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Mali sempre più isolato: Svezia, Germania, GB e Costa d’Avorio annunciano il ritiro dal contingente ONU nel Paese

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
17 novembre 2022

Dopo aver posto fine alla sua decennale presenza militare in Mali, ad agosto, con la partenza dell’ultimo soldato dell’operazione antiterrorismo Barkhane, la Francia ha ora deciso di sospendere anche il suo Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) al Paese.

Il comandante della base francese di Timbuctù consegna una chiave simbolica al suo omologo maliano

Parigi ha preso questa decisione già qualche settimana fa, come riporta il quotidiano francese Le Monde; ma non c’è stato nessun comunicato ufficiale in proposito. La notizia è trapelata grazie a una lettera, firmata da 35 organizzazioni francesi attive in Mali (Collectif Sud), indirizzata al presidente francese. Nella missiva le ONG chiedono a Macron di rivedere la posizione della Francia, in quanto, precisa Collectif Sud : “La sospensione degli aiuti comporterà la cessazione di attività essenziali e persino vitali, svolte a beneficio di popolazioni in situazioni di grande povertà”. Attualmente il 35 per cento dei maliani, ossia 7,5 milioni di persone, necessitano di aiuti umanitari.

La posizione della Francia non è nuova. Con l’arrivo dei mercenari russi nella Repubblica Centrafricana, sono cresciute le tensioni tra Bangui e Parigi. Nel giugno dello scorso anno Macron ha sospeso qualsiasi aiuto finanziario alla ex colonia francese.

Anche se il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha rinnovato la missione di pace in Mali, MINUSMA, lo scorso giugno per un altro anno, ora parecchi contingenti sono pronti a ritirarsi. Dunque il futuro dei caschi blu nel Paese appare assai incerto.

La Svezia aveva già annunciato a marzo di quest’anno che avrebbe ritirato i suoi 220 caschi blu nel giugno 2023, ben un anno prima del previsto. Stoccolma non ha dato spiegazioni in merito, ma precedentemente aveva dichiarato che l’arrivo dei contractor russi in Mali, operazione non apprezzata dai Paesi europei, rende insostenibile la presenza delle forze svedesi.

Missione di Pace dell’ONU in Mali, MINUSMA

Una fonte governativa di Berlino ha annunciato ieri che i propri soldati lasceranno il Mali al più tardi a fine 2023. Un annuncio ufficiale in tal senso è atteso per martedì prossimo. Attualmente partecipano oltre 1.100 soldati della Bundeswehr alla Missione MINUSMA, lanciata nel 2013 per rafforzare la sicurezza nel Paese, afflitto da attacchi jihadisti.

La città di Gao, nel Mali orientale, ospita il campo principale dell’esercito tedesco, le cui truppe sono impegnate nella protezione dell’aeroporto. I voli di ricognizione della Bundeswehr sono stati interrotti più volte negli ultimi mesi a causa di tensioni tra Bamako e Berlino.

E, a metà agosto, il governo tedesco aveva chiesto chiarimenti sulla presenza di 20-30 persone all’aeroporto di Gao che non potevano assolutamente far parte delle forze armate maliane (FAMa). Sono stati visti mentre stavano caricando e scaricando un aereo che potrebbe essere stato consegnato al Mali dalla Russia.

Anche la Gran Bretagna e la Costa d’Avorio hanno annunciato il ritiro delle loro truppe in Mali. Londra ha detto che riporterà a casa i suoi uomini, ma finora non è stata comunicata una data precisa. Le forze britanniche in seno di MINUSMA sono note per le loro attrezzature ad alta tecnologia, grazie alle quali hanno potuto affrontare al meglio gli attacchi dei terroristi.

James Heappey, ministro di Stato con delega per il dicastero delle Forze Armate e i Veterani, durante un suo intervento al parlamento britannico ha argomentato: “Due colpi di Stato in tre anni a Bamako hanno messo a dura prova gli sforzi internazionali per raggiungere la pace”. Heappey ha inoltre sottolineato il suo disappunto per la presenza dei mercenari del gruppo Wagner in Mali.

Infine ha dato forfait anche la Costa d’Avorio. I 900 soldati ivoriani lasceranno progressivamente il Mali entro agosto 2023. Nel comunicato, rilasciato da Abidjan e subito ripreso sull’account Twitter di Serge Daniel, giornalista sempre ben informato sulla situazione in tutto il Sahel, viene precisato che “la rotazione della compagnia di protezione con sede a Mopti e il dispiegamento di agenti e ufficiali di polizia, previsti rispettivamente per ottobre e novembre 2022 non possono più essere effettuati”.

La Costa d’Avorio ha motivazioni precise per abbandonare qualsiasi collaborazione con Bamako, in quanto da luglio dello scorso anno il governo di transizione del Mali detiene ancora in carcere 46 “mercenari” ivoriani. I soldati dovevano essere impegnati nell’ambito delle operazioni di supporto logistico di MINUSMA, ma il governo di transizione ritiene che siano mercenari.

Intanto l’esercito maliano è accusato di nuovi abusi nei confronti della popolazione civile. Da alcuni mesi l’esercito maliano sta conducendo numerose operazioni antiterrorismo nel Mali centrale, dove il Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani (JNIM) ha preso il controllo di diverse aree. Un’operazione di questo fine settimana nel villaggio di Birga, nella regione di Mopti, avrebbe portato all’esecuzione di diversi abitanti, altri sono stati arrestati.

Molti abitanti di Birga sono fuggiti nella boscaglia. Altri interventi militari sono stati segnalati domenica 13 e lunedì 14 novembre nella stessa area. Finora non è stato possibile verificare cosa sia successo.

