Dimostrazioni antigovernative e scontri etnici devastano il Sudan: l’esercito spara e uccide un minorenne

Morti e feriti nel Blue Nile. Nei combattimenti partecipano gli ex janjaweed il cui capo vanta una stretta collaborazione con l'Italia

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 ottobre 2022

In Sudan le proteste antigovernative si susseguono quasi ogni giorno. Durante l’ultima di ieri a Khartoum è stato ucciso un giovanissimo di soli 15 anni. Le forze dell’ordine hanno aperto il fuoco contro i dimostranti, colpendo al petto il ragazzo. E’ la 118esima vittima uccisa durante le proteste dal colpo di Stato militare dello scorso anno.

La notizia della morte del giovane è stata diramata dal Comitato centrale indipendente dei medici sudanesi (CCSD).

Quindicenne ammazzato dalle forze dell’ordine durante una manifestazione a Khartoum

In una nota del CCSD si legge: “Un martire è morto per un colpo di pistola al petto esploso dalle forze golpiste, mentre manifestava a Khartoum”.

I sudanesi non si arrendono. Continuano a scendere nelle piazze e nelle strade per manifestare pacificamente il loro disappunto, la loro rabbia, contro la giunta militare al potere in Sudan, specie ora, in prossimità dell’anniversario dell’ultimo golpe.

L’esercito sudanese, guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, ha preso il potere il 25 ottobre 2021, ha sciolto l’amministrazione di transizione, arrestando decine di funzionari governativi e politici, tra questi anche l’ex primo ministro Abdalla Hamdok.

Il  ragazzo ammazzato, Issa Omer, è stato portato immediatamente nel più vicino nosocomio, il al-Gawda Hospital, nel quartiere di  Alsahafa, dove è avvenuto l’omicidio, a sud di Khartoum.

Il medico legale ha poi confermato che la morte del ragazzo è stata causata da un proiettile che ha perforato cuore e polmoni, provocando una grave emorragia interna. Gli avvocati hanno detto che intendono fare causa alla polizia del regime.

Anche domani in diverse città del Paese, la gente scenderà in piazza per denunciare la brutalità del regine. Non teme di essere presa di mira da agenti e soldati. La popolazione chiede che i militari si ritirino nelle caserme si torni a un governo civile senza soprusi e malversazioni.

I giovani, sono sotto shock per la morte di un loro compagno, Mudasser Kamal, arrestato poi morto in prigione l’11 ottobre scorso. Secondo la polizia la causa del decesso sarebbe da ricercare nel forti dolori all’addome che avevano assalito il ragazzo. Ma la famiglia, gli avvocati e gli attivisti dei i diritti umani sostengono che il corpo di Kamal mostrava evidenti segni di tortura e ora esigono che vengano avviate indagini indipendenti .

Il Paese è colpito da una grave crisi politica ed economica e, nonostante i mediatori internazionali cerchino di convincere l’esercito e le fazioni civili a negoziare, non sembra esserci una fine all’impasse.

La situazione economica non fa che peggiorare, con un’inflazione a tre cifre, un terzo dei 45 milioni di abitanti del Paese sono allo stremo, a corto di cibo. Il Sudan si trova a dover affrontare una crisi alimentare grave a causa dei cambiamenti climatici, il protrarsi dei conflitti e l’aumento vertiginoso dei prezzi, che ha raggiunto il 50 percento in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Altre marce di protesta si sono svolte nella travagliata regione del Blue-Nile, dove da giorni si consumano nuovi scontri tra varie comunità che nell’ultima settimana hanno causato 150 morti e molti feriti.

Ieri i manifestanti della regione hanno appiccato un incendio davanti all’ufficio del governo a Ad Damzin, mentre altri hanno saccheggiato un deposito di armi.

Uffici del governo a Ad Damzin, Blue-Nile, Sudan

Già mercoledì scorso il governatore del Blue-Nile, Ahmed al-Omda Badi, ha ordinato il coprifuoco notturno nella località di Wed al- Mahi, dopo nuovi violenti scontri tra le tribù Hausa e Berti. Mentre sabato ha decretato lo stato di emergenza in tutta la regione. Ha poi ordinato al comandante della 4a divisione di fanteria dell’esercito sudanese, al comandante della polizia locale, ai servizi di intelligence e alle RSF (Forze di Supporto Rapido) di ripristinare l’ordine.

RFS è un contingente paramilitare, composto anche da membri dei famigerati ex janjaweed, terroristi arabi soprannominati “diavoli a cavallo”. Famosi perché in Darfur attaccavano i villaggi africani (ammazzavano gli uomini, stupravano le donne e rapivano i bambini). Il leader di RSF è il vice presidente del Sudan, Mohamed Hamdan Daglo, detto Hemetti. Colui che ha vantato una stretta collaborazione con l’Italia.

Mohamed Hamdan Daglo, detto Hemetti, capo delle RSF e numero due della Giunta Militare di Transizione

Gli scontri sono iniziati nella parte settentrionale del Blue-Nile a metà luglio, quando gli indigeni delle tribù El Funj, El Hamaj e Berta hanno attaccato le famiglie Hausa della zona. Secondo quanto riporta il quotidiano online Dabanga News con sede in Olanda, le aggressioni sarebbero scoppiate dopo la decisione di Malik Agar, membro del Consiglio Sovrano, di inserire i leader Hausa nel sistema di amministrazione autoctona per ottenere maggiore sostegno nello Stato.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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