operativa necessaria”, scrive CJI. È chiamato “Re della foresta”.

Figlio di un insegnante e politico locale, è nato nel distretto di Palma. È l’area dei giacimenti di gas naturale (LNG/GNL) dove operano ENI, ExxonMobil e Total, difesa da almeno 300 militari. Ibn Omar ha trascorso parte della sua infanzia a Mocimboa da Praia dove ha frequentato le scuole fino alle superiori. Ha studiato l’Islam in vari paesi per tornare in Mozambico dove ha trovato lavoro presso l’Africa Muslim Agency, a Pemba, capitale di Cabo Delgado.

Bonomado Machude Omar, alias Ibn Omar (Courtesy CJI Moz)
Bonomado Machude Omar, alias Ibn Omar (Courtesy CJI Moz)

“C’era qualcosa di strano in lui – ha raccontato una fonte a CJI. – Si poteva sospettare del suo coinvolgimento negli attacchi a causa della discordia seminata da alcuni dei giovani cui insegnava. Diceva che ciò che hanno fatto è ciò che Allah vuole e ha giustificato il loro estremismo perché è ciò che fanno i musulmani puri”.

Alberto Shaki, il macellaio vampiro che seziona e vende organi umani

Abdala Likonga, è stato addestrato in Kenya e Congo. Si fa chiamare il “Fantasma della selva” perché, dopo l’attacco del 5 ottobre 2017, ha fatto credere di essere morto. Uno stratagemma che ha ingannato le autorità mozambicane al punto che lo hanno arrestato senza sapere che era lui. Ed è stato rilasciato dopo una settimana.

“Gli hanno insegnato a bere il sangue umano per eliminare il rimorso –  affermano fonti CJI -. Ha imparato, e insegna agli altri, ad asportare reni, polmoni, cuore, genitali maschili e gola (esofago, ndr) che poi vende. Sa essere un assassino a sangue freddo usando il nome Allah e sa portare disaccordo tra noi seguaci della religione islamica”. Ha una moglie e quattro figli che spariscono qualche giorno prima degli attacchi e riappaiono qualche giorno dopo.

Mappa di Cabo Delgado . Evidenziate le aree di attacco jihadista e il giacimento di gas offshore (Courtesy GoogleMaps)
Mappa di Cabo Delgado . Evidenziate le aree di attacco jihadista e il giacimento di gas offshore (Courtesy GoogleMaps)

Amir, arrestato e ucciso in Niassa

Anche André Idrissa, 34 anni, è tra i terroristi che hanno partecipato al primo attacco jihadista, di Mocimboa da Praia. Figlio di un notabile musulmano di corrente filosofica/moderata sufi “tradizionalista africana” ha una scolarizzazione equivalente alla nostra seconda media inferiore. Tre mogli e quattro figli, parlava makua, mwani, swahili (lingue locali) e portoghese. Conosciuto come commerciante, aveva iniziato con la vendita di beni di prima necessità e poi con pezzi di ricambio per moto che acquistava in Tanzania.

Proprio in Tanzania era entrato in contatto con alcuni sceicchi che seguono l’islam radicale. Si era radicalizzato a Macomia, una delle cittadine di Cabo Delgado, centro di numerosi attacchi jihadisti. Ha rinnrgato l’islam del padre, che considerava infedele, e aderito al gruppo Ahlu Sunnah wa’Jamaà (seguaci della tradizione del profeta), di tendenza wahabita. Poi è passato, al gruppo che viene chiamato localmente Al-Shebab. Dopo l’attacco di Mocimboa da Praia era riuscito a fuggire nella provincia di Nampula. Le ultime notizie lo danno per morto – nella provincia del Niassa – dopo essere stato catturato dalle autorità mozambicane.

I tre conoscono bene il territorio, ora si capisce meglio perché Mocimboa da Praia è il centro degli attacchi a Cabo Delgado.

(3/4 – continua)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

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Nigeria: non si fermano le proteste e le scie di sangue a Lagos e in altri Stati

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 ottobre 2020

Le notizie che giungono dalla Nigeria, in particolare da Lagos, la capitale economica, sono a dir poco spaventose. Anche il segretario generale dell”Organizzazione delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, in un comunicato rilasciato dal suo portavoce, condanna le violenze della polizia che si sono verificate ieri sera nella metropoli nigeriana.

Proteste di giovani nigeriani represse dalla polizia

Le cariche delle forze dell’ordine hanno causato nuovamente la morte di molti civili, soprattutto di giovani, mentre tanti altri sono stati feriti, alcuni in modo grave. Dopo un coprifuoco di 24 ore su 24 imposto dal governatore del Lagos State, Babajide Olusola Sanwo-Olu, in vigore fino a nuovo avviso, un migliaio di persone, per lo più giovani, hanno sfidato l’ordine impartito dalle autorità e sono scesi nelle strade per manifestare pacificamente.

