Non c’è pace per i pinguini in Sudafrica. Da fine agosto a oggi sono morti quasi 30 pinguini a causa dell’influenza aviaria a Boulders Beach, situata a Simon’s Town sulla splendida costa panoramica del Sudafrica, a circa 20 chilometri da Città del Capo. Quel tratto di costa ospita circa 3.000 pinguini africani, una specie presente esclusivamente nelle acque dell’Africa meridionale.
Sudafrica, Boulders Beach, colonia di pinguini
La ONGSouthern African Foundation for the Conservation of Coastal Birds è molto preoccupata, in quanto in 14 esemplari morti i test hanno confermato la presenza dell’influenza aviaria; mentre altri 14 sono stati trovati senza vita, ma non sono stati sottoposti a analisi.
Il virus dell’influenza aviaria, che solitamente si diffonde tra gli uccelli attraverso le feci, è stato individuato nel Paese nel maggio dello scorso anno e ha colpito una serie di volatili marini, tra questi i cormorani del Capo e le sterne comuni. Il ceppo di quest’anno è simile a quello identificato lo scorso anno.
Pinguino affetto da influenza aviaria
I pinguini africani sono tra le specie inserite nella lista rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, il che significa che sono ad alto rischio di estinzione, dunque vige particolare apprensione per questi uccelli marini per l’attuale epidemia in atto in Sudafrica.
Giacché i pinguini sono sottoposti a molti altri stress (mancanza di cibo, distruzione del loro habitat e dell’ecosistema oceanico) sono particolarmente fragili e più esposti al virus. Per gli altri animali selvatici un’epidemia, come l’influenza aviaria, solitamente non è così preoccupante.
Gli scienziati stanno monitorando la situazione con estrema attenzione, in quanto non è ancora chiaro come si evolverà l’epidemia.
“Poiché il virus si trasmette tra gli uccelli, stiamo cercando di ridurre la carica virale e il tasso di trasmissione tra i pinguini” ha dichiarato Alison Kock, biologa marina di South African National Parks.
I ranger sono continuamente sul campo per identificare gli uccelli malati e rimuoverli dalla colonia, mentre gli scienziati continuano ad eseguire test per diagnosticare la patologia.
Roberts ha poi aggiunto che gli esemplari malati vengono soppressi previa eutanasia; tutti pinguini morti vengono poi cremati per ridurre la diffusione della patologia.
“Non c’è alcun rischio che il virus si trasmetta all’uomo – ha sottolineato la Kock e ha aggiunto – Ma chiediamo alle persone che visitano la colonia, di disinfettarsi bene le scarpe, perché il virus si trasmette anche a altri uccelli marini, nonché gli allevamenti di pollame”.
Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 3 ottobre 2022
Si chiamava Mohammed Ali e aveva 37 anni, medico, un tanzaniano che aveva scelto di lavorare in Uganda. Il 26 settembre è stato contagiato dall’ebola e venerdì scorso è morto all’ospedale di Fort Portal, città che dista 300 chilometri dalla capitale Kampala.
Uganda: operatori sanitari in una struttura per ebola Sudan
Il ministro della Sanità ugandese, Jane Ruth Aceng, ha postato sul suo account Twitter: “Mi dispiace dover comunicare che abbiamo perso il primo medico a causa dell’ebola”.
Altri 65 operatori sanitari sono attualmente in isolamento, in quanto sono venuti in contatto con pazienti contagiati dal virus killer e giovedì scorso 6 tra questi sono risultati positivi, altri due, invece ammalati in condizioni gravi.
Finora sono stati confermati 35 casi, ma, secondo il ministero della Sanità, si teme che possano essere molti di più. E’ stato accertato che sette persone sono già morte a causa della grave patologia. Altre 18 persone decedute sono state sepolte prima che potesse essere effettuato il test.
L’epidemia di Ebola in Uganda si sta rivelando più difficile da gestire rispetto alle epidemie più recenti, ma il presidente, Yoweri Museveni, ha respinto le richieste di isolamento, poiché “ebola non si diffonde come il coronavirus”, non è una malattia trasmessa per via aerea.
Il capo di Stato ha dichiarato che mercati, scuole e luoghi di culto rimarranno aperti, ma ha esortato la popolazione a osservare l’igiene personale e di evitare i contatti ravvicinati.
Il direttore di Africa Express, Massimo Alberizzi, durante una visita a Gulu, in Uganda, colpita da un’epidemia di ebola nel 2001
Le autorità ugandesi e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) hanno confermato il 20 settembre 2022 la presenza dell’epidemia di ebola di tipo “Sudan”, un ceppo relativamente raro.
I virus Ebola fanno parte della famiglia dei Filoviridae e del genere Ebolavirus, del quale esistono 5 ceppi: Bundibugyo ebolavirus, Reston ebolavirus, Sudan ebolavirus, Tai Forrest ebolavirus (che sostituisce il nome precedente Costa d’Avorio) e Zaire ebolavirus.
L’OMSha spiegato che sono stati individuati sette precedenti focolai del ceppo Ebola Sudan, quattro in Uganda e tre in Sudan. In Uganda l’ultimo focolaio di Ebola Sudan risale al 2012, mentre quello di Ebola Zaire al 2019.
L’attuale ceppo di ebola Sudan ha finora colpito quattro distretti nel Paese, tra questi Mubende, con epicentro nella sotto-contea di Madudu, Kyegwegwa, Kassanda e il distretto di Kagadi.
Il ministro della Sanità ha detto che molta gente è scappata da Madudu, perché convinta che fosse stregata. “Sono fuggiti da parenti o amici per farsi aiutare, per curare quella che per loro era una strana malattia che non capivano. Tuttavia, grazie a vari incontri e interventi, gli abitanti di Madudu hanno ora capito che si tratta di ebola e non di stregoneria”, ha aggiunto il ministro.
La malattia da virus Ebola è spesso fatale, ma ora sono disponibili vaccini e trattamenti. Il virus viene trasmesso all’uomo da animali infetti. Il contagio avviene attraverso i fluidi corporei e i sintomi principali sono febbre, vomito, emorragia e diarrea.
L’OMS ha dichiarato che la immunizzazioni ad anello delle persone ad alto rischio con il vaccino Ervebo è stata molto efficace nei recenti focolai nella Repubblica Democratica del Congo e altrove, ma che questo vaccino è stato approvato solo per proteggere contro il ceppo Zaire.
Un altro vaccino, prodotto da Johnson & Johnson, potrebbe risultare idoneo, ma non è ancora stato testato specificamente contro il ceppo sudanese.
Ciononostante Museveni ha dichiarato che il suo governo sta valutando se approvare i vaccini in via sperimentale.
Dunque al momento attuale non esiste ancora un vaccino approvato per il ceppo ebola Sudan. I funzionari sanitari ugandesi, compresi quelli dell’OMS, si stanno mobilitando per cercare finanziamenti per controllare l’epidemia.
Yonas Tegegn Woldermariam, rappresentante dell’OMS in Uganda, teme che i fondi richiesti non possano coprire tutti i costi.
Per arginare i contagi, l’attenzione si sta concentrando sulla ricerca dei contatti, ovvero su coloro che sono stati a stretto contatto con i pazienti e le persone che hanno partecipato ai funerali della comunità. La trasmissione della patologia avviene in due momenti cruciali: mentre l’ammalato si trova a casa, contagia i familiari che lo assistono, e durante i funerali, le persone che lavano il cadavere e partecipano alla sepoltura possono essere aggredite facilmente dal virus.
Funerali secondo il protocollo dell’OMS per i morti di ebola
Una struttura per il trattamento di ebola con 51 posti letto è operativa nel distretto di Mubende, l’epicentro dell’epidemia. Una seconda struttura dovrebbe essere allestita a breve.
Museveni ha fatto sapere che due laboratori mobili saranno inviati a Mubende a giorni, in modo che le persone non debbano viaggiare per fare i test, per evitare un ulteriore diffusione della patologia.
I medici sono preoccupati per la mancanza di adeguati dispositivi di protezione individuale (DPI), come guanti e maschere. Hanno anche chiesto che la regione colpita venga messa in quarantena.
Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
2 ottobre 2022
Nel centro di Londra si vince, nel cuore del Kenya si festeggia.
Da Buckingham Palace al villaggio Kabongwa corrono circa 10 mila chilometri. Ieri, domenica 2 ottobre, Amos Kipruto, 30 anni compiuti il 16 settembre, poco prima delle 13 italiane, davanti al palazzo reale per eccellenza, ha tagliato il traguardo più importante della sua carriera di maratoneta.
Amos Kipruto, keniota, vince la maratona di Londra
Ha accorciato le distanze con 42,195 chilometri. In contemporanea nel paesello natio, Kabongwa, contea di Nandi, nella Rift Valley, è esplosa la festa. Canti, balli, esultanza collettiva intorno a Jennifer, moglie di Amos, ai due gemelli, alla mamma, come ben si può vedere su YouTube nel servizio dedicatogli dalla NTV Kenya.
Eh, sì che il Kenya è abituato a vincere le maratone in tutto il mondo e a Londra in particolare: Kipruto è stato il 10° kenyano a dominare, in 2:04:39, la 42° edizione della gara inglese. “Se la merita questa vittoria al debutto nella capitale britannica– aveva detto alla vigilia il suo allenatore, Claudio Berardelli, 42 anni, trapiantato dal lago d’Iseo a Eldoret nel 2004 – Era giunto secondo a Berlino nel 2018, secondo a Tokyo il 6 marzo scorso, medaglia di bronzo ai Mondiali di Doha nel 2019. È maturo per questo exploit”. E così è stato.
Per Amos Choge-Kipruto, soprannominato Bwanadwa (signore delle medicine, pare voglia dire) è stato il primo successo nella Abbot World Marathon Major, il campionato mondiale dei runners, che comprende le maratone di Tokyo, Boston, Berlino, Chicago (domenica prossima) e New York (il 6 novembre).
Una vittoria prestigiosa, perché tra le più affollate (50 mila, 37 mila arrivati) e più ricche della stagione: gli ha fruttato 60 mila euro, il che non guasta. Trentamila euro, invece, li ha intascati il secondo classificato, l’etiope Leul Gebresilase, 30 anni, in 2:05:12. Terzo il belga di origine somala, Bashir Abdi, 33 anni, (25 mila euro) e quarto di nuovo un etiope, Kinde Atanaw, 29. Insomma: una classifica tutta “nera”.
Ancor di più in campo femminile, dove però, l’ordine d’arrivo è invertito: prima un’etiope Yalemzerf Yehualaw Densa, seconda una kenyana, Joyciline Jepkosgei. Fra le donne, la competizione è stata ricca di sorprese.
L’etiope 23enne Yalemzerf Yehualaw Densa, conquista la medaglia d’oro alla maratona di Londra
Yalemzerf ad appena 23 anni è la più giovane atleta a conquistare Londra alla sua seconda maratona (aveva esordito in aprile ad Amburgo), ha superato la Jepkosgei, vincitrice nel 2012 e ha segnato un tempo eccellente, l‘ottavo di sempre: 2h17’26”, a soli 3 secondi dal primato personale.
Ed era pure finita per terra al rifornimento. Ma – come si dice la classe non è acqua: si ripresa e ha dominato. Non è un caso che sia anche primatista mondiale dei 10 km su strada. Il fatto che continua a stupire è l’onda nera che la segue: ala sue spalle, infatti, sono arrivate altre 5 atlete africane: la Jepkosgei, un’altra etiope, Alemu Megertu, 25 anni, altre due di Nairobi, Judith Jeptum Korir, 26, e Joan Chelimo Melly, 31, (ma dal 2021 anche romena) con al sesto posto un’ altra connazionale Ashete Bekere, 34.
L’appuntamento ora è per domenica 9 ottobre, a Chicago, maratona numero 44, uno dei percorsi tra i più facili e più veloci. Qui sono stati infranti ben 4 record del mondo. Ricordate chi vinse nel 2021? Seifu Tura fra gli uomini, etiope. Ruth Chepngetich, fra le donne, kenyana. Ma guarda un po’…
Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 2 ottobre 2022
Mentre Wikipedia ha già aggiornato la pagina sul Burkina Faso e ne dedica una nuova al capitano Ibrahim Traoré come nuovo capo di Stato della ex colonia francese, nel pomeriggio di ieri hanno ripreso a tuonare le armi.
E il sito France Diplomatie ha lanciato un’allerta: “La situazione rimane tesa a Ouagadougou. Si consiglia di limitare i movimenti allo stretto necessario, di essere prudenti e riservati e di evitare la folla. Il coprifuoco è in vigore dalle 21 alle 5 del mattino l’aeroporto è attualmente chiuso, con tutti i voli temporaneamente sospesi”.
Ieri sera il neopresidente ha parlato ai microfoni di VOA Afrique (Voice of America, Africa) Ibrahim Traoré ha fornito dettagli sul tipo di transizione che intende attuare. Non sarà necessariamente militare, ha precisato.
Ibrahim Traoré, golpista Burkina Faso
Durante il suo intervento a VOA Afrique, il capitano ha anche risposto alla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, che, in una dichiarazione rilasciata nella serata di venerdì ha condannato con la massima fermezza il nuovo colpo di Stato militare in Burkina Faso, definendolo “inopportuno, visto che era già stato raggiunto un accordo per il ritorno all’ordine costituzionale per il 2024. Traoré è stato rassicurante, promettendo che il “calendario sarà rispettato”.
Alle 20.00 ora locale di venerdì una quindicina di soldati in tute mimetiche, alcuni con il volto mascherato, hanno annunciato la destituzione del leader della giunta, il tenete colonnello Paul-Henri Sandaogo Damiba, al potere dal 23 gennaio scorso, e lo scioglimento del governo. “Le forze della nazione si riuniranno a breve per adottare una nuova carta di transizione e nominare un nuovo presidente del Faso, civile o militare”, ha detto uno dei golpista, leggendo una dichiarazione firmata dal capitano Ibrahim Traoré, un ufficiale di 30 anni che ora è a capo della nuova giunta militare.
In tale occasione i putschisti hanno anche annunciato la sospensione della Costituzione, l’introduzione del coprifuoco dalle 21 alle 5 del mattino e la chiusura delle frontiere “fino a nuovo ordine”.
Dopo la giornata confusa di venerdì, parte della mattinata di sabato è stata piuttosto tranquilla, solo più tardi sono stati dispiegati nuovamente soldati nella capitale e elicotteri militari hanno sorvolato alcune basi, tra questi anche quella di Baba Sy, quartier generale del Mouvement patriotique pour la sauvegarde et la restauration (MPSR).
Militari sulle strade di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso
Sono state chiuse anche tutte le strade che portano ai monumenti dedicati agli eroi nazionali. Alla fine mattinata di sabato, una fonte militare ha dichiarato che c’era il rischio di uno scontro tra il campo del tenente colonnello Damiba e quello di Ibrahim Traoré.
In un comunicato, firmato dal nuovo leader, trasmesso poco dopo le 17.00 ora locale dalla Radio-Televisione del Burkina (RTB) di ieri, i militari che sostengono di aver preso il potere a Ouagadougou, hanno accusato il deposto Damiba di pianificare una controffensiva da una base di Parigi vicino alla capitale Ouagadougou. Un diplomatico francese ha però respinto qualsiasi coinvolgimento del suo Paese.
Nel breve comunicato è stato precisato, inoltre, che la nuova giunta si rivolgerà a altri partner (non i francesi) pronti ad aiutarli nella lotta contro il terrorismo. Mosca non è stata citata, ma le bandiere russe sono state sventolate venerdì alla Place des Nations a Ouagadougou.
Sta di fatto che finora il deposto presidente non è stato arrestato e sembra che i nuovi putschisti non intendano volerlo fare o forse non riescono a farlo. Eppure Damiba non ha ancora rassegnato le sue dimissioni e al momento attuale può ancora contare su parecchi sostenitori anche tra i militari.
A questo proposito lo Stato maggiore generale ha rilasciato una breve dichiarazione in serata, ammettendo una crisi interna e ha affermato che le consultazioni proseguono.
Mentre lo Stato maggiore delle Forze armate invita tutte le parti a mantenere la calma e la moderazione per dare la possibilità di una fine negoziata della crisi. Non è nell’interesse di nessuno che la situazione degeneri.
L’odio nei confronti dei francesi si sta espandendo a macchia d’olio. Ieri sera alcuni manifestanti hanno preso di mira l’ambasciata francese a Ouagadougou. Un incendio è scoppiato davanti all’ingresso dell’edificio.
Mentre a Bobo-Dioulasso, la seconda città del Burkina Faso, i manifestanti hanno dato fuoco alla guardiola all’ingresso dell’Istituto francese.
Solo pochi giorni fa il deposto presidente burkinabé ha incontrato il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, a New York, a margine della 77° Assemblea generale dell’ONU, per concordare una più stretta collaborazione militare tra i due Paesi. Già un mese prima, l’allora primo ministro della transizione, Albert Ouédraogo, aveva anticipato che il suo governo intende diversificare i partner internazionali nella lotta al terrorismo.
Da tempo però si avverte un certo malcontento tra le truppe, in quanto la lotta contro i terroristi messa in atto da Damiba è stata poco efficacie. I jihadisti continuano a perpetrare attacchi, minacciando e uccidendo militari, ma soprattutto civili, costretti a fuggire dalle loro case.
Il governo centrale non ha ancora il controllo su gran parte dei territori nella zona delle tre frontiere (Mali, Niger, Burkina Faso). Basti pensare all’aggressione a un convoglio della scorsa settimana, costata la vita a almeno 10 militari, altri 30 sono stati feriti, tra loro anche un civile.
La carovana di camion piena di viveri e beni di prima necessità era diretta a Djibo, città nella provincia Soum, ancora parzialmente sotto l’assedio dei jihadisti.
All’inizio del mese è stata attaccata un’altra carovana proveniente da Djibo e diretta a Ouagadougou. Il convoglio era composto da camion e autobus del trasporto pubblico, uno dei mezzi ha urtato una bomba artigianale. Il bilancio è pesante: 35 civili morti – tra loro molti studenti – altri 37 sono stati feriti.
Dal 2015 a oggi, gruppi armati affiliati ad Al-Qaeda, altri allo stato islamico, hanno ucciso migliaia di persone, oltre 2 milioni sono gli sfollati.
E proprio a causa dell’impotenza nell’affrontare i terroristi, il 13 settembre scorso Damiba ha silurato il suo ministro della Difesa, assumendo lui stesso le sue funzioni.
Anche altri fattori hanno aumentato il malcontento tra i militari. Alcuni soldati hanno rimproverato a Damiba di aver favorito i diplomati della Prytanée militaire di Kadiogo (classe 1992), una scuola superiore militare vicino a Ouagadougou, offrendo loro posizioni chiave nella sua amministrazione.
Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.
Un gruppo di soldati ha annunciato alla televisione nazionale del Burkina Faso che il leader della giunta militare, Paul-Henri Sandaogo Damiba, salito al potere il 23 gennaio 2022 con un colpo di Stato, è stato spodestato.
Burkina Faso: gruppo di militari annuncia chiusura delle frontiere, scioglimento del governo e sospensione della Costituzione
Il capitano Ibrahim Traoré (che sembra il leader del colpo di Stato) ha annunciato alla TV nazionale lo scioglimento del governo e la sospensione della Costituzione, nonché la chiusura delle frontiere del Paese fino a nuovo ordine.
Gli abitanti di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, sono stati svegliati all’alba a suon di pallottole. Alcuni testimoni hanno riferito che il colpi provenivano dal quartiere dove hanno sede i ministeri e dal campo militare Baba Sy, il quartier generale del Mouvement patriotique pour la sauvegarde et la restauration (MPSR), la giunta militare al potere dallo scorso gennaio.
Poco più tardi le strade principali della capitale sono state bloccate da soldati, militari anche di fronte alla sede della televisione nazionale, il cui segnale è stato interrotto per diverse ore.
Nel primo pomeriggio si sono sentiti nuovamente spari provenienti dalla base di Baba Sy e il portavoce della presidenza ha lanciato un appello alla popolazione di restare tranquilla.
Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.
Speciale per Africa ExPress Francesca Canino 30 settembre 2022
Intonano “Bella ciao” e liberano i capelli dal nero velo imposto dal fanatismo islamico. In Iran le donne conducono una ribellione senza eguali negli ultimi 40 anni, segnati dalla dittatura degli ayatollah che ha privato un’intera nazione dei diritti umani. Da oltre dieci giorni nel Paese si susseguono scontri, violenze, repressione. E tanti morti.
La rivolta delle donne si è subito tramutata in una insurrezione generale sostenuta anche dagli uomini, giovani soprattutto, come mostrano le immagini che ci giungono nonostante le autorità iraniane abbiano limitato l’accesso a Internet.
Sono scene forti che mostrano la determinazione di tante donne e tanti uomini a lottare per riconquistare diritti e libertà, a costo di perdere la vita o subire violenze inaudite. Il regime ha risposto con azioni spietate: circa tremila arresti a Teheran e centinaia di morti.
La rivolta affonda le sue radici nel malessere sociale che quarant’annidi repressione hanno acuito fino a far esplodere le donne prima, gli uomini poi.
La scintilla è scaturita dall’uccisione di Mahsa Amini, la giovane arrestata e uccisa mentre era sotto custodia della “polizia morale” iraniana perché il suo velo non copriva tutti i capelli.
Da quel momento il Paese è insorto, migliaia di iraniani sono scesi nelle piazze a manifestare non contro l’hijab, il velo della discordia, bensì contro un regime dittatoriale che ha portato allo stremo milioni di persone.
La speranza è di far cadere la Repubblica Islamica, ma si teme anche una risposta repressiva ed esemplare del regime. Il presidente iraniano Ebrahim Raisi, infatti, ha ordinato di agire con fermezza contro i dimostranti e denunciato le interferenze di alcuni Paesi occidentali nelle questioni della Repubblica islamica.
E il pugno di ferro del regime è stato usato pochi giorni fa su un’altra donna, Hadith Najafi, la ragazza simbolo dei cortei, uccisa dopo essere stata arrestata dalla polizia morale.
Ma le donne e i giovani non si fermano, «come potrebbero adesso che hanno gettato i semi per la nostra libertà?». A parlare è Sadira, una donna iraniana che ha chiesto aiuto ad Africa Express tramite WhatsApp, nei momenti in cui è possibile collegarsi, per divulgare quanto sta accadendo nel suo Paese. “Le proteste di questi giorni sono il segno inequivocabile di un popolo arrivato al capolinea. A soffrire maggiormente a causa della dittatura islamica sono state le donne, represse e discriminate, e i giovani, desiderosi di libertà come tutti i ragazzi del mondo in ogni epoca”.
“Ecco perché le proteste sono partite da loro, che non si risparmiano nelle piazze di Teheran e delle altre città – spiega Sadira -. È un dolore per me apprendere degli arresti e dei morti di questi giorni e invoco giustizia per loro e per Mahsa Ahmini, rea per la polizia morale di avere mantenuto una ciocca di capelli fuori dall’hijab. Una cosa molto grave che sta accadendo in questi giorni è l’arruolamento nella polizia di adolescenti, minacciati e uccisi se rifiutano di accettare. Mi chiedo dove siano tutte le organizzazioni che tutelano i minori, le varie ONG, l’UNICEF. Qui in Iran c’è solo tanta violenza e nessun diritto”.
Adolescenti arruolati
Sadira parla del suo Paese, delle libertà negate, di un regime che controlla e schiaccia i cittadini con la forza delle armi e con la crisi economica, sociale e sanitaria che ha impoverito la popolazione “rendendola spesso priva di scrupoli. È il caso della polizia che supinamente obbedisce agli uomini del regime senza pensare che di fronte, quando uccide o picchia i manifestanti, ha suoi connazionali, suoi simili”.
“Noi siamo troppo controllati – continua la donna –, non ci è concesso di non portare il velo nemmeno se siamo nelle nostre auto, perché sulle strade ci sono dei dispositivi come i vostri autovelox che ci fotografano e ci mandano la multa. Quello che è stato il grande Impero Persiano è oggi uno stato di polizia che ci ha privato di tutti i diritti. Ma ormai la strada per la libertà è stata aperta, per questo chiedo a voi di Africa ExPress di aiutare il mio popolo, di sostenerci in questa ribellione che se venisse fermata causerebbe migliaia di morti e ucciderebbe ogni speranza futura. Io, la mia famiglia, i miei parenti, i miei amici e sono sicura anche il mio popolo chiediamo aiuto alle donne italiane, ai vostri giovani, perché facciate sentire la vostra voce per la conquista della nostra libertà. Italia aiutaci”.
Non può lasciarci indifferenti il grido di aiuto proveniente dall’Iran alla nostra testata. E come il nome di Mahsa Amini che ora si ripete su milioni di hashtag, un record assoluto, noi lanceremo l’hashtag #africaexpressperliran per sostenere la causa dei ribelli iraniani.
Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.
Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes 29 settembre 2022
“The Woman King”, un kolossal hollywoodiano con un budget di 100 milioni di dollari, ha come protagonista un’unità delle Amazzoni del Dahomey. Il film è stato presentato in anteprima in un cinema di Cotonou (Benin) la scorsa settimana, mentre è uscito in Francia mercoledì 28 settembre e arriverà nelle nostre sale a ottobre.
Il film narra la storia delle Agodjié’, nome delle amazzoni in lingua fon, un gruppo militare di valorose donne dell’Africa occidentale e come hanno saputo proteggere il loro Paese.
Protagoniste del sceneggiato sono Viola Davis (statunitense) e Lupiya Nyong’O (keniota-messicana), nei ruoli di madre e figlia. È’ la prima collaborazione per le due, che hanno in comune un Oscar come migliori attrici non protagoniste (12 Anni Schiavo per Lupita Nyong’O e Barriere per Viola Davis). Mentre la regia è stata affidata a Gina Prince-Bythewood.
Il Regno di Dahomey – l’attuale Benin – durò dal 1600 al 1900. Il Paese era conosciuto come il più ricco e potente dell’Africa occidentale, perché i suoi soldati erano considerati invincibili.
Nel 1685 Abomey, fondata dalla popolazione fon, è diventata la capitale del Dahomey, uno dei regni più importanti dell’Africa occidentale. Dal diciasettesimo fino al diciannovesimo secolo i dodici re che si sono susseguiti fino al 1900, hanno fatto costruire palazzi, realizzati in materiale tradizionale, su una superficie di quarantasette ettari. Nel 1985 sono stati dichiarati dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Anticamente la città era circondata anche da un muro costruito di fango.
Le amazzoni di Dahomey
Non bisogna dimenticare che i fon sono stati anche grandi commercianti di uomini; la ricchezza e il potere di Abomey era dovuta soprattutto alla tratta degli schiavi che praticavano in cambio di armi. Infatti il Dahomey ai tempi del colonialismo era tristemente chiamato “Costa degli Schiavi”.
Nel 1892 la città è stata parzialmente distrutta da un terribile incendio, appiccato da Behanzin, l’ultimo sovrano del regno, prima di cedere la città ai francesi. Behanzin era stato incoronato nel 1800 anno che coincide con l’espansione coloniale francese nel Dahomey.
Aveva formato un esercito di venticinquemila uomini e truppe speciali, composte da cinquemila donne, le Amazzoni. Erano intoccabili e vergini giurate. Si identificavano con il nome di “N’Nonmiton”, tradotto in italiano “nostre madri”. Erano armate di moschetto olandese e di machete e decapitavano velocemente le loro vittime. Venivano reclutate ancora bambine, tra gli otto-nove anni. Se un francese tentava di avvicinare una delle amazzoni, il giorno dopo lo si trovava morto nel suo letto.
Prima della sua uscita, il film ha suscitato alcune critiche sui social network, perché è stato girato all’estero e in quasi totale assenza di attori locali.
Il governo del Benin sta progettando la costruzione di un museo a Abomey dell’epopea delle amazzoni e dei re di Dahomey.
Amazzone di Dahomey, statua di 30 metri a Cotonou, Benin
Un’enorme statua di 30 metri di altezza raffigurante un’amazzone è stata inaugurata dal presidente Patrice Talon alla fine di luglio a Cotonou. Le autorità beninesi vogliono farne l’identità visiva del Paese, come lo è la tour Eiffel per Parigi, la Statua della Libertà per New York, il monumento del Rinascimento africano per Dakar.
Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 29 settembre 2022
Per porre fine alla tensione, alla violenza e ai conflitti che da anni insanguinano le regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo, causanndo centinaia morti, la Comunità dell’Est Africa (EAC) ha deciso di costituire una forza regionale. Ma la sua costituzione, sta già suscitando ampie polemiche nel Paese.
Finora non sono stati formalizzati né il calendario, né il quadro operativo per il suo dispiegamento, né il numero di Paesi partecipanti.
Congo-K: siglato accordo con le truppe EAC per il dispiegamento nel Paese
La creazione del nuovo contingente è stata annunciata al termine di una riunione della East Africa Comunity (EAC) che si è svolta a fine giugno a Nairobi in Kenya. Pochi giorni prima dell’assemblea dell’organizzazione si sono riuniti i capi di Stato maggiore dei Paesi membri per definire il dispiegamento della nuova forza militare regionale in Congo-K.
Alla riunione hanno partecipato anche i presidenti del Congo-K e del Ruanda. I due si sono incontrati per la prima volta dopo l’inizio delle tensioni tra i due Paesi, causata dalle violenze commesse dal gruppo armato M23 nell’est della ex colonia belga.
All’inizio del mese delegati e esperti hanno siglato a Kinshasa l’accordo sullo statuto della forza regionale. Alla cerimonia erano presenti anche il capo di Stato del Congo-K, Félix Tshisekedi, nonché il segretario generale dell’organizzazione, il keniota Peter Mathuki, un diplomatico di carriera.
Il documento siglato a Kinshasa stabilisce, tra l’altro, il regime delle immunità e il codice di condotta e definisce anche le modalità di risoluzione delle controversie sul campo e la gestione dei danni collaterali che possono verificarsi durante le operazioni.
A fine marzo il Congo-K è entrato ufficialmente nella Comunità dell’Est Africa (EAC), organizzazione regionale della quale fanno parte anche Kenya, Tanzania, Burundi, Ruanda, Uganda e il Sud Sudan.
Poco meno di due anni fa per uscire finalmente dall’isolamento diplomatico,Tshisekedi aveva inoltrato la richiesta per l’annessione all’EAC.
Purtroppo nel frattempo sono sorte nuove tensioni tra il Ruanda e l’ ex colonia belga a causa della presenza del gruppo armato M23, per lo più composto da tutsi congolesi, che ha ripreso le ostilità alla fine di marzo 2022, nel momento in cui Kinshasa è entrato nell’organizzazione est-africana.
Kinshasa aveva siglato un accordo di pace con i ribelli nel 2013. Ciononostante recentemente i capi del gruppo hanno ripreso le armi, accusando le autorità congolesi di non aver rispettato gli impegni presi, come la reintegrazione dei propri combattenti nell’esercito congolese.
Durante la 77esima Assemblea generale delle Nazioni Unite, che si è tenuta la scorsa settimana a New York, il presidente congolese ha accusato il Ruanda di aggressione militare diretta e occupazione di territori nel Congo-K orientale, attraverso il presunto sostegno di Kigali al gruppo armato M23.
Ma Kigali ha sempre respinto tutte le accuse e nega categoricamente il suo supporto ai ribelli tutsi.
Tshisekedi ha chiesto infine al presidente del Consiglio di sicurezza dell’ONU di divulgare l’ultimo rapporto sulla grave situazione nell’est del Congo-K per porre fine alle continue smentite delle autorità ruandesi.
Durante il suo intervento, il presidente del Ruanda, Paul Kagame, è stato quasi accomodante, ha fatto solamente riferimento a iniziative diplomatiche sulla crisi nel Congo-K e ha evidenziato che quelle intraprese a livello locale sono complementari.
Intanto continuano gli spietati attacchi dei ribelli M23. Per questo motivo il primo ministro, Jean-Michel Sama Lukonde, si è recato dapprima nella provincia di Ituri, regione più colpita dalle violenze dei gruppi armati, e poi a Goma, nel Nord-Kivu.
Ribelli M23 in Congo-K
Il capo del governo si è intrattenuto con esponenti della società civile, con le autorità locali e associazioni umanitarie attive nelle zone per assistere gli oltre due milioni di sfollati, scappati dalle loro case per fuggire alle violenze perpetrate dai ribelli e altri gruppi armati attivi nella zona.
Il primo ministro ha promesso alla popolazione che avrebbe riflettuto anche sullo stato d’emergenza, imposto dal governo nelle due province da maggio 2021.
Lo scorso aprile il premier si era già recato nel Nord-Kivu per ascoltare le lamentele della popolazione provata dagli attacchi dei gruppi armati, ma questa volta il clima è ancora più teso con la recrudescenza dei ribelli M23, la presa della città di Bunagana e l’indebolimento di MONUSCO (Missione di Pace dell’ONU nel Paese) a causa delle manifestazioni contro la loro presenza. Da allora Kinshasa ha limitato le prerogative del governatore militare della provincia, Constant Ndima Kongba, alla sola gestione di questioni politiche e amministrative.
I movimenti cittadini insistono con le loro richieste: operazioni militari per respingere i ribelli dell’M23 che controllano la città di Bunagana, situata al confine con l’Uganda, e la revoca dello stato d’emergenza in vigore dal maggio 2021.
Ma i movimenti cittadini sono contrari all’intervento del contingente regionale predisposto da EAC. Da quando è stata annunciata la sua creazione, le organizzazioni della società civile delle province di Ituri, Maniema, Nord Kivu e Sud Kivu, hanno denunciato il proprio disappunto con diversi comunicati, spiegando che si tratta di un dispiegamento inappropriato e senza garanzie di efficacia. Prevedono inoltre gravi conseguenze per la sicurezza della popolazione
Lunedì 26 settembre, tutte le attività si sono fermata a Goma, una delle principali città dell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDC). I residenti sono rimasti a casa in seguito all’appello delle organizzazioni della società civile per denunciare l’occupazione di una località della regione da parte dei ribelli del Movimento 23 marzo (M23). Sull’account Twitter di LUCHA (Lotta per il cambiamento), tra gli organizzatori della giornata “Città morta”, si legge: “Da 105 giorni, Bunagana è occupata dall’M23 e FARDC (esercito congolese) non stanno portando avanti alcuna offensiva contro gli aggressori per riprendere Bunagana. Possono sacrificare Bunagana ma non noi”.
La città, un importante snodo commerciale nella provincia de Nord-Kivu, al confine con l’Uganda, è nelle mani dei ribelli dal 13 giugno scorso.
Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
Settembre 2022
Moloch del pallone, orrido re tutto imbrattato dal sangue di umane offerte e dalle lacrime di padri e di madri….
John Milton mai avrebbe pensato, scrivendo il “Paradiso perduto”, di vedersi manipolato a fini calcistici. Ma per migliaia di lavoratori dell’India, Nepal, Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka, Filippine, il Qatar si è trasformato in un inferno, il pallone in un dio spietato, sterminatore.
Operai migranti in Qatar
I telespettatori che venerdì sera, 23 settembre, su RA1 hanno assistito alla partita di calcio Italia-Inghilterra, a parte l’imprevista vittoria 1-0 della nostra nazionale, avranno notato il capitano inglese Harry Kane con la fascia “One Love” al braccio.
La rappresentativa britannica si è unita a Olanda, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Norvegia, Svezia, Svizzera e Galles, le altre nazionali europee qualificatesi per il campionato mondiale di calcio 2022 in Qatar, dal 20 novembre al 18 dicembre. (l’Italia è stata ignominiosamente eliminata).
Lo scopo è tenere viva l’attenzione sulle discriminazioni e lo sfruttamento dei migranti che nell’emirato (sono quasi 40 mila) stanno realizzando 7 stadi, un nuovo aeroporto, una nuova metropolitana, nuove strade e quasi 100 alberghi. Pagando spesso con la loro pelle, lavorando e vivendo in condizioni molto dure (le temperature estive superano i 42 gradi).
Sono i nuovi dannati della Terra, protagonisti sconosciuti e dolenti della nostra epoca. Finiti sepolti chissà dove e non rivendicati da nessuna parte della storia. Uomini senza nome e senza traccia.
Secondo l’esplosiva inchiesta delGuardian, risalente nel febbraio 2021, in Qatar sarebbero morti ben 6500 lavoratori dal 2 dicembre 2010, anno in cui il piccolo e ricco stato della penisola araba ottenne l’assegnazione dell’evento sportivo.
Il governo qatariota replicò: “Molti di essi vivevano qui da anni e sono deceduti per vecchiaia, o altre cause naturali. Le vittime collegate al lavoro fra il 2014 e il 2020 sono state 37”.
Controreplica dell’ILO (International Labour Organisation), agenzia dell’Onu: “Il governo sottostima le cifre perché non considera i morti per attacchi di cuore, problemi respiratori, colpi di calore collegati al lavoro. Nel 2021, in 50 hanno perso la vita, 500 sono rimasti gravemente feriti e 37.600 hanno avuto incidenti leggeri”.
Già nel 2016, Amnesty International aveva accusato le compagnie costruttrici di ricorrere al lavoro forzato, di far vivere gli operai in ambienti squallidi e sovraffollati, di confiscare i passaporti (quindi l’impossibilità di andar via e di cambiare lavoro) e di trattenere una parte del salario per pagare agenti illegali che hanno procurato il permesso di lavoro.
Nel 2020 un rapporto dell’Onu aveva dimostrato che le condizioni di migliaia di immigrati vivevano al di sotto degli standard minimi di dignità. Sotto tiro, col Qatar, la Fifa (Federazione calcistica mondiale) organizzatrice della 22° edizione della Coppa del Mondo, la prima nel Medio Oriente.
Il 1° aprile scorso un artista tedesco, Volker-Johannes Trieb, ha inscenato una singolare protesta a Zurigo contro il mondo del calcio e il Qatar (“Contro i giochi insanguinati”). Davanti alla sede della FIFA ha depositato 6500 palloni riempiti di sabbia, a simboleggiare il numero di lavoratori morti durante la costruzione degli stadi per l’evento.
Calpestati i diritti umani dei lavoratori migranti in Qatar
Un pallone per ogni vittima. Una giornata non casuale per attirare l’attenzione sulla situazione nell’emirato del Golfo Persico. In serata, infatti, nella capitale Doha, si svolse il sorteggio per i Mondiali. Il 23 novembre 2021 il governo del Qatar con un comunicato ufficiale indirizzato al Guardian,(che aveva ancora una volta denunciato la situazione del personale, stavolta alberghiero), ha rivendicato i miglioramenti previsti dalla legislazione sul lavoro a favore degli stranieri.
In effetti, negli anni recenti, i provvedimenti per la tutela dei quasi 2 milioni di espatriati presenti in Qatar sono stati numerosi. Basta andare sul sito gco.gov.qa e vedere la voce Labour reform.
Si scopre così che dal marzo 2021 è stato introdotto il salario minimo di 1000 QAR (qatari rial) (283 euro circa, meno di 2 euro l’ora!), più 500 QAR per l’alloggio e 300 per il cibo. Il 26 maggio 2021 un decreto ministeriale ha vietato – tra l’altro – l’attività lavorativa all’esterno dalle 10 alle 15,30 (quando il caldo è infernale) e quando il rischio connesso con lo stress termico dei lavoratori supera i 32 gradi.
E stato inoltre abolito (settembre 2020) il cosiddetto sistema Kafala, che impediva agli operai di cambiare occupazione, o ditta. Secondo l’ufficio stampa del governo, oltre 240 mila dipendenti hanno cambiato lavoro, oltre 400 mila hanno usufruito del salario minimo e migliaia e migliaia sono potuti uscire e rientrare senza ostacoli.
Non solo: sono stati intensificati i controlli. “Nei primi 6 mesi del 2021 sono state compiute 35280 ispezioni negli alloggi e sui luoghi di lavoro, e sono state inflitte 13274 sanzioni. Il governo riconosce, tuttavia, che una riforma sistemica è un processo di lungo termine e che il cambiamento dei comportamento delle società richiede tempo, ma che le violazioni non saranno tollerate”.
Stadio Al Bayt
Non si può negare quindi che “l’Emirato abbia introdotto una legislazione progressista per garantire i diritti dei lavoratori”, ha commentato l’altro giorno l’amministratore delegato della FA (Football Association, l’associazione calciatori inglesi) Mark Bullingham.
“Insieme con gli altri membri del Gruppo di lavoro UEFA sui diritti umani stiamo spingendo la FIFA per un aggiornamento sul concetto di Centro per i lavoratori migranti in Qatar, per fornire loro consulenza e aiuto. Indosseremo la fascia al braccio “OneLove” fino alla fine della stagione come dimostrazione visibile di supporto. E da mesi chiediamo anche che durante i Mondiali vengano rispettati i tifosi LGBTQ+ che dovessero baciarsi o girare mano nella mano…”.
“Indossare la fascia, a nome delle nostre squadre – ha ribadito il capitano Harry Kane – manda un messaggio chiaro quando il mondo sta guardando. La campagna “Onelove” userà il potere del calcio per l’inclusione contro la discriminazione di qualsiasi genere”.
Intanto si comincia con la tutela dei dannati della terra. Non tutto ancora fila liscio, in Qatar. A fronte di un salario mensile di meno di 300 euro, si erge lo stadio Bayt, a forma di tenda, che ospiterà il match di apertura dei mondiali: da solo è costato 700 milioni di euro.
E che dire degli altri impianti, meraviglie architettoniche nel deserto, a partire dal Luisail Stadium, 80 mila posti, che accoglierà la finale?
Per avere un’idea di come non si sia badato a spese invitiamo il paziente lettore a una visita guidata a tutti gli altri stadi(https://www.qatar2022.qa/en/tournament/stadiums).
Ancora il Guardian nei giorni scorsi ha rilevato come molti operai alla fine di ogni turno vengano trasportati per 40 minuti fino ai margini del deserto e lasciati in locali di proprietà del datore di lavoro, Al Sulaiteen Agricultural and Industrial Complex (SAIC). E qui alloggiano in casette precarie, dormendo ammassati, in cuccette.
Per questo si continua a spingere per il principio del risarcimento per le famiglie dei lavoratori che hanno perso la vita, o sono stati feriti in progetti di costruzioni.
Un sondaggio globale commissionato da Amnesty International a YouGov, svolto dal 16 agosto al 6 settembre, ha rivelato che quasi due terzi (il 73%) di oltre 17.000 persone adulte in 15 stati ritiene che la Federazione internazionale delle associazioni calcistiche (Fifa) dovrebbe risarcire i lavoratori migranti per i danni subiti durante la preparazione dei mondiali.
Nel maggio scorso è stata lanciata la campagna#PayUpFIFA, da una coalizione di organizzazioni per i diritti umani (tra le quali Amnesty International), tifoserie e sindacati.
Chiede alla Fifa di devolvere almeno 440 milioni di dollari a un fondo per risarcire i lavoratori migranti e prevenire ulteriori violazioni dei loro diritti. Quella somma è l’equivalente di quella che la Fifa ha destinato all’organizzazione dei mondiali del Qatar, dai quali si stima ricaverà sei miliardi di dollari.
Chiarissime e potenti le parole di Steve Cockburn, direttore del programma Giustizia sociale ed economica di Amnesty International: “C’è ancora tempo perché la Fifa faccia la cosa giusta. I tifosi non vogliono un mondiale di calcio macchiato dalle violazioni dei diritti umani. Sul passato non si può tornare indietro, ma un programma di risarcimenti, da parte della Fifa e del Qatar, rappresenterebbe almeno una piccola compensazione per le centinaia di migliaia di lavoratori che hanno reso possibile lo svolgimento del torneo”.
Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 27 settembre 2022
A margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, il presidente golpista del Burkina Faso, Paul-Henri Sandaogo Damiba, ha incontrato il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov.
Sergej Lavrov, ministro degli Esteri russo, a sinistra e il presidente del Burkina Faso, Paul-Henri Sandaogo Damiba
La presidenza burkinabé ha fatto sapere che entrambi i Paesi desiderano rafforzare la cooperazione, ma sia il Burkina Faso, sia la Russia ne dovranno trarre vantaggi.
La cooperazione auspicata da Ouagadougou è più che altro militare. “Ma coinvolgerà anche altri aspetti. La collaborazione tra la Russia e il Burkina Faso dura da decenni e oggi i due Paesi intendono consolidarla alla luce delle sfide attuali”, ha spiegato la presidenza burkinabé.
Il mese scorso, il primo ministro della transizione burkinabé, Albert Ouédraogo, aveva già anticipato che il suo governo intende diversificare i partner internazionali nella lotta al terrorismo.
Parte della società civile del Burkina Faso è contraria alla presenza dei francesi nel Paese. Manifestazioni contro le forze di Parigi si sono verificate in diverse occasioni, perché la popolazione è convinta che l’intervento dei militari di Barkhane non sia sufficientemente efficacie contro i continui attacchi dei terroristi, in particolare nella zona delle tre frontiere (Mali,Niger, Burkina Faso).
Lo scorso novembre, due mesi prima del colpo di Stato, l’ira della popolazione contro l’incessante insicurezza si era scatenata contro un convoglio di militari francesi dell’Operazione Barkhane, composto da un centinaio di automezzi proveniente dalla Costa d’Avorio e diretto in Mali, via Burkina Faso e Niger. I militari e i loro mezzi sono stati bloccati per giorni a Kaya, regione Centro-Nord del Burkina Faso. I manifestanti, per lo più giovani, protestavano contro la presenza dei soldati di Parigi nel Sahel.
Manifestazione contro un convoglio dell’Opération Barkhane
Da tempo è attiva nel Paese la CoalizioneBurkina-Russia, che poco più di un mese fa ha chiesto alla popolazione di unirsi a loro nella lotta contro il terrorismo e ha lanciato un appello di mandare a casa i francesi. “Abbiamo bisogno di un partenariato geostrategico con la Russia. Dobbiamo abolire l’accordo militare tra Burkina Faso e Francia che risale a più di 60 anni fa”, ha dichiarato Barthélemy Zongo, vicepresidente della Coalizione Burkina-Russia.
All’inizio di settembre il presidente Damiba si è recato in Mali per incontrare il suo omologo Assimi Goïta. I colloqui tra i due capi di Stato si sono concentrati sulla cooperazione bilaterale e sulla sicurezza. Certamente avranno discusso anche della collaborazione con la Russia e dei mercenari di Wagner, presenti in Mali dallo scorso anno.
Sette mesi dopo il golpe in Burkina Faso, i risultati ottenuti nella lotta contro il terrorismo non sono assolutamente quelli auspicati dalla popolazione, anzi si sono moltiplicati. Altrettanto succede in Mali, dove gli attacchi dei jihadisti sono sempre più frequenti, malgrado la presenza dei contractor russi.
Da marzo lo Stato Islamico nel Grande Sahara (EIGS) sta guadagnando terreno nel nord-est del Mali, e MINUSMA (Missione di pace dell’ONU nel Paese) ritiene che abbia preso il controllo di tre zone su quattro nella regione di Ménaka. E proprio a giugno i militari francesi dell’Opération Berkhane hanno consegnato la loro base di Menaka alle forze armate maliane (FAMa), dove poco dopo si sono insediati i mercenari russi del gruppo Wagner.
Proseguono inoltre a rilento gli interventi della Force G5 Sahel, contingente tutto africano, del quale fanno parte militari di Niger, Burkina Faso, Mauritania e Ciad. Il Mali si è ritirato da questa forza anti-jihadista lo scorso maggio.
Pochi giorni fa i presidenti e i ministri della Difesa dei quattro componenti (Niger, Ciad, Burkina Faso, Mauritania) rimasti nella Force G5Sahel, si sono riuniti a Niamey per fare il punto della situazione. Finora non sono state rilasciate dichiarazioni in merito.
Quartier generale della Force G5 Sahel a Sévaré, Mali
Lanciato nel 2017 dagli Stati del G5Sahel, il contingente è stato in gran parte finanziato dall’Unione Europea, inquanto, agli occhi dei partner internazionali del Sahel, avrebbe potuto rappresentare una valida forza nella lotta contro i jihadisti. Ma in cinque anni le operazioni congiunte sono state poche e rare e la situazione della sicurezza nel Sahel continua a deteriorarsi, in particolare nella zona delle 3 frontiere.
Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.