Mondiali di calcio insanguinati in Qatar: per il dio pallone si muore

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Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Settembre 2022

Moloch del pallone, orrido re tutto imbrattato dal sangue di umane offerte e dalle lacrime di padri e di madri….

John Milton mai avrebbe pensato, scrivendo il “Paradiso perduto”, di vedersi manipolato a fini calcistici. Ma per migliaia di lavoratori dell’India, Nepal, Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka, Filippine, il Qatar si è trasformato in un inferno, il pallone in un dio spietato, sterminatore.

Operai migranti in Qatar

I telespettatori che venerdì sera, 23 settembre, su RA1 hanno assistito alla partita di calcio Italia-Inghilterra, a parte l’imprevista vittoria 1-0 della nostra nazionale, avranno notato il capitano inglese Harry Kane con la fascia “One Love” al braccio.

La rappresentativa britannica si è unita a Olanda, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Norvegia, Svezia, Svizzera e Galles, le altre nazionali europee qualificatesi per il campionato mondiale di calcio 2022 in Qatar, dal 20 novembre al 18 dicembre. (l’Italia è stata ignominiosamente eliminata).

Lo scopo è tenere viva l’attenzione sulle discriminazioni e lo sfruttamento dei migranti che nell’emirato (sono quasi 40 mila) stanno realizzando 7 stadi, un nuovo aeroporto, una nuova metropolitana, nuove strade e quasi 100 alberghi. Pagando spesso con la loro pelle, lavorando e vivendo in condizioni molto dure (le temperature estive superano i 42 gradi).

Sono i nuovi dannati della Terra, protagonisti sconosciuti e dolenti della nostra epoca. Finiti sepolti chissà dove e non rivendicati da nessuna parte della storia. Uomini senza nome e senza traccia.

Secondo l’esplosiva inchiesta del Guardian, risalente nel febbraio 2021, in Qatar sarebbero morti ben 6500 lavoratori dal 2 dicembre 2010, anno in cui il piccolo e ricco stato della penisola araba ottenne l’assegnazione dell’evento sportivo.

Il governo qatariota replicò: “Molti di essi vivevano qui da anni e sono deceduti per vecchiaia, o altre cause naturali. Le vittime collegate al lavoro fra il 2014 e il 2020 sono state 37”.

Controreplica dell’ILO (International Labour Organisation), agenzia dell’Onu: “Il governo sottostima le cifre perché non considera i morti per attacchi di cuore, problemi respiratori, colpi di calore collegati al lavoro. Nel 2021, in 50 hanno perso la vita, 500 sono rimasti gravemente feriti e 37.600 hanno avuto incidenti leggeri”.

Già nel 2016, Amnesty International aveva accusato le compagnie costruttrici di ricorrere al lavoro forzato, di far vivere gli operai in ambienti squallidi e sovraffollati, di confiscare i passaporti (quindi l’impossibilità di andar via e di cambiare lavoro) e di trattenere una parte del salario per pagare agenti illegali che hanno procurato il permesso di lavoro.

Nel 2020 un rapporto dell’Onu aveva dimostrato che le condizioni di migliaia di immigrati vivevano al di sotto degli standard minimi di dignità. Sotto tiro, col Qatar, la Fifa (Federazione calcistica mondiale) organizzatrice della 22° edizione della Coppa del Mondo, la prima nel Medio Oriente.

Il 1° aprile scorso un artista tedesco, Volker-Johannes Trieb, ha inscenato una singolare protesta a Zurigo contro il mondo del calcio e il Qatar (“Contro i giochi insanguinati”). Davanti alla sede della FIFA ha depositato 6500 palloni riempiti di sabbia, a simboleggiare il numero di lavoratori morti durante la costruzione degli stadi per l’evento.

Calpestati i diritti umani dei lavoratori migranti in Qatar

Un pallone per ogni vittima. Una giornata non casuale per attirare l’attenzione sulla situazione nell’emirato del Golfo Persico. In serata, infatti, nella capitale Doha, si svolse il sorteggio per i Mondiali. Il 23 novembre 2021 il governo del Qatar con un comunicato ufficiale indirizzato al Guardian,(che aveva ancora una volta denunciato la situazione del personale, stavolta alberghiero), ha rivendicato i miglioramenti previsti dalla legislazione sul lavoro a favore degli stranieri.

In effetti, negli anni recenti, i provvedimenti per la tutela dei quasi 2 milioni di espatriati presenti in Qatar sono stati numerosi. Basta andare sul sito gco.gov.qa e vedere la voce Labour reform.