E intanto non si hanno più notizie dei tre italiani, Rocco Antonio Langone, la moglie Maria Donata Caivano, Giovanni il figlio 43enne della coppia e un cittadino togolose, loro amico, rapiti lo scorso 20 maggio Sizina, a 11 chilometri dalla cittadina di Koutiala (regione di Sikasso) nel sud del Mali. Sul loro sequestro è calato il silenzio totale.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Destinazione Europa: dal Mozambico partito il primo supercarico ENI di gas naturale

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
17 novembre 2022

“È con grande onore che annuncio l’avvio della prima esportazione di GNL (gas naturale liquefatto, ndr)” – ha dichiarato il presidente mozambicano, Filipe Nyusi -. L’annuncio presidenziale, dato il 13 ottobre, segna un importante traguardo per il Mozambico ed ENI che opera all’estrazione nel giacimento Coral Sul dell’Area 4. Un traguardo considerevole vista la situazione di guerra a Cabo Delgado contro i jihadisti di Al Sunnah wa-Jammà che dall’ottobre 2017 attaccano l’area dei giacimenti.

Coral Sul FLNG primo carico di gas naturale
La piattaforma fluttuante Coral Sul FLNG, primo carico di gas naturale (Courtesy ENI)

“Questo primo carico rappresenta un nuovo e importante passo nella strategia di ENI – ha affermato l’amministratore delegato Claudio Descalzi – ENI fa leva sul gas come fonte in grado di contribuire significativamente alla sicurezza energetica europea, anche attraverso la crescente diversificazione delle forniture”. Un riferimento chiaro al blocco dell’importazione del gas russo per la guerra in Ucraina. “Nel contempo supportiamo una transizione energetica equa e sostenibile. Continueremo a lavorare con i nostri partner per assicurare una tempestiva valorizzazione delle vaste risorse di gas del Mozambico”. Il primo carico, estratto dalla nave Coral Sud FLNG, è partito con destinazione Regno Unito, Europa.

I numeri del gigante

La Coral Sul FLNG è il primo liquidificatore galleggiante di gas naturale in acque profonde africane. È una piattaforma fluttuante fatta costruire da ENI in Korea del sud nei cantieri Samsung Heavy Industries. Dopo 45 giorni di navigazione, il 5 gennaio scorso è arrivata in Mozambico, nel Bacino del Rovuma. La piattaforma è ancorata a 2.000 metri e comprende un pozzo e un impianto di liquefazione del gas naturale. ENI, per la speciale imbarcazione parla di misure extralarge: 432 metri di lunghezza, 66 di larghezza e un peso totale di circa 220mila tonnellate. Gli alloggi, disposti in otto piani, possono ospitare 350 persone. Questo gigante ha una capacità di produzione equivalente a 3,4 milioni di tonnellate di GNL all’anno delle 450 miliardi di metri cubi del giacimento Coral. Le navi, per caricare il gas, attraccano direttamente sulla piattaforma, senza bisogno di arrivare a un porto.

Gas naturale Area 4
Giacimenti di gas naturale nel Bacino del Rovuma, Mozambico

Solo ENI ha potuto rispettare i tempi

La multinazionale italiana, operando off-shore, è l’unica azienda petrolifera che ha potuto rispettare i tempi previsti nei giacimenti di gas assegnati. A causa dell’insurrezione armata a Cabo Delgado le attività a terra per l’estrazione del gas di Palma, nel Bacino del Rovuma sono ferme. L’attacco jihadista a Palma, nel marzo 2021, ha costretto la multinazionale francese TotalEnergies a congelare il progetto da 20 miliardi di dollari. ExxonMobil, invece, ha tagliato gli investimenti del 30 per cento. Le due multinazionali petrolifere riprenderanno l’attività quando sarà garantita la sicurezza dell’area.

Gli stakeholder dell’Area 4

Il gigante energetico italiano è l’operatore delegato del progetto Coral. Nell’area 4 opera la Mozambique Rovuma Venture S.p.a. È una una joint venture costituita da ENI, ExxonMobil e CNPC, che detiene una quota del 70% nel contratto di concessione, esplorazione e produzione. Gli altri partecipanti dello sfruttamento del giacimento, con il 10 per cento ciascuno, sono Galp, KOGAS e Empresa Nacional de Hidrocarbonetos E.P.

Sandro Pintus
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Giacimenti di gas nel nord del Mozambico sono una bomba ecologica a tempo

Mozambico, Total annuncia ripresa lavori e jihadisti attaccano Palma

Il mercenario Dyck: “Fermiamo jihadismo in Mozambico o colpirà l’intera regione”

ENI si rafforza in Mozambico con nuove acquisizioni nel settore del gas naturale

 

Studente zambiano, in carcere a Mosca, ucciso in Ucraina mentre combatteva con i russi: Lusaka chiede chiarimenti

Africa ExPress
15 novembre 2022

In un breve comunicato il ministro degli affari Esteri dello Zambia, Stanley Kakubo, ha fatto sapere ieri che un giovane concittadino è stato ucciso in Ucraina, dove combatteva a fianco delle truppe russe.

Lemekhani Nathan Nyirenda, 23enne studente dello Zambia ucciso i Ucraina mentre combatteva a fianco le truppe russe

Lemekhani Nathan Nyirenda, uno  studente 23enne zambiano, era iscritto all’Istituto di Ingegneria Fisica (MEPhI) di Mosca. Nel 2020 è stato arrestato e condannato a nove anni di prigione, che stava scontando a Tyer, una galera di media sicurezza, nella periferia della capitale russa.

Il padre del giovane, Edmund Nyirenda, ha detto che il figlio è stato messo in cella, perché accusato di traffico di droga. Svolgeva un lavoro part-time in una società come corriere.

