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Farsa elettorale: il sanguinario dittatore della Guinea Equatoriale succede a se stesso per la sesta volta

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
28 novembre 2022

Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, classe 1942, capo di Stato uscente della Guinea Equatoriale, ha vinto le presidenziali per un sesto mandato con il 94,9 per cento dei voti. Il despota è salito al potere nel 1979 con un sanguinoso colpo di Stato contro lo zio Francisco Macìas Nguema, fatto fucilare poco dopo.

Secondo Faustino Ndong Esono Eyang, ministro degli Interni e presidente della  Commissione elettorale, la partecipazione alla tornata elettorale si è attestata al 98 per cento. L’unico oppositore, Andrès Esono Ondo, ha ottenuto solamente 9 684 voti, ossia circa 4 per cento dei suffragi.

Teodoro Obiang conquista il 6° mandato

Per quanto concerne le legislative, il Partito Democratico della Guinea Equatoriale (PDGE) del presidente Obiang Nguema e i suoi 14 partiti alleati, hanno conquistato tutti i 100 seggi dell’Assemblea Nazionale.

Lo stesso scenario per il Senato, dove i 55 seggi sono sotto il controllo del governo. Secondo la Costituzione,  altri 15 saranno nominati dal Presidente della Repubblica, in quanto questa Camera comprende 70 membri

Nessuna sorpresa per questi risultati, anche nella tornata elettorale del 2016 il sanguinario dittatore aveva ottenuto il 93,7 delle preferenze. Eppure tutti erano convinti che quest’anno avrebbe candidato il figlio, Teodoro Nguema Obiang Mangue, soprannominato Teodorin, attuale vicepresidente del piccolo Paese ricco di petrolio.

Nel 2016 il leader del Paese aveva promesso che non si sarebbe più ricandidato. All’epoca stava preparando il figlio Teodorin per la successione. Interrogato dai giornalisti, il dittatore ha risposto: “La Guinea Equatoriale non è una monarchia, ma non posso farci niente se mio figlio ha talento”.

Così però non è stato. Teodorin, noto per il suo stile di vita lussuoso,  è stato condannato in Francia per guadagni illeciti. E’ stato anche tra le persone ricercate dall’Interpol, ma la richiesta del mandato di arresto internazionale è stato cancellata nel 2013.

Teodoro Obiang ha fatto poi risultare le proprietà sequestrate in Francia come beni della Guinea Equatoriale e non del figlio. Nonostante le accuse e i processi in contumacia in USA e Francia e il sequestro dei suoi beni, Teodorin continua a girare il mondo indisturbato. Come quest’estate, quando l’aereo di Stato, un Boeing 777-200 LR, è stato avvistato all’aeroporto di Olbia (Sardegna), come ha riportato il quotidiano L’Unione Sarda in un suo articolo del 4 settembre 2022.

A 80 primavere suonate, negli ultimi due anni il capo di Stato ha limitato le sue apparizioni in pubblico, mentre il figlio, l’onnipotente e temuto vicepresidente Teodorin, responsabile del dicastero delle Difesa, non ha mai rinunciato a postare sui social network le sue foto, circondato da belle signore mentre è alla guida di rari e costosi bolidi.

Teodorino, figlio del presidente della Guinea Equatoriale

A differenza del figlio, il vecchio Obiang conduce una vita austera, e si mormora che l’ottantenne pratichi ancora sport ogni giorno. E’ succeduto sei volte a sé stesso, riconfermato alle elezioni del 1989, del 1996, del 2002, del 2009 e del 2016 e ora, in quelle del 2022 e ne sono stati denunciati ripetutamente e da più voci gli abusi: i diritti umani violati, la cleptocrazia, la repressione di qualsiasi opposizione politica, il nepotismo, la violenza sono parole che a malapena aiutano a descrivere l’agire di Obiang e della sua famiglia.

Il Paese è un importante produttore di petrolio ed è il più ricco di tutta Africa con un PIL di 34.865 dollari pro capite.

Sebbene questo numero possa sembrare elevato, nell’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, la Guinea Equatoriale occupa il 136esimo posto. Mentre il leader e la sua famiglia sono dei nababbi, la maggior parte della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà.

Obiang è ricchissimo, ha una guardia presidenziale composta da forze speciali marocchine, la sua sicurezza personale è garantita da ex-agenti del Mossad israeliano e ha l’imbarazzo della scelta quando deve decidere in quale palazzo andare a riposare la sera.

La moglie, Constancia Mangue, detiene una buona fetta del potere economico nel ramo degli appalti pubblici e il suo nome è persino più temuto di quello del marito.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Guinea Equatoriale: attentati veri o inventati dal regime per giustificare l’ulteriore pugno di ferro contro gli oppositori

 

 

Sette Paesi del Sahel si coalizzano per fermare il terrorismo jihadista nel Golfo di Guinea: assente il Mali

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
27 novembre 2022

Una nuova iniziativa per combattere i terroristi del Sahel è stata lanciata pochi giorni fa dai capi di governo degli Stati membri dell’Iniziativa di Accra, della quale fanno parte Burkina Faso, Benin, Costa d’Avorio, Niger, Ghana, Mali e Togo, mentre la Nigeria è stata accolta in qualità di osservatore.  Assenti alla conferenza i rappresentanti di Bamako.

Nana Akufo-Addo, presidente del Ghana

In un comunicato del 23 novembre 2022, capi di Stato e di governo presenti al meeting, hanno ribadito il loro impegno di voler utilizzare le proprie risorse per rendere operativa una task force multinazionale congiunta entro un mese, volta a combattere il terrorismo nella sub-regione.

Il contingente dovrebbe comprendere 10.000 militari africani con base a Tamale, in Ghana e una componente di intelligence a Ouagadougou.

La forza multinazionale si concentrerà sul partenariato e sul sostegno reciproco tra gli Stati membri, comprese le operazioni congiunte, l’addestramento e la condivisione di informazioni.

Per renderla operativa l’Iniziativa di Accra ha bisogno di circa 550 milioni di dollari, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale (CEDEAO) si è detta pronta a contribuire alla mobilitazione di questi fondi.

Ma la posizione del Burkina Faso è poco chiara. In un comunicato rilasciato dal governo di Ouagadougou si evince che non permetterà la presenza di forze straniere sul proprio territorio, pur appoggiando l’iniziativa.

Alla riunione, che si è svolta il 22 novembre 2022 a Accra, capitale del Ghana, erano presenti anche esponenti dell’ Unione Europea, nonché di Gran Bretagna e Francia.

Secondo alcuni esperti, l’Iniziativa vuole aprirsi  verso donatori internazionali, in quanto necessita di fondi esterni, nonché di mezzi tecnici per raggiungere il proprio obiettivo.

L’Iniziativa di Accra è stata lanciata nel settembre 2017 da Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Ghana e Togo in risposta alla crescente insicurezza legata alle aggressioni dei terroristi nella regione.

Diversi partner occidentali stanno cercando di ridefinire la loro strategia nella regione, dato che le relazioni con la giunta di transizione militare al poter in Mali si è ulteriormente deteriorata, a causa delle sempre più stretta collaborazione di Bamako e Mosca e il gruppo Wagner.

Gli attacchi dei jihadisti si susseguono e pochi giorni fa pochi giorni fa La Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH) ha presentato una indagine su violazioni e crimini commessi contro la popolazione civile tra giugno 2018 e giugno 2022.

FIDH ha raccolto quasi un centinaio di testimonianze, in particolare nelle aree di Ségou e Mopti (al centro del Paese). Il fascicolo accusa tutte le parti in causa: raggruppamenti jihadisti, gruppi di autodifesa, forze armate maliane (FamA) e i loro partner paramilitari russi.

Esecuzioni sommarie, stupri, arresti arbitrari, saccheggi sono all’ordine del giorno, per non parlare di un “centro di tortura gestito dal gruppo Wagner” a Diabaly. Ma Bamako sostiene di aver sempre operato nel massimo rispetto dei diritti umani.

E per finire in bellezza, lunedì scorso il governo di transizione del Mali ha vietato qualsiasi attività alle ONG finanziate dalla Francia, lasciando così senza aiuti milioni di persone in stato di necessità.

Anche le aggressioni dei terroristi continuano senza sosta. L’ultimo risale a lunedì scorso in un campo per sfollati, situato a Kadji, nei pressi di Gao, nel nord del Paese. Secondo quanto riporta OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari), il 21 novembre durante l’attacco sono state uccise 11 persone. Miliziani di un gruppo armato hanno incendiato capanne, saccheggiato viveri e rubato tutto il bestiame.

Da domenica scorsa non si hanno più notizie di un religioso tedesco, Hans Joachim Lohre, della congregazione dei Missionari d’Africa. Anche se finora nessun gruppo terrorista ha rivendicato il suo rapimento, si è propensi a credere che sia stato sequestrato dai jihadisti. Un déjà vu a maggio, quando sono spariti tre italiani, originari di Potenza, e un loro amico, un cittadino togolese, in Mali.

“Il deterioramento della situazione della sicurezza nel Sahel minaccia di coinvolgere l’intera regione dell’Africa occidentale”, ha specificato il presidente ghanese, Nana Akufo-Addo, all’apertura del meeting e ha aggiunto: “I gruppi terroristici, incoraggiati dal loro apparente successo nella regione, sono alla ricerca di nuovi terreni operativi verso sud“.

Iniziativa Accra, conferenza novembre 2022

Mentre il presidente del Consiglio dell’UE, Charles Michel ha sottolineato: “Per anni abbiamo parlato del rischio di un’avanzata dei jihadisti dal Sahel verso il Golfo di Guinea. Oggi tale minaccia si è trasformata in realtà”.

Il vertice si è tenuto proprio in un momento in cui diversi partner hanno annunciato il ritiro delle loro truppe dalla missione di pace dell’ONU (MINUSMA) in Mali.

Da agosto la Francia non è più presente in Mali con l’Opération Barkhane. Parigi ha ancora circa 3.000 truppe nel Sahel, ma Emmanuel Macron, in un recente comunicato ha fatto sapere che entro sei mesi finalizzerà le nuove strategie di difesa in Africa.

Cornelia I. Toelgyes
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Mali sempre più isolato: Svezia, Germania, GB e Costa d’Avorio annunciano il ritiro dal contingente ONU nel Paese

Sventato nella notte un colpo di Stato a Sao Tomé e Principe

Africa ExPress
25 novembre 2022

Si è concluso con quattro arresti il tentato colpo di Stato, che si è consumato la notte scorsa a Sao Tomé e Principe, piccolo Stato insulare a largo delle coste occidentali dell’Africa.

Secondo quanto riferisce il primo ministro, Patrice Trovoada, in carica dall’8 novembre 2022, un golpe è stato sventato grazie alla “risposta efficace e professionale” delle forze di sicurezza.

Patrice Trovoada, primo ministro di Sao Tomé e Principe

Trovoada ha spiegato che poco dopo la mezzanotte quattro uomini hanno attaccato la base militare con l’obiettivo di sequestrare le armi e consegnarle a persone in un furgone parcheggiato all’esterno.

