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Eurodeputata belga denuncia UE: “No ai 20 milioni al Mozambico per i militari ruandesi”

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
14 dicembre 2022

“Decidere di sbloccare 20 milioni di euro a sostegno dell’esercito ruandese senza chiedergli un impegno preventivo e una revoca del suo sostegno a #M23 è inaccettabile!”. Questo affermava l’eurodeputata belga, Marie Arena (Parti Socialiste) in un tweet la settimana scorsa. I 20 milioni sono quelli che il Consiglio Europeo ha destinato al Mozambico per aiutare le truppe ruandesi nella guerra contro i jihadisti. Ma che c’entra un gruppo militare, M23, che opera nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) con un’operazione militare ruandese in Mozambico?

La dritta ci è arrivata da un lettore congolese di Africa ExPress che ci ha avvisato sulle posizioni dell’eurodeputata belga. Non riuscendo a capire cosa c’entrano i fondi europei destinati al Mozambico con il gruppo militare M23 in Congo, l’abbiamo contattata. Senza successo.

L’importo fa parte dei 32 milioni di euro, 12 dei quali vanno alle Forze armate della Mauritania. Le ricerche portate avanti da Africa ExPress ci hanno permesso di ricostruire le motivazioni dell’eurodeputata che è presidente della sottocommissione Diritti umani dell’UE. Arena è contraria all’erogazione dei fondi europei dello Strumento europeo per la pace (EPF) ai militari ruandesi perché hanno creato e gestiscono quel gruppo ribelle.

Il Rapporto ONU su M23

Bisogna ricordare che un rapporto ONU ha rilevato che il Ruanda ha creato e anche comandato la milizia M23 composto da paramilitari di etnia tutsi. A causa delle pressioni internazionali ha dovuto cessare il suo sostegno ai ribelli. Lo scorso ottobre il gruppo ha lanciato la sua ultima offensiva nell’est della RDC, costringendo a fuggire migliaia di persone.

Il mese scorso ribelli dell’M23 sono andati verso la città di Goma, facendo ritirare l’esercito congolese (FARDC) dall’area. Circa 180.000 persone sono state costrette ad abbandonare le loro case.

 20 milioni - miliziani M23
Miliziani M23

UE indirettamente responsabile dell’instabilità in RDC?

Marie Arena, con il suo “no” ai 20 milioni di fondi europei ai militari ruandesi in Mozambico sta denunciando l’occupazione ruandese nell’area est della RDC. “Non accettiamo che l’UE sia indirettamente responsabile dell’instabilità nella RDC. I finanziamenti dovrebbero sostenere il perseguimento dei responsabili delle violazioni nel quadro della giustizia nazionale e internazionale”. Queste dichiarazioni dell’eurodeputata sono state riportate dall’agenzia congolese su Facebook

Il libro bianco sui crimini del Ruanda e M23

Per confermare il coinvolgimento del Ruanda con i crimini dei miliziani M23, il governo di Kinshasa, il 9 dicembre, ha pubblicato un “libro bianco”. Nel documento sono elencati tutti i crimini commessi dal Ruanda e da M23 sul territorio congolese.

Dimissioni di Arena per scandalo Mondiali Qatar

Apprendiamo che l’eurodeputata Arena ha deciso di dimettersi dalla presidenza della sottocommissione dell’Unione Europea per i Diritti umani (DROI). Lo ha ha fatto con un tweet. “A seguito delle rivelazioni di sospetti di corruzione legati al Qatar in @Europarl_EN, e della ricerca di uno dei miei assistenti nell’ambito di questo caso. Ho deciso che non presiederò più temporaneamente le riunioni DROI @EP_HumanRights. Questo finché non sarà fatta tutta chiarezza. Uno dei vicepresidenti sarà incaricato di presiedere le riunioni del sottocomitato. Ho preso questa decisione nell’interesse del lavoro del DROI”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

Twitter:
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Immagine Miliziani M23
By VOA – Public Domain, Link

Dall’Unione Europea 32 milioni di euro a Mauritania e Mozambico in aiuti militari per combattere il terrorismo

Ricompaiono nel Congo-K orientale i miliziani del M23 e ricominciano gli scontri (per ora) solo diplomatici con il Ruanda

Tra Congo-K e Ruanda scambio di pesanti accuse e scaramucce mentre i reali del Belgio visitano l’ex colonia

Congo-K, i ribelli dell’M23 si istallano a Goma. In fuga le truppe governative

Etiopi in fuga: ritrovati nello Zambia i cadaveri di 27 migranti, abbandonati dai trafficanti

Africa ExPress
12 dicembre 2022

Domenica mattina la polizia dello Zambia ha scoperto 27 cadaveri di migranti morti di fame e stenti, nei pressi di Ngwerere, una zona rurale a nord della capitale Lusaka. Una sola persona tra il gruppo è stata trovata ancora in vita, agonizzante. L’unico superstite della strage è stato trasportato immediatamente all’ospedale della capitale.

Zambia: ritrovamento di migranti presumibilmente etiopici vicino a Lusaka

Si presume che i migranti, tutti uomini di un’età compresa tra i 20 e 38 anni, presumibilmente etiopi, siano stati abbandonati dal trafficante al quale si erano affidati per raggiungere il Sudafrica. Non si muore solo in mare, cercando di raggiungere l’Europa, ora le vittime stanno aumentando anche sulla terra ferma, in Paesi dove in passato raramente sono stati registrati fatti del genere.

Quanto è accaduto in Zambia ieri, è la fotocopia di quanto è successo poco più di un mese fa in Malawi, altro Paese di transito verso il Sudafrica, che funge da calamita per le persone più povere del resto del continente. Allora sono stati trovati 25 corpi, in avanzato stato di decomposizione, di presunti migranti etiopici.

