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Accordo a Khartoum tra militari e gruppi civili ma continuano le proteste degli intransigenti e degli islamisti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
5 dicembre 2022

Questa mattina i militari al potere in Sudan e alcuni gruppi civili hanno trovato un compromesso sulla transizione di due anni. Alla cerimonia hanno partecipato anche rappresentanti dell’Unione Africana e delle Nazioni Unite, nonché alcuni diplomatici.

Khartoum, Sudan: firma tra militari e gruppi civili di un accordo quadro sulla transizione

Si tratta di un accordo quadro per una transizione verso libere elezioni, che dovrebbero svolgersi fra due anni, ponendo così fine all’impasse causato dal colpo di Stato dell’ottobre 2021.

Entrambe le parti si sono accordate su un piano per una transizione a un governo civile, ma molti dettagli dovranno ancora essere definiti e saranno necessari ulteriori colloqui.

Il testo siglato oggi, prevede l’uscita dei militari dalla politica. L’esercito dovrà formare un nuovo Consiglio di Difesa e Sicurezza. I gruppi civili firmatari sceglieranno un primo ministro civile, con il compito di supervisionare la transizione di due anni. Il conto alla rovescia inizierà dopo la nomina del premier.

L’accordo quadro contempla che il comandante supremo dell’esercito occupi anche la posizione di capo di Stato.

Sudan: Al-Burhan, presidente del Consiglio sovrano di transizione

Mentre il primo ministro, come stabilisce chiaramente il testo, nominerà il capo dell’intelligence. Inoltre, Il cosiddetto accordo quadro prevede l’integrazione delle Forze di Supporto Rapido (RSF), una milizia filogovernativa, nell’esercito sudanese. Punto fondamentale dell’accordo: i militari non potranno più occuparsi di investimenti e attività commerciali, eccezion fatta per quanto concerne l’industria bellica.

Mohamed Hamdan Daglo Hemetti, leader di RSF e vicepresidente del Sudan

E, poche ore prima della cerimonia al palazzo presidenziale di Khartoum, sono scoppiate nuove proteste in almeno due zone della capitale, poiché il patto incontra l’opposizione di alcuni importanti gruppi di attivisti. Insistono sul fatto che i militari non debbano avere alcun ruolo in seno al governo.

Anche alcuni gruppi islamisti e il clero musulmano non sono d’accordo e protestano: temono di perdere il loro potere garantito soprattutto dall’esercito. E’ bene ricordare che in Sudan fino a una cinquantina di anni fa operava il laico partito comunista che lottava contro le ingerenze islamiche nella politica e per limitare il potere dei gruppi religiosi.

Il ritorno di un governo a guida civile potrebbe indurre Stati Uniti, la Banca Mondiale e altri Paesi a ripristinare gli aiuti che erano stati sospesi, oltre a rilanciare piani per la riduzione del debito del Sudan nell’ambito di un’iniziativa del Fondo Monetario Internazionale.

Stati Uniti e diversi altri Paesi hanno accolto favorevolmente la firma dell’accordo. L’inviato speciale delle Nazioni Unite, Volker Perthes, che ha partecipato alla cerimonia, lo ha definito “un accordo dei sudanesi per i sudanesi”.

Poche ore fa è giunta la notizia che il 78enne ex-dittatore Omar al-Bashir, che ha governato con pugno di ferro il Paese dal 1993 al 2019, dietro richiesta del suo avvocato, Hashim Abu-Bakr, è stato trasferito dalla prigione in ospedale, per problemi renali e di pressione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Nigeria: liberato lo studente che ha osato criticare la first lady sui social network

Africa ExPress
4 dicembre 2022

E’ stato liberato il 23enne studente nigeriano finito nelle grinfie dei servizi, perché in un tweet aveva osato criticare la first lady, Aisha, moglie del presidente Muhammadu Buhari, ex golpista del 1983.

Aisha Buhari, moglie del presidente della Nigeria, Muhammadu

Aminu Mohammed è stato arrestato  all’inizio di novembre, più di cinque mesi dopo aver postato su Twitter una foto della moglie del capo di Stato con una didascalia in lingua hausa: “La mamma è ingrassata mangiando i soldi dei poveri”.

Studente dell’università di Dutse, Jigawa State, nel nord della Nigeria, Aminu è stato portato ad Abuja, senza che i suoi genitori ne fossero informati. La sua famiglia ha denunciato presunti abusi subiti dalla polizia.

La polizia ha dichiarato che il giovane potrebbe essere accusato di diffamazione e cyberstalking, contravvenendo alla sezione 391 del Codice penale nigeriano, reati per i quali si rischia una condanna fino a due anni di galera.

