Speciale per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi
Milano Malpensa, 28 luglio 2019
Notte tragica all’aeroporto di Malpensa per i passeggeri del volo Ethiopian 0735 diretto ad Addis Abeba. Il volo è stato cancellato ma i viaggiatori, lasciati senza informazioni, sono stati abbandonati a se stessi. L’aereo sarebbe dovuto partire alle 23:20 e invece 8 ore dopo nessuno aveva riprotetto i passeggeri su un altro volo. Gli impiegati che si impegnavano a rassicurare i passeggeri erano in evidente stato di disagio, perché non avevano ordini precisi. L’acqua e alcune paste dolci sono state portate alle 3. Poi più nulla.
L’Ethiopian Airlines è una compagnia prestigiosa ma in questa occasione ha peccato fortemente di professionalità. L’hub di Addis Abeba viene poi utilizzato come snodo importante dell’Africa centrale per la distribuzione dei passeggeri che dalla capitale etiopica si spostano in varie direzioni.
Sul volo di stanotte avrebbero dovuto viaggiare passeggeri diretti oltre che ad Addis Abeba, a Nairobi, Mombasa, Kinshasa, Victoria Falls, Città del Capo, Johannesburg e perfino in Africa Occidentale, a Lomé, in Togo.
Il disagio del passeggeri è stato accentuato anche dalla cattiva organizzazione del terminal 1 di Malpensa, dove le prese per ricaricare cellulari e computer sono scarsissime e alcune sono sfondate, ma nessuno le ripara.
E’ bene far notare poi che Malpensa è uno dei pochissimi aeroporti al mondo dove si paga il noleggio dei carrelli per trasportare i bagagli (ben 2 euro, spesso per due minuti). Un bruttissimo biglietto da visita per uno scalo che mira a diventare un prestigioso hub dell’Europa meridionale.
Aggiornamento: Alle 10.26 in punto l’aereo, che doveva partire alle 23.20 di ieri sera, ha lasciato la pista. Dopo poco più di sei ore atterrerà ad Addis Ababa, ma molti passeggeri avranno perso la loro coincidenza.
Speciale Per Africa Express Franco Nofori 28 luglio 2019
Fino a qualche anno fa l’alleanza tra Ruanda e Uganda, pareva solida e indistruttibile, ma la costante precarietà delle situazioni africane, anche in questo caso, vince sulle più realistiche attese. Le crescenti tensioni tra i due Paesi, sono soprattutto dovute all’accesa rivalità che si è sviluppata tra i suoi leader: il ruandese Paul Kagame e l’ugandese Yoweri Museveni che mostrano di non voler recedere di un millimetro dalle rispettive posizioni. I motivi del dissidio risalgono al marzo scorso, quando il governo ugandese indirizzò a quello di Kigali, una vibrata protesta, per lo sconfinamento di sue truppe nel proprio territorio e la conseguente uccisione di due civili, ma se Museveni si aspettava delle scuse, ricevette invece l’altrettanto piccata risposta di Kagame che accusava a sua volta l’Uganda di aver permesso l’ingresso di contrabbandieri oltre il proprio confine.
Il posto di confine tra Uganda e Ruanda, oggi chiuso
I fatti in questione si sarebbero svolti nella città ugandese di Rukiga, adiacente al confine con il Ruanda, ma il deterioramento dei rapporti tra i due Paesi, risalgono in realtà al dicembre 2018, quando, stando a fonti ruandesi, sarebbe stato scoperto che una formazione di ribelli, opposti al governo Kagame, erano stati addestrati e armati da istruttori ugandesi con lo scopo di rovesciare il governo del Ruanda. In effetti, si tratta di una situazione alquanto sospetta poiché il gruppo ribelle, autonominatosi “Platform 5” o più semplicemente “P5”, è al comando del generale Kayumba Nyamwasa, fino a qualche anno fa alto ufficiale delle truppe ugandesi, poi passato, con un equivalente incarico, alle forze armate del Ruanda. Il sostegno alla formazione ribelle, non sembra limitarsi a quello ugandese, ma vi concorrono anche il Burundi e il Congo-Kinshasa. Stando così le cose, l’irritazione di Paul Kagame sarebbe più che giustificata.