Secondo quanto riportato dal portavoce della polizia zambiana, Danny Mwale, i corpi dei migranti sono stati scoperti da alcuni residenti dell’area, che hanno allertato immediatamente le forze dell’ordine. “Le salme sono state trasferite nell’obitorio della capitale per determinare l’esatta causa del loro decesso”, ha specificato Mwale.

Lo Zambia è una via di transito verso il Sudafrica. E’ utilizzata per lo più da persone in fuga dall’Africa orientale. Tentano così di raggiungere la più florida economia del continente, con la speranza di trovare un lavoro, pace e sicurezza.

La maggior parte della migrazione africana avviene nel continente stesso. Infatti sono oltre 21 milioni (dato certamente sottostimato) le persone ospitate in uno stato africano diverso dal loro. Nigeria, Sudafrica ed Egitto sono le mete principali. Il Sud Sudan sembra essere il Paese di origine del maggior numero di rifugiati in Africa.

Eppure in Sudafrica la situazione economica non è florida come un tempo. A causa del covid, che ha costretto il Paese a lunghi lock-down, e dell’attuale crisi globale, il tasso di disoccupazione è sempre in crescita e alla fine di agosto ha raggiunto il 33,9 per cento. Inoltre il sentimento xenofobo dei sudafricani continua a espandersi, alimentato dall’alto tasso di disoccupazione.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mediazione dei servizi marocchini: liberato cooperante tedesco rapito in Niger nel 2018

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 dicembre 2022

Dopo oltre quattro anni è finalmente terminata la prigionia del cooperante tedesco Jörg Lange, dell’organizzazione HELP. Il 63enne, laureato in ingegneria, ha lavorato per oltre 30 anni nel settore umanitario prima di essere stato rapito.

Sahel

L’uomo era stato sequestrato nell’aprile 2018 in Niger, a Ayourou, venticinque chilometri a sud di Inatès, poco distante dal confine con il Mali.

Il rapimento era stato poi confermato dal procuratore generale di Niamey, Cheibou Samna. Anche Bianca Kaltschmitt, vice direttrice della ONG tedesca, aveva comunicato all’epoca dei fatti di essere stata informata durante la notte del sequestro di un collega in Niger, ma allora non aveva volto rendere noto la sua identità.

Insomma, quattro giorni fa l’ostaggio tedesco è stato liberato in Mali. E la Kaltschmitt ha mostrato di essere davvero felice che il suo collega Lange possa finalmente riabbracciare i propri familiari dopo oltre quattro anni e mezzo in mano ai propri aguzzini.

La ONG Help ha ringraziato tutti coloro che hanno contribuito alla liberazione del loro collaboratore, in particolare l’unità di crisi del ministero degli Affari Esteri tedesco, la polizia criminale, così come le autorità e gli amici del Mali, del Niger e dei Paesi vicini.

L’autorevole settimanale tedesco Der Spiegel, ha raccontato che, considerate le circostanze, Jörg Lange sta bene. L’uomo è stato rimpatriato in Germania con un aereo militare. Il settimanale ha sottolineato che l’operatore umanitario è stato liberato grazie ai servizi segreti marocchini e ai loro contatti con i gruppi jihadisti del Sahel.

Jörg Lange operatore umanitario tedesco della ONG Help, liberato in Mali

Secondo quanto riporta la stampa tedesca, Jörg Lange, dopo il suo rapimento nel 2018, sarebbe stato venduto al gruppo terrorista Stato Islamico nel Grande Sahara (EIGS).

Durante la sua prigionia, i sequestratori avrebbero inviato diversi video dell’operatore umanitario al governo di Bonn, chiedendo un importante riscatto per la sua liberazione.

Secondo fonti di Rabat, si apprende che il tedesco è stato consegnato dai suoi aguzzini ai mediatori marocchini l’8 dicembre. Lange è stato poi portato immediatamente alla rappresentanza diplomatica di Berlino a Bamako (Mali), dove è stato preso in carico da funzionari del Bundeskriminalamt (polizia criminale tedesca).

L’unità di crisi del governo federale tedesco si è occupata del caso Lange dall’11 aprile 2018, cioè da quando l’operatore umanitario, che dirigeva la ONG “Help” in Niger, è stato preso in ostaggio da persone armate non identificate, arrivate in sella alle loro moto nella regione di Tillabéri, al confine con il Mali. L’autista nigerino del tedesco era stato poi rilasciato poco dopo.

Nel corso degli anni, l’unità di crisi ha fatto decine di tentativi per liberare Lange. Nel settembre 2018, la Bundeswehr (esercito federale tedesco) ha schierato in Niger una piccola squadra di soldati d’élite del Kommando Spezialkräfte (KSK). La squadra doveva analizzare la situazione e ponderare la possibilità di portare a casa Lange grazie a un intervento militare. Il KSK è poi riuscito a localizzare la posizione dell’ostaggio in diverse occasioni. Ma un’operazione di assalto non è mai stata presa seriamente in considerazione a causa dei rischi troppo elevati.

Diversi intermediari della regione si sono ripetutamente fatti avanti. Alcuni di loro hanno fornito a pagamento evidenze che l’ostaggio fosse ancora in vita, ma vari tentativi per liberare il tedesco sono sempre falliti. Si è sempre temuto che Lange non sarebbe sopravvissuto alle difficoltà della detenzione e alle faticose e ricorrenti marce forzate verso nuovi nascondigli.

Ora l’incubo è finalmente terminato e l’operatore umanitario è tornato a casa proprio poche settimane prima di Natale.

Secondo Armed Conflict Location & Event Data Project, dal 2015 sono stati rapiti almeno 25 stranieri e un numero imprecisato di residenti locali in tutto il Sahel.

Nella regione sono ancora nove gli stranieri tenuti in ostaggio dai terroristi, tra questi il reverendo Hans-Joachim Lohre, un sacerdote tedesco rapito a novembre nella capitale del Mali, Bamako; il giornalista francese Olivier Dubois, sequestrato nell’aprile 2021 nel nord del Mali. Lo statunitense Jeffery Woodke è in mano ai suoi aguzzini dall’ottobre 2016. Anche l’ultra ottantenne medico australiano Ken Elliott, rapito il 15 gennaio 2016 a Djibo nel Burkina Faso, insieme alla moglie Jocelyn Elliott, poi rilasciata poco dopo, non è ancora stato liberato. Mentre il cittadino rumeno, Iulian Ghergut, è stato portato via con la forza da uomini armati da una miniera in Burkina Faso nel 2015.

E infine mancano ancora all’appello tre nostri connazionali e un loro amico togolese. Rocco Antonio Langone, la moglie Maria Donata Caivano, Giovanni, figlio 43enne della coppia e il togolese sono stati prelevati da uomini armati dalla loro casa vicino a Koutiala (regione di Sikasso) nel sud del Mali a fine maggio 2022.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacithotmail.it
@cotoelgyes
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Operatore umanitario tedesco rapito in Niger

Urgentissimo/una coppia italiana testimoni di Geova rapita in Mali

 

 

La svolta epocale del calcio africano: il Marocco vola in semifinale ai mondiali Qatar 2022

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Nairobi,10 dicembre 2022

È una svolta epocale per il calcio marocchino e africano quella segnata questa sera ai (quanto mai discussi) Mondiali del Qatar dai Leoni dell’ Atlante.

La nazionale di Rabat ha sconfitto per 1-0 il Portogallo, ha fatto piangere Cristiano Ronaldo (ormai gli sconfitti sono sempre e tutti in lacrime), ma soprattutto ha fatto sognare il Maghreb, il mondo arabo, un continente intero.

I leoni dell’Atlante si impongono sul Portogallo e volano in semifinale ai mondiali del Qatar

L’impresa straordinaria è che per la prima volta una rappresentativa africana (e araba, come ci tengono a sottolineare i media arabi, Al Jazeera in testa) ha raggiunto le semifinali dei Mondiali di calcio.

Per male che vada il Marocco sarà la quarta potenza calcistica mondiale. Per bene che vada… si vedrà dopo la sfida decisiva che mercoledì 14 dicembre la vedrà opposta alla Francia, per giocarsi la finale.

In ogni caso da questa sera il sogno e “la storia continuano”, come ha titolato questa notte Moroccoworldnews.com.
Giustamente l’allenatore Walid Regragui, 47 anni, dopo aver mandato a casa il Portogallo, alla stadio Al Thumama di Doha,ha commentato: “Abbiamo battuto una grande squadra. Abbiamo scritto la storia per l’Africa. Prima della partita, ai miei giocatori avevo detto che dovevamo scrivere la storia per l’Africa. E ora sono molto, molto felice”.
La storia è stata scritta, il Portogallo dei campioni, (che ha fatto scendere in campo Cristiano Ronaldo, inutilmente per 40′ del secondo tempo), è stato ridimensionato, così come era successo con la Spagna e con il Belgio.
Parlare di sorpresa dei Leoni dell’Atlante ormai è sminuente, sbagliato è offensivo. La squadra, i cui componenti giocano quasi tutti fuori del Marocco, è perfettamente organizzata, concentrata, motivata. Ha dimostrato di saper giocare al calcio.
A decidere l’incontro di oggi è stato un colpo di testa di uno dei giocatori più esperti, l’attaccante En-Nesyri, 25 anni, ma il protagonista fondamentale si è confermato il portiere Yassine Bounou, 31 anni, non a caso riconosciuto come il miglior numero 1 del match.

La vittoria della squadra africana è stata celebrata, ovviamente, dalla folla di circa 25 mila tifosi in delirio sugli spalti dello stadio Al Thumama.

Stadio Al Thumama, Qatar

Molti spettatori erano qatarioti, l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, d’altra parte, non ha mai nascosto le sue simpatie per i Leoni. Sono numerosi i video che che lo mostrano mentre con la sua famiglia celebra il successo dei magrebini.

In Marocco e nel mondo arabo il fischio finale dell’arbitro è stato un tutt’uno con lo sventolare di bandiere, gente in strada, canti, cortei assordanti di auto. Anche il presidente palestinese Mahmoud Abbas e del Senegal, Macky Sall, hanno voluto condividere la soddisfazione dell’impresa pallonara, che ha assunto i toni di una orgogliosa rivendicazione di identità e di una forma di riscatto.

In Italia le manifestazioni di giubilo hanno coinvolto migliaia e migliaia di marocchini in molte città, sfidando anche freddo e nebbia, spesso sventolando altri vessilli africani e palestinesi.

A Torino, il punto di raccolta dei festanti è stato corso Giulio Cesare, uno dei quartieri dove la comunità magrebina è più elevata. Così è avvenuto a Roma, dove Centocelle, capitale si è trasformata in una Medina. A Bologna, Piazza Maggiore è stata invasa da bandiere rosse con il pentagramma verde.

A Loreto, nelle Marche, dove è nato il giocatore del Bari, Walid Cheddira, 24 anni, (che è stato espulso nel match odierno) è stata creata una pizza in suo onore.
Almeno 5 mila i fans dei Leoni dell’Atlante che hanno bloccato il centro di Milano e illuminato il cielo con fuochi d’artificio. Un ingente spiegamento delle forze dell’ordine era stato predisposto dalle autorità, anche per evitare il ripetersi di incidenti avvenuti il 7 dicembre dopo il trionfo sulla Spagna.
Il capoluogo lombardo ospita la terza comunità marocchina, dopo quelle rumene e albanesi.
Purtroppo, la festa del popolo magrebino e dei sostenitori italiani, è stata rovinata da un sanguinoso episodio: un tifoso nordafricano è stato accoltellato.
Costantino Muscau
muskost@gmail.com

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Nigeria: inchiesta di Reuters accusa esercito di aborti abusivi coatti su donne liberate da Boko Haram

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelyes
10 dicembre 2022

Una indagine di Reuters ha portato alla luce un programma di aborti forzati nel nord-est della Nigeria.

Secondo i  giornalisti dell’agenzia londinese, dal 2013 l’esercito nigeriano ha portato avanti sistematicamente portando avanti illegalmente un programma segreto di aborti. In base alle testimonianze raccolte, almeno 10.000 donne, ex ostaggi di Boko Haram, sarebbero state costrette all’interruzione di gravidanza una volta liberate dai militari durante i loro interventi.

Esercito nigeriano accusato di aborti illegali

Ragazze e donne, rapite dai terroristi durante incursioni nei villaggi, vengono costrette a sposare i loro aguzzini, e come gli uomini, devono convertirsi all’islam e, dopo un breve, ma intenso addestramento, sono obbligate a partecipare alle incursioni dei  miliziani di Boko Haram.

Dopo essere riuscite a fuggire o essere state liberate dai militari, le donne incinte sarebbero state sistematicamente sottoposte ad aborti forzati dietro ordine dell’esercito. Si tratta per lo più di giovanissime, molte tra loro appena adolescenti.

L’indagine svolta da Reuters si basa su molteplici documenti, testimonianze delle interessate e di membri delle forze armate nigeriane, nonché di operatori sanitari che hanno praticato le interruzioni di gravidanza.

L’esistenza di un programma di aborto gestito dall’esercito non è mai stato denunciata in precedenza. La campagna era basata sull’inganno e sulla forza fisica esercitata sulle le donne, tenute in custodia militare per giorni o settimane.

Una  trentina di giovani donne hanno raccontato a Reuters di aver ricevuto iniezioni o pillole abortive senza il loro consenso e spesso a loro insaputa, inquanto non hanno ricevuto informazioni in merito. La maggior parte delle giovani ha capito la situazione solamente quando ha iniziato a perdere sangue e contorcersi dal dolore.

Chi rifiutava la terapia imposta dai militari, veniva picchiato, minacciato con le armi e/o drogato. Altre donne ancora sono state legate per iniettarle farmaci abortivi, hanno raccontato una guardia e un operatore sanitario. La Reuters riporta anche casi di interruzioni di gravidanze chirurgiche per dilatazione e/o per raschiamento-aspirazione.

Due operatori sanitari hanno specificato ai reporter, che in alcuni casi sono state indispensabili trasfusioni di sangue, poiché le ragazze stavano per dissanguarsi.

Alcune donne non sono sopravvissute a queste pratiche forzate. Ben otto fonti, tra queste quattro militari, hanno raccontato agli autori dell’inchiesta di essere stati presenti mentre le donne morivano o di aver visto i loro corpi senza vita nelle caserme.

Naturalmente molti di coloro che hanno praticato gli aborti, hanno dichiarato di aver agito per il bene delle donne. Le future mamme avrebbero potuto avere problemi nella loro comunità, una volta dato alla luce un figlio di Boko Haram, hanno specificato.

Migliaia di donne e ragazze costrette all’interruzione di gravidanza nel nord-est della Nigeria

Christopher Musa, alto graduato dell’esercito nigeriano e responsabile della controffensiva nel nord-est del Paese, ha ovviamente respinto tutte le accuse. “E’ un insulto ai nigeriani e alla nostra cultura, che rispetta la vita. Non potremmo mai fare una cosa del genere”, ha sottolineato Musa.

Intanto il portavoce del dipartimento di Stato USA, Ned Price, ha detto che si tratta di un rapporto straziante e preoccupante. “Bisogna approfondire la questione, sono necessari ulteriori accertamenti”, ha aggiunto. Mentre ieri, il portavoce del segretario delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, Stephane Dujarric, ha chiesto alle autorità di Abuja di indagare sulle accuse riportate nel rapporto di Reuters riguardanti gli aborti forzati perpetrati  dall’esercito.

Dal 2009, inizio dell’insurrezione dei terroristi Boko Haram, sono state brutalmente ammazzate oltre 35 mila persone, 1,8 milioni sono fuggiti dagli attacchi e hanno cercato rifugio in campi per sfollati, mentre più di 280 hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgtes
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Rapite, stuprate e costrette a combattere: la vita delle donne nei campi di Boko Haram

Non solo in Africa: rapporto UNESCO accusa la corruzione, un cancro che divora la democrazia

Da Ossigeno per l’Informazione
Alberto Spampinato
Roma, 9 dicembre 2022

L’uso scorretto del sistema giudiziario (ovvero della legge, dei codici e delle corti civili e penali) per limitare la libertà di espressione e di stampa, non è un fenomeno soltanto dell’Italia. E’ un problema presente a livello mondiale e negli ultimi anni ha guadagnato terreno, grazie al silenzio e all’indifferenza generale. Lo dice una nuova ricerca dell’UNESCO, pubblicata in italiano dall’osservatorio Ossigeno per l’Informazione (leggi il documento).

Di cosa parla? Di un triste fenomeno che in Italia conosciamo bene. Da noi, fra l’altro, questo “uso scorretto” (misuse) consente che ogni anno, sebbene le accuse siano infondate, pretestuose, temerarie, almeno cinquemila querele e citazioni civili per danni da diffamazione a mezzo stampa si trasformino in strumenti intimidatori, dando vita a processi lunghi e costosi che mettono in difficoltà giornali e giornalisti che hanno correttamente esercitato la loro attività.

Minacce e intimidazioni

Questi processi si aggiungono alle migliaia di minacce e intimidazioni rivolte in altre forme, di solito violente, ai giornalisti, ai blogger, ad altri operatori dell’informazione e ai difensori dei diritti umani.