Lo studente era stato citato in giudizio davanti a Yusuf Halilu, giudice dell’Alta Corte del Territorio Federale della Capitale. Allora il magistrato aveva respinto persino la libertà condizionata, richiesta inoltrata dall’avvocato dello studente, per poter sostenere gli esami universitari.

 

Una settimana fa Amnesty International aveva lanciato un appello, chiedendo l’immediata liberazione del giovane.  L’arresto di Aminu ha suscito indignazione in tutta la Nigeria, in particolare sui social network, cosicché la first lady si è vista costretta a fare marcia indietro.

E’ stata infatti la moglie di Buhari, Aisha, in persona ad aver denunciato il giovane per diffamazione al tribunale di Abuja qualche settimana fa.

Aminu è stato poi rilasciato venerdì scorso dopo il ritiro della querela. Il giudice che si è occupato del caso, ha approvato la decisione della first lady, ma ha sottolineato che è compito dei genitori sorvegliare l’operato dei propri figli.

Negli ultimi giorni, anche diverse personalità, che nell’ottobre 2020 sono state in prima linea nelle proteste contro la violenza della polizia e il malgoverno, hanno supportato Aminu Mohammed.

Mentre l’’Associazione Nazionale degli Studenti della Nigeria, uno dei maggiori sindacati studenteschi del Paese aveva annunciato una mobilitazione nazionale a partire da lunedì, per chiedere il suo rilascio.

Africa ExPress
@africexp
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In Nigeria le elezioni si avvicinano e la violenza dilaga: allarme attentati e massima allerta sicurezza

 

 

Donne afghane fuggite alla violenza dei talebani si raccontano a Roma, il 6 dicembre 2022

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Dicembre 2022

La comunità internazionale deve riconoscere ciò che è accaduto alle donne afghane.

Per aiutare concretamente le donne afghane a per tenere alta l’attenzione sul loro Paese, il 6 dicembre alle ore 10, presso la sede del Parlamento Europeo a Roma in via 4 novembre 149, alla presenza del capo ufficio dell’UE in Italia, Carlo Corazza, si terrà una conferenza stampa, con testimonianze e denunce.

Conferenza stampa, violenza sulle donne afghane

Il lavoro della Rete umanitaria della società civile, fondata dalla giornalista del TG 1 Maria Grazia Mazzola, ha permesso la fuga dal Paese asiatico di decine persone, che parleranno dell’oppressione dei talebani, di esseri umani vivi quasi per miracolo.

“Le donne in Afghanistan sono tenute prigioniere – afferma una di loro, Sediqa Moshtaq membro dell’ex camera di commercio nazionale delle donne afghane – in un luogo pietrificato, private della loro identità di genere e dei diritti”.

Ecco un modo fattivo per aiutare chi soffre senza dimenticarci di chi lotta per una vita dignitosa.

Queste donne si sono nascoste per mesi con le loro bambine per non essere vittime del regime, poi mediante corridoi umanitari legali hanno trovato rifugio in Italia, anche con il sostegno del Ministero dell’Interno e della Farnesina

Del resto, l’Italia ha un obbligo morale per tutelare i diritti di tanti esseri umani, visto l’abbandono degli Occidentali fuggiti precipitosamente da Kabul.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Trionfo dei Masai in Tanzania: cancellate le accuse di omicidio contro 24 loro leader

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
2 dicembre 2022

Le accuse di omicidio e cospirazione per 24 membri di etnia Masai della Tanzania sono cadute dopo oltre cinque mesi di lotta per la giustizia. Lo ha confermato Amnesty International in un comunicato.

L’organizzazione per i diritti umani, da subito, ha seguito la vicenda che ha visto la brutale arroganza del potere contro la comunità Masai.

proteste masai
Proteste masai contro gli sfratti forzati dalla loro terra ancestrale

“L’archiviazione di queste accuse contro membri del popolo Maasai è inequivocabilmente la decisione giusta. Non avrebbero mai dovuto essere arrestati – ha dichiarato Muleya Mwananyanda, direttore regionale di Amnesty per l’Africa orientale e meridionale -. Il loro crimine è stato esercitare il diritto di protestare mentre le forze di sicurezza cercavano di confiscare loro la terra in nome della conservazione”.

I Masai contro le espulsioni per la “conservazione”

I fatti risalgono a 7 giugno scorso quando le forze di sicurezza tanzaniane e le autorità della Ngorongoro Conservation Area sono arrivate a Loliondo. In nome della “conservazione”, con la forza, hanno iniziato a sfrattare la popolazione. Quindi hanno sequestrato 1.500 chilometri quadrati di terra ancestrale rivendicata da oltre 70.000 Masai.