Il generale ugandese Kayumba Nyamwasa, oggi a capo del movimento ribelle “Platform 5” in Ruanda
Oltre al loro comandante, sembra inoltre accertato, anche da un recente rapporto ONU, che tra i militanti del “P5” ci sarebbero molti altri ex ufficiali dell’esercito ugandese che nello stesso mese (dicembre 2018) tentarono un fallito colpo di stato per rovesciare il governo ruandese in carica. Paul Kagame, nel febbraio di quest’anno, rispose chiudendo i confini con il Paese vicino. I più recenti fatti di Rukiga, non sono quindi altro che l’espressione di una pericolosa escalation delle tensioni tra i due Paesi, i quali stanno ammassando truppe ai rispettivi confini, dando così luogo a un temibile confronto che qualsiasi scintilla è ora in grado di far esplodere. Ad aggravare la situazione ci sono le belluine dichiarazioni di tutti gli attori coinvolti nella vicenda che, in luogo di esortare alla calma, gettano benzina sul fuoco, mettendo così a rischio la stabilità dei rispettivi Paesi.
Truppe ugandesi dispiegate lungo il confine con il Ruanda
Sia il Ruanda e sia l’Uganda, sono stati entrambi deferiti dalle società civili, alla Corte di Giustizia dell’Africa Orientale, con l’accusa di mettere a rischio l’incolumità dei propri cittadini, destabilizzando così l’intera regione, che ha già subito orrendi massacri la cui memoria resta tuttora vivissima nella popolazione. Nel frenetico scambio di accuse tra i due contendenti, c’è anche l’imputazione rivolta a Paul Kagame, dal generale ribelle Kayumba Nyamwasa, di voler sponsorizzare un colpo di stato nel vicino Burundi. Davvero difficile, discernere cosa sia vero da cosa sia falso in questo bailamme di rispettivi addebiti, ma resta almeno credibile, il rapporto dell’ONU che conferma la coalizione di Uganda, Congo e Burundi, volta a destabilizzare il governo ruandese.
Ricordando l’amicizia di un tempo. Il presidente Ugandese Yoweri Museveni conferisce un’alta onorificenza a Paul Kagame allora suo fidato capo dei servizi d’intelligence
Qual è l’obiettivo di quest’aspro confronto tra i due contendenti? Difficile vederne altri, all’infuori di quello di poter conquistare una posizione egemonica nella regione, ma è un confronto che mostra anche quanto siano labili, in Africa, i sentimenti di amicizia, anche quando questi appaiano così consolidati da poter essere definiti fraterni. Paul Kagame e Yoweri Museveni, intrattenevano stretti legami e affinità caratteriali fin dai tempi delle rispettive frequenze alla prestigiosa scuola Ntare High School di Kampala e l’attuale presidente ruandese, rafforzò quest’amicizia, servendo per sette anni Museveni come vice comandante dei servizi ugandesi d’intelligence e fu proprio lui a sconfiggere numerosi movimenti che si opponevano alla sua leadership e a potenziare così la sua presidenza. Come si vede oggi, questa lunga amicizia mostra di avere ben poca influenza nella contesa odierna.
Il presidente del Ruanda, Paul Kagame, con il direttore di Africa Express, Massimo Alberizzi
Malgrado alcuni suoi trascorsi – che restano controversi – è comunque d’obbligo riconoscere a Paul Kagame la capacità e la costanza di aver condotto il martoriato Ruanda a una nazione che può oggi porsi, a pieno diritto, come esempio per tutta l’Africa ed è davvero avvilente doverla vedere ora sull’orlo di un altro conflitto che, come tutte le guerre, si rivelerebbe certamente distruttivo e sanguinoso. Un conflitto che, come sempre avviene quando, la ragione si arrende alle armi, vedrebbe tutti (ma soprattutto i popoli) come i maggiori sconfitti.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 27 luglio 2019
Le forze politiche e i gruppi ribelli che aderiscono a Freedom and Change – la coalizione civile, che comprende Sudanese Professional Association e partiti all’opposizione – hanno finalmente trovato un accordo. In un comunicato si legge: “Le parti hanno superato i dissensi e collaboreranno insieme per la pace”.