Kakubo ha riferito di aver ricevuto la notizia della morte di Nyirenda il 9 novembre e, dopo aver comunicato con l’ambasciata zambiana a Mosca, è sto confermato che lo studente è stato ucciso il 22 settembre sul fronte del conflitto tra Russia e Ucraina.

La salma del ragazzo è già stata trasferita nella città russa Rostov-on-Don al confine meridionale, in attesa del rimpatrio in Zambia.

Carro armato russo distrutto in Ucraina

Le autorità di Lusaka hanno ora chiesto spiegazioni al ministero della Difesa russo sulle circostanze della morte del giovane zambiano, reclutato per combattere in Ucraina, mentre stava scontando una pena detentiva a Mosca.

C’è chi mormora che dietro il reclutamento dello studente zambiano ci sia lo zampino dell’oligarca russo, Evguéni Prigojine, patron di Wagner e molto vicino a Vladimir Putin, presidente della Federazione russa.

Anche l’Ucraina ha accusato Wagner di aver reclutato migliaia di combattenti nelle putride galere, con la promessa di amnistia e del soldo militare.

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L’invasione russa getta nel panico migliaia di studenti africani intrappolati in Ucraina

La guerra di propaganda fa un’altra vittima eccellente: il giornalismo

 

 

Il dittatore del Camerun Paul Biya, festeggia nel sangue i suoi “primi” 40 anni al potere

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 novembre 2022

Diverse migliaia di sostenitori del presidente camerunese Paul Biya hanno festeggiato domenica 6 novembre a Yaounde, la capitale del Camerun, i suoi quarant’anni alla guida del Paese.

Sulla facciata del municipio della capitale è stato appeso un enorme fotografia di Biya con lo slogan “Un presidente eccezionale”, in francese e in inglese, le due lingue ufficiali del Paese.

Il presidente del Camerun, Paul Biya, al potere da 40 anni

Con i suoi quasi 90 anni, Biya è il secondo capo di Stato più longevo al potere, dopo il suo vicino Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, presidente della Guinea Equatoriale da oltre 43 anni.

Alle celebrazioni in onore del capo di Stato a Yaoundé hanno partecipato diversi politici di primo piano, come il primo ministro Joseph Dion Ngute e il presidente del Senato, Marcel Niat Njifenji e altri ancora. Ma nemmeno ora, dopo 40 anni al potere, nessuno osa parlare di un possibile successore. E’ un tabù nel Paese, anche per le persone più vicine a Biya.

Vista l’età, il presidente è fisicamente indebolito, negli ultimi anni Biya si fa vedere raramente in pubblico, non ha nemmeno presenziato ai festeggiamenti in suo onore.

Malgrado i suoi acciacchi, governa il Paese ancora con pugno di ferro. E, dopo le contestatissime elezioni per il settimo mandato del 2018, il regime di Biya ha messo a tacere l’opposizione.

Ha fatto arrestare e condannare pesantemente centinaia di manifestanti pacifici, tra loro anche Maurice Kamto, leader del Movimento per la rinascita del Camerun (MRC). Kamto è stato liberato dopo 9 mesi di galera, senza processo, liberato solo grazie alle pressioni internazionali, in particolare della Francia.

I sostenitori festeggiano i 40 anni al potere di Paul Biya, presidente del Camerun

E Kamto, durante i giorni dei festeggiamenti in onore del presidente si è espresso su Facebook in questi termini: “Sono stati calpestati i diritti fondamentali dei cittadini e i diritti civili. E’ un Paese dove prevale una corruzione sistematica e diffusa”.

Anche la diaspora all’estero ha manifestato contro il regime di Biya. Forse la reazione più violenta nei confronti dei sostenitori del presidente è avvenuta in Francia, ad Athis-Mons, città nel dipartimento dell’Essonne nella regione dell’Île-de-France.

Come siede nel video, gli attivisti hanno fatto irruzione nella sala di Espace Michelet, noleggiata per l’occasione da militanti del Raggruppamento Democratico del Popolo Camerunese (RDPC), il partito al potere in Camerun, per celebrare i 40 anni al potere del capo di Stato.

E mentre erano in corso celebrazioni e festeggiamenti in onore  di Biya, sono stati rapiti 9 operatori sanitari nell’ospedale di Batibo, che dista a poco più di 40 chilometri da Bamenda, capoluogo delle provincia anglofona del Nord-Ovest.

Un portavoce del Consiglio di Governo dell’Ambazonia, il principale gruppo separatista armato che opera nella zona, ha respinto qualsiasi responsabilità.

Il conflitto nelle due zone anglofone del Camerun è iniziato alla fine del 2016, dopo la decisione del presidente-dittatore Paul Biya di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone.

Da allora gli sconti sono stati continui: da un lato i ribelli indipendentisti, dall’altra l’esercito regolare. I separatisti, che vorrebbero trasformare le due regioni in uno Stato autonomo chiamato “Ambazonia”, denunciano da anni la loro marginalizzazione da parte del governo centrale e della maggioranza francofona.

Dal 2016 ad oggi, secondo International Crisi Group (ICG) sono morte oltre 6.000 persone, e un milione e più hanno dovuto lasciare le proprie case.

L’esercito e la polizia sono accusati gravi di crimini nelle due province anglofone, ma anche i ribelli sono parte in causa delle atrocità commesse nelle stesse zone.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Camerun: HRW denuncia nuove atrocità e violenze dell’esercito nelle zone anglofone

Nuovo accordo tra Etiopia e Tigray per garantire l’accesso degli aiuti umanitari nelle aree martoriate dalla guerra

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
13 novembre 2022

Ieri sera, Berhanu Jula, capo di Stato maggiore delle forze armate etiopiche (ENDF), e il Generale Tadesse Worede, comandante in capo delle forze “ribelli” in Tigray, hanno firmato un nuovo trattato, sotto l’egidia dell’Unione Africana. In poche parole si tratta di una tabella di marcia per l’attuazione dell’accordo del cessate il fuoco che le due parti hanno raggiunto in Sudafrica.

