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L’assurdo caso Assange spiegato dalla giornalista che studia la storia di Wikileaks da oltre 10 anni

Stefania Maurizi una giornalista di inchiesta che da oltre dieci anni segue il caso del giornalista australiano Julian Assange. Il suo libro Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e WikiLeaks spiega le sfaccettature di questo caso che sta provocando scossoni alla nostra democrazia liberale con preoccupanti involuzioni.
Questa intervista vuole chiarire esattamente i contorni di questa inquietante vicenda.

Speciale per Africa ExPress e per Senza Bavaglio
Francesca Piana
Milano, 12 ottobre 2022

Stefania, tu hai lavorato con Julian Assange. Ci spieghi per favore di cosa è accusato precisamente il giornalista australiano?

Julian Assange è incriminato esclusivamente per i documenti pubblicati nel 2010 che riguardano le guerre in Afghanistan, in Iraq, il lager di Guantanamo e i cablo della diplomazia americana che hanno permesso di rivelare scandali e uccisioni stragiudiziali con i droni in luoghi come il Pakistan.

Da 12 anni Assange non ha più conosciuto la libertà e rischia di finire per sempre chiuso in una prigione americana di massima sicurezza. Questo ci dà un’idea del degrado, delle disperate condizioni della nostra politica e della nostra democrazia.

Quando mi chiedono di questo caso, dico sempre che tutti possono capirlo: un giornalista non ha più camminato per la strada da uomo libero dopo aver rivelato documenti segreti del governo americano che permettevano di far emergere i crimini di guerra dall’Afghanistan all’Iraq e le torture da Guantanamo all’Iraq.

Tutti abbiamo un senso della giustizia, tutti ci rendiamo conto di quanto è folle la situazione per cui coloro che hanno commesso atrocità e crimini di guerra non sono mai stati sfiorati da inchieste, non hanno fatto un solo giorno di prigione, mentre chi ha avuto il coraggio morale e l’integrità di rivelare questi crimini non ha più conosciuto la libertà e rischia di perderla per sempre.

Questo è un concetto che possiamo capire tutti. Non serve essere grandi esperti del caso per comprendere qualcosa che può capire un bambino.

Qual è la situazione attuale di Julian Assange?

E’ molto seria. La giudice di primo grado, Vanessa Baraitser, aveva negato l’estradizione dal Regno Unito agli Stati Uniti unicamente per il rischio suicidio date le condizioni di salute estremamente serie del giornalista australiano.

In secondo grado, però, la High Court di Londra ha concesso l’estradizione dato che gli Stati Uniti hanno fornito garanzie diplomatiche secondo le quali il rischio suicidio verrà contenuto.

Poco importa che nel frattempo sia emerso che la CIA aveva pianificato di uccidere Assange.

La giustizia inglese non ha avuto alcun problema a concedere l’estradizione di un giornalista in un Paese la cui potentissima agenzia di intelligence, la più potente del mondo, aveva intenzione di ucciderlo.

La difesa ha appellato alla Suprema Corte, ma l’appello non è stato concesso e quindi la giustizia britannica è tornata alla Westminster Magistrates Court dichiarando che Julian Assange è estradabile.

La ministra dell’Interno Priti Patel (che ha da poco dato le dimissioni in quanto è subentrato un nuovo governo, ndr) ha firmato l’ordine di estradizione di Assange emesso dal giudice Paul Goldspring della Westminster Magistrates Court.

Il team legale di Assange ha fatto appello (lo scorso luglio), anzi, ha chiesto il permesso di fare appello dato che in Inghilterra non esiste un diritto automatico a fare appello come in Italia.

Se l’appello viene concesso, si torna alla High Court, quindi alla Supreme Court e infine, se entrambe le istituzioni decideranno per l’estradizione, alla Corte Europea dei Diritti dell’uomo, che è l’ultima chance cui si può ricorrere (solo) dopo aver esaurito tutti i gradi di giudizio in Inghilterra.

La vita di Julian Assange è appesa a un filo. Abbiamo davanti pochi mesi, al massimo fino agli inizi del 2023.

Il primo ministro australiano Anthony Albanese, che si è insediato il 23 maggio scorso, si è schierato con Assange ma alla domanda se spingerà gli Stati Uniti a far cadere le accuse, non si è sbilanciato. Qualcosa si muove?

Assange è stato completamente abbandonato. Una delle ragioni per cui il giornalista australiano si era rifugiato nell’Ambasciata dell’Ecuador nel 2012 è proprio perché non aveva ricevuto alcuna forma di aiuto dal suo Paese. L’arrivo di Anthony Albanese è sicuramente una speranza perché non può fare di peggio di quanto ha fatto finora il governo di destra australiano, ma rimane da vedere cosa concretamente farà il suo governo.

In che modo il futuro di Assange deciderà il futuro del giornalismo nelle nostre democrazie?

Se a un giornalista, che non è nemmeno un cittadino americano, viene applicata una legge del 1917 (Espionage Act, ndr) che mette sullo stesso piano i traditori che passavano l’informazione segreta al nemico nelle guerre mondiali e chi rivela documenti segreti per far emergere crimini di guerra e torture, è chiaro che è finita la libertà di stampa, non c’è alcuna possibilità di fare un giornalismo che va a colpire i livelli più alti del potere, la criminalità di Stato.

Se ciò avviene nella democrazia più avanzata nel mondo, gli Stati Uniti, che ha una protezione costituzionale della stampa fortissima, il fatto è ancora più grave.

Se infatti in Italia e nel Regno Unito è un reato violare il segreto di Stato e pubblicare documenti segreti, negli Stati Uniti non c’è alcuna legge che lo impedisce proprio perché lì il First Amendment garantisce una protezione altissima alla stampa, la massima tutela della libertà di stampa.

Il caso avrà effetti devastanti in primo luogo sulla libertà di stampa negli Stati Uniti e poi a cascata sulla libertà di stampa nel resto del mondo.

A che serve un giornalismo se non può rivelare la criminalità di Stato ai più alti livelli? Nei paesi autoritari non la puoi rivelare, ti ammazzano o ti chiudono in una prigione per sempre, nelle democrazie deve essere possibile.

Tu hai scritto che, avendo Assange contro di sé l’intero complesso militare e d’intelligence degli Stati Uniti e una serie di governi, eserciti, servizi segreti di varie nazioni, l’unica protezione in cui può sperare è quella dell’opinione pubblica mondiale: lo credi ancora?

C’è una forte mobilitazione finalmente, ci sono voluti diversi anni e questo è lo scandalo, ma ora c’è, mi dà fiducia.

Non dobbiamo avere alcuna speranza nella legge inglese, nessuna speranza che Assange possa vincere nel Regno Unito, alla Corte Europea forse è diverso. La mobilitazione di cui parlo include qualsiasi tipo di iniziativa, dai picchetti alle manifestazioni, dai dibattiti alle conferenze fino alle risoluzioni dei consigli comunali, provinciali, regionali.

Non a caso il premio Nobel argentino per la pace, Perez Esquivel, ha fatto un appello, si è esposto su questo caso dicendo che serve una mobilitazione pubblica perché l’ha provato sulla propria pelle durante la dittatura quando fu arrestato e torturato e si salvò solo grazie alla mobilitazione pubblica.

Assange non può sperare nella legge. Se potesse sperarci, i criminali di guerra dei quali ha denunciato i crimini verrebbero puniti, invece godono di impunità assoluta. Se quello che io chiamo potere segreto rispondesse alla legge, sarebbero stati puniti.

Tu scrivi che Assange e i suoi giornalisti ti hanno insegnato a usare la crittografia per proteggere le tue fonti. Che importanza ha avuto e ha per te la crittografia e quanti giornalisti oggi la usano?

Stefania Maurizi e Julian Assange

Per me è stata importantissima. Nel 2008 conoscevo l’esistenza della crittografia. C’era un’unica organizzazione giornalistica al mondo che la utilizzava in quegli anni: WikiLeaks.

Era un’organizzazione pochissimo conosciuta, piccola, di nicchia, non aveva ancora pubblicato i grandi scoop per cui sarebbe diventata famosissima nel mondo nell’aprile 2010.

Sono arrivata a loro perché ero interessata a proteggere le mie fonti con la crittografia ed erano gli unici a usarla in modo sistematico, volevo imparare a usare la crittografia.

Oggi è un po’ più diffusa ma non ancora molto, si continuano a usare tecniche del Novecento, le email, il telefono, ma purtroppo questi sistemi sono completamente inadeguati al XXI secolo, che è il secolo della sorveglianza.

È facilissimo penetrare nei computer, nelle mail, nei telefoni. In ogni luogo del mondo la crittografia nel giornalismo è ancora poco usata, molto di più che nel 2008 ma ancora troppo poco, un po’ perché non è facile per quanto sia più user friendly che in passato, ma è una soluzione complessa.

Pochi i giornalisti, i giornali italiani che la usano. Si pensa che incontrare la fonte di persona sia una via, ma è facilissimo seguire un giornalista e la sua fonte. 

Dal 2009 hai lavorato alla pubblicazione di milioni di documenti classificati insieme a Julian Assange e la sua organizzazione, loro per WikiLeaks, tu per “L’Espresso” e “la Repubblica” prima, “il Fatto Quotidiano” poi. Il tuo lavoro sul caso Assange ha influito nella scelta di cambiare giornale?

Il mio lavoro sul caso di Assange e WikiLeaks ha sicuramente influito perché ho lasciato “la Repubblica” proprio per continuare a fare quel lavoro che lì non era più possibile fare in quanto la linea editoriale era profondamente cambiata, il giornale era cambiato, la proprietà era cambiata. Quindi ho scritto il libro.

Potevo scegliere di cambiare il mio lavoro, invece ho cambiato giornale pur di continuare a fare il lavoro che ritenevo importante.

Francesca Piana
francescapiana@gmail.com
twitter @africexp

©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Sabato 15 ottobre il settimanale Left prende parte alla “24 ore per Assange”: ci saranno anche Africa Express e Senza Bavaglio

Sabato 15 ottobre, a partire dalle ore 18, nella sede romana di Left, un incontro per chiedere la liberazione del fondatore di Wikileaks. Tra i presenti: Moni Ovadia, Vauro, Francesca Fornario, Riccardo Noury. L’evento fa parte di una “24 ore non stop” mondiale sul tema a cui parteciperanno anche il filosofo Noam Chomsky e l’avvocata e moglie di Assange Stella Moris.

Una rassegna di voci “militanti” in difesa di Julian Assange, perché sia liberato al più presto e venga impedita la sua estradizione negli Stati Uniti. L’appuntamento è per sabato 15 ottobre, a partire dalle ore 18, nella sede romana della rivista Left, in via Ludovico di Savoia 2/b.

Insieme alla nostra redazione, all’evento parteciperanno, tra gli altri: Moni Ovadia, Vauro, Francesca Fornario, Giulio Cavalli, Riccardo Noury (Amnesty International Italia), Lazzaro Pappagallo (Stampa romana), Vincenzo Vita (Articolo21), Mara Filippi Morrione (Associazione Amici di Roberto Morrione), Patrick Boylan (Free Assange Italia e autore del libro Free Assange edito da Left), Dale Zaccaria (performer e giornalista), Giuliano Marrucci (Report e Ottolina Tv), Roberto Musacchio (Media alliance), Roberto Morea (Tranform Italia!), Malgorzata Kulbaczewska (Media alliance), Giovanni Russo Spena (costituzionalista), Davide Dormino (artista).

Verranno proiettati inoltre i contributi di Laura Morante, Beppe Giulietti (Fnsi) e Riccardo Iacona. L’incontro sarà parte di una “24 ore no stop” mondiale a dedicata a questa battaglia di civiltà, alla quale parteciperanno anche il filosofo Noam Chomsky e l’avvocata e moglie di Assange Stella Moris.

Per questo invitiamo i nostri lettori e le nostre lettrici, assieme a chiunque desideri approfondire la vicenda di Assange e sostenere la lotta globale per la sua liberazione, a partecipare all’incontro. Sarà possibile seguirlo anche online, attraverso la diretta Facebook sulla pagina di Left.

La “24 ore non stop” italiana per Julian Assange, invece, potrà essere seguita sui canali Youtube di Pressenza Italia e Terra nuova edizioni e sul canale Twitch di Ottolina tv


Alla maratona parteciperanno anche Massimo Alberizzi, direttore di Senza Bavaglio e di Africa ExPress, e Cornelia Toelgyes, vicedirettore di Africa ExPress

 

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Per bloccare la diffusione della pandemia Israele ha utilizzato i sistemi militari per controllare i palestinesi

Speciale Per Africa ExPress
Dario Nincheri
Gerusalemme, ottobre 2022

Osserva i comandi del Signore, tuo Dio, camminando nelle sue vie e temendolo, perché il Signore, tuo Dio, sta per farti entrare in una buona terra: terra di torrenti, di fonti e di acque sotterranee, che scaturiscono nella pianura e sulla montagna;  terra di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; terra di ulivi, di olio e di miele; terra dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla; terra dove le pietre sono ferro e dai cui monti scaverai il rame. Mangerai, sarai sazio e benedirai il Signore, tuo Dio, a causa della buona terra che ti avrà dato.

Torah, testo sacro degli ebrei

Così parla il Deuteronomio, quinto libro della Torah (la testo sacro ebraico), a proposito della terra promessa. A ben vedere però i Territori, più che terra fertile di torrenti e frumento, sono adesso un sistema dove interventi architettonici e caratteristiche naturali sapientemente ridisegnate realizzano una vera e propria occupazione civile.

“Il paesaggio, plasmato dai processi paralleli di costruzione e distruzione, diventa in questo modo non solo immagine, ma strumento del potere”, spiega Eyal Weizman, architetto e ricercatore israeliano che vive e insegna a Londra.

Eyal è il fondatore di Architettura Forense (FA), un’agenzia di ricerca indipendente nata con l’obiettivo di studiare le tracce lasciate nell’ambiente da eventi distruttivi traumatici, come le macerie di un edificio bombardato o i frammenti di proiettili e le loro traiettorie, per fare luce su crimini di guerra e violazioni dei diritti umani.

Da molti anni l’istituto studia anche l’impatto dell’apparato di controllo israeliano sui cittadini palestinesi (vedi Architettura dell’occupazione. Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele, Mondadori ed.) e le conseguenze inaspettate che la sua applicazione ha avuto su diversi aspetti della vita nella regione, tra cui la gestione dell’emergenza Covid-19. 

Quando la pandemia ha colpito all’inizio del 2020, i Paesi hanno applicato misure molto diverse tra loro per limitare la diffusione della malattia e, tra le varie strategie di gestione del problema, quella messa in atto da Israele si è rivelata particolarmente efficace.

Quanto l’apparato di controllo israeliano sui cittadini palestinesi abbia influito sul successo avuto nel tracciamento dei contagi da Covid-19 è un argomento di indubbio interesse.

Durante il periodo più acuto della crisi, in molte parti del mondo c’è stata una forte tensione tra l’esigenza di controllo della malattia e la paura che lo stato di emergenza potesse diventare la norma; c’era il timore che molte delle misure adottate, soprattutto se fossero rimaste in vigore dopo la fine dello stato di necessità, avrebbero costituito una grave minaccia alle libertà civili, alla privacy e alle possibilità di azioni collettive.

In Israele un dibattito di questo tipo è rimasto sempre decisamente marginale, perché il Paese è abituato a vedere trasformare lo stato di eccezione in regola ormai da diversi decenni.

Muro che separa Israele dalla Cisgiordania

Lo stesso muro di separazione (la barriera che separa fisicamente Israele dalla Cisgiordania) era stato presentato come una misura di sicurezza temporanea – definizione utile sia ad avere rapido accesso alla requisizione delle terre sia a non far storcere troppo il naso all’opinione pubblica internazionale – e sappiamo bene com’è andata a finire: due decadi dopo i suoi 730 km di cemento sono ancora profondamente piantati nella terra e dentro l’anima del mondo, che non si permette di mettere in discussione la sua esistenza.

Così quando Benjamin Netanyahu ha approvato, nel corso di una notte, l’uso di misure aggressive di raccolta e supervisione dei dati personali dei cittadini, al fine di impiegarli per monitorare i pazienti affetti da coronavirus, nessuno si è scandalizzato più di tanto.

Il fatto che si stessero utilizzando procedure sviluppate per uso militare nei territori occupati è passato decisamente in secondo piano.

In fin dei conti certe pratiche invasive sono all’ordine del giorno in Israele, chiunque sia sospettato di compiere attività contro lo Stato è considerato un nemico, se non addirittura un terrorista, e come tale viene trattato.

La conseguenza di questa etichetta è che si è inseriti in un sistema di controllo che registra tutte quante le attività di un presunto sospetto. Dal momento che un soggetto così marchiato incontra un’altra persona esso diviene una preziosa fonte di dati sensibili, perché quella persona a sua volta ne incontra altre, parla al telefono, riceve e invia e-mail a persone che a loro volta comunicano con altri.

Tutti quanti questi contatti vengono tracciati e formano un sistema di relazioni, una sorta di rete terroristica che viene costantemente monitorata.

Lo stesso sistema è stato usato per tracciare il virus.  Secondo gli esperti di FA, Israele ha potuto avere tanto successo nel tracciamento dei contagi da Covid-19 proprio grazie all’esperienza accumulata nella sorveglianza dei palestinesi.

In effetti la competenza israeliana riguardo i sistemi di controllo parte da lontano, già l’articolo 10 del primo allegato dell’accordo di Gaza-Gerico, firmato nel 1994, tratta dei cosiddetti valichi, formalmente punti di interfaccia tra diverse categorie di amministrazione territoriale (ANP e Israele), in pratica specchio dell’esigenza degli israeliani a mantenere il controllo sui movimenti dei cittadini palestinesi, monitorando e registrando ogni loro spostamento.

Oggi l’apparato di sorveglianza è in gran parte digitalizzato. Il controllo fisico del territorio è fondato sugli insediamenti dei coloni, le strade che li connettono, i posti di blocco e il muro che serpeggia attraverso le zone abitate, ma è diventato più sofisticato che in passato.

“Esiste uno strumento, che l’esercito israeliano chiama Palestinian Facebook – ha dichiarato Weizman alla stampa – tramite il quale la faccia di ogni palestinese viene fotografata più volte da telecamere piazzate ai checkpoints, lungo le strade e nei punti di controllo del traffico; anche i soldati fotografano in continuazione chiunque. Tutte le comunicazioni wireless dei palestinesi sono intercettate e localizzate, e un apparato di sensori di movimento, droni e satelliti controlla ogni spostamento sul terreno. Poi tutto finisce in un gigantesco database in cui è ritratto quasi ogni singolo cittadino palestinese”.

La telefonia non è messa meglio, ogni telefono cellulare è potenzialmente sotto sorveglianza. Pegasus, il famigerato spyware prodotto dalla israeliana NSO Group, fornisce l’opportunità di spiare i dispositivi di chiunque, clamoroso è stato il caso dell’installazione del software sui dispositivi di politici, funzionari, sindaci e leader di movimenti ebraici di protesta senza l’esplicito consenso di un magistrato e in assenza di indagini ufficiali in corso.

Il Paese, inoltre, è disseminato di dispositivi creati con l’ambiguo obiettivo di rendere le città intelligenti: lettori di targhe, monitoraggio del traffico, controllo del flusso in entrata e in uscita dalle aree della Cisgiordania.

Dispositivo per il controllo biometrico

Tecnologie che vengono implementate e fatte digerire alla popolazione mettendo in relazione la specificità del conflitto israelo-palestinese con la generale tendenza a focalizzare le ansie securitarie sulla gestione della sicurezza.

Tutta questa enorme mole di dati è stata utilizzata per contenere il virus, applicando una ridistribuzione delle tecnologie del controterrorismo, e degli strumenti per gestire l’occupazione, verso l’interno dello stesso Stato di Israele.

Si è perciò creata una forma di militarizzazione della situazione medica, gestita utilizzando i sistemi di sorveglianza digitali e algoritmici testati e perfezionati sulla popolazione palestinese in decenni di occupazione.

Dario Nincheri
waxer79@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Voci (inascoltate) dall’inferno Etiopia: bombe a tappeto per sterminare i tigrini e l’Eritrea tenta l’invasione

Africa ExPress
11 ottobre 2022

Il secondo anno di guerra nel Tigray sta per concludersi. Abiy Ahmed, primo ministro etiopico nonché premio Nobel per la Pace nel 2019, aveva previsto un conflitto lampo, ma evidentemente così non è stato.

I nemici di Abiy sono i leader del TPLF (Tigray People’s Liberation Front) che governano il Tigray. Le loro truppe del TDF (Tigray Defense Forses), conoscono bene il terreno impervio di questa regione, all’estremo nord dell’Etiopia, al confine con l’Eritrea. E’ una terra aspra, con alte montagne e strette pianure.

Debretsion Gebremichael, presidente del Tigray, Etiopia

L’attuale leader del TPLF, faceva parte dei guerriglieri che dalla fine degli  anni 70 hanno combattuto durante la guerra di liberazione dalla dittatura di Mènghistu Hailé Mariàm. L’esercito etiopico, i russi, i cubani ed i nord coreani hanno provato a sconfiggere i ribelli di allora, senza riuscirci.

Le truppe del TDF sono ben addestrate e continuano i combattimenti senza sosta contro l’esercito di Addis Abeba e gli eritrei di Isaias Aferwerki, grande alleato di Abiy in questo sanguinoso conflitto. Ma a farne le spese è, come sempre, la popolazione civile del Tigray.

La gente è sfinita. Mancano cibo, beni di prima necessità, medicinali. Proprio pochi giorni fa un medico dell’ospedale Ayder, il più grande nosocomio di Makallé, capoluogo del Tigray, è riuscito a parlare con i reporter della BBC via Whatsapp, grazie a una connessione satellitare.

Mancano le medicine negli ospedali del Tigray

Il medico, Fasika Amdeslasie, ha spiegato la devastante situazione. “Mancano gli anestetici, i liquidi per le flebo, gli antibiotici. Noi medici siamo impotenti. Non siamo più in grado di curare i nostri pazienti: la maggior parte sono destinati a morire”.

Il medico ha precisato che dallo scorso giugno non arrivano più i rifornimenti necessari per praticare la dialisi ai pazienti con grave insufficienza renale. “Abbiamo già perso 90 malati che soffrono di questa grave patologia. Mi chiedo cosa succederà nel prossimo futuro agli altri 25, ancora in vita per miracolo”.

Medici e infermieri, in quanto dipendenti statali, non ricevono lo stipendio da maggio dello scorso anno.

Truppe etiopiche nel Tigray

Dalla fine di agosto sono ripresi i combattimenti, bloccando così nuovamente gli accessi ai convogli umanitari. E secondo PAM (Programma Alimentare Mondiale) l’insicurezza alimentare nel Tigray è estremamente preoccupante. La fame è usata come arma per strangolare la popolazione civile

I rifornimenti non arrivano, i servizi bancari continuano a essere bloccati, i collegamenti telefonici sono interrotti, è praticamente impossibile parlare con qualcuno. Noi di Africa Express, riusciamo a parlare con i nostri stringer dotati di connessioni telefoniche satellitari.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, attualmente 5,4 milioni di persone – circa tre quarti della popolazione del Tigray – hanno bisogno di aiuti alimentari urgenti. In molte zone il solo cibo a disposizione sono le radici. Anche l’acqua potabile è diventata preziosa.

Per lo scorso fine settimana l’Unione Africana ha voluto organizzare nel giro di pochi giorni un nuovo incontro tra le parti in conflitto.

Il meeting avrebbe dovuto svolgersi in Sudafrica, dove ha sede il Parlamento panafricano (PAP). Ai negoziati di pace avrebbero dovuto partecipare anche diversi mediatori, come l’inviato speciale dell’UA, l’ex presidente nigeriano Olesegun Obasanjo, con il supporto di Uhuru Kenyatta, ex capo di Stato del Kenya e di Phumzile Mlambo-Ngcuka, ex vicepresidente sudafricano. Per problemi logisitici il meeting è stato poi annullato.

Un diplomatico di Addis Abeba ha dichiarato all’AP che circa 100.000 truppe eritree, tra cui circa 10 divisioni meccanizzate, sono coinvolte negli attuali combattimenti. Immagini satellitari mostrano un vasto dispiegamento di militari all’interno dell’Eritrea, vicino al confine con il Tigray. Nell’ex colonia italiana è in atto da tempo una mobilitazione generale per rafforzare il proprio esercito che combatte a fianco delle forze etiopiche e tenta di invadere il Tigray da nord.

Immagine satellitare: truppe schierate in Eritrea, al confine con il Tigray

I combattimenti si intensificano ogni giorno di più. Decine di migliaia di soldati si scontrano quotidianamente lungo il confine settentrionale del Tigray con l’Eritrea. Si combatte su diversi fronti, tra questi Rama, Tserona e Zalambessa.

Alcune fonti temono che Sciré (città nel nord ovest del Tigray, nella zona di Badme) possa essere catturata dalle forze etiopiche ed eritree. Ma il TDF farà tutto il possibile per evitare che cada. La sua perdita metterebbe in pericolo i territori fino ad  Adua, sempre al confine con l’Eritrea. Al momento attuale la situazione è delicata,

Gli scontri via terra sono supportati da bombardamenti con i droni. E sono sempre i civili a pagare il prezzo più alto di questa guerra, ignorata da gran parte del mondo. Un conflitto che costa molto. Non solo in termini economici, soprattutto in vite umane. La pace non può attendere.

Africa ExPress   
@africexp
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Ex mandriano di asini, oggi miliardario, vince le elezioni in Lesotho e corre per diventare premier

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
10 ottobre 2022

Lo scorso 7 ottobre si sono svolte le elezioni  politiche in Lesotho, che in bantu significa: il popolo che parla la lingua sothu, ma è conosciuto anche come il regno del cielo. E’ una monarchia parlamentare e i rapporti tra il re Letsie III, i partiti e l’esercito sono fragili, ma stabili. Il Paese è un ex protettorato britannico, che ha ottenuto l’indipendenza nel 1996.

Venerdì scorso sono stati chiamati alle urne più o meno un milione e mezzo di cittadini per scegliere tra 2.300 candidati in rappresentanza di una cinquantina di raggruppamenti politici.

Oggi la commissione elettorale ha annunciato che il partito Revolution for Prosperity (RFP), fondato solo sei mesi fa dal magnate dei diamanti, Sam Matekane, è risultato il primo raggruppamento in parlamento per numero di seggi (se n’è aggiudicati 56 seggi) ma non ha però raggiunto la maggioranza assoluta.

Matekane è un ex mandriano di asini, settimo di quattordici figli, è cresciuto in una famiglia di contadini negli altopiani, nel centro del Paese.

Sam Matekane, leader del nuovo partito Revolution for Prosperity (RFP) ora dovrà trovare un’intesa con altri raggruppamenti politici per poter controllare l’Assemblea nazionale, composta da 120 membri.

Gli altri due partiti che hanno dominato il panorama politico finora, il Congresso Democratico (DC) e la Convenzione All Basotho (ABC), hanno ottenuto rispettivamente 29 e 8 seggi, partiti minori si sono aggiudicati i restanti.

Alla vigilia delle elezioni, il magnate ha arringato i giornalisti: “Il Lesotho sta affondando: noi uomini d’affari dobbiamo salvarlo”. Poi ha proposto di rilanciare l’economia, di liberarsi del debito pubblico, senza però specificare e soffermarsi sui dettagli o su come intende procedere.

Il leader di RFP è a capo di una miriade di attività, conosciute con il nome di Matekane Group of Companies (MGC), che gestisce, tra l’altro, anche la miniera di Letseng, dove nel 2018 è stato scoperto il quinto diamante più grande al mondo (910 carati ndr).

Il magnate ha conquistato grande popolarità in questi anni perché ha costruito scuole, uno stadio e un teatro. Finanzia, inoltre, borse di studio e sponsorizza l’associazione calcistica nazionale. Durante la pandemia di coronavirus ha anche contribuito all’acquisto di vaccini.

Il Paese conta poco più di due milioni di abitanti e il 40 per cento della popolazione vive con meno di 1,90 dollari al giorno. La maggior parte è cristiana, il 15 per cento animista, mentre solo il 5 per cento è musulmana.

Economicamente è uno dei Paesi meno sviluppati al mondo; è una piccola enclave del Sudafrica e la sua economia dipende per lo più dal governo di Pretoria. Gran parte dei lesothiani lavora nelle miniere sudafricane.

Il tasso di propagazione del virus HIV è uno tra i più alti al mondo e è tra i Paesi africani con il maggiore numero di suicidi e omicidi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Il Lesotho in testa alla classifica per numero di omicidi: la faida delle fisarmoniche al centro di molti assassini

Due piccoli Stati africani in vetta alla triste classifica mondiale dei suicidi

In viaggio verso Niamey: i variopinti incontri che si fanno in transito negli aeroporti africani

Mauro Armanino
Niamey, 10 ottobre 2022

“Bienvenue et bon séjour au Niger”, Benvenuto e buon soggiorno nel Niger. Il tabellone luminoso è piazzato sul muro per coloro che giusto sbarcano all’aeroporto internazionale Diori Hamani di Niamey. Sponsorizzato dalla Banca dell’Africa, tanto per ricordare come vanno le cose nel mondo.

Aeroporto internazionale “Diori Hamani”, Niamey, Niger

Interessante invece l’aeroporto di Addis Abeba, appena a qualche ora di volo da Roma e tutt’altro mondo che poi è lo stesso ma capovolto. Nelle sale di attesa si svela in trasversale il tipo di frontiere che ci abitano. Scorrono sugli schermi i nomi delle destinazioni dei voli, eventuali ritardi, porte di accesso ed occasionali cancellazioni come ad esempio, stamane, a Mogadiscio.

Scorre con variopinta noncuranza la folla dei viaggiatori che colori, mode, acconciature e interpretazioni degli spazi non sembrano mettere per nulla in difficoltà. C’è che parla, legge, fa scorrere l’inevitabile schermo del telefono o, meno sovente, del computer: c’è infatti la connessione gratuita in permanenza.

Tutti connessi a qualcuno o, assai spesso, a qualcosa che si trova o si è lasciato altrove. Le voce di sfondo ricorda gli ultimi appelli per coloro che arrivano puntualmente in ritardo. Ci sono numerose e ben curate ‘toilettes’, significativamente e rigorosamente suddivise per uomini e donne, senza particolari ambiguità a proposito. C’è, infine, chi dorme occupando lo spazio di almeno quattro sedili.

Niamey finalmente appare sullo schermo abbinata con la capitale del Burkina Faso, Ouagadougou, destinazione finale del volo di Ethiopian Air Lines.

Nel Burkina c’è stato un recente golpe militare nel colpo di Stato di qualche mese fa ma questo non sembra impensierire più di tanto la compagnia che sembra navigare a gonfie vele anche e soprattutto con le crisi politiche.

Nell’attesa dell’imbarco per Niamey c’è l’incontro poco fortuito con un giovane libico stabilitosi con successo a Londra e in transito per Agadez nel Niger dove abita uno zio che non vede da anni.

Dice che ama molto l’Italia e gli italiani. Quello che è accaduto è il passato non più nulla a che vedere col presente. Sa bene che nel suo Paese le cose non vanno e che lì, come in altri Paesi del Nord Africa c’è del razzismo e anche di peggio nei confronti dei neri.

Accetta questo come un dato di fatto perché, ricorda, la sua origine è araba. Sa bene che, in fondo, tutti in qualche modo siamo frutto di migrazioni e solo afferma che vivere in Libia sarebbe oggi per lui pericoloso.

Gli ho ricordato che a Niamey, secondo l’allerta dell’ambasciata di Francia, si prevede per domani una manifestazione non autorizzata in città. L’ambasciata invita i propri connazionali ad evitare di uscire per strada. I venti che spirano in alcune zone del Sahel sono infatti marcati da un inedito, perché molto appariscente, sentimento anti francese.

Manifestazioni anti-francesi anche in Niger

L’accusa di connivenza col potere è stata più volte evidenziata anche tramite violenze a interessi e simboli francesi. Sullo stesso aereo viaggiava un missionario di origine indiana, vittima degli attacchi alle chiese di Niamey nel 2015, in seguito al noto affare del settimanale ‘Charlie Hebdo’, con la caricatura del profeta Maometto.

Zinder, già capitale dello Stato, è stata duramente attaccata e lui si è salvato per un soffio dall’essere bruciato vivo, assieme ad altri fedeli, per la circostanza. Superato il trauma si trova con alcune responsabilità di gestione nella sua comunità missionaria. Anche lui tornerà, più tardi però, a Niamey.

In volo si segnala che l’arrivo a Niamey è previsto per le 13.36 ora locale. Il vicino di sedile di aereo si dirige, appunto, nella capitale del Faso e commenta a modo suo la presa di potere del capitano Ibrahim Traoré, designato capo di Stato due giorni fa.

Lui si chiama Fidel e con tristezza afferma che si tratta dell’ennesima conferma che nessuno dei capi di Stato, a parte il defunto Thomas Sankara è in realtà a servizio del proprio popolo. Ci si serve dei poveri per farsi strada e non per fare la strada ai poveri, come opportunamente ricordava don Lorenzo Milani.

La temperatura ambiente all’atterraggio è di circa 34 gradi e la stagione delle piogge, che ha causato la morte di circa 200 persone, sembra terminata. Benvenuti e buon soggiorno nel Niger.

Mauro Armanino

Kenya strepitoso alla maratona di Chicago: inarrestabile l’onda nera

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
9 ottobre 2022

Una valchiria venuta dal Kenya. La cavalcata imperiosa di Ruth Chepngetich, 28 anni, alla Bank of America Chicago Marathon, edizione numero 44, oggi domenica 9 ottobre (pomeriggio italiano), ha lasciato tutti a bocca aperta.

La kenyana Ruth Chepngetich vince la Bank of America Chicago Marathon, USA

Ha corso 25 dei 42,195 chilometri praticamente da sola, ha dato quasi 5 minuti di distacco alla seconda classificata (l’americana Emily Sisson), ha ripetuto il successo dello scorso anno ma impiegando 3 minuti in meno: 2h14’18” rispetto ai 2h22’31” del 2021.

Appena 4 secondi inferiore al record mondiale di Brigid Kosgei di 2:14:04, anch’esso stabilito a Chicago 3 anni fa. Questa mammina single (ha una figlia di 9 anni), originaria delle Colline di Ngong, aveva stabilito il record personale di 2h17’08” alla Maratona di Dubai, nel 2019, diventando la quarta maratoneta di sempre a livello mondiale.

Aveva subito una profonda delusione quest’anno ai mondiali di Eugen, perché si era dovuta ritirare dopo 18 km. Oggi il grande riscatto al Grand Park di Chicago, l’area verde di 120 ettari tra il lago Michigan e i grattacieli. È giunta stremata al traguardo, è caduta sulle ginocchia e i soccorritori hanno dovuto sollevarla. Tanta fatica ben ripagata comunque dai 100 mila dollari che spettano a chi quel traguardo lo taglia per primo.

Un po’ di dollari (ben 250 mila!), li aveva messi da parte il 13 marzo scorso trionfando alla Nagoya Women’s Marathon e conquistando l’ambitissimo World Athletics Elite Platinum Label.

Intervistata subito dopo il successo da Telemundochicago, Ruth ha dichiarato – con un inglese un po’ stentato (forse per l’acido lattico non ancora smaltito) – di essere molto felice e di ringraziare con tutto il cuore il pubblico di Chicago che la ha incoraggiata per 42 km! E ha concluso: “L’anno venturo, se mi invitano, potrei tentare di fare il tris”.

Inutile sottolineare che alle sue spalle figurano – dopo l’americana Sisson -, l’altra kenyana Jerono Vivian Kiplagat e due etiopi, Ruti Sora Aga e Waganesh Amare Mekasha.

Il trionfo di Ruth ha rischiato di oscurare l’altra grande impresa del Kenya.

Benson Kipruto, Kenya, vince la maratona maschile a Chicago

Tra gli uomini si è imposto, infatti, Benson Kipruto, 31 anni, papà di due pargoli, uno di 3 anni e mezzo, l’altro di 4 mesi. Tempo 2h04’24” “Con i 100 mila dollari di premio potrà comprare quanti pannolini vuole”, hanno commentato in Tv.

La sua costituisce una rivincita nei confronti dell’Etiopia, che aveva vinto lo scorso anno con Seifu Abdiwak Tura, 25 anni. Il quale però si è difeso con onore: è giunto secondo sia pure distanziato di 25 secondi. Kipruto ha vinto due maratone nel 2021 a Boston in 2h09’51” e a Praga in 2h10’16”. Si è piazzato terzo a Boston in 2h07’27” nel 2022 e ha migliorato il record personale con 2h05’13” a Toronto. Chicago per lui era la prima in assoluto. E non gli è andata male… 

Nell’ultimo km si è voltato appena due volte per misurare il distacco da Tura. Anche nel campo maschile l’ordine d’arrivo parla chiaro, anzi…scuro: il terzo e il quarto, John Korir e Bernard Koech vengono dalle parti di Nairobi e il quinto, Shifera Aredo Tamru, da Addis Abeba.

Travolgente il Kenya, inarrestabile l’onda nera.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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La maratona di Londra travolta dall’onda nera: etiopi e kenioti hanno conquistato il podio

 

 

Impegno europeo contro il terrorismo in Mozambico: Borrell consegna carico di materiale militare non letale

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Ottobre 2022

All’inizio di settembre Josep Borrell, Alto rappresentante per gli Esteri dell’Unione Europea, è arrivato in Mozambico via Sudafrica per una visita di due giorni. Nella capitale Maputo ha incontrato il presidente Filipe Nyusi e il ministro degli Esteri Veronica Macamo.

Durante una conferenza stampa Borrell  ha confermato “l’impegno e la solidarietà dell’UE nei confronti del Mozambico nella sua lotta contro il terrorismo”.

Josep Borrell, Alto Rappresentante Esteri dell’UE in Mozambico

Borrell ha consegnato al Mozambico attrezzature militari non letali per un valore di 15 milioni di euro. Si tratta di una prima tranche ad uso delle truppe mozambicane che combattono contro gli islamisti di Al Sunnah wa-Jammà a Cabo Delgado.

Materiale militare non letale

Il materiale, consegnato il 9 settembre, serve per l’addestramento dei soldati con istruttori UE nella base di Catembe, sulla baia, di fronte della capitale Maputo. Le attrezzature militari sono veicoli da carico fuoristrada, uniformi, elmetti, occhiali e mense da campo.

Dalla fine dello scorso anno gli europei stanno addestrando le truppe del Paese nell’ambito di EUTM Mozambico sotto la guida del Brigadiere generale Nuno Lemos Pires (Portogallo).

La missione, composta da 119 membri provenienti da 12 Paesi dell’Unione, avrà la durata di due anni e prevede l’addestramento di 1.100 soldati di 11 unità di reazione rapida delle Forze armate di difesa mozambicane (commandos preparati a Chimoio e marines a Catembe, oltre a controllori del traffico aereo).

Borrell training UETM-MOZ
Training dell’Unione Europea del programma UETM (Courtesy UETM – Mozambico)

“Questa è la prima consegna, ne seguiranno presto altre”, ha dichiarato Borrell. Sono, infatti, parte di un pacchetto del valore di 89 milioni di euro di cui una prima tranche di quattro milioni.

Fondi per lo sviluppo socio-economico di Cabo Delgado

“I prossimi invii di sostegno al Mozambico comprenderanno anche materiale per la lotta antiterrorismo sui fiumi e in mare – ha aggiunto Borrell, sottolineando che – il sostegno dell’UE  include anche lo sviluppo economico e sociale, volto a ripristinare la pace a Cabo Delgado”.

Uno sviluppo socio-economico mancato nel nord del Paese nonostante la scoperta di immense ricchezze: dai giacimenti di rubini al quelli di gas naturale.

Infine il commissario agli Esteri ha specificato che gli aiuti dell’UE dovrebbero spingere il Mozambico a diventare un Paese in grado di contribuire alla pace e alla prosperità globale.

Borrell è giunto in Mozambico il giorno dopo l’assassinio di una suora italiana durante un attacco alla sede della sua congregazione nella provincia nordorientale di Nampula, rivendicato dal gruppo dello Stato Islamico.

E a proposito di questo attacco, l’Alto rappresentante di Bruxelles ha sottolineato che la lotta al terrorismo non è terminata e purtroppo si estende anche oltre la provincia di Cabo Delgado.

Mentre il presidente Nyusi ha ricordato che dal 27 agosto 2022 sono state decapitate 6 persone, altre tre sono state rapite e decine sono state bruciate a Nampula e in altre città. In precedenza la regione era stata risparmiata dagli attacchi dei jihadisti,  che  in passato si erano concentrati principalmente sulla vicina provincia di Cabo Delgado, ricca di gas naturale.

Sandro Pintus
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Attacco jihadista in una missione cattolica in Mozambico: i terroristi uccidono una suora italiana

 

Da fine luglio a oggi in Gambia morti 66 bimbi: sotto accusa medicinali prodotti in India

Africa ExPress
7 ottobre 2022

Sono 66 i bimbi sotto i cinque anni morti dallo scorso luglio a oggi in Gambia a causa di insufficienza renale acuta. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità  (OMS), la gravissima patologia potrebbe essere collegata alla somministrazione di sciroppi antifebbrili, somministrati ai piccoli pazienti.

Organizzazione Mondiale della Sanità OMS

I medicinali sotto inchiesta sarebbero stati prodotti in India; ora sono stati ritirati dal mercato in via precauzionale. L’OMS ha emesso un avviso per i seguenti  sciroppi: Promethazine Oral Solution, Kofexmalin Baby Cough Syrup, Makoff Baby Cough Syrup and Magrip N Cold Syrup, prodotti dalla Maiden Pharmaceuticals Ltd di Nuova Delhi, India.

Le analisi di laboratorio hanno infatti confermato la presenza di quantità “inaccettabili” di glicole dietilenico e glicole etilenico, che in quantità eccessive sono tossici e causare lesioni renali acute. Il glicole etilenco è il comune antigelo che si usa per proteggere i motori delle automobili.

Sciroppi di produzione indiana sotto accusa

Ora OMS ha aperto un’indagine sui medicinali sotto accusa in collaborazione con il Drugs Control of India (organizzazione  del governo indiano responsabile dell’approvazione delle licenze dei  farmaci) e la casa produttrice degli sciroppi, la Maiden Pharmaceuticals Ltd di Nuova Dehli. Finora né il Drugs Control, né la casa farmaceutica e tantomeno il ministero della Sanità dell’India hanno voluto rilasciare commenti.

Intanto le autorità gambiane hanno lanciato una campagna porta a porta per ritirare i farmaci sotto inchiesta.

Per ora l’allerta concerne solamente il Gambia,  piccolo Stato anglofono dell’Africa occidentale, un’enclave del Senegal, ad eccezione di un piccolo tratto di costa, molto apprezzato dai turisti. Ma per l’OMS il rischio è globale, perché il produttore indiano avrebbe potuto utilizzare gli stessi  componenti per altri prodotti, distribuiti localmente o destinati all’export.

Le autorità di Banjul hanno aperto un fascicolo già i primi di agosto per le misteriose morti causate  da insufficienza renale acuta di almeno 28 bambini dell’età compresa tra i cinque mesi e i 4 anni. I decessi sono cominciati a fine luglio. Poi a settembre il ministero della Sanità ha vietato la somministrazione di paracetamolo nelle strutture sanitarie.

E in un rapporto che risale dei primi di agosto, il ministero non aveva escluso che a scatenare la gravissima patologia renale avrebbe potuto potrebbe essere uno sciroppo largamente usato per sindromi influenzali a base di paracetamolo. Infatti, molti piccoli pazienti hanno accusato i primi sintomi della patologia 3-4 giorni dopo aver preso il medicinale.

Africa ExPress
@africexp
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Da fine luglio in Gambia muoiono bambini da zero a quattro anni: sotto inchiesta uno sciroppo per la febbre

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La Russia alla conquista dell’Africa ora ha in mano due presidenti golpisti: Traore in Burkina Faso e Goïta in Mali

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 settembre 2022

Ora è ufficiale, il golpista del 30 settembre 2022, l’appena trentenne capitano Ibrahim Traoré, è stato “incoronato” ieri come nuovo presidente del Movimento Patriottico per la Salvaguardia e la Restaurazione del Burkina Faso.

Durante un intervento nella TV di Stato, MPSR ha spiegato che resterà l’organo centrale dello Stato e quindi assicura la continuità e la gestione degli affari statali e è composto da un presidente, Traoré, due vicepresidenti, un coordinatore e due commissioni.

Burkina Faso: le bandiere russe sventolano ovunque

Visto che Traoré ha detto ufficialmente che si rivolgerà a altri partner (non i francesi) pronti ad aiutarli nella lotta contro il terrorismo senza citare esplicitamente Mosca, Evgueni Prigojine, fondatore del gruppo paramilitare russo Wagner e molto vicino a Vladimir Putin, ha espresso già due volte il suo interesse per il Burkina Faso. La prima volta il giorno del golpe e pure anche il giorno seguente.

Anche a gennaio, subito dopo il primo colpo di Stato ad opera del tenente colonnello Paul-Henri Damiba, che allora aveva spodestato il presidente Roch Marc Christian Kaboré, Prigojine ha avuto parole di elogio per il golpista, che però, secondo lui, non ha dato sufficientemente fiducia ai giovani ufficiali che operano sul campo nella lotta contro i terroristi. Ragione per la quale Damiba è stato rimosso dal capitano Traoré. Infine ha sottolineato che i militari golpisti hanno fatto ciò che era necessario fare.

Evgueni Prigojine, fondatore del gruppo paramilitare Wagner

Pochi giorni prima del nuovo putsch, Damiba ha avuto un lungo colloquio con il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov a New York, a margine della 77esima Assemblea generale dell’ONU. Evidentemente i risultati riscontrati non sono stati sufficienti per i giovani ufficiali. Ora il deposto presidente è in esilio a Lomé, la capitale del Togo.

Insomma, anche se in modo velato, Prigojine ha offerto i suoi servizi a Traoré. Per ora non è dato sapere se la nuova leadership burkinabé ha già preso contatti diretti con i mercenari russi. Bisogna anche chiedersi come li pagheranno. Oltre a concedere il controllo di miniere – come è avvenuto in Centrafrica e in Mali – la presenza dei contractor ha un costo. Non è un segreto che il governo di Bamako versa mensilmente 10,9 milioni di dollari alla società di Mosca.

Due giorni fa Mahamadou Issoufou, leader della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), ex presidente del Niger e responsabile per il Burkina Faso per l’organizzazione, dopo il nuovo putsch è apparso particolarmente preoccupato per una eventuale divisione all’interno delle forze armate. “Se l’esercito si divide – aveva  precisato Issoufou – l’insicurezza peggiorerà”.

Gli esponenti della CEDEAO hanno avuto colloqui con leader tradizionali e religiosi, oltre che con Traoré. Il leader golpista, tra l’altro, ha assicurato che manterrà gli accordi siglati nel luglio scorso da Damiba con l’organizzazione. In particolare si tratta di riprendere i territori ora sotto controllo dei terroristi, risolvere la grave crisi umanitaria e ristabilire l’ordine democratico. Insomma Issoufou è rimasto soddisfatto dell’incontro e ha sottolineato che “La CEDEAO continuerà ad accompagnare il popolo burkinabé in questa difficilissima prova che sta attraversando”.

La città di Djibo, nella provincia di Soum, è nelle mani dei terroristi da ben 7 mesi e la situazione umanitaria è inquietante, anche se il 4 ottobre, tramite elicottero, gli abitanti hanno ricevuto 7 tonnellate di viveri e beni di prima necessità. Intanto ieri, “SITE” (ONG statunitense che traccia le attività online di organizzazioni suprematiste e jihadiste), ha fatto sapere che l’attacco al convoglio diretto a Djibo il 26 settembre scorso, è stato rivendicato dal raggruppamento jihadista Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani (GSIM).

Il leader del raggruppamento, cui fanno capo diverse sigle, è Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista tuareg, diventato capo jihadista e fondatore di un altro gruppo criminal-islamistsa Ansar Dine. L’imboscata ha provocato una carneficina: decine di morti tra militari e civili, per non parlare del numero dei feriti.

Intanto anche il Mali si avvicina sempre di più alla Russia. Martedì il presidente del governo di transizione, Assimi, ha avuto un lungo colloquio telefonico con il suo omologo Vladimir Putin.

Da quanto emerge, Mosca e Bamako vogliono rafforzare la cooperazione nei settori dell’economia e della sicurezza.

Poche ore prima della telefonata tra i due capi di Stato, si è schiantato al suolo l’aereo da combattimento Sukhoi SU-25, recentemente fornito dalla Russia al Mali. Lo Stato maggiore ha affermato che il caccia è precipitato vicino all’aeroporto di Gao, al ritorno da una missione a sostegno della popolazione civile nella zona. Durante l’incidente sono morte due persone: il pilota e un membro dell’equipaggio, altre dieci sono state ferite, tra loro anche due civili. Finora non è chiaro se tra le vittime ci fossero anche russi. Oltre agli aerei arrivati a agosto, Mosca ha inviato anche personale per l’addestramento.

E sempre lo stesso giorno l’ambasciata americana di Bamako ha rilasciato un comunicato. Il 19 settembre scorso, viene spiegato che il ministro degli Esteri del Mali, Abdoulaye Diop e Miriam Lutz, Direttrice di USAID (Agenzia USA per lo Sviluppo internazionale) nel Paese, hanno siglato accordo che prevede aiuti finanziari americani di 148,5 milioni di dollari, destinato allo sviluppo.

Questo si aggiunge al finanziamento di 250 milioni di dollari che gli Stati Uniti hanno elargito al Mali attraverso l’USAID nell’ultimo anno, compresi 90 milioni di dollari in assistenza umanitaria destinata a chi è in grave stato di necessità.

Il nuovo accordo, ufficialmente un emendamento a quello precedente, comprende anche 17 milioni di dollari per aiuti urgenti nel settore dell’agricoltura e di generi alimentari, visto l’impennata dei prezzi, causata dalla guerra della Russia in Ucraina.

L’ultimo colpo di Stato in Burkina Faso è un nuovo avvertimento per Parigi, a poco più di un mese dalla partenza dell’ultimo soldato francese dal Mali.

Nella base di Kamboinsin, condivisa con l’esercito burkinabé, ci sono ancora le forze speciali francesi. Ora la Francia dovrà decidere il destino di questo accampamento militare, che in passato è stato cruciale per la lotta del terrorismo nel Sahel. Parigi dovrà ridefinire con la massima urgenza la sua presenza militare in Africa, visto che anche in Niger, il maggior alleato della regione del Sahel, a metà settembre si sono svolte manifestazioni contro la presenza dei militari transalpini di Opération Barkhane.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Dai jihadisti a chi rifiuta il terrorismo: guida ai gruppi islamici attivi in Mali

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Guinea fuori gioco per la Coppa d’Africa 2025: le infrastrutture non sono pronte

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Ottobre 2022

Guinea fuori gioco. Cartellino rosso al colonnello Mamady Doumbouya, giunto al potere in Guinea Conakry con un colpo di Stato il 5 settembre dell’anno scorso. Il suo Paese non potrà organizzare la Coppa calcistica d’Africa delle Nazioni (CAN) nel 2025, perché le infrastrutture non sono pronte.

La Guinea non ospiterà il campionato calcistico CAN 2025

Lo ha annunciato, pochi giorni fa, proprio nella capitale Conakry, il presidente della Confederazione Africana di Calcio (CAF), Patrice Tihopane Motsepe, 60 anni, miliardario sudafricano e padrone della squadra Sundowns Mamelodi di Pretoria.

Immediatamente, l’Algeria ha avanzato alla Caf la sua candidatura per accogliere la prestigiosa competizione continentale, che ha ospitato una sola volta nel 1990. Ma non è l’unica nazione interessata a subentrare alla Guinea: Marocco, Sud Africa, Nigeria e Senegal sono pronte a rivolgersi alla Caf con lo stesso obiettivo. “Tutti possono concorrere in modo paritario – ha messo le mani avanti Motsepe – non ci saranno preferenze né favoritismi”.

La Caf è la principale organizzazione sportiva del continente nero e la decisione – presa ben 8 anni fa – di privare la Guinea dell’ambita manifestazione ha avuto l’effetto di una bomba nel mondo sportivo e non solo.

Il colonnello Mamady Doumbuya, 42 anni, ex legionario francese, aveva espresso la sua ferma intenzione di organizzare il torneo. Per lui doveva rappresentare la consacrazione della rinascita di un Paese giovane e in profonda trasformazione. “Era una sfida enorme – ha fatto notare Le Monde – per una nazione tra le più povere del pianeta, purtroppo privo di infrastrutture per questo genere di competizione, sia che si tratti di impianti sportivi sia di mezzi di trasporto”.

Patrice Motsepe, presidente del CAF

D’altra parte, Patrice Motsepe è stato chiaro: “Sono dispiaciuto di questa decisione. Ho voluto esaminare la situazione con i miei occhi e ho visitato il Paese per rispetto della popolazione e delle istituzioni. Intendevo capire se ci fossero margini per garantire l’impegno che il governo aveva preso al momento della partecipazione al bando per l’assegnazione della competizione. Purtroppo, questo impegno non è realizzabile. Tuttavia, ho consigliato alla Guinea di concorrere all’organizzazione dei Campionati d’Africa delle Nazioni (CHAN)”.

Per non confonderci in questo… balletto calcistico Chan-Can, precisiamo: la CHAN si svolge ogni due anni in alternanza alla CAN ed è aperta solo ai calciatori che giocano in squadre del loro Paese; quindi, è negata a tutti coloro che militano in Europa, o in altri continenti. Il torneo avrà luogo in Algeria dal 13 gennaio al 4 febbraio 2023 e vi prenderanno parte 18 nazionali.

L’assegnazione della Coppa d’Africa (CAN) del 2025 ha avuto un percorso tormentato. Nel 2014 la Caf l’aveva attribuita al Camerun per il 2029, alla Costa d’Avorio per il 2021 e alla Guinea per il 2023. Però, però…è cominciata una girandola da far venire il mal di testa: il Camerun si è ritirato (salvo ritornare in campo nel 2021) e gli è subentrato l’Egitto; l’edizione del 2023 (giugno-luglio) è stata data alla Costa d’Avorio e la Guinea rinviata al 2025. Questi spostamenti erano legati al cambiamento del format, da 16 a 24 squadre.

Il Camerun però dichiarò di non essere in grado di organizzare per tempo quanto necessario a ospitare 24 squadre e da lì è cominciato il rimescolamento. Fino all’altro giorno, quando il magnate sudafricano delle miniere, e presidente della Caf, Motsepe, ha annunciato la ferale notizia per la Guinea: no campionato.

A dire il vero, a Conakry era stata offerta la possibilità di fare un joint venture con il Senegal. Ma – ha scritto l’altro giorno Le Point – il ministro degli Sport Lansana Bea Diallo, 51 anni, ex campione di pugilato in Belgio, era stato categorico: “Per noi era una priorità nazionale organizzare la Coppa d’Africa nel 2025 e questa priorità tale resta, non nel 2026 o nel 2027”.

Invece è arrivata la doccia fredda: allo stato attuale, la Repubblica presidenziale sotto la giunta militare, che ha promesso sviluppo e lotta alla corruzione, non è attrezzata di strutture e infrastrutture. E la 35esima edizione si farà da un’altra parte. Dove, per ora, non si sa.

La Guinea Conakry, tra profonda crisi economica e incertezza politica, ha altro a cui pensare. E il calcio, proprio in questo momento, evoca brutti ricordi. Si è appena aperto un processo epocale all’ex presidente Moussa Dadis Camara, 58 anni, e ad altri 10 imputati.

Sono stati incriminati per l’uccisione di 157 persone e lo stupro di oltre 100 donne (da parte delle forze di sicurezza) nel 2009 dopo una protesta di massa. Nello stadio di Conakry.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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