I gruppi ribelli non hanno partecipato al tavolo delle negoziazioni tra il Consiglio Militare di Transizione (TMC) e FFC, che hanno firmato un accordo politico lo scorso 14 luglio. Ora resta da definire il “documento costituzionale”. Le trattative sono ancora in atto.
Manifestazioni Sudan
Nel frattempo continuano le purghe all’interno delle Forze armate sudanesi. La giunta militare attualmente al potere mercoledì scorso ha arrestato il capo di Stato maggiore, Hachim Abdel Mottalib, alcuni agenti del NISS (intelligence sudanese), dirigenti dei movimenti islamisti e del partito Congresso Nazionale dell’ex presidente Omar Al Bashir. Su tutti pende l’accusa di aver partecipato al tentato golpe dell’11 luglio. Altri ufficiali, tra loro anche qualcuno già in pensione, erano stati imprigionati il giorno del fallito putch, con il quale si voleva riportare al potere l’ancien régime.
Uno degli uomini di spicco di TMC è Mohamed Hamdan Daglo, meglio conosciuto come Hemetti, attuale capo delle forze paramiliatri di Rapid Support Forces (ex janjaweed) e numero due della giunta militare. Le RFS sono state accusate di abusi su ampia scala in tutto il Sudan e sono stati anche accusati di aver partecipato al massacro del 3 giugno scorso.
Secondo Alex de Waal (ricercatore britannico di politica delle élite africane, il direttore esecutivo della World Peace Foundation presso la Fletcher School of Law and Diplomacy della Tufts University), le RFS, guidate appunto da Hemetti, rappresentano un nuovo tipo di regime: un miscuglio di milizie etniche, imprese commerciali e forza mercenaria transnazionale.
Le RFS sono state fondate ufficialmente nel 2013 dall’ex presidente Omar Al Bashir, deposto l’11 aprile con un colpo di Stato e attualmente detenuto in una prigione a Khartoum. Su di lui pende ancora un mandato di cattura spiccato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja per crimini commessi nel Darfur. Molti suoi oppositori chiedono con insistenza che venga estradato e consegnato alla CPI.
Mohamed Hamdan Daglo, detto Hemetti, capo delle RSF e numero due della Giunta Militare di Transizione
Ma la storia delle RSF comincia ben prima, nel 2003 con il nome di janjaweed, quando il governo Al Bashir aveva mobilitato gli allevatori arabi di cammelli, per lo più di etnia Rizeigat del Nord-Darfur e del vicino Ciad. E’ così che sono nati i janjaweed, che hanno commesso crimini indescrivibili contro gli insorti africani neri del Darfur.
Infatti, nella prima parte degli anni Duemila la guerra del Darfur, scoppiata nel 2003, è stata sulle pagine di tutti i giornali e l’ONU ha inviato anche gruppi di investigatori che hanno confermato il carattere omicida delle milizie accusate di genocidio. Allora il capo dei janjaweed più conosciuto era Musa Hilal, della tribù dei Rizeigat/Mahamid, caduto in disgrazia e arrestato nel novembre 2017, perchè si era opposto alla fusione della sua milizia tribale con le RSF.
I comandanti dei paramilitari sudanesi sono tutti Rizeigat/Mahariya, la tribù di Hemetti, ma l’organizzazione arruola uomini di tutti gruppi etnici del Paese. E il loro ruolo è stato essenziale nell’ambito del “Processo di Khartoum”, fondo fiduciario d’emergenza dell’Unione europea per la stabilità, e la lotta contro le cause profonde della migrazione irregolare e del fenomeno degli sfollati in Africa, lanciato nel novembre 2015 al Summit de La Valletta. Il governo sudanese utilizzava per lo più i famigerati janjaweed, miliziani sanguinari, