Tundu Lissu, candidato di Chadema, il maggiore partito all’opposizione, alle presidenziali che si sono svolte pochi giorni fa in Tanzania, è stato fermato dalla polizia a Dar es Salaam mentre usciva dagli uffici dell’Unione Europea. Interrogato in caserma è stato rilasciato dopo un paio d’ore.
Tundu Lissu, oppositore del presidente della Tanzania, John Magufuli
Stessa sorte è toccata ore prima a Freeman Mbowe, presidente di Chadema, insieme all’ex deputato Godbless Lema, a Boniface Jacob, ex sindaco di Ubungo, a Isaya Mwita, ex sindaco di Dar es Salaam, e un loro supporter. Lazaro Mambosasa, capo della polizia della capitale economica ha precisato che nella mattina sono state arrestate altre tre persone.
“Li abbiamo arrestati mentre erano in riunione per organizzare una protesta per la quale avevamo già negato l’autorizzazione e siamo alla ricerca di altre persone coinvolte”, ha detto il capo della polizia.
Gli arresti e l’imponente presenza delle forze dell’ordine nel centro commerciale di Dar es Salaam, hanno scoraggiato i cittadini di partecipare a una marcia di protesta verso gli uffici delle Commissione elettorale.
Partiti dell’opposizione (Chadema e ACT-Wazalendo ) avevano chiesto le autorizzazioni per poter dimostrare pacificamente e democraticamente contro la rielezione di Magufuli, ma ovviamente i permessi non sono mai arrivati, anzi, le marce di protesta sono state vietate categoricamente.
Lissu e il suo partito avevano fortemente contestato il risultato elettorale di “Bulldozer”, come è stato soprannominato John Magufuli, il presidente uscente che ha vinto con l’84 per cento delle preferenze, contro il 58 delle elezioni nel 2015. Ora – secondo i risultati contestati – 12,9 milioni di cittadini hanno dato il loro voto al presidente uscente.
Mbowe, appena pubblicati i risultati, aveva chiesto nuove elezioni per gravi irregolarità elettorali. E Lissu aveva sottolineato: ” E’ una frode elettorale di una portata senza precedenti, il cambiamento democratico in Tanzania è impossibile”.
La Costituzione non prevede la possibilità di appellarsi contro l’esito elettorale: non è possibile quindi rivolgersi alla Corte suprema per impugnare il risultato.
Lissu era tornato nel Paese pochi mesi fa. Nel 2017 era fuggito dopo un tentato assassinio che l’aveva ridotto in fin di vita con una decina di pallottole nel corpo. I diritti umani e lo sviluppo della popolazione sono stati alla base della sua campagna elettorale.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
2 novembre 2020
Ha assunto le forme di vero e proprio spot elettorale pro-Trump il sanguinoso blitz delle forze speciali USA che la notte del 31 ottobre ha condotto alla liberazione del cittadino statunitense Philip Walton, sequestrato tre giorni prima da un gruppo di uomini nel villaggio nigerino di Massalata, a pochi chilometri dal confine con la Nigeria.
“Le forze statunitensi hanno condotto l’operazione di salvataggio nella Nigeria settentrionale – ha spiegato Jonathan Hoffman, portavoce del Pentagono -. Il cittadino americano è sano e salvo ed è ora sotto la custodia del Dipartimento di Stato. Nessun militare statunitense è rimasto ferito. Apprezziamo il sostegno dei nostri partner internazionali nella conduzione di questa operazione. Gli Stati Uniti continueranno a proteggere il nostro popolo e i nostri interessi in qualsiasi parte del mondo”.
La liberazione del ventisettenne Philip Walton è stata annunciata dal Presidente Donald Trump. “Questa notte, sotto la mia direzione, le forze armate degli Stati Uniti d’America hanno condotto con successo un’operazione per liberare un ostaggio americano in Nigeria, sequestrato appena 96 ore prima – ha scritto il Presidente USA -. Le Forze Speciali USA hanno eseguito un’audace operazione notturna con eccezionale abilità, precisione e bravura. L’ex ostaggio gode di buona salute ed è stato riunito con i suoi familiari”.
“Ridare la libertà agli americani tenuti prigionieri all’estero – prosegue la nota della Casa Bianca – è stata una delle maggiori priorità della mia Amministrazione. Sin dall’inizio della mia presidenza, abbiamo liberato 55 tra ostaggi e prigionieri in più di 14 Paesi. L’operazione di oggi dovrebbe servire come un netto monito ai terroristi e ai criminali comuni che credono erroneamente di poter sequestrare cittadini americani impunemente”.
Donald Trump, presidente USA
Ancora più cinico e spietato il commento via tweet di Donald Trump jr., figlio del Capo di Stato e vicepresidente della holding finanziaria della famiglia Trump. “Seal Team 6! Sono tutti morti prima di sapere cosa stava accadendo”, ha scritto riferendosi al corpo d’elite protagonista del blitz (il Seal Team Six) e ai sequestratori assassinati. “Con Trump, il mondo ha compreso che far danno a un cittadino americano reca gravi conseguenze, sia che tu sia un leader terrorista come nel caso di al-Baghdadi o Soleimani, o come quanto è appena accaduto con i rapitori in Niger/Nigeria”.
Altrettanto trionfale il commento del Segretario di Stato Mike Pompeo, uno dei membri dell’Amministrazione che più si è speso in queste settimane per garantire la rielezione di mister Trump. “Grazie allo straordinario coraggio e alle capacità dei nostri militari, al sostegno dei nostri professionisti dell’intelligence e ai nostri sforzi diplomatici, l’ostaggio è stato restituito alla famiglia; noi non abbandoneremo mai un nostro concittadino sequestrato”, ha dichiarato Pompeo, immemore che dal 2016 continua a rimanere nelle mani di un gruppo jihadista l’operatore umanitario Jeffrey Rey Woodke, anch’egli rapito in Niger.
Le propagandistiche dichiarazioni di Donald Trump e collaboratori non hanno comunque offerto alcun elemento utile a chiarire alcuni dei punti più oscuri del raid che ha consentito la liberazione del giovane Philip Walton, figlio di un noto missionario evangelico che opera da anni a Massalata. Restano ignote, ad esempio, le modalità con cui sono state condotte le operazioni e l’esecuzione dei sequestratori. Incerto anche il numero delle vittime. Mentre il Dipartimento della Difesa non ha inteso fornire qualsivoglia particolare sulla missione del SEAL Team Six di US Navy, un ufficiale statunitense ha rivelato all’emittente CNN che i militari avrebbero ucciso “sei dei sette rapitori individuati” e che gli stessi “non erano affiliati ad alcun gruppo terroristico operante nella regione, ma semplici banditi interessati al denaro del riscatto”.
La pista “politica” è stata esclusa pure dal governatore della regione nigerina in cui è avvenuto il sequestro, Abdourahamane Moussa. Intervistato da un giornalista francese, Moussa aveva riferito che erano stati “sei uomini a bordo di motociclette, armati di fucili d’assalto AK-47” a prelevare il cittadino statunitense dalla sua abitazione. “I banditi – ha proseguito – avevano chiesto del denaro, ma in seguito avevano deciso di portarlo via con loro verso il confine con la Nigeria”. Secondo una fonte militare del quotidiano The Washington Post, i sequestratori avrebbero chiesto ai familiari un riscatto di un milione di dollari, minacciando in caso contrario di consegnare Philip Walton a un non meglio identificato “gruppo di estremisti”.
Pure la rete tv ABC News ha sostenuto che ci sarebbe un sopravvissuto tra i rapitori, anche se non sono note le sue condizioni fisiche e dove eventualmente sarebbe stato condotto dopo il raid. “La missione anti-terrorismo del commando d’élite è stata solo una parte di uno sforzo molto più grande”, ha dichiarato ad ABC News un analista militare. Le informazioni utili a individuare in territorio nigeriano il cittadino sequestrato sarebbero stati forniti agli uomini del SEAL Team Six direttamente dalla Central Intelligence Agency (CIA), mentre l’indispensabile supporto operativo-logistico sarebbe stato fornito dalle unità per le operazioni speciali del Corpo dei Marines USA presenti in Africa nord-occidentale.
Per il trasferimento in Nigeria del commando SEAL, sarebbe stato utilizzato un grande velivolo cargo C-17A “Globemaster III”, mentre al raid avrebbero partecipato due convertiplano CV-22B “Osprey” e due Lockheed MC-130 del Comando per le Operazioni Speciali dell’Aeronautica militare degli Stati Uniti, più una “cannoniera volante” AC-130, un pattugliatore marittimo P-8A “Poseidon” e un aereo cisterna per il rifornimento in volo. Alcuni di questi velivoli – sempre secondo le fonti fiduciarie dei network tv – sarebbero decollati dalla grande stazione aeronavale di Rota, in Spagna.
Denominato anche United States Naval Special Warfare Development Group, il SEAL Team Six è il corpo d’élite più segreto delle forze per la guerra “non convenzionale” e anti-terrorismo della Marina militare USA. I compiti del reparto d’eccellenza spaziano dal “salvataggio di ostaggi civili e militari”, all’infiltrazione in territorio ostile, navi, basi militari e impianti petroliferi, ecc., alle operazioni di spionaggio e “anti-pirateria” in Corno d’Africa e Golfo di Guinea.
Sotto le dipendenze del Joint Special Operations Command, il Comando interforze per le operazioni speciali di Fort Bragg (Carolina del Nord), il SEAL Team Six è di stanza presso il Training Support Center Hampton Roads di Virginia Beach (Virginia), ma può contare su alcune installazioni strategiche d’oltremare, come ad esempio Rota in Spagna, NAS Sigonella in Sicilia e Gibuti.
Fu l’amministrazione di Ronald Reagan a volerne la costituzione dopo il disastroso tentativo delle forze armate “regolari” di liberare 52 ostaggi nell’ambasciata statunitense a Teheran (Iran) il 24 e 25 aprile 1980, operazione ordinata dall’allora presidente Jimmy Carter. Oltre che nel continente africano e più recentemente in Siria e Yemen, il SEAL Team Six è stato chiamato a condurre a stretto contatto con la CIA diverse operazioni top secret in Afghanistan, Iraq e Pakistan, la più nota tra tutte è stata quella che ha consentito di individuare e assassinare Osama bin Laden, il 2 maggio 2011 ad Abbottabad (Pakistan).
Base aerea 201 USA Agadez, Niger
Secondo un documentato reportage del New York Times pubblicato il 7 giugno 2015, il SEAL Team Six è il reparto d’eccellenza del cosiddetto “Programma Omega”, un piano studiato dal Pentagono ed approvato dalla Casa Bianca “per portare avanti operazioni negabili dal governo, cioè che lo potrebbero imbarazzare se venisse scoperto che vi hanno preso parte unità militari americane”. Giornalisti d’inchiesta e organizzazioni non governative internazionali hanno documentato come il corpo d’élite si sia macchiato in questi anni di “omicidi ingiustificati, mutilazioni, e altre atrocità che sono state tollerate e coperte dal Comando USA”, specie nella sporca guerra contro il terrorismo in Afghanistan e Iraq.
