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Manifestazioni contro il regime in Ciad i militari picchiano duro: oltre ottanta morti e decine di feriti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 ottobre 2022

Venerdì scorso si sono tenuti i funerali di Oredje Narcisse, un giornalista ciadiano, uno delle decine e decine persone uccise il 20 ottobre scorso durante le proteste dei cittadini contro la proroga del periodo di transizione.

Bagno di sangue in Ciad durante le manifestazioni del 20 ottobre 2022

Narcisse è stato ucciso davanti alla sua casa a N’Djamena, capitale del Ciad, il 20 ottobre, quando centinaia di persone hanno protestato in tutto il Ciad per chiedere una transizione più rapida. Il giovane Mahamat Idriss Déby, figlio dell’ ex capo di Stato, ucciso nell’aprile 2021, ha preso il potere lo stesso giorno dell’annuncio della morte del padre.

Il governo ha parlato di 50 morti, secondo altri sarebbero oltre 80, i feriti sarebbero almeno 300, per non parlare degli arresti arbitrari, denunciate da diverse ONG. Parecchi manifestanti, per lo più giovani, sarebbero stati portati in prigioni fuori dalla capitale, in galere di massima sicurezza come quella di Koro Toro, nel nord del Paese.

A capo di una giunta militare, il figlio aveva promesso una transizione rapida di soli 18 mesi. Ma l’8 agosto scorso, al termine del Dialogo nazionale inclusivo e sovrano, il 39enne Déby è stato nominato definitivamente presidente del Ciad per i prossimi due anni. Dunque le “elezioni libere, democratiche e trasparenti dovranno attendere.

Mahamat Déby, presidente del Ciad

La popolazione è insorta, e dieci giorni fa è scesa nelle strade e nelle piazze in diverse città del Paese per protestare contro l’estensione della transizione, manifestazioni che sono state represse dalle forze dell’ordine con il sangue.

Saleh Kebzabo, ex oppositore del passato regime di Déby padre, è stato nominato primo ministro dall’attuale presidente poco più di due settimane fa, ha definito le proteste del 20 ottobre come “un’insurrezione armata”, mentre varie associazioni dei diritti umani hanno affermato che i civili sono stati letteralmente massacrati dalle forze dell’ordine.

Venerdì si sono tenuti i funerali di molte delle vittime della carneficina a di N’Djamena, nonostante le forti inondazioni abbiano impedito l’accesso al cimitero principale della città. Le sepolture sono stati rinviate più volte per le autopsie e la conta dei corpi.

Dal 20 ottobre è in vigore il coprifuoco. Inizialmente la durata è stata di ben 18 ore; da mercoledì scorso, invece, il governo ha alleggerito la restrizione dalle 22.00 alle 06.00.

Dopo i gravissimi fatti del 20 ottobre, la CEEAC (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Centrale) ha dato incarico al capo di Stato del Congo-K, Felix Tshisekedi, nonché presidente di turno dell’organizzazione, come mediatore regionale per la crisi in Ciad.

La nomina è avvenuta al termine di un vertice straordinario della CEEAC, che si è tenuto a Kinshasa il 25 ottobre scorso sul Processo di transizione politico in Ciad. Al meeting erano presenti Capi di Stato o rappresentanti degli 11 Paesi membri dell’organizzazione, tra loro anche il leader di N’Djamena.

La direttrice per l’Africa centrale di International Crisis Group, Enrica Picco, è stata molto esplicita per quanto concerne l’attuale situazione in Ciad: “Déby può adottare lo stesso regime brutale del padre. Ma c’è ancora tempo per correggere questa preoccupante deriva autoritaria e riportare il Paese sulla strada verso una reale transizione e un sistema politico più democratico”.

La signora Picco non ha nemmeno risparmiato gli oppositori del regime. Secondo lei dovrebbero condannare a gran voce le proteste violente e mettere in campo tutti mezzi legali previsti dalla Carta di transizione per garantire elezioni trasparenti”.

Venerdì è stato sequestrato un ambientalista con doppia nazionalità, francese e australiana. Un sequestro lampo, in quanto solo poche ore fa le autorità di N’Djamena hanno annunciato il suo rilascio, senza far trapelare ulteriori dettagli.

Il rapimento è avvenuto nella provincia nord-orientale di Wadi Fira, al confine con il Sudan, mentre il 51enne Jérome Hugonnot stava tornando dalla capitale insieme a due colleghi alla base della riserva Oryx.

A una ventina di chilometri dalla loro meta, la vettura dei malcapitati è stata bloccata da sei uomini. I criminali sarebbero saliti sulla macchina e ripartiti immediatamente con il franco-australiano dopo avergli bendato gli occhi, lasciando a piedi gli altri due passeggeri, che hanno impiegato ore prima di poter lanciare l’allarme.

Dispiegamento delle forze dell’ordine dopo il rapimento del franco-australiano

L’uomo è direttore del  Parc Oryx (parco delle antilopi orici, ), che si estende su una superficie di 77.950 chilometri quadrati, e è gestito dal Sahara Conservation Fund (SCF), una ONG per la protezione della fauna selvatica.

Le autorità ciadiane hanno assicurato di aver mobilitato le forze di sicurezza per catturare i rapitori.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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La minaccia jihadista mette le gomme a terra: annullato il tradizionale tour ciclistico del Burkina Faso

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
28 ottobre 2022

Altro giro, altra corsa? Sì, ma non in bici. Non in Burkina Faso, quest’anno.

La 34° edizione del Tour du Faso non si ha da fare. La corsa ciclistica più importante del Paese e una delle più famose del Continente nero, è stata annullata. Dopo 33 anni, le ragioni della sicurezza hanno prevalso su quelle agonistiche.

E pensare che solo un anno fa il ministro des Sports e des Loisirs, Dominique Nana, 62 anni, aveva usato parole alate per esaltare “l’enorme successo del Tour ciclistico internazionale du Faso svoltosi dal 28 ottobre al 7 novembre e la festa della piccola regina africana. Il Burkina Faso aveva vibrato al ritmo del Tour”, aveva detto. E aveva ringraziato le forze della difesa e della sicurezza.

Annullato il 34° Tour du Faso per motivi di sicurezza

Sono 14 le più rivelanti competizioni su due ruote in Africa e non era mai avvenuto che una venisse bloccata perché pedalare dall’11 al 20 novembre (tanto doveva durare la corsa) è un grave pericolo. Quest’anno, dunque, niente vibrazioni, bici ferme, ruote sgonfie, a terra. Troppo rischioso. Proprio quando ai vertici del governo di transizione c’è il più giovane capo di Stato del pianeta, Ibrahim Traorè, nato – guarda caso – nello stesso anno in cui nasceva il giro del Burkina, il 1988.

D’altra parte, l’unico giro che in Burkina Faso, nazione tra le più povere del mondo, non si ferma, o, per meglio dire, l’unica giostra che continua a girare, è quella dei colpi di Stato

Ottenuta l’indipendenza dai francesi nel 1960, il fu Alto Volta può vantare (si fa per dire) sei rovesciamenti di governo avvenuti con successo (1966-1980-’82-’83-’87- 2015), uno semi riuscito (1989) e ben due nell’anno in corso: a gennaio e a settembre.

All’inizio dell’anno, il tenente colonnello Paul-Henri Sandaogo Damiba, 41 anni, aveva deposto il presidente eletto Roch Marc Christian Kaborè, 65 anni, accusato di essere incapace di combattere i terroristi.

Il 30 settembre lo sconosciuto capitano dell’esercito, ex studente di Geologia, Ibrahim Traoré, con un gruppo di altri ufficiali, e forse con la collaborazione dei mercenari russi del gruppo Wagner, ha deposto Damiba, con le stesse motivazioni.

Di ritorno dalla sua visita in alcuni Stati del Sahel, il sottosegretario di Stato per gli Affari politici statunitense, Victoria Nuland, ha detto di aver incontrato Traoré, il nuovo Capo di Stato del Sahel, a Ouagadougou.

La signora Nuland ha poi spiegato ai reporter che il golpista non ha intenzione di avvalersi dei mercenari russi del gruppo Wagner per dare la caccia ai terroristi. Il governo burkinabé intende risolvere la questione con i propri uomini. Infatti le forze armate stanno reclutando 50mila volontari, che, dopo l’addestramento, verranno impiegati nella lotta contro i jihadisti.  

Insomma, un giro in due tappe con le stesse conseguenze: Costituzione e Carta transitoria sospese e insicurezza alle stelle.  “La terra degli uomini integri” ha ben altro cui pensare in questo momento. Unità progresso giustizia, lo slogan che appare nel sito governativo, non è neanche un sogno per i burkinabè.

Il segretario generale del ministero degli Sport il 25 ottobre ha informato la Federazione Burkinabè del Ciclismo che il tour è cancellato, la Federazione ha pubblicato la notizia sul suo sito. Nessuna spiegazione se non quella generica, ma chiarissima di ragioni di sicurezza

Non è un caso che il giorno dopo, 26 ottobre, l’Onu abbia lanciato un allarme urgente sulle condizioni della popolazione: 4,9 milioni di persone hanno bisogno di aiuto, soprattutto nel nord, dove imperversano i gruppi jihadisti. “Quasi il 10 per cento della popolazione è stata costretta a fuggire dalle proprie case” ha dichiarato il sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli Affari Umani, Martin Griffiths. La Farnesina aveva sconsigliato tutti i viaggi in Burkina al di fuori della capitale Ouagadougou già un anno fa.

E pensare che il 16 ottobre, domenica, si era corsa a Bobo Dioulasso, la seconda più grande città dello Stato, la quinta edizione del Grand Prix Sobucop di ciclismo, cui avevano partecipato 43 corridori di 14 squadre.

Una grande festa popolare, con la vittoria di Souleymane Koné, 25 anni, premiato con 380 euro, una maglietta e una motocicletta. La corsa prevista inizialmente per il 1° ottobre era stata spostata “a causa della situazione nazionale conseguente al colpo di Stato” ha scritto il sito Ouest Info, la vetrina dell’ovest del Bourkina Faso. Che concludeva: “Tutto è bene quel che finisce bene”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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La Russia alla conquista dell’Africa ora ha in mano due presidenti golpisti: Traore in Burkina Faso e Goïta in Mali

 

 

 

Altra mattanza in Mozambico: jihadisti decapitano civili e attaccano le miniere di rubini

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
29 ottobre 2022

Continua la mattanza dei tagliagole jihadisti a Cabo Delgado, estremo nord del Mozambico. Tra il 17 e il 18 ottobre i terroristi, con uniforme militare delle Forze armate mozambicane (FADM) hanno attaccato diversi villaggi. Almeno undici persone sono state decapitate e, secondo rapporti non verificati, sono stati trovati almeno una quindicina di corpi smembrati.

ISIS-Mozambico nella lista nera degli USA

I terroristi, secondo Cabo Ligado ong che monitora il conflitto, nelle passate settimane hanno avuto una pesante attività tra Ancuabe, Chiúre e Macomia. Si tratta del gruppo di jihadisti di Al Sunnah wa-Jammà (ASWJ) che dal 2017 semina morte e terrore a Cabo Delgado. Dal 2019 sono affiliati all’ISIS e, dagli Stati Uniti, perché considerati “terroristi globali particolarmente pericolosi”, inseriti nella lista nera come ISIS-Mozambico.

Rubini
Rubini

Attacco alle miniere di rubini

Quasi completamente espulsi dalle aree dei giacimenti di gas naturale liquido di Palma, al confine con la Tanzania, ora attaccano a sud-ovest. La mattina del 20 ottobre hanno assalito le miniere di rubini dell’area di Montepuez, 200 chilometri a ovest di Pemba, capitale delle provincia. Una ventina di uomini armati hanno fatto irruzione nella miniera di rubini Gemrock, di proprietà indiana. Hanno iniziato a sparare mettendo in fuga il personale e hanno distrutto una dozzina di veicoli, attrezzature minerarie, generatori e alloggi.

Il giacimento di pietre preziose si trova nel distretto di Ancuabe, sempre a Cabo Delgado, a una decina di chilometri dalla Montepuez Ruby Mining (MRM). Le miniere di Montepuez sono considerate il più grande giacimento di rubini del mondo.

Non ci sono state vittime ma, per motivi di sicurezza, tutti e due gli impianti sono stati chiusi. L’attacco alle miniere ha tutta l’aria di essere una prova di forza dei terroristi. Espulsi dai giacimenti di gas con l’intervento delle truppe ruandesi e della missione SADC – Missione militare in Mozambico (SAMIM) – si sono spostati a sud-ovest.

Rubini Montepuez Ruby Mining
Foto satellitare della Montepuez Ruby Mining (Courtesy: GoogleMaps)

Militari ruandesi e missione SAMIM

Le Forze armate mozambicane (FADM) stanno combattendo il terrorismo di Cabo Delgado dall’ottobre 2017 con magri risultati. Grazie all’accordo bilaterale tra Maputo e Kigali da maggio 2021 a Cabo Delgado sono operativi un migliaio di soldati del Ruanda in aiuto alle FADM.

Da 14 mesi, in soccorso al Mozambico la missione SAMIM è presente con circa 2.000 militari, la maggior parte dei quali sono sudafricani. Inoltre, Stati Uniti e Unione Europea stanno aiutando le Forze armate mozambicane nella formazione militare. La situazione è migliorata nell’area dei giacimenti di gas ma non è ancora sotto controllo e ISIS-Mozambico si muove costantemente.

Cabo Ligado, conferma che dal 2017 al momento in cui scriviamo, nel conflitto di Cabo Delgado si contano 4.344 morti dei quali 1.911 civili. Dati dell’Alto commissario ONU per i rifugiati attestano quasi un milione di rifugiati.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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Stati Uniti, in lista nera i tagliagole di ISIS-Mozambico e ISIS-Congo “terroristi globali”

Panama Papers 1: Mozambico, coinvolti ministri e generali nel saccheggio di pietre preziose

Panama Papers 2: Mozambico, i rubini di Montepuez tra violenze e omicidi

Panama Papers 3: Mozambico, i sette milioni di dollari spariti nel nulla

Firmate anche voi l’appello per salvare una giovane sudanese condannata a morte per lapidazione

Africa ExPress
27 ottobre 2022

La Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH) ha lanciato in questi giorni una campagna in sostegno alla giovane sudanese Amal (uno pseudonimo, giacché Intisar Abdala, l’avvocato della 20enne ha chiesto di mantenere l’anonimato per la sua cliente), condannata a morte per lapidazione.

La sentenza contro Amal è stata emessa il 26 giugno scorso da un tribunale di Kosti, città a sud di Khartum, situata sulla sponda ovest del Nilo Bianco, perché ritenuta colpevole di adulterio.

La ragazza è separata dal marito dal 2020 ed è ritornata a vivere con i genitori, persone semplici, agricoltori molto religiosi, che non hanno mai abbandonato la figlia. Un anno dopo il marito l’ha denunciata per infedeltà.

Gli avvocati hanno fatto subito appello e impugnato la sentenza emessa dal tribunale di primo grado. La Corte ha già ascoltato le parti, ora si attende la decisione dei magistrati.

Non si esclude e si spera che la sentenza di primo grado possa essere ribaltata, ma la condanna stessa, emessa dal tribunale di Kosti a giugno, dimostra un ritorno alle forme di repressione orchestrate dal regime di Omar al-Bashir, ex presidente del Sudan defenestrato dai militari nell’aprile 2019.

Malgrado la caduta del regime islamista nel 2019, il codice penale del 1991 è in vigore a tutt’oggi ed è particolarmente rigido nei confronti delle donne. Un avvocato che condanna la crescente criminalizzazione contro le donne, ha sottolineato che le prigioni femminili si riempiono a vista d’occhio da alcuni mesi.

FIDH è nata nel lontano 1922 e oggi raggruppa 164 organizzazioni nazionali di difesa dei diritti umani in oltre 100 Paesi.

Victoire d’Humières, responsabile per l’ufficio dell’Africa di FIDH ha spiegato che l’organizzazione e i suoi partner hanno lanciato una petizione contro la condanna a morte di Amal.

Sebbene in 30 anni nessuna delle sette sentenze simili emesse dai tribunali sudanesi sia stata applicata, ogni volta è stata necessaria una forte pressione a livello internazionale per ribaltare la decisione della Corte.

Anche le organizzazioni per i diritti delle donne in Sudan hanno chiesto alle autorità di Khartoum di annullare la sentenza, che costituisce una “punizione crudele, inumana e degradante”, e di garantire il rilascio immediato e incondizionato della giovane donna sudanese, detenuta da giugno.

Mohamed Ali, direttore esecutivo del Centro africano per gli studi sulla giustizia e la pace (ACJPS), non esclude che la polizia abbia costretto la giovane a firmare una confessione. Ali ha poi aggiunto: “Nel 2021 il Sudan ha firmato la Convenzione dell’ONU contro la tortura e la lapidazione è una delle peggiori forme di supplizio”.

Molti attivisti hanno denunciato che un gran numero di sostenitori del regime di al-Bashir sono stati riabilitati nell’ultimo anno, alcuni sono stati rilasciati dal carcere, altri sono tornati dall’esilio. Alcuni di loro sono persino stati reinseriti nell’amministrazione pubblica, nei posti di lavoro che occupavano prima della caduta del dittatore.

“E questo dimostra che il regime di Omar al-Bashir non è mai veramente caduto. Non è cambiato nulla”, afferma Hala al-Karib, presidente della Strategic Initiative for Women in the Horn of Africa (Siha), un’organizzazione per i diritti delle donne.

I segnali negativi nel Paese si moltiplicano. Oltre alla condanna a morte di questa giovane donna a giugno, ad agosto le autorità hanno annunciato la creazione di unità di “polizia comunitaria”.

Il loro mandato rimane vago, ma ricorda le leggi promulgate durante il regime di al-Bashir. Per 30 anni, le “leggi sull’ordine pubblico” hanno criminalizzato l’abbigliamento e le pratiche ritenute “indecenti”. Allora molte donne avevano subito condanne come frustate pubbliche e altre gravissime umiliazioni.

In questi giorni i colleghi di anbamed (testata giornalistica online con sede a Palermo) hanno lanciato un appello all’Ambasciata del Sudan a Roma contro la condanna a morte per lapidazione di Amal. Noi di Africa ExPress abbiamo aderito all’iniziativa, e voi, cari lettori?

info@sudanembassy.it

Oggetto: Appello per salvare la vita della giovanissima Amal, condannata alla lapidazione in Sudan.

Gentile Ambasciatore,

ci rivolgiamo a lei per sollecitare la sua sensibilità ad intervenire presso le autorità competenti del suo Paese, in modo di bloccare la sentenza alla pena capitale per lapidazione contro la ragazza 20enne, Amal (Non riveliamo il nome anagrafico, per rispetto della privacy). Amal è stata condannata, senza il rispetto dei suoi diritti ad un legale difensore, previsti dalla legge sudanese; durante l’interrogatorio nel commissariato di polizia, non le sono state fornite le informazioni necessarie sui suoi diritti prima di rispondere.

Noi consideriamo la pena capitale un assassinio di Stato e la lapidazione è il più odioso: un metodo disumano, anacronistico e crudele. Applicarla soltanto alle donne e mai ai maschi è un atto discriminatorio, in piena violazione delle leggi internazionali che il Sudan ha sottoscritto.

La sentenza del tribunale di Kosti, del 26 giugno 2022, va rivista e annullata e questo passo richiede un atto coraggioso, di volontà politica e giuridica, da parte delle autorità istituzionali, anche in questa fase difficile che vive il suo Paese.

Le chiediamo di trasmettere, al suo governo, questo nostro sentimento di rifiuto di sacrificare una giovane vita umana, quella appunto di Amal, in osservanza di cavilli burocratici e norme a dir poco sadiche.

Libertà per Amal! No alla lapidazione! Salviamo la vita di Amal!

Luogo e data: …………………………………………………………………………..

Nome e cognome

(in stampatello)

Città e provinciia

Professione

Firma

L’appello va indirizzato a info@sudanembassy.it

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Mentre la guerra continua nell’indifferenza del mondo cominciano i colloqui di pace tra Etiopia e Tigray

Africa ExPress
Pretoria, 26 ottobre 2022

Ieri sono iniziati ufficialmente i negoziati di pace tra il governo etiopico e i rappresentanti della regione del Tigray, nell’estremo nord dell’Etiopia, sotto l’egidia dell’Unione Africana.

Il portavoce di Cyril Ramaphosa, presidente del Sudafrica, Paese che ospita i primi colloqui di pace formali per porre fine a due anni di guerra tra l’esercito etiopico e i suoi alleati eritrei e dall’altra parte della barricata il TDF (Tigray Defense Forses), ha detto ai reporter che gli incontri termineranno domenica.

Etiopia-Eritrea: colloquio di pace in Sudafrica

 

La delegazione del Tigray guidata da uno dei suoi principali generali, Tsadkan Gebretensae, e dal portavoce Getachew Reda, è arrivata a bordo d’un aereo militare americano. Tra i passeggeri c’era anche Mike Hammer, inviato speciale di Washington nel Corno d’Africa.

Per il governo federale, invece, in Sudafrica è presente il vice primo ministro Demeke Mekonnen e il consigliere per la sicurezza nazionale Redwan Hussein, insieme a un team di sette membri.

Oltre alle parti in causa, ai colloqui, volti a trovare una soluzione pacifica e sostenibile al devastante conflitto che sta insanguinando il Tigray da quasi due anni, partecipano anche l’ ex presidente della Nigeria, Olesugun  Obasanjo, alto rappresentante per il Corno d’Africa per l’Unione Africana in qualità di mediatore, coadiuvato in questo delicato compito dall’ex capo di Stato del Kenya, Uhuru Kenyatta e dall’ex vicepresidente sudafricano Phumzile Mlambo-Ngcuka.

Sono presenti come osservatori anche delegati dell’IGAD (Autorità intergovernativa per lo sviluppo, un’organizzazione internazionale politico-commerciale formata dai Paesi del Corno d’Africa), delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti. Assente l’Unione Europea, la rappresentante speciale di Bruxelles per il Corno d’Africa, Annette Weber non è stata invitata.

Il ministro degli Esteri sudafricano Naledi Pandor, che il 23 ottobre ha parlato anche con il Segretario di Stato americano Antony Blinken su come organizzare i dialoghi di pace, ha lavorato a stretto contatto con Hammer sul format dei negoziati. Un primo sforzo dell’UA per portare le due parti al tavolo dei negoziati all’inizio del mese è fallito proprio per problemi logistici.

Nelle ultime settimane sono aumentate le pressioni diplomatiche per mettere a tacere le armi in una guerra che ha lasciato milioni di persone bisognose di aiuti umanitari e, secondo una stima statunitense, ben mezzo milione di morti.

Continua la mancanza di cibo nel Tigray

“In Etiopia ritornerà la pace, non continueremo a combattere all’infinito”, ha dichiarato il Primo Ministro Abiy Ahmed, premio Nobel per la Pace 2019, la scorsa settimana, ma intanto gli scontri non si fermano, anche dopo che entrambe le parti hanno inviato le loro delegazioni in Sudafrica.

Le forze del governo federale (ENDF) e i loro alleati dell’esercito eritreo (EDF) hanno riconquistato diverse città del Tigray, come Shiré, Alamata, Adua, Adigrat, Axum. L’offensiva è costata la vita a molti civili, in tanti sono fuggiti. E la marcia delle truppe di Addis Abeba e di Asmara, nel tentativo di raggiungere Makallé, il capoluogo del Tigray, continua senza sosta, lasciando dietro di sé una scia di disperazione, morte, fame, con la vergognosa indifferenza del mondo

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La furia degli alleati etiopici-eritrei non si ferma: il Tigray a ferro e a fuoco, ucciso cooperante mentre distribuiva cibo

Genocidio in Tigray: la vergogna dell’indifferenza del mondo

 

 

 

A Venezia doge e dogaressa vengono dall’Africa: la 23° maratona dominata dai runner del continente nero

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
25 ottobre 2022

Com’è allegra Venezia, anche un anno dopo, per i runners del Continente nero.

La 36° edizione della UYN Venicemarathon, corsa unica al mondo per lo scenario in cui si svolge, domenica 23 ottobre, è stata un festival africano. Protagonisti e interpreti: otto atleti nei primi posti al termine dei 42,195 km maschili, 6 donne nei primi posti della gara femminile. Con un Doge ugandese e una..dogaressa keniota.

L’ugandese Solomon Mutai trionfa alla maratona di Venezia

Il vincitore proviene, infatti, da Bukwo, nell’Uganda orientale. E’ Munyo Solomon Mutai, 30 anni compiuti alla vigilia, che con 2h08’10” ha timbrato il nuovo primato della competizione.

Ha abbassato di 3 secondi il precedente record (2h08’13”) ottenuto nel 2009 dal keniano John Komen. Avrebbe fatto ancor meglio se al km 38 non avesse…sbagliato strada. Mai un ugandese aveva tagliato per primo il traguardo sulla monumentale Riva Sette Martiri.

Felice ed emozionato, Solomon si è inginocchiato subito dopo il traguardo per un attimo di raccoglimento. Era quasi incredulo: per Solomon si tratta della prima vittoriosa maratona della carriera, iniziatasi nel 2013 con il sesto posto alla BO classic di Bolzano. Evidentemente l’Italia gli porta bene: tre anni dopo è giunto 5° al Giro al Sas del Trentino. Se poi si mettono in conto i 6 mila euro di premio, la soddisfazione aumenta per il novello Doge di Venezia.

Domenica, alle sue spalle si è classificato il keniota Emmanuel Naibei, 39 anni, (2h09’41”), collezionista di secondi posti: è la quarta volta che giunge alle spalle dei vincitori nelle maratone da lui affrontate (ma vanta anche un successo a Lagos nel 2021).

Terzo, l’etiope Tefese Delelegn Abebe, in 2h09’54” in quello che è stato al maschile il podio più veloce di sempre. A dire il vero, Venezia ci sta facendo l’abitudine ai trionfi dei “neri”: anche lo scorso anno i primi tre venivano tutti dall’Africa, dal Kenya per la precisione.

La keniota, Lucy Karima, medaglia d’oro a Venezia

La tripletta targata Nairobi quest’anno si è ripetuta tra le donne, tutta keniota: prima, in 2h28’12” (record anche per lei) la matura Lucy Karimi, 36 anni: nel 2015 conquistò la Stramilano. Seconda, Rebeca Kangogo Chesire, 30 anni, staccata di 1 minuto e 2 secondi. Anche lei nel 2015 a Milano brillò, ma nella mezza maratona; terza, Caroline Jebet Korir, 28 anni, distanziata di 1 minuto e 34 secondi. “Se con la vittoria di Mutai, l’Uganda entra per la prima volta nell’albo d’oro per nazioni della Maratona di Venezia – ha ricordato il Comitato organizzatore – il successo di Karimi porta a 14 le vittorie in campo femminile per il Kenya”.

Domenica si è gareggiato anche a Valencia, amata dai runners di lunga distanza come la città lagunare. Nella città spagnola si è svolta la mezza maratona, detta anche Medio Maraton Trinidad Alfonso. E’ considerata velocissima. Non è un caso che nel 2020 il keniano Kibiwott Kandie, 26 anni, abbia spiccato il volo in 57’32’‘ ottenendo il Record del Mondo sulla distanza.

Kibiwott Kandie, Kenya, primo alla maratona di Valencia, Spagna

Quest’anno Kibiwott si è ripetuto nella vincita dei 21,097 km, ma non nel tempo: ha fermato il cronometro a 58’10, che è pur sempre la settima prestazione mondiale di sempre.

Ora la stagione delle maratone si avvia a conclusione. L’appuntamento immancabile è per il 6 novembre con la corsa più famosa e ambita: quella di New York.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Dimostrazioni antigovernative e scontri etnici devastano il Sudan: l’esercito spara e uccide un minorenne

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 ottobre 2022

In Sudan le proteste antigovernative si susseguono quasi ogni giorno. Durante l’ultima di ieri a Khartoum è stato ucciso un giovanissimo di soli 15 anni. Le forze dell’ordine hanno aperto il fuoco contro i dimostranti, colpendo al petto il ragazzo. E’ la 118esima vittima uccisa durante le proteste dal colpo di Stato militare dello scorso anno.

La notizia della morte del giovane è stata diramata dal Comitato centrale indipendente dei medici sudanesi (CCSD).

Quindicenne ammazzato dalle forze dell’ordine durante una manifestazione a Khartoum

In una nota del CCSD si legge: “Un martire è morto per un colpo di pistola al petto esploso dalle forze golpiste, mentre manifestava a Khartoum”.

I sudanesi non si arrendono. Continuano a scendere nelle piazze e nelle strade per manifestare pacificamente il loro disappunto, la loro rabbia, contro la giunta militare al potere in Sudan, specie ora, in prossimità dell’anniversario dell’ultimo golpe.

L’esercito sudanese, guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, ha preso il potere il 25 ottobre 2021, ha sciolto l’amministrazione di transizione, arrestando decine di funzionari governativi e politici, tra questi anche l’ex primo ministro Abdalla Hamdok.

Il  ragazzo ammazzato, Issa Omer, è stato portato immediatamente nel più vicino nosocomio, il al-Gawda Hospital, nel quartiere di  Alsahafa, dove è avvenuto l’omicidio, a sud di Khartoum.

Il medico legale ha poi confermato che la morte del ragazzo è stata causata da un proiettile che ha perforato cuore e polmoni, provocando una grave emorragia interna. Gli avvocati hanno detto che intendono fare causa alla polizia del regime.

Anche domani in diverse città del Paese, la gente scenderà in piazza per denunciare la brutalità del regine. Non teme di essere presa di mira da agenti e soldati. La popolazione chiede che i militari si ritirino nelle caserme si torni a un governo civile senza soprusi e malversazioni.

I giovani, sono sotto shock per la morte di un loro compagno, Mudasser Kamal, arrestato poi morto in prigione l’11 ottobre scorso. Secondo la polizia la causa del decesso sarebbe da ricercare nel forti dolori all’addome che avevano assalito il ragazzo. Ma la famiglia, gli avvocati e gli attivisti dei i diritti umani sostengono che il corpo di Kamal mostrava evidenti segni di tortura e ora esigono che vengano avviate indagini indipendenti .

Il Paese è colpito da una grave crisi politica ed economica e, nonostante i mediatori internazionali cerchino di convincere l’esercito e le fazioni civili a negoziare, non sembra esserci una fine all’impasse.

La situazione economica non fa che peggiorare, con un’inflazione a tre cifre, un terzo dei 45 milioni di abitanti del Paese sono allo stremo, a corto di cibo. Il Sudan si trova a dover affrontare una crisi alimentare grave a causa dei cambiamenti climatici, il protrarsi dei conflitti e l’aumento vertiginoso dei prezzi, che ha raggiunto il 50 percento in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Altre marce di protesta si sono svolte nella travagliata regione del Blue-Nile, dove da giorni si consumano nuovi scontri tra varie comunità che nell’ultima settimana hanno causato 150 morti e molti feriti.

Ieri i manifestanti della regione hanno appiccato un incendio davanti all’ufficio del governo a Ad Damzin, mentre altri hanno saccheggiato un deposito di armi.

Uffici del governo a Ad Damzin, Blue-Nile, Sudan

Già mercoledì scorso il governatore del Blue-Nile, Ahmed al-Omda Badi, ha ordinato il coprifuoco notturno nella località di Wed al- Mahi, dopo nuovi violenti scontri tra le tribù Hausa e Berti. Mentre sabato ha decretato lo stato di emergenza in tutta la regione. Ha poi ordinato al comandante della 4a divisione di fanteria dell’esercito sudanese, al comandante della polizia locale, ai servizi di intelligence e alle RSF (Forze di Supporto Rapido) di ripristinare l’ordine.

RFS è un contingente paramilitare, composto anche da membri dei famigerati ex janjaweed, terroristi arabi soprannominati “diavoli a cavallo”. Famosi perché in Darfur attaccavano i villaggi africani (ammazzavano gli uomini, stupravano le donne e rapivano i bambini). Il leader di RSF è il vice presidente del Sudan, Mohamed Hamdan Daglo, detto Hemetti. Colui che ha vantato una stretta collaborazione con l’Italia.

Mohamed Hamdan Daglo, detto Hemetti, capo delle RSF e numero due della Giunta Militare di Transizione

Gli scontri sono iniziati nella parte settentrionale del Blue-Nile a metà luglio, quando gli indigeni delle tribù El Funj, El Hamaj e Berta hanno attaccato le famiglie Hausa della zona. Secondo quanto riporta il quotidiano online Dabanga News con sede in Olanda, le aggressioni sarebbero scoppiate dopo la decisione di Malik Agar, membro del Consiglio Sovrano, di inserire i leader Hausa nel sistema di amministrazione autoctona per ottenere maggiore sostegno nello Stato.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Per la giustizia americana Assange è un cybercriminale invece è semplicemente un giornalista

Speciale per Africa Express e per Senza Bavaglio
Francesca Piana
Milano, 23 ottobre 2022

Julian Assange non è un hacker. Ecco cosa scrive Stefania Maurizi nel suo libro “Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e Wikileaks”, (Chiarelettere ed. 2021): “Julian Assange è un giornalista, ma il Dipartimento della giustizia di Trump ha tentato di rappresentarlo come un hacker o un cybercriminale nel tentativo di aggirare la protezione costituzionale del First Amendment… Era il mondo alla rovescia dell’amministrazione Trump, pensano in molti.

Julian Assange

Purtroppo, con la presidenza Obama non era andata molto meglio. …L’obiettivo del complesso militare e d’intelligence degli Stati Uniti e dei loro alleati è distruggere WikiLeaks, far fuori un’organizzazione giornalistica che, per la prima volta nella storia, ha creato una crepa profonda e persistente in quel potere segreto, che da sempre non risponde a nessuno e usa il segreto di Stato non per proteggere la sicurezza dei cittadini, ma per garantirsi l’impunità, nascondere incompetenza e corruzione.

Nessun’altra organizzazione giornalistica al mondo ha pubblicato sistematicamente centinaia di migliaia di documenti classificati e lo ha fatto per oltre un decennio, con un impatto mondiale… WikiLeaks ha dimostrato che la battaglia contro il potere segreto può essere vinta. Fino a quando esisterà e sarà attiva, quel potere la percepirà come una minaccia esistenziale…”

La falsa testimonianza di Thordarson

In un articolo pubblicato sul quotidiano islandese “Stundin” (26-6-2021) si legge che: “anche se il Dipartimento di Giustizia americano aveva speso massicce risorse per costruire un caso contro Assange durante la presidenza di Obama, aveva poi deciso di non incriminare Assange.

La principale preoccupazione era che risultava estremamente difficile fare una distinzione tra le pubblicazioni di WikiLeaks e quelle del “New York Times” dello stesso materiale e andare contro l’uno avrebbe posto gravi problemi relativamente al First Amendment (protezione costituzionale della libertà di stampa, ndr)…

L’amministrazione Trump aveva chiaro che, se avessero potuto dimostrare che Assange anziché un giornalista era un criminale, le accuse sarebbero state valide e in questo la testimonianza di Thordarson era chiave…

Si legge nell’articolo apparso su “Stundin”: “Un testimone chiave del caso del Dipartimento di Giustizia contro Julian Assange ha ammesso di avere fabbricato accuse decisive nell’incriminazione contro il fondatore di WikiLeaks.

Il testimone, con una documentata storia di sociopatia e più volte condannato per abusi sessuali di minori e frodi finanziarie di grande portata, ha anche confessato di aver portato avanti la sua follia criminale mentre collaborava con il Dipartimento di Giustizia del FBI avendo ricevuto una garanzia di immunità dall’accusa….E ancora: Sigurdur Ingi Thordarson era stato reclutato dalle autorità degli Stati Uniti per costruire il caso contro Assange dopo averli indotti a credere di essere stato in precedenza uno stretto collaboratore di Assange… in realtà aveva solo e su base limitata cercato fondi nel 2010, cogliendo l’opportunità per sottrarre 50.000 dollari dall’organizzazione…(per leggere l’articolo https://stundin.is/grein/13627/key-witness-in-assange-case-admits-to-lies-in-indictment/)

L’arresto di Julian Assange nell’ambasciata dell’Ecuador

“Lo trascinarono fuori in sette, sollevato per le gambe e per le braccia, mentre lui resisteva, gesticolava e gridava. Gli agenti della Metropolitan Police, che tutto il mondo conosce come Scotland Yard, erano in abiti civili. Se avessero indossato le uniformi, probabilmente, la scena sarebbe apparsa ancora più cruda, da Stato autoritario.

Arresto di Julian Assange all’ambasciata dell’Euador

Anche per l’Ecuador di Lenin Moreno sarebbe stata un simbolo di imbarazzante sottomissione. Quelle immagini erano già abbastanza brutali così. E tutto il pianeta guardava. Un giornalista inerme, dalla salute minata da nove anni di detenzione arbitraria, prelevato a forza dalla polizia, ammanettato, il volto di un pallore spettrale, capelli e barba bianca da eremita… Quell’11 aprile 2019 intorno alle 10:50 di mattina ora di Londra… Scotland Yard era potuta entrare nell’ambasciata perché aveva ottenuto l’autorizzazione dell’Ecuador di Lenin Moreno, che gli aveva revocato l’asiloDue mesi prima il “Financial Time” aveva annunciato che il paese latinoamericano aveva ottenuto un prestito di 4,2 miliardi di dollari dal Fondo monetario internazionale… da tempo ormai il presidente dell’Ecuador aveva riallineato il paese agli Stati Uniti… Era stata una minuscola ambasciata che ci aveva sempre accolti. Ora sembrava una prigione… con la fine della presidenza di Rafael Correa, tutto era cambiato… fino a quando al potere c’era stato Rafael Correa, all’interno dell’ambasciata Assange era protetto… il 27 marzo 2018l’Ecuador di Lenin Moreno tagliò Assange fuori dal mondo: non poteva più ricevere visite, a eccezione dei suoi avvocati, e non poteva neppure connettersi alla rete…Era isolato da tutti.”

Il potere segreto sulla nostra vita

Scrive Stefania Maurizi nel suo libro: “Dal 2010 Assange ha provato a cercare ogni possibile rifugio. Si è chiuso in un’ambasciata e ha cercato protezione nell’asilo e nella legge internazionale.

Ha bussato alle porte del Working Group delle Nazioni Unite, a quelle del relatore speciale Onu contro la tortura. Niente e nessuno ha potuto impedire la distruzione della sua salute fisica e mentale. Né il Quarto potere gli è stato d’aiuto, anzi, ha enormi responsabilità…il potere segreto vuole colpire lui e la sua organizzazione ma anche intimidire qualunque altro giornalista whistleblower e fonte esponga i suoi crimini e le sue corruzioni…

Il caso va ben oltre la vita e la libertà del fondatore di WikiLeaks e dei suoi collaboratori: è la battaglia per un giornalismo che espone il livello più alto del potere, quello in cui si muovono diplomazie, eserciti e servizi segreti.

Un livello che nelle nostre democrazie – soprattutto quelle europee – il cittadino comune spesso nemmeno percepisce come rilevante per la sua vita… Eppure quel potere, schermato dal segreto di Stato, decide eccome la sua vita. Decide per esempio se il suo paese passerà vent’anni a fare la guerra in Afghanistan mentre non ha le risorse per scuole e ospedali, come nel caso dell’Italia. O se un cittadino tedesco viene improvvisamente sequestrato, consegnato alla Cia, torturato e stuprato perché scambiato per un pericoloso terrorista, mentre era innocente.

Oppure se un uomo possa sparire dalle vie di Milano, a mezzogiorno, proprio come nel Cile di Pinochet, rapito dalla Cia e dai servizi segreti italiani, con i responsabili che rimangono liberi come l’aria…”

Come agisce il potere segreto

“Su questo potere segreto il cittadino comune non ha alcun controllo, perché non ha accesso alle informazioni riservate su come opera.

Per la prima volta nella storia, però, WikiLeaks ha aperto un profondo squarcio in questo potere segreto, permettendo a miliardi di persone nel mondo di accedere sistematicamente e senza restrizioni a enormi archivi di documenti classificati che rivelano come agiscono i nostri governi quando, al riparo dagli sguardi dei cittadini e dei media, preparano guerre e commettono atrocità… Nei regimi non è possibile farlo senza andare incontro a gravissime conseguenze.

Nelle società non autoritarie, invece, deve essere possibile. Per questo motivo il processo al fondatore di WikiLeaks deciderà il futuro del giornalismo nelle nostre democrazieIl potere segreto agisce nell’impunità tanto nelle dittature quanto nelle democrazie.

Negli stati autoritari usa il pugno di ferro alla luce del sole…nelle democrazie invece il suo pugno di ferro è nascosto sotto a un guanto di velluto. Non c’è bisogno di essere brutali quando si può far crollare un giornalista con la tortura psicologica invece che con quella fisica…”

La strategia del controspionaggio americano

“Era marzo del 2010… a farsi vivo fu Julian Assange. Voleva richiamare la mia attenzione su un documento segreto dell’amministrazione Bush su WikiLeaks. L’analisi del controspionaggio Usa coglieva lo scopo… l’obiettivo di WikiLeaks.org è assicurare che l’informazione fatta filtrare (leaked) venga distribuita attraverso molte giurisdizioni, organizzazioni e individui in modo che una volta diffusa su internet sia estremamente difficile far sparire del tutto la documentazione…. Avendo concluso che rappresentava una minaccia, WikiLeaks andava distrutta… WikiLeaks aveva poco più di un anno quando il controspionaggio di una superpotenza, gli Stati Uniti, aveva già deciso che andava distruttaWikiLeaks divenne un caso mondiale dopo che il 5 aprile 2010 pubblicò un video segreto dal titolo Collateral Murder in cui si vedeva un elicottero americano Apache sterminare civili inermi a Baghdad mentre l’equipaggio rideva…il filmato risaliva al 12 luglio 2007 ed era un file del Pentagono…il video smentiva le affermazioni ufficiali: non era in corso alcun combattimento….una cosa è uccidere civili nel corso di un combattimento, senza avere intenzione di farlo, un’altra è prenderli di mira in modo deliberato. Nel primo caso si parla di danno collaterale, nel secondo di crimine di guerra… poteva aprire le porte a un’indagine sui crimini di guerra dei soldati americani…. WikiLeaks divenne un vero e proprio caso internazionale.”

La fonte da distruggere: Chealsea Manning

“Il 6 giugno il magazine americano “Wired” rivelò che in Iraq un ragazzo statunitense di 22 anni era stato arrestato dopo aver raccontato in chat di essere stato lui ad aver passato a WikiLeaks il video e altre centinaia di migliaia di documenti segreti del governo Usa…si chiamava Bradley Manning ed era un analista dell’intelligence dell’esercito degli Stati Uniti in missione in Iraq….giovane analista molto intelligente con problemi di identità sessuale, tanto che successivamente avrebbe cambiato sesso e assunto il nome di Chelsea Manning. …uno spirito critico e indipendente… arrivato in Iraq capì di essere coinvolto in qualcosa a cui era del tutto contrario… Aveva scoperto violazioni dei diritti umani gravissime…poteva girarsi dall’altra parte ma aveva fatto la scelta più difficile, aveva passato i file all’organizzazione di Julian Assange… voglio che la gente veda la verità perché senza informazione l’opinione pubblica non può prendere decisioni in modo consapevole…era una whistleblower che aveva fatto uscire quei documenti per innescare un dibattito pubblico…e scoprire e punire i responsabili di crimini di guerra…. Denunciata, Chealsea Manning …era stata arrestata nel maggio del 2010… Ricevendo una condanna penale senza precedenti, ha provato a suicidarsi due volte sotto la presidenza Obama e una volta sotto quella di Trump.” Rientrava nella strategia del controspionaggio americano per distruggere WikiLeaks.

Francesca Piana

 

 

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Islamisti all’attacco in Congo-K, bruciate due cliniche nel Nord-Kivu, uccisa anche una suora-medico

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 ottobre 2022

Durante un nuovo attacco portato da un gruppo armato, presumibilmente l’ADF, Allied Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995, sono state uccise almeno 7 persone. Altre risultano disperse, meglio, rapite. L’aggressione è avvenuta nella notte tra giovedì e venerdì nel Nord Kivu, una delle province orientali della Repubblica Democratica del Congo.

Suor Marie-Sylvie Kavuke Vakatsuraki

Tra i morti anche una suora, Marie-Sylvie Kavuke Vakatsuraki, della congregazione congolese Petites Sœurs de la Présentation de Notre-Dame, fondata nel 1952 a Beni. La religiosa era anche medico e prestava servizio al Centre Sanitaire de Référence gestito dall’ufficio sanitario della diocesi di Butembo-Beni.

Oltre alla clinica cattolica, i presunti miliziani di ADF hanno distrutto anche l’ospedale di una comunità protestante che si trova a un chilometro e mezzo dalla clinica di Maboya.

Finora Maboya, che si trova tra Beni e Butembo, è stata sempre risparmiata dagli attacchi di gruppi armati. Ma questa volta i ribelli sono stati davvero pesanti, ha raccontato un infermiere ai reporter di AFP: “Hanno ammazzato persino alcuni pazienti”.

Maboya, centro sanitario gestito dalla diocesi di Beni-Butembo

“Erano in molti, hanno dato fuoco al centro gestito dalla diocesi, poi hanno bruciato anche all’ospedale protestante “Tiege”, dove hanno ucciso un guardiano e sequestrato un infermiere, poi hanno seminato il terrore in tutta l’area”, ha spiegato Roger Wangeve, presidente della società civile della zona. E ha aggiunto: “Hanno saccheggiato e bruciato parecchie case”.

Dopo alcune settimane di calma, sono ripresi gli attacchi nel territorio di Beni, dove i militari congolesi (FARDC) e quelli ugandesi (UPDF ) conducono operazioni congiunte da quasi un anno contro ADF.

I miliziani sono accusati di massacri di civili nell’est della RDC e di attacchi terroristi nel resto del Paese. Alla fine del 2021 hanno ripreso la loro attività anche in Uganda. All’inizio di settembre i due eserciti hanno annunciato di aver pianificato la quarta fase delle operazioni.

E proprio giovedì, un giorno prima del terribile attacco a Maboya, il portavoce delle operazioni congiunte congo-ugandesi, Mak Hazukay, ha chiesto alla popolazione di essere vigile e di denunciare qualsiasi movimento sospetto.

Il portavoce ha poi spiegato che recentemente sono stati uccisi sei ribelli nella zona di Rwenzori (Beni) e altri nove, tra questi anche una donna, nella provincia di Ituri.

Da decenni le regioni orientali del Congo-K sono sotto la minaccia di oltre 100 gruppi armati locali e stranieri, tra cui l’ADF, appunto. Nelle province di Nord Kivu e di Ituri è stato imposto lo stato d’emergenza dal maggio 2021, una misura eccezionale che finora non ha risolto nulla. Attacchi e violenze continuano senza sosta.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Congo insanguinato: un contingente regionale che stenta a decollare dovrebbe porre fine alla mattanza

 

 

Sudafrica: bimba di 16 mesi muore calpestata da una giraffa

Africa ExPress
23 settembre 2022

Una bimba di soli 16 mesi è stata uccisa da una giraffa in una riserva naturale in Sudafrica mercoledì scorso.

E’ rarissimo che una giraffa, il più grande mammifero al mondo, attacchi l’uomo. Eppure è successo, in parco naturale nel KwaZulu-Natal, a 270 chilometri da Durban.

Resort Kuleni, Sudafrica

Secondo quanto ha riferito la polizia, la piccolina e sua madre sarebbero state calpestate da una giraffa nel primo pomeriggio di mercoledì nella fattoria Kuleni, un resort a 16 chilometri da Hluhluwe.

La bimba è stata portata immediatamente nello studio medico più vicino, dove è morta poco dopo a causa delle ferite riportate, mentre la madre è stata trasportata con l’elisoccorso in ospedale. Le sue condizioni sono tutt’ora serie.

La provincia di KwaZulu-Natal è meta di molti turisti locali e internazionali.

Nel suo sito web la fattoria Kuleni pubblicizza il fatto che i visitatori possono “godere di incontri ravvicinati con gli animali mentre camminano o pedalano sui numerosi sentieri”.

Giraffa, Sudafrica

Nel 2018, la moglie e il figlioletto di 3 anni dello scienziato britannico Sam William sono stati ugualmente calpestati da una giraffa femmina nel Blyde Wildlife Estate in Sudafrica.

I due sono stati curati in un ospedale privato di Johannesburg e sono sopravvissuti.

Africa ExPress
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