Al via gli aiuti umanitari per il Tigray

Pochi giorni dopo l’accordo siglato a Pretoria il 2 novembre scorso dal governo etiopico, rappresentato da Redwan Hussein, e forze del Tigray, guidate dal capo delegazione, Getachew Reda, i capi militari delle due fazioni in causa si sono riuniti a Nairobi, Kenya.

La dichiarazione di sabato dovrebbe dare impulso agli sforzi dei mediatori dell’Unione Africana per porre fine all’atroce conflitto iniziato due anni fa. Una guerra che ha praticamente tagliato fuori il Tigray dal resto del mondo e dove ora la popolazione civile è in preda a una terribile crisi umanitaria.

Le parti hanno inoltre concordato di permettere l’accesso umanitario senza ostacoli a tutti coloro che necessitano di assistenza nel Tigray e nelle regioni limitrofe. Olusegun Obasanjo, ex presidente nigeriano, nonché alto rappresentante dell’Unione Africana per il Corno d’Africa, presente ai colloqui di Nairobi e supportato come a Pretoria, dal suo omologo, Uhuru Kenyatta e da Phumzile Mlambo-Ngcuka, ex vicepresidente del Sudafrica, ha precisato che il nuovo accordo avrà effetto immediato.

I mediatori hanno inoltre specificato che il trattato fornirà garanzie di sicurezza agli operatori umanitari, assicurerà la protezione dei civili e istituirà un comitato congiunto per supervisionare l’attuazione. E Kenyatta ha aggiunto: “Questo accordo e la sua immediata attuazione rappresentano l’unico modo per far tacere le armi”.

Entrambe le parti in causa hanno aggiunto di essersi impegnate a rispettare la nuova dichiarazione, sottolineando che questo è l’unico modo per ripristinare pace e stabilità.

A sinistra, Berhanu Jula, capo di Stato maggiore etiopico e Tadesse Worede, comandante in capo delle forze “ribelli” in Tigray. Sullo sfondo i mediatori dell’UA, Olusegun Obasanjo e Uhuru Kenyatta

Ufficiali dell’esercito etiopico e del TPLF (Tigray People’s Liberation Front) hanno raggiunto anche un’intesa sul disarmo dei combattenti del TPLF, che dovrebbe entrare in vigore il 15 novembre 2022, e sull’ingresso dell’esercito etiopico a Makellè.

L’accordo di Nairobi prevede che tutte le truppe non appartenenti a ENFD lascino il Tigray. Tecnicamente include anche quelle eritree, le forze dell’ Amhara e le milizie Afar.

Secondo alcuni analisti preoccupa ora la posizione dell’Eritrea, giacché le truppe del regime di Asmara hanno combattuto accanto a quelle di Addis Abeba. Va precisato che nessun rappresentante della dittatura ha partecipato ai colloqui di Pretoria e tantomeno a quelli di Nairobi.

I combattimenti in Tigray sono ripresi il 24 agosto dopo una tregua di cinque mesi. La regione è isolata dal resto del Paese, gran parte è priva di elettricità; reti di telecomunicazioni, servizi bancari sono stati interrotti, inoltre manca il carburante. Anche l’arrivo di aiuti umanitari su strada e per via aerea è stata completamente interrotto dalla ripresa delle ostilità.

La situazione attuale è tragica, la popolazione è allo stremo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), quasi il 90 per cento dei tigrini necessita di aiuti alimentari e quasi un terzo dei bambini sotto i cinque anni è affetto da malnutrizione.

Gli sfollati sono oltre 2 milioni, centinaia di migliaia sono sull’orlo della carestia. E, secondo i ricercatori dell’Università di Ghent, Belgio, durante i due anni di conflitto sarebbero morte 600.000 persone.

Crisi umanitaria in Etiopia

Durante i due anni di guerra sono state commesse gravissime violazioni dei diritti umani e del diritto bellico da tutte le parti in causa, compresa l’Eritrea.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Voci (inascoltate) dall’inferno Etiopia: bombe a tappeto per sterminare i tigrini e l’Eritrea tenta l’invasione

Congo-K, la tragedia dei rifiuti di plastica che diventano fiumi dopo le inondazioni

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
12 novembre 2022

La plastica, per l’ennesima volta, torna prepotentemente a galla – non solo in senso metaforico – dopo un’alluvione per le pesanti piogge delle ultime settimane. Succede nella Repubblica Democratica del Congo (Congo-K) dove nelle strade, diventate fiumi, milioni di bottiglie di plastica hanno invaso le periferie povere della capitale, Kinshasa.

La situazione non è nuova ma continua a peggiorare a causa dell’aumento dei rifiuti plastici che vengono gettati dappertutto. Un video, pubblicato da Greenpeace Africa su YouTube e fatto circolare dall’ong Plastic Free e altre associazioni mostra cosa è successo. Una trentina di secondi che non hanno bisogno di commenti sull’inquinamento da materie plastiche, non solo nella capitale del Congo-K.

Video postato su YouTube da Greenpeace Africa (Fonte sconosciuta)

https://www.youtube.com/watch?v=CVvr2NBgvhM

I sampietrini di plastica di Bukavu

Anche Bukavu, città sul lago Kivu a 2.300km a est di Kinshasa, al confine con il Ruanda la plastica ne fa da padrona. Migliaia di bottiglie gettate nel fiume Ruzizi intasano abitualmente le turbine della centrale idroelettrica. Per la pulizia dei propulsori la centrale rimane chiusa per mesi facendo sprofondare la città nel buio.

Ma a Bukavu hanno fatto di necessità virtù: il riciclaggio della plastica. Cosa che, se nei Paesi occidentali è normale, non lo è nei Paesi africani. Almeno per il momento. Un’azienda, la FDA Group, l’ha fatta diventare una risorsa. Ha iniziato a trasformare le bottiglie e altri rifiuti plastici urbani in lastre di pavimentazione economiche e resistenti. Ora mattonelle esagonali abbelliscono le stradine e i piazzali della città e sono più economici dei sampietrini di cemento e più facili da pulire.

sampietrini di plastica Congo-K
Sampietrini di plastica riciclata utilizzati per piastrellare i piazzali di Bukavu, Congo-K

La creatività africana in un festival anti-inquinamento

Per sensibilizzare la popolazione sui rifiuti e sul rispetto dell’ambiente, a Kinshasa, la spazzatura è la protagonista del festival “KinAct”, nel 2022, arrivato alla sesta edizione. I performer vestiti di lattine, tubi, specchi e altri materiali recuperati dai bidoni della spazzatura diventano mostri alieni. Accompagnati dalle percussioni africane danzano, spaventano e stupiscono il pubblico nelle strade della città. Arte, musica, danza e magia si mischiano creando un’atmosfera surreale il cui scopo è far meditare le persone sul danno dei rifiuti e sulla protezione dell’ambiente.

Kinact Festival by Kumakonda (Courtesy: KumaKonda)

 

Secondo i dati del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) il 70-80 per cento dei rifiuti solidi urbani generati nel continente sarebbe riciclabile. Solo il 4 per cento di questo pattume viene riciclato. Il problema è sentito da tutti i Paesi africani e alcuni hanno preso provvedimenti per arginare l’inquinamento. Sedici nazioni africane hanno bandito la plastica ma non hanno introdotto regolamenti per assicurarne il rispetto. Il bando, quindi, diventa impraticabile.

Ma qualcosa si muove

Il primo Paese che si è mosso nel divieto della plastica è stato l’Eritrea nel 2005. Ha promulgato una legge che vieta importazione, produzione, vendita o distribuzione di buste in plastica. Anche Kenya e Senegal hanno bandito le buste di plastica, ma è difficile far rispettare la legge. Gli unici Paesi dove il divieto di utilizzo delle borse di plastica sta funzionando sono Ruanda, Tanzania e Zanzibar. In Ruanda il divieto è serio e in vigore da anni. Ti aprono i bagagli per vedere se hai plastica dentro.

Sandro Pintus
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Missione in Senegal dell’”Uomo di Plastica” contro l’inquinamento: attivista ambientale lancia un messaggio ai leader dell’Africa

Quando si difende l’ambiente seriamente: in Ruanda vietati i sacchetti di plastica

 

 

In Nigeria le elezioni si avvicinano e la violenza dilaga: allarme attentati e massima allerta sicurezza

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
12 novembre 2022

In tutta la Nigeria è massima allerta sicurezza. Le elezioni presidenziali e legislative sono ormai alle porte, sono previste per il prossimo febbraio. I candidati in lizza per la poltrona più ambita del Paese sono 18.

Ieri, il presidente della Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (INEC), Mahmood Yakuba, ha lanciato un nuovo allarme e ha detto di essere seriamente preoccupato per l’intensificarsi delle violenze gli attacchi.

Insicurezza in primo piano in Nigeria

Yakuba ha aggiunto che la commissione ha già registrato 50 attacchi solo nel primo mese di campagna elettorale, iniziata a fine settembre. Nella giornata di giovedì, sono stati bruciati due uffici locali della commissione nel sud-ovest del Paese. E, ha sottolineato il leader di INEC, “gli attacchi si intensificheranno man mano che ci avvicineremo alle elezioni”.

Il primo incidente di giovedì scorso si è verificato a Abeokuta South, Ogun State, dove un ufficio è stato dato alle fiamme e distrutto completamente. Sono andati in fumo anche oltre 900 urne e più di 60.000 tessere elettorali. A Ede, nell’Osun State, è stata incendiata un’altra sede locale di INEC. Fortunatamente i danni sono stati di minore entità.

L’allerta attentati è scattata alla fine di ottobre quando  Stati Uniti, Australia, Canada, Gran Bretagna hanno lanciato un allarme di possibili attentati, in particolare nella capitale Abuja. Washington ha dato l’ordine alle famiglie dei dipendenti dell’ambasciata di lasciare il Paese.

A tutta risposta le autorità hanno chiuso il Jabi Lake Mall, un importante centro commerciale della capitale, per motivi di sicurezza non meglio precisati.

Sotto equipaggiate e con stipendi da fame, le truppe nigeriane sono schierate su più fronti in tutto il Paese. Da un lato combattono l’insurrezione jihadista e dall’altro, bande criminali armate fino ai denti.

I gruppi islamisti operano nel nord-est della Nigeria, a circa 1.000 chilometri da Abuja, ma hanno cellule in altre parti del Paese.

Negli ultimi sei mesi, ISWAP (acronimo per The Islamic State in West Africa Province, fazione dei Boko Haram che si è staccata dal gruppo originale nel 2016), ha rivendicato diversi attacchi nel territorio della capitale federale, tra questi anche a una prigione, liberando centinaia di detenuti.

E’ evidente che la sicurezza della nazione viene messa a dura prova quotidianamente. La colpa è da attribuirsi alla dilagante corruzione su tutti livelli della popolazione. Dunque non si può parlare di odio verso i cristiani. Sono ben di più i musulmani che quotidianamente vengono rapiti e ammazzati.

La Nigeria è considerata tra i Paesi più ricchi del continente, in quanto secondo produttore di petrolio in Africa. E’ stata declassata a settembre, sorpassata dall’Angola, che ora è il primo produttore del continente.  Dei proventi dell’oro nero la popolazione vede ben poco, gran parte delle royalities si perdono appunto nei meandri della corruzione, piaga che tutti i presidenti del passato, compreso l’attuale, hanno promesso di sradicare, ma sempre con scarso successo.

Mercoledì scorso, il capo di Stato, Muhammadu Buhari, ha incontrato re Carlo a Buckingham Palace. L’incontro era inizialmente previsto nella capitale ruandese, Kigali, durante la riunione dei capi di governo del Commonwealth, a giugno, ma il colloquio è stato rinviato. Buhari, che attualmente si trova a Londra per i regolari check-up medici, ha detto che il dialogo con il re è stato improntato soprattutto su temi economici.

Cornelia I. Toelgyes
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Missione in Senegal dell'”Uomo di Plastica” contro l’inquinamento: attivista ambientale lancia un messaggio ai leader dell’Africa

Africa ExPress
11 novembre 2022

L’attivista ambientale Modou Fall, che molti chiamano semplicemente Uomo di plastica, ha posato per una foto, martedì 8 novembre 2022, sulla spiaggia di Yarakh a Dakar, Senegal, disseminata di rifiuti e plastica.

L”Uomo di Plastica”

Mentre cammina, la plastica gli penzola dalle braccia e dalle gambe, frusciando nel vento e lunghi fili sottili, trasparenti, arrivano a toccare la sabbia. Sul suo petto, che sporge dalla plastica, c’è un cartello in lingua  francese : “No ai sacchetti di plastica”.

L’ambientalista è molto conosciuto nel suo Paese, i più lo chiamano semplicemente L’uomo di plastica. L’altro giorno è andato sulla spiaggia di Yarakh, disseminata di rifiuti di plastica di tutti generi: bottiglie, sacchetti, piatti, posate, involucri, contenitori e quant’altro. Uno scempio a cielo aperto.

Il 49enne Modou Fall è un ex militare, padre di tre figli, e ritiene che l’inquinamento da plastica sia un vero e proprio disastro ecologico. “È un veleno per la nostra salute, per l’oceano, per le popolazioni, eppure basterebbe poco per evitarlo. Ma la gente non ci pensa, getta questi oggetti ovunque”.

Da anni Modou Fall gira tutto il Senegal, cercando di far comprendere alla gente la pericolosità della plastica e nel 2011, in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, si è trasformato in Uomo di Plastica

Ha fondato un’associazione ambientalista, denominata Clean Senegal, volta a sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso campagne educative, incoraggiando il riutilizzo e il riciclaggio del materiale.

La spiaggia di Yarakh a Dakar, Senegal

Mentre cammina, i bambini sulla spiaggia gridano: Kankurang! Kankurang sta arrivando! Kankurang simboleggia lo spirito che assicura ordine e giustizia ed è considerato un protettore contro il male sia in Senegal che in Gambia (enclave anglofona dell’ex colonia francese). E l’Uomo di Plastica parla spesso ai piccoli come Kangurang, li esorta a rispettare l’ambiente, spiegando loro cosa è l’inquinamento e le sue conseguenze sull’uomo, sulla terra e sugli oceani.

“Il cambiamento climatico è reale, quindi dobbiamo cercare di cambiare il nostro stile di vita, modificare il nostro comportamento”, ha sottolineato l’ambientalista. “Molti mi considerano un pazzo furioso, ma in tanti cambiano idea, qualora mi viene data la possibilità di esporre dettagliatamente il problema. A quel punto comprendono che l’inquinamento da plastica è un pericolo reale”, ha poi aggiunto Modou Fall.

Nel 2020 il governo senegalese ha approvato una legge che vieta determinati tipi di plastica, eppure dopo ben due anni l’applicazione della normativa presenta ancora molte difficoltà. L’esempio è qui, sulla spiaggia di Yarakh, uno scempio, una discarica a cielo aperto.

Ma il Senegal non è solo, in ogni angolo della terra vengono prodotti annualmente tonnellate di rifiuti di plastica, che talvolta ostruiscono persino i corsi d’acqua e vengono anche ingeriti da animali terrestri e acquatici.

Questo tipo di inquinamento si aggiunge a tutti gli altri gas nell’atmosfera che incidono sul bilancio energetico della terra, gas che generano il cosiddetto effetto serra, causa principale del riscaldamento globale. Purtroppo, secondo Programma Ambientale delle Nazioni Unite e GRID-Arenda, con sede in Norvegia che collabora con l’ONU nelle questioni ambientali, la produzione globale di plastica dovrebbe più che quadruplicare entro il 2050. Un vero disastro, perché proprio a causa di ciò si prevedono oltre 50 milioni di migranti climatici, per molti però sono “solamente rifugiati economici”.

Modou Fall spera vivamente che il suo messaggio sulla plastica arrivi anche fino a Sharm el-Sheikh, Egitto, dove sono riuniti i leader mondiali per la COP27. “I capi di Stato africani devono svegliarsi e collaborare per combattere questo fenomeno”, ha precisato l’ambientalista.

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Torture e sevizie ai prigionieri del Sahara occidentale in Marocco: depositate 6 denunce all’ONU

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
9 novembre 2022

Una coalizione di avvocati e ONG hanno depositato martedì scorso presso il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura (CAT) a Ginevra sei nuove denunce contro il Marocco . Hanno anche chiesto il rilascio immediato di tutti i prigionieri saharawi condannati sulla base di confessioni estorte sotto tortura.

Comitato di avvocati e ONG depositano denuncia al CAT contro torture di detenuti saharawi in Marocco

I sei prigionieri, ora rappresentati da un pool di avvocati, sono Mohamed el Bachir Boutanguiza, Abdellahi Lkhfaouni, Sidi Ahmed Lemjiyed, Ahmed Sbai, Abdullahi Toubali e Houssein Zaoui. I legali hanno chiesto che venga aperta un’inchiesta sulle sevizie subite sia nella fase di arresto e poi durante gli anni di prigionia.

Dodici anni fa, l’accampamento di Gdeim Izik, creato un mese prima vicino a Laayoune (capitale proclamata della Repubblica dei Sahrawi) dai dimostranti indipendentisti saharawi, è stato smantellato dalle autorità marocchine. Centinaia di persone sono state arrestate. Nel 2013 sono stati condannati 25 attivisti saharawi, 19 dei quali sono ancora in carcere.

Il comitato dell’ONU ha già richiamato più volte il Marocco su questa faccenda. Infatti, a giugno di quest’anno altre 4 persone, tra queste una detenuta dal 2010, hanno sottoposto un dossier di denuncia al CAT.

I 24 saharawi accusati di aver ucciso membri delle forze di sicurezza durante lo smantellamento del campo di Gdim Izik nel novembre 2010, sono stati condannati nel febbraio 2013 all’ergastolo. “Un processo puramente politico”, hanno denunciato le organizzazioni per i diritti umani.

Il Sahara Occidentale è abitato prevalentemente dalla popolazione saharawi, già in lotta in passato per l’indipendenza, che nel 1975 ha posto fine all’occupazione spagnola del Sahara Occidentale.

Dopo la decolonizzazione di Madrid, Marocco e Mauritania avevano rivendicato diritti sui territori e li avevano occupati. Nel 1979 (dopo 4 anni di guerra) Nouakchott aveva rinunciato alle sue pretese e firmato un accordo di pace con il Fronte Polisario, ma il Marocco aveva immediatamente occupato la porzione di territorio che era stata lasciata dai mauritani.

Il Fronte da allora continua le sue battaglie contro il Marocco per l’indipendenza. Nel 1980 Rabat ha iniziato la costruzione di un muro lungo 2.700 chilometri, che divide il regno dal popolo saharawi.

Dopo quasi 30 anni dalla proclamazione del cessate il fuoco, firmato nel 1991 sotto l’egida dell’ONU, le tensioni tra Rabat e il Fronte Polisario, non sono mai terminate definitivamente, malgrado la presenza della missione dell’ONU MINURSO, che avrebbe dovuto anche organizzareunl referendum sull’autodeterminazione, che finora non si è mai svolto.

Il vasto territorio desertico, ricco di fosfati e il suo mare, tra i più pescosi del mondo, fanno gola al regno nordafricano, pertanto Rabat è disposto a concedere lo status autonomo dei territori, ma sotto la sovranità marocchina.

Il conflitto dimenticato del Sahara occidentale

Il mese scorso il Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro ha chiesto alle parti in conflitto di riprendere i negoziati per arrivare finalmente a una soluzione politica giusta, sostenibile e accettata da entrambi, con la prospettiva dell’autodeterminazione del popolo del Sahara occidentale. I dialoghi devono svolgersi sotto l’egidia del segretario generale dell’ONU, senza precondizioni e in buona fede.

Il Consiglio di Sicurezza aveva lanciato lo stesso appello un anno fa, quando si è insediato il nuovo emissario dell’ONU, Staffan de Mistura, italo-svedese, alto diplomatico e ex viceministro degli Esteri durante il governo Monti. Da allora de Mistura si è recato più volte nella regione per incontrare le parti in causa.

Il testo della risoluzione è stato redatto dagli Stati Uniti, ma non è stato approvato all’unanimità: Kenya e Russia si sono astenuti, ritenendolo un testo poco equilibrato.

Ma Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, è molto preoccupato della situazione attuale. Lo ha sottolineato nel suo rapporto annuale, pubblicato recentemente. Guterress ha sottolineato che la ripresa delle ostilità tra il Fronte Polisario e il Marocco segna un chiaro passo indietro nella ricerca di una soluzione politica.

Intanto è stato rinnovato il mandato dei caschi blu della missione MINURSO fino al 31 ottobre 2023.

Se da un lato l’ambasciatore del Marocco accreditato all’ONU, Omar Hilale, ha approvato con favore la risoluzione redatta da Washington, il rappresentante del Polisario, Sidi Omar, ha accusato il Consiglio di Sicurezza di non reagire di fronte ai tentativi del Marocco “di imporre un fatto compiuto nei territori occupati della Repubblica Saharawi”.

“E questo – ha aggiunto Omar – lascia al popolo Saharawi una sola opzione, cioè quella di continuare e intensificare la legittima lotta armata per difendere il proprio diritto non negoziabile all’autodeterminazione e all’indipendenza”. Il rappresentante del Polisario ha anche accusato  gli Stati Uniti di non aver osservato la loro posizione di neutralità.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Business delle armi: la Nigeria acquista 6 elicotteri ATAK prodotti in Turchia, su licenza di Agusta Westland

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
Novembre 2022

Triangolazioni belliche Italia-Turchia-Nigeria. Le forze armate nigeriane riceveranno a partire del prossimo anno sei elicotteri T-129 “Atak”; i velivoli saranno prodotti in Turchia da TAI (Turkish Aerospace Industries) e costeranno non meno di 61 milioni di dollari.

T-129 Atak

A dare notizia della nuova commessa militare è il sito sudafricano DefenceWeb. “Il governo nigeriano ha presentato la proposta di bilancio 2023 impegnando una voce di spesa per l’acquisto di sei elicotteri d’attacco Atak – scrive la testata -. Ciò accade dopo che il presidente del consiglio di amministrazione del gruppo TAI, Temel Kotil, aveva rivelato a luglio durante l’International Air Show di Farnborough (Inghilterra) che la Nigeria avrebbe ricevuto a breve i nuovi velivoli”.

