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Distruzione e morte: in Libano si rischia una nuova Gaza

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Iran: smentite, conferme e bombardamenti incrociati impediscono la pace

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Libia: un progetto della Chiesa Valdese per garantire protezione ai bambini

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Speciale per Africa ExPress
Giorgio Vizioli
Milano, 20 dicembre 2022

Quattro unità mobili di intervento a Tripoli e a Sabha per fornire accoglienza protetta, sostegno psicosociale, servizi educativi formali e integrativi. L’Otto per Mille Valdese e Metodista sostiene il progetto InterSos per garantire protezione e istruzione ai bambini in Libia.

Piccoli migranti in Libia

Raggiungere i minori vulnerabili in aree di difficile accesso e forte carenza di servizi, garantendo ai bambini protezione e possibilità d’istruzione e tutelandone l’integrità fisica e psicologica.

È questo l’obiettivo delle quattro unità mobili messe in campo dall’organizzazione umanitaria italiana InterSos in Libia, nell’ambito di un progetto supportato anche dai finanziamenti dell’Otto per Mille delle Chiese Valdesi e Metodiste.

Il progetto prevede l’organizzazione di squadre mobili di intervento, che lavorano in sinergia con le attività dei centri “Baity” (in arabo: “casa mia”) di Tripoli e Sabha (nella parte centro-meridionale del Paese): spazi sicuri che garantiscono ai minori accoglienza protetta, sostegno psicosociale, servizi educativi formali e educazione non formale e integrativa.

Baity Center, Tripoli

“A undici anni dall’inizio del conflitto – spiega Salvo Maraventano, vicedirettore regionale – la Libia è ancora in una situazione di instabilità e di pesante crisi umanitaria. In questo contesto, l’accesso all’istruzione è un problema grave: basti pensare che, fino alla metà del 2021, la chiusura delle scuole ha interessato 1,3 milioni di bambini. Nel 2021, sono stati 160 mila i minori e 5.600 gli insegnanti che hanno avuto necessità di assistenza educativa. A soffrire maggiormente sono le famiglie dei migranti e dei rifugiati, quasi la metà delle quali, tra quelle con figli in età scolare, non possono mandare i ragazzi a scuola per ragioni economiche, barriere linguistiche, mancanza di documenti”.

“Abbiamo voluto dare il nostro supporto a questo progetto – spiega Manuela Vinay, responsabile Ufficio Otto per Mille Valdese – perché rientra pienamente nei criteri in base ai quali valutiamo le iniziative da sostenere: in un approccio integrato, infatti, il progetto mette al centro le persone bisognose di sostegno, ossia i ragazzi tra i sei e i 18 anni, facendosi carico dei percorsi individuali e sensibilizzandoli sui temi della violenza di genere e della salute riproduttiva rivolte a donne e ragazze adolescenti”.

“Tra i nostri valori – conclude Manuela Vinay- l’istruzione e la cultura occupano da sempre un posto fondamentale, sia simbolico sia dal punto di vista effettivo, perché le consideriamo strumenti essenziali per una vita spirituale piena. È quindi con grande entusiasmo che abbiamo accolto la possibilità di sostenere un progetto finalizzato a favorire la scolarizzazione di tanti bambini e ragazzi costretti a vivere in condizioni così problematiche”.

Giorgio Vizioli
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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La Glencore accetta di risarcire 180 milioni di dollari per corruzioni commesse in Congo-K

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Dicembre 2022

La Glencore, multinazionale anglo-svizzera con sede a Baar (Svizzera), ha raggiunto un accordo con le autorità della Repubblica democratica del Congo per il pagamento di 180 milioni di dollari di risarcimento, che “copre tutte le rivendicazioni presenti e future derivanti da presunti atti di corruzione da parte del gruppo”, dal 2007 al 2018.

Ciò include le attività in alcuni business del gruppo che sono stati oggetto di varie indagini da parte, tra gli altri, del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (“DOJ”) e della National Financial Intelligence Unit e del Ministero della Giustizia della RDC. Il valore delle azioni quotate alla borsa di Londra non ne ha risentito, infatti, è cresciuto. 

“Glencore è un investitore di lunga data nel Congo-K – ha affermato il presidente del gruppo Kalidas Madhavpeddi in un comunicato – ed è lieta di aver stipulato questo accordo per affrontare le conseguenze della sua condotta passata”.

Il n.1 della Società ha anche assicurato  l’impegno a lavorare con le autorità e altre parti interessate per una buona governance e pratiche commerciali etiche ed ha anche evidenziato che oggi la società ha un consiglio di amministrazione e un gruppo dirigente rinnovati. 

La multinazionale produce o commercializza 90 materie prime, con oltre 135.000 dipendenti operanti in più di 35 Paesi e con un fatturato 2017 di oltre cento miliardi di dollari.

Nella RDC possiede in particolare la miniera di cobalto di Mutanda, dalla quale si estrae un quarto dell’intera produzione mondiale del minerale, di cui il Paese è il primo produttore globale, ed è proprietaria del 75 per cento della Kamoto Copper Company (Kcc), una joint venture con grande progetto per l’estrazione di rame e cobalto, con la congolese Gecamines (20%) e l’australiana Simco (5%), per l’estrazione del rame oltre che del cobalto.

RDC, Mutanda, miniera di rame

Anche le miniere di rame congolesi di Mutanda e Katanga contribuiscono ai grandi profitti della Società  

Le accuse di corruzione nei confronti di Glencore non interessano  solo l’ex colonia belga, ma anche altre nazioni africane e sudamericane (Brasile e Venezuela), per le quali il colosso svizzero è finito sotto inchiesta da parte delle autorità statunitensi, britanniche e brasiliane. 

A maggio, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha affermato che Glencore aveva ammesso di aver cospirato per pagare circa 27,5 milioni di dollari a terzi per assicurarsi “vantaggi commerciali impropri” in Congo-K. 

La multinazionale non è nuova ad episodi simili. Nel maggio scorso – secondo la tv svizzera – ha dovuto pagare  700,7 milioni di dollari al Dipartimento della Giustizia USA e 485,6 al Commodity Futures Trading Commission (Autorità di sorveglianza dei mercati delle materie prime) per aver manipolato i prezzi dell’olio combustibile negli Stati Uniti.

Altri 40 milioni di dollari saranno pagati al Brasile per la corruzione connessa a Petrobras (Petróleo Brasileiro, società petrolifera locale).  Anche in questo caso, però, le sanzioni, non hanno influenzato negativamente l’andamento del titolo, in quanto l’accordo elimina incertezze sul futuro della società. 

Un tribunale inglese a novembre di quest’anno ha condannato la multinazionale al pagamento  di 182,9 milioni di sterline  per tangenti, inoltre sono state confiscate 93,5 milioni di sterline, denaro  ottenuti illecitamente.

Glencore ha infatti amesso di aver pagato mazzette per 28 milioni di dollari a funzionari di Camerun, Nigeria, Costa d’Avorio, Guinea Equatoriale e Sudan del Sud, in cambio di contratti petroliferi molto vantaggiosi.

In questo modo, Paesi fra i più poveri del mondo si sono visti depredati delle loro ricchezze  e senza che governi corrotti ne paghino le conseguenze.   

La società, comunque, ha dichiarato di aver fatto pulizia al suo interno e di non essere più quella di una volta quando avvenivano pratiche “inaccettabili”. 

Da anni la multinazionale è al centro di diversi scandali, non solo tangenti, ma anche disastri ambientali e violazioni dei diritti umani.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Sventato altro colpo di Stato in Gambia: arrestati quattro militari

Africa ExPress
21 dicembre 2022

Stamattina le autorità del Gambia hanno annunciato di aver sventato un colpo di Stato. Quattro militari, che avrebbero tentato di rovesciare il governo del presidente Adama Barrow e sono stati arrestati martedì dall’alto comando delle forze armate del piccolo Paese, che conta poco più di 2,5 abitanti.

Quattro militari arrestati dall’alto comando delle forze armato

Sta di fatto che, grazie al lavoro dell’intelligence del Gambia, un’enclave del Senegal, anche questa volta il putsch non è stato portato a termine. Finora le autorità non hanno reso noto dettagli sui cospiratori e se questi fossero legati in qualche modo al vecchio regime di Yahya Jammeh.

Yahyah Jammeh, ex dittatore del Gambia

Già nel 2017, solo un anno dopo le elezioni vinte ampiamente Barrow, otto militari avevano complottato contro l’attuale capo di Stato, con il tentativo di far tornare al potere l’ex dittatore Yahya Jammeh, a tutt’oggi in esilio in Guinea Equatoriale. Ovviamente ospite di un altro despota, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, classe 1942, che il mese scorso ha vinto le presidenziali per un sesto mandato.

Jammeh ha preso il potere con un colpo di Stato nel 1994 e ha sventato diversi golpe prima di perdere le elezioni alla fine del 2016, vinte, appunto da Barrow.

Nel 2016 la vittoria di Barrow è stata considerata dal mondo intero come un grande passo verso la democrazia. Oggi il presidente, al suo secondo mandato, deve confrontarsi con non pochi problemi: la popolazione non è soddisfatta del suo governo perché non è stato in grado di abbattere la povertà e il costante aumento del costo della vita.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Gambia, volevano restaurare il dittatore: condannati otto ex militari

Gambia: Jammeh abbandonato da tutti va in esilio. Gli succede Adama Barrow

Kenya: pioggia di espulsioni per doping nell’atletica

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Nairobi, 20 dicembre 2022

Fino al 19 dicembre aveva fatto sensazione la notizia che era stato sospeso per 2 anni Mark Otieno Odhiambo, 29 anni, il secondo centometrista più veloce della storia keniana e per 3 anni le due fondiste Alice Jepkemboi Kimutai, 30 anni, e Johnstone Kibet Maiyo, 34 anni.

Scandalo doping in Kenya

Ancor più clamorosa però è stata il giorno dopo, il 20 dicembre, la comunicazione da parte dell’Athletics Integrity Unity che altre due campionesse erano state “beccate”: la vincitrice della prestigiosa maratona di Boston nel 2021, Diana Chemtay Kipyokei, 28 anni, e Purity Cerotich Rionoripo, 29 anni, vittoriosa a Praga, Lisbona, Parigi…
La prima è stata bandita per 6 anni, la seconda per 5 anni.
Salgono così a 62 gli atleti kenyani che non potranno gareggiare in nessuna parte del mondo nei prossimi 4 anni, dal 2023 al 2028, col rischio di vedere finire molte carriere.Tanti ne segnala l’elenco ufficiale dell’Athletic Integrity Unity (AIU), l’organismo indipendente dell’Atletica Mondiale, con sede a Monaco di Baviera, che affronta tutte le tematiche relative all’ integrità nell’Atletica (dalle violazioni delle norme sul doping alla corruzione etc).
Appena un mese fa l’Atletica del Kenya aveva rischiato di fare la fine della Russia: quella di essere il secondo Stato a essere squalificato per doping. Si era salvata per il rotto della cuffia, solo perché il ministro degli Sport aveva garantito un investimento di 5 milioni di dollari nei prossimi anni per combattere quella che è diventata una piaga: l’uso di sostanze dopanti.
Purtroppo non è un flagello che colpisce Nairobi, il sospetto dilaga sempre e ovunque. La lista dell’Aiu comprende – per dire – anche 17 italiani. Con solo qualche nome famoso, sperando che resti tale.
Sorprende che dei 5 atleti kenyani puniti ben 4 siano donne. E tutte di un certo livello. Della Kipyokei e della Rionoripo abbiamo detto sopra. Ma anche la Jepkemboi e la Maiyo Kibet non sono da sottovalutare. Jepkemoi si era appena aggiudicata (il 6 novembre) la Porto Marathon, in Portogallo, (nel 2015 si era aggiudicata la mezza maratona di Cremona). È stata presa con il Testosterone nel corpo.
Alla Maiyo Kibet, invece, è stato rilevato l’Epo nel sangue. Vanta, fra l’altro, un successo in Cina nel 2016, proprio nella città che tre anni dopo sarebbe diventata “famigerata” per il COVID 19: Wuhan!

Appare anche un po’ penosa, secondo quanto scrive l’AIU, la vicenda della Kypiokei e Rionoripo.
Diana nell’ottobre 2021, dopo essersi imposta a Boston, una delle maggiori maratone mondiali, fu accusata di doping. E ancor più stupita è apparsa quando è stata incolpata dagli investigatori antidroga di aver utilizzato come antinfiammatorio il Triamcinolone Acetonide (sostanza vietata) prescrittole dall’ospedale.
Peccato che a un approfondimento delle indagini sia risultato che avesse modificato la prescrizione….Stesso peccato impuro in cui è incorsa la Purity: si è servita del diuretico proibito Lasix per lenire il dolore alla caviglia, indicatole da…se stessa. Aveva infatti falsificato la ricetta ospedaliera. Ha ottenuto, però, uno sconto della squalifica, da 6 a 5 anni, perché ha ammesso la sua “colpa”.
Una riduzione da 3 a 2 anni è stata concessa anche al medagliato mondiale, Otieno Odhiambo, secondo uomo più veloce del Kenya (primato 10.05, dietro Ferdinand Omanyala che il tempo di 9”77).
Faceva parte della staffetta 4×200 che ha vinto la medaglia d’argento in un campionato mondiale svoltosi a Chorzov, in Polonia, nel 2021.
Alle Olimpiadi di Tokyo era stato fermato alla vigilia della gara dei 100 metri, perché risultato positivo al Methasterone, uno steroide anabolizzante.
Il velocista ha fatto appello, dichiarando che si era trattato di un uso involontario legato alle modalità di prelievo dei campioni esaminati.E’ stato creduto e ha potuto esultare sui social perché era stata riconosciuta la sua buona fede. In un messaggio ha ringraziato la moglie e gli amici che si sono fidati di lui: la sua carriera sarebbe andata distrutta se fosse stato scambiato per un dopato.
Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Lotta al terrorismo nel Sahel: Berlino pone condizioni per non ritirare le sue truppe dal Mali

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
19 dicembre 2022

Il ministro della Difesa tedesco, Christine Lambrecht, si è recata a Niamey e a Bamako, nel Sahel, per accertarsi di persona della situazione in Niger e in Mali, prima di prendere decisioni affrettate su un eventuale ritiro delle truppe di Berlino.

Il ministro della Difesa tedesco, Christine Lambrecht, con le truppe tedesche di MINUSMA in Mali

A fine novembre un portavoce del governo tedesco aveva paventato un possibile ritiro dei militari tedeschi dal contingente di pace dell’ONU (MINUSMA) in Mali, per la fine del 2023. MINUSMA è stata lanciata nel 2013 per rafforzare la sicurezza nel Paese, afflitto da attacchi jihadisti e i tedeschi sono attualmente presenti con 1.100 militari.