Si scopre così che dal marzo 2021 è stato introdotto il salario minimo di 1000 QAR (qatari rial) (283 euro circa, meno di 2 euro l’ora!), più 500 QAR per l’alloggio e 300 per il cibo. Il 26 maggio 2021 un decreto ministeriale ha vietato – tra l’altro – l’attività lavorativa all’esterno dalle 10 alle 15,30 (quando il caldo è infernale) e quando il rischio connesso con lo stress termico dei lavoratori supera i 32 gradi.

E stato inoltre abolito (settembre 2020) il cosiddetto sistema Kafala, che impediva agli operai di cambiare occupazione, o ditta. Secondo l’ufficio stampa del governo, oltre 240 mila dipendenti hanno cambiato lavoro, oltre 400 mila hanno usufruito del salario minimo e migliaia e migliaia sono potuti uscire e rientrare senza ostacoli.

Non solo: sono stati intensificati i controlli. “Nei primi 6 mesi del 2021 sono state compiute 35280 ispezioni negli alloggi e sui luoghi di lavoro, e sono state inflitte 13274 sanzioni. Il governo riconosce, tuttavia, che una riforma sistemica è un processo di lungo termine e che il cambiamento dei comportamento delle società richiede tempo, ma che le violazioni non saranno tollerate”.

Stadio Al Bayt

Non si può negare quindi che “l’Emirato abbia introdotto una legislazione progressista per garantire i diritti dei lavoratori”, ha commentato l’altro giorno l’amministratore delegato della FA (Football Association, l’associazione calciatori inglesi) Mark Bullingham.

“Insieme con gli altri membri del Gruppo di lavoro UEFA sui diritti umani stiamo spingendo la FIFA per un aggiornamento sul concetto di Centro per i lavoratori migranti in Qatar, per fornire loro consulenza e aiuto. Indosseremo la fascia al braccio “OneLove” fino alla fine della stagione come dimostrazione visibile di supporto. E da mesi chiediamo anche che durante i Mondiali vengano rispettati i tifosi LGBTQ+ che dovessero baciarsi o girare mano nella mano…”.

Indossare la fascia, a nome delle nostre squadre – ha ribadito il capitano Harry Kane – manda un messaggio chiaro quando il mondo sta guardando. La campagna “Onelove” userà il potere del calcio per l’inclusione contro la discriminazione di qualsiasi genere”.

Intanto si comincia con la tutela dei dannati della terra. Non tutto ancora fila liscio, in Qatar. A fronte di un salario mensile di meno di 300 euro, si erge lo stadio Bayt, a forma di tenda, che ospiterà il match di apertura dei mondiali: da solo è costato 700 milioni di euro.

E che dire degli altri impianti, meraviglie architettoniche nel deserto, a partire dal Luisail Stadium, 80 mila posti, che accoglierà la finale?

Per avere un’idea di come non si sia badato a spese invitiamo il paziente lettore a una visita guidata a tutti gli altri stadi(https://www.qatar2022.qa/en/tournament/stadiums).

Ancora il Guardian nei giorni scorsi ha rilevato come molti operai alla fine di ogni turno vengano trasportati per 40 minuti fino ai margini del deserto e lasciati in locali di proprietà del datore di lavoro, Al Sulaiteen Agricultural and Industrial Complex (SAIC). E qui alloggiano in casette precarie, dormendo ammassati, in cuccette.

Per questo si continua a spingere per il principio del risarcimento per le famiglie dei lavoratori che hanno perso la vita, o sono stati feriti in progetti di costruzioni.

Un sondaggio globale commissionato da Amnesty International a YouGov, svolto dal 16 agosto al 6 settembre, ha rivelato che quasi due terzi (il 73%) di oltre 17.000 persone adulte in 15 stati ritiene che la Federazione internazionale delle associazioni calcistiche (Fifa) dovrebbe risarcire i lavoratori migranti per i danni subiti durante la preparazione dei mondiali.

Nel maggio scorso è stata lanciata la campagna #PayUpFIFA, da una coalizione di organizzazioni per i diritti umani (tra le quali Amnesty International), tifoserie e sindacati.

Chiede alla Fifa di devolvere almeno 440 milioni di dollari a un fondo per risarcire i lavoratori migranti e prevenire ulteriori violazioni dei loro diritti. Quella somma è l’equivalente di quella che la Fifa ha destinato all’organizzazione dei mondiali del Qatar, dai quali si stima ricaverà sei miliardi di dollari.

Chiarissime e potenti le parole di Steve Cockburn, direttore del programma Giustizia sociale ed economica di Amnesty International: “C’è ancora tempo perché la Fifa faccia la cosa giusta. I tifosi non vogliono un mondiale di calcio macchiato dalle violazioni dei diritti umani. Sul passato non si può tornare indietro, ma un programma di risarcimenti, da parte della Fifa e del Qatar, rappresenterebbe almeno una piccola compensazione per le centinaia di migliaia di lavoratori che hanno reso possibile lo svolgimento del torneo”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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