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Continua in Centrafrica la propaganda anti-francese: arrestati due consulenti dell’ONU e Wagner perde “mercenari neri”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia Toelgyes
13 gennaio 2022

Appena atterrati all’aeroporto di Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, due ex ufficiali francesi sono stati fermati dalla polizia aeroportuale e della frontiera, che hanno ritirato i loro passaporti e computer, nonché i loro identificativo di MINUSCA (Missione di pace dell’ONU nel Paese).

Due ex ufficiali francesi di MINUSMA arrestati all’aeroporto di Bangui, Centrafrica

Subito dopo i due ex ufficiali sono stati dato in pasto alla stampa controllata dal governo. Secondo alcuni giornali locali, i due sarebbero militari francesi, che, senza alcun visto, avrebbero tentato di entrare nel Paese per destabilizzare la Repubblica Centrafricana.

I due veterani dell’esercito di Parigi con in tasca un contratto a tempo determinato con Nazioni Unite come consulenti internazionali, hanno iniziato il loro lavoro già sei mesi fa. L’impiego con l’ONU dovrebbe terminare il 31 dicembre 2023.

I collaboratori del Palazzo di Vetro sono stati inviati in Centrafrica con regolare visto che scade il 31 marzo, e il loro compito consiste nella fornitura di equipaggiamento e la partecipare all’addestramento delle truppe di Paesi francofoni di MINUSCA.

Un déjà vu in Mali, dove  49 soldati ivoriani, classificati come mercenari, sono stati arrestati a Bamako nel luglio 2022. Le 3 donne soldato sono state rilasciate a settembre, ma condannate in contumacia alla fine di dicembre alla pena di morte. Durante la stessa udienza anche ai militari maschi sono state inflitte pene pesanti (20 anni di galera), rilasciati poi il 7 gennaio scorso, dopo aver ottenuto la grazia presidenziale. Tutti i 49 militari ivoriani sono stati chiamati dalla missione di Pace in Mali (MINUSMA).

Secondo una fonte del governo di Bangui, il fermo dei due francesi sarebbe dovuto a incomprensioni tra MINUSCA e i servizi amministrativi centrafricani competenti. “Saranno presto rilasciati, ora la polizia ha ottenuto tutte le precisazioni”, ha poi aggiunto il funzionario.

Intanto si continua a combattere nella travagliata ex colonia francese. Proprio ieri ci sono stati nuovi violenti scontri a Abba, nel nord-ovest, a un centinaio di chilometri dalla capitale, tra i militari centrafricani (FACA) e i ribelli di CPC (Coalition des patriotes pour le changement.

Dalle 5 del mattino è scoppiato il panico tra la popolazione, che si è svegliata da tuoni di artiglieria pesante e raffiche di colpi di fucili. I militari governativi sono in postazione attorno il perimetro della città per proteggere gli abitanti, ma i ribelli, secondo un testimone oculare, si troverebbero ancora nelle vicinanze.

Finora non sono intervenuti i mercenari del gruppo russo Wagner, molto vicino al Cremlino. I soldati di ventura sarebbero postati a soli 35 chilometri da Abba.

Certo, dopo i violenti fatti che si sono verificati lunedì scorso tra i militari di FACA, i mercenari ci penseranno due volte prima di intervenire a Abba. I soldati governativi e i loro partner russi si sarebbero scontrati violentemente a Digui, che dista 45 chilometri da Bambari, nel centro-sud del Paese.

Ex miliziani di gruppi armati al servizio di Wagner in Centrafrica

Secondo Corbeau News Centrafrique, quotidiano ben informato sulle questioni centrafricane, gli uomini di Wagner avrebbero preso provvedimenti nei confronti di un militare di FACA. E come ciò non bastasse, un gruppo di mercenari avrebbe poi anche malmenato il poveraccio.

Il militare centrafricano, dopo essere stato assalito, avrebbe puntato la sua arma contro due contractor, uccidendoli sul colpo. Ovviamente la reazione è stata immediata, sia da una parte che dall’altra. In pochi minuti sono stramazzati a terra, morti, 4 soldati e 3 mercenari. Le salme, si trovano ora nella camera mortuaria dell’ospedale di Bambari.

E’ davvero difficile combattere accanto gli uomini di Evgenij Viktorovič Prigožin, fondatore di Wagner. Persino molti “russi neri” sembra abbiano disertato e lasciato i ranghi dei mercenari russi.

E, come riporta CNC, ex miliziani di ex-Balaka e ex ribelli dell’Unità per la pace nella Repubblica Centrafricana (UPC) sono stati reclutati da Wagner per dare la caccia ai ribelli di CPC, gruppo armato che ancora imperversa nelle province di Ouaka e Haute-Kotto (nella parte cento-orientale).

Ma i russi neri, chiamati così dalle popolazioni perché crudeli quanto i mercenari bianchi nei confronti degli abitanti, dallo scorso novembre stanno abbandonando in massa l’organizzazione russa.

Come se ciò non bastasse, si vocifera da più fonti, che parecchi ex ribelli centrafricani stessero addirittura combattendo in Ucraina a fianco dei mercenari. Pare però che molti di loro, una volta giunti sul terreno di battaglia, sarebbero stati abbandonati a sé stessi e/o dati per dispersi. Altri, invece, sarebbero stati uccisi durante i combattimenti.

La Deutsche Welle sostiene in un articolo di pochi giorni fa che nella Repubblica Centrafricana, queste informazioni circolino già da tempo, citando Gervais Lokasso della società civile di Bangui. “Ci sono, ad esempio, soldati che sono stati mandati all’estero e le loro mogli, rimaste senza notizie, sono scese in strada per scoprire dove fossero finiti i loro mariti, ma le donne non hanno avuto risposte”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Misterioso complotto in Centrafrica: Mosca accusa Parigi di tentato omicidio di un capo dei mercenari Wagner

 

ESCLUSIVA/Video shock in Mozambico: militari SADC bruciano corpi dei nemici uccisi

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
12 gennaio 2023

Mozambico, Cabo Delgado al confine con la Tanzania, militari in piedi attorno a un fuoco acceso. Si vede un letto, delle sedie, altre suppellettili che bruciano. L’occhio cade immediatamente su un corpo con pantaloni mimetici nel mucchio di rifiuti che bruciano.

Un soldato, il mitra appoggiato alla sua sinistra, con lo smartphone inizia a filmare entrando e uscendo dall’inquadratura. Sulla manica sinistra del militare si vede per un momento la bandiera sudafricana, quanto basta a identificarne la nazionalità.

Mentre un altro soldato filma, alla sua sinistra si vedono due militari che gettano un altro corpo con mutande e maglietta sul mucchio di rifiuti. Un altro versa sul corpo liquido (infiammabile?) da una bottiglia di plastica. Sul fuoco vengono gettate pentole e altri oggetti. Un video di venti secondi terribili diventati virali nel web e definito “spregevole” dai funzionari della Difesa sudafricana.

Il video arrivato alla redazione di Africa ExPress

Il fatto sembra essere avvenuto il 29 novembre 2022 nei pressi del villaggio di Nkonga, nel distretto di Nangade. Qui le truppe della Missione militare SADC in Mozambico (SAMIM) e l’esercito Ruandese aiutano l’esercito mozambicano (FADM) contro i jihadisti di Ahlu Sunnah Wa-Jamaah (ASWJ), oggi IS-Mozambico.

Non si conosce la nazionalità degli altri soldati che potrebbero appartenere ad altri Paesi della SADC. Non si sa nemmeno se i corpi bruciati sono dei jihadisti o di civili. Intanto SAMIM e ministero della Difesa sudafricano hanno aperto un’inchiesta. Intende richiamare in Sudafrica i responsabili e giudicarli per quanto successo.

Crimine di guerra

Il “maltrattamento di cadaveri” è una grave violazione della legge sui conflitti armati e potrebbe costituire un crimine di guerra. Lo ha affermato Darren Olivier, direttore dell’African Defence Review, al giornale sudafricano Daily Maverick. È scritto nel Law of Armed Conflict Manual del 1996 e il Revised Civic Education Manual del 2004 del Sudafrica.

C’è poi l’articolo 4, quinto paragrafo, della Convenzione di Ginevra del 1929. Stabilisce che i belligeranti devono assicurare che “i morti siano onorevolmente sepolti”.

Mozambico, cadaveri bruciati da militari SADC
Mozambico, cadaveri bruciati da militari SADC

“Bruciare i corpi soluzione più semplice”

I militari sudafricani si difendono dicendo che dopo le azioni di guerra ci sono altri militari SADC che si occupano di “ripulire”. David Peddle, ufficiale in pensione dell’Esercito sudafricano ha dichiarato a DefenceWeb che il rogo dei corpi è stato organizzato con il consenso delle Forze armate mozambicane.

E va oltre le convenzioni internazionali: “Data la totale mancanza di strutture di sepoltura, bruciare i corpi era il modo più semplice. Sia per contenere sia l’odore che il potenziale virale in un clima con temperature che superano i 35°C. Il video non prova in alcun modo che i soldati del SANDF presenti abbiano fatto qualcosa di illegale”.

Il video fa il gioco dei jihadisti

Ma la questione più grave è che il video verrà utilizzato da ISIS. Secondo Piers Pigou dell’International Crisis Group, escluse le questioni morali il video fa il gioco di ISIS-Mozambico. Potrebbe fornire grande visibilità alla guerriglia jihadista a Cabo Delgado e potrebbe causare rappresaglie.

4.500 morti a causa del terrorismo jihadista

Truppe ruandesi e militari SADC (16 Paesi) sono presenti in Mozambico dal giugno 2021 con circa 5.000 soldati. Duemilacinquecento sono del Ruanda e il resto fanno parte della missione SAMIM della quale la maggioranza sono sudafricani.

I jihadisti di IS-Mozambico che terrorizzano il nord del Mozambico dal 2017 ad oggi hanno causato la morte di 4,540 morti di cui 1.995 civili e circa un milione di sfollati.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

Twitter:
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Sandro Pintus
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Pesca illegale in Ghana: morte, abusi e corruzione sui pescherecci cinesi

Africa ExPress
11 gennaio 2023

Bright Tsai Kweku, un giovane ghanese, ingaggiato come nostromo su un grosso peschereccio cinese con l’incarico  di provvedere ai rifornimenti e all’equipaggio, ha raccontato ai reporter della BBC di essere stato costretto a lavorare tre giorni di seguito senza poter mettere la testa su un cuscino. Gli è stato persino negato il cibo e è stato costretto a bere acqua sporca.

Pesca illegale dei pescherecci cinesi in Ghana

“Ho visto tutto quel che c’è da vedere su quei pescherecci cinesi: corruzione, abusi di tutti generi. I marinai di Pechino hanno persino picchiato e distribuiti calci in abbondanza ai membri dell’equipaggio locale, come se fossero schiavi. Una volta terminate le punizioni corporali, gli hanno persino sputato addosso”.

“Un mio concittadino si è ammalato di colera mentre era sulla nave. I cinesi si sono rifiutati di riportarlo a terra per farlo curare. Il ragazzo non ce l’ha fatta. E’ morto. Un collega è deceduto a causa delle gravi ustioni riportate durante un incendio scoppiato a bordo e un altro è stato colpito mortalmente da un’elica. Nessuna delle famiglie ha ricevuto un indennizzo equo”, ha raccontato Kweku.

Sono solo alcuni esempi di abusi e negligenze delle quali si sarebbero macchiati i grossi pescherecci cinesi che operano a largo delle coste ghanesi.

E’ ancora più scioccante ciò che è avvenuto i primi di maggio dello scorso anno, quando un natante cinese, la MV Comforter 2 è affondata in acque ghanesi durante una tempesta. Nonostante il forte maltempo in atto, l’equipaggio cinese ha chiesto ai pescatori di caricare altro pesce. L’imbarcazione, già stracarica, ha perso il controllo e si è ribaltata proprio per il peso eccessivo in acque troppo agitate.

I soccorsi sono scattati subito, 14 membri dell’equipaggio sono stati salvati, ma 11 restano a tutt’oggi scomparsi, presumibilmente sono annegati. Il corpo senza vita del capitano è stato recuperato.

Altri 10 marinai sono sopravvissuti alla catastrofe, si sono aggrappati a un barile vuoto per quasi 24 ore, prima di essere stati avvistati da un natante, che li ha poi portati in salvo.

MV Comforter 2, peschereccio cinese affondato in acque ghanesi

Uno dei superstiti ha raccontato ai reporter della BBC che non ha ancora superato il trauma di quella notte e anche fisicamente è ancora molto provato. L’ex marinaio ha poi aggiunto che la società ghanese, la Boatacom, ufficialmente responsabile dell’imbarcazione, non gli ha corrisposto alcun risarcimento.

“Avrei bisogno di cure mediche, ma non me le posso permettere, non ho soldi”, ha aggiunto il marinaio.

Kojo Ampratwum, direttore generale della Boatacom, ha spiegato che il fascicolo del naufragio è stato inviato alla società di assicurazioni e ora sono in attesa di proposte di risarcimento.