Alla fine della sua visita di tre giorni, la Lambrecht si è espressa favorevolmente sul fatto che la Bundeswehr resti nel Sahel per continuare la lotta contro il terrorismo. In particolare la cooperazione con il Niger, dove i tedeschi hanno una base aerea nella capitale Niamey, deve assolutamente essere sostenuta: “E’ un nostro dovere, come europei e tedeschi”.

Il ministro ha detto inoltre che il suo governo darà anche il suo sostegno all’addestramento dei soldati nigerini, missione annunciata pochi giorni fa da Bruxelles.

Infatti, secondo la Lambrecht, vanno assolutamente sostenute la formazione e la logistica. “Vogliamo continuare a contribuire con successo alla stabilizzazione di questa regione”. E ha aggiunto: “La precedente operazione europea Gazelle, che terminerà alla fine dell’anno, è un modello da seguire”. Durante tale missione i soldati tedeschi hanno addestrato le forze armate nigerine nella lotta contro i jihadisti.

Christine Lambrecht, ministro della Difesa di Berlino con il suo omologo nigerino Alkassoum Intatou

Nell’ambito della cooperazione bilaterale la Germania vuole contribuire alla costruzione di un ospedale militare, aperto anche alla popolazione civile.

L’omologo nigerino, Alkassoum Intatou, ha rassicurato la Lambrecht, che il suo governo non intende assolutamente richiedere la collaborazione dei mercenari russi di Wagner, come ha fatto la giunta di transizione militare maliana, capeggiata da Assimi Goïta.

In Mali, invece, gli attuali mandati nell’ambito di MINUSMA e EUTM (European Union Training Mission) non possono essere portati avanti con le condizioni attualmente in vigore. In particolare per quanto concerne l’EUTM, alla luce dei recenti fatti, come il massacro di 300 civili a Moura, ha specificato la Lambrecht.

A Bamako il ministro tedesco ha confermato che è prevista la permanenza della Bundeswehr nell’ambito di MINUSMA fino a maggio 2024. La Lambrecht ha tuttavia chiarito che devono essere assolutamente soddisfatte alcune condizioni: tra queste che si tengano davvero le elezioni nel febbraio 2024, come previsto.

Il secondo requisito è che la Bundeswehr sia anche in grado di poter effettuare voli di ricognizione. Nelle ultime settimane la giunta militare ha ripetutamente vietato il decollo del drone da ricognizione Heron.

Va ricordato, inoltre, che a fine novembre è stato rapito nella capitale Bamako un religioso tedesco, Hans Joachim Lohre. Mentre pochi giorni fa è stato liberato un connazionale del sacerdote, Joerg Lange, un cooperante, in mano ai jihadisti dal 2018.

Cornelia Isabel Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mazzette per 1,9 miliardi di euro in Mozambico, 12 anni al figlio dell’ex presidente e a due capi dello spionaggio

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
20 dicembre 2022

“Debito occulto” (1,9 miliardi di euro), così è stato chiamato il processo contro i personaggi eccellenti della Repubblica Popolare del Mozambico. Dopo 16 mesi dal suo inizio è terminato con 11 colpevoli su 19 imputati. Tra i condannati anche Ndambi Guebuza, primogenito del 79enne Armando Guebuza, ex generale e penultimo capo dello Stato mozambicano.

La sentenza, emessa dal giudice Efigenio Baptista a Ndambi e altri tre imputati, è stata di 12 anni di reclusione. È la pena più alta, ma lascia insoddisfatti troppi mozambicani.

I compagni di corruttela di Guebuza sono Antonio Carlos do Rosario e Gregorio Leao, ex capi dell’intelligence mozambicana (SISE), e Angela Leao, moglie di Gregorio. Le accuse sono: appropriazione indebita, riciclaggio di denaro e altri reati.

Le prove contro Ndambi

Durante il processo, Ndambi Guebuza – nonostante le prove evidenti – ha sempre negato tutte le accuse accompagnate dai “non ricordo”. Secondo il tribunale le prove indicano che l’accusato ha accettato le tangenti per influenzare il padre presidente.

Si trattava di un progetto – andato a buon fine – per l’acquisto di 39 imbarcazioni da un’azienda francese: 24 pescherecci (mai utilizzati) e 15 motovedette militari. Gli altri sette imputati hanno avuto pene tra i 10 e i 12 anni. I rimanenti otto sono stati assolti. Il tribunale ha stabilito che i condannati dovranno restituire tutto il denaro.

debito occulto Ndambi Guebuza
Ndambi Guebuza, durante il processo che lo ha condannato a 12 anni per corruzione

I fatti risalgono al periodo della presidenza di Armando Guebuza al suo secondo mandato (2010-2015). Lo scandalo dei debiti è stato scoperto nel 2014 quando l’attuale presidente, Filipe Nyusi, era ministro della Difesa, anch’egli chiamato in causa nel processo.

Le prove confermano che tre società statali mozambicane hanno preso in prestito 2 miliardi di euro da banche straniere. Nel 2016 la scoperta che il prestito era stato chiesto senza l’approvazione del Parlamento mozambicano.

L’opposizione: giustizia debole con i forti

“La giustizia è forte con i deboli ma debole con i forti”. Lo afferma alla testata Deutsche Welle Augusto Pelembe, portavoce del Movimento Democratico de Moçambique (MDM) terza forza politica del Paese, all’opposizione.

“Nei processi precedenti per appropriazione indebita di fondi pubblici – ha commentato – le pene per quantità di denaro molto minori sono state da 16 a 20 anni. Ci sono 30 milioni di mozambicani che stanno soffrendo a causa dei costi del debito occulto. Questo debito ha indebolito il nostro sistema sanitario, la nostra economia e il nostro sistema educativo. È difficile per noi mozambicani – e per noi di MDM – capire perché il nostro sistema giudiziario non abbia applicato pene massime da 20 a 24 anni”.

debito occulto l'ex ministro delle Finanze mozambicano Manuel Chang in tribunale a Johannesburg
L’ex ministro delle Finanze mozambicano Manuel Chang in tribunale a Johannesburg

Limbo sudafricano per Manuel Chang

Mentre si è concluso il processo di Maputo, continua il braccio di ferro tra gli Stati Uniti e il Mozambico sull’estradizione di Manuel Chang. Chang, ex ministro mozambicano delle Finanze, arrestato a Johannesburg nel 2018 su richiesta USA, è in prigione come in un limbo. È colui che ha firmato tutti i documenti per avere il pesante prestito. Negli Stati Uniti è accusato di frode a cittadini americani e riciclaggio di denaro. L’ultima decisione del tribunale sudafricano era stata l’estradizione dell’ex ministro a Maputo ma la società civile mozambicana ha fatto ricorso. Vuole che venga giudicato negli USA perché non ha fiducia nella Giustizia mozambicana. E forse non ha tutti i torti.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

Twitter:
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Sudafrica, USA insistono: “Ex ministro mozambicano deve essere processato prima da noi”

Mozambico e “Debiti occulti”: 12 milioni a Ndambi ma il figlio dell’ex presidente nega

Società civile mozambicana blocca estradizione dell’ex ministro corrotto Manuel Chang dal Sudafrica a Maputo

Misterioso complotto in Centrafrica: Mosca accusa Parigi di tentato omicidio di un capo dei mercenari Wagner

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
17 dicembre 2022

Il fondatore del gruppo Wagner, Evgueni Prigojine, ha accusato la Francia di aver tentato di assassinare nella Repubblica Centrafricana uno dei responsabili della società privata di mercenari russi, presenti nel Paese dal 2018.

Evgueni Prigojine, fondatore del gruppo paramilitare russo Wagner

Secondo la TASS, l’agenzia di stampa di Mosca, Dimitri Sytyi, sarebbe stato ferito gravemente il 16 dicembre 2022, dopo l’esplosione di un pacco bomba. Il pacchetto sarebbe stato inoltrato presso il centro culturale russo di Bangui. Parigi ha rinviato al mittente tutte le accuse.

Dimitri Sytyi, responsabile del centro culturale russo nella capitale centrafricana Bangui, sarebbe stato ferito gravemente. Ora è ricoverato in ospedale. Non è stato specificato se sia stato evacuato in Russia o se si trovi in una struttura del luogo.

Dimitri Sytyi, esponente di Wagner nella Repubblica Centrafricana

Sta di fatto che il Sytyi non è solamente il responsabile del centro culturale russo a Bangui, ma anche dirigente della società mineraria Lobaye Invest e figura di spicco di Wagner in Centrafrica.

Prigojine, molto vicino a Putin, non ha perso tempo a puntare il dito contro Parigi. Tramite il canale Telegram ha raccontato che Sytyi, un attimo prima di perdere conoscenza, avrebbe detto di aver letto il messaggio incluso nel pacco: “E’ per lei, da parte di tutti francesi. I russi lasceranno l’Africa”.

L’oligarca russo ha anche precisato di aver chiesto al ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, di aprire una procedura volta a dichiarare la Francia come uno Stato sponsor dei terroristi.

Dal canto suo il ministero degli Esteri russo ha specificato che si tratta di un atto criminale con l’obiettivo di danneggiare le relazioni amichevoli tra Mosca e Bangui, senza nominare però il presunto committente.

Giovedì scorso hanno lasciato il Centrafrica gli ultimi 47 militari francesi. Nell’estate del 2021 la Francia ha deciso di sospendere la cooperazione militare con Bangui, considerata complice di una campagna antifrancese orchestrata dalla Russia. E Parigi accusa regolarmente i paramilitari russi di commettere abusi contro i civili e di predare le risorse della Repubblica Centrafricana.

Gli ultimi soldati francesi lasciano la Repubblica Centrafricana

Secondo quanto riporta ISS (Istituto di studi sulla sicurezza africana, con sedi in Sudafrica, Kenya, Senegal e Etiopia) in un suo articolo delle scorso gennaio, un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha scoperto che Wagner e la società russa Lobaye Invest SARLU (che ha ottenuto concessioni minerarie per oro e diamanti) sono “interconnessi”. Inoltre, l’International Crisis Group ha sottolineato che esiste un legame diretto tra i media russi, la Lobaye e Prigozhin.