Le cariche della polizia hanno investito manifestanti, in particolare a Lekki, un quartiere periferico di Lagos, lasciando una scia di dolore sul terreno. Africa ExPress ha ricevuto numerosi video e foto dai suoi stringer che confermano ciò che si è verificato nella serata di ieri.

Anche BBC Africa conferma le violenze nei suoi reportage: edifici incendiati, molti danni materiali, ma soprattutto sostiene che hanno perso la vita parecchi nigeriani. Secondo Amnesty International almeno 12 persone sono state ammazzate nella serata di martedì durante l’intervento dei militari. Le autorità di Lagos, invece ammettono la morte di una sola persona, ma non negano il ferimento di diversi manifestanti.

Manifestazione a Lagos, Nigeria

Un testimone oculare che ha preferito mantenere l’anonimato, ha riferito ai reporter della BBC che verso le 18.00 ora locale, la polizia ha aperto il fuoco contro le persone che manifestavano pacificamente nella periferia di Lagos.

Gli organizzatori della protesta hanno fatto sapere: “I rapporti degli ospedali e testimoni oculari confermano la brutalità della polizia nei confronti di almeno mille manifestanti, che hanno sfilato pacificamente per chiedere una buona governance e di mettere un punto finale alla violenza delle forze dell’ordine”.

Anche oggi nella metropoli le proteste non si sono fermate e parecchi edifici sono stati incendiati; la polizia ha posizionato diversi blocchi stradali e ha sparato in aria per disperdere i manifestanti che non hanno rispettato il coprifuoco. Ma non solo a Lagos, anche a Abuja, la capitale della ex colonia britannica, regna il caos più totale. Molti leader tradizionali sono stati evacuati dalla polizia e le loro case sono state saccheggiate.

Da settimane la popolazione protesta in ogni parte del Paese contro la violenza della SARS (acronimo inglese per Special Anti-Robbery Squad) e la mal governance. Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria al suo secondo mandato ed ex golpista del 1983, ha sciolto il corpo di polizia militarizzato l’11 ottobre scorso, ma le contestazioni non si sono fermate. I giovani chiedono ampie riforme in tutti settori.

 Disordini si sono verificati anche in altri Stati, anche laddove è stato imposto il coprifuoco totale. Il primo ad imporre tali misure è stato il governatore dell’Edo State. Lunedì, 19 ottobre 2020, il segretario, Osadorion Ogie, ha firmato una ordinanza in tal senso. Le autorità hanno giustificato tali misure per proteggere i cittadini dopo diversi incidenti e vandalismi che si sono verificati nell’area durante le proteste giovanili.

I manifestanti sfilano ovunque con l’hashtag #EndSars, che i tifosi italiani hanno visto anche sulla maglietta del calciatore nigeriano Victor Osimhen, attaccante del Napoli durante la partita contro l’Atalanta. Il centravanti ha voluto così sensibilizzare i tifosi contro ciò quanto sta accadendo in Nigeria.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Il viaggio di Afworki in Etiopia ignora le violazioni dei diritti umani in Eritrea

Dal Nostro Corrispondente
Saba Makeda
Da qualche parte in Eritrea, 22 ottobre 2020

Dal 12 al 15 ottobre 2020, il presidente Isaias Afworki è stato in visita ufficiale in Etiopia. Yemane Gebremeskel, ministro dell’Informazione eritreo, ha annunciato il viaggio del Presidente il 12 ottobre come visita di lavoro per consultare e discutere “…i legami bilaterali e il consolidamento della cooperazione regionale”. Yemane Twitted: “Il Presidente Isaias Afworki e la sua delegazione sono stati accolti calorosamente dal Primo Ministro Abiy Ahmed all’arrivo all’aeroporto Jimma Abajifar, all’inizio della giornata”.

Questo viaggio eritreo segue il viaggio del Primo Ministro etiopico Abiy Ahmed in Eritrea nel mese di luglio, quando il Primo Ministro ha visitato il campo di addestramento militare SAWA dell’Eritrea. La presenza di Abiy a Sawa la normalizza come struttura militare. Tale normalizzazione della SAWA è deplorevole; essa ignora il suo ruolo nel perpetrare le violazioni dei diritti umani e nel rafforzare l’incessante servizio nazionale, entrambi motivi critici per la fuga dei giovani eritrei.

Abiy Ahmed, primo ministro etiope, durante la sua recente visita a Sawa, campo militare eritreo

Durante i tre giorni, il presidente Isaias Afworki ha visitato una piantagione di caffè e l’Università di Jimma, la Grande Diga del Rinascimento etiope (GERD)iv; la centrale idroelettrica Gibe-III (sul fiume Omo), l’Ethio-Engineering Group, l’Ethio-Engineering Group, l’Ethiopian Air Force e il Parco naturale di Entototo appena inaugurato.

Questa visita, come tutte le precedenti visite tra i due leader, si distingue per il fatto che né il popolo eritreo né quello etiope hanno idea di quali “questioni bilaterali e regionali” i due leader stiano discutendo o risolvendo.

Gli eritrei sono sconcertati e disgustati per il trattamento regale e ossequioso che il premier Abiy riserva al presidente Isaias ogni volta che si trova in Etiopia. Essi sottolineano anche che, dal 2018, Isaias ha inaugurato più progetti e visitato più università in Etiopia di quante ne abbia visitate in ventinove anni in Eritrea. Come il presidente Isaias ammira le capacità dell’aviazione etiope, ricordiamo che il brigadiere generale Habtemariam, l’uomo responsabile della ricostruzione dell’aviazione eritrea da zero, è in prigione da quindici anni. E come per tanti prigionieri, non si sa dove si trovi il generale di brigata Habtemariam.

Come eritrei, la diplomazia della navetta del governo eritreo, facilitata dagli Emirati Arabi Uniti che hanno fornito al governo un Boing 737ix, è motivo di preoccupazione e di ulteriore sconcerto. Sebbene il Governo abbia accesso a un aereo, non ha fatto alcuno sforzo per evacuare i cittadini eritrei bloccati in Etiopia a causa del COVID 19. Non vi è alcuna notizia che il Presidente Isaias abbia incontrato tali cittadini in Etiopia. Secondo le informazioni di Addis Abeba, gli eritrei che desiderano rimpatriare sono tenuti a registrarsi presso l’ambasciata eritrea e a pagare 300 dollari. Sono inoltre tenuti a pagare per i quattordici giorni di quarantena all’arrivo in Eritrea. Poiché molti cittadini eritrei non possono permettersi i costi, ora stanno chiedendo l’elemosina per le strade di Addis Abeba.

Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea e Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia

 

Gli etiopi sono altrettanto disorientati, disgustati e sconcertati per il comportamento e il rapporto del presidente Isais e del loro primo ministro Abiy Ahmed. Sono anche sconcertati dalla totale mancanza di progressi e di trasparenza del processo di pace tra Etiopia ed Eritrea. I media e gli analisti dei media etiopi, come gli eritrei, si chiedono quale sia lo scopo dei viaggi multipli del presidente Isaias in Etiopia. I colleghi dei media in Etiopia (Abbay Media; Ethio360media) chiedono perché una persona che non può gestire il proprio Paese, che ha chiuso l’Università di Asmara, si reca in Etiopia per visitare università e parchi industriali. Ricordano che il presidente Isaias ha trasformato l’Eritrea in una prigione e in una terra di anziani da cui i giovani stanno fuggendo.

I giornalisti e i commentatori dei media etiopici descrivono la performance dei due leader come un atto a beneficio delle telecamere. Eppure, alla fine, non c’è alcun miglioramento nella vita del popolo etiope ed eritreo. Il confine tra Eritrea ed Etiopia rimane chiuso e le due persone non possono lavorare e muoversi liberamente tra i rispettivi Paesi. E l’Etiopia continua ad ospitare i rifugiati eritrei. Gli etiopi, come gli eritrei, non vedono che il processo di pace tra Etiopia ed Eritrea abbia portato loro un beneficio.

I rapporti tra il primo ministro etiopico e il presidente eritreo vengono interpretati sulla base del fatto che sia Abiy Ahmed che Isaias Afworki sono leader non eletti dei rispettivi Paesi il cui nemico comune è il Fronte di liberazione del popolo tigrato (Tigray People Liberation Front – TPLF).

Abiy Ahmed è diventato Primo Ministro dell’Etiopia il 2 aprile 2018, a seguito di una gara di leadership all’interno del Fronte democratico rivoluzionario popolare etiope (EPRDF). La Camera dei rappresentanti ha confermato la sua posizione in vista delle elezioni generali dell’agosto 2020. Alla fine del 2019, il Primo Ministro ha trasformato l’EPRDF nel Prosperity Party. Questa trasformazione è causa di tensione tra il Primo Ministro e i fondatori dell’EPRDF , tra cui il Fronte di liberazione del popolo del Tigray (Tigray People’s Liberation Front – TPLF). La tensione tra Addis Abeba e Mekelle si è ulteriormente acuita quando le elezioni generali di agosto sono state rinviate al 2021. Dal 2018 il governo eritreo ha adottato una linea sempre più dura contro il Tigray e la TPLF. Essa identifica la TPLF come uno scoglio critico per la pace tra l’Eritrea e l’Etiopia. Il popolo etiope non ha eletto Abiy Ahmed. In Eritrea, Isaias Afworki è al potere da ventinove anni e il Paese non ha avuto elezioni generali.

Infine, dall’accordo di pace del 2018, i leader di Etiopia ed Eritrea si sono incontrati frequentemente. Ma l’accordo di pace non sta progredendo, la legittimità del premier Abiy e del presidente Isaias è sempre più messa in discussione. E, né gli eritrei né gli etiopi hanno idea di cosa stiano discutendo i loro leader.

Makeda Saba
makedasaba@ymail.com