L’ osservatorio di Ossigeno per l’Informazione ha documentato pubblicamente oltre seimila intimidazioni di questo tipo negli ultimi dieci anni. Dunque noi di Ossigeno sappiamo bene di cosa si tratta. Ma non sapevamo ancora come vanno queste cose nel resto del mondo.

Notizie sgradite al potere

Vanno molto male, ci dice ora questa ricerca dell’Unesco, che indica la strumentalizzazione della giustizia da parte di chi teme la verità dei fatti come lo strumento più usato ovunque negli ultimi anni per comprimere la libertà di espressione, quel diritto fondamentale che consente ai giornalisti di pubblicare le notizie sgradite al potere e a chiunque di esprimere opinioni e critiche senza subire ritorsioni.

Da solo, questo dato impressionante dovrebbe spingere chi ancora non l’ha fatto (nel mondo politico, sindacale dell’informazione, nel parlamento e nei partiti) ad aprire gli occhi e a impegnarsi a cercare modi meno retorici di quelli finora adoperati per affrontare questo problema che ha le dimensioni di un flagello, che produce effetti molto gravi: quelli di una censura impropria, non dichiarata ma molto efficace.

Censura impropria

Questa è la parola più adatta per definire un fenomeno che permette di mettere in difficoltà i giornalisti e i dissidenti, anche nei paesi democratici, anche chi è innocente ed è costretto a dimostrarlo in un tribunale, a difendersi da accuse di presunta diffamazione, violazione della privacy o di rivelazione di questo o quel segreto.

Quale altra parola si potrebbe usare per un sistema in cui la giustizia funziona così, in cui un giudice può infliggere a un giornalista pene che gli impediscono di proseguire la sua attività?

Altri aspetti di questa ricerca dell’UNESCO aiutano a inquadrare meglio anche la situazione italiana.

Diritto all’informazione

Parliamo del sistema legislativo. Nel mondo, in 44 paesi, negli ultimi cinque anni anno proliferato nuove leggi (la ricerca ne conta 57) che non hanno tenuto conto, come e quanto avrebbero dovuto dell’obbligo di tutelare il diritto di informazione, ad esempio configurando la diffamazione come un reato e punendolo addirittura con il carcere, o trascurando le prerogative dei giornalisti, o limitando l’autonomia dei giornalisti e dei difensori dei diritti umani codificata come un diritto dai massimi trattati internazionali.

Nell’Europa centrale e orientale è aumentato il ricorso alla legge penale per punire la diffamazione, che è un reato in 15 dei 25 stati della regione, e nella maggior parte di essi prevede sanzioni detentive.

Dieci Paesi hanno abolito tutte le disposizioni generali contro la diffamazione e l’insulto e altri quattro hanno attuato una parziale depenalizzazione.

Sono rimaste in vigore leggi punitive verso chi esprime legittime critiche al potere e ai potenti e si sono diffuse – in numero sempre maggiore e in ogni paese, dice l’UNESCO – le citazioni per danni e le querele temerarie utilizzate come “schiaffi” (SLAPP) per scoraggiare chi pubblica notizie scomode e opinioni sgradite.

Bilancio insoddisfacente

Il bilancio degli ultimi dieci anni, conclude amaramente la ricerca dell’UNESCO, è insoddisfacente, ma il terreno perduto si può ancora recuperare. Come? Giornali, giornalisti, editori, difensori dei diritti devono fare meglio la loro parte.

In ogni Paese governi, forze politiche, legislatori devono accogliere e attuare le raccomandazioni loro rivolte dalle organizzazioni internazionali e richiamate in questa ricerca, innanzitutto depenalizzando la diffamazione a mezzo stampa: questa scelta fondamentale in Italia è tabù, nessuno ha finora ha voluto proporla nel nostro paese. Ma bisognerà discuterne.

Cha dire quando un’autorevole fonte qual è l’Unesco ci spiega che i problemi italiani da tempo documentati da Ossigeno, che hanno conferito all’Italia il titolo poco onorevole di paese europeo con più giornalisti minacciati e sotto scorta, sono gli stessi di molti altri paesi che finora non hanno voluto ammetterlo? E’ un incoraggiamento a continuare a osservare e documentare ciò che accade in Italia e ad  aiutare, assistere e soccorrere coloro che subiscono le conseguenze più brutali di una legislazione ingiusta e incompleta, soprattutto le vittime più deboli. ASP

Alberto Spampinato

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Kenya e Etiopia conquistano il podio; terminata la stagione delle maratone fra sorprese e sospetti

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
8 dicembre 2022

Piedi per terra e testa fra le nuvole, anzi nel pallone. Mentre tutto il mondo sportivo è preso dal campionato mondiale di calcio nel Qatar, dove le nazionali africane si sono squagliate nei campi refrigerati – a parte il sorprendente Marocco -, ci sono altri atleti del continente nero che sempre migrano, corrono e ci stupiscono.

Maratona Valencia Trinidad Alfonso

E’ successo proprio nell’ultima grande maratona della stagione, la Valencia Trinidad Alfonso (Spagna), iscritta alla più importante categoria, l’Elite Platinum Label. Una stagione dominata dai kenyani, con qualche rara eccezione.

La conferma si è avuta domenica 4 dicembre da un giovanissimo longilineo keniano, Kelvin Kiptum alla sua prima partecipazione alla gara più dura dell’atletica. Kiptum ha fermato i cronometri in 2h 01’53”. Nessun esordiente era mai stato così veloce sui 42,195 chilometri. Nella storia solo due atleti sono stati più bravi di lui al mondo: il connazionale Eliud Kipchoge (2h 01’09”), 38 anni, e l’etiope Kenenisa Bekele (2h 01’41”), 40 anni.