Le forze di sicurezza hanno reagito immediatamente, ingaggiando un aspro scontro con gli aggressori . Durante l’operazione, terminata alle 06.00 di questa mattina, sarebbe stato leggermente ferito un tenente.

Quattro uomini, tra cui il presidente uscente dell’Assemblea Nazionale, Delfim Neves, e Arlecio Costa, un ex mercenario già coinvolto in fallito putsch nel 2009, sono stati arrestati.

Fallito golpe a Sao Tomé e Principe

Un residente della capitale Sao Tomé ha riferito ai reporter di AFP di aver sentito per oltre due ore spari provenienti dall’interno del quartier generale dell’esercito.

Delfim Neves, presidente uscente dell’Assemblea nazionale, ha lasciato il suo incarico l’11 novembre con l’inizio della nuova legislatura, dopo le elezioni legislative del 25 settembre, vinte dal partito di centro-destra di Trovoada, Azione Democratica Indipendente (ADI).

Neves è stato eliminato anche al primo turno delle presidenziali del 18 luglio 2021, vinte da Carlos Vila Nova, che fa parte dello stesso raggruppamento politico di Trovoada. L’ADI ha ora la maggioranza assoluta in parlamento.

Arrestato anche Arlecio Costa, già accusato nel febbraio del 2009, quando era capo di un partito d’opposizione, di essere  a capo di tentativo di colpo di Stato. Era stato accusato, a ragione, di appartenere al gruppo di mercenari del South African Buffalo Battalion, sciolto nel 1993 a Pretoria. Non si conoscono i nomi delle altre persone finite in manette.

Il primo ministro ha assicurato che la situazione ora è calma e sotto controllo. Si stanno ancora cercando persone sospettate di essere coinvolte e non ha escluso che ci siano anche possibili complici all’interno delle forze armate.

Lo Stato insulare conta poco più di 210.000 abitanti, la maggior parte vive a São Tomé. La ex-colonia portoghese si trova nell’Oceano Atlantico, a largo dell’Africa centro-occidentale, nel Golfo di Guinea. E’ composta da una ventina di isole, le due maggiori sono São Tomé e Príncipe, che distano centoquaranta chilometri tra loro. Un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.

São Tomé prende il nome dall’apostolo Tommaso, perché fu proprio il giorno della sua festa che i navigatori portoghesi, João de Santarém e Pedro Escobar, scoprirono l’isola nel lontano 1470. Allora era completamente disabitata. Per avviare una produzione agricola su larga scala della canna da zucchero, i portoghesi importarono personale dall’Angola, in un primo tempo uomini liberi, poi schiavi.

Ma i portoghesi affiancarono all’attività agricola un mercato ben più redditizio, quello del commercio di esseri umani sulle rotte atlantiche. L’arcipelago diventò così uno dei più importanti porti di smistamento degli schiavi, catturati sulle coste e nell’entroterra dell’Angola e del Congo e destinati poi alla colonia portoghese in Brasile.

Africa ExPress
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Qatar 2022: Le squadre africane traballano ai mondiali dei diritti negati

Dal Nostro Corrispondente
Costantino Muscau
24 novembre 2022

Breel Donald Embolo, 25 anni, nato a Yaoundé, capitale del Camerun, è stato il miglior giocatore nella partita Camerun – Svizzera, ieri mattina, allo stadio Al Janoub del Qatar. Peccato che fosse dalla parte…sbagliata, quella elvetica. Il suo gol ha dato la vittoria ai rossocrociati e non ai Leoni Indomabili della patria natia.

Breel Donald Embolo

Inaki Williams, 28 anni, ghanese nato in Spagna, sempre ieri, al pomeriggio, è sceso in campo con la nazionale del Ghana contro il Portogallo di Cristiano Ronaldo. Peccato che il giorno prima, suo fratello Nico, 20 anni, con il quale gioca nell’Athletic Bilbao, sia stato schierato, dalla Spagna che, a Doha, ha disintegrato il derelitto Costa Rica (7-0).

È proprio vero che l’idea di casa, dolce casa, non deve coincidere con il luogo di nascita. La conferma si è avuta, appunto ieri giovedì 24 novembre, ai Mondiali di Calcio più controversi e odiosi della storia. Il destino e le scelte di Embolo e Inaki rispecchiano il drammatico paradosso in cui vive il Continente nero e sottolineano ancor di più l’oscurantismo di un Emirato che si crogiola nei suoi miliardi di dollari e si chiude al mondo nel rispetto dei diritti umani universali e dei lavoratori.

Giusto ieri il Parlamento europeo ha condannato la morte di migliaia di lavoratori migranti durante i preparativi per la Coppa del Mondo Qatar 2022 soprattutto nel corso della realizzazione degli stadi. Ha anche condannato gli abusi perpetrati dalle autorità del Paese nei confronti della comunità Lgbtq+.

I parlamentari europei hanno esortato a non assegnare eventi sportivi internazionali ai Paesi che violano i diritti fondamentali e umani e dove la violenza di genere è sistematica. I deputati di Strasburgo, infine, hanno descritto la corruzione all’interno della FIFA (l’organismo che regge il mondo del pallone) come “dilagante, sistemica e profondamente radicata”.

 

Sul piano strettamente calcistico, la prima giornata della 22° edizione del torneo (20 novembre-18 dicembre) non è stata molto positiva per le 5 squadre del Continente nero presenti nel torneo: il Senegal, detentore della Coppa d’Africa, è stato sconfitto 2-0 dall’Olanda; il Camerun ha perso con la Svizzera (0-1) per…colpa di un camerunese; il Ghana piegato (2-3), ieri sera, immeritatamente dal Portogallo, omaggiato di un rigore inesistente; Marocco e Tunisia hanno pareggiato (0-0) con Croazia e Danimarca.

