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In un libro la storia affascinante di Negrita, primo ambasciatore africano in Europa alla corte di Paolo V

Speciale per Africa Express
Aldo Pintor
Gennaio 2023

Mi trovo a recensire un breve racconto storico, scritto da una scrittrice residente in Italia, ma proveniente dall’Angola. Un Paese misterioso e semisconosciuto in occidente, che negli anni 70 fu teatro di una sanguinosa lotta di liberazione dal crudele dominio coloniale portoghese.

Il libro in questione si intitola Negrita, una vita intera per amore dell’Africa scritto da Ondina Coelho e pubblicato dalla casa editrice “Il Sextante”.

E l’Angola appare come protagonista di questa breve ma toccante storia. Un Paese con una appunto grondante di sofferenza visto il pesante tributo che la ex colonia portoghese ha dovuto pagare alla crudele tratta degli schiavi, vergogna per tutti gli europei.

Negrita il protagonista, citato anche dal titolo, fu un uomo che, servendo la sua Africa natale, alla fine ha servito l’umanità intera. Era un principe africano del Regno del Congo che si chiamava Antonio Manuel Ne-Vunda.

Ne-Vunda, mandato in Europa per aprire l’Africa al mondo come ambasciatore del re Alvaro II, che allora regnava su Congo e Angola.

Fu il primo africano che ebbe un incarico diplomatico fuori dal continente e dalla sua missione poteva dipendere il futuro dell’intera Africa che, per la prima volta, usciva dal suo isolamento e si affacciava sulla scena politica mondiale.

Arrivato in Europa, gli fu subito attribuito il nome o meglio il “soprannome” di Negrita a causa del colore scuro della sua pelle e della difficoltà degli europei a pronunciare esattamente il suo nome.

Da subito il protagonista si dimostrò persona di larghe vedute e con una visione completa dell’umanità, non legata al suo “particolare” per dirla con il nostro Guicciardini. Una visione molto più aperta di quella che si poteva trovare nell’Europa di oggi.

E a causa della universalità della sua visione che tocca vari aspetti sociali, morali e religiosi rischiò anche la vita. Egli fu il primo africano munito di carica diplomatica e comparire davanti a un Papa (Paolo V).

Conobbe l’Europa durante la sua breve vita che si è svolta nella seconda metà del XV secolo in un’epoca resa turbolenta dalla recente scoperta delle Americhe, la cui spartizione delle ricchezze porteranno a vari conflitti nel vecchio continente europeo.

Negrita si mise in viaggio con gravi difficoltà, inimmaginabili da parte dell’uomo moderno, abituato a spostarsi ormai quotidianamente tra i continenti. Affrontò nel suo viaggio per mare tempeste e malattie, fino all’esito tutt’altro che scontato dell’arrivo in un porto sicuro.

Queste difficoltà erano tali che il nostro eroe (lo voglio definire così) morì a soli ventinove anni la notte successiva al suo arrivo nella Città Eterna. Non è mai stato chiarito se questa morte è dovuta alla difficoltà del viaggio.

Eppure, questa permanenza pur così breve è stata molto importante non solo per l’Africa ma per chiunque prosegua un cammino di umanità profonda.

Poi, nonostante il sacrificio del protagonista del libro, l’ombra crudele del colonialismo ha gravato pesantemente in tutta l’Africa moderna. Un’ombra da cui purtroppo molti africani non si sono ancora liberati e che a tutt’oggi suscita tanti sanguinosi conflitti.

Nonostante spesso troppi laureati africani giovani sono costretti a lasciare le loro terre ancora tenute in povertà e in conflitti dalle potenze occidentali che ne sfruttavano le ricchezze.

Eppure, nonostante l’Africa abbia il sottosuolo più ricco del pianeta, ancora non riesce a offrire un futuro ai suoi figli. Anche la storia così come ci viene insegnata non rende giustizia all’Africa.

E questo libro colma o meglio comincia a colmare questa lacuna facendoci conoscere i regni di Kongo e N’gola che erano Paesi già fiorenti e civili prima che gli europei arrivassero e li sconvolgessero.

Aggiungo un piccolo ricordo autobiografico che mi è riemerso durante la lettura di “Negrita”. Da bambino, forse intorno ai 10 anni, feci un lungo viaggio coi miei genitori per l’Europa. E ricordo che l’unico libro che avessi a disposizione era un libro dal titolo “Africa del fiume Congo” di Péter Forbath.

Un libro forse superiore alla mia età, ma che cominciò ad aprirmi gli occhi sulla storia dimenticata dell’Africa. Il Regno del Kongo col suo re supremo il Manikongo, i suoi vassalli e la sua organizzazione ramificata, mi svelarono una storia a tratti sanguinosa e cruenta e sconosciuta in Europa.

A distanza di quarant’anni, quella storia con la lettura di “Negrita” ritorna. Strano caso della vita.

Il libro non ci svela il mistero della morte di “Negrita” ma forse lo lascia a studi successivi. Eppure a lettura finita non riusciremo a toglierci dalla testa quest’uomo buono e coraggioso che aprì l’Africa al mondo, ma constatiamo che ancora oggi il mondo non si è aperto all’Africa.

Anche la sua fine è un mistero. Negrita è morto spossato dalle fatiche del viaggio o è stato assassinato? L’interrogativo è ancora oggi senza risposta.

Aldo Pintor
pintor.aldo@tiscali.it
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Niger: una ex schiava racconta il suo calvario e l’ONU denuncia che 50 milioni di persone sono senza libertà

Africa ExPress
1° gennaio 2023

Sono passati 160 anni dalla proclamazione di Abraham Lincoln, 16° presidente degli Stati Uniti, che proclamò la fine della schiavitù, una vergogna dell’umanità mai terminata, che persiste ancora oggi.

Niger, donne in stato di schiavitù

In Niger, la schiavitù è stata abolita ufficialmente dal 1960 ma, solo nel 2003 una legge ha criminalizzato le pratiche schiaviste, punendole con pesanti sanzioni che possono arrivare fino a 30 anni di prigione.

Peraltro la ex colonia francese ha ratificato tutte le convenzioni internazionali che condannano la schiavitù e ne ha vietato il ricorso nella Costituzione del 1999.

Tuttavia, malgrado il divieto ufficiale, la schiavitù persiste ancora in quasi tutte il Paese.  In alcune regioni viene praticata la wahaya, uomini ricchi che acquistano una quinta moglie per lavori domestici, e perché no, condividere il letto con la ragazzina, acquistata da famiglie povere per poco più di 200 dollari. Un modo per aggirare la legge islamica, che consente un massimo di quattro mogli.

La pratica della wahaya risale a diversi secoli fa e ancora oggi è profondamente radicata nella società nigerina.

Cavigliere degli schiavi

Le quinte mogli vengono trattate come schiave dagli uomini ricchi della regione e vengono anche regalate in una pratica associata, nota come sadaka. Sia la wahaya che la sadaka sono considerate forme di traffico sessuale.

La vita delle quinte mogli è quasi sempre un vero e proprio inferno. Non godono di alcun diritto, nessun riposo, né di giorno, tantomeno di notte, spesso viene centellinato persino il loro cibo. Devono occuparsi dei lavori domestici più umili, coltivare i campi e pascolare il bestiame.

Hadizatou Mani-Karoau è stata “acquistata” in Niger insieme a altre 7 ragazzine, senza il loro consenso o quello dei loro genitori. Lo schiavista le ha poi portate in Nigeria dove risiede, Paese confinante con il Niger.

“Ho tentato la fuga molte volte, sono sempre stata ripresa e ho subito punizioni terribili – ha raccontato la donna ai reporter della BBC -. Sono stata violentata, costretta portare in grembo i figli del mio aguzzino, che mi ha perennemente ricordato di avermi acquistata come si compra una capra, dunque poteva fare di me ciò che desiderava e voleva”, ha specificato la donna.

Recentemente la BBC ha aggiunto Hadizatou Mani-Karoau nella lista delle 100 donne più influenti del pianeta. Ancora ragazzina, all’età di soli 12 anni, è stata venduta nel 1996 a un politico locale. E’ stata poi liberata e ha sposato un altro uomo. Ma il suo calvario non è terminato così. Una volta incinta, il suo ex schiavista l’ha perseguitata penalmente per bigamia.

La donna è stata arrestata e condannata a 6 mesi di galera, sentenza che è stata annullata solamente nel 2019, dopo aver mosso una causa contro il governo di Niamey presso la Corte di giustizia della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (CEDEAO). La sentenza dei giudici ha fatto storia: “Il Niger ha violato le proprie leggi, condannando la donna e non l’uomo che l’ha ridotta in schiavitù, omettendo così di proteggere lei”.

Malgrado lo storico verdetto, la schiavitù persiste nonostante i continui sforzi per vietarla. Si stima che ancora oggi, secondo Global Slavery Index  (un indice annuale che rappresenta il livello di condizioni di schiavitù nelle nazioni del mondo pubblicato dalla Walk Free Foundation), nel Paese ci siano ancora oltre 130.000 persone ridotte in schiavitù.

La donna è stata appoggiata e sostenuta nelle sue battaglie giudiziarie dall’associazione anti-schiavitù TIMIDRIA e dalla ONG britannica Anti-Slavery International. E Ali Bouzou, presidente di Timidria, ha spiegato che la schiavitù è ancora diffusa nelle regioni di Konni, Madaoua-Bouza e Illela, un’area che viene chiamata “il triangolo della vergogna”. Ci sono interi villaggi dove almeno la metà della popolazione è composta da wahayou.

Oggi Hadizatou è madre felice di 7 figli, impegnata in campagne anti-schiaviste e aiuta le donne a scappare dalla schiavitù, a condurre una vita libera. “E ricordo a tutte che sono tutelate dalla legge”, ha poi sottolineato la ex-schiava.

Secondo Danwood Chirwa, preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Città del Capo e presidente del Fondo fiduciario delle Nazioni Unite sulle forme contemporanee di schiavitù, gli schiavi sono in costante aumento negli ultimi anni a causa del covid e non per ultimo anche per la guerra in Ucraina.