Kelvin Kiptum, medaglia d’oro a Velencia, terzo uomo più veloce al mondo

Lo stesso sorprendente il risultato si è avuto nella gara femminile. Anche l’etiope Amane Beriso Shankule, 31 anni, è entrata al terzo posto nella all-time list con il nuovo primato della competizione:2h14’58”.

Kelvin Kiptum e a Amane Beriso (fa parte della scuderia dell’italiano Gianni Demadonna) sono stati i trionfatori a sorpresa di quella che giustamente si fregia del titolo di essere la più veloce delle maratone. Il giovane kenyota fino al 4 dicembre non era proprio uno sconosciuto: aveva già corso per quattro volte la mezza maratona in meno di un’ora negli ultimi 4 anni. Nessuno però avrebbe potuto immaginare che sarebbe stato in grado di coprire la sua prima distanza intera nel terzo tempo mondiale della storia.

Il giovane atleta (ha compiuto i 23 anni due giorni prima della gara in Spagna) si allena per conto proprio a Chepkorio, nella contea Elgeyo Marakwet (zona sudorientale del Kenya), dove si trova anche il celeberrimo campo di addestramento (il Great Rift Valley Sports Camp) dei più forti runner del mondo.

Il secondo posto è stato conquistato dal tanzaniano Gabriel Gerald Geay (2h03’00”), 26 anni, seguito da un altro keniano, Alexander Mutiso Munyao, (2h03’29), pure ventiseienne. Appena quarto l’etiope trentunenne, campione del mondo, Tamirat Tola, in 2h03’40”.

Letesenbet Gidey, giovane etiope, ha conquistata il podio più alto alla maratona a Valencia

Quanto alle donne, la più attesa era l’etiope Letesenbet Gidey, 24 anni, primatista mondiale dei 5 mila, 10 mila metri e mezza maratona. Invece è stata staccata dalla connazionale, Amane Beriso, che aveva un personale di 2h20’, risalente al 2016. E ha stabilito sia il suo miglior tempo sia quello della competizione in 2h14’58”.

E anche lei – ripetiamo – si è confermata la terza donna nella storia a scendere sotto le 2he15, dopo il primato appartenente alla due ventottenni keniote Brigid Jepcheschir Kosgei (2h14’04) e Ruth Chepngetich (2h14’18”). Non solo: la Beriso dal 2020 al 2022 non ha corso una maratona, ha ripreso in agosto a Città del Mexico cronometrando 2h25’05” e 14 settimane dopo a Valencia percorre la stessa distanza impiegando quasi 6 minuti in meno!

Anche la seconda classificata, la Gidey, appunto, ha registrato un tempo eccezionale (2h16’49” che la rendono la sesta donna di sempre. Terza la keniana Sheila Chepkirui, 31 anni, pure lei alla sua prima maratona.

Tutti questi strabilianti risultati (fra l’altro, è la seconda volta nella storia che quattro uomini rompono la barriera delle 2h e 4’) hanno fatto arricciare il naso a molti esperti dell’atletica. Il sito Letsrun.com, che se ne intende, si è fatto interprete dei sospetti vaghi che aleggiano su queste performance.

E’ vero che né il giovane Kiptum né la Beriso sono mai stati sospettati di aver fatto uso di sostanze proibite – fa notare LetsRun.com – ma con tanti illustri precedenti messi al bando, occorre tenere alta la guardia.

Proprio alla vigilia della corsa di Valencia, il Kenya l’ha scampata bella. Da 6 anni, infatti, è nella lista dei Paesi ad alto rischio come Albania, Armenia, Georgia, Kyrgyzstan, Moldavia, Turchia, Uzbekistan e Russia.

La Federatletica kenyana temeva di essere bandita causa dell’altissimo numero di dopati che la stanno svergognando a livello mondiale (oltre 70 fino al 2022 sospesi dall’Athletics Integrity Unit (AIU), l’organismo indipendente che si occupa dei controlli. Fra essi alcuni “top runner”, come Diana Kipyokei, Lawrence Cherono e Abraham Kiptum.

Il presidente di World Athletics, Sebastian Coe, il 30 novembre, al termine della due giorni di Consiglio organizzati a Roma dalla Federazione internazionale di Atletica, ha, però, dichiarato: “Il ministro per lo Sport, Ababu Namwamba, mi ha assicurato che il governo stanzierà 25 milioni di dollari in 5 anni per combattere e sradicare il fenomeno. Siamo molto fiduciosi che tutto andrà per il verso giusto”.

Insomma, tolleranza zero, promettono in quel di Nairobi. Incrociamo le dita.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Siccità nel Corno d’Africa: muoiono di sete gli animali nei parchi nazionali del Kenya

Africa ExPress
8 dicembre 2022

La peggiore siccità degli ultimi quarant’anni, causata dai cambiamenti climatici, ha colpito almeno 4 dei 50 milioni di abitanti nel solo Kenya e sta decimando anche la fauna selvatica, elefanti, leoni, zebre, giraffe, bufali, gnu e tante altre specie, nei parchi nazionali del Paese.

Parco Amboseli, Kenya: carcassa di un elefante

Nel parco Amboseli, nel sud del Kenya, al confine con la Tanzania, la terra secca, inaridita, scricchiola sotto i piedi. Non c’è un filo d’erba, le foglie degli alberi sono ingiallite, ovunque carcasse di animali.

I ranger del Kenya Wildlife Service (KWS) del parco nazionale Amboseli, che occupa una superficie di oltre 39 mila ettari, sono disperati. L’ultima pioggia abbondante è caduta nel dicembre 2021.

Uno dei ranger ha raccontato di essere stato chiamato da un pastore nomade, che ha trovato un pachiderma già sventrato da rapaci e altri predatori. Un animale di solo 7 anni, quando l’aspettativa di vita degli elefanti è di circa 60. “Con un’ascia ho poi rimosso le zanne dell’elefante per evitare che vengano recuperate dai bracconieri. Nelle ultime settimane è un lavoro che dobbiamo compiere quasi quotidianamente”, ha precisato l’impiegato del KWS.

Già all’inizio di novembre il ministro del Turismo di Nairobi ha dichiarato che tra febbraio e ottobre 2022 sono morti oltre 200 elefanti.

Il Kenya è tra le più importanti mete turistiche del continente, soprattutto grazie alla sua fauna selvatica. E, secondo quanto dichiarato dal ministro del Turismo, Peninah Malonza, quattro stagioni consecutive di scarse piogge, hanno creato una situazione disperata in molte contee. “La siccità ha causato una significativa mortalità della fauna selvatica, soprattutto tra le specie erbivore a causa dell’esaurimento delle risorse alimentari e della scarsità d’acqua”.

Il ministro ha specificato che sono ben 14 le specie particolarmente colpite; da febbraio a ottobre sono morti a causa della siccità 205 elefanti, 381 zebre, 512 gnu, 12 giraffe.

All’Amboseli, uno dei due parchi emblematici del Paese insieme al Masai Mara, i pozzi si stanno prosciugando e i pascoli stanno diventando polvere. “Qualche tempo fa ho visto un elefante allo stremo delle sue forze, gli ho dato da bere ma era già troppo tardi. Poco dopo si è accasciato a terra, morto”, ha dichiarato un pastore masai della zona.

“Prima di questa catastrofe incontravo mandrie di elefanti ovunque nel parco – ha specificato il masai – ma ora i pozzi d’acqua si stanno prosciugando e i pascoli si sono trasformati in enormi estensioni di polvere”.

“In un’area remota del parco ho trovato corpi in decomposizione, soprattutto zebre, bufali e antilopi, ricoperti di sciami di mosche. La pozza d’acqua più vicina è a circa 30 chilometri di distanza, troppo lontana per loro”, ha aggiunto.

Per limitare la moria degli animali selvatici, all’ Amboseli i ranger portano fieno ogni due giorni. Nel Parco Nazionale dello Tsavo Est, a circa 140 chilometri a nord, il KWS ha perforato pozzi per portare l’acqua in superficie e permettere agli animali di abbeverarsi.

Africa ExPress
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Dall’Unione Europea 32 milioni di euro a Mauritania e Mozambico in aiuti militari per combattere il terrorismo

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
7 dicembre 2022

Aiuti militari a Mauritania e Mozambico nell’ambito dello Strumento europeo per la pace (EPF). Lo ha deciso lo scorso 1° dicembre il Consiglio Europeo con cinque misure di assistenza​. Gli altri tre Paesi che godono dell’assistenza EPF del Consiglio non sono africani: Bosnia-Erzegovina, Georgia e Libano.

L’esercito mauritano

Per la Mauritania offre assistenza alle Forze armate (FARIM) di quella Repubblica islamica per un valore di 12 milioni di euro. Questi fondi sono per rafforzare la FARIM e rispondere meglio alle minacce alla sicurezza che sta affrontando la Mauritania sul territorio e nella Regione.

Militari FARIM durante un'azione anti-terrorismo
Militari FARIM durante un’azione anti-terrorismo

Il Consiglio UE intende migliorare le capacità militari di due battaglioni FARIM pre-selezionati. La formazione serve a “migliorare le capacità mediche in situ del FARIM al confine con Mali, Sahara occidentale e Algeria. Vengono fornite imbarcazioni leggere, dispositivi di protezione individuale e attrezzature mediche”. L’Unione Europea è presente in Mali dal 2013.

Ruandesi in Mozambico

L’aiuto che viene offerto al Mozambico è definito “Supporto al dispiegamento della Rwanda Defence Force” nell’ex colonia portoghese oppressa dal terrorismo islamista a Cabo Delgado. Il valore dell’assistenza è di 20 milioni di euro e intende sostenere la continuazione dell’intervento dei militari delle Forze armate del Ruanda (RDF). I soldati ruandesi sono presenti nel nord del Mozambico da giugno 2021 su richiesta del presidente mozambicano, Filipe Nyusi, con mille uomini e donne. Il loro numero, nelle prossime settimane, aumenterà fino a 2.500 militari. I 20 milioni dell’Unione Europea si aggiungono agli 89 milioni di euro per assistere le Forze armate mozambicane (FADM) nella missione di addestramento UE (EUTM) e a 15 milioni in appoggio alla Missione SADC in Mozambico (SAMIM)

malinteso su 20 milioni UE per militari ruandesi in Mozambico
Il volantino che raffigura il malinteso riguardo ai 20 milioni del Consiglio UE per i militari ruandesi in Mozambico

Paura per le fake news

Intanto nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) sta circolando una pericolosa fake news. Riguarda i 20 milioni stanziati dall’UE per supportare le truppe del Ruanda in Mozambico. Fonti di Africa ExPress ci dicono che l’opinione pubblica congolese è preoccupata perché l’Unione Europea ha deciso di finanziare l’esercito ruandese. Uno scenario che evoca fantasmi del passato con la guerra del 1996.

Un volantino mostra una donna che rappresenta la RDC con lacrime di sangue. Una mano USA e UE le tappa la bocca mentre un’altra mano, con bandiera del Ruanda, ha tre dita a forma di pistola sulla tempia. Un malinteso da chiarire prima possibile visto che fondi del Consiglio UE sono destinati esclusivamente al proseguimento della missione militare ruandese a Cabo Delgado.

Aggiornamento del 7 dicembre 2022 alle 19.13
Il disegno pubblicato nell’articolo ci è stato inviato da una attendibile fonte della Repubblica Democratica del Congo (Congo-K). Un nostro lettore, attivista congolese, ha segnalato ad Africa ExPress che il disegno sta circolando in Congo-K da almeno un anno quindi non è attinente al finanziamento UE di 20 milioni di euro per l’intervento militare ruandese a Cabo Delgado. In un messaggio vocale il lettore dice che “il Ruanda sta massacrando la gente in Congo con il silenzio di opinione pubblica, media e giornalisti”. Africa ExPress non ha notizia di questi massacri da parte del Ruanda. Notizie di massacri da parte delle milizie ne abbiamo eccome e ne abbiamo scritto. Chiediamo a chi ha informazioni documentate sui massacri ruandesi di inviarcele. Chiediamo anche informazioni documentate che riguardano i finanziamenti dell’Unione Europea al Ruanda sugli interventi militari in Congo-K. Saremo ben lieti di pubblicare suddetto materiale.

 

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

Twitter:
@sand_pin
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Il Marocco entra nella storia dei mondiali. Grazie ai rigori

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
6 dicembre 2022

Qualificazione storica per i Leoni dell’Atlante in Qatar. Il Marocco per la prima volta accede ai quarti di finale dei campionati del mondo. Per la prima volta la rappresentativa calcistica magrebina è tra le prime otto del pianeta.

Sospinta da quasi 30 mila tifosi letteralmente invasati in maglia rossa, questa sera all’Education City Stadium della municipalità Al Rayyan, ha sconfitto ai rigori ed eliminato la più titolata nazionale spagnola.

I Leoni dell’Atlantide, Marocco, battono la Spagna ai rigori ai mondiali di calcio in Qatar

Erano arrivate in 5 le nazionali africane a disputarsi la Coppa del Mondo in Qatar: Camerun, Ghana, Senegal, Tunisia e ovviamente il Marocco, guidato da Walid Regragui, 47 anni, divenuto così il primo allenatore africano a condurre un Paese del continente nero ai quarti di finale.

Tutte si sono fermate agli ottavi, il Marocco invece si conferma l’unica opposizione allo strapotere calcistico delle squadre europee o sudamericane. Le altre nazionali infatti sono Brasile, Argentina, Portogallo, Croazia, Inghilterra, Svizzera, Francia, Olanda.

L’eroe della serata magica è stato il portiere Yassine Buonou, detto Bono, 31 anni, che ha parato due rigori: è cittadino canadese e gioca da 10 anni proprio in Spagna, nel Siviglia, (dopo Atletico, Saragozza e Girona) così come il compagno Youssef En-Nesyri, 25 anni.

Nato a Montreal, Bono è tornato nella terra dei genitori a 2 anni.

Yassine Buonou, giocatore del Marocco

Nel 2020 ha battuto l’Inter in Europa League. Prima della partita contro il Belgio, Bounou era sceso regolarmente in campo con i compagni, aveva cantato l’inno nazionale, ma poi aveva chiesto il cambio senza neppur cominciare la partita.

Questo perché aveva avuto un leggero malore che gli aveva provocato delle vertigini. Contro la Spagna, in verità, parando due rigori, le vertigini le ha fatte venire alle furie rosse di Madrid.

Bono è considerato il leader della squadra nazionale, assieme a quello che ha siglato il gol del K.O.: un giovane nato da genitori marocchini proprio nella penisola iberica, a Madrid, Achraf Hakimi, 24 anni, difensore del Paris Saint-Germain.

Nella grande squadra del Marocco c’è anche un italiano, Walid Cheddira, 24 anni, nato a Loreto , attaccante del Bari.

Education City Stadium, Al Rayyan, Qatar

L’originalità – chiamiamola così – della nazionale marocchina è proprio unica: la formazione scesa in campo, prima delle sostituzioni avvenute durante lo svolgimento dell’incontro finito 0-0 dopo i tempi supplementari, era composta da giocatori tutti impegnati all’estero: in Italia, Francia, Inghilterra, Spagna. Turchia.

Domenica scorsa dopo la vittoria sul Belgio, la festa dei fans magrebini a Bruxelles si era trasformata in una rivolta sociale, con scontri e devastazioni.

Le celebrazioni dopo il trionfo sulla Spagna sono “esplose” anche in diverse città italiane, ma senza incidenti.

Le celebrazioni dopo il trionfo sulla Spagna sono “esplose” a livello internazionale.

Le immagini sui social – ha scritto l’Ansa – mostrano una folla oceanica scesa in piazza nella capitale Rabat, mentre altri filmati mostrano festeggiamenti a Losanna e sulle Ramblas a Barcellona (in Catalogna vivono 300.000 marocchini, un terzo di tutta numerosa comunità residente in Spagna). Ovunque fumogeni, petardi e bandiere rosse con la stella. Marocchini in strada anche a Parigi, a Amiens, ma anche a Nizza e a Rouen.

In Italia centinaia di marocchini hanno invaso le strade a Milano, Torino, Parma, Prato…A Milano gioia incontenibile in corso Buenos Ayres, e nell’area dei grattacieli, in piazza Gae Aulenti. Petardi e fuochi d’artificio in altre parti della città. In piazza Gae Aulenti un gruppetto di tifosi, però, ha preso a calci dei divanetti bianchi, tavolini in plastica, parte dell’arredo esterno e bottiglie tirandoli verso la zona del maxischermo e lanciando per aria rifiuti e pezzi di carta.

Il video che riprende questi atti di intemperanza è stato subito commentato dal ministro Matteo Salvini: “Così festeggiano a Milano… Mi auguro che i responsabili vengano identificati e ripaghino tutti i danni”.

Prima della partita, Salvini aveva dichiarato che avrebbe tifato per la Spagna. La Questura milanese, tuttavia, in un suo comunicato non parla di avvenuti disordini o criticità.

Tornando al calcio giocato, ora tutti si domandano: fin dove arriveranno questi Leoni dell’Atlante dimostratisi insaziabili? Riusciranno il 10 dicembre a divorare il Portogallo, prossimo avversario, che ha demolito la Svizzera per 6-1?

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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