Nel 2019 il governo di Bangui ha ritirato la licenza alla società canadese AXIMIN per il giacimento aurifero di N’dassima, ora in mano ai russi. Il presidente Faustin-Archange Touadéra è in grande difficoltà per appianare una situazione a dir poco spiacevole, in quanto i canadesi non hanno accettato di buon grado il fatto di essere stati messi alla porta da un giorno all’altro.

Cornelia Isabel Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Centrafrica ha abolito la pena di morte mentre i mercenari russi continuano a perseguitare i civili

Centrafrica: Human Rights Watch accusa mercenari russi di esecuzioni, torture e pestaggi civili

Arrestati 4 caschi blu (uno è italiano) della missione ONU in Centrafrica: scambio di accuse con i mercenari russi

Centrafrica: pioggia di sanzioni dell’Europa sui mercenari di Mosca

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Guerra dimenticata in Sud Sudan: ancora stupri, massacri e gente in fuga

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
16 dicembre 2022

Il nuovo alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk (ha preso il posto di Verónica Michelle Bachelet Jeria alla fine del suo mandato, a ottobre 2022), avvocato austriaco e funzionario dell’ONU, è molto preoccupato per le ostilità che si stanno consumando nel Upper Nile state nel Sud Sudan.

Persone in fuga in Sud Sudan

Türk ha chiesto alle autorità di Juba e ai politici locali di agire quanto prima per mettere fine allo spargimento di sangue e ha aggiunto: “E’ indispensabile che il governo sud sudanese apra immediatamente un’inchiesta indipendente, i responsabili devono rispondere di queste atroci violenze in conformità del diritto internazionale.

Intanto sul campo le violenze vanno oltre l’immaginabile. Da giugno a oggi nello stato del Upper Nile sono state brutalmente ammazzate oltre 160 civili (cifra probabilmente sottostimata), altri 20 mila hanno lasciato le proprie case a causa delle continue aggressioni.

I contrasti sono per lo più dovuti a divergenze e scontri tra comunità locali a causa di dispute per pascoli, acqua, terreni coltivabili e altre risorse. Da allora almeno 3.000 persone sono fuggite nel vicino Sudan, intensificando ulteriormente la crisi dei rifugiati del Sud Sudan, tra le più grandi dell’Africa.

Il 30 novembre scorso è stato attaccato anche il campo per sfollati di Shillouk, ad Aburoc: oltre 9.000 persone sono state sloggiate nuovamente. La maggior parte si nasconde ora nelle paludi dei dintorni.

L’instabilità politica del Paese non fa altro che inasprire i contrasti tra le comunità e secondo l’UNHCR i combattimenti iniziati ad agosto in un villaggio dell’Upper Nile si sono diffusi in altre parti dello Stato e in alcune zone del Jonglei e l’Unity state, ricco di giacimenti petroliferi.

Gran parte delle persone fuggite sono donne e bambini. Un numero importante dei piccoli è stato separato dalle loro famiglie.

Il presidente del Sud Sudan Salva Kiir

Chi è scappato è visibilmente traumatizzato – ha specificato l’UNHCR – e ha raccontato che molte persone in fuga sono state ammazzate o ferite. Non si possono contare le donne stuprate. C’è chi è stato rapito, altri hanno subito estorsioni. A molti è stato portato via tutto e le loro proprietà sono state incendiate.

Un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha accusato le autorità del Sud Sudan di aver ignorato stupri di gruppo e altri gravi abusi come decapitazioni, persone bruciate vive, nella regione dell’Upper Nile. Secondo l’ONU, alcune delle bambine che hanno subito violenze sessuali avevano appena 9 anni.

La Commissione per i diritti umani del Sud Sudan a fine novembre ha spiegato di avere ragionevoli motivi per ritenere che un commissario di una contea del Unity State abbia persino orchestrato stupri di gruppo in un campo militare. Le violenze sessuali durante i conflitti sono il risultato evidente di impunità perpetue.

Conflitti etnici, Sud Sudan

Il ministro dell’informazione e portavoce del governo di Juba, Michael Makuei, ha negato tutto, dichiarando che si tratta di rapporti falsi, fabbricati ad hoc per screditare le autorità sud sudanesi.

Eskinder Debebe, rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha sottolineato lungo lo strategico corridoio del Nilo si consumano scontri etnici e ha condato le violazioni dei diritti umani e abusi di ogni genere e sfollamenti su larga scala.

Debebe ha poi aggiunto che le tensioni segnalate negli stati del  Upper Nile, Warapp, Jonglei e Equatoria Centrale continueranno a crescere con l’avvicinarsi della data delle elezioni, previste per il 2024. E l’attuale presidente, in carica dal 2011, dall’indipendenza del più giovane Stato della terra è ovviamente tra i candidati alla presidenza.