Il professor Chirwa ha poi spiegato che la guerra contro la schiavitù è diventata difficile, perché i governi africani non stanno legiferando contro questa pratica nei loro singoli territori, pur adempiendo ai loro obblighi internazionali”.

In base a un rapporto del 2022, pubblicato dall’Organizzazione Internazionale del lavoro (un’agenzia dell’ONU), l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e Walk Free, nel mondo ci sono almeno 50 milioni di persone che vivono in stato di schiavitù, tra questi almeno 7 milioni in Africa.

Il rapporta indica che tra i 50 milioni in stato di schiavitù – 10 milioni di persone in più rispetto al 2016 – 28 milioni sono costretti al lavoro forzato e 22 milioni coartati a matrimoni imposti.

Quasi un lavoratore forzato su otto è un minore (3,3 milioni). Più della metà tra questi è vittima di sfruttamento sessuale a fini commerciali.

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Niger, condannato per schiavismo, aveva una quinta moglie

Niger, morto Maman Abou il giornalista che mi accompagnò al mercato degli schiavi

Niger, a colloquio con gli schiavi: ”Cos’è la libertà”?

Niger, quando gli schiavi non vogliono essere liberati

“Siete mercenari”: 46 soldati ivoriani condannati in Mali a 20 di galera sperano sperano nella grazia presidenziale

Africa ExPress
31 dicembre 2022

Un fine dell’anno amaro per i 46 militari ivoriani arrestati in Mali lo scorso luglio con l’accusa di essere mercenari, sono stati condannati ieri a 20 anni di galera e a una multa di oltre 3.000 ero ciascuno. E’ andata ancora peggio alle tre donne soldato, rilasciate a settembre, grazie alla mediazione del Togo. A loro è stata inflitta la pena di morte in contumacia, ognuna di loro dovrà inoltre versare una somma di 15.000 euro.

Soldati ivoriani condannati in Mali.

I 49 soldati ivoriani sono stati fermati all’aeroporto di Bamako con la grave accusa di essere mercenari, mentre la Costa d’Avorio ha sempre sostenuto che i suoi militari erano presenti  nello scalo perché impegnati nell’ambito delle operazioni di supporto logistico della missione ONU in Mali, MINUSMA, in base a un accordo siglato nel 2019.

La sentenza è stata pubblicata ieri sera, come ha fatto sapere Serge Daniel, giornalista ben informato sulle questioni in Sahel, firmata dal procuratore generale Ladji Sara, che ha motivato così la decisione della Corte: colpevoli di attentato e complotto contro il governo, minaccia alla sicurezza esterna dello Stato, possesso, porto e trasporto di armi e munizioni da guerra, allo scopo di turbare l’ordine pubblico con intimidazione o terrore”.

Alle tre donne soldato, liberate appunto a metà settembre e riportate in Costa d’Avorio, è stata inflitta la pena di morte con le stesse motivazioni attribuite ai loro colleghi, che si trovano ancora in carcere in Mali.

All’inizio di dicembre, i leader della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), riuniti in un vertice a Abuja (Nigeria), avevano chiesto il rilascio dei soldati ivoriani entro il 1° gennaio 2023, pena ulteriori sanzioni al Mali.

Assimi Goïta, capo della giunta militare di transizione del Mali

Mentre il 22 dicembre, una delegazione ufficiale ivoriana si è recata in Mali con il mediatore, ministro degli Esteri togolese, Robert Dussey, per trovare una soluzione riguardante la liberazione dei militari. L’incontro si è concluso con la firma di un memorandum e il ministro della Difesa ivoriano, Téné Birahima Ouattara,  ha sottolineato che la questione è “in via di risoluzione”.

Il mediatore togolese ha svolto un ruolo importante nelle trattative, ma anche una recente missiva, inviata dal presidente ivoriano, Alassane Ouattara, a Assimi Goïta, capo della giunta militare di transizione del Mali, ha contribuito ad allentare la tensione tra i due governi.

Certo, il verdetto pronunciato ieri dal tribunale di Bamako è pesante, tuttavia, secondo gli osservatori, non contraddice l’accordo firmato il 22 dicembre tra i due governi, poiché esiste ancora la possibilità della grazia presidenziale. Si attende ora il discorso di Goïta, in occasione dei suoi auguri di fine anno alla nazione.

Africa ExPress
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Mercenari o caschi blu? Lite Mali-Costa d’Avorio per 49 militari ivoriani arrestati all’aeroporto di Bamako

Ricatto del Mali alla Costa d’Avorio: “Volete i vostri soldati? Estradate rifugiati eccellenti che sono da voi”

Lite tra la giunta militare e le Nazioni Unite: espulso dal Mali il portavoce della MINUSMA

 

 

 

Scambio di accuse tra Ruanda e Congo-K mentre un nuovo rapporto dell’Onu inchioda le ingerenze di Kigali con forniture d’armi ai ribelli M23

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 dicembre 2022

Il conflitto che si sta consumando nell’est della Repubblica Democratica del Congo è caduto nell’oblio. Gli attacchi continuano, la gente muore, le donne subiscono abusi di ogni genere, i bambini hanno fame. La diplomazia internazionale, le truppe straniere presenti, nonchè la missione dell’ONU MONUSCO, non riescono a fermare le violenze che la popolazione è costretta a subire continuamente.

Crescono di giorno in giorno gli sfollati nel Nord-Kivu, Congo-K

Crescono di giorno in giorno gli sfollati nel Nord-Kivu, Congo-K

Il numero della gente in fuga cresce di giorno in giorno a causa delle continue aggressioni del gruppo armato M23, che prende il nome da un accordo, firmato dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi il 23 marzo 2009.

Il movimento aveva accusato il governo congolese di emarginare la minoranza etnica tutsi presente nel Paese e per questo aveva deciso di combattere una milizia a maggioranza hutu, l’FDLR (Forces démocratiques pour la libération du Rwanda), presente nella ex colonia belga.

Solo quest’anno, a causa degli scontri, si contano ben 521.000 sfollati, mentre altri 7.000 hanno cercato rifugio in Uganda. Le donne rappresentano il 51 per cento e moltissimi sono i minori, alcuni tra loro non accompagnati, soli, senza la protezione di un parente.

Gran parte degli sfollati sono accampati in chiese, scuole, stadi. Mentre nel campo di Kanyaruchinya, ai piedi de vulcano Nyiragongo, sono stati registrati almeno 1.000 casi di colera. Sette persone sono già morte per questo.

Le autorità del Nord-Kivu il 14 dicembre scorso hanno annunciato la presenza dell’epidemia di colera in tutta la provincia.

Intanto, pochi giorni prima di Natale, un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha affermato di avere le prove di un coinvolgimento diretto delle forze di difesa ruandesi nel Congo-K. Il rapporto non è ancora stato pubblicato, ma è già stato inviato al Consiglio di sicurezza del Palazzo di Vetro. Secondo il fascicolo dell’ONU, l’esercito ruandese ha fornito armi, munizioni e uniformi al gruppo M23 nel contesto di operazioni militari nell’est del Paese tra novembre 2021 e ottobre 2022.

Gli esperti hanno allegato al fascicolo foto e video di miliziani M23 con gilet antiproiettile e nuovi equipaggiamenti militari.

Le riprese dei droni mostrano anche il flusso di artiglieria, munizioni e nuove reclute verso le zone controllate dall’M23 ai confini con il Ruanda e l’Uganda.

Gruppo armato M23 in Congo-K

 

Milizia M23 in Congo-K

Già in un precedente rapporto dello scorso agosto, l’ONU ha affermato che l’esercito ruandese ha lanciato offensive contro gruppi armati congolesi e posizioni dell’esercito di Kinshasa (FARDC) dal novembre 2021.

Mercoledì scorso il Ruanda ha nuovamente accusato il Congo-K di aver violato il proprio spazio aereo. Un Sukhoi-25 dell’aeronautica militare di Kinshasa avrebbe sorvolato brevemente la parte ruandese del lago Kivu, per poi fare ritorno nei cieli congolesi.

Kigali considera il fatto come un’ulteriore provocazione, dopo un evento simile avvenuto il 7 novembre, quando un aereo militare congolese è atterrato brevemente all’aeroporto di Rubavu per poi ripartire poco dopo.

In un breve comunicato il governo ruandese ha espresso il suo malcontento: “Queste provocazioni devono cessare, le autorità congolesi sembrano essere incoraggiate da alcuni membri della comunità internazionale per incolpare il Ruanda di tutti i mali, ignorando le trasgressioni della RDC”.

Il presidente del Ruanda, Paul Kagame, con il direttore di Africa Express, Massimo Alberizzi

Ovviamente Kigali fa riferimento, tra l’altro, alla Francia, poiché Anne-Claire Legendre, portavoce del ministro degli Esteri di Parigi, ha fermamente condannato il sostegno del Ruanda ai miliziani del gruppo M23. I ribelli sono sospettati di aver massacrato almeno 131 civili a novembre nell’est del Congo-K.

Secondo le autorità congolesi, gli esperti delle Nazioni Unite e la diplomazia statunitense, l’M23 è sostenuto dal Ruanda, ma il presidente ruandese. Paul Kagame, nega qualsiasi legame con le azioni del gruppo. Ora, dopo l’ultimo rapporto dell’ONU, sarà davvero difficile per Kagame continuare a sostenere questa sua tesi.

Kinshasa non ha risposto subito alle accuse. Martedì sera, invece, il governo congolese ha presentato la nuova politica di difesa e ha comunicato l’arresto di alcune persone, tra questi anche ruandesi presenti nel Paese, con l’accusa di spionaggio e di complotto contro il presidente Felix Tshisekedi.