Le “eroiche” gesta del Seal Team Six sono note anche in Italia: il 10 ottobre 1985 un suo commando fu trasferito segretamente a Sigonella con due aerei da trasporto C-141 “Starlifter” per prendere in consegna i sequestratori palestinesi della nave da crociera Achille Lauro, dopo che l’aereo di linea egiziano che li avrebbe dovuto condurre a Tunisi era stato costretto ad atterrare nella base siciliana da alcuni caccia USA. La deportazione negli Stati Uniti del gruppo palestinese fu impedita dai militari di leva dell’Aeronautica italiana e dai Carabinieri, in quella che la storia ricorda come la lunga notte di Sigonella, uno dei rarissimi atti di rivendicazione della sovranità nazionale di fronte all’arrogante e onnipotente alleato d’oltre-oceano.
L’investimento più imponente fra quelli dei ben venti gruppi cristiani che hanno investito in Africa è quello della Fellowship Foundation, un gruppo religioso americano che eufemisticamente potremmo definire “riservato”, il cui rappresentante ugandese, David Bahati, è l’autore del famigerato disegno di legge ugndese “Kill the Gays“. Tra il 2008 e il 2018, questo gruppo ha inviato più di 20 milioni di dollari solo in Uganda.
Scorrerne l’elenco è estremamente interessante. Vi si trovano sigle “scontate” come la Billy Graham Evangelistic Association, fondata dal noto telepredicatore che le fornisce il nome, o come la stessa Fellowship Foundation, ma anche organizzazioni come la Federalist Society e perfino il Cato Institute. Quest’ultimo è un celeberrimo think tank statunitense di orientamento libertario (in inglese è un termine che significa ultraconservatore, ndr), una organizzazione politica che sostiene una filosofia puramente anti-statale e a favore della piena e totale economia di mercato (pertanto, privatizzazione di ogni servizio governativo e abolizione dell’assistenza sanitaria universale, del salario minimo, ecc.).
Questa visione, nota in filosofia politica col nome di anarcocapitalismo, quando è associata al conservatorismo morale, come nel caso proprio del Cato Institute, prende il nome di paleolibertarianism. La commistione di questa concezione politica e di integralismo cristiano è curiosamente da tempo visibile all’opera in un ambito apparentemente incompatibile con tali visioni, quello della “difesa della libertà religiosa”.
Valori morali
Infatti, non privo d’interesse è la presenza nell’elenco dei contributori a questo sforzo di divulgare i valori morali del cristianesimo tradizionalista nel mondo della Family Research Foundation, un gruppo fondamentalista protestante alcuni dei cui rappresentanti apicali sono strettamente legati ad una Commissione del Governo USA che si occupa di “libertà religiosa”, la US Commission for International Religious Freedom (USCIRF).
Manifestazione in Namibia del gruppo Christian Democratic Voice contro l’educazione sessuale
Sette abusanti che negano i diritti civili
Questa commissione, di appena 9 membri,5 dei quali esponenti di spicco di organizzazioni della destra religiosa USA, ha prodotto quest’anno un report in cui individua un rischio per la libertà religiosa nelle organizzazioni di studiosi ed attivisti che contrastano le “sette” abusanti, quali Scientology o i gruppi religiosi costrittivi, in quanto tali studiosi sarebbero diffusori d’odio e negatori dei diritti civili, cosa che appare paradossale alla luce della visione che tendono a implementare negli USA ed esportare in Africa.
Se, come dice Haley McEwen, ricercatrice del Wits Centre for Diversity Studies dell’Università di Witwatersrand a Johannesburg, Sudafrica, i gruppi della destra religiosa americana sono una “rete transnazionale di organizzazioni conservatrici con buone risorse”, è bene sapere che gran parte di queste risorse sono riversate in Africa. Ciò probabilmente perché la loro battaglia culturale in patria si sta perdendo. Il matrimonio fra persone dello stesso sesso, ad esempio, è entrato in vigore in molti stati americani, ma la battaglia culturale è ancora a loro favore in Africa, dove le relazioni omosessuali sono ancora criminalizzate in molti paesi. Così, solo due associazioni, Human Life International e Heartbeat International, sono riuscite a spendere 4,3 milioni di dollari nel continente e, come openDemocracy aveva già scoperto, violare anche le leggi locali. Ad esempio, i “centri di crisi per la gravidanza” affiliati a Heartbeat violano la legge sudafricana sulla consulenza sull’aborto.
Vietare l’educazione sessuale
Un altro gruppo statunitense,
(FWI), sta conducendo una campagna per vietare l’educazione sessuale completa (CSE) in almeno 10 paesi africani, anche attraverso il sito web “Stop CSE”. La stessa Family Watch International che nel corso di questo decennio si è dedicata a formare politici africani di alto livello su come condurre campagne contro l’educazione sessuale e i diritti LGBT.
Secondo il rapporto di openDemocracy, nessuno di questi gruppi statunitensi rivela i loro finanziatori o i dettagli di come esattamente spendono il loro denaro all’estero, ma si sa che, al di fuori degli Stati Uniti, questi gruppi – molti dei quali sono legati all’amministrazione Trump – hanno speso più soldi in Africa che in qualsiasi altra parte del mondo, tranne che in Europa.
“Negli ultimi dieci anni, le lotte contro la sessualità e i diritti riproduttivi in Africa hanno rispecchiato le guerre culturali americane, proprio perché i gruppi statunitensi hanno una mano in queste guerre”, dice Lydia Namubiru, Editor di openDemocracy per l’Africa. “Con questa indagine è la prima volta che abbiamo un’indicazione di quanto denaro hanno investito”.
Campagne di astinenza e fedeltà
La storia non è nuova, già nel 2005, il Piano di emergenza per l’AIDS del Presidente George W. Bush (PEPFAR) ha riservato due terzi dei suoi fondi per la prevenzione dell’HIV alle campagne di astinenza e fedeltà che erano fortemente sostenute dai conservatori religiosi. Il PEPFAR ha speso circa 1,4 miliardi di dollari per tali programmi. Ciò che è nuovo è l’imponenza dello sforzo attualmente diretto verso l’Africa.
Dimostrazione anti gay in Uganda
Secondo Frederick Clarkson, un ricercatore del think tank Political Research Associates del Massachusetts che ha messo in evidenza i legami tra gli attivisti religiosi statunitensi e la legislazione anti-gay in Uganda nel 2004, la crescente spesa e l’aumento dell’impegno di questi gruppi in Africa sarebbe da ricercarsi nella volontà di contrastare l’ONU. Infatti, le Nazioni Unite sono andate caratterizzandosi sempre di più per una filosofia progressista e per la promozione di politiche incluive ed anti discriminatorie, di difesa dei diritti civili. L’azione, quindi, di prendere il controllo di nazioni povere e allinearle agli interessi conservatori comporta una compensazione, perché riassetta l’equilibrio in favore della conservazione.
Il cittadino americano, Philip Walton di 27 anni, sequestrato nella notte tra il 26 e il 27 ottobre nel Niger, a Massalata, nel sud della ex colonia francese, è stato liberato poche ore fa in Nigeria da SEAL Team Six, uno dei più segreti corpi d’élite statunitensi.
In base alle testimonianze riportate dai familiari di Walton, gli inquirenti hanno subito iniziato le indagini oltre frontiera, nella vicina Nigeria, zona di confine molto battuta da criminali, banditi e contrabbandieri, lontana però dal raggio d’azione dei jihadisti.
SEAL Team 6 è stato scelto per tale intervento, in quanto sono responsabili per l’Africa occidentale. Durante l’operazione sono stati uccisi alcuni degli aguzzini che tenevano in ostaggio Walton.
Così nelle prime ore di questa mattina i soldati USA hanno condotto un’operazione nel nord della Nigeria per liberare l’ostaggio. La riuscita dell’intervento militare è stata confermata dal portavoce del Pentagono, Jonathan Hoffman.
Anche il presidente Donald Trump ha annunciato la liberazione di Walton sul suo account Twitter. Mentre alcuni alti ufficiali USA hanno precisato di essere arrivati giusto in tempo, prima che l’ostaggio venisse venduto a un altro gruppo armato.
Militari USA in azione
Issoufou Katambé, ministro della Difesa di Niamey, ha confermato qualche ora più tardi la riuscita dell’operazione statunitense.
Il capo della diplomazia di Washington, Mike Pompeo, ha aggiunto: “Non abbandoneremo mai un nostro concittadino preso in ostaggio”. Peccato che non abbia rivolto nessun pensiero a Jeffery Woodke, operatore umanitario statunitense, sequestrato in Niger nel 2016 e ancora in mano ai jihadisti. Ma è risaputo che gli americani dicono di non pagare riscatti.
Gli americani dispongono di due basi nel Niger, Air bas 201 a Agadez, mentre la seconda è a Dirkou, nel nord e la presenza di personale militare USA in Niger è stimata in 800 unità.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
30 ottobre 2020
Agadez, Niger, 500 miglia a nord ovest della capitale Niamey, da secoli città chiave delle rotte trans-sahariane verso l’Algeria, la Libia e il Mediterraneo. E’ qui, nel cuore del deserto, che sorge il più moderno avamposto strategico-militare delle forze armate degli Stati Uniti d’America nel continente africano, nome in codice Air Base 201.
Il Dipartimento della Difesa la definisce il “più grande progetto di costruzione della storia dell’Aeronautica militare USA”: l’infrastruttura si estende in un’area di 9 chilometri quadrati e ospita un aeroporto con una pista della lunghezza di 1.900 metri e larga 50, da cui possono atterrare e decollare i giganteschi aerei da trasporto C-17 “Globemaster III”, più innumerevoli hangar, depositi di armi e carburante, centri di comando, antenne radar e telecomunicazione, gli alloggi per la task force statunitense e per le truppe nigerine.
Agadez, Niger, US Air base 201
“La località di Agadez è stata scelta assieme alle autorità del Niger per motivi geografici e per la flessibilità strategica che offre agli sforzi regionali di sicurezza”, ha dichiarato il generale Jeff Harrigian, Comandante in capo dell’U.S. Air Forces in Europa e in Africa. “Air Base 201 ci consente di rafforzare la nostra capacità di facilitare lo scambio d’intelligence e per sostenere meglio le forze armate del Niger e di altre nazioni partner, come Camerun, Ciad, Mali e Nigeria. Il trasferimento delle operazioni militari da Niamey ad Agadez allinea la persistente attività ISR (intelligence-sorveglianza-riconoscimento) alle minacce esistenti ed emergenti da parte delle organizzazioni terroristiche, a supporto delle forze francesi presenti nella regione, ed estendendo il raggio d’azione sino alla Libia”.
Air Base 201 è operativa da meno di due anni; i lavori di costruzione, avviati nel 2015, hanno comportato una spesa da parte del Pentagono di 110 milioni di dollari, 22 milioni in più di quanto previsto inizialmente. A ciò devono aggiungersi i costi di gestione di tutte le operazioni della grande base aerea, stimati in 30 milioni di dollari l’anno e questo perlomeno sino al 2024, quando dovrebbe scadere la concessione da parte del governo nigerino.
Barbara M. Barrett, Segretaria di U.S. Air Force
Per la complessità delle opere e le difficilissime condizioni ambientali sono state impegnate alcune delle unità d’élite USA, come ad esempio i Red Horses di U.S. Air Force (31st Expeditionary Rapid Engineer Deployable Heavy Operation Repair Squadron Engineer Airmen). Attualmente la presenza statunitense ad Agadez è rappresentata dal 724th Expeditionary Air Base Squadron (724th EABS), cui sono assegnati i compiti di comando, logistici-operativi e di protezione di Air Base 201 e dagli uomini del 435th Air Expeditionary Wing e del 409th Air Expeditionary Group dell’Aeronautica militare che opera con due velivoli da trasporto C-130J “Super Hercules”.
In occasione della visita ad Agadez della Segretaria di U.S. Air Force, Barbara M. Barrett, il 21 dicembre 2019, l’ufficio stampa di U.S. Africom (il Comando delle forze armate statunitensi per le operazioni in Africa) ha pubblicato una foto in cui la stessa s’intratteneva a colloquio nella base aerea con il capitano Marcus Fairchild, comandante del 4th Expeditionary Space Control, il “primo team installatosi nell’Air Base 201 nigerina, appartenente alla nuova struttura delle forze armate USA, la Space Force”. L’unità è parte integrante del 4th Space Control Squadron, lo squadrone assegnato alla conduzione delle Guerre Stellari, di stanza nella base aera di Peterson, Colorado.
Dal novembre dello scorso anno, dallo scalo di Agadez operano stabilmente i droni MQ-9 “Reaper”, sia quelli non armati per funzioni d’intelligence che quelli armati con sofisticati sistemi missilistici d’attacco, prodotti da General Atomics. Il 29 febbraio 2020 un velivolo a pilotaggio remoto, modello MQ-1C “Grey Eagle” è precipitato nel deserto del Niger subito dopo il decollo da Agadez, a causa di problemi meccanici, secondo quanto riferito dai vertici di U.S. Africom. Nella foto scattata ai resti del drone, era ben visibile un missile “Hellfire” rimasto intatto dopo l’impatto con il suolo.
Prima dell’attivazione di Air Base 201, le missioni d’intelligence e d’attacco con i droni erano svolte dall’aeroporto della capitale Niamey. Secondo quanto documentato da The New York Times, il Pentagono e la CIA utilizzerebbero per gli strike contro le organizzazioni militari islamico-radicali in Libia e nell’Africa sub-sahariana pure un’installazione top secret realizzata a Dirkou, località nel nord del Niger a 660 Km circa da Agadez, nota internazionalmente per essere un punto di snodo della rotta migratoria trans-sahariana.
La realizzazione dell’avamposto militare di Agadez è al centro di un’indagine dell’Ispettorato Generale del Dipartimento della Difesa. In un report del 31 marzo scorso, consultabile in rete ma ancora coperto da numerosi omissis, i funzionari del Pentagono ipotizzano che durante i lavori sarebbe stata violata la legge federale sul rispetto degli standard di sicurezza, “con conseguente aumento dei rischi per le truppe assegnate alla base”.
“Il completamento dell’aeroporto e delle altre infrastrutture ha accumulato un ritardo di almeno tre anni ed è stato segnato da una cattiva gestione – riporta l’Ispettorato Generale. – Lo scalo aereo non è stato progettato secondo i criteri previsti dal Dipartimento della Difesa e sono stati evidenziati problemi pure alle strutture preposte al ricovero dei velivoli e alle attività anti-incendio. Inoltre non è stata ancora completata la realizzazione delle opere necessarie a supportare la missione ISR, così come il deposito munizioni e l’area per la movimentazione dei velivoli”.
Le guerre di Washington nel continente africano si confermano davvero un pessimo affare.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
31 ottobre 2020
Il presidente della Commissione Elettorale Nazionale (NEC), Semistocles Kaijage, ha annunciato John Magufuli nuovo presidente della Tanzania. “L’incoronazione” al secondo mandato è definitiva. Non è previsto l’ appello: la Costituzione non lo prevede; non è possibile quindi rivolgerti alla Corte suprema per impugnare il risultato.
John Magufuli, presidente della Tanzania
Il “Bulldozer”, come è stato soprannominato Magufuli, ha vinto la tornata elettorale con l’84 per cento delle preferenze – contro il 58 delle elezioni nel 2015 -, ossia 12,9 milioni di cittadini hanno dato il loro voto al presidente uscente.
L’affluenza ai seggi è stata poco più del 50 per cento: sui 29 milioni di cittadini aventi diritto al voto, in 14,8 milioni di cittadini si sono recati alle urne.
Chama Cha Mapinduzi, partito al potere dall’indipendenza, si è anche aggiudicato 253 dei 261 seggi al Parlamento. CCM ha persino vinto a Dar es Salaam e Arusha, grande città nel nord del Paese, storiche roccaforti dell’opposizione. Alcuni parlamentari hanno già proposto un cambiamento alla Costituzione, affinché il nuovo presidente possa presentarsi per un terzo mandato nel 2025.
La schiacciante vittoria, ampiamente prevista dagli osservatori, è fortemente contestata dall’opposizione, in particolare dal 52enn avvocato Tundu Lissu, candidato presidente del raggruppamento politico Chadema che ha raccolto solamente 13 per cento di consensi. Il presidente del partito, Freeman Mbowe, ha chiesto che si ritorni quanto prima alle urne. I restanti voti sono andati agli altri 13 candidati in lizza per la poltrona più ambita.
Tundu Lissu, oppositore di John Magufuli, presidente della Tanzania
A Zanzibar, l’isola della Tanzania con una status di semi autonomia, gli aventi diritto al voto si sono espressi anche sul rinnovo del presidente e dei parlamentari dell’arcipelago. Zanzibar Electoral Commission ha proclamato Hussein Ali Mwinyi (ministro alla Difesa nel precedente governo di Magufuli) vincitore come presidente dell’Isola con il 76,27 per cento delle preferenze.
Una sconfitta schiacciante per Seif Sharif Hamad, leader storico dell’opposizione nell’arcipelago, il raggruppamento politico ACT-Wazalendo.
Già giovedì scorso Lissu aveva lanciato pesanti accuse sullo svolgimento della tornata elettorale: “Non sono state vere elezioni, ma l’opera di una “gang” che vuole restare al potere a ogni costo”, respingendo a priori i possibili risultati. E’ una frode elettorale di una portata senza precedenti, il cambiamento democratico in Tanzania è impossibile”.
Il portavoce del Dipartimento di Stato USA, Morgan Ortagus, ha scritto sul suo account Twitter: “Siamo molto preoccupati, fonti assolutamente credibili hanno segnalato irregolarità elettorali, nonché l’uso della forza da parte dei militari contro civili disarmati. Chiediamo alle autorità tanzaniane di prendere immediatamente le misure necessarie volta a ripristinare la fiducia nel processo democratico”.
Pochissimi media internazionali hanno ottenuto l’accredito per coprire le elezioni nel Paese; piattaforme di social network come Twitter e WhatsApp sono stati bloccati per diversi giorni.
Cornelia I. Toelgyes @corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
Abdelmadjid Tebboune, presidente algerino in carica dallo scorso dicembre, è stato trasferito in un ospedale in Germania, all’indomani dal suo ricovero a Algeri. Finora non sono trapelate indiscrezioni se il leader sia stato colpito da Covid-19.
Abdelmadjid Tebboune, presidente dell’Algeria
Il 74enne capo di Stato si trovava in una clinica militare dal 27 ottobre e il bollettino medico rilasciato dal portavoce della presidenza non destava preoccupazioni. Il giorno seguente è stato evacuato con un jet per trasporti sanitari gestito dalla società francese Airlec Air Espace, che è atterrato all’aeroporto di Colonia-Bonn alle ore 9.00 del 28 ottobre. Ora, dietro consiglio dei suoi medici, è sottoposto a un check-up e esami mirati.
Ovviamente si sospetta che sia affetto da coronavirus, visto che da sabato scorso Tebboune si trovava in isolamento volontario, dopo essere entrato in contatto con alcuni alti funzionari risultati poi positivi alla temuta patologia.
Nelle ultime due settimane anche nel Paese nordafricano c’è stata una nuova impennata di Covid-19. Su una popolazione di 44milioni di abitanti, finora sono stati registrati oltre 57.332 casi con 1.941 decessi. Solo oggi i nuovi positivi sono stati 306.
Le frontiere marittime e aeree sono chiuse da metà marzo e non si prevede la riapertura prima del 2021. Esclusi dal divieto i voli commerciali.
Migranti espulsi nel deserto dalla forze di sicurezza algerine
E in mezzo alla pandemia Algeri ha costretto migliaia di migranti e richiedenti asilo a abbandonare il Paese, alcuni tra loro già registrati dall’UNHCR.
L’Organizzazione Human Rights Watch, nel suo rapporto pubblicato il 9 ottobre 2020, ha precisato che i disgraziati sono stati espulsi verso il Niger. Le forze di sicurezza hanno effettuato arresti di massa in diverse città, durante i quali i bambini sono stati separati dai loro genitori, gli adulti sono stati perquisiti, depredati dei loro beni personali. Nessuno ha potuto fare ricorso, contestare l’espulsione e le autorità si sono rifiutate di controllare la loro posizione nel Paese.
Tra i 3.400 migranti costretti a lasciare l’Algeria, ci sono 240 donne e 340 bambini di diverse nazionalità dell’area subsahariana, la metà di queste persone sono nigerini. Tutti sono stati caricati su camion e autobus. I nigerini sono stati consegnati alla frontiera ai militari del loro Paese. Gli altri, invece, abbandonati in pieno deserto, in prossimità del confine del Niger.
Il rimpatrio di massa di cittadini nigerini fa capo a un accordo non scritto tra i due Paesi che risale al 2014. L’intesa bilaterale è stata contestata dalle autorità di Niamey nel 2018. Allora il ministro degli interni nigerino aveva chiesto al suo omonimo algerino di non inviare più al confine gruppi di migranti di altre nazionalità.
Poche ore fa il Comitato elettorale di Zanzibar (Zanzibar Electoral Commission), (ZEC), ha annunciato il nome del nuovo presidente della l’isola della Tanzania con una status di semi autonomia:
è Hussein Ali Mwinyi, che si è aggiudicato il 76,27 per cento di preferenze. Mwinyi, fino a prima delle elezioni è stato il ministro della Difesa del governo tanzaniano uscente
e ha raccolto 380 mila voti, una sconfitta schiacciante per Seif Sharif Hamad,
leader storico dell’opposizione nell’arcipelago, il raggruppamento politico ACT-Wazalendo.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
29 ottobre 2020
Mentre è ancora in svolgimento lo spoglio dei risultati elettorali in Tanzania, dove ieri quasi 29 milioni di cittadini sono stati chiamati alle urne per le presidenziali e legislative, Tundu Lissu, leader di Chadema, il maggior partito all’opposizione, ha annunciato stamattina che non accetterà il risultato di queste elezioni.
Tornata elettorale 2020 in Tanzania
Semistocles Kaijage, capo della Commissione elettorale del Paese, ha ovviamente negato tutte le accuse, ma Lissu non usa mezzi termini per denunciare brogli elettorali e afferma inoltre che sarebbe stato vietato l’accesso ai seggi ai propri delegati.
I raggruppamenti politici Chadema e ACT-Wazalendo (entrambi all’opposizione) hanno detto di essere in possesso di schede elettorali pre-compilate in favore del partito del presidente uscente, John Magafuli, che corre per il secondo mandato.
A Zanzibar, l’isola della Tanzania con una status di semi autonomia, i 556mila aventi diritto al voto, si sono espressi anche sul rinnovo del presidente e dei parlamentari dell’arcipelago.
Il clima è diventato incandescente martedì con l’arresto di Seif Sharif Hamad, candidato alla presidenza di Zanzibar di ACT-Wazalendo; il leader locale è stato liberato nel frattempo.
Tanzania, Zanzibar: interventi delle forze di sicurezza
Lo stringer di Africa ExPress a Zanzibar ha informato la redazione che già da domenica sera era in atto un pugno di ferro da parte delle forze di sicurezza. I militari sarebbero persino entrati nelle case di alcuni oppositori del regime, picchiando chiunque si trovasse all’interno, anche donne, vecchi, bambini.
Ieri mattina a Garagara, quartiere periferico del capoluogo Zanzibar, a qualche chilometro da Stone Town, la polizia ha disperso una manifestazione con gas lacrimogeni e armi da fuoco. Durante la tornata elettorale nell’arcipelago è rimasta uccisa una decina di persone e altre sono state ferite.
In tutte il Paese le elezioni si sono svolte senza distanziamento sociale, figuriamoci con l’obbligo di mascherine. Da tempo le autorità non diffondono più notizie sui casi Covid-19. Magufuli, un cristiano convinto, già mesi fa aveva detto che il virus si vince con le preghiere.
Il presidente uscente della Tanzania John Magufuli
Sono 15 i candidati per la poltrona più ambita del Paese. Tra questi, ovviamente Magufuli, che corre per il secondo mandato. Molto criticato e soprannominato “bulldozer”, durante la sua campagna elettorale ha promesso un maggiore impegno nella lotta contro la corruzione e la realizzazione di nuove infrastrutture e una crescita dell’8 percento, non curante delle previsioni della Banca mondiale, che pronostica solo il 2,5 percento per l’anno in corso.
Il principale antagonista del leader uscente nella corsa alla presidenza è Tundu Lissu, avvocato di 52 anni, rientrato nel Paese a luglio dopo tre anni di esilio. Nel 2017 era fuggito dopo un tentato assassinio che l’aveva ridotto in fin di vita con una decina di pallottole nel corpo. I diritti umani e lo sviluppo della popolazione sono stati alla base della sua campagna elettorale.
Nei giorni scorsi le autorità al potere avevano bloccato i maggiori social network. Pochi osservatori sono stati accreditati per queste elezioni; assenti, perchè non invitati come nelle tornate elettorali precedenti, anche quelli indipendenti, come i rappresentanti dell’Unione Europea.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
28 ottobre 2020
Il Dipartimento di Stato e il Pentagono seguono con particolare attenzione le indagini della autorità del Niger sul sequestro del cittadino statunitense Philip Walton, avvenuto la notte del 26 ottobre a Massalata, nel Niger meridionale. Ad oggi non sono emersi elementi utili sull’identità dei sequestratori anche se gli inquirenti ritengono più probabile che si tratti di criminali comuni e non appartenenti a organizzazioni jihadiste.
Base aerea 201 USA Agadez, Niger
Negli ultimi mesi Washington ha ulteriormente rafforzato le proprie relazioni politico-militari con il governo di Niamey, concentrandosi in particolare sull’addestramento e la formazione delle forze armate nigerine e sull’invio di sempre più sofisticati sistemi di guerra. L’ultima consegna di equipaggiamento risale al 5 agosto scorso, quando i responsabili della Direzione alla cooperazione di US Africom (il Comando che sovrintende alle operazione delle forze armate degli Stati Uniti d’America nel continente africano) hanno donato all’esercito nigerino 22 veicoli blindati Osprea MK7 “Mamba” di produzione statunitense-sudafricana, 15 in versione da combattimento e il resto in versione comando e ambulanza. US Africom ha pure messo a disposizione due ambulanze “Toyota Land Cruiser” e quattro set di attrezzi e ricambi meccanici per veicoli blindati. Il valore dei mezzi è stato stimato in 8 milioni di dollari; i militari USA si incaricheranno inoltre della loro manutenzione e del supporto tecnico-logistico.
Consegne a go-go
“Come abbiamo avuto modo di vedere con i recenti attacchi mortali a danno della popolazione civile in Niger, lo stato della sicurezza continua ad essere preoccupante nel Sahel”, ha dichiarato il vicedirettore dell’Ufficio cooperazione di US Africom, Jer Donald Get. “La donazione di oggi è solo uno dei modi con cui il nostro Comando supporta il Niger e gli altri partner della G5 Sahel Joint Force (Burkina Faso, Ciad, Mali e Mauritania) nella lotta contro il terrorismo, il crimine organizzato transnazionale e il traffico di persone nella regione del Sahel”.
Il 27 maggio 2020 il Comando di US Africom aveva consegnato alle forze armate del Niger 10 camion Mercedes “Atego” per il trasporto delle unità da combattimento su ogni tipo di terreno, più un sistema per l’immagazzinamento e la logistica di automezzi e materiali, per il valore complessivo di un milione e mezzo di dollari. Ancora più rilevante la tranche di “aiuti militari”statunitensi al Niger di fine 2019. Nel corso di una cerimonia ufficiale, il 5 dicembre, presenti l’ambasciatore USA a Niamey Eric Whitaker e il ministro della Difesa Issoufou Katambe, in mano dei nigerini sono finiti veicoli e sistemi d’arma per un valore di 21 milioni di dollari (ancora blindati Osprea “Mamba”, camion da trasporto, autocisterne per il trasporto di acqua e gasolio, 86 sistemi radio e di navigazione GPS, tende, container ed equipaggiamenti vari, ecc.).
Africom – Niger donazioni militari USA alle forze armate del Niger
“Gli Stati Uniti d’America considerano il Niger un partner strategico estremamente importante nello sforzo multi-nazionale per sconfiggere alcuni dei gruppi terroristici più spietati al mondo”, dichiarava l’ambasciatore Whitaker. “Le forze armate nigerine utilizzeranno queste attrezzature per le operazioni anti-terrorismo della G5 Sahel Joint Force e per garantire la sicurezza dei confini nazionali e dei propri cittadini”.