Intanto 1,4 milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione grave. E, in questo Paese, colpito da importanti inondazioni per il quarto anno consecutivo, il 71 per cento della popolazione, ossia 8,9 milioni di persone, necessita di aiuti umanitari.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Scandalo in Belgio: all’asta ma subito ritirati 3 teschi dell’era coloniale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I.Toelgyes
14 dicembre 2022

Il 28 novembre la casa d’aste belga Vanderkindere, con sede a Bruxelles, annunciava sul sito Drouot.com la vendita all’asta di tre teschi dell’era coloniale.

Belgio: Proposta di vendita all’asta di 3 crani dell’era coloniale

“Lotto di tre teschi umani: un teschio antropofago di Bangala (RD Congo) con incisivi appuntiti, un altro del capo arabo Muine Mohara ucciso dal sergente Cassart ad Augoï il 9 gennaio 1893 e decorato con un gioiello frontale, un frammento di teschio raccolto al “Figuier de la mort” nel villaggio di Bombia nella provincia di Mongala (RD Congo), dal dottor Louis Laurent il 5 maggio 1894. Con vecchie etichette di collezione. Provenienza: ex collezione del dottor Louis Laurent a Namur. Periodo: XIX secolo”.

I prezzi  proposti variavano da 750 a 1.000 euro e il lotto 404 è stato catalogato e inserito nella categoria: “Arte e antichità”.

L’annuncio dell’asta ha suscitato molto scalpore nel Paese, in particolare nella diaspora congolese presente in Belgio e ha sollevato non poche questioni etiche, specie dopo la pubblicazione di un articolo su Paris Match Belgique, a firma di  Michel Bouffioux, un giornalista che da anni si occupa di inchieste su reperti umani coloniali.

Paris Match Belgique ha poi annunciato in un secondo articolo, pubblicato il 30 novembre, che la casa d’aste, dopo minacce di denuncia, ha cancellato non solo la vendita pubblica del lotto 404, prevista per il 14 dicembre 2022, ma la Vanderkindere ha fatto sapere che vorrebbe acquistare i resti umani dagli attuali proprietari per poterli rimpatriare quanto prima.

Sarà una pura coincidenza, ma la vendita è stata annunciata lo stesso giorno della pubblicazione di un’inchiesta del New York Times riguardanti 18 mila teschi conservati al Musée de l’Homme di Parigi.

L’articolo del quotidiano americano ha denunciato la riluttanza dei francesi nel voler dichiarare l’appartenenza e l’origine di alcuni teschi africani, australiani e indiani d’America che si trovano nei sotterranei del museo.

Resti umani nei sotterranei del Musée de l’Homme, Parigi, Francia

Il collettivo belga Mémoire coloniale ha chiesto al governo di Bruxelles il sequestro dei teschi in mano alla casa d’aste per poterli autenticare e stabilire la causa della morte.

Dopo l’annuncio del collettivo di voler presentare una denuncia per “occultamento di cadavere”,  il banditore Vanderkindere, Serge Hutry, ha voluto specificare: “Si tratta di una vendita legale, in quanto in Belgio non esiste una legislazione in merito. Per anni sono stati venduti teschi umani, arricchiti di brillanti e altro, a Parigi, Londra, Bruxelles e mai nessuno si è preoccupato per questo”.

Secondo il Paris Match Belgique, si sta discutendo a livello politico di una nuova legge e si spera che il legislatore decida di vietare il commercio o il possesso di resti umani nel Paese.

Il clamore suscitato dall’annuncio della vendita proposta a Bruxelles sembra però contraddire l’inchiesta del New York Times per un particolare importante. Il quotidiano newyorkese ritiene che la situazione sia migliore altrove in Europa rispetto alla Francia.

Ma nello stesso Belgio, almeno 300 teschi africani sono ancora nelle mani di istituzioni pubbliche o in possesso di collezionisti privati. Il cranio del re Lusinga, decapitato dal generale belga Emile Storms nel 1884 nella ex colonia e poi portato in Belgio come trofeo di caccia, è tutt’ora nel Museo di Scienze Naturali. Un gruppo di accademici congolesi ha chiesto da tempo la sua restituzione.

Il progetto Human Remains Origins Multidisciplinary Evaluation (HOME), che riunisce scienziati di sette musei e università della monarchia, tra cui l’Africa Museum di Tervuren, è stato lanciato alla fine del 2019 con un finanziamento del governo belga per esaminare la questione dei reperti umani coloniali presenti nel Paese.

L’Olanda ha restituito nel 2009 la testa decapitata e conservata in formaldeide di Badu Bonsu II, un re ghanese, ucciso nel 1838. I resti sono stati trovati casualmente nelle collezioni di anatomia della facoltà di medicina di Leiden dallo scrittore Arthur Japin, che ha immediatamente allertato la rappresentanza diplomatica di Accra all’Aja, sede del governo olandese.

Ma anche questa ex potenza coloniale detiene ancora almeno 40mila resti umani originari dalle Indie Orientali Olandesi (attuale Indonesia). Si tratta per lo più di ossa portate in patria dal medico e anatomista olandese, Eugène Dubois.