Nei giorni successivi c’è stato un braccio di ferro tra la comunità masai e le forze dell’ordine. Gli abitanti di quattro villaggi – Ololosokwan, Oloirien, Kirtalo e Arash – hanno iniziato le proteste contro gli abusi delle forze dell’ordine. Hanno espresso il loro dissenso togliendo i marcatori posti dalle forze di sicurezza per delineare i confini delle terre rivendicate.

Ngorongoro park map
Immagine satellitare del Ngorongoro park (Courtesy GoogleMaps)

La polizia spara ad altezza d’uomo

La reazione della polizia è stata violenta: ha arrestato 10 capi masai e altre 17 persone. L’accusa, oltre a quella di cospirazione, era anche di omicidio per la morte di un poliziotto. Ma l’agente è morto il giorno successivo all’arresto dei “cospiratori”.

Le persone arrestate sono rimaste 11 giorni in prigione. Le autorità non hanno loro permesso di incontrare i legali né di contattare le famiglie. Il giorno peggiore dall’inizio delle proteste è stato il 10 giugno. Contro i manifestanti la polizia ha sparato proiettili e lacrimogeni ad altezza d’uomo.

Risultato della triste giornata: 32 manifestanti masai feriti da armi da fuoco e un poliziotto ucciso da una freccia.

Terre ancestrali svendute agli Emirati

Il problema sta nel fatto che quelle terre ancestrali dei Masai, trenta anni fa, sono state affittate senza l’autorizzazione dei nativi. Secondo Amnesty nel 1992 il governo della Tanzania ha dato l’intera zona di Loliondo a una compagnia degli Emirati Arabi Uniti (EAU).

Verrebbe utilizzata a scopo di caccia e per la realizzazione di attrattive turistiche.

Amnesty: stop alla repressione dei Masai

“Le autorità tanzaniane devono interrompere immediatamente le operazioni di sicurezza in corso a Loliondo – si legge nel comunicato di Amnesty -. Deve garantire che tutte le terre tradizionali dei pastori che hanno sequestrato siano restituite agli indigeni Masai.

La Tanzania deve smettere immediatamente di reprimere il diritto alla libertà di riunione. Il governo dovrebbe invece prendere provvedimenti per proteggere il diritto di protesta”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

Twitter:
@sand_pin
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Congo-K: per scacciare i pigmei dal parco ancora omicidi, stupri, mutilazioni, bambini bruciati vivi e violenze

Kenya, il popolo Sengwer sfrattato teme il genocidio in nome della conservazione della natura

Uganda, il calvario della minoranza Benet cacciata dalle proprie case e senza diritti

Survival accusa il Wwf: non vuole coinvolgere i pigmei nella tutela delle foreste

Diritti umani dei pigmei violati in Camerun, Survival: WWF sapeva degli abusi ma ha taciuto

 

Senegal: rissa in Parlamento, volano insulti, spintoni e uno schiaffo a una deputata

Africa ExPress
1° dicembre 2022

Oggi sono volati schiaffi e insulti nell’aula parlamentare del Senegal. Un deputato dell’opposizione, Massata Samb, del raggruppamento politico Parti de l’Unité et du Rassemblement, ha schiaffeggiato una parlamentare, la signora Amy Ndiaye Gniby, membro della coalizione al potere, Bennoo Bokk Yaakaar.

Rissa in Parlamento a Dakar, Senegal

Le legislative, che si sono tenute lo scorso luglio, non hanno premiato Macky Sall, presidente del Senegal, e la sua coalizione BBY, che questa volta si è aggiudicata appena 82 seggi su 165. Va comunque sottolineato che il Senegal ha un’alta presenza femminile in Parlamento: ben 73 donne hanno conquistato le prestigiose poltrone dell’aula dell’Assemblea nazionale.

La signora Amy Ndiaye Gniby dopo il ceffone in pieno viso, ha fatto in tempo a lanciare una sedia a Samb, prima che un altro deputato la facesse cadere a terra. Gniby è poi stata subito soccorsa dai suoi compagni di partito.

Anche altri parlamentari si sono poi scambiati pugni e insulti, insomma è scoppiata una vera rissa in aula. La scena, che ha fatto immediatamente il giro dei media e dei social network, è avvenuta durante la votazione del bilancio 2023 per il Ministero di Giustizia .

La seduta è stata sospesa mentre gli onorevoli hanno comunque continuato a scambiarsi schiaffi, colpi e insulti, una bagarre in piena regola.