Intanto nell’est della ex colonia belga, oltre alle forze congolesi sono presenti molte truppe straniere: ugandesi, ruandesi, kenioti dell’EAC, burundesi (nel Sud-Kivu) e fra poco arriveranno anche rinforzi dal Sud Sudan, come annunciato poche settimane fa dal presidente Salva Kiir, che invierà 750 uomini ben addestrati.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Tra Congo-K e Ruanda scambio di pesanti accuse e scaramucce mentre i reali del Belgio visitano l’ex colonia

Piogge, alluvioni e combattimenti nel Congo-K orientale: la gente muore e la diplomazia si muove ma senza risultati

Blitz della polizia del Kenya: liberati ostaggi occidentali rapiti da miliziani al Shebab, tra loro un’italiana

Africa ExPress
29 dicembre 2022

Un falso posto di blocco nei pressi di Witu, nella contea di Lamu, ha insospettito ieri mattina le forze di sicurezza del Kenya, mentre viaggiavano verso Mokowe. La polizia ha liberato quattro ostaggi, tra loro anche una italo-statunitense.

Si intensificano i controlli sulle strade di Lamu, Kenya, dopo nuovi attacchi dei terroristi somali al-Shebab

Lo sbarramento è stato eretto da presunti terroristi al-Shebab, travestiti da poliziotti. Appena scoperti, c’è stato un acceso scambio di colpi di arma da fuoco tra gli uomini della sicurezza e i miliziani, che sono riusciti a fuggire nella vicina foresta di Boni.

Una volta liberato il campo, gli agenti hanno scoperto quattro persone rapite dai presunti terroristi. Vicino c’erano due cadaveri.

Tra le persone sequestrate c’è anche una donna con doppia cittadinanza italo-statunitense. Le sue generalità non sono ancora state rese note e nemmeno quelle delle altre persone tenute in ostaggio insieme a lei. Va precisato che in un primo momento la polizia del Kenya aveva parlato di aver liberato due cittadine italiane, recuperate nelle vicinanze del falso posto di blocco.

L’ambasciata italiana ha informato l’unità di crisi del nostro ministero degli Esteri a Roma, mentre il console onorario di Malindi, Ivan del Prete, ha offerto assistenza alla nostra connazionale.

Nei prossimi giorni tutta la zona sarà soggetta a severi controlli e tali misure potrebbero a portare ritardi o addirittura interruzioni dei trasporti, in quanto l’intelligence non esclude altri attacchi da parte dei terroristi somali.

La polizia ha diramato un’allerta: chiede di evitare l’area interessata e di attenersi alle istruzioni delle autorità locali.

La zona dove è stato sventato il sequestro di ieri è grossomodo la stessa dove il 28 novembre 2018 è stata rapita Silvia Romano. Un sequestro anomalo che presenta ancora oggi numerosi lati oscuri e misteriosi.

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Un intrigo internazionale nasconde gli inquietanti misteri sul rapimento di Silvia Romano

Silvia Romano: tutti i link della videoinchiesta delle Iene che conferma le tesi di Africa Express

 

Torna lo spettro dell’apartheid in Sudafrica: afrikaner aggrediscono teenager in piscina

Africa ExPress
28 dicembre 2022

Di tanto in tanto riaffiora lo spettro dell’apartheid nel Paese di Nelson Mandela. Il giorno di Natale, due adolescenti sudafricani sono stati brutalmente aggrediti da due afrikaner. La loro colpa? I ragazzini “hanno osato” tuffarsi nella stessa piscina dove stavano nuotando i bianchi.

Sudafrica: aggressione razzista in un albergo

E’ successo al Maselspoort Resort a Bloemfontein (sopranominata la città delle rose), nella provincia del Free State. La città è anche la capitale giudiziaria del Sudafrica e ha dato i natali a John Ronald Reuel Tolkien, autore della trilogia “Il Signore degli Anelli”.

Secondo gli aggressori, il bagno in piscina sarebbe vietato ai neri in questo resort. Ora la polizia del Free State ha aperto un indagine per determinare le esatte circostanze dell’aggressione. In un filmato, ampiamente condiviso sui social network, si vedono i due ragazzi, di 13 e 18 anni, mentre vengono aggrediti da un gruppo di uomini afrikaner.

Il video, ora al vaglio degli inquirenti, evidenzia chiaramente mentre uno degli uomini afferra e stringe il collo di uno degli adolescenti, prima di trascinare l’altro nella piscina, tenendogli la testa sott’acqua. Secondo alcuni testimoni, l’alterco è iniziato quando gli adulti hanno affermato che la piscina sarebbe riservata esclusivamente ai bianchi.

Il presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa, è intervenuto sui fatti accaduti il giorno di Natale a Bloemfontein e ha sottolineato ieri che nel Paese non c’è posto per il razzismo. Infine ha aggiunto: “I razzisti devono aspettarsi conseguenze legali in Sudafrica”.

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Orania, città in Sudafrica per soli afrikaner, vietato l’ingresso a altre etnie

Nuovo allarme siccità nel Corno d’Africa: milioni di bambini a rischio malnutrizione

Africa ExPress
27 dicembre 2022

Pochi giorni prima di Natale l’ONU ha lanciato un nuovo allarme: nel Corno d’Africa sono più di 20 milioni i bambini a rischio carestia.

Sì, il pericolo è dietro l’angolo. Secondo l’UNICEF, il numero dei piccoli che rischiano di soffrire a causa di fame, sete e malattie è raddoppiato rispetto allo scorso luglio. Le piogge scarseggino per la quinta stagione di seguito a causa dei cambiamenti climatici.

Siccità nel Corno d’Africa

Ma ad aggravare il disastro ambientale sono i conflitti, che nel Corno d’Africa non mancano, la mancanza di cereali, visto che le importazioni scarseggiano a causa della guerra in Ucraina, e l’attuale situazione economica globale.

Secondo le stime dell’UNICEF, quasi due milioni di bambini in Etiopia, Kenya e Somalia necessitano attualmente cure urgenti per combattere la malnutrizione acuta grave. Inoltre, a causa della siccità, due milioni di persone sono sfollate.

Nonostante gli sforzi messi in campo dalle agenzie umanitarie, in solo 5 mesi il numero dei piccoli che necessitano di aiuto, sono più che raddoppiati, ha sottolineato Lieke van de Wiel, vicedirettore regionale dell’Unicef per l’Africa orientale e meridionale. E’ la peggiore siccità delle ultime due generazioni e sono i bambini del Kenya, della Somalia, dell’Etiopia a dover pagare il prezzo più alto di questo disastro.

Con la mancanza di acqua e cibo, le famiglie si trovano in grave difficoltà. L’UNICEF stima che 2,7 milioni di piccoli non frequentino la scuola, altri 4 milioni rischiano di fare la stessa fine. I bambini, specie le ragazzine, sono ora più esposti a tutta una serie di rischi, tra questi il lavoro minorile, i matrimoni infantili e mutilazioni genitali femminili.

Alcune delle aree più colpite, tra queste anche alcune zone del Kenya, stanno vivendo il peggior inizio di stagione mai registrato. Le previsioni meteorologiche concordano sul fatto che la probabilità di precipitazioni inferiori alla media per il resto della stagione è molto elevata, portando così a cinque i periodi consecutivi di piogge insufficienti.

Pochi giorni prima di Natale l’UNICEF ha lanciato un appello per raccogliere ulteriori fondi per far fronte alla crisi umanitaria del Corno d’Africa: i 759 milioni del piano d’emergenza per il 2023 non sono sufficienti. Per dare risposte concrete alle famiglie nel lungo periodo servono altri 690 milioni.

La crisi attuale rievoca la devastante carestia del 2011-2012 in Somalia. Allora morirono oltre un quarto di milione di persone, metà delle quali bambini sotto i cinque anni. Solo risposte e interventi tempestivi potranno salvare le vite umane.

La regione del Basso Shabelle, un tempo il granaio della Somalia, ora è arida e brulla dopo diverse stagioni della peggiore siccità degli ultimi decenni, un disastro climatico che ha lasciato milioni di persone affamate e indigenti.

Ai cambiamenti climatici si aggiungono anche quelli della sicurezza. In Somalia, molte zone rurali sono sotto il controllo dei terroristi al-Shebab, che impediscono l’accesso agli aiuti umanitari.

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Siccità nel Corno d’Africa: muoiono di sete gli animali nei parchi nazionali del Kenya

La concessione americana dell’immunità a bin Salman compromette l’esercizio della giustizia internazionale

Dal Nostro Corrispondente
Michael Backbone
Nairobi, 26 dicembre 2022

La recente decisione degli Stati Uniti di garantire l’immunità al Principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed Bin Salman, responsabile dell’ignobile omicidio del dissidente e commentatore del Washington Post, Jamal Khashoggi, ha sconcertato la comunità internazionale.

Joe Biden, presidente USA, a sinistra e Mohammed Bin Salam, principe ereditario Arabia Saudita

Il Principe è stato riconosciuto dalla CIA come mandante dell’efferato assassinio avvenuto nei locali del consolato del regno a Istanbul. Con la concessione dell’immunità gli Stati Uniti hanno deciso  di rinunciare ai loro principi sulla difesa dei diritti umani e abbracciare incondizionatamente la strategia negoziale: immunità al principe assassino come contropartita a un atteggiamento di maggior sostegno ad altre cause caldeggiate dall’amministrazione americana.

Poco tempo fa l’Arabia Saudita non ha appoggiato la proposta USA di aumentare la produzione di greggio per potere riequilibrare gli squilibri causati dalla guerra in Ucraina.

L’anomalo indulto concesso ora al principe saudita, formalmente agevolato da un volgare accorgimento amministrativo, la sua nomina a primo ministro. Uno stratagemma che sembra andare dritto nella direzione di ristabilire un clima amichevole di basso profilo morale ma ovviamente di importante rilevanza geostrategica.

Obiettivo, secondo molti media americani e non solo: ristabilire un’influenza allargata americana egemone sui mercati delle materie prime, barattando la vita di un giornalista contro il prezzo del barile di greggio.

La stessa elevazione ben congegnata di Mohammed Ben Salman al ruolo di primo ministro dell’Arabia Saudita (carica per altro non presente nell’organizzazione politica del regno wahabita), probabilmente suggerito dalla stessa amministrazione USA, è in sé un vergognoso cencio amministrativo che ha come risultato il regalare immunità (e impunità) al principe arabo, che ora è così salvato da qualsiasi procedimento giudiziario, nel caso specifico quello di rito civile iniziato dal dipartimento di Giustizia americano per l’omicidio Khashoggi.

La consuetudine secondo cui i titolari di posizioni governative di primo piano godono di immunità civile e penale, nel caso di Bin Salman sono perverse: la gestione secolare del potere in Arabia da parte della stessa famiglia regnante solitamente opera in maniera vitalizia. il Principe può dunque dormire sonni tranquilli poiché’ il suo incarico a vita potrebbe solo essere interrotto da un colpo di Stato, una possibilità ben remota a quelle latitudini.

A fronte di questi volgari accordi di convenienza che si possono definire come cortesie politiche tra Stati in dispregio della giustizia e dei diritti umani, non si può che esprimere disgusto e ripugnanza: le conseguenze di una decisione simile da parte americana avrebbero dovuto essere meglio ponderate, perché il precedente che sostanzialmente “lava” il mandante Saudita, potrebbe essere utilizzato un domani non troppo lontano da un tiranno sovietico odierno per farsi beffe dal giudizio della Comunità Internazionale nel momento in cui i crimini di una guerra provocata siano messi al vaglio di entità sovranazionali, impoverendo così facendo, l’autorevolezza di sedi deputate a questo scopo.

Il diavolo sembra non essere riuscito a fare il coperchio a questa bella pentola politica, perché un altro esercizio di acrobazia amministrativa potrebbe rivelarsi necessario, semplicemente perché la carica di Primo Ministro non è contemplata nell’ordinamento delle gerarchie del potere Saudita, chissà che questo non sia un elemento al quale le organizzazioni di tutela dei diritti umani possano appellarsi, nell’interesse non solo di ristabilire un principio di diritto internazionale ma anche per divenire un caposaldo/punto fermo nel giudizio futuro di azioni commesse o commissionate da capi di Stato di altri Paesi, per esempio la Russia di Putin.

Il motivo di maggiore imbarazzo per gli Stati Uniti rimane l’essere colluso nella creazione delle condizioni per il perdono di un leader di un Paese ritenuto “amico” offrendo sponda giuridica e pretesto diretto al nemico “storico” russo che si infilerebbe sicuramente in questo insperato cunicolo per farsi beffe della giustizia internazionale degli Stati di diritto il momento in cui si spera gli verrà chiesto conto delle sue scelte efferate.

Michael Backbome
michael.backbone@gmail.com

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Amnesty inchioda l’Arabia Saudita sui migranti etiopici: detenzioni, torture e rimpatri forzati

Amnesty inchioda l’Arabia Saudita sui migranti etiopici: detenzioni, torture e rimpatri forzati

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 dicembre 2022

Tre voli partiti da Riyad alla volta di Addis Abeba hanno rimpatriato altri 1.256 etiopi alla fine di novembre. Tra loro ben 233 minori o bambini, 924 donne e 99 uomini. Dal 2017 le autorità saudite hanno rispedito al mittente centinaia di migliaia di etiopi.

Rimpatri forzati dall’Arabia Saudita di migranti etiopici

Molte donne etiopiche, per lo più impiegate come collaboratrici domestiche, sono emigrate nel regno wahabita con la speranza di trovare stabilità economica e un futuro.

Ma una volta tornati a casa, i migranti devono affrontare una nuova battaglia: il reinserimento nelle proprie comunità. Un’impresa ardua, visto che spesso vengono apostrofati come falliti, in quanto non hanno raggiunto gli obiettivi economici sognati.

Un nuovo rapporto di Amnesty International, pubblicato il 16 dicembre scorso, denuncia la gravissima situazione dei migranti etiopici in Arabia Saudita, dove si trovano ben oltre 10 milioni di lavoratori migranti, tra questi, almeno 750mila provengono dall’Etiopia, il secondo Paese più popoloso dell’Africa.

Secondo l’ultimo fascicolo della ONG, nei centri di detenzioni sono rinchiusi almeno 30mila etiopi, in attesa di rimpatri forzati. Ex detenuti, citati da Amnesty, hanno raccontato di essere stati picchiati e torturati con cavi e bastoni di metallo durante la loro permanenza nei centri di Al-Kharj and Al-Shumaisi in Arabia Saudita.

L’inferno dei centri di detenzione in Arabia Saudita

Un vero e proprio inferno, secondo molti testimoni sentiti dalla ONG. Uno di loro ha riferito di aver dovuto condividere con 200 detenuti una cella con soli 64 letti, costringendo le persone a dormire a turno sul pavimento. Altri hanno detto di essere stati privati di acqua, cibo e cure mediche e sono stati riportati anche diversi casi di morte, conseguenza delle percosse e/o omissione di terapie sanitarie.

Nonostante i conflitti (in particolare in Tigray e in Oromia) che si stanno consumando in Etiopia, per non parlare della grave carestia che ha colpito il Corno d’Africa (compresa la regione Somala etiopica), l’Arabia Saudita sta portando avanti una vasta campagna per rimpatriare i rifugiati nel Paese di origine. Anche se alcuni tra loro hanno accettato i ritorni forzati, secondo Amnesty International, i più avrebbero acconsentito solamente per fuggire alle terribili condizioni di detenzione.