E’ la prima volta che tutte e cinque le squadre hanno come allenatori un uomo di casa: Aliou Cissé, 46 anni, (Senegal), Rigobert Song Bahanag, 46, (Camerun), Otto Addo, 47, (Ghana), Jalel Kadri (Tunisia) e Walid Regragui (Marocco).

Mondiali di calcio 2022 in Qatar

A proposito di casa e luogo di nascita, anche i trainer non scherzano: Regragui è nato a Parigi nel 1975 da genitori marocchini e ha giocato con la Nazionale di Rabat; Jalel Kadri, 50 anni, si trova a sfidare la Francia, dove sono nati ben 12 suoi giocatori! I calciatori della nazionale senegalese, poi, militano tutti all’estero: dalla Spagna alla Francia al Regno Unito, alla Germania, all’Italia (Fodè Ballo-Tuorè, 25 anni, nel Milan e Boulaye Dia, 26, nella Salernitana).

Comunque, finora le sole formazioni del quintetto africano ad aver convinto sono il Marocco e il Ghana, anche se ieri sera sconfitto ingiustamente dal fin troppo esaltato Ronaldo.

Il Senegal può giustificarsi con l’assenza per infortunio di Sadio Manè, 30 anni, super stimato (in tutti i sensi) attaccante del Bayer di Monaco: di origini poverissime è il giocatore africano più costoso della storia quando è passato al Liverpool nel 2016 per 34 milioni di sterline. Un uguale valore potrebbe raggiunge Embolo, lo svizzero-camerunese autore del gol patricida.

Era giunto in Basilea con la mamma e un fratellino, all’età di 6 anni. Dopo 10 anni di permanenza nella Confederazione elvetica ha optato per la Svizzera, che gli ha dato la cittadinanza. All’epoca della scelta della nazionale in cui e con qui schierarsi, Embolo venne chiamato con insistenza dal Camerun. Il giovane immigrato restò fedele alla terra adottiva.

Più tormentate la scelta e la vita del ghanese Inaki Williams e del fratello Nico. I loro genitori Felix e Maria scappano dal Ghana nel 1993, pagando i trafficanti, su un furgone, con alcune decine di altri poveracci. A metà strada, vengono scaricati nel deserto e i due disperati genitori avventurosamente riescono ad attraversare il Sahara, raggiungere Melilla e scavalcare la recinzione.

Poi finiscono a Bilbao, dove – ricostruisce Tempi.it – “incontrano padre Iñaki Mardones, che li aiuta. La Chiesa provvede ai loro bisogni primari. E così quando nasce il loro primo figlio decidono di chiamarlo Iñaki, in segno di riconoscenza”.

Inaki poi sfonda nel calcio, gioca anche una partita con la Spagna. Il Ghana gli fa la corte e Inaki prima rifiuta, poi a differenza del fratello, sceglie il Ghana anche per fare contento suo nonno ultranovantenne, che gli aveva espresso il desiderio di vederlo in campo con le Stelle Nere.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Qatar 2022, il mondiale dei contrasti: una ruandese prima donna africana arbitro

 

 

Qatar 2022, il mondiale dei contrasti: una ruandese prima donna africana arbitro

Africa ExPress
23 novembre 2022

L’arbitro ruandese Salima Mukansanga è entrata nella storia del calcio. Ieri si è laureata come il primo arbitro africano di sesso femminile a co-dirigere una partita della Coppa del Mondo maschile in Qatar.

La 34enne è stato il quarto ufficiale di gara durante la partita tra i campioni del mondo in carica, i francesi, che hanno giocato contro gli australiani.

Salima Mukansanga , ruandese, arbitro donna FIFA, Qatar 2022

Il sudafricano, Victor Gomes, è stato il direttore di gara, assistito dal connazionale Zakhele Siwela e da Souru Phatšoane del Lesotho. Insomma una direzione tutta africana.

All’inizio di quest’anno, Mukansanga è stata la prima donna a dirigere una partita della Coppa d’Africa maschile, che si dispute dal lontano 1958. La prestigiosa manifestazione si è svolta in Camerun e ha portato il Senegal sul tetto calcistico del continente. Mentre l’anno scorso la giovane ruandese ha arbitrato in occasione di Giochi Olimpici di Tokyo.

Insomma la Mukansanga ha un curriculum di tutto rispetto e se i mondiali Qatar 2022 hanno dato un calcio ai diritti umani, la FIFA ha almeno rispettato in parte la parità di genere.

“Per me è un onore e un privilegio”, ha dichiarato l’arbitro ruandese alla BBC e ha sottolineato: “Essere la prima donna ammessa al campionato mondiale, significa aprire le porte a tante altre”.

Non ha tutti torti la Mukansanga. Infatti alle donne non si perdonano facilmente gli errori. Porta sulle spalle una responsabilità enorme, ci vuole massima concentrazione per essere all’altezza del compito che le è stato affidato.

Ce la deve mettere tutta, affinché anche altre come lei possano vedere che la porta è ormai aperta e potranno ora godere della possibilità di essere selezionate per dirigere campionati di calcio maschili di altissimo livello.

La 34enne ruandese è arbitro dell’organo di governo mondiale Fifa dal 2012 e oggi, dopo 10 anni, la Mukansanga siede su alcuni dei più grandi palcoscenici dello sport.

Africa ExPress
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Mondiali di football Qatar: il presidente italo svizzero della FIFA dà un calcio ai diritti umani

Il principe saudita assassino Bin Salman tenta di rifarsi una verginità in Qatar con il calcio

Africa ExPress
22 novembre 2022

L’ospite d’onore dell’emiro qatariota, Tamīm bin Hamad Al Thani, alla cerimonia di inaugurazione dei mondiali Qatar 2022, è stato il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed Bin Salman al Saud.

Mohammed Bin Salman al Saud. principe eriditario saudita, a destra, e l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al-Thani (foto Bandar Al-Galoud)

Il principe saudita è meglio noto come il mandante dell’omicidio del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi, che ha fatto dapprima torturare, poi assassinare, tagliare in pezzetti con una motosega e abbrustolire sul barbecue dell’ambasciata dell’Arabia Saudita di Istambul.

Non è affatto un segreto che i governi totalitari tentino di ripulirsi l’immagine sfruttando lo sporc (lo sport sporco). Ma che sia la FIFA a prestarsi a questi giochi di potere, incassando milioni di dollari sporchi di sangue, non è accettabile. Di fatto sono diventati partner di questi sistemi totalitari corrotti.

 

E allora visto che la Fifa è diventata un’enorme macchina da soldi, un potere calcistico che sta dalla parte del potere politico fa business chiudendo gli occhi ed intascando (tradendo il gioco del Calcio).

Joe Biden, presidente USA, a sinistra e Mohammed Bin Salam, principe ereditario Arabia Saudita

E infine non va dimenticato che Joe Biden ha concesso l’immunità al principe ereditario saudita. Il governo di Washington ha dimostrato che è pronto a rinunciare ai principi sulla difesa dei diritti umani, per abbracciare incondizionatamente la strategia negoziale: immunità al principe assassino, come contropartita a un atteggiamento di maggior sostegno ad altre cause caldeggiate dall’amministrazione americana.

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Mondiali di football Qatar: il presidente italo svizzero della FIFA dà un calcio ai diritti umani

Mondiali di calcio insanguinati in Qatar: per il dio pallone si muore

I militari italiani al comando del dispositivo preposto alla sicurezza ai mondiali di calcio in Qatar tra un mese

Scompare in Mali sacerdote tedesco ma nessuno rivendica il rapimento

Africa ExPress
Bamako, 21 novembre 2022

Da domenica non si hanno più notizie del 65enne padre tedesco Hans Joachim Lohre, della congregazione dei Missionari d’Africa (o padri bianchi, come vengono chiamati più familiarmente), nato a Hoevelhof, Renania Settentrionale-Vestfalia. Per ora è stata ritrovata solamente la sua automobile.

Lohre, che è segretario generale dell’Istituto per la Formazione islamo-cristiana  (IFIC) a Bamako, vive in Mali da 30 anni.

Dia Monique Pare, una dipendente dell’istituto, ha dichiarato alla Welt, autorevole quotidiano tedesco, che, secondo un vicino, nel cortile dove ha sede l’associazione, è stata ritrovata la collanina di Lohre. Pare sia stata recisa. La portiera della sua vettura era aperta e per terra c’erano delle impronte: indicherebbero che ci sia stata una colluttazione.

Un vicino di casa ha riferito di aver visto una macchina nera senza targa all’interno del cortile dell’istituto.

Finora il sequestro non è stato confermato e nessun gruppo armato ha finora rivendicato il rapimento del religioso. Serge Daniel, giornalista ben informato sulle questioni nel Sahel, ha dato notizia sul suo account Twitter sulla sparizione di Lohre, avanzando l’ipotesi che possa essere stato portato via.

Effettivamente non si può escludere la possibilità che il padre sia stato preso in ostaggio da un gruppo jihadista, anche se a Bamako sembra molto improbabile. Potrebbe trattarsi di una ritorsione nei confronti della comunità cristiana. Nelle ultime settimane, in Mali ci sono state tensioni interreligiose, alimentate principalmente da dichiarazioni isolate sui social network.

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Piogge, alluvioni e combattimenti nel Congo-K orientale: la gente muore e la diplomazia si muove ma senza risultati

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
20 novembre 2022

Piove sempre sul bagnato. Nell’est della Repubblica Democratica del Congo, regione già duramente provata da continue incursioni di gruppi armati, sono morte almeno 30 persone  a causa di frane e alluvioni causate dalle forti piogge.

Congo-K, Nord-Kivu: a causa di forti piogge, smottamenti e straripamento di un fiume, sono 30 morte oltre persone

Alcune vittime sono minatori che si trovavano nei pozzi di estrazione dell’oro a Rubaya, nel territorio di Masisi . “Le ricerche proseguono – ha spiegato Jean-Paul Barindikije, segretario dei minatori artigianali a AFP – perché temiamo che altre persone siano sepolte sottoterra”.

Le forti pioggia hanno causato anche il crollo di alcune case nel centro di Rubaya, dove una mamma e i suoi tre figli sono stati travolti dalle acque e, a pochi chilometri più in là, nella località di Bihambwe, 3 membri di una stessa famiglia sono state inghiottite dal fiume Osso, la cui piena ha divelto le case costruite vicino alle sue sponde.

Da marzo 2022 è ripresa l’insurrezione continua dei ribelli M23, (M sta per marzo, ndr), che prende il nome da un accordo, firmato dal governo del  Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi il 23 marzo 2009. Il gruppo aveva accusato il governo congolese di emarginare la minoranza etnica tutsi presente nel Paese e per questo aveva deciso di combattere una milizia a maggioranza hutu, l’FDLR (Forces démocratiques pour la libération du Rwanda), presente nella ex colonia belga.