Non è stato semplice capire chi fossero i proprietari della MV Comforter 2 e delle altre due imbarcazioni che operano in acque ghanesi. Di fatto, la proprietà straniera di pescherecci industriali che operano sotto bandiera ghanese è illegale, ma alcune società cinesi stanno aggirando questa regola attraverso compagnie di comodo nella ex colonia britannica.

Grazie alle ricerche effettuate da Environmental Justice Foundation (EJF) con base nel Regno Unito, si è potuto stabilire che la cinese Dalian Mengxin Ocean Fishery Company è proprietaria della MV Comforter 2 e fa parte della flotta Meng Xin.

La Meng Xin è collegata anche a un altro eclatante fatto di cronaca, la sparizione dell’osservatore della pesca, Emmanuel Essien.

Nel 2018 il governo di Accra ha nominato osservatori della pesca a bordo di tutti i pescherecci da traino industriali che operano sotto bandiera ghanese. Il compito di questi ispettori consiste nel raccogliere dati sulle attività di pesca e denunciare eventuali  pratiche illegali in mare.

Pare che Essien fosse particolarmente attento e minuzioso nel svolgere il compito che gli era stato affidato, talmente scrupoloso da farsi dei nemici, in particolare tra i cinesi.

In un suo rapporto, consegnato il 24 giugno 2019 alle autorità di Accra, ha descritto dettagliatamente le attività illegali praticate. Infine ha aggiunto: “Chiedo umilmente alla polizia di fare ulteriori accertamenti”.

James, fratello dell’ispettore, ha raccontato che la sera del 5 luglio Essien avrebbe cenato con l’equipaggio a bordo del peschereccio Meng Xin 15, poi si sarebbe ritirato nella sua cabina. Ma l’indomani mattina non c’era più traccia di lui. Sparito nel nulla. E ora, dopo oltre tre anni, la famiglia non ha ricevuto ancora spiegazioni sulla scomparsa del congiunto. L’indagine della polizia ha portato a un nulla di fatto: “Non abbiamo constato atti criminali o segni di violenza”.

Ovviamente ora tutti gli osservatori ghanesi che si trovano sui natanti da pesca cinesi sono intimoriti. Uno di loro ha spiegato ai reporter della BBC che paura, negligenza nonché la cultura della corruzione fa sì che molti ispettori sono disposti a accettare tangenti per insabbiare le prove sulla pesca illegale e abusi che si consumano sulle navi della flotta di Pechino.

Il fondatore di EJF, Steve Trent, ritiene che i pescherecci a strascico cinesi violano spesso le leggi e sono un problema in tutta l’Africa occidentale, ma in Ghana il fenomeno è peggiore che altrove.

Le varie inchieste dell’organizzazione britannica hanno messo in evidenza la corruzione sistematica praticamente a tutti livelli. Trent ha sottolineato che sebbene in Ghana qualche progresso sia stato fatto, resta ancora molto da compiere.

Africa ExPress
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Greenpeace accusa i cinesi di pesca illegale nelle acque senegalesi

A novant’anni distribuisce i suoi giornali da solo nel deserto Karoo in Sudafrica

Africa ExPress
10 gennaio 2023

A 90 anni suonati, l’editore Frans Hugo percorre settimanalmente 1.200 chilometri attraverso il deserto Karoo in Sudafrica, per consegnare i suoi giornali: “The Messenger “, “ Die Noordwester“ e “Die Oewernuus “, in afrikaans, una delle 11 lingue ufficiali del Paese.

Sudafrica: l’editore 90enne Frans Hugo distribuisce i suoi giornali nel deserto del Karoo

Con un piccolo asciugamano sulle ginocchia per evitare scottature, qualche uovo sodo e un thermos pieno di caffè, l’anziano signore sale sulla sua vecchia berlina a Calvinia, una cittadina di meno di 3.000 anime nel mezzo di un vasto e selvaggio territorio nel sud del Paese, per distribuire le sue gazzette.

Frans svolge questo compito da oltre 40 anni e, se dovesse ritirarsi, i suoi giornali probabilmente scomparirebbero insieme a lui.

E’ meticoloso, parte sempre all’1.30 per far ritorno casa dopo 18 ore di viaggio, in compagnia di una vecchia radio transistor incastonata nel volante, visto che quella originale, in dotazione alla macchina, non funziona più da tempo. “Parto ogni settimana con la regolarità di un metronomo. Smetterò quando non sarò più in grado di farlo fisicamente”, ha precisato.

Villaggio nel Karoo, Sudafrica

“Mi fermo in tutti piccoli villaggi”, ha confidato ai reporter di AFP. Con l’aiuto del bastone scende dalla vettura e deposita una pila di giornali in varie località. Recentemente alcuni luoghi di questa landa deserta hanno avuto un certo afflusso di nuovi abitanti, come artisti, persone solitarie, eccentriche, in fuga dalla frenesia delle grandi città, ma appassionati lettori della carta stampata di Frans.

Anno 1932, Frans Hugo è nato a Città del Capo, dove ha lavorato come giornalista per circa 20 anni, poi per altri 10 nella vicina Namibia. “Abbiamo sgobbato giorno e notte. A un certo punto non ho più sopportato una tale pressione e perciò mi sono trasferito nel Karoo”, ha raccontato l’arzillo vecchietto.

“Poi un giorno un tipo di Calvinia mi ha chiesto se fossi interessato all’acquisto della sua tipografia. Mia figlia ha detto subito sì, entusiasta dell’idea e pure io lo sono stato. Ho pensato di aiutare lei e mio genero in questa nuova attività. Purtroppo, dopo pochi mesi loro due si sono stancati, allora mi sono rimboccato le maniche e da allora porto avanti da solo tutto la baracca”, ha proseguito Frans nel suo racconto.

Vecchia stampante “Heidelberg”

Il Messenger è stato fondato nel 1975, mentre gli altri nei primi anni del 1900. Frans, sua moglie e tre dipendenti continuano a stampare questi giornali, in un momento in cui in tutto il mondo la stampa cartacea stenta a sopravvivere nell’era digitale. Questi settimanali di otto pagine riportano per lo più notizie locali in afrikaans (lingua ereditate dai coloni olandesi), solo occasionalmente appaiono un articolo o una pubblicità in inglese.

Il vecchietto con una folta criniera bianca, non ha simpatia per coloro che cercano l’informazione in internet. “Certo anche noi ora stampiamo meno copie, settimanalmente non più di 1.300.

La redazione e la tipografia assomigliano a un museo con la vecchia macchina da stampa Heidelberg e le ghigliottine (macchine per tagliare la carta), abbandonati praticamente ovunque negli ultimi trent’anni, per far spazio ai computer.

“Non ho idea di cosa ne sarà del nostro piccolo gruppo editoriale tra cinque o dieci anni. Ma non sono preoccupato. Finchè avrò le forze, gli abitanti di Karoo riceveranno ogni settimana le notizie su carta stampata in afrikaans”, ha concluso il giornalista.