Macky Sall, presidente del Senegal

Le tensioni tra politici al governo e all’opposizione sono cresciute dopo le elezioni legislative di luglio, quando il partito al governo ha perso la sua maggioranza. La coalizione al potere è stata danneggiata anche dal fatto che Sall non ha mai dichiarato apertamente di volersi ricandidare per un terzo mandato nel 2024. La Costituzione non prevede una terza ricandidature, dunque per raggiungere l’eventuale obiettivo, l’attuale presidente dovrebbe chiamare i cittadini alle urne per una riforma della legge fondamentale dello Stato.

Un’altra rissa è scoppiata già a settembre, quando il Parlamento si è riunito per la prima volta dopo le elezioni, per eleggere il presidente dell’Assemblea .

Giovedì  Samb si è rivolta all’assemblea, perché adirato per commenti  espressi  durante il fine settimana dalla Gniby, che ha criticato un leader spirituale, contrario a un eventuale terzo mandato di Sall.

Africa ExPress
@africexp
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L’Aids in Africa colpisce ancora ma in Camerun c’è chi porta un aiuto concreto e volontario

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Speciale per Africa ExPress
Marinella Zetti
Dicembre 2022

Il virus dell’HIV, anche se in Italia non se ne parla, non è sparito al contrario continua a circolare e le persone spesso scoprono di essere entrate in contatto con il virus dopo molti anni. Secondo le Nazioni Unite, nel 2021 in Africa delle 200mila nuove diagnosi di HIV giovani donne e adolescenti di età compresa tra 15 e 24 anni rappresentavano il 27 per cento.

Laura Ciaffi e le donne di AFASO

A volte però ci sono anche belle storie. Quella che desidero raccontarvi si svolge in Camerun ed è iniziata nel 2001 con il viaggio di Massimo Cernuschi, medico infettivologo e presidente di ASA-Associazione Solidarietà AIDS, per incontrare Laura Ciaffi che lavorava con Medici Senza Frontiere a uno dei primi progetti di trattamento con antiretrovirali.

Sono passati più di 20 anni da quando ASA- nata nel 1985, prima in Italia a occuparsi di HIV- ha deciso di sostenere economicamente Afaso-Association des Femmes Actives et Solidaires, un’associazione di donne sieropositive di Yaoundè in Camerum. AFASO era une delle poche associazioni di persone positive che osavano parlare in pubblico.

Pauline Mounton, presidente AFASO

Pauline Mounton, presidente e personaggio carismatico dell’associazione, aveva reso una testimonianza a volto scoperto, per quei tempi un gesto di estremo coraggio.

Spiega Pauline Mounton: “Il progetto ASA è diventato operativo nel 2003. Il primo anno abbiamo ricevuto 6mila euro e siamo riuscite ad aiutare 30 bambini. Erano in maggior parte orfani che avevano perduto uno o entrambi i genitori a causa dell’AIDS. In questi 20 anni abbiamo sostenuto più di 2mila bambini. Con il nostro supporto i ragazzi sono riusciti a mantenersi agli studi: sono diventati farmacisti, avvocati, insegnanti, informatici”.

“Non si tratta di beneficienza – continua la donna – ma di un aiuto tangibile che tiene conto delle reali necessità. La Dottoressa Laura Ciaffi, che vive e opera in Camerun, ci ha aiutato a sviluppare il progetto in modo che tanti bambini potessero avere un sostegno concreto. Senza ASA questi orfani sarebbero finiti sulla strada”.

Oltre alla scuola – conclude -stiamo pensando a un supporto psicologico per i ragazzi in difficoltà e poi ci stiamo impegnando affinché lo Stato aiuti i ragazzi dopo gli studi a trovare un impiego”.

Ecco alcune testimonianze di chi ha partecipanto al Progetto.

Marielle Ornella Maguemadjeu ha perso il padre quando aveva 4 anni, ha iniziato a beneficiare del progetto quando aveva 6 anni. A 22 anni ha ricevuto il master in diritto privato. “A sei anni non capivo bene cosa fosse il Progetto, quando sono diventata più grande e ho iniziato a frequentare le scuole superiori, mi sono resa conto della fortuna che avevo avuto a poter studiare. Ogni anno ricevevo una busta con il denaro che mi permetteva di iscrivermi alla scuola e di pagarmi i libri e quanto era necessario per studiare. Io non ho conosciuto le persone di ASA ma è grazie al loro sostegno che sono riuscita a completare gli studi e adesso posso aiutare la mia comunità”.

Il padre di Yvan Tengomo è morto di AIDS quando lui aveva un anno. “Mia madre era disperata e non sapeva a chi rivolgersi, abbiamo sofferto per due o tre anni finché non abbiamo incontrato AFASO che ci ha inseriti nel progetto ASA e abbiamo iniziato ad usufruire degli aiuti per l’educazione. Le responsabili del progetto erano sempre disponibili per noi. Ricordo che nei pacchi realizzati grazie al sostegno di ASA c’erano riso, sapone, olio, quaderni, penne, quaderni e poi vestiti e scarpe. Inoltre, ci davano i soldi per sostenere le spese della scuola e dell’alloggio”.