L’M23 ha chiesto a Kinshasa l’applicazione dell’accordo di pace siglato a Nairobi nel 2013, ma il governo li ha ormai classificati come terroristi e li combatte come tali.

Da mesi i rapporti tra Kinshasa e Kigali sono molto tesi. Il presidente congolese, Félix Tshiseke ha accusato il Ruanda di aggressione militare diretta e occupazione di territori nel Congo-K orientale, attraverso il presunto sostegno di Kigali all M23.

Kigali ha sempre respinto tutte le accuse e nega categoricamente il suo supporto ai ribelli tutsi. L’ex presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, nominato dalla Comunità dell’Est Africa (EAC) per condurre i negoziati per la pace nel Congo-K, ha parlato telefonicamente con Paul Kagame, presidente del Ruanda, un paio di giorni fa.

Secondo un comunicato rilasciato da EAC venerdì scorso, Kenyatta e il capo di Stato ruandese sono concordi sulla necessità di un cessate il fuoco immediato. Nuovi colloqui si terranno la prossima settima a Luanda, giacché l’Unione Africana ha nominato Joâo Lourenco, capo di Stato dell’Angola, come suo mediatore.

Intanto anche la diplomazia internazionale è al lavoro per ristabilire la pace in Congo. A margine del G20, che si è tenuto a Bali la scorsa settimana, il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha parlato con il suo omologo ruandese, Vincent Biruta, chiedendogli di intervenire quanto prima per frenare il conflitto.

Sta di fatto che anche negli ultimi giorni i combattimenti tra i ribelli M23 e le truppe armate congolesi sono continuati senza sosta. I miliziani si avvicinano sempre più verso Goma, il capoluogo della provincia del Nord-Kivu, malgrado l’arrivo di 900 militari kenyotti dell’EAC. Jeff Nyagah, comandante del contingente, ha promesso che i suoi uomini proteggeranno l’aeroporto e la città di Goma.

Truppe keniotte dell’EAC
nel Congo-K

Anche l’esercito congolese continua a reclutare giovani nella provincia del Nord-Kivu. Venerdì scorso 500 di questi sono stati mandati a Kinshasa per l’addestramento. I ragazzi si arruolano volontariamente, almeno all’apparenza.

Questa mattina sono riesplosi nuovi combattimenti tra i militari di FARDC e i miliziani a Kibumba, nel territorio di Nyiragongo, a soli 20 chilometri da Goma.
Anche venerdì ci sono stati altri scontri sul versante sud-occidentale del Kisharo, nel territorio di Rutshuru.

La popolazione continua a fuggire dai villaggi in preda al panico e, secondo i dati dell’ONU, dalla ripresa dei combattimenti tra i ribelli dell’M23 e l’esercito, oltre 190.000 persone hanno lasciato le proprie case.

Nel campo profughi ai piedi del vulcano Nyiragongo, ci sono anche molti bambini separati dalle proprie famiglie. I piccoli vengono accuditi da un gruppo di volontari di Goma Actif.

Congo-K, Nord-Kivu, campo per sfollati

Un giovane, che fa parte del collettivo, ha raccontato che i volontari vengono tutte le mattine a distribuire del pane ai piccoli. E Dounia Dekhili, responsabile UNICEF per le emergenze nella regione orientale della RDC, ha detto che circa 2.000 bambini stanno beneficiando di un programma di sostegno psicologico. Vengono inoltre organizzate attività di sensibilizzazione per ridurre i rischi di abuso e sfruttamento sessuale, pericoli ai quali sono particolarmente esposti i minori rifugiati soli, senza protezione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Premiata al MAXXI di Roma Alessandra Ferrini: la sua mostra sul viaggio di Geddafi a Roma inchioda la narrazione dei giornali

Speciale per Africa ExPress
Chiara Zanini
19 novembre 2022

È possibile visitare a Roma fino a domani la mostra con cui l’artista Alessandra Ferrini ha vinto il MAXXI BVLGARI Prize 2022, allestito negli spazi del museo Maxxi e sostenuto da Bulgari.

Dal 2018 infatti, il marchio Bulgari sostiene giovani artisti con un riconoscimento che permette ai finalisti di esporre le proprie opere a Roma, all’interno di uno dei musei di arte contemporanea più importanti d’Italia. A contendersi il premio con Alessandra Ferrini erano Namsal Siedlecki e Silvia Rosi, selezionati da una giuria di esperti internazionali.

MAXXI Bulgari Price 2022

L’opera di Ferrini ha per titolo Gaddafi in Rome: Notes for a Film e la scelta della giuria è dovuta alla “sua capacità di rappresentare i fatti controversi della storia geo-politica contemporanea, sfidando le formule ufficiali e canonizzate delle narrazioni storiche e giornalistiche. In particolare, per la forza e l’equilibrio nell’analizzare i materiali documentari come fotografie, testi e film, ricomponendoli in una nuova narrazione, che riflette sul ruolo della ricerca come essenziale per una dichiarazione in difesa dei diritti umani e della cittadinanza globale nell’epoca post-coloniale”.

Il premio del pubblico invece è andato a Silvia Rosi, artista italo-togolose la cui opera Teacher Don’t Teach Me Nonsense è stata scelta “per la capacità di affrontare temi quali la provenienza, discendenza e memoria in una prospettiva contemporanea tra lirismo e ironia”.

Criticato il modo in cui fu trattato l’evento

Ma è senz’altro il lavoro di Ferrini quello più interessante per i lettori di Africa Express, in quanto capace di coniugare la rievocazione critica di un episodio dell’età contemporanea che coinvolge Europa e Africa sottolineando l’evidenza dei pericoli che i media presentano, soprattutto quando – lo fanno quotidianamente – decidono di spostare i riflettori posti su un evento di portata storica e attirare l’attenzione verso i suoi aspetti secondari, ricorrendo a strategie comunicative che appaiono finalizzate più al sostentamento dei media stessi (intesi innanzitutto come realtà imprenditoriali) piuttosto che all’obiettivo di fare informazione. 