Centri sofisticati
Sempre nel corso del 2019, Washington ha fornito alle forze armate nigerine le risorse finanziarie (16,5 milioni di dollari) per realizzare un sofisticato centro per la gestione delle attività di comando, controllo e radio-telecomunicazione. A ciò si aggiunge il programma di assistenza, formazione e addestramento delle forze aeree avviato dagli USA a partire del 2013 e grazie al quale Niamey è entrata in possesso di quattro velivoli Cessna 208 “Caravan”, due configurati per le attività di intelligence, sorveglianza e riconoscimento e due per l’evacuazione medica (costo 45 milioni di dollari) e di due velivoli da trasporto C-130 “Hercules” con relative parti di ricambio (50 milioni di dollari). US Africom ha pure contribuito alla realizzazione e all’equipaggiamento di un hangar destinato ad ospitare i C-130, inaugurato il 22 gennaio 2020 nella grande base aerea 201 di Agadez.
“Noi abbiamo condiviso gli obiettivi della sicurezza nella regione del Sahel e questa cerimonia costituisce un ulteriore progresso della nostra collaborazione nel settore aereo con la fornitura delle infrastrutture di base per ospitare quei velivoli che vi consentiranno di accrescere la mobilità aerea e di supportare meglio le operazioni in quest’area geografica”, dichiarava al taglio del nastro dell’hangar il generale Steven de Milliano del Comando di US Africom.
La costruzione della grande infrastruttura militare di Agadez, nel cuore del Sahara, aveva preso inizio nel 2015 sempre grazie al supporto finanziario e tecnico-logistico degli Stati Uniti d’America. Dal novembre 2019 la Air Base 201 è utilizzata per i voli d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento dei velivoli con e senza pilota USA e per le operazioni d’attacco in Libia e nell’Africa sub-sahariana dei droni MQ-9 “Reaper”.
La presenza di personale militare USA in Niger è stimata in 800 unità.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
27 ottobre 2020
Una nuova raccolta di fondi in Olanda mette nei guai il regime di Asmara. Da mesi l’ambasciata della ex colonia italiana accreditata all’Aja, bussa alle porte dei residenti eritrei nei Paesi Bassi, costringendoli a donazioni “volontarie” di almeno cento euro per la lotta contro il coronavirus.
Ora Stef Blok, ministro degli esteri olandese, ha chiesto spiegazioni alla dittatura. Il ministro ha sottolineato che è davvero preoccupante che i diplomatici eritrei chiedano nuovamente denaro ai loro concittadini residenti in Olanda. E infine ha aggiunto: “Non escludo eventuali provvedimenti contro queste azioni.
Stef Blok. ministro degli Esteri olandese
Già nel 2018, Halbe Zijlstra, l’allora ministro degli Esteri, aveva dichiarato il rappresentante diplomatico all’Aja, il chargé d’affaire di Asmara, Tekeste Ghebremedhin Zemuy, come persona non grata, in quanto il regime insisteva a pretendere denaro dai membri della diaspora eritrea nei Paesi Bassi. Blok ha invitato i destinatari delle incresciose richieste di inviare una segnalazione al Pubblico ministero, affinchè questi possa aprire un fascicolo.
Secondo una lista che è stata inviata a ARGOS, emittente radio olandese, il regime avrebbe già raccolto più o meno 155mila euro, provenienti in parte da supporter e organizzazioni simpatizzanti della dittatura eritrea, ma ci sono anche i nomi di persone fuggite dall’oppressione del governo di Isaias Afeworki. Infatti tra i destinatari ci sono molti profughi già in possesso di regolari documenti e altri ancora in attesa nei centri per rifugiati. Alcuni hanno confermato di aver ricevuto addirittura minacce: nel caso non avessero pagato, le famiglie rimaste in Eritrea non avrebbero più potuto godere dei buoni alimentari.
Isaias Afeworki, presidente dell’Eritrea
I guai di Isaias non finiscono in Olanda. L’Organizzazione Reporter sans Frontières (RSF) ha depositato una denuncia per crimini contro l’umanità presso la Procura svedese per crimini internazionali contro il presidente dell’Eritrea e altre 7 persone, per l’arresto extra-giudiziale del giornalista svedese-eritreo Dawit Isaak.
Dawit, imprigionato e in isolamento totale dal 2001 in una delle centinaia di galere sparse in tutto il Paese, è il giornalista detenuto più a lungo in tutto il mondo.
Dawit Isaak, giornalista eritreo-svedese in galera dal 2001
RSF ha denunciato non solo Isaias, presidente dell’Eritrea dal 1993, ma anche tre ministri – il capo del dicastero della Giustizia, dell’Informazione e degli Esteri, nonché altre quattro persone (funzionari amministrativi e ufficiali della Sicurezza).
Giornalista e poeta di origini eritree, con passaporto svedese in tasca, Dawitt era tornato in Asmara per fondare un giornale volto a lanciare nuove riforme, fortemente appoggiato dall’allora ministro della Pesca, Petros Solomon (già ministro dell’Interno, poi degli Esteri) e dagli altri 14 “dissidenti” sprofondati anche loro nelle carceri del regime nel settembre 2001. L’arresto del giornalista coincide infatti con la richiesta dei “quindici” di pubblicare sui media locali l’applicazione della Costituzione, già pronta, ma chiusa in un cassetto dal 1996.
In questi 19 anni Dawit non ha mai avuto il permesso di incontrare i suoi avvocati, tanto meno i suoi familiari, rappresentanti dell’ONU o del governo svedese. Le ultime prove di esistenza in vita risalgono al 2005. Probabilmente è tenuto prigioniero nel centro di detenzione Eiraeiro, in mezzo al deserto della regione del Mar Rosso settentrionale, dove container surriscaldati dal sole vengono utilizzati come celle.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
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