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Essere gay in Kenya può costare la vita: ammazzato attivista LGBTQ

Dal Nostro Inviato Speciale
Costantino Muscau
Nairobi, 8 gennaio 2022

“Essere gay in Kenya può costare 14 anni di galera”. Questo prevede la legge. Nei fatti è applicata raramente.

Ma a Nairobi e dintorni sta succedendo di peggio: viene applicata la pena di morte da parte di criminali omofobi che restano impuniti. In aprile è stata uccisa Sheila Adhiambo Lumumba, 25 anni, dipendente alberghiera, attivista per i diritti della comunità LGBTQ. Abitava a Karatina, nella contea di Nyeri.

Edwin Chiloba, attivista LGBTQ, ucciso in Kenya

E’ stata trovata dopo alcuni giorni violentata, strangolata, accoltellata.E con le gambe spezzate.

Mercoledì scorso, 3 gennaio, dentro una cassa di metallo, buttata sul ciglio della strada, è stato trovato il cadavere in avanzato stato di decomposizione di un altro notissimo militante per le libertà sessuali.

Si chiamava Edwin Chiloba, aveva anche lui 25 anni. Torturato e strangolato.

Era designer, modello, fra tre mesi si sarebbe laureato in moda e abbigliamento all’università di Eldoret, città dove abitava, a circa 300 km dalla capitale. E a una quarantina di chilometri da Eldoret, sulla statale Kipenyo – Kaptinga, in Kapsaret, nella contea Uasin Gishu, nella Rift Valley, sede dei più grandi campioni dell’atletica mondiale, la polizia ha scoperto il baule.
A segnalarlo è stato un operatore di mototaxi (il classico Boda boda o piki). Il testimone ha dichiarato di aver visto scaricare la scatola metallica sul ciglio della strada da un veicolo senza targa.
Edwin voleva lanciare una linea di moda anche negli Stati Uniti, dove abitano i suoi genitori adottivi, Peter e Donna Pfaltzgraff, ministri di una congregazione religiosa.

Il giovane Chiloba non aveva mai nascosto le sue tendenze e il suo impegno civile. Nella bara dell’orrore indossava abiti femminili, quelli che indossava alla festa dell’ultimo dell’anno, secondo quanto rivela un clip in cui lo si vede ballare con gli amici.
Per questo i sospetti sono caduti fino a ieri proprio su alcuni amici della vittima. L’ultimo – secondo quanto ha scritto oggi il Daily Nation – sarebbe il fotografo freelance, Jackton Odhiambo, 24 anni, di Nairobi. La polizia lo sta interrogando e ha 14 giorni di tempo per portarlo in giudizio. Intanto sta dando la caccia a due compagni che lo avrebbero aiutato nell’omicidio e nell’ occultamento del cadavere dentro il box metallico.

Kenya: attivisti della comunità LGBTQ

Anche se il movente dell’efferato omicidio non è noto, (non si esclude una lite per gelosia, i due sembra che fossero conviventi) le truci modalità dell’ esecuzione e i precedenti fanno pensare che all’ origine ci sia sempre l’omofobia in un Paese e in un continente dove alligna il violento rifiuto di riconoscere come diritti umani quelli della comunità LGBTQ.
Un dato incontestabile, infatti, è che in Kenya e in Africa essere gay è una colpa grave che spesso si paga con la vita.
Chiloba lo scorso anno era stato picchiato in pubblico per il suo attivismo, da un gruppo di persone rimaste impunite. In luglio su Instagram aveva poi postato delle foto con le immagini delle conseguenze del pestaggio.L’atroce delitto ha suscitato ancora una volta un’ondata di sdegno, di proteste e di rabbia, soprattutto da parte di chi si sente stigmatizzato ed emarginato dalla società conservatrice per ignoranza e per motivi religiosi, siano essi cristiani o islamici. Non è un caso che molti episodi di intolleranza si verifichino sulla costa, a maggioranza musulmana.Per la Commissione Kenya Human Rights “È inquietante che si continui ad assistere ad un’escalation di violenza contro i keniani Lgbtq+. È riprovevole e profondamente ingiusto. Ogni giorno, i diritti umani delle persone Lgbtq+ vengono violati con poche conseguenze per i responsabili”.
Ieri il responsabile di Amnesty International Kenya, Irungu Houghton, ha invocato indagini veloci ed efficaci, ma anche l’apertura di un dibattito nazionale sui diritti dei gay: “Nessuna vita umana vale meno di un’altra. Tutti devono avere il diritto alla dignità, rispetto e protezione, secondo quanto prevede l’articolo 26 della Costituzione. Si deve andare oltre la cattura dei criminali. Per troppa gente ancora la violenza, i pregiudizi che marchiano, sono la norma”.
Nessuno comunque si fa illusioni. Non sembra che il governo del Kenya e quello degli altri Stati africani, abbiano tra le loro priorità quella di far rispettare i diritti di questo mondo, come scrisse sul sito di Al Jazeera, il 22 maggio scorso, Tafi Maha, commentatore sociale e politico.
L’attuale presidente della repubblica, William Ruto, nel 2015 dichiarò: ”La Repubblica del Kenya è un Paese che adora Dio. Non abbiamo spazio per i gay e cose simili “.

La stessa apertura mentale manifestata dal suo predecessore Uhuru Kenyatta. “Gli sforzi per de-criminalizzare il “gay sex” – ha commentato ieri il Daily Nation – vanno a sbattere contro un muro”.
Resteranno, però, impresse su quel muro le parole del post su Instagram scritte da Edwin Chiloba il 16 dicembre scorso: “Il mio movimento è per tutti. Si tratta di inclusione. E se ho intenzione di combattere ciò per cui sono stato emarginato, lo farò per tutte le persone emarginate”

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Ex ministro tunisino e tre funzionari condannati a tre anni per lo scandalo dei rifiuti tossici provenienti dall’Italia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
7 gennaio 2023

Martedì scorso un tribunale di Tunisi ha condannato l’ex ministro dell’Ambiente della Tunisia, Mustapha Aroui, e altri 3 funzionari a tre anni di galera. Aroui è stato silurato nel novembre 2020 e poi è stato arrestato insieme altre 3 persone per uno scandalo di rifiuti arrivati dall’Italia.

Tunisia: rifiuti provenienti dall’Italia

Mentre un altro dirigente dello stesso dicastero dovrà scontare 10 anni di prigione e al responsabile della ditta importatrice, a tutt’oggi latitante, è stata inflitta in contumacia una pena di 15 anni di carcere. Altri 6 imputati sono stati assolti.

Lo scandalo risale a luglio 2020, quando i rifiuti, la cui importazione è vietata dalla legge, sono stati stoccati in 280 container e portati in Tunisia da una società tunisina, la SOREPLAST che aveva falsamente affermato che si trattava di imballaggi di plastica, destinata al riciclaggio. Duecentotredici container erano stati stoccati nel porto Sousse, mentre i restanti 67 in un magazzino vicino alla città costiera.

La questione comincia a complicarsi quando si scopre che SOREPLAST, un’impresa tunisina attiva nel riciclaggio di rifiuti, aveva rilasciato false dichiarazioni circa il contenuto dei container. La società aveva chiesto un’autorizzazione per l’importazione temporanea di imballaggi di plastica di rifiuti non pericolosi che dovevano essere riciclati nel Paese per poi essere imbarcati verso un altro Paese europeo.

Mustapha Aroui, ex ministro dell’Ambiente della Tunisia

Purtroppo il contratto stipulato con una società italiana era ben diverso:  prevedeva il recupero dell’immondizia da parte di Soreplast e della sua eliminazione in Tunisia.

Il responsabile dell’azienda importatrice aveva firmato un contratto con la società italiana per lo smaltimento di 120.000 tonnellate, al prezzo di 48 euro a tonnellata – per un totale di oltre 5 milioni di euro.

A seguito di un accordo bilaterale, il governo tunisino aveva rispedito al porto di Salerno 231 container con stessa nave, la Arkas, battente bandiera turca, sulla quale erano arrivati a Sousse nell’estate 2020. Intanto si discute ancora oggi sui restanti 67, rimasti danneggiati in un incendio nel dicembre 2021.

In Tunisia il caso ha provocato un vero e proprio scandalo. La popolazione e le ONG locali hanno espresso a gran voce il loro disappunto: “Non permettiamo che il nostro territorio diventi la pattumiera dell’Italia”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Africa futuro hub mondiale per l’idrogeno verde: progetto da mille miliardi

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
6 gennaio 2023

L’idrogeno verde diventerà il combustibile del futuro e il suo produttore principale sarà il continente africano. È quando svela con una certa sicurezza uno studio di Banca europea per gli investimenti (EIB), International Solar Alliance (ISA) e Unione africana (AU) sul potenziale energetico dell’Africa.

Lo “straordinario potenziale africano”

Il rapporto si chiama “Africa’s Extraordinary Green Hydrogen Potential” e individua tre hub africani: Mauritania-Marocco, Africa meridionale ed Egitto. Ne dà conferma la Banca europea per gli investimenti nel suo sito. Lo studio, presentato al COP27, è stato formalmente consegnato ai partner il 20 dicembre scorso.

Africa hub idrogeno verde
Africa hub per l’idrogeno verde (Courtesy EIB)

L’idrogeno verde africano a costi competitivi

La produzione africana di H2 verde, può arrivare 50 milioni di tonnellate annue entro il 2035. Ma la domanda è: conviene produrre H2 verde? Il rapporto dice che ai punti di consegna costerebbe 1,55-1,90 euro/kg. Il prezzo equivale a 79-96 euro per barile di petrolio Brent, cui si aggiunge la CO2 per produzione.

La collaborazione con i partner africani

“L’Africa possiede la migliore energia solare del mondo – ha dichiarato Abdessalam Ould Mohamed Salah, ministro dell’Energia della Mauritania -. La trasformazione dell’energia solare in idrogeno verde può rafforzare la sicurezza energetica, ridurre le emissioni e l’inquinamento e decarbonizzare l’industria e i trasporti. La EIB sta collaborando con partner africani di tutto il mondo per sfruttare questo potenziale. L’energia rinnovabile dell’Africa può produrre idrogeno verde a basso costo su vasta scala”.

Un progetto da mille miliardi

L’investimento è di mille miliardi e, secondo le previsioni, l’idrogeno verde fornirebbe in terzo del consumo dell’energia attualmente utilizzzata in Africa. Ma il rapportano si sbilancia sui tempi di realizzazione del progetto.

La produzione di H2 contribuirebbe all’aumento di posti di lavoro, all’aumento del PIL, all’approvvigionamento di acqua pulita, alla diminuzione dell’inquinamento e a dare potere alle comunità. Un vero miracolo che va molto oltre la vaga proposta del “Piano Marshal per l’Africa”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

Twitter:
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Partnership Europa-Africa 1: piano Marshall e progetto Erasmus

La Namibia inizia la corsa verso la produzione di idrogeno verde

Guinea Equatoriale: rampollo del presidente Obiang indagato in Spagna per presunte torture e rapimento

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
5 gennaio 2022

La Spagna ha aperto un’inchiesta per rapimento e torture, contro Carmelo Ovono Obiang, uno dei figli del presidente equatoguineano, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo. Le accuse sono mosse dalla Corte criminale di Madrid. Il capo di Stato, ormai ottantenne, ha preso il potere nel 1979 con un colpo di Stato. Lo scorso novembre ha vinto nuovamente la tornata elettorale e è ora al suo sesto mandato.

Carmelo, figlio del presidente della Guinea Equatoriale
Carmelo, figlio del presidente della Guinea Equatoriale

Oltre a Carmelo, capo dell’intelligence estera, sono indagati anche Nicolás Obama Nchama, ministro della Sicurezza nazionale e  Isaac Nguema Endo, responsabile della sicurezza presidenziale.

Si tratta dei più alti funzionari addetti alla sicurezza di questo piccolo Stato dell’Africa centrale, ricchissimo di petrolio, ma tra i regimi più autoritari del continente.

El Pais, prestigioso quotidiano spagnolo, ha pubblicato la notizia martedì scorso e afferma che i tre uomini sono sospettati di aver rapito quattro oppositori, arrivati dalla Spagna alla fine del 2019 in Sud Sudan.

Tra questi due cittadini spagnoli di origine equatoguineana. Tutti e quattro sarebbero stati deportati con la forza a Malabo, dove sarebbero stati ripetutamente torturati.

Nell’articolo del quotidiano spagnolo vengono citate deposizioni di testimoni protetti e un rapporto della polizia spagnola e, secondo queste fonti i quattro a Malabo sarebbero stati sottoposti a crudeli sessioni di tortura in presenza e partecipazione dei tre alti funzionari della sicurezza, oggi oggetto dell’indagine di Madrid.

I quattro rapiti sono tutti membri del Movimento per la Liberazione della Terza Repubblica della Guinea Equatoriale (MLGE3R), un movimento politico di opposizione in esilio in Spagna.

I quattro (due dei quali con in tasca la nazionalità spagnola, il 44enne Feliciano Efa Mangue e Julio Obama Mefuman, 51 anni), oppositori del regime di Obiang, sono stati dati per dispersi a metà novembre 2019, pochi giorni dopo il loro arrivo in Sud Sudan. In comunicato dell’8 gennaio 2020, Amnesty International aveva fatto sapere che erano stati rapiti e trasferiti in Guinea Equatoriale.

Un déjà vu nel 2018, quando l’ingegnere italiano Fulgencio Obiang Esono, di origine equatoguineana, è stato rapito in Togo, incarcerato a Malabo e condannato a 58 anni di galera.

Dal momento della loro sparizione, la Spagna ha iniziato le indagini con la massima discrezione, ma il giudice Pedraz ha aperto solo ora un’inchiesta nei confronti dei tre esponenti della sicurezza della Guinea Equatoriale. Ciò è stato possibile anche perchè uno degli indagati, il figlio di Obiang, vive a Marbella e ha altri due appartamenti nel Paese, uno a Barcellona e l’altro a Toledo. Mentre il ministro per la Sicurezza Interna ha un domicilio a Villalbilla, cittadina vicino a Madrid. Il terzo, responsabile della scurezza presidenziale, è assiduo frequentatore del Paese ispanico; la Corte nazionale di Madrid lo indica, inoltre, come il principale aguzzino durante le sedute di tortura.

Secondo El País, i due spagnoli sarebbero stati arrestati a Juba da soldati sud sudanesi e caricati sull’aereo presidenziale alla volta della Guinea Equatoriale, insieme a Bienvenido Ndong Ondo e Martín Obiang Ondo legalmente residenti in Spagna e anche loro membri di MLGE3R.

I due spagnoli sono poi stati condannati nel 2020 a lunghe detenzioni: Feliciano Efa Mangue a 90 anni e Obama Mefuman a 60, perché ritenuti colpevoli di aver partecipato a un fallito golpe contro Obiang nel 2017.

Un anno prima del loro rapimento, 112 persone sono state condannate a decine e decine di anni di galera, sempre per il fallito putsch del 2017, tra questi, in contumacia i quattro sequestrati in Sud Sudan.

Teodorin Nguema Obiang Mangue, vicepresidente della Guinea Equatoriale e figlio del presidente

Ovviamente il governo di Malabo, tramite il suo vicepresidente, Teodoro Nguema Obiang Mangue, ha respinto tutti presunti addebiti, accusando la Spagna di ingerenze.

E in un post sul suo account Twitter del 4 gennaio 2023, Teodorin afferma, tra l’altro, che i terroristi sono stati arrestati dalle autorità sud sudanesi in virtù di un mandato d’arresto internazionale emesso da Malabo, e estradati in Guinea Equatoriale.

Teodorin, noto per il suo stile di vita lussuoso, è stato condannato in Francia per guadagni illeciti. E’ stato anche tra le persone ricercate dall’Interpol, ma la richiesta del mandato di arresto internazionale è stato cancellata nel 2013.

Il padre, presidente della Guinea Equatoriale al suo sesto mandato, ha fatto poi risultare le proprietà sequestrate in Francia come beni del proprio Paese e non del figlio. Nonostante le accuse e i processi in contumacia in USA e Francia e il sequestro dei suoi beni, Teodorin continua a girare il mondo indisturbato. Come quest’estate, quando l’aereo di Stato, un Boeing 777-200 LR, è stato avvistato all’aeroporto di Olbia, in Sardegna, come ha riportato il quotidiano L’Unione Sarda in un suo articolo del 4 settembre 2022.

A 80 anni, Obiang governa la Guinea Equatoriale, ricca di petrolio, con il pugno di ferro da quando ha preso il potere con un colpo di Stato nel 1979, 11 anni dopo l’indipendenza dalla Spagna.

Diversi gruppi per i diritti hanno spesso accusato il governo di Malabo di detenzioni arbitrarie e torture.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Carenza di preservativi: le prostitute e i loro clienti protestano con il governo in Kenya

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 4 gennaio 2023

In un’inchiesta nel nord del Kenya, al confine con l’Uganda, pubblicata dal quotidiano The Daily Nation vengono denunciati i pericoli di una recrudescenza dell’AIDS, perché mancano i preservativi. Le prostitute e i loro clienti hanno fatto partire puntuali denunce perché il governo intervenga.

Mncanza di profilattici nel nord del Kenya

In Kenya, dove l’aborto è vietato e punito severamente, i profilattici vengono distribuiti gratis con distributori automatici piazzati nelle toilette degli uffici pubblici e in quelli privati.

Il quotidiano narra che nella contea di Busia, sei lavoratrici del sesso hanno raccontato di essere costrette a usare lo stesso preservativo con più di un cliente, a raccogliere quelli usati dai bidoni della spazzatura per poi riutilizzarli parecchie volte. Inoltre, raccontano che per proteggere se stesse e i loro “ospiti”, devono partecipare a un traffico transfrontaliero con l’Uganda dove questi contraccettivi meccanici si comprano regolarmente.

Stessa situazione dell’anno scorso

La denuncia arriva dopo che all’inizio del mese le Organizzazioni della Società Civile (OSC) del settore sanitario hanno rivelato che il Kenya ha nuovamente esaurito i preservativi. La stessa situazione si era verificata all’inizio dell’anno scorso.

La confessione è stata fatta in vista della commemorazione della Giornata Mondiale dell’AIDS 2022 che si celebra il 1° dicembre di ogni anno.

Il quotidiano keniota ha raccontato che il dottor Samuel Kinyanjui, direttore nazionale dell’AIDS Healthcare Foundation (AHF) del Kenya, ha rimarcato la carenza di profilattici: mancano almeno 112 milioni di pezzi per un valore di circa 38 milioni di scellini (più o meno 300 mila euro), posto che il costo unitario si aggira intorno ai 2,9 scellini l’uno (0,02 euro).

Mantenere la famiglia di 7 persone

Durante un’intervista con i cronisti del Nation, Eunice*, che ha perso il marito nel 2015, ha rivelato che per lei la vita è andata di male in peggio. È diventata l’unica fonte di sostentamento della sua famiglia di sette persone.

I risparmi si sono rapidamente esauriti e non riusciva ad arrivare a fine mese. Con un po’ di umiltà, ha trovato lavoro come inserviente in un bar, ma il suo datore di lavoro non le pagava lo stipendio e le sue difficoltà aumentavano.

Decisione coraggiosa

“Quando non sono stata più in grado di provvedere alla mia famiglia – ha spiegato – ho preso la decisione coraggiosa di diventare una lavoratrice del sesso per prendermi cura dei miei cari”.

Riciclato della pattumiera

Nonostante i pericoli del mestiere, è andata avanti; ma ora procurarsi i preservativi per proteggersi dalle malattie sessualmente trasmissibili è diventato un problema. “A volte uso un profilattico due volte. Ho ricevuto un cliente abituale che normalmente mi paga bene, ma quel giorno non aveva il preservativo. La maggior parte dei commercianti aveva esaurito le scorte  – aggiunto -. Ho chiesto a una mia amica di prestarmene uno, ma lei non ce l’aveva. Così ho preso un profilattico usato dalla pattumiera e l’ho lavato. L’ho fatto per proteggermi”.

Prostitute e clienti denunciano il governo del Kenya per la mancanza cronica di profilattici nel nord del Paese

Eunice ha consegnato al suo cliente il preservativo lavato che però sarebbe poi scoppiato. I due hanno comunque continuato la loro attività. ma alla donna, poche settimane dopo è stata diagnosticata la sifilide.

“Ho accusato il mio cliente di avermi infettato, ma lui ha negato, finché non l’ho convinto a fare il test. Gli esami hanno rivelato che aveva vissuto con la sifilide latente per 16 anni”, ha spiegato la donna, aggiungendo: “Il governo dovrebbe fornirci i preservativi, perché quelli provenienti dall’Uganda sono venduti tra i 100 e i 400 scellini” (0,77-3,07 euro).

Troppo cari

Secondo Eunice le prostitute fanno pagare ai loro clienti tra i 200 e i 500 scellini ( da 1,53 a 3.84 euro) a seduta e che la maggior parte degli habitué delle lavoratrici del sesso è troppo timida per comprare i preservativi: “Se un cliente ti paga 200 scellini e tu compri un pacchetto di preservativi a 100 (0,72 euro) scellini, dove troverai i soldi per pagare l’affitto e comprare il cibo per i tuoi figli?”.

L’uso del preservativo è considerato un metodo di pianificazione familiare ideale, oltre a proteggere le lavoratrici del sesso dal contrarre malattie sessualmente trasmissibili.

Un settimo figlio

Pauline*, anche lei vedova, contro la sua volontà ha dato alla luce il suo settimo figlio nel settembre 2020.

L’ha concepito assieme a uno dei suoi habitué di lunga data. I preservativi non erano disponibili. “L’uomo mi ha messo incinta anche nel 2018, dopo la rottura di un preservativo. Questo era il sesto figlio”, ha raccontato.

Anche Phanice*, lavoratrice del sesso a Malaba, sempre nel nord del Kenya, ha narrato di essere stata costretta per proteggersi a lavare i preservativi usati.

Incinta al quarto mese

Si è lamentata del fatto che i distributori di profilattici nella maggior parte delle strutture sanitarie della contea di Busia sono vuoti. Ora è incinta di quattro mesi dopo aver fatto sesso non protetto con un cliente.

“Ero solita portare con me preservativi e lubrificanti quando incontravo i miei clienti – ha confessato – . Quattro mesi fa ho incontrato il mio cliente e non avevo i condom. Dato che mi pagava bene, non potevo permettergli di trovare soddisfazione sessuale altrove”.

Secondo Sylvia Epalat, infermiera della Busia Survivors Organization, nella contea ci sono almeno 4.000 lavoratrici del sesso.

Secondo l’infermiera, almeno 3.000 di loro utilizzano metodi moderni di pianificazione familiare come impianti e spirale intrauterina, tra gli altri, mentre il preservativo è il metodo di pianificazione familiare preferito.

Il direttore sanitario di Busia, Janerose Amoit Ambuchi, ha protestato: “Abbiamo bisogno di denaro per acquistare i preservativi. Per le lavoratrici del sesso l’uso abituale del profilattico è una priorità. Alcune di loro sono costrette ad attraversare l’Uganda per comprarli”.

Indice di povertà 83 per cento

La signora Amoit ha aggiunto: “L’indice di povertà a Busia è dell’83 per cento, perciò la popolazione non ha soldi per acquistare i preservativi. Le prostitute dovrebbero essere tenute al sicuro da nuove infezioni da HIV”.

Il dottor Kinyanjui ha avvertito che il Paese rischia di far regredire i progressi ottenuti nella risposta all’HIV/AIDS se non si affronta il problema della carenza di preservativi nel Paese.

Acuta carenza

Ha inoltre osservato che nel corso degli anni la prevalenza dell’HIV e dell’AIDS è diminuita da un picco del 10,5 per cento a un minimo del 5 per cento negli ultimi anni.  “Il governo deve arginare l’acuta carenza di condom che ormai è diventata una routine”.

Secondo gli esperti, si stima che le nuove infezioni da HIV siano diminuite negli ultimi sette anni: da circa 116.000 nel 2009 a circa 45.000.

Le organizzazioni della società civile hanno sollevato preoccupazioni sulla possibilità di una nuova ondata di infezioni, citando la mancanza di fondi per provvedere alla distribuzione di preservativi. Hanno osservato che il governo sta acquistando 150 milioni di profilattici a fronte di una richiesta prevista di 262 milioni per l’anno finanziario 2022/2023.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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*Nome di fantasia

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Rapporto scioccante in Kenya: le studentesse sono criminali, prostitute e portatrici di HIV

Prostituta assassinata a Nanyuki, Kenya: le sua colleghe protestano in piazza

 

Il regime golpista di Ouagadougou impone nuove tasse per comprare droni turchi da usare contro i terroristi

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
3 gennaio 2022

Due colpi di Stato militari nel corso dell’ultimo anno, il Paese colpito da una pesante crisi sociale, economica ed umanitaria ma è corsa frenetica all’acquisto nei mercati esteri di sofisticati e costosi sistemi di guerra.

Bayraktar TB2, droni prodotti in Turchia, dalla Baykar Technologies

Il sito specializzato Ares difesa fa sapere che a fine 2022 il governo del Burkina Faso ha acquistato in Turchia non meno di due droni d’attacco Bayraktar TB2 e quattro veicoli blindati Nurol Ejder 6×6.

I velivoli a pilotaggio remoto dovrebbero aggiungersi ai cinque della stessa tipologia che – secondo Military Africa – sono stati ricevuti dalla Turchia tra fine aprile e inizio maggio 2022.

La missione di un drone Bayraktar TB2 decollato dal Burkina Faso è stata tracciata il successivo 1 luglio dagli analisti della piattaforma online FlightRadar24; dopo aver sorvolato lo spazio aereo nazionale, il velivolo ha raggiunto il confinante Togo.

Velivoli blindati Nurol Ejder 6×6., prodotti dalla holding industriale turca, Nurol Makina

Progettati e prodotti dall’azienda Baykar Technologies di Esenyurt (Istanbul), i droni possono essere impiegati per operazioni di intelligence e sorveglianza e per quelle di “ricerca e attacco”. Hanno un’autonomia di volo superiore alle 27 ore e possono volare fino a un’altitudine di 8.230 km, a una velocità di crociera di 130 km/h.