Donald Arsène Ndongo ha beneficiato del progetto ASA per tre anni, dal 2004 al 2006. “Mia madre era rimasta vedova e non riusciva a prendersi cura di noi. Grazie al contributo di ASA, ho preso la maturità e sono andato all’università dove ho studiato scienze economiche. Nel 2008 ho iniziato a lavorare nel mondo professionale in un’altra città. Nel 2011 sono tornato a Yaoundé e sono entrato in uno studio di professionisti, ho lavorato tanto e acquisito molte competenze, così nel 2016 ho dato una mano ad AFASO a mettere a punto nuovi progetti. Ho imparato che l’istruzione rappresenta una ricchezza ma è importante saper usare bene questa risorsa. Per questo oggi mi impegno per aiutare gli altri”.

Il video completo con le testimonianze delle responsabili di AFASO e dei partecipanti al progetto https://drive.google.com/file/d/1OBrfg8MHEszrFJwF-D4cjyp3wYkqOxh7/view?usp=sharing

Marinella Zetti
marinella.zetti@gmail.com
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“In fuga dalla guerra”, venerdì 2 dicembre a Brescia seminario con Africa ExPress

Africa ExPress
1° dicembre 2022

Nel 2022, annus horribilis per l’Europa, dopo due anni di pandemia da Covid-19, il conflitto russo-ucraino ha provocato un ulteriore bacino di popolazione costretta alla fuga, all’esilio, all’esodo, con numeri impressionanti.

Migranti nel Mediterraneo centrale

Il tema dei confini e dei diritti/doveri di protezione umanitaria è tornato prepotentemente alla ribalta, con il risultato che la coesione sociale si mostra più debole di prima. Il sentimento anti-europeo è più diffuso, e si ripresentano (dopo un periodo di latenza dovuta alla pandemia), la paura dello straniero e la prospettiva della chiusura dei confini in nome del sovranismo.

La guerra imprime, nei volti e nel corpo dei migranti violenza, tortura, disperazione, trauma e risentimento. Ci sono ormai abbondanti evidenze che l’esperienza diretta della guerra come causa di fuga, può impedire la capacità della persona migrante di reinventarsi e rinascere in un luogo diverso.

 

Il prossimo 2 dicembre, a Brescia si tiene il seminario “In fuga dalla guerra – Migranti tra ‘accoglienza selettiva’ e protezione”. L’incontro è organizzato dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Centro di iniziative e ricerche sulle migrazioni, Brescia (CirMiB) – Dipartimento di Sociologia.

Dopo i saluti istituzionali, alle 16.00, la presentazione del dossier “MediaReport 2022” che ha lo scopo accrescere l’attenzione dei verso il problema delle guerre. Il problema è stato invece ampiamente rimosso nella percezione dei membri della comunità europea e verso il legame tra conflitti territoriali e esodi forzati.

Segue Maddalena Colombo, direttrice del CirMiB. Interviene con il Ricordo di Anna Casella Petrilnieri, autrice del saggio “Per un’antropologia della guerra”.

Partecipa anche Africa ExPress, rappresentata dal vice-direttore Cornelia Isabel Toelgyes. Il suo intervento sarà sul tema “Guerre e disastri: riflessioni sulle migrazioni dall’Africa”.

Gli altri interventi sono di Francesca Pozzi, collaboratrice CirMiB: “La popolazione straniera in provincia di Brescia: trend 2021-22”; Enrici Fassi, Università Cattolica del Sacro Cuore: “Conflitti, migrazioni nel nuovo (dis)ordine mondiale; Livio Neri, Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI): “Profughi ucraini e non: due pesi e due misure?”; Donatella Albini, Mediterranea Saving Humans APS, equipaggio di Brescia: “I nuovi bisogni sul fronte ucraino e solidarietà dei bresciani.
Segue il dibattito e alle 18 le conclusioni.

Venerdì 2 dicembre
Aula Montini, ore 15.00-18.00
“In fuga dalla guerra – Migranti tra ‘accoglienza selettiva’ e protezione”
Università Cattolica del Sacro Cuore
Viale Trieste, 17 Brescia

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Il tribunale penale internazionale incrimina i capi dei trafficanti di uomini libici tra essi forse Bidja addestrato e finanziato dall’Italia

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Novembre 2022

Il Memorandum Italia-Libia del 2 febbraio 2017, ideato per contrastare all’immigrazione  è stato così commentato da Amnesty International “Cinque anni di illegalità e di crimini contro l’umanità”, poiché da quell’anno quasi 100.000 persone sono state intercettate in mare dalla Guardia costiera libica e riportate indietro con la forza.

Abd al-Rahman Salem Ibrahim Al-Milad, alias Bidja

In questo contesto, è sufficiente leggere il “curriculum” di uno dei comandanti della guardia costiera libica, Abd al-Rahman Salem Ibrahim Al-Milad, alias Bidja, per capire che Italia ed Unione Europea, appaltando il lavoro sporco ai libici, hanno abdicato ai propri valori fondanti e moltiplicato le sofferenze di chi fugge dai Paesi della guerra e della fame.

Bidja è il capo della guardia costiera di Zawiya, che l’Italia ha addestrato, ha fornito le motovedette e finanziato insieme all’Unione Europea, per arginare le partenze dei migranti dalla Libia. Dal 2015, è stata coinvolta nell’intercettazione dei migranti e nel trasferimento al centro di detenzione di al-Nasr. L’ONU ha raccolto testimonianze sulle terribili condizioni in cui vengono detenuti i migranti in questo centro.

Solo quelli detenuti dalla sua milizia che potevano pagare sono potuti partire con i barconi. Questo signore ha lavorato, quindi, sia a favore sia contro gli sforzi dell’Europa e dell’Italia per contrastare il traffico di migranti.

Bidja è coinvolto anche in altri tipi di traffici, assai lucrosi, come quello del contrabbando di carburante. La sua rete, come quelle di altri gruppi armati, accresce l’insicurezza e la violenza nell’ex colonia e, inoltre, aumentando il prezzo di benzina e gasolio,  privano i locali dell’accesso a questo bene fondamentale.

Nel giugno 2018, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per la prima volta, lo ha sottoposto a sanzioni, insieme ad altri, in quanto coinvolto nella tratta di esseri umani e contrabbando ed e’ stato anche accusato di aver intenzionalmente affondato alcune barche piene di migranti, utilizzando armi da fuoco. Le sanzioni non hanno avuto, però, alcun impatto, poiché questi aguzzini continuano a svolgere un ruolo chiave nei predetti traffici.

L’impunità si spiega con l’importanza delle milizie di Zawiya, che hanno svolto un ruolo di primissimo piano nella difesa della capitale Tripoli dal golpe tentato (e poi fallito) dal generale Khalifa Haftar nell’aprile del 2019.

Anche la magistratura italiana si è occupata della rete di Bidja. Il Tribunale di Messina, con la sentenza del 28 maggio 2020, ha condannato tre dei suoi uomini, giunti in Italia a bordo di una nave umanitaria che li aveva soccorsi in mare assieme alle loro vittime, per torture commesse nel campo di detenzione per migranti di Zawiya, mediante scosse elettriche, violenze sessuali, mancanza di assistenza medica, di acqua e di cibo.

Nello Scavo, sulle pagine di “Avvenire” ha svelato la partecipazione dello stesso Bidja ad un incontro in Italia, nel 2017. Il meeting era organizzato dall’OIM (l’Organizzazione per le migrazioni delle Nazioni Unite) e finanziato dall’Unione Europea, al Cara di Mineo. Avevano partecipato la Guardia costiera, la Croce Rossa, il ministero della Giustizia e perfino quello dell’Interno, stando a quanto poi raccontato dallo stesso Bija.

Per tale scoop il giornalista si Avvenire è stato minacciato di morte sui social e da allora è costretto a vivere sotto scorta.

Il 14 ottobre 2020 è stato arrestato, ma la sua carcerazione è durata poco. L’11 aprile 2021 è stato rilasciato per mancanza di prove che sostenessero le accuse.

Un centro di detenzione per migranti in Libia

Ma l’impunità potrebbe finire presto. Il Procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI), Kharim Khan ha annunciato al Consiglio di Sicurezza ONU di avere emesso alcuni mandati di arresto per crimini di guerra e contro i migranti.

I nomi dei destinatari non sono noti, in attesa che il Tribunale li convalidi, ma è molto probabile che tra essi ci sia quello di Bidja. Una volta che tali mandati saranno esecutivi ciò creerà molto imbarazzo nei governi di alcuni Paesi, che saranno obbligati a catturare personaggi con cui hanno collaborato.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it
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Azienda torinese intima a società turca e americana: “Vi vieto di usare la mia tecnologia per fabbricare droni”

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
29 novembre 2022

Droni-elicotteri da realizzare in Turchia su licenza dell’azienda italiana CH7 Heli-Sport S.r.l.? No, grazie.

