Rapite, stuprate e costrette a combattere: la vita delle donne nei campi di Boko Haram

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 3 gennaio 2016

“Sono pronto ad aprire il dialogo con i Boko Haram per ottenere la liberazione delle oltre duecento ragazze rapite a Chibok nell’aprile 2014”, ha sostenuto Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria in un comunicato alla fine dell’anno. Infine ha aggiunto: “Bisogna identificare una leadership dei Boko Haram che sia credibile, che sappia dirci dove si trovano attualmente le studentesse, allora saremo pronti a sederci al tavolo con loro senza pregiudiziali”.

Bisogna fare in fretta per trovare una soluzione, non solo per le ragazze di Chibok, per tutti coloro ancora nelle mani dei sanguinari terroristi. Secondo un rapporto di Amnesty dello scorso aprile, che ha raccolto testimonianze di chi è riuscito a scappare o è stato liberato, uomini, ragazzi, donne e ragazzine, se sopravvivono alle feroci incursioni, vengono catturati e obbligati a combattere al loro fianco.

Proviamo solo a immaginare cosa succede alle giovani donne e alle ragazze in mano ai militanti jihadisti: stupri di massa, costretti a sposare i loro aguzzini, e come gli uomini, sono costretti a convertirsi all’islam e, dopo un breve, ma intenso addestramento, sono obbligati a partecipare alle incursioni dei terroristi ed ammazzare la propria gente, familiari compresi, nei loro villaggi.

Aisha, una ragazza di 19 anni racconta: “Sono stata rapita durante il giorno del matrimonio di una mia amica, insieme a sua sorella, la sposa e la sorella della sposa. Ci hanno portato in un campo a Gullak, nell’Adamawa State. Dopo una sola settimana hanno costretto la sposa e sua sorella a contrarre matrimonio con i loro sequestratori.

Nel campo c’erano un centinaio di ragazze. Poi è iniziato l’addestramento forzato. Per tre settimane mi hanno insegnato come sparare, usare le bombe. Subito dopo sono diventata operativa. Ho dovuto partecipare a un attacco nel mio villaggio. Durante i tre mesi in mano ai militanti, sono stata violentata molte volte, spesso ho subito stupri di gruppo. In quel periodo ho visto morire più di cinquanta persone, inclusa mia sorella, perché chi si rifiuta di convertirsi o di uccidere, viene ammazzato. I morti vengono buttati in un buco, scavato nel bosco e bruciati. Non ho visto la fossa, ma si sentiva il tanfo dei corpi morti, quando iniziavano a marcire”.

Il 14 dicembre 2014 Ahmed e Alhaji, due giovani, erano seduti l’uno accanto all’altro insieme ad altri uomini, aspettando il loro turno per essere sgozzati a Madagali, durante un’incursione dei Boko Haram.
Ahmed, uno dei sopravvissuti alla mattanza, ha riferito: “Il mio istinto mi diceva di alzarmi, di scappare, ma ero come paralizzato. Due militanti, con un coltello in mano, hanno sgozzato ventisette persone davanti ai miei occhi. Li ho contati, volevo sapere quando sarebbe giunto il mio momento. Quel giorno hanno ucciso un centinaio di uomini a Magadali. Chi si rifiutava di unirsi a loro, veniva trucidato”.

Anche “Human Rights Watch” ha raccolto testimonianze di sopravvissuti alla furia dei terroristi nigeriani.
Miriam, un’adolescente di quattordici anni è stata rapita il 12 aprile 2014 a Marnaghafai, nel Borno State. Quella notte si è svegliata di soprassalto. Alcuni uomini hanno sfondato la porta di casa a calci, hanno portato via il padre e due dei suoi fratelli, poco più grandi di lei. Poco dopo ha sentito degli spari. I suoi cari sono stati uccisi. Terrorizzata, si è nascosta sotto una pila di coperte e vestiti, ma i sanguinari guerriglieri sono tornati, portando via lei, la mamma e il fratellino di soli cinque anni. Sono stati caricati su un camion insieme ad altre donne, ragazzi e bambini del suo villaggio.

Miriam è stata liberata a fine aprile di quest’anno , durante un’incursione dei militari nigeriani in un campo nella foresta Sambisa. All’inizio della sua cattura ha vissuto per alcune settimane con un gruppo di altre 275 donne e bambini in un campo a Malkohi, nell’Adamawa State. Durante la sua prigionia ha dovuto seguire i Boko Haram nei loro spostamenti insieme agli altri prigionieri. Spesso hanno dovuto camminare per giorni e giorni, senza cibo e acqua. Alcuni non hanno retto allo stress psico-fisico e sono morti. La mamma di Miriam e altre donne anziane sono state liberate dopo quattro mesi, senza alcuna spiegazione.
Miriam non è stata così fortunata. Ha dovuto subire violenze di ogni genere per altri otto mesi.

Le “fortunate” sopravvissute, dopo la liberazione devono seguire un “deradicalization program” del governo nigeriano, ma difficile capire in cosa consiste effettivamente, come vengono assistite, se i loro diritti vengono rispettati e quando e se mai potranno tornare nella loro comunità.

In un’intervista rilasciata nel dicembre 2014 a Vatican Insider, fratel Fabio Mussi, membro del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) e responsabile della Caritas della diocesi di Yagoua (Camerun) ha fatto sapere che è stato scoperto un campo di addestramento per “baby kamikaze” nel nord del Paese. Molti di loro vengono rapiti o adescati dai Boko Haram nel campo per rifugiati vicino a Fotokol, dove migliaia di nigeriani si sono rifugiati per cercare protezione.

Esattamente un anno fa il gruppo terrorista ha compito il terribile massacro di Baga. http://www.africa-express.info/2015/01/16/ammazzati-bambini-donne-partorienti-e-le-foto-agghiaccianti-della-distruzione-provocata-dai-boko-haram/. Si suppone che durante questo attacco siano morte duemila persone.

Secondo il prestigioso “Council on Foreign Relations” statunitense, i Boko Haram è il gruppo terrorista ad aver causato più morti dell’ISIS nel 2015.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
#BringBackOurGirls

Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi