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Le truppe SADC e il corpo di pace ruandese non fermano la cieca violenza jihadista in Mozambico

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
8 novembre 2022

Non si sa ancora quanto potrà durare il conflitto contro i jihadisti di Al Sunnah wa-Jammà (ASWJ) a Cabo Delgado. L’intervento dei militari del Ruanda e dei soldati della Comunità di sviluppo dell’Africa Australe (SADC) non basta per fermare il terrorismo islamista nell’ex colonia portoghese.

“L’estensione della missione SAMIM ha lo scopo di assicurare il completo sgombero delle aree occupate dai terroristi oggi liberate e di stabilire la sicurezza. Alcuni territori di Cabo Delgado erano occupati da oltre un anno. Dobbiamo consolidare la ricostruzione delle infrastrutture distrutte per un ritorno sicuro degli sfollati”. Sono le parole del presidente mozambicano, Filipe Nyusi, a inizio ottobre in occasione della decisione SADC di prorogare di tre mesi la missione anti-jihadista.

Un seminario sui problemi dell’intervento

La Missione dei Paesi dell’Africa australe in Mozambico (SAMIM) è operativa da oltre 15 mesi ma c’è chi si chiede se e quanto sia efficace. Questo nonostante i miglioramenti e la messa in sicurezza di alcune aree.

Il seminario “Esaminare l’efficacia di una nuova generazione di operazioni di pace africane”, tenuto all’Università di Stellembosch, in Sudafrica, ha trattato l’argomento. Con alcune sorprese poco gradevoli ma non tutte inaspettate.

L’incontro era ospitato dal Security Institute for Governance and Leadership in Africa (SIGLA), Effectiveness of Peace Operations Network (EPON) e Training for Peace Programme (TfP)

Militari Zambia SADC SAMIM Mozambico
Militari SADC dello Zambia della missione SAMIM in Mozambico

Incerta la durata del conflitto 

Secondo il sito Defence Web, un accademico ha detto che non ci sono sufficienti militari per coprire aree di intervento dei jihadisti. Non esiste neanche una chiara strategia di uscita per le truppe utilizzate.

Per i Paesi che inviano militari “diventa poco attraente l’invio di ulteriori soldati: non sanno per quanto tempo le loro forze dovranno essere schierate”. Ricordiamo che il maggior numero di operativi della missione SAMIM sul campo – 1.500 su 3.000 – sono sudafricani. A questi si aggiungono un migliaio di militari ruandesi presenti grazie a un accordo bilaterale Mozambico-Ruanda con la mediazione francese di Emmanuel Macron.

Violenza jihadista aumentata

Nonostante la missione SAMIM gli attacchi jihadisti si sono diffusi, la violenza è aumentata in modo esponenziale dal 2017 ad oggi. ASWJ continua a resistere in alcune aree di Cabo Delgado, ha attaccato ad ovest la provincia del Niassa e a sud quella di Nampula.

Un altro relatore ha confermato che per essere efficaci contro i terroristi è necessario migliorare la condivisione delle informazioni e la logistica. Inoltre, per combattere la recrudescenza della violenza i militari devono muoversi più velocemente.

Militari SADC del Botswana in Mozambico
Militari SADC del Botswana per la missione SAMIM in Mozambico

Problemi, questi, universalmente conosciuti ma non facili da risolvere, soprattutto nelle Forze armate mozambicane (FADM) impreparate a combattere contro il terrorismo islamista.

Dall’anno scorso i Berretti verdi USA e l’Unione Europea stanno investendo nella formazione dei militari mozambicani, ma occorre tempo. E la guerra continua e fa aumentare il numero dei morti e degli sfollati.

Dati dell’ong Cabo Ligado aggiornati al 30 ottobre confermano 4.363 decessi di cui 1,930 civili. Secondo l’Alto commissario Onu per i rifugiati (UNHCR) ci sono quasi un milione di sfollati.

Scheda

Il SIGLA è un istituto di ricerca dell’Università di Stellenbosch presso la Facoltà di Scienze militari, a Saldanha, Sudafrica. EPON e TfP sono due istituzioni norvegesi. La prima mira a migliorare l’efficacia delle operazioni di pace internazionali consentendo e sostenendo la ricerca collaborativa. La seconda è il programma di sostegno alle capacità della Commissione dell’Unione Africana (AUC) del Ministero degli Affari Esteri norvegese.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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I runner dell’Africa conquistano la Grande Mela: nulla da fare per il resto del mondo alla maratona di New York

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
7 novembre 2022

Un collaudato kenyano, con molta Italia, nella maratona maschile. Una “super sorprendente” kenyana, con un altro po’ di Italia, in quella femminile.

La sfida del resto del mondo contro l’Africa è fallita. Anche quest’anno, la maratona più celebre del mondo, quella che si corre lungo i ponti e le strade di New York, è stata conquistata dai runners del Continente Nero. Del Kenya, in particolare, che messo a segno l’ennesima doppietta. Verrebbe da ripetere che a Nairobi e dintorni sono proprio golosi della (Grande) Mela…

Maratona di New York 2022: Medaglia d’oro per due kenyoti, Evans Chebet e Sharon Lokedi

Per 35 km il brasiliano Daniel Ferreira do Nascimiento, 24 anni, domenica 6 novembre, alla 51° edizione della TCS NEW YORK CITY MARATHON, ha dato l’illusione di interrompere un dominio africano che dura ininterrottamente dal 2010 nella gara maschile. Dal 2009 anche in quella femminile, con una sola interruzione, nel 2017.

Il giovane, che è primatista sudamericano della corsa, si è lanciato in una solitaria, folle impresa, arrivando a staccare il gruppo degli inseguitori di 2 minuti. Poi a un tratto ha cominciato a barcollare, si è fermato al bagno, si è ripreso, ma poco dopo, al km 32, è letteralmente crollato, disfatto dai crampi e dalla fatica.

Mentre lo sventurato brasiliano veniva soccorso da panzuti agenti di polizia (dalla taglia molto poco atletica), gli è passato vicino il più saggio ed esperto Evans Chiplagat Chebet. Il 33 anni kenyano lo stava tenendo d’occhio, non correva lì per caso. Anche lui si è accasciato, ma al traguardo, da vincitore dopo gli ultimi 8 km e 195 metri, concludendo la maratona in 2h08’41” (e con 100 mila dollari in saccoccia).

Chebet, con le sue scarpette rosa shocking difficili da occultare, ha così portato a casa un’altra vittoria sensazionale dopo quella di Boston nell’aprile scorso. Lo attendevano, braccia aperte, due nostri connazionali: il suo manager, Gianni De Madonna e l’allenatore Claudio Berardelli. L’unico maratoneta ad aver insidiato il successo di Chebet è stato l’etiope Shura Kitata, 26 anni, (a lui 60 mila dollari) che, con il suo incedere un po’ (senza offesa) sgraziato nel 2017 si era aggiudicato le maratone di Roma e Francoforte e nel 2020 quella di Londra.

Terzo, uno che veste la maglia olandese, ma realtà africano con un passato drammatico: Abdi Nageeye, 33 anni, di origine somala, fantastico argento ai Giochi Olimpici di Tokyo.

Rifugiato all’età di 6 anni nei Paesi Bassi con un fratello, dopo 3 anni, sempre col fratello, Abdi finì in Siria, poi di nuovo in Somalia dai genitori, ma alla fine decise di rientrare in Olanda, dove venne adottato. E lì si fermò. Lo scorso anno a New York giunse quinto, quest’anno ci ha riprovato ed è arrivato terzo (per lui 40 mila dollari di premio). Abdi è uno tosto e intelligente: parla il somalo, l’olandese, l’arabo, l’inglese l’amarico!

La super sorpresa è venuta dall’esordiente sulla distanza Sharon Lokedi, 28 anni, in 2h23’23”, davanti all’israeliana Lonah Chemtai Salpeter, superata negli ultimi chilometri e seconda a 7″ dalla vincitrice.

Sharon, prima di 4 sorelle, dalla terra natia nel 2007 è stata ingaggiata dall’università del Kansas, dove ha studiato infermieristica ed economia e dove si è affermata nelle gare di cross country e sui 5-10 mila metri.

Guidata da un manager italiano, domenica 6 novembre a New York ha combattuto nella prima maratone della vita: “Prima volta, primo posto” ha commentato il sito OLYMPICS.COM

Lonah, medaglia d’argento, pure lei viene dal Kenya dove è nata 33 anni fa. Giunta in Israele per fare la bambinaia nel 2008, ha trovato marito e successo https://www.africa-express.info/2022/07/19/marinava-la-scuola-per-non-partecipare-alle-gare-di-corsa-ora-unetiope-vince-la-medaglia-doro-ai-mondiali-di-atletica/

La vittoria di Sharon nell’ultima delle sei più importanti maratone dell’anno (le cosiddette World Majors) è ancor più sorprendente se si considera che ha dato 16 secondi di distacco alla terza classificata; l’etiope Gotytom Gebreslase, 27 anni, campionessa del mondo. La 51° edizione di questa competizione è tornata ai vecchi fasti, dopo la sospensione del 2020 e la riduzione del 2021.

51° edizione della TCS NEW YORK CITY MARATHON

Si sono registrate circa 50.000 mila persone, con 2 milioni di spettatori. Tra i corridori ben 2222 italiani, la nazione più numerosa dopo gli Usa. L’unico italiano professionista in gara – è doveroso rendergli omaggio – era l’ingegnere pisano, Daniele Meucci, 37 anni, campione europeo nel 2014, giunto ottavo, a soli due secondi da un mostro come Albert Korir, 28 anni, vittorioso lo scorso anno alla Grande Mela. Kenyano, ovviamente, per chi se lo fosse dimenticato.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Marinava la scuola per non partecipare alle gare di corsa: ora un’etiope vince la medaglia d’oro ai mondiali di atletica

Tanzania: aereo passeggeri di costruzione franco-italiana precipita nel Lago Vittoria, 19 morti

Africa ExPress
6 novembre 2022

Un aereo di linea della compagnia Precision Air è precipitato questa mattina alle ore 08.53 (ora locale) nel lago Vittoria, a soli 100 metri dall’aeroporto di Bukoba, nella regione di Kagera, nel nord-ovest della Tanzania. Il venivolo, di proprietà della più grande compagnia aerea privata del Paese, aveva a bordo 43 persone, tra questi 39 passeggeri , 2 piloti 2 due assistenti di volo. I morti sono 19, le loro salme sono già state recuperate, mentre 24 persone sono state salvate.

Il volo PW 494 era partito dalla capitale commerciale Dar es Salaam diretto a Bukoba. E’ precipitato proprio mentre era in fase di avvicinamento all’aeroporto di destinazione. Le cause dell’incidente sono ancora poco chiare. Sembra che prima dell’atterraggio il pilota avesse riscontrato problemi, forse dovuti brutto tempo (pioggia e vento forte). I sopravvissuti sono stati portati nell’ospedale della città di destinazione.

Albert Chalamila, amministratore capo della regione di Kagera, ha detto ai reporter della Reuters, che i due piloti sono sopravvissuti all’impatto e si sono messi in contatto con i soccorritori dalla cabina di pilotaggio prima di segnalare che le loro scorte di ossigeno stavano esaurendosi. Quando la squadra li ha raggiunti erano già morti, mentre i due assistenti di volo sono sopravvissuti.

Aereo della compagnia privata tanzaniana, Precision Air, precipitata nel Lago Vittoria

“Una squadra investigativa composta da personale tecnico di Precision Air, e della TAA (Tanzania Airports Authority) si è  già unita alla squadra di soccorso a terra”, ha dichiarato la compagnia aerea in un comunicato.

L’aero precipitato nel lago Vittoria, il più grande specchio d’acqua dell’Africa, è un ATR42, costruito da ATR, società franco-italiana, fondata  nel 1981 dalla francese Aérospatiale (Airbus Group) e dall’italiana Aeritalia (poi Alenia Aermacchi, successivamente confluita in Finmeccanica).

Africa ExPress
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Video credit:Precision Air

Già in pezzi l’accordo di pace tra Etiopia e Tigray: si continua a combattere e gli aiuti umanitari non arrivano

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
5 novembre 2022

All’indomani della firma della cessazione delle ostilità tra Etiopia e Tigray, la guerra continua. Secondo la televisione dei “ribelli”, il giorno successivo alla firma dell’accordo di pace, sono stati effettuati attacchi con droni e artiglieria pesante nella città di Maichew, nel Tigray meridionale, causando morti e feriti tra i civili.

E le forze eritree, alleate dei federali, stanno attaccando le linee di difesa del TDF (Tigray Defense Forces) a Zalambessa. Si combatte anche a Edaga Arbi e Nebelet nel Tigray centrale e nella parte meridionale. Altre fonti hanno riferito che il 4 novembre è stato effettuato un attacco aereo nel distretto di Kilte Awulaelo, nella zona orientale della regione.

Un medico dell’ospedale di Maichew ha spiegato che il nosocomio non è in grado di curare le vittime dell’attacco per mancanza di medicinali e materiale sanitario.

Anche il direttore dell’ospedale di Ayder, Makallé, ha specificato che finora non è arrivato nessun convoglio umanitario nel Tigray. Non risultano permessi rilasciati in tal senso dalle autorità di Addis Abeba.

Il devastante conflitto non ha colpito solo il Tigray ma che le regioni vicine Afar e Amhara. Gran parte della popolazione non ha accesso all’assistenza umanitaria, ancora bloccati dal governo etiopico.

La guerra non si ferma nel Tigray

Secondo Human Rights Watch, i principali sostenitori dell’accordo di Pretoria, dovrebbero ora dare priorità alla protezione dei civili, fare pressione per un solido monitoraggio e garantire che il governo etiopico e le autorità del Tigray rispettino pienamente i loro impegni per quanto riguarda i diritti umani.

Ieri, nella capitale etiopica è stato commemorato il secondo anniversario dell’inizio della guerra. Per l’occasione hanno sfilato alcuni militari, accompagnati al ritmo delle fanfare.

Una guerra fratricida, iniziata nella notte tra il 3 e il 4 novembre 2020, che, malgrado la firma delle parti interessate su alcuni fogli di carta che descrivono i doveri di ciascuno per arrivare a una pace duratura, sul campo continua ancora.

E l’alto rappresentante dell’Unione Africana per il Corno d’Africa, l’ex presidente nigeriano, Olesegun Obasanjo, dopo aver annunciato che le parti hanno concordato un “disarmo ordinato, regolare e coordinato” , nonché il “ripristino della legge e dell’ordine”, ” la riattivazione dei servizi” e “libero accesso degli aiuti umanitari”, aveva aggiunto: “Questo momento non rappresenta la fine del processo di pace. L’attuazione dell’accordo di pace firmato oggi è fondamentale per il suo successo”.

Abiy Ahmed, primo ministro etiopico, premio Nobel per la Pace 2019, è salito al potere nel 2018 dopo le dimissioni del suo predecessore, Hailemariam Desalegn. Abiy ha poi vinto le elezioni nel 2021, come leader dal partito da lui fondato nel 2019 “Partito della Prosperità”. Ora è soddisfatto del documento firmato in Sudafrica sotto l’egida dell’Unione Africana (UE).

Isaias Aferworki, presidente dell’Eritrea, a sinistra e Abiy Ahmed, primo ministro etiopico e Nobel per la Pace 2019

Già ieri il governo del Tigray, che, secondo gli accordi di Pretoria resta in vigore, ha rilasciato una dichiarazione, esprimendo alcune perplessità sul documento siglato il 2 novembre scorso: “L’accordo di pace non sarà attuato se danneggia gli interessi del popolo del Tigray”

L’Eritrea, un partner importante in questo conflitto, non è stato menzionato nell’accordo e nessun suo rappresentante era presente ai colloqui in Sudafrica.

Durante i due anni del conflitto, sono state commesse gravissime violazioni dei diritti umani e del diritto bellico da tutte le parti in causa, compresa l’Eritrea i cui militari dell’EDF (Eritrean Defense Forces) combattono accanto le truppe etiopiche dell’ENDF (Ethiopian National Defense Force).

Il trattato siglato pochi giorni fa è un accordo molto fragile, che va implementato giorno per giorno. Finora non è stato attuato nulla. Anche il TDF non è ancora stato dissolto, come previsto nel documento di Pretoria.

Continua la mancanza di cibo nel Tigray

E, va sottolineato, che nell’accordo non c’è menzione alcuna della situazione del Tigray occidentale, dove, HRW, in collaborazione con Amnesty International, ha documentato una campagna di pulizia etnica contro la popolazione tigrina, perpetrata dalle truppe regionali Amhara e milizie varie, a volte con la partecipazione delle forze federali etiopiche.

Venerdì 28 ottobre, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha “dipinto un quadro molto desolante” della situazione nel Tigray. L’intera regione è praticamente tagliato fuori dal mondo, gran parte è priva corrente elettrica; servizi bancari e telecomunicazioni sono stati interrotti. Gli sfollati sono oltre 2 milioni, centinaia di migliaia sono sull’orlo della carestia.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), quasi il 90 per cento dei tigrini necessita di aiuti alimentari e quasi un terzo dei bambini sotto i cinque anni è affetto da malnutrizione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Etiopia: l’orrore continua, altri cadaveri con segni di tortura nel fiume

Accordo tra Mauritania e Spagna per bloccare i migranti in fuga verso le Isole Canarie e l’Europa

Africa ExPress
4 novembre 2022

Mauritania e Spagna hanno siglato mercoledì scorso a Nouakchott, capitale del Paese maghrebino, un accordo per frenare l’immigrazione. La ex colonia francese è un Paese di transito per migliaia di migranti che tentano di raggiungere la Spagna una delle porte d’entrata dell’Europa.

Migranti, rotta atlantica verso le Isole Canarie, Spagna

L’intesa è stata siglata dal ministro degli Interni di Nouakchott, Mohamed Ahmed Ould Mohamed, e il suo omologo del governo di Madrid, Fernando Grande-Marlaska, in visita nella capitale mauritana.

L’accordo prevede la fornitura di mezzi  logistici e apparecchiature tecniche nell’ambito della sicurezza, per far fronte alla lotta contro l’immigrazione “illegale”, il contrabbando e altri crimini organizzati.

Mezzi navali e aerei spagnoli per combattere l’immigrazione, si trovano già nel nord-ovest del Paese, a  Nouadhibou, città di pescatori e porto di partenza sulla costa atlantica per i migranti diretti in Europa. Seconde le cifre fornite dal ministero degli Interni spagnolo, dall’inizio dell’anno fino al 15 settembre 2022, 11.500 persone sono riuscite a raggiungere le Isole Canarie attraverso la rotta atlantica.

Lo scorso anno le forze di sicurezza mauritane hanno arrestato migliaia di migranti in partenza per l’Europa, in fuga da guerre, fame, cambiamenti climatici, in cerca di condizioni di vita migliori.

Africa ExPress
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In Uganda 48 morti morti per ebola: tra due settimane comincia la sperimentazione del nuovo vaccino

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
3 ottobre 2022

Questa mattina, dopo una riunione organizzata dall’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), sezione Africa, il delegato per il ministero della Sanità ugandese, Henry Kyobe Bosa, ha fatto sapere che i casi di ebola del ceppo Sudan sono ancora in crescita. I casi confermati sono saliti a 131, i morti registrati dall’inizio dell’epidemia, scoppiata a settembre, sono 48.

Uganda: epidemia di ebola Sudan

“Stiamo adottando tutte le misure dettate dal protocollo per evitare l’espandersi del virus, come il monitoraggio dei contatti, la comunicazione del rischio e trattamenti e sepolture appropriate per controllare l’epidemia. Per ora nessuno può prevedere quando l’epidemia terminerà”, ha precisato l’alto funzionario del ministero della Salute.

Il 16 ottobre scorso le autorità di Kampala hanno disposto un lockdown di 3 settimane nei distretti di Mubende e Kassanda, aree maggiormente colpite dalla grave patologia, anche se in un primo momento il presidente, Yoweri Museveni, era contrario a applicare tale misura.

Bar, nightclub, luoghi di culto, mercati, spazi di intrattenimento sono stati chiusi. Sono state imposte anche restrizioni alla circolazione in entrata e in uscita dalle due zone.

Museveni con il suo solito tono autoritario si è rivolto alla nazione via TV il 16 ottobre: “Se vi trovate nei distretti di Mubende e Kassanda, rimanete lì per 21 giorni. Camion da carico potranno entrare e uscire dalle due aree, ma tutti gli altri trasporti restano sospesi. Si tratta di misure temporanee per controllare la diffusione dell’ebola. Dobbiamo tutti cooperare con le autorità per porre fine a questa epidemia nel più breve tempo possibile”.

Il ministro della Sanità dell’Uganda, Margaret Muhanga, ha annunciato proprio mercoledì scorso che comincerà la sperimentazione di tre vaccini (Oxford, prodotto nel Regno Unito, mentre altri due da Sabin e Merck negli Stati Uniti), sviluppati per combattere l’ebola Sudan.

Il ministro ha spiegato: “Inizialmente prevediamo di vaccinare i contatti di 150 casi confermati (3000). La preparazione è stata completata e stimiamo di poter iniziare la sperimentazione tra due settimane”.

La signora Muhanga ha poi aggiunto: “Il vaccino è necessario perché non esiste una terapia per questo ceppo del virus”.

Virus ebola ceppo Sudan

I piani per testare vaccini e trattamenti sembrano essere simili alle strategie utilizzate contro l’ebola Zaire in Africa occidentale e nella Repubblica Democratica del Congo (RDC).

I virus ebola fanno parte della famiglia dei Filoviridae e del genere Ebolavirus, del quale esistono 5 ceppi: Bundibugyo ebolavirus, Reston ebolavirus, Sudan ebolavirus, Tai Forrest ebolavirus (che sostituisce il nome precedente Costa d’Avorio) e Zaire ebolavirus.

L’OMS ha spiegato che sono stati individuati sette precedenti focolai del ceppo Ebola Sudan, quattro in Uganda e tre in Sudan. In Uganda l’ultimo focolaio di Ebola Sudan risale al 2012, mentre quello di Ebola Zaire al 2019.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Etiopia e Tigray firmano un accordo di pace a Pretoria e fioccano le scommesse: quanto tempo terrà?

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
2 novembre 2022

Dopo estenuanti trattative a Pretoria, capitale del  Sudafrica, i rappresentanti del governo etiopico e dei combattenti del Tigray hanno siglato oggi un accordo di pace per la cessazione delle ostilità.

Durante una conferenza stampa finale, l’alto rappresentante dell’Unione Africana per il Corno d’Africa, l’ex presidente nigeriano, Olesegun Obasanjo, ha annunciato che le parti hanno concordato un “disarmo ordinato, regolare e coordinato” , nonché il “ripristino della legge e dell’ordine”, ” la riattivazione dei servizi” e “libero accesso degli aiuti umanitari”.

A sinistra, Redwan Hussein, rappresentante del governo etiopico, a destra, Getachew Reda, a capo della delegazione del Tigray

Redwan Hussein, rappresentante del governo di Addis Abeba ai colloqui di pace di Pretoria, ha sottolineato: “Ora spetta a noi a onorare questo accordo”. Mentre Getachew Reda, capo della delegazione del Tigray, ha aggiunto: “Per alleviare le sofferenze del nostro popolo, abbiamo fatto delle concessioni. Dobbiamo imparare a fidarci gli uni degli altri e noi siamo pronti a mettere in atto i punti del trattato di pace che abbiamo sottoscritto”.

In conclusione del suo intervento, Reda ha precisato: “Il fatto stesso che abbiamo firmato un accordo, significa che da entrambe le parti c’è la ferma volontà di volerci lasciare alle spalle il passato e di voler intraprendere un nuovo percorso di pace”.

I negoziati tra il governo etiopico e i rappresentanti della regione del Tigray, nel nord dell’Etiopia, hanno preso il via il 25 ottobre scorso sotto l’egida dell’Unione Africana.

Oltre alle parti in causa, ai colloqui hanno partecipato Obasanjo, in qualità di mediatore, coadiuvato in questo delicato compito dall’ex capo di Stato del Kenya, Uhuru Kenyatta, e dall’ex vicepresidente sudafricano Phumzile Mlambo-Ngcuka.

In qualità di osservatori, erano presenti anche delegati dell’IGAD (Autorità intergovernativa per lo sviluppo, un’organizzazione internazionale politico-commerciale formata dai Paesi del Corno d’Africa), delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti.

Il conflitto, scoppiato il 3 novembre 2020, in alcuni periodi si è esteso dal Tigray alle regioni confinanti Amhara e Afar. In questi due anni sono morte migliaia di persone, gli sfollati sono oltre 2,5 milioni, centinaia di migliaia sono sull’orlo della carestia.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), quasi il 90 per cento dei tigrini necessita di aiuti alimentari e quasi un terzo dei bambini sotto i cinque anni è affetto da malnutrizione.

La firma odierna rappresenta il primo passo verso un nuovo inizio.Fioccano già scommesse sulla tenuta della pace: giorni, settimane, mesi o (speriamo) anni?

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Mentre la guerra continua nell’indifferenza del mondo cominciano i colloqui di pace tra Etiopia e Tigray

 

La crudele odissea di Mussie il ragazzino fuggito dall’Eritrea e finito torturato in continuazione nei lager libici

Africa ExPress
Londra, 2 novembre 2022

Incontriamo il giovane eritreo in un soleggiato pomeriggio. Un caro amico da molti anni. Ha voluto incontrarci personalmente per raccontare a Africa-ExPress l’odissea di un suo parente, fuggito dall’Eritrea. L’emozione e il dolore traspaiono nei suoi occhi quando, con fatica, inizia la testimonianza di ciò che ha dovuto affrontare il protagonista di questa crudele vicenda.

Campo di addestramento militare SAWA, Eritrea

Mussie (nome di fantasia, come quelli degli altri della famiglia) è nato a Asmara, dove ha vissuto con la famiglia fino al 2019. L’odissea inizia quando la sorella, poco più grande di lui, scappa dall’inferno di Sawa, il campo di addestramento militare. Ruta non ce la faceva più a sopportare i supplizi di quel luogo. A notte fonda ha racimolato le sue poche cose e è ritornata in famiglia.

La punizione del regime non tarda a arrivare. Alla famiglia vengono tolti i vaucher per gli acquisti dei beni di prima necessità. Con il misero stipendio del padre, un militare, la mamma non è in grado di acquistare il cibo per sfamare i sei figli. Senza questi “buoni” tutto costa molto di più.

Mussie, non ancora sedicenne, lascia la scuola per aiutare la famiglia. Dopo poco tempo, però, viene convocato anche lui a Sawa. Per un pochino si nasconde dai nonni in campagna. Poi insieme alla sorella scappa in Etiopia e da lì, i due proseguono verso Khartoum, dove Ruta vive tutt’oggi.

Senza fare parola con nessuno, Mussie dopo poco decide di partire verso la Libia. Giovanissimo, ancora minorenne, si affida a un trafficante, che, dal deserto libico si mette in contatto con Alek, il fratello maggiore. Anche lui è fuggito dalla dittature e dal 2016 vive in Sudafrica. Il trafficante di esseri umani chiede 1.500 euro.

Alek paga senza battere ciglio, a condizione che il fratellino venga riaccompagnato a Khartoum, non vuole assolutamente che venga portato in un altro inferno, dopo essere scappato dal primo, il suo Paese. Ma il giovane non ha mai fatto ritorno nella capitale sudanese.

Lager libici

Per alcune settimane la famiglia non ha notizie del ragazzo, poi arriva una nuova richiesta di denaro. Il precedente trafficante, un eritreo di nome Robet, ha venduto Mussie a un connazionale, un certo Abdu Selam, personaggio ben noto in Libia.

Una notte chiama il lontano parente in Italia domandando altri 5.500 euro per far imbarcare Mussie. Il ragazzo passa 6 mesi in un lager in condizioni disumane. Alla fine, nell’ agosto 2021, riesce a partire, ma il barcone viene intercettato dalla guardia costiera libica.

Appena rimesso piede in Libia, Mussie viene venduto a un gruppo di miliziani. Il ragazzo tenta di scappare, viene acciuffato, picchiato e torturato quasi a morte. Per salvargli la vita la famiglia sborsa altre 2.000 euro. A febbraio/marzo si imbarca nuovamente, anche stavolta viene rispedito in Libia. La guardia costiera è riuscita a bloccare anche stavolta il barcone sul quale viaggiava.

Per farlo uscire di prigione bisogna pagare altre 1.500 euro. Poi, finalmente, grazie ai corridoi umanitari, Mussie arriva in Italia a giugno. Ha appena 17 anni, ma ha già visto il peggio della vita.

Ora Mussie ha raggiunto l’ Inghilterra. Ha da poco compiuto 18 anni. E’ ricoverato in ospedale, ha subito tre interventi, uno a un piede, l’altro al collo e un terzo a un braccio per lesioni causate dalle torture. Pesa meno di 30 chili, fa fatica a nutrirsi. Parla poco, soffre non solo fisicamente. Chissà se mai riuscirà a superare i traumi, i dolori che gli sono stati inflitti.

L’odissea di Mussie è una storia nella storia, vissuta da migliaia di altri giovani che fuggono da dittature, conflitti, fame, cambiamenti climatici. Mussie è sopravvissuto all’inferno dei lager libici, non sapremo mai quanti sono morti di stenti e torture. Altri hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale durante la micidiale traversata, ben 24.960 dal 2014 a oggi.

Secondo l’OIM (Organizzzione Internazionale per le Migrazioni), nell’aprile 2022 in Libia erano presenti 650.000 migranti di 41 nazionalità. Tra loro l’88 per cento è costituito da adulti, mentre il 12 per cento da minori.

Molti migranti vulnerabili, come persone sottoposte a violenze anche psicologiche, minori non accompagnati, pur di fuggire dai lager libici, aderiscono ai rimpatri volontari assistiti, generalmente affidati all’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) e parte delle politiche di esternalizzazione dei governi europei.

Ma ritornare dalla Libia in Eritrea vuol dire finire dalla padella alla brace. Lì ti violentano i trafficanti qui la dittatura crudele e disumana al potere.

P.S. I nomi dei trafficanti aguzzini, torturatori e ricattatori non sono di fantasia, ma reali.

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Eritrea violenta: l’inferno di Elsa, Lula & le altre a Sawa, il campo degli stupri

 

Errore a Zurigo che rimpatria un eritreo: torturato e sbattuto in galera, evade torna in Svizzera che lo accoglie

 

Il disumano e crudele memorandum italo-libico sul respingimento dei migranti sarà rinnovato dopodomani

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
1° Novembre 2022

“Dal 2017 ad oggi quasi 100.000 persone sono state intercettate in mare dalla Guardia costiera libica e riportate forzatamente in Libia, un Paese che non può essere considerato sicuro. La vita dei migranti e rifugiati in Libia è costantemente a rischio, tra detenzioni arbitrarie, abusi, violenze e sfruttamento. Significa non avere alcun diritto e nessuna tutela.” Così Amnesty International denuncia gli effetti del Memorandum Italia -Libia,  stipulato dal Governo Gentiloni con il ministro dell’Interno Minniti (PD), del 2 febbraio 2017.

Migranti intercettati dalla guardia costiera libica

 

Tutti  questi esseri umani cercano di attraversare il Mediterraneo su fragili imbarcazioni, ma un numero sempre maggiore è costretto al ritorno all’inferno libico a causa delle misure adottate dai Paesi europei per blindare i confini del continente.

La gran parte di loro proviene dall’Africa subsahariana dopo aver abbandonato le proprie terre a causa dei conflitti e della fame, in cerca di una vita più dignitosa. 

Da anni, i Paesi europei stanno cercando di bloccare le rotte migratorie dalla Libia. Con il Memorandum citato e con la Dichiarazione di Malta dell’Unione Europea, firmata a La Valletta il 3 febbraio 2017, si è realizzata una costante cooperazione che ha affidato il pattugliamento del Mediterraneo centrale ai guardacoste libici, mediante la fornitura di motovedette, di un centro di coordinamento marittimo e di attività di formazione.

Gli accordi sono stati seguiti dall’istituzione della zona SAR libica, un’ampia area marittima in cui i libici sono responsabili del coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso. 

Nonostante la Libia non sia un Paese sicuro, Amnesty sottolinea che “dal 2017 la Guardia costiera libica ha ricevuto oltre 100 milioni di euro in formazione e equipaggiamenti (57,2 milioni dal Fondo fiduciario per l’Africa dell’Unione Europea e 45 milioni solo attraverso la missione militare italiana dedicata).

Soldi pubblici e risorse destinate alla cooperazione e allo sviluppo, impiegate invece per il rafforzamento delle frontiere, senza alcuna salvaguardia dei diritti umani, né alcun meccanismo di monitoraggio e revisione richiesto dalle norme finanziarie dell’UE.

Il “lavoro sporco”, pertanto viene subappaltato ai libici, e l’Unione Europea rinnega così i valori su cui si fonda e che ne sono la ragion d’essere. “Un esempio lampante in tal senso –  ricorda Giulia Capitani di Oxfam – è rappresentato dalla motovedetta Ras Jadir, fornita dall’Italia, ripresa nel giugno 2021 mentre spara ad un barcone pieno di persone!” 

Amnesty e altre decine di associazioni hanno chiesto al governo, quindi, di sospendere il Memorandum, in scadenza nel febbraio 2023 ma che sarà rinnovato automaticamente per altri tre anni se le autorità del nostro Paese non lo annulleranno entro il 2 novembre 2022.

Fayez Al-Serraj, allora presidente libico e Paolo Gentiloni, ex presidente del Consiglio dei ministri, 02.11.2017

Le Associazioni chiedono anche che l’Unione Europea e i suoi stati membri sospendano ogni forma di cooperazione che contribuisca a trattenere migranti e rifugiati in Libia e che si aprano percorsi legali necessari per le migliaia di persone intrappolate in quello Stato le quali necessitano di protezione internazionale. 

La risposta dell’esecutivo Meloni è scontata: la destra in campagna elettorale proponeva il blocco navale e il vice presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Salvini, appena insediato, ha subito scatenato la guerra alle ONG che cercano di salvare i migranti con le proprie navi.

Anche il Viminale sta valutando azioni analoghe. La politica del nuovo gabinetto è del tutto coerente con quelle dei governi degli ultimi cinque anni, che hanno mantenuto il Memorandum, nonostante le promesse di far rispettare le libertà fondamentali a Tripoli.

Ma la realtà è ben diversa: infatti, come denuncia Nello Scavo su Avvenire, nella capitale libica “riceveva un nuovo pubblico encomio il maggiore Abdurhaman al-Milad, quel Bija, cui le Nazioni Unite hanno riconfermato le sanzioni per traffico di esseri umani, crimini contro i diritti umani, contrabbando di petrolio e armi”.  

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it
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La Turchia finanzia la produzione di elicotteri-droni con know-how italiano

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
31 ottobre 2022

Il regime turco di Recep Tayyp Erdogan finanzierà la produzione di droni-elicotteri e droni-kamikaze per il mercato nazionale e l’esportazione, decisione che non potrà non essere accolta con favore anche in Italia.

Alpin, elicottero-drone senza pilota realizzato da Titra, Turchia

La società di engineering aerospaziale Titra Technoloji, con quartier generale ad Ankara, riceverà sussidi economici governativi per realizzare il primo modello di elicottero a pilotaggio remoto in Turchia.

Denominato “Alpin”, il drone-elicottero sarà prodotto in dieci esemplari all’anno, “in aggiunta a 250 droni kamikaze”, come ha rivelato il sito specializzato statunitense Defensenews.

“Il governo di Ankara ha inserito il programma di Titra nella lista degli investimenti regionali prioritari”, spiega Defensenews. “Questo significa che il progetto sarà supportato da incentivi pubblici.

Il governo ha promesso di acquistare la piattaforma dual use dopo i test sperimentali e potrebbe esportare il drone-elicottero ai paesi alleati quando sarà collaudato in combattimento”.

Per lo sviluppo dei droni-elicotteri e dei droni-kamikaze presso lo stabilimento industriale di Ankara-Kaharamanzakan sono previsti investimenti per oltre 45 milioni di lire turche (due milioni e mezzo di euro) e l’assunzione di 100 lavoratori.

L’ “Alpin” sarà dunque un sistema a pilotaggio remoto che potrà essere impiegato a fini civili ma soprattutto per missioni bellico-militari di intelligence e ricerca e soccorso. Il prototipo del drone-elicottero è lungo 7 metri, alto 2,35 e ha un diametro del rotore di 6,28 metri; ciò gli consente di essere trasportato in veicoli di medie dimensioni.

Il suo peso non supera i 540 kg compresi apparecchiature elettroniche e carburante. L’ “Alpin” ha una velocità di crociera di 160 km/h e può coprire un raggio d’azione fino a 840 km di distanza, a un’altitudine di 5.000 m. L’autonomia di volo varia dalle due alle nove ore, secondo la portata del carico a bordo.

“Il drone-elicottero di Titra può trasportare carichi utili multipli, e trasmettere informazioni in tempo reale agli operatori”, aggiunge Defensenews. “Esso presenta un canale di comunicazione satellitare a banda larga che supporta le operazioni in aree remote.

Le sue apparecchiature ad alta precisione includono un radar ad apertura sintetica iperspettrale (SAR) e telecamere elettro-ottiche e all’infrarosso (EO/IR)”.

Le funzioni prettamente militari dell’ “Alpin” vengono enfatizzate dai manager e dai tecnici della società produttrice. “Il velivolo è molto più di un elicottero” spiega Titra. “Alpin è pronto ad eseguire ogni compito, di giorno e di notte, sul mare o sulla terra, indipendentemente dalle condizioni atmosferiche avverse.

Alpin è il velivolo senza pilota ad ala rotante più capace e affidabile al mondo, progettato per applicazioni in ambienti tattici difficili per fornire intelligence, sorveglianza, acquisizione del target e riconoscimento (ISTAR), così come elevate capacità di carico”.

Il sistema di pilotaggio consentirà atterraggi e decolli del tutto automatizzati e “alte capacità” di controllo delle operazioni di volo.

E’ ancora il sito specializzato Defensenews a rivelare le origini italiane del prototipo di drone-elicottero dual use. “L’Alpin è basato sull’elicottero italiano ultraleggero con equipaggio umano Heli-Sport CH-7”, scrive la testata. Il CH-7 è realizzato infatti dalla Heli-Sport S.r.l. di Torino, azienda fondata dai fratelli Igo, Josy e Charlie Barbaro e specializzata nel design e produzione di velivoli ad ala rotante di ridotte dimensioni.

La società si dichiara però del tutto estranea dalla vicenda. “Nessun nostro coinvolgimento nella produzione di elicotteri-droni in Turchia con know-how italiano: si tratta di notizie infondate”, ci scrive il dottor Claudio Barbero, amministratore delegato di CH-7 Helicopters.

Lo sviluppo del drone-elicottero ha preso il via nel 2019 a seguito di un accordo sottoscritto da Titra e dalla società UAVOS, specialista nella progettazione di velivoli a pilotaggio remoto, con sede in California e filiali in Canada, Spagna e Svizzera. L’accordo prevede nello specifico la “conversione” dell’ultraleggero CH-7 in elicottero a pilotaggio remoto, così come l’avvio di programmi congiunti di formazione e manutenzione. La trasformazione dei velivoli italiani in droni-elicotteri è stata avviata dalla statunitense UAVOS, mentre il primo test di volo è stato effettuato nel dicembre del 2020 nei cieli della Turchia.

“L’Alpin è stato progettato per andare incontro alle richieste specifiche ed uniche della Turchia e agli interessi speciali della sua industria nazionale per operare come sistema a pilotaggio remoto in una varietà di scenari complessi nei campi civili e della sicurezza”, riporta la nota emessa da UAVOS a conclusione delle attività sperimentali in territorio turco. “L’elicottero convertito è indispensabile per l’industria logistica dei velivoli senza pilota per trasportare carichi in zone difficili da raggiungere e sfornite di campi di atterraggio”.

Nei mesi scorsi la società californiana ha sottoscritto un accordo di cooperazione con l’industria militare Battle Lab India PVT Ltd di Vadodara (Gujarat, India) per realizzare droni da trasporto UVH 500 a decollo e atterraggio verticale.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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