Lunghi 6 metri e mezzo e con un’apertura alare di 12 metri, i Bayraktar TB2 sono controllati a distanza da una stazione di controllo a terra. Per quanto riguarda i sistemi di armamento, i droni possono trasportare un carico di 150 kg su 4 piloni sotto le ali: bombe a guida laser MAM-L, missili anticarro a lungo raggio UMTAS e razzi Cirit da 70 mm, tutti prodotti da una delle maggiori aziende del comparto bellico turco, la Rocketsan S.A. di Ankara.

I Bayraktar TB2 sono tra i droni killer più impiegati negli odierni scenari di guerra. Secondo i manager di Baykar Technologies (azienda il cui presidente e maggiore azionista è Selcuk Bayraktar, genero del presidente Recep Tayyp Erdogan), essi sono stati venduti alle forze armate di 27 paesi.

Il loro esordio operativo risale al 2018 quando furono impiegati dall’esercito turco contro le postazioni dei militanti curdi dell’YPG e contro numerosi villaggi sul confine tra Iraq e Siria settentrionale.

Nel giugno 2019, diversi organi di stampa internazionali hanno documentato gli attacchi con droni Bayraktar TB2 in Libia da parte del Governo di accordo nazionale (GNA) contro l’esercito nazionale libico (LNA) del generale Haftar.

Anche le forze armate dell’Azerbaigian hanno impiegato i droni “turchi” contro gli armeni nella guerra del Nagorno-Karabakh del 2020. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina (24 febbraio 2022), i Bayraktar TB2 hanno fatto la loro dirompente comparsa nel conflitto fratricida: gli ucraini li impiegano contro i carri armati e le postazioni russe e uno di essi avrebbe fatto da “velivolo civetta” durante l’affondamento dell’incrociatore lanciamissili Moskva, unità ammiraglia russa nel Mar Nero, il 14 aprile 2022.

Nel corso dell’ultimo anno, l’azienda del genero di Erdogan avrebbe consegnato i Bayraktar TB2 pure ai militari degli Emirati Arabi Uniti, Gibuti, Iraq, Kirghizistan, Pakistan e Polonia. Rilevantissimo e inquietante l’export dei droni nel continente africano (il loro valore monetario è cresciuto da 83 milioni di dollari nel 2020 a 288 milioni nel 2021). Oltre a Burkina Faso e Gibuti, i velivoli killer sono stati venduti a Etiopia, Marocco, Niger e Togo.

“L’uso dei droni in Africa sta allarmando gli osservatori internazionali che temono l’aumento delle vittime tra la popolazione civile negli attacchi contro i gruppi ribelli – scrive Africa Defense Forum Magazine –. In Burkina Faso e Togo sono stati documentati raid con droni che hanno causato morti tra la popolazione civile.

Durante la guerra in Etiopia le organizzazioni umanitarie hanno lamentato almeno 300 vittime civili nei raid con velivoli senza pilota di produzione turca e cinese. Come ha spiegato Wim Zwijnenburg di PAX, ONG che studia i conflitti globali e l’uso di nuove tecnologie militari, ciò che più preoccupa in particolare in una regione come l’Africa occidentale, è che i droni stanno abbassando la soglia dell’impiego della forza letale non solo nei conflitti armati, ma anche per risolvere con facilità questioni politico-sociali complesse.

I quattro veicoli blindati da combattimento Nurol Ejder 6×6 venduti al Burkina Faso sono equipaggiati con una mitragliatrice da 7,62 millimetri ed un lanciagranate automatico da 49 millimetri.

Gli “Ejder” (Drago in turco) hanno la forma a V dello scafo che – secondo Ares difesa – consente una maggior protezione contro le mine e una resistenza agli ordigni nell’ordine degli 8 chilogrammi. Il veicolo ha un peso di 16 tonnellate, una lunghezza di 7 metri e una larghezza di 2,7 metri, e può trasportare fino a 10 soldati più i due di equipaggio. La velocità massima è di circa 100 km/h su strada mentre in modalità anfibia può arrivare a 9 km/h. L’autonomia è di circa 750 chilometri.

Il blindato è prodotto dall’holding industriale Nurol Makina (di proprietà della famiglia Carmikli) ed è stato venduto nella versione 6×6 anche a Georgia e Tunisia e in quella 4×4 a Ciad, Malesia, Senegal, Ungheria, Uzbekistan, Qatar, Turchia e ancora Tunisia. Anche questi blindati sono impiegati dalle forze armate di Erdogan nei loro raid contro le milizie e le popolazioni kurde in Siria.

Per ciò che riguarda l’export di armamenti al Burkina Faso, va poi segnalato che nel luglio 2021 il ministero della difesa di Ankara ha ufficializzato la consegna di quattro veicoli blindati di ricerca mine MEMATT a controllo remoto da parte della società turca ASFAT Inc. L’equipaggiamento militare anti-mine è stato venduto pure a Togo e Azerbaijan.

Il 12 dicembre 2022 il regime golpista di Ouagadougou ha presentato un piano finanziario per la creazione di un “fondo a supporto della guerra anti-jihadista” di 152 milioni di euro da conseguire entro la fine del 2023 attraverso un’imposta straordinaria sui salari dei lavoratori del settore pubblico privato e su alcuni beni (bevande, sigarette, internet, prodotti di lusso, ecc.).

Burkina Faso, VDP

Con il fondo di guerra verranno incorporati 50.000 nuovi “volontari della difesa e della patria (VDP)” a supporto delle operazioni militari e di controllo dell’ordine pubblico e saranno acquistate armi leggere, uniformi e veicoli per il loro impiego.

Il corpo ausiliario VDP è stato istituito alla fine del 2019 ed è addestrato prevalentemente per operazioni di sorveglianza, raccolta di informazioni e scorta. I “volontari della difesa e della patria” sono stati accusati dalle organizzazioni della società civile burkinabé dell’orribile strage compiuta nella notte tra il 30 e il 31 dicembre nella città nord-occidentale di Nouna, quando 28 persone sono state uccise a colpi di arma da fuoco da uomini mascherati.

A fine dicembre 2022 il primo ministro, Apollinaire Kielem de Tembela, ha lanciato un appello al governo francese per fornire armi, munizioni ed equipaggiamento al corpo patriottico-paramilitare burkinabé. Una richiesta perlomeno schizofrenica alla luce dell’espulsione dell’ambasciatore del governo di Parigi, Luc Hallade, decretata dalla giunta militare del Burkina Faso il 2 gennaio scorso.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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