Amnesty sostiene che tra le persone rispedite a casa, ci sono anche donne incinte e minori non accompagnati, e molti tigrini. Nel gennaio 2022, Human Rights Watch aveva chiesto all’Arabia Saudita di garantire l’accesso alle procedure di asilo agli etiopi provenienti dal Tigray.

L’Arabia Saudita ha speso miliardi di dollari per rifare la propria immagine, per far dimenticare al mondo intero il brutale omicidio del giornalista del Washington Post, Jamal Khashoggi e la guerra dello Yemen caduta in totale oblio. In parte ci è riuscita, visto che persino il presidente USA, Joe Biden, ha concesso l’immunità al principe ereditario del regno wahabita, Mohammed Bin Salman al Saud.

“Ma la nuova vernice copre una terribile realtà di violenza contro i migranti il cui duro lavoro sta contribuendo a realizzare la grande visione del regno”, ha affermato Heba Morayef, direttrice regionale di Amnesty International per il Nord Africa e il Medioriente.

In base alle dichiarazioni rilasciate dalle autorità etiopiche e saudite lo scorso marzo, almeno 100mila etiopi saranno rispediti al mittente come pacchi postali entro la fine dell’anno, perché non in possesso di regolari documenti. Certificati difficilmente ottenibili anche a causa della Kafala, una legge che esclude i migranti dai diritti dei lavoratori in Arabia Saudita e in altri Paesi del Golfo.

La Kafala vincola la residenza legale alla relazione contrattuale con chi assume i lavoratori stranieri. Ciò significa che un migrante non può cambiare impiego senza autorizzazione del datore di lavoro.

Se un dipendente rifiuta e decide di abbandonare l’abitazione o il posto di lavoro senza il consenso del padrone, rischia di perdere il permesso di soggiorno e di conseguenza il carcere e l’espulsione. Un sistema che equivale a una forma di moderna schiavitù.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Libia: un progetto della Chiesa Valdese per garantire protezione ai bambini

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Speciale per Africa ExPress
Giorgio Vizioli
Milano, 20 dicembre 2022

Quattro unità mobili di intervento a Tripoli e a Sabha per fornire accoglienza protetta, sostegno psicosociale, servizi educativi formali e integrativi. L’Otto per Mille Valdese e Metodista sostiene il progetto InterSos per garantire protezione e istruzione ai bambini in Libia.

Piccoli migranti in Libia

Raggiungere i minori vulnerabili in aree di difficile accesso e forte carenza di servizi, garantendo ai bambini protezione e possibilità d’istruzione e tutelandone l’integrità fisica e psicologica.

È questo l’obiettivo delle quattro unità mobili messe in campo dall’organizzazione umanitaria italiana InterSos in Libia, nell’ambito di un progetto supportato anche dai finanziamenti dell’Otto per Mille delle Chiese Valdesi e Metodiste.

Il progetto prevede l’organizzazione di squadre mobili di intervento, che lavorano in sinergia con le attività dei centri “Baity” (in arabo: “casa mia”) di Tripoli e Sabha (nella parte centro-meridionale del Paese): spazi sicuri che garantiscono ai minori accoglienza protetta, sostegno psicosociale, servizi educativi formali e educazione non formale e integrativa.

Baity Center, Tripoli

“A undici anni dall’inizio del conflitto – spiega Salvo Maraventano, vicedirettore regionale – la Libia è ancora in una situazione di instabilità e di pesante crisi umanitaria. In questo contesto, l’accesso all’istruzione è un problema grave: basti pensare che, fino alla metà del 2021, la chiusura delle scuole ha interessato 1,3 milioni di bambini. Nel 2021, sono stati 160 mila i minori e 5.600 gli insegnanti che hanno avuto necessità di assistenza educativa. A soffrire maggiormente sono le famiglie dei migranti e dei rifugiati, quasi la metà delle quali, tra quelle con figli in età scolare, non possono mandare i ragazzi a scuola per ragioni economiche, barriere linguistiche, mancanza di documenti”.

“Abbiamo voluto dare il nostro supporto a questo progetto – spiega Manuela Vinay, responsabile Ufficio Otto per Mille Valdese – perché rientra pienamente nei criteri in base ai quali valutiamo le iniziative da sostenere: in un approccio integrato, infatti, il progetto mette al centro le persone bisognose di sostegno, ossia i ragazzi tra i sei e i 18 anni, facendosi carico dei percorsi individuali e sensibilizzandoli sui temi della violenza di genere e della salute riproduttiva rivolte a donne e ragazze adolescenti”.

“Tra i nostri valori – conclude Manuela Vinay- l’istruzione e la cultura occupano da sempre un posto fondamentale, sia simbolico sia dal punto di vista effettivo, perché le consideriamo strumenti essenziali per una vita spirituale piena. È quindi con grande entusiasmo che abbiamo accolto la possibilità di sostenere un progetto finalizzato a favorire la scolarizzazione di tanti bambini e ragazzi costretti a vivere in condizioni così problematiche”.

Giorgio Vizioli
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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