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Continua il braccio di ferro tra Madagascar e Sudafrica: voli bloccati finché Pretoria non restituirà 73 chili d’oro

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
22 ottobre 2022

La battaglia diplomatica e giudiziaria tra Madagascar e Sudafrica per l’oro continua dallo scorso mese di aprile. E ora si inasprisce. Il governo malgascio ha prorogato a tempo indeterminato il divieto ai voli sudafricani. La motivazione? Pretoria non vuole restituire i 73.5 kg in lingotti d’oro di contrabbando sequestrati 22 mesi fa.

La conferma della pesante decisione è di Sisa Ngombane, ambasciatore sudafricano ad Antananarivo, al quotidiano sudafricano Daily Maverick, il 15 ottobre. La decisione del governo malgascio deriva dal fatto che il caso giudiziario non mostra segni di conclusione.

dollari e lingotti d'oro
Dollari e lingotti d’oro

Fallito il tentativo di ripristinare i voli tra i due Paesi

Eppure, lo scorso 5 luglio, dopo un incontro tra il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa e l’ambasciatore malgascio in Sudafrica, sembrava che i voli potessero riprendere. Invece è arrivata la conferma dell’interruzione a tempo indeterminato.

I fatti risalgono al 31 dicembre 2020 al terminal privato Fireblade Aviation accanto l’aeroporto internazionale OR Tambo di Johannesburg. Vengono arrestati tre uomini con 73,5 kg in lingotti (valore 4,2 milioni di dollari Usa) e 20.000 dollari in contanti. Erano diretti a Dubai e l’aeroporto di Johannesburg era un transito.

Il governo del Madagascar fino ad ora ha inutilmente chiesto l’estradizione dei tre uomini e la restituzione dell’oro. Antananarivo sostiene che sia stato rubato e appartenga di diritto al governo. Stranamente si è mossa anche la Parpia Gold and Jewels Trading LLC, azienda di Dubai che vende oro, ma senza successo.

Intanto, durante i 22 mesi passati, il tribunale di Pretoria non ha voluto sentire storie. Afferma che il contrabbando è avvenuto in territorio sudafricano: “I tre hanno commesso un reato in Sudafrica. La legge deve fare il suo corso”.

Airlink vittima innocente tra i due litiganti

In tutta questa vicenda, Airlink, unica compagnia aerea sudafricana che collega Johannesburg al Madagascar sta in mezzo ai contendenti. E ci sta rimettendo di tasca sua. La compagnia aerea ha anche presentato un reclamo alle autorità sudafricane dell’aviazione civile per il divieto. Finora non ha ricevuto nessuna risposta. Airlink ha sottolineato che non ha nulla a che fare con il contrabbando d’oro. Afferma di essere una vittima del tutto innocente di una disputa tra Pretoria e Antananarivo.

Rodger Foster, amministratore delegato di Airlink, ha dichiarato che gli agenti  della compagnia aerea in Madagascar hanno chiesto informazioni alle autorità dell’aviazione civile malgascia. È stato loro risposto che il divieto sarebbe rimasto in vigore fino alla restituzione dell’oro e dei corrieri che lo avevano portato in Sudafrica.

Il valore del turismo sudafricano

Ma quanto vale il turismo sudafricano per Antananarivo? “Non arriva al cinque per cento delle presenze – risponde Giorgio Maggioni, responsabile di My Madagascar, azienda turistica italiana presente nell’isola da due decenni -. Poco rispetto al 42 per cento di italiani che da soli fanno quasi la metà del totale. È un turismo nuovo e in crescita. Fino ad aprile scorso aveva voli diretti sulla capitale e su Nosy Be ed era in programma anche un volo nel sud della grande isola”.

statistiche turismo Madagascar
Statistiche del turismo in Madagascar (2019) Fonte: Ministero del Turismo malgascio

Ma allora perché il presidente malgascio Andry Rajoelina dovrebbe rinunciare a un turismo crescente? Fonti di Africa ExPress ci informano che il capo dello Stato stia già raccogliendo fondi per le elezioni che si terranno il prossimo anno.

Analisti politici credono invece che i 73 kg d’oro che hanno fatto arrabbiare il presidente siano il suo tesoretto al quale non intende rinunciare. Una fonte di denaro che potrebbe essere utile per l’appuntamento elettorale del 2023. Scadenza che, dopo il colpo di stato del 2009 e l’elezione del 2018, lo potrebbe mantenere nella poltrona più alta.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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Madagascar blocca voli da Sudafrica: “Ridateci i 73 chili d’oro sequestrati”

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Continua la marcia della Russia verso l’Africa: accordi militari anche con Eritrea e Madagascar

Corruzione in Kenya primo scoop di WikiLeaks: rivelò il furto di denaro pubblico dell’ex presidente Moi

Speciale per Africa ExPress e per Senza Bavaglio e per LEFT
Cornelia Isabel Toelgyes
20 ottobre 2022

“E’ impossibile correggere gli abusi se non sappiamo di averli davanti”. (Julian Assange)

Il giornalista australiano e la sua organizzazione ce li ha forniti. Rivelazioni che hanno innescato la furia delle autorità americane, ma in realtà nessun governo al mondo ama Assange e la sua creatura WikiLeaks.

Nell’agosto 2007 il Kenya ha aiutato WikiLeaks a realizzare il suo primo grande scoop. Riguardava Daniel Toroitich arap Moi, Presidente del Kenya dal 1978 al 2002. A incriminare il politico keniota è stato un dettagliato rapporto redatto dalla società britannica di investigazioni aziendali Kroll & Associates e destinato a John Githongo, giornalista keniota, al quale Mwai Kibaki, successore di Moi, aveva affidato il compito di investigare sulla corruzione nel Paese.

Nel report era evidenziato come l’ex presidente e almeno due dei suoi figli si erano appropriati di centinaia di milioni di dollari appartenenti al governo al fine di trasferirli all’estero.

Quel denaro sarebbe poi stati investito nell’acquisto di una banca in Belgio, di un ranch in Australia e di immobili costosi in varie città del mondo, tra cui New York e Londra.

Il rapporto non è mai stato reso pubblico in Kenya.

Julian Assange

Assange aveva poi consegnato il fascicolo al Guardian, che, il 31 agosto 2007, aveva pubblicato la squallida storia ripresa dai media di tutto il mondo. Si ritiene che il documento sia stato inviato ad Assange da un alto funzionario governativo contrariato dall’incapacità di Kibaki di affrontare la corruzione e, alla fine, dalla sua alleanza con Moi.

Il rapporto aveva scatenato un putiferio in Kenya e messo in luce l’impunità della quale godono i funzionari che svuotano le casse dello Stato. Ironia della sorte, poco dopo l’avvio dell’indagine Kroll, l’amministrazione di Kibaki è stata scossa da una propria truffa multimilionaria che prevedeva l’assegnazione di contratti governativi a imprese fasulle.

Vale la pena ricordare anche lo scandalo dello sfruttamento delle miniere da parte di società occidentali e cinesi, pubblicato su Wikileaks

Il gruppo Areva S.A., multinazionale francese specializzato in energia nucleare ed energie rinnovabili (ora ha cambiato nome, Orano) è stata messa sul banco degli imputati da Wikileaks (febbraio 2016).

I cablo pubblicati da Assange hanno raccontato una guerra multimilionaria, costellata di corruzione, di aziende occidentali e cinesi per accaparrarsi l’uranio e altri diritti minerari in Centrafrica. WikiLeaks ha spiegato come gli attori del conflitto avevano cercato di evitare i costi di bonifica dei territori.

Tra le centinaia di pagine di questa pubblicazione ci sono mappe dettagliate di diritti e contratti minerari, tangenti e rapporti investigativi segreti.

Dopo un proficuo sfruttamento delle risorse, aziende come Areva, hanno abbandonato il Paese, lasciando dietro di sé una contaminazione nucleare senza aver avviato nessuno degli investimenti di bonifica promessi.

Il giornalismo africano ha certamente goduto delle rivelazioni fatte da Assange e i suoi collaboratori. Purtroppo molti giornalisti che hanno tentato di portare alla luce i soprusi dei loro governi, sono stati perseguitati, messi a tacere.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Creso in Kenya: scontro per l’eredità dell’ex presidente Moi (oltre 2 miliardi di euro)

 

Malawi: scoperta fossa comune con 25 migranti etiopici diretti in Sudafrica

Africa ExPress
19 ottobre 2022

Martedì sera la polizia del Malawi ha scoperto una fossa comune con i cadaveri di 25 migranti, presumibilmente provenienti dall’Etiopia, scappati da guerra e povertà.

Peter Kalaya, portavoce della polizia ha detto che mercoledì mattina sono iniziati i lavori di esumazione, dopo aver messo in sicurezza l’area.

Ritrovamento di una fossa comune in Malawi con 25 migranti provenienti dall’Etiopia

Secondo quanto riporta Kalaya, gli agenti sono stati allertati da alcuni abitanti del villaggio di Mzimba, circa 250 chilometri a nord della capitale Lilongwe, che si sono imbattuti nella fossa comune mentre raccoglievano miele selvatico nella foresta.

“E’ molto probabile che le persone decedute fossero migranti diretti in Sudafrica”, ha commentato  il portavoce della polizia e ha aggiunto ” Dalle prove raccolte, sembra che le vittime siano di origine etiopica, uomini tra i 25 e 40 anni. I loro corpi sono già in stato di decomposizione, dunque la loro morte risale certamente a un mese fa. Ora le salme sono state trasportate all’obitorio in attesa dell’autopsia”.

Il Malawi è un punto di passaggio per i migranti dell’Africa orientale che vogliono raggiungere il Sudafrica, che funge da calamita per le persone più povere del resto del continente.

Eppure in Sudafrica la situazione economica non è florida come un tempo. A causa del covid, che ha costretto il Paese a lunghi lock-down, e dell’attuale crisi globale, il tasso di disoccupazione è sempre in crescita e alla fine di agosto ha raggiunto il 33,9 per cento. Inoltre il sentimento xenofobo dei sudafricani continua a espandersi, alimentato dall’alto tasso di disoccupazione.

Le autorità del Malawi hanno fatto sapere che dall’inizio dell’anno sono stati intercettati 221 migranti, tra questi 186 erano etiopi.

Africa ExPress
@africexp
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Sudafrica: la xenofobia non si arresta, zimbabwiano picchiato, lapidato, bruciato perché era senza documenti

 

Il Burkina Faso si getta nelle braccia di Mosca ma i mercenari della Wagner non riescono a fermare i jihadisti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 ottobre2022

Il giovanissimo golpista 34enne Ibrahim Traoré, è stato nominato capo di Stato del Burkina Faso per i prossimi 21 mesi. Subito dopo, nell’luglio 2024, dovrebbero svolgersi elezioni libere e democratiche. Il 30 settembre scorso Traoré ha spodestato Paul-Henri Damiba, ora in esilio in Togo. La sua nomina è avvenuta durante la conferenza nazionale del 14 ottobre, alla quale hanno partecipato 300 delegati,

Alla conferenza nazionale hanno partecipano rappresentanti dell’esercito e della polizia, associazioni di capi tradizionali e religiosi, della società civile, dei sindacati, dei partiti e degli sfollati interni, vittime degli attacchi jihadisti che hanno colpito il Burkina Faso dal 2015.

In Burkina Faso i terroristi non si fermano

Appena preso il potere, Traoré aveva precisato che non essere interessato alla carica di presidente. Ma infine ha accettato ugualmente.

Al termine dei lavori della conferenza nazionale, il neo capo di Stato, nonché leader della giunta di transizione Mouvement patriotique pour la sauvegarde et la restauration (MPSR), ha siglato un documento, Charte de transition.

L’articolo 5 stabilisce che “il presidente dell’MPSR assume le funzioni di presidente di transizione, capo di Stato, capo supremo delle forze armate nazionali”. Mentre nell’rticolo 4 viene precisato che Troré non potrà essere candidato alle prossime elezioni.

Subito dopo il putsch, molti giovani si sono radunati nelle strade per sostenere il nuovo golpista, sventolando bandiere russe e cartelloni contro la Francia. Evgueni PrigojineI, fondatore del gruppo Wagner, mercenari al servizio di Vladimir Putin, si è congratulato con il putschista, definendolo: “Un figlio veramente degno e coraggioso del suo Paese”.

Mentre la BBC riporta che Sergei Markov, ex consigliere del Cremlino, è stato più diretto nei suoi commenti: “Il nostro popolo ha aiutato il nuovo leader (del Burkina Faso)” e ha aggiunto: “Un altro Paese africano passerà dalla cooperazione con la Francia all’alleanza con la Russia”.

Secondo l’esperto di geopolitica, Samuel Ramani, in Burkina Faso la Russia sarebbe stata molto più attiva nel suo sostegno all’ultimo colpo di Stato, e non esclude che Mosca abbia svolto un ruolo di coordinamento.

E’ ovvio che si punti il dito sul gruppo Wagner, anche se il Cremlino ha sempre negato qualsiasi legame con i mercenari e non ci sono prove di un diretto coinvolgimento della Russia.

Ibrahim Traoré, golpista Burkina Faso

E Traoré, subito dopo il golpe ha anche dichiarato che si sarebbe rivolto a altri partner (non i francesi), pronti ad aiutare il suo Paese nella lotta contro il terrorismo senza citare esplicitamente Mosca.

Malgrado il cambio ai vertici del regime di Ouagadougou, continuano senza sosta le incursioni dei terroristi.

Sabato scorso, mentre Traoré veniva acclamato come nuovo capo di Stato, un gruppo formato da militari e militanti del VDP (Volontari per la Difesa della Patria), è caduto in un’imboscata. Sono morte almeno 11 persone. Tre militari e otto volontari, altre tre sono state ferite, mentre due risultano disperse.

L’attentato è stato organizzato da un gruppo terrorista non ancora identificato a Bouroum, comune nel nord del Paese, nella provincia di Namentenga.

Oltre il 40 per cento del territorio burkinabé è ancora fuori dal controllo dello Stato, soprattutto nella zona delle tre frontiere (Mali, Niger, Burkina Faso).

Anche in Mali, dove Wagner è presente da quasi un anno, continua l’escalation degli attacchi dei terroristi. Ieri sono morti quattro caschi blu della missione di pace delle Nazioni Unite nel Paese (MINUSMA) e altri tre sono stati feriti gravemente durante un’imboscata. La vettura sulla quale viaggiavano ha urtato una bomba artigianale vicino a Tessalit, nella regione di Kidal. La pattuglia era incaricata di ricerca e rilevamento di mine.

MINUSMA , caschi blu in Mali

MINUSMA è presente nel Paese con oltre 12.000 uomini da allora hanno perso la vita 174 militari.

Durante la riunione del Consiglio di sicurezza del Palazzo di Vetro, che si svolge oggi a New York, il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres presenterà l’ultimo rapporto sul Mali, che comprende il periodo da giugno a settembre 2022.

Guterres chiederà con la massima urgenza un aumento delle truppe di MINUSMA, missione rinnovata poche settimane fa fino al 30 settembre 2023.

Sarà una riunione “bollente”,  giacché saranno esaminate anche le accuse presentate dal ministro degli Esteri maliano, Abdoulaye Diop, nei confronti della Francia. Il ministro, in una sua lettera del 15 agosto scorso, indirizzata al presidente del Consiglio di sicurezza, sostiene di avere “diverse prove” secondo cui Parigi sta armando i gruppi jihadisti in Mali.

L’occasione di esaminare quanto affermato dalle autorità maliane si presenta oggi, Diop sarà infatti presente alla riunione odierna.

Durante la 77esima assemblea generale dell’ONU, che si è tenuta lo scorso settembre a New York, il primo ministro ad interim del Mali, Abdoulaye Maïga, nel suo intervento ha descritto la Francia come “una giunta al servizio dell’oscurantismo”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Dilaga il doping tra gli atleti kenioti: nel 2022 ne sono stati sospesi ben 23

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
17 ottobre 2022

Amebiasi, giardia, parassitosi intestinale, tifo, epatite A, malaria e colera… Queste pensavamo fossero le malattie endemiche e pericolose del Kenya. Questo, illusi e boccaloni, ci avevano fatto credere.

Fino a quando non è comparso il Triamcinolone Acetonide. E allora abbiamo scoperto che la vera epidemia in Nairobi e dintorni, anzi nella zona della Rift Valley, sono le riniti, dermatosi, sindromi allergiche, artrite reumatoide …Almeno fra quella parte della popolazione che sbarca il lunario, a suon di migliaia di dollari, con gambe lunghe e ben distese.

Parliamo delle atlete e atleti professionisti che corrono e dominano le gare di fondo, mezzofondo, maratone, mezze maratone.

Diana Chemtai Kipyokei, vincitrice della Maratona di Boston 2021, nell’edizione di quest’anno è stata sospesa per doping

Ad esempio….Prendiamo Diana Chemtai Kipyokei, 28 anni, vincitrice l’11 ottobre 2021 della prestigiosa maratona di Boston, edizione numero 125, con annessi 150 mila dollari. In 2h 24’45.
Al secondo posto, la veterana 41enne, coriacea Edna KIplagat, giunta con 24 secondi di ritardo. Terza, Mary Wacera Ngugi, 38 anni, celebre non solo come runner ma anche perché finita al centro delle cronache nel 2011, in seguito alla morte violenta del marito, il campione olimpico Samuele Wanjiru.
Per Diana si trattava della prima conquista di una delle sei grandi maratone mondiali e al traguardo sembrava essere sana come un pesce. Niente rinite, nessun segno di asma, di allergie. Fino a Boston aveva conquistato solo un altra maratona, quella di Istanbul, (con record personale di 2h22”) e 4 mezze maratone.
Passiamo alla connazionale Betty Wilson Lempus, 38 anni, vittoriosa lo scorso anno alla mezza maratona di Parigi in 1h05’46”.
Oppure andiamo a vedere un altro long distanze runner, Mark Kangogo , 33 anni, dominatore dell ultima Sierre-Zenal. Il primo africano a conquistare questa durissima corsa in montagna, nel Vallese, Svizzera.

Kangogo fa parte del gruppo di lavoro diretto dal coach svizzero Julien Lyon, che ieri, con una dichiarazione ufficiale sui suoi profili social, ha preso nettamente le distanze dall’atleta.
E non dimentichiamo Philemon Kacheran Lokedi, 30 anni, maratoneta non eccelso ma di valore.
Le due donne sono state sospese provvisoriamente venerdì scorso, 14 ottobre, per uso di sostanze vietate, dall’Athletics Integrity Unit (AIU), l’organismo formato dalla World Athletics per combattere il doping nello sport.
L’11 ottobre erano stati banditi per doping i due maschietti. Per Diana, per Betty e per Mark a fregarli (provvisoriamente, s’intende, ora si aspetta l’appello) è stato il Triamcinolone acetonide.

È una sostanza utile a curare riniti, allergie, dermatosi, ma assolutamente vietata agli sportivi durante le competizioni. Fa parte della lista proibita stilata dalla Wada (l’agenzia mondiale antidroga) compresa nella categoria dei Glucorticoidi: “Rafforza la competitività ed è dannosa alla salute”.
In più, entrambe sono state accusate di aver ostacolato le indagini dell’AIU fornendo false informazioni o documentazione. E manomettendo le prove. (Chi volesse trova ampia spiegazione nel sito) https://www.athleticsintegrity.org/downloads/pdfs/knowledge-centre/en/Press-Release-tampering.pdf)

Non si conoscono reazioni da parte dell’accoppiata femminile squalificata. Amaro, invece, il commento della seconda classificata a Boston nel 2021, Edna Kiplagat, che potrebbe ora diventare la campionessa di Boston 2021: “Sono stata privata del sorriso, della gioia della vittoria e della soddisfazione di avvolgermi nello striscione azzurro del traguardo”.

Edna Kiplagat, seconda classificata alla Maratona di Boston 2021

Quanto a Kacheran, in agosto era stato impedito di partecipare ai giochi del Commonwealth. Ora è stato bandito per tre anni dall’AIU in quanto risultato positivo a livelli eccessivi di testosterone.
Un ottobre nero per la grande Atletica del Kenya. Ma – volendo – non è finita. Prima dei campionati Mondiali di atletica in Oregon era stato fermato per doping Lawrence Cherono, 34 anni, campione della maratona di Chicago e Boston 2019.

E con lui altre tre atlete di Nairobi. Erano le maratonete Stella Barsosio, 29 anni, (prima alla maratona di Sidney nel 2019) e Purity Changwony, 32, (seconda in Toscana lo scorso anno, prima in Slovenia e Kenya) e la mezzofondista specialista  dei 1.500 metri Kumari Taki, 23 anni.
Di fronte a questo sfacelo i quotidiani di Nairobi, “Standard” e “Nation” hanno parlato di vergogna e hanno ricordato che gli atleti sospesi per doping nel 2022 sono stati 23.“Houston, abbiamo un problema”, si è soliti dire ricordando una tragedia spaziale sfiorata 52 anni fa.
Lo sport del Kenya un problema ce l’ha, eccome. La luce delle stelle sta svanendo. Nel Triamcinolone Acetonide.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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I militari italiani al comando del dispositivo preposto alla sicurezza ai mondiali di calcio in Qatar tra un mese

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
16 ottobre 2022

Manca più di un mese dall’avvio dei campionati mondiali di calcio in Qatar (il secondo consecutivo senza la presenza della nazionale italiana), e intanto prende inizio nell’emirato lo schieramento del contingente militare interforze che contribuirà al dispositivo di sicurezza del controverso evento sportivo.

Mondiali di calcio 2022 in Qatar

“Compito dei militari italiani è di supportare, insieme ai contingenti di Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Pakistan e Turchia, le forze armate qatariote nell’implementazione del sistema di difesa del campionato mondiale”, riporta in una nota lo Stato Maggiore della Difesa. “Il dispositivo interforze a guida Esercito Italiano sarà pronto a intervenire, in supporto e su richiesta delle autorità dello Stato ospitante, in situazioni di emergenza o in caso di atti ostili che possano minacciare infrastrutture critiche quali stadi, porti, aeroporti, complessi industriali, centri commerciali e luoghi affollati”.

La task force sarà composta da 560 militari con 46 mezzi terrestri, una nave e due aerei. L’Esercito schiererà unità specialistiche EOD (Explosive Ordnance Disposal), per la difesa da minaccia chimica, biologica, radiologica e nucleare (CBRN) e unità cinofile anti-terrorismo. La Marina Militare presiederà le acque internazionali al largo di Doha, con il pattugliatore polivalente d’Altura Thaon di Revel, e dello spazio subacqueo, in prossimità della costa, con un veicolo sottomarino interamente automatizzato del tipo “Remus 100” in dotazione al Comando delle Forze di Contromisure Mine di La Spezia.

Militari italiani in Qatar per FIFA WORLD CUP 2022

L’Aeronautica Militare, invece, concorrerà al controllo dello spazio aereo per contrastare l’eventuale impiego non autorizzato di mini e micro droni.

Sarà schierato un Counter-Unmanned Aerial Anti-drone System (C-UAS) costituito da dispositivi jammer portatili e dal sistema anti-drone stanziale ACUS (AMI Counter UAS).

A Doha giungerà pure un nucleo di 14 specialisti dell’Arma dei Carabinieri che faranno da advisor (“consulenti”) delle forze di sicurezza (Gendarmeria, Guardia dell’Emiro, Polizia Militare) e delle forze speciali del Qatar.

Tutte le attività della task force italiana saranno coordinate dal COVI – Comando Operativo di Vertice Interforze della Difesa – con a capo il generale Francesco Paolo Figliuolo, mentre il comando sul terreno delle operazioni sarà affidato al generale di brigata Giuseppe Bossa, comandante della brigata “Sassari”.

La nuova missione italiana all’estero (la 44esima del 2022) è stata denominata dal Ministero della difesa come “Orice”, dall’Orice d’Arabia, una delle quattro specie di antilope autoctone della Penisola Arabica in grado di vivere in ambiente desertico. A rischio d’estinzione, l’Orice è l’animale nazionale del Qatar. Il fabbisogno finanziario della missione è stato stimato in  10.811.025 euro.

“I Mondiali di calcio previsti tra il 21 novembre e il 18 dicembre 2022 costituiscono un evento di rilevanza globale per copertura mediatica, valore economico e potenziali flussi di persone”, si legge nella scheda tecnica predisposta dallo Stato Maggiore della Difesa.

“Per il Qatar, l’organizzazione e la riuscita dell’evento assumono dunque straordinaria importanza, anche in virtù del complesso ambiente geopolitico in cui il Paese è inserito. In tale contesto, l’evento potrebbe potenzialmente essere oggetto di attività ostili di natura militare o terroristica condotte da stati terzi, attori non statuali, organizzazioni terroristiche transnazionali o singoli individui. I vertici qatarioti hanno, pertanto, espresso l’auspicio che l’Italia possa contribuire a garantirne la protezione”.

Nello specifico i militari italiani coopereranno alla predisposizione dei piani di allerta, all’addestramento delle forze d’élite qatariote e al rafforzamento del dispositivo militare, aereo, terrestre e navale nell’emirato.

“In fase preparatoria, il contributo nazionale è costituito di esperti pianificatori militari, che contribuiscono alla stesura del piano di difesa dell’evento sportivo; in aggiunta, sono forniti corsi e moduli formativi in aree e campi di interesse qatariota, da svolgere in Italia e in Qatar”, aggiunge la Difesa.

Le ragioni dell’oneroso impegno italiano per la Fifa World Cup 2022 sono state espresse dal ministro Lorenzo Guerini lo scorso 7 luglio a La Spezia in occasione del vertice con il vice primo ministro e titolare per gli Affari della Difesa del Qatar, Khalid bin Mohamed Al Attyiah, giunto nella città ligure per la consegna del pattugliatore d’altura “Sheraouh”, prodotto da Fincantieri.

“L’Italia è orgogliosa di poter contribuire al regolare svolgimento di una rassegna globale: la cooperazione militare bilaterale tra Italia e Qatar è forte e intensa e abbraccia numerose attività di spiccato valore strategico”, ha dichiarato Guerini.

“L’Italia – ha aggiunto – crede nella partnership dei nostri due Paesi, che vede già in atto numerosi programmi di cooperazione industriale, e guarda con fiducia ad altre attività e collaborazioni, in piena coerenza anche con i nostri interessi comuni in materia di sicurezza e difesa”.

Il Qatar cliente eccellente del complesso militareindustriale e anche fornitore leader di gas e petrolio per l’holding ENI e così lo schieramento del contingente militare ai Mondiali diventa un’ottima occasione per tenersi stretti emiro, ministri e generali qatarioti.

La cooperazione bilaterale tra le forze armate dei due paesi si è particolarmente rafforzata proprio alla vigilia della grande kermesse sportiva.

A metà giugno una delegazione guidata dal Comandante delle forze terrestri del Qatar, generale Saeed Hesayen Mohammed Al-Khayarin, si è incontrata a Roma con il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Pietro Serino, e il Comandante delle Forze operative terrestri generale Giovanni Fungo.

“Il meeting ha rappresentato un’utile occasione per finalizzare alcuni aspetti riguardanti il piano di cooperazione per gli anni 2023-24, che prevede due grandi eventi esercitativi, che hanno lo scopo di incrementare la sinergia e l’interoperabilità dei due eserciti”, ha riferito l’ufficio stampa dell’Esercito italiano.

“Sono stati inoltre discussi temi riguardanti lo sviluppo della capacità anfibia, il supporto degli elicotteri d’attacco alle forze terrestri e la simulazione nell’addestramento”, ha anche spiegato

La visita della delegazione dell’emirato si è conclusa in Sardegna presso il poligono di Capo Teulada dove era in corso un’esercitazione congiunta tra l’Esercito e le Qatari Emiri Land Force, giunte sull’isola i primi giorni di giugno. “L’addestramento è stato incentrato sulla preparazione del personale per l’impiego nel corso della prossima FIFA World Cup 2022”, ha concluso l’Esercito.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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La furia degli alleati etiopici-eritrei non si ferma: il Tigray a ferro e a fuoco, ucciso cooperante mentre distribuiva cibo

Africa ExPress
15 ottobre 2022

Ieri verso l’ora di pranzo droni degli alleati eritrei-etiopici hanno sganciato nuovamente bombe sulla città di Shiré (città nel nord ovest del Tigray, nella zona di Badme). Durante il vile attacco sono morti due civili e due operatori umanitari della ONG fondata nel 1933 da Albert Einstein, International Rescue Committee (IRC) sono rimasti gravemente feriti, mentre distribuivano cibo e beni di prima necessità a donne e bambini.

Questa mattina uno di loro è deceduto a causa delle gravissime lesioni riportate durante i bombardamenti.

Guerra in Tigray

La notizia è stata confermata dagli stringer di Africa ExPress secondo cui a Shirè i bombardamenti sono continui. Tutti centri sanitari e ospedali sono stati distrutti dalle bombe. Impossibile curare ammalati o prestare soccorso ai feriti.

Le stesse fonti ci hanno informato che le truppe eritree di invasione hanno passato il confine e sono sistemate a una trentina di chilometri dalla città di Shiré, nel villaggio di Adi-Daero.

Il TDF (Tigray Defense Forses), braccio armato di Tigray People’s Liberation Front che governa la regione nell’estremo nord dell’Etiopia, al confine con l’Eritrea, sta evacuando i civili verso Adua e Axum. Il nostro stringer ha inoltre sottolineato che i militari del Tigray rispondono in modo incisivo alle offensive degli eritrei e delle truppe etiopiche (Ethiopian National Defense Force).

La morte dell’operatore umanitario è stata battuta poco fa anche sull’account twitter di Simon Marks, un giornalista ben informato con base in Kenya.

Durante i conflitti la popolazione, in particolare donne e bambini, nonché gli operatori umanitari corrono enormi rischi; non dovrebbero mai essere presi di mira. Basti pensare che nel giugno 2021 sono stati brutalmente ammazzati tre cooperanti di Medici Senza Frontiere (MSF), tra loro anche una spagnola.

Intanto non è stata fissata ancora nessuna nuova data per la ripresa dei colloqui di pace. Il meeting organizzato dall’Unione Africana in Sudafrica per lo scorso fine settimana, è stato annullato all’ultimo momento e per ora tutto tace. Eccetto le bombe e i fucili che continuano a tuonare.

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Voci (inascoltate) dall’inferno Etiopia: bombe a tappeto per sterminare i tigrini e l’Eritrea tenta l’invasione

Anche Africa Express oggi dalle 18 alle 21 alla maratona mondiale #24hFreeAssange organizzata da Left

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Sabato 15 ottobre, a partire dalle ore 18 e fino alle 21, nella sede romana di Left, un incontro per chiedere la liberazione del fondatore di Wikileaks. Tra i presenti: Moni Ovadia, Vauro, Francesca Fornario, Riccardo Noury. L’evento fa parte di una “24 ore non stop” mondiale sul tema a cui parteciperanno anche il filosofo Noam Chomsky e l’avvocata e moglie di Assange Stella Moris.

Per questo invitiamo i nostri lettori e le nostre lettrici, assieme a chiunque desideri approfondire la vicenda di Assange e sostenere la lotta globale per la sua liberazione, a partecipare all’incontro. Sarà possibile seguirlo anche online, attraverso la diretta Facebook sulla pagina di Left.

La “24 ore non stop” italiana per Julian Assange, invece, potrà essere seguita sui canali Youtube di Pressenza Italia e Terra nuova edizioni e sul canale Twitch di Ottolina tv

Una rassegna di voci “militanti” in difesa di Julian Assange, perché sia liberato al più presto e venga impedita la sua estradizione negli Stati Uniti. L’appuntamento è per sabato 15 ottobre, a partire dalle ore 18, nella sede romana della rivista Left, in via Ludovico di Savoia 2/b.

Insieme alla nostra redazione, all’evento parteciperanno, tra gli altri: Moni Ovadia, Vauro, Francesca Fornario, Giulio Cavalli, Riccardo Noury (Amnesty International Italia), Lazzaro Pappagallo (Stampa romana), Vincenzo Vita (Articolo21), Mara Filippi Morrione (Associazione Amici di Roberto Morrione), Patrick Boylan (Free Assange Italia e autore del libro Free Assange edito da Left), Dale Zaccaria (performer e giornalista), Giuliano Marrucci (Report e Ottolina Tv), Roberto Musacchio (Media alliance), Roberto Morea (Tranform Italia!), Malgorzata Kulbaczewska (Media alliance), Giovanni Russo Spena (costituzionalista), Davide Dormino (artista), Loredana Colace (Ossigeno), Massimo Alberizzi (Senza bavaglio), Cornelia Isabel Toelgyes (Africa Express), Marina Catucci (il Manifesto), John De Leo (cantante).

Verranno proiettati inoltre i contributi di Laura Morante, Beppe Giulietti (Fnsi) e Riccardo Iacona. L’incontro sarà parte di una “24 ore no stop” mondiale a dedicata a questa battaglia di civiltà, alla quale parteciperanno anche il filosofo Noam Chomsky e l’avvocata e moglie di Assange Stella Moris.

L’assurdo caso Assange spiegato dalla giornalista che studia la storia di Wikileaks da oltre 10 anni

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Stefania Maurizi in un libro dettagliatissimo spiega perché i poteri forti vogliono Julian Assange morto

Speciale per Africa Express e per Senza Bavaglio
Francesca Piana
Milano, 15 ottobre 2022

Il libro di Stefania Maurizi, “Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e Wikileaks”, (Chiarelettere ed. 2021) è talmente denso di contenuto e approfondito che quella che segue più che essere una recensione è un collage di parti del testo, citate tra virgolette (e assemblate a mia discrezione), che ho ritenuto più eloquenti.

La selezione è stata difficilissima. Le citazioni derivano quasi tutte dal libro. Alcune dagli articoli della giornalista pubblicati su “Il Fatto Quotidiano”.

Stefania Maurizi ha dedicato oltre dieci anni di lavoro al libro che è introdotto da Ken Loach, che nella prefazione scrive: “Questo è un libro che dovrebbe farvi arrabbiare moltissimo. È la storia di un giornalista imprigionato e trattato con insostenibile crudeltà per aver rivelato crimini di guerra; della determinazione dei politici inglesi e americani di distruggerlo; e della quieta connivenza dei media in questa mostruosa ingiustizia.” E anche: “Se riteniamo di vivere in una democrazia, dovremmo leggere questo libro.”

La battaglia per una società democratica

Scrive Stefania Maurizi: “Mi ha scioccato la criminalità di Stato documentata dai file. L’impunità di cui godono criminali di guerra e torturatori nelle nostre democrazie…

Mi ha scioccato che whistleblower e giornalisti, che rivelano questa criminalità, non abbiano un posto in cui proteggersi nelle nostre società democratiche. Dal 2010 in poi Assange ha cercato ogni possibile rifugio….

Niente e nessuno ha potuto impedire la distruzione della sua salute fisica e mentale. Né il Quarto potere gli è stato d’aiuto, anzi ha enormi responsabilità… dopo che per un decennio Julian Assange e i suoi colleghi di WikiLeaks hanno colpito duramente il potere segreto, quel potere vuole distruggerli, per colpire loro ma anche per intimidire qualunque altro giornalista, whisteblower e fonte esponga i suoi crimini e le sue corruzioni….

È per questo che ho dedicato oltre dieci anni di lavoro a questo caso… Ho investito così tanto perché voglio usare il mio lavoro giornalistico per contribuire a smascherare come opera il pugno di ferro nel guanto di velluto, in modo che l’opinione pubblica ne sia consapevole e impari a riconoscerlo…

Voglio vivere in una società in cui il potere segreto risponde alla legge e all’opinione pubblica delle sue atrocità. Dove ad andare in galera sono i criminali di guerra e non chi ha la coscienza e il coraggio di denunciarli e i giornalisti che ne rivelano la criminalità. Oggi una società così autenticamente democratica non esiste. E nessuno la creerà per noi. Sta a noi combattere per arrivarci.”

Chi è Julian Assange

Assange “non è un criminale: è un giornalista. Ha fondato WikiLeaks, un’organizzazione che ha profondamente cambiato l’informazione, sfruttando le risorse della rete e violando in maniera sistematica il segreto di Stato quando questo viene usato non per proteggere la sicurezza e l’incolumità dei cittadini, ma per nascondere i crimini dello Stato, garantire l’impunità agli uomini delle istituzioni che li commettono e impedire all’opinione pubblica di scoprirli e chiederne conto.

Assange e WikiLeaks hanno pubblicato centinaia di migliaia di documenti segreti del Pentagono, della Cia e della Nsa, che hanno fatto emergere massacri di civili, torture, scandali e pressioni politiche.

Queste rivelazioni hanno innescato la furia delle autorità americane, ma in realtà nessun governo al mondo ama Assange e la sua creatura… è per questo che ha contro di sé l’intero complesso militare e d’intelligence degli Stati Uniti e una serie di governi, eserciti, servizi segreti di varie nazioni… l’unica protezione in cui può sperare è quella dell’opinione pubblica mondiale.”

Dove è incarcerato Julian Assange

Julian Assange è incarcerato dall’aprile 2019 nella Belmarsh Prison di Londra, la prigione più dura del Regno Unito, in attesa che la giustizia britannica si pronunci sul suo appello contro l’estradizione negli Stati Uniti (vedi intervista a Stefania Maurizi) dove rischia una condanna a 175 anni per aver pubblicato nel 2010 i documenti segreti del governo americano sulle guerre in Afghanistan e in Iraq oltre che sulla diplomazia statunitense, sul lager di Guantanamo e altro.

Nessuno dei criminali e dei torturatori esposti nei documenti di WikiLeaks è stato mai punito mentre dalle rivelazioni del 2010 in poi Assange non ha più conosciuto la libertà (confinato dal 2012 per sette anni nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove aveva ricevuto asilo politico sotto la presidenza di Rafael Correa, ndr), poi in prigione. Julian Assange sta pagando un prezzo altissimo.”

Contro chi combatte Julian Assange

Assange lotta contro alcune delle più potenti istituzioni della Terra, che da oltre un decennio lo vogliono uccidere. Le istituzioni includono il Pentagono, la Central Intelligence Agency (Cia), la National Security Agency (Nsa)… La potenza e l’influenza di queste istituzioni si fanno sentire in ogni angolo del pianeta: decidono guerre, colpi di stato, assassini, influenzano elezioni e governi. In modo particolare quello italiano.”

Stefania Maurizi scrive che è stata profondamente colpita dalla: “scelta rivoluzionaria di democratizzare l’accesso alla conoscenza e alle informazioni” del giornalista australiano e dal “coraggio di Assange e di tutti i giornalisti di WikiLeaks”.

Tutte le più grandi organizzazioni per i diritti umani e per la libertà di stampa hanno chiesto e chiedono che Assange non venga estradato e che sia liberato. Lo chiedono anche tutte le persone oneste che si sono interessate al caso.

Julian Assange resta in prigione senza una condanna

“Dopo la prima settimana di udienze (prima udienza 24 febbraio 2020), il processo di estradizione sarebbe dovuto riprendere a maggio, ma accadde l’imponderabile. Una pandemia cambiò il mondo…

Non doveva scontare alcuna condanna… eppure Julian Assange rimaneva in prigione, nonostante la pandemia…nonostante per la giustizia inglese fosse tecnicamente innocente

Nonostante una patologia cronica ai polmoni, una grave depressione e disturbi da stress postraumatico…nonostante il relatore speciale dell’Onu contro la tortura, Nils Melzer, avesse riscontrato tutti i sintomi della tortura psicologica…

Julian Assange e la moglie, Stella Morris

Nel tentativo di ottenere che fosse rilasciato, nell’aprile del 2020, Stella Morris rivelò pubblicamente, in un’intervista al “Daily Mail”, di essere la compagna di Julian Assange e che insieme avevano due bambini piccoli, Gabriel e Max. Con la pandemia non potevano più neanche fargli visita in carcere…”

La catena umana a Londra

Almeno 5000 persone hanno formato una lunghissima catena umana l’8 ottobre a Londra attorno alla sede del parlamento britannico a Westminster manifestando per la liberazione del giornalista australiano allo slogan di Free Julian Assange.

I manifestanti hanno risposto all’appello di Stella Morris, avvocato, moglie di Assange e madre dei suoi due figli, che lotta per riportare a casa il marito contro l’estradizione negli Stati Uniti dove sarebbe condannato a 175 anni di carcere.

Catena umana a Londra in solidarietà a Assange

Condannato per aver pubblicato, in collaborazione con alcune delle principali testate del mondo, documenti classificati tra i quali quelli riguardanti i crimini di guerra statunitensi in Afghanistan e in Iraq. Stella Morris ha percorso la catena umana accompagnata dai figli.

Chi ha dato e chi negato le chiavi della città a Julian Assnge

 Il 15 settembre scorso a Città del Messico sono state date ad Assange le “chiavi della città” ricevute per lui dal padre e dal fratello John e Gabriel Shipton. Nel Paese latinoamericano, che ha una lunga e importante tradizione di accoglienza dei rifugiati politici, le autorità hanno compiuto questo gesto per celebrare il giornalismo di Assange ed esercitare pressione sull’amministrazione del presidente nordamericano Biden affinché lasci cadere il caso di estradizione da Londra del giornalista australiano.

Il presidente messicano Lopez Obrador, AMLO, ha invitato in Messico la famiglia di Assange, insieme ad altre, in occasione della celebrazione dell’Indipendenza del Paese nota come el Grito.

La vergogna di Milano 

A Milano, invece, a fine maggio scorso il Partito Democratico ha negato la cittadinanza onoraria a Julian Assangee non ha voluto impegnare l’amministrazione a esprimersi contro la sua estradizione dal Regno Unito spaccando la maggioranza in consiglio comunale con le seguenti motivazioni: “Uno Stato deve avere il diritto di secretare delle carte per preservare la democrazia liberale” e aggiungendo: “Non possiamo paragonare Assange con Patrick Zaki, che si batte contro un regime che nega i diritti civili. “Gli Stati Uniti non sono l’Egitto e sono nostri alleati, opporsi all’estradizione può creare problemi” (dall’articolo di Lorenzo Giarelli pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 28-5-22).

La decisione del Tribunale australiano di Canberra

Il Tribunale australiano di Canberra ha stabilito che la stampa non ha diritto ai documenti del caso Julian Assange perché, se diventassero pubblici, danneggerebbero le relazioni internazionali dell’Australia, le relazioni con gli Stati Uniti.

Scrive la giornalista Stefania Maurizi nell’articolo pubblicato il 21 settembre scorso su “Il Fatto Quotidiano” relativamente alla decisione: “ha deciso l’Administrative Appeals Tribunal di Canberra in risposta alla nostra battaglia legale per ottenere la documentazione dal Ministero degli Esteri australiano.

Questa sentenza è solo l’ennesimo muro di gomma per impedire al Quarto Potere di scoprire cosa è accaduto dietro le quinte del caso Assange e WikiLeaks. Un caso che deciderà i confini della libertà di stampa nel mondo occidentale e che è costellato da gravi violazioni, come la rivelazione che la Cia guidata da Mike Pompeo aveva pianificato di rapire o uccidere il fondatore di WikiLeaks” – E anche: “chi scrive cerca di ottenerli da ben sette anni con il Foia, lo strumento che consente ai cittadini di consultare la documentazione del governo d’interesse pubblico. Quattro nazioni – il Regno Unito, gli Stati Uniti, l’Australia e la Svezia (dove è stato indagato per stupro, indagine ormai chiusa e che non ha mai portato alla sua incriminazione) – si oppongono al rilascio di questi documenti, costringendoci a una battaglia legale su quattro giurisdizioni, in cui siamo rappresentati da ben sette avvocati.”

Francesca Piana
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Oggi maratona mondiale #24HAssange
organizzata per l’Italia dal settimanale Left

Sabato 15 ottobre, a partire dalle ore 18 e fino alle 21, nella sede romana di Left, un incontro per chiedere la liberazione del fondatore di Wikileaks. Tra i presenti: Moni Ovadia, Vauro, Francesca Fornario, Riccardo Noury. L’evento fa parte di una “24 ore non stop” mondiale sul tema a cui parteciperanno anche il filosofo Noam Chomsky e l’avvocata e moglie di Assange Stella Moris.

Per questo invitiamo i nostri lettori e le nostre lettrici, assieme a chiunque desideri approfondire la vicenda di Assange e sostenere la lotta globale per la sua liberazione, a partecipare all’incontro. Sarà possibile seguirlo anche online, attraverso la diretta Facebook sulla pagina di Left.

La “24 ore non stop” italiana per Julian Assange, invece, potrà essere seguita sui canali Youtube di Pressenza Italia e Terra nuova edizioni e sul canale Twitch di Ottolina tv

Una rassegna di voci “militanti” in difesa di Julian Assange, perché sia liberato al più presto e venga impedita la sua estradizione negli Stati Uniti. L’appuntamento è per sabato 15 ottobre, a partire dalle ore 18, nella sede romana della rivista Left, in via Ludovico di Savoia 2/b.

Insieme alla nostra redazione, all’evento parteciperanno, tra gli altri: Moni Ovadia, Vauro, Francesca Fornario, Giulio Cavalli, Riccardo Noury (Amnesty International Italia), Lazzaro Pappagallo (Stampa romana), Vincenzo Vita (Articolo21), Mara Filippi Morrione (Associazione Amici di Roberto Morrione), Patrick Boylan (Free Assange Italia e autore del libro Free Assange edito da Left), Dale Zaccaria (performer e giornalista), Giuliano Marrucci (Report e Ottolina Tv), Roberto Musacchio (Media alliance), Roberto Morea (Tranform Italia!), Malgorzata Kulbaczewska (Media alliance), Giovanni Russo Spena (costituzionalista), Davide Dormino (artista), Loredana Colace (Ossigeno), Massimo Alberizzi (Senza bavaglio), Cornelia Isabel Toelgyes (Africa Express), Marina Catucci (il Manifesto), John De Leo (cantante).

Verranno proiettati inoltre i contributi di Laura Morante, Beppe Giulietti (Fnsi) e Riccardo Iacona. L’incontro sarà parte di una “24 ore no stop” mondiale a dedicata a questa battaglia di civiltà, alla quale parteciperanno anche il filosofo Noam Chomsky e l’avvocata e moglie di Assange Stella Moris.

L’assurdo caso Assange spiegato dalla giornalista che studia la storia di Wikileaks da oltre 10 anni

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Uganda: il presidente Museveni vieta agli stregoni di curare ebola

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 ottobre 2022

Il presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni, al potere dal  1986, in un suo breve intervento alla TV di Stato mercoledì scorso, ha vietato ai medici tradizionali di curare le persone affette di ebola e ha fatto sapere alla popolazione che le persone sospette di aver contratto il micidiale virus devono sottoporsi alla quarantena. E, per evitare la propagazione della terribile e contagiosa patologia, ha ordinato in diretta televisiva alle forze dell’ordine di arrestare seduta stante chiunque dovesse rifiutare di sottostare alla misura di sicurezza.

Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda

“Gli stregoni, i medici tradizionali non devono più curare i malati. Smettete di fare quello che state facendo”, ha tuonato Museveni. “Qui non c’è stregoneria. L’ebola è una malattia. Le comunità delle aree colpite devono sapere che si tratta di un virus mortale che si diffonde attraverso il contatto con la persona colpita”, ha poi aggiunto.

Museveni vuole evitare un lockdown nelle zone dove il virus si è manifestato finora. Va ricordato che durante l’emergenza covid-19 le scuole ugandesi sono rimaste chiuse per quasi due anni. E all’inizio del mese il presidente ha detto chiaramente : “Mercati, scuole e luoghi di culto rimarranno aperti”. Ma ha esortato la popolazione a osservare l’igiene personale e di evitare i contatti ravvicinati.

Le autorità ugandesi e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) hanno confermato il 20 settembre 2022 la presenza dell’epidemia di ebola di tipo “Sudan”, un ceppo relativamente raro.

Il virus dell’ebola, visto al microscopio

Finora sono morte 39 persone. L’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) ha fatto sapere che in 19 tra queste è stata accertata la presenza di ebola Sudan, mentre altre venti sono state classificate come “vittime probabili” della grave patologia. Le persone contagiate sono 54, altri 20 casi sono sospetti di aver contratto il virus, mentre 14 sono già state dichiarate guarite e 660, venute in contatto diretto con i malati, vengono monitorate dal personale sanitario.

Pochi giorni fa è stata registrata anche una prima vittima a Kampala. Secondo le autorità sanitarie ugandesi, non era un residente della capitale. L’uomo, dopo aver sviluppato i primi sintomi, è fuggito dal suo villaggio per farsi visitare da un guaritore tradizionale in un’altra zona. È poi morto in un ospedale della capitale venerdì scorso, ma il decesso è stato reso noto solo martedì scorso.

L’attuale ceppo di ebola Sudan ha finora colpito cinque distretti  nel Paese, tra questi Mubende, con epicentro nella sotto-contea di Madudu, Kyegwegwa, Kassanda , il distretto di Kagadi e di  Bunyangabu

I virus Ebola fanno parte della famiglia dei Filoviridae e del genere Ebolavirus, del quale esistono 5 ceppi: Bundibugyo ebolavirus, Reston ebolavirus, Sudan ebolavirus, Tai Forrest ebolavirus (che sostituisce il nome precedente Costa d’Avorio) e Zaire ebolavirus.

L’OMS ha spiegato che sono stati individuati sette precedenti focolai del ceppo Ebola Sudan, quattro in Uganda e tre in Sudan. In Uganda l’ultimo focolaio di Ebola Sudan risale al 2012, mentre quello di Ebola Zaire al 2019.

L’attuale ceppo di ebola Sudan ha finora colpito cinque zone del Paese, tra questi Mubende, con epicentro nella sotto-contea di Madudu, Kyegwegwa, Kassanda , il distretto di Kagadi e di Bunyangabu.

Uganda: ebola Sudan, operatori sanitari

Mercoledì scorso il governo ugandese ha organizzato a Kampala una conferenza ministeriale di emergenza a alto livello, in collaborazione con il Centro africano per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC Africa) e l’OMS, volta a una più stretta collaborazione con Paesi vicini e il controllo delle frontiere.

Al meeting hanno partecipato ministri della Sanità e alti funzionari governativi di Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Kenya, Liberia, Ruanda, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania e Uganda. Al termine della conferenza tutti gli intervenuti hanno approvato le misure chiave, come sorveglianza della malattia, ricerca e  monitoraggio dei contatti, scambi di informazioni e quant’altro, per prevenire la diffusione transfrontaliera di ebola Sudan.

La malattia da virus Ebola è spesso fatale, ma ora sono disponibili vaccini e trattamenti. Il virus viene trasmesso all’uomo da animali infetti. Il contagio avviene attraverso i fluidi corporei e i sintomi principali sono febbre, vomito, emorragia e diarrea.

L’OMS ha dichiarato che la immunizzazioni ad anello delle persone ad alto rischio con il vaccino Ervebo è stata molto efficace nei recenti focolai nella Repubblica Democratica del Congo e altrove, ma che questo vaccino è stato approvato solo per proteggere contro il ceppo Zaire.

Alla fine della conferenza di mercoledì scorso a Kampala, il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus ha annunciato: “Diversi vaccini contro questo virus sono in fase di sviluppo. Due di questi potrebbero essere utilizzati per test clinici in Uganda già nelle prossime settimane, dipende ovviamente dall’approvazione del governo, in base all’etica normativa.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Uganda: l’epidemia di ebola (ceppo Sudan ancora senza vaccino) continua la sua corsa di morte