Alessandra Ferrini espone infatti al Maxxi una video-installazione che ripercorre il modo in cui i giornali italiani, in particolare il quotidiano La Repubblica, diedero notizia della prima visita ufficiale in Italia di Muammar Gheddafi nel 2009.

Il Trattato di amicizia”

Inutile girarci intorno: di quel viaggio intrapreso per firmare il cosiddetto “Trattato di amicizia, partenariato e collaborazione tra Italia e Libia” gli italiani ricordano essenzialmente l’uso e l’esposizione dei corpi delle donne di cui il dittatore libico (che verrà ucciso due anni dopo) amava circondarsi – o far credere di circondarsi, proprio come Silvio Berlusconi, principale cerimoniere della visita.

Ma una parte della società civile, anche in Italia, riconosceva in quello sfarzo, in quell’esibizione di maschilità senile, in quegli elenchi dei cibi scelti per ristorarsi, in quell’ipersessualizzazione dei corpi femminili usati al pari di uno sponsor, un tentativo non così accorto di nascondere la vera ragione dietro al trattato, ovvero la volontà di assicurarsi l’approvvigionamento di carburante e fermare i flussi migratori in arrivo (“Io non respingo” e “Io non ti voglio incontrare”, rivolta a Gheddafi, erano i nomi di due campagne in quelle settimane, promosse da Fortress Europe, Come un uomo sulla terra e molte altre realtà).

Silvio Berlusconi, a sinistra, con Muammar Gheddafi a Roma, 2009

Le manifestazioni che diverse associazioni e collettivi organizzarono all’epoca, mostrarono infatti, meglio dei media e con più rigore, ciò che oggi, con ancora più morti nel Mediterraneo, è più chiaro: il passaggio del dittatore libico a Roma deve essere valutato adesso come un momento tristemente rilevante nell’intero piano di contrasto dell’immigrazione che i governi italiani hanno messo in atto negli ultimi quindici anni e nel quale rientrano la gestione dei soccorsi e delle richieste d’asilo, il sistema di accoglienza e l’utilizzo dei cosiddetti Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR).

Il problema migranti

Tutti i governi da allora hanno trattato con la Libia, privatamente e apertamente, perché la nostra ex colonia rimane il principale luogo di imbarco dei migranti che raggiungono le nostre coste, vedendosi negato il diritto alla mobilità garantito invece ai cittadini europei.

E pur di siglare quel patto, l’Italia arrivò, sotto Berlusconi, a far passare una somma di denaro (250 milioni di dollari per 20 anni, da utilizzare per costruire infrastrutture) come un risarcimento per i crimini coloniali commessi.

Quando poi il regime di Geddafi cadde, l’Italia chiese aiuto in Europa per far rispettare alla Libia quella compravendita, e tornò dopo qualche anno a trattare con Tripoli, nonostante il Paese non sia mai diventato un porto sicuro.

Negli ultimi cinque anni il nostro parlamento ha sempre scelto di rinnovare il Memorandum of Understanding (MuO), erede di quell’accordo.

Incontri con Berlusconi e D’Alema

Tornando all’opera in mostra al Maxxi, il viaggio di Geddafi prevedeva l’incontro con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il ministro degli Esteri, Franco Frattini, il presidente del Senato, Renato Schifani, il presidente della Camera Gianfranco Fini e il ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, ma anche i vertici di Confindustria, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, e ovviamente Massimo D’Alema, primo promotore dell’alleanza con la Libia: è evidente come il tour fosse stato immaginato per aprire ad un progetto più ambizioso e duraturo.

Ma è proprio considerando il punto di vista dei destinatari finali del cosiddetto accordo che Alessandra Ferrini ha realizzato l’ installazione: come ha spiegato alla stampa, a Londra, il confronto con un amico di origine libica con status di richiedente asilo le ha permesso, da migrante europea con privilegio bianco, di rafforzare un posizionamento politico già affermato in opere precedenti.

Ferrini, studiosa dell’epoca postcoloniale, degli imperialismi e del fascismo, sa come anche le immagini, statiche o in movimento, reali o create da artisti, condizionino i vissuti. Non è un caso che la Rai rifiuti tuttora di mandare in onda persino un film su quella stagione, ossia il Leone del deserto di Mustafa Akkad, la cui distribuzione fu impedita per volontà di Giulio Andreotti e altri, e ad oggi solo Sky lo ha mandato in onda.

Omar al-Mukhtar

Così come non è un caso che i lettori di molti importanti quotidiani italiani non riconoscano l’immagine che Gheddafi portò sul petto arrivando a Roma, quella di Omar al-Mukhtar, leader della resistenza anti-coloniale: non ne sanno nulla.

Gaddafi in Rome, che da sola vale una tappa al Maxxi, è un’esortazione a riflettere su come l’informazione sia necessaria – ad esempio per capire cosa nasconde il termine “amicizia” in un trattato come quello oggetto di tale ricerca – ma ancora di più su come i media oggi, con i loro tentativi di sopravvivere, assecondando ciò che ritengono possano essere gli interessi dei followers (ops, dei lettori) stiano rinunciando alla missione che gli è data in origine, ossia restituire i fatti di cronaca e denunciare gli abusi di potere.