Dopo la secca smentita dell’amministratore delegato della società con quartier generale a Torino, Claudio Barbero, la presunta azienda partner turca viene diffidata a utilizzare tecnologie e know-how made in Italy per produrre elicotteri ultra-leggeri a pilotaggio remoto da impiegare in ambito civile e militare.

Elicottero CH7

Il 23 novembre scorso, il legale di CH7 Heli-Sport ha inviato una missiva alla società di engineering aerospaziale Titra Technoloji A.S. (con quartier generale Ankara) e alla filiale spagnola del gruppo californiano UAVOS (specialista nella progettazione di droni) per ribadire di “non aver mai autorizzato nessuno a usare il proprio nome e anche know-how per qualsivoglia attività di tipo militare”.

“Alcuni articoli comparsi sui media internazionali riportano la notizia di una nostra partnership, su componenti meccaniche, con Titra Technoloji e UAVOS per costruire droni kamikaze”, scrive l’avvocato della società torinese.

“Noi – aggiunge l legale – non abbiamo mai autorizzato alcuno, anche implicitamente, a utilizzare informazioni tecnologiche specifiche e nostre parti meccaniche per attività che non siano quelle per i voli civili con pilota. Attenzione a chi mette in circolazione fake news sul coinvolgimento di CH7 Heli-Sport S.r.l. in attività militari o civili diverse dai voli civili di elicotteri ultraleggeri con equipaggio umano: se queste false informazioni e questi illeciti tentativi di coinvolgerci in attività non autorizzate continueranno, ci difenderemo nei competenti tribunali civili, amministrativi, politici e penali”.

Copia della diffida di CH7 Heli-Sport è stata inoltrata per conoscenza al ministero della Difesa e al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti italiani. “Una società turca e una americana, in alcuni articoli di settore militare, appaiono utilizzare illecitamente nostre tecnologie destinate a soli scopi civili”, riporta la lettera indirizzata alle autorità di governo.

Il primo a riferire delle “origini italiane” del drone-elicottero dual use di produzione turca era stato l’autorevole sito statunitense specializzato nel settore militare e industriale DefenceNews. Nell’articolo pubblicato il 24 ottobre 2022, il corrispondente Burak Ege Bekdil affermava che il regime di Recep Tayyp Erdogan era pronto a finanziare la produzione da parte di Titra Technoloji di velivoli ad ala rotante a pilotaggio remoto e droni-kamikaze per il mercato nazionale e l’esportazione.

“Denominato Alpin, il drone-elicottero sarà prodotto in dieci esemplari all’anno presso lo stabilimento industriale di Ankara-Kaharamanzakanspecificava DefenseNews, aggiungendo -L’Alpin è basato sull’elicottero italiano ultraleggero con equipaggio umano Heli-Sport CH-7 (…) Il governo turco ha promesso di acquistare la piattaforma dopo i test sperimentali e potrebbe esportare il drone-elicottero ai paesi alleati quando sarà collaudato in combattimento”.

La notizia veniva poi rilanciata da alcune testate turche e – negli Stati Uniti d’America – da The Defense Post. In Italia è stata Africa ExPress a fornire un’ampia copertura sulla vicenda, mettendo così in allarme gli ignari titolari dell’azienda torinese chiamata in causa dal complesso militare-industriale turco.

“L’Alpin sarà un sistema a pilotaggio remoto che potrà essere impiegato a fini civili ma soprattutto per missioni bellico-militari di intelligence e ricerca e soccorso”, hanno dichiarato i manager di Titra Technoloji A.S.. “Il velivolo è pronto ad eseguire ogni compito, di giorno e di notte, sul mare o sulla terra, indipendentemente dalle condizioni atmosferiche avverse”.

Lo sviluppo del drone-elicottero ha preso il via nel 2019 a seguito di un accordo sottoscritto da Titra e dalla società statunitense UAVOS; nello specifico si prevedeva la “conversione” dell’ultraleggero CH-7 in elicottero a pilotaggio remoto, così come l’avvio di programmi congiunti di formazione e manutenzione. Il primo test di volo è stato effettuato nel dicembre del 2020 nei cieli della Turchia.

A rafforzare il ruolo della società con sede ad Ankara nel sempre più redditizio e militarizzato settore dei velivoli senza pilota, nel maggio 2022 è stato sottoscritto un accordo di cooperazione strategica con il gruppo industriale argentino Cicare, leader internazionale nella produzione di elicotteri “leggeri” e a “uso sportivo”. “Questo accordo ci consentirà di accrescere la nostra quota di mercato in Turchia, Medio oriente e nord Africa”, ha enfatizzato Juan Cicare, presidente del consiglio di amministrazione della società latinoamericana.

Cicare, Argentina CH-14

“Puntiamo a produrre e vendere gli elicotteri Cicare alla Turchia e ai Paesi della regione e a fornire loro i necessari servizi di supporto”, ha dichiarato il responsabile esecutivo di Titra Technoloji, Davut Yılmaz. “Grazie all’agreement con Cicare, porteremo il processo di trasformazione degli elicotteri pilotati dall’uomo in elicotteri senza pilota, che abbiamo avviato con l’Alpin, ad un livello più avanzato. Faremo da distributore e centro servizi degli elicotteri Cicare nel campo dell’aviazione civile e sportiva in Turchia e nei Paesi vicini, e assicureremo che le parti critiche di questi elicotteri siano prodotti localmente in futuro”.

Cicare progetta e produce elicotteri ultraleggeri con un peso che varia da 115 kg (il modello CH-4) a 1,400 kg (il CH-14). Un prototipo di CH-14 è stato presentato all’esercito argentino nel 2007 ma il supporto finanziario necessario al suo sviluppo è stato successivamente sospeso dalle autorità militari di Buenos Aires.

Antonio Mazzeo
amazzeo61gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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La Turchia finanzia la produzione di elicotteri-droni con know-how italiano

 

Terroristi ancora in azione nel Golfo di Guinea: nuovi attacchi in Togo, al confine con il Burkina Faso

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
28 novembre 2022

Mentre i presidenti di sette Paesi del Golfo di Guinea e Sahel erano riuniti a Accra per trovare una soluzione comune volta a arginare l’espansione dei terroristi, giovedì scorso, un nutrito commando di miliziani, presumibilmente appartenenti al Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani (JNIM) ha sferrato un nuovo pesante attacco in Togo.

Nuovo attacco dei terroristi del Sahel in Togo

L’assalto è avvenuto a Tiwoli, nel nord del Togo, al confine con il Burkina Faso e il Benin. Secondo alcuni media locali, sarebbero stati uccisi parecchi soldati. Finora non sono disponibili dichiarazioni ufficiali sul numero delle vittime. Rastrellamenti nella zona sono tutt’ora in corso.

La violenta aggressione non è stata ancor rivendicata, ma da tempo la zona è battuta dai terroristi appartenenti a JNIM e ora, dopo il periodo delle piogge, riescono a spostarsi più facilmente. Senza troppe difficoltà riescono ad attraversare i corsi d’acqua.

JNIM è stato fondato nel marzo 2017, guidato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista touareg, diventato capo jihadista e leader di Ansar Dine, in italiano: ausiliari della religione (islamica). Il “consorzio” comprende diverse sigle, oltre a Ansar Dine e Katiba Macina, sono presenti anche AQMI (al Qaeda nel Magreb Islamico), Al-Mourabitoun.

L’attacco di giovedì si è consumato nella regione delle Savane, dove è stato imposto lo stato di emergenza lo scorso giugno, poi prolungato a settembre fino a marzo 2023.

Nel 2018 le autorità di Lomé hanno lanciato l’Operazione Koundjoare, volta a arginare infiltrazioni jihadiste da oltre confine.

Tiwoli è stata attaccata anche la scorsa settimana dai sanguinari terroristi, che si sono infiltrati dal vicino Burkina Faso e hanno aggredito la località di Kpinkankandi. Una fonte della sicurezza ha fatto sapere che durante i combattimenti sono morte sei persone. Non si conoscono ulteriori dettagli.

L’avamposto militare di Kpinkankandi è stato teatro di violenze anche a maggio. Allora l’attacco è stato rivendicato da JNIM.

Secondo alcuni ricercatori, i gruppi jihadisti stanno creando basi in Burkina Faso e Mali per diffondersi in Benin, Costa d’Avorio e, in misura minore, in Togo, Ghana, Senegal e Guinea. Basta ricordare che a metà aprile anche il Benin è stato teatro di un’imboscata nella zona del parco nazionale Penjari, al confine con il Burkina Faso.

In Burkina Faso, Niger e Mali sono molto attivi diversi gruppi armati. In particolare Katiba Macina (conosciuto anche con il nome di Front de libération du Macina, fondato nel 2015 da Amadou Koufa), legato ad al Qaeda, sta cercando di rafforzare la sua presenza sia nel sud-est del Burkina Faso che nel sud-ovest del Niger. Approfitta delle vaste aree forestali per stabilire nuove basi. Questa pressione si riversa anche sul Benin settentrionale e sul Togo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
cotoelgyes
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I terroristi dilagano nel Sahel e si espandono verso il Golfo di Guinea: attacco jihadista in Togo