La notizia non potrà non allietare azionisti e manager della maggiore azienda italiana produttrice di sistemi di guerra. L’elicottero d’attacco T-129 “Atak” viene costruito infatti su licenza dell’azienda italo-britannica AgustaWestland, interamente controllata da Leonardo SpA. Si tratta di un bimotore di oltre cinque tonnellate, molto simile all’A129 “Mangusta” in possesso dell’esercito italiano.

Nel 2007 AgustaWestland e Turkish Aerospace Industries hanno firmato un memorandum che prevede lo sviluppo, l’integrazione, l’assemblaggio degli elicotteri in Turchia, demandando invece la produzione dei sistemi di acquisizione obiettivi, navigazione, comunicazione, computer e guerra elettronica agli stabilimenti del gruppo italiano di Vergiate (Varese).

In Turchia è stata realizzata una versione ancora più micidiale dell’elicottero italiano “cugino”: con nuovi sistemi avanzati di individuazione e tracciamento dei bersagli e sofisticati sistemi per la guerra elettronica, il nuovo velivolo è armato con razzi non guidati da 70 mm e missili anti-carro a lungo raggio L-UMTAS.

I T-129 Atak/Mangusta sono stati acquistati dalle forze armate turche e utilizzati in più occasioni per sferrare sanguinosi attacchi contro villaggi e postazioni delle milizie kurde nel Kurdistan turco, siriano e irakeno.

Sei unità sono state vendute all’esercito delle Filippine e trenta a quello del Pakistan, ma quest’ultima consegna è stata congelata in attesa che l’amministrazione di Washington sblocchi l’autorizzazione all’impiego di un motore di produzione USA.

Nel bilancio della difesa nigeriano per il 2023 è previsto anche uno stanziamento di 4,5 milioni di dollari per l’acquisto di due elicotteri AW109 “Trekker” prodotti in Italia da Leonardo SpA.

Sempre secondo DefenceWeb, nel corso di un seminario delle forze armate nigeriane tenutosi a Ibom lo scorso 27 ottobre, il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica Oladayo Amao avrebbe confermato l’intenzione di acquisire 24 caccia bimotori M-346 “Master” realizzati negli stabilimenti di Varese-Venegono di Leonardo. “La voce di spesa per gli M-346 non compare tuttavia nel bilancio 2023”, annota il sito sudafricano.

L’interesse delle forze armate nigeriane per il caccia italiano era trapelato già nel marzo 2021. Africanintelligence.com aveva riportato che nell’ambito di un ambizioso programma di ammodernamento delle forze aeree, le autorità di Abuja avevano deciso di dotarsi dell’M-346 per sostituire i vecchi caccia di addestramento e attacco “Alpha Jet” di produzione franco-tedesca.

Il 27 agosto 2021 il ricercatore Abdullai Murtala di Human-Angle (network di giornalismo indipendente sui diritti umani e i conflitti in Africa) ha pubblicato un documentato report sulla commessa dei “Master” italiani.

“Ashibel P. Utsu – direttore del ministero della Difesa – per l’aeronautica militare, ha reso noto l’appalto dei caccia bimotori durante un documentario andato in onda il 26 agosto sull’espansione della flotta aerea militare da parte dell’odierno governo della Nigeria”, ha scritto Abdullai Murtala.

“Secondo Utsu, le autorità hanno già concluso il contratto per i primi dodici M-346. L’esatta variante del velivolo che la Nigeria sta acquisendo non è chiara, tuttavia nel documentario è stato mostrato il modello M-346FA, indicando così che l’Aeronautica militare si sta orientando per una versione capace di operare come caccia di attacco leggero e come addestratore avanzato, e per missioni di supporto aereo, air policing e interdizione aerei nel campo di battaglia”.

M-346FA prodotto da Leonardo

L’M-346 “Master” è un velivolo biposto con un’apertura alare di poco inferiore ai 10 metri; può raggiungere una velocità massima in volo di 1,093 km/h, a una quota operativa di 13.715 metri sul livello del mare.

La nuova versione M-346FA da combattimento presenta sotto le ali alcuni punti di attacco che consentono di ospitare due missili aria-aria, o nel caso di bombardamenti contro obiettivi terrestri, munizioni di caduta da 500 libbre ciascuno, guidati e non, in grado di colpire contemporaneamente più obiettivi. Il caccia multiruolo è già stato acquistato dalle aeronautiche di Italia, Israele, Singapore, Polonia e Grecia.

La Nigeria si conferma così come uno dei clienti africani più importanti per l’industria di guerra italiana. Nel 2021 sono stati consegnati alla flotta aerea della Presidenza della Repubblica due elicotteri da trasporto AgustaWestland AW189 di Leonardo.

La speciale unità sotto il controllo dell’Aeronautica militare ha sede nella base di Abuja/Nnamdi Azikiwe e conta già su altri due elicotteri AW139. Questi velivoli dal peso di 8,6 tonnellate possono trasportare fino a 15 passeggeri ed essere impiegati anche per compiti di ricerca e salvataggio (SAR).

Nel gennaio 2020 lo Stato maggiore nigeriano aveva reso noto l’acquisto di due elicotteri Leonardo A-109 LUH Light Utility, armati con mitragliatori e lanciatori di missili per “supportare la lotta in corso contro l’insorgenza e le organizzazioni criminali nel Paese”. A maggio dello stesso anno è stato consegnato invece alla marina militare un elicottero da trasporto AW139.

L’anno precedente la Nigeria aveva ordinato sei elicotteri A-109 versione “Power” per svolgere un ampio spettro di missioni militari, compreso il pattugliamento e la sorveglianza dei confini e delle acque territoriali. In dotazione delle forze armate nigeriane c’erano già altri dodici elicotteri AW109 LUH e quattro elicotteri A109E.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com 

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