Le sfide poste dai concorrenti digitali della carta stampata non dovrebbero essere un pretesto per abbassare ogni giorno di più la qualità dell’informazione, sostituendola gradualmente con contenuti costruiti per creare scandalo o basati sul gossip. Il giornalismo dovrebbe piuttosto denunciare i maldestri tentativi della classe politica di convogliare l’attenzione dei cittadini su temi altri rispetto alle reali necessità (e la libertà di movimento e un’accoglienza degna sono tra queste).

Gli effetti dell’inazione di molti e del mancato servizio reso da alcuni dei principali quotidiani sono ora ancora più evidenti: i politici che accolsero Gheddafi a braccia aperte, nel 2022 siedono stabilmente in parlamento.

Questioni geopolitiche

Compresa Mara Carfagna che da ministro per le Pari Opportunità, organizzando un incontro tra Gheddafi e oltre 700 donne.

Notizie che andrebbero date sia in forma di cronaca, sia con editoriali critici e approfondimenti fatti da esperti, mantenendo la complessità come obiettivo anche quando si tratta di questioni che richiedono uno sforzo ulteriore come quelle geopolitiche.

Nessun piano aziendale, nessun modello di business, dovrebbe significare per i giornali una rinuncia al monitoraggio puntuale di quanto accade dentro e fuori il Parlamento.

Il fatto che oggi diversi giornali abdichino al proprio ruolo rende l’opera di Alessandra Ferrini, in transito tra i linguaggi ma ferma del condannare la violenza politica e il giornalismo al suo fianco, un lavoro che merita di avere un seguito.

Chiara Zanini
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Soldato fa fuoco in Nigeria contro elicottero dell’ONU: ucciso un operatore umanitario e un commilitone

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 novembre 2022

Un soldato nigeriano ha sparato e ferito il co-pilota di un elicottero del Servizio Umanitario delle Nazioni Unite (UNHAS) e ha poi ucciso un operatore umanitario e un commilitone nella base militare a Damboa nel nord-est della Nigeria.

Nigeria,base militare di Damboa, Borno State: soldato uccide operatore umanitario

L’esercito nigeriano ha confermato il tragico fatto sul suo account Twitter ieri sera.

Il copilota ferito è in missione presso UNHAS nel nord-est del Paese, dove l’esercito nigeriano sta combattendo una dura battaglia contro i terroristi di Boko Haram e ISWAP (acronimo per Provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico ndr).

Un portavoce dell’esercito nigeriano ha fatto sapere che un soldato, del quale non sono state rese note le generalità, ha aperto il fuoco e ferito il copilota dell’elicottero, poi ha ucciso un operatore umanitario e un militare della base. “Le truppe a terra hanno immediatamente neutralizzato l’assassino, mentre il copilota è stato trasferito all’ospedale. Le sue condizioni sono stabili. Non è chiara la causa dell’attacco, le indagini sono in corso”, ha aggiunto il portavoce.

Secondo quanto riporta HumAngle, un sito nigeriano ben informato, un testimone oculare avrebbe riferito che prima di aprire il fuoco, il soldato avrebbe insultato il personale dell’elicottero e gli operatori umanitari. Poi, mentre gli impiegati delle organizzazioni umanitarie stavano scappando, uno di loro (non si conosce la sua nazionalità, ma lavorava per la ONG Médecins du Monde), è caduto ed è stato colpito più volte dalle pallottole. Un soldato che ha cercato di prestare soccorso, è stato ucciso anche lui.

Matthias Schmale, coordinatore umanitario per la Nigeria, ha presentato le condoglianze alla famiglia dell’operatore ucciso, mentre UNHAS, che utilizza gli eliporti delle basi militari per il trasporto di personale e aiuti umanitari, ha cancellato tutti voli verso il nord-est della Nigeria fino a nuovo avviso.

La sparatoria di giovedì ha messo nuovamente in stato di allerta la comunità diplomatica e quella degli aiuti umanitari. Già il mese scorso Stati Uniti, Australia, Canada, Gran Bretagna hanno lanciato un allarme di possibili attentati, in particolare nella capitale Abuja. Washington ha dato allora l’ordine alle famiglie dei dipendenti dell’ambasciata di lasciare il Paese.

Forse questo spiega perché i militari si sono affrettati a dichiarare che la sparatoria a Damboa è stata opera di un “personaggio errante”, cioè di qualcuno sfuggito ai controlli, che stato subito neutralizzato. Sta di fatto che l’incidente di ieri ha aumentato la sensazione di insicurezza presente in Nigeria, in vista delle prossime elezioni presidenziali e legislative, che si terranno a febbraio 2023.

E’ inoltre in forte aumento la povertà nel Paese. Proprio ieri il governo nigeriano ha fatto sapere che 6 nigeriani su 10, ossia 133 milioni di persone, vivono in gravi ristrettezze.

L’Ufficio nazionale di statistica (NBS) ha elaborato le cifre, esaminando la cosiddetta povertà multidimensionale, in cui si considera la quantità di denaro di cui si dispone insieme all’accesso all’istruzione e alle infrastrutture di base. È la prima volta che un’istituzione governativa nigeriana utilizza questo metodo per rilevare i livelli di povertà.

La NBS ha dichiarato che tra i problemi principali vi sono la mancanza di accesso alla sanità e all’istruzione nonché di energia pulita per cucinare.

La Nigeria è il Paese più popoloso del continente, con i suoi oltre 216 milioni di abitanti. Secondo le proiezioni rilasciate dal Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, UNFPA, i nigeriani potrebbero raggiungere i 400 milioni nel 2050.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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In Nigeria le elezioni si avvicinano e la violenza dilaga: allarme attentati e massima allerta sicurezza