Tra i suoi “trofei” c’è anche una calotta cranica preistorica di un giovane indonesiano, testimone dell’anello mancante nell’evoluzione dalla scimmia all’uomo. Da anni tale reperto umano è oggetto di aspre controversie tra l’Aja e Giacarta.

Leopoldo II, re del Belgio

Solo l’idea di vendere all’asta i resti dei popoli colonizzati da Leopoldo II, uno dei monarchi più crudeli che l’Europa abbia mai prodotto e che l’Africa abbia mai avuto, è inconcepibile. Un commercio macabro, in un momento storico nel quale finalmente molte ex colonie hanno deciso di restituire le opere trafugate dal continente africano.

Anche se la casa d’aste ha proposto di voler acquistare i reperti dagli attuali proprietari per poterli restituire al Congo-K potrebbe sembrare una soluzione positiva, ma in effetti tale riacquisto significa assegnare un valore di mercato ai teschi di esseri umani uccisi durante la colonizzazione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Mani mozzate, atroci vendette: i crimini nel Congo Belga narrati da Arthur Conan Doyle

Svanito il sogno del Marocco. In finale ci va la Francia

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
14 dicembre 2022

Matteo Salvini sarebbe stato felice se avessero perso tutte e due.

Il ministro di certo non tifava per Marocco (lo aveva dichiarato urbi et orbi), ed è facile ipotizzare che non nutrisse amore profondo per la Francia.

Semifinale Francia vs Marocco

Tutto l’opposto il sentire del più importante quotidiano israeliano in lingua inglese, il Jerusalem Post, che ha pubblicato oggi una prima pagina storica con il titolo “Siamo tutti marocchini”. Con i Leoni dell’Atlante ritratti sullo sfondo di Gerusalemme. Simbolo di unione del popolo arabo e di quello ebraico.

Ovviamente, una delle due nazionali ha dovuto vincere e andare alla finale del Campionato mondiale di calcio 2022 nel sempre più discusso Qatar.

E la squadra vittoriosa stasera allo stadio Al Bayit di Doha è stata quella dei bleus francesi: 2-0. Con reti di Theo Hernandez, 25 anni, di origine spagnola, difensore del Milan (ha segnato dopo appena 4 minuti ) e di Randal Kolo Muani, 24 anni, figlio di congolesi, attaccante dell’Eintracht di Francoforte.

Al Bayt Stadium, Doha,Qatar

Quindi nessuna operazione di giustizia, o di vendetta storica, anche se il risultato è ingiusto per il Marocco, che ha messo alle strette la Francia.

Un lungo assedio, soprattutto nel secondo tempo, che ha fatto barcollare ma non è riuscito a bucare la difesa dei transalpini. Molto rammarico, ma tanto onore per questi Leoni dell’Atlante, che per la prima volta nella storia hanno portato una squadra araba e africana in semifinale mondiale. E che purtroppo non hanno tra loro uno come il devastante Kylian Mbappe’, (di famiglia originaria del Camerun e Algeria).

La Francia va in finale Coppa del mondo Qatar 2022

Sabato i magrebini si giocheranno contro la Croazia quella che si chiama la finalina per il terzo posto.

La Francia domenica se la vedrà con l’Argentina di Leo Messi e proverà a conquistare il suo secondo Mondiale consecutivo.

Il match di questa sera era stato caricato di tanti significati considerato il dominio coloniale non certo leggero e la repressione durissima da parte della Francia e della Spagna contro la resistenza marocchina guidata dal mitico Abdel Kari Al-Khattabi.

Dopo aver sconfitto ai rigori la Spagna, i Leoni dell’Atlante hanno infatti tentato di eliminare dal Mondiale anche l’altra potenza europea che l’ha dominata e con la quale ha comunque sempre vaste, seppur controverse relazioni relazioni: in Francia risiede oltre un milione e mezzo di marocchini (quasi 400 mila in Italia).
Non è un caso che all’incontro abbia assistito anche il presidente Emmanuel Macron. Oltretutto tra Parigi e il regno di Mohamed VI ci sono sue delicate questioni aperte: la drastica riduzione della concessione dei visti per i marocchini che chiedono un permesso di soggiorno e quella del Sahara Occidentale, su cui Rabat vorrebbe l’appoggio di Parigi.

Una partita, quindi che andava molto al di là del calcio. Anche se in campo non si sono viste tensioni particolari e neppure sugli spalti, dove ondeggiava e sperava una vera marea rossa. “L’Africa non può più accontentarsi, siamo venuto qui per vincere”, aveva dichiarato Walid Regragui, l’allenatore del Marocco, alla vigilia della partita.

La vittoria non c’è stata sul campo, ma dal campo i Leoni sono usciti a testa alta e il calcio africano, dopo Doha, non sarà più quello di prima.
E le casse della Federazione calcistica marocchina, pure: per essere giunta in semifinale metterà in saccoccia 26 milioni e mezzo di dollari.
Se batterà la Croazia, intascherà altri 2 milioni di dollari.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

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La svolta epocale del calcio africano: il Marocco vola in semifinale ai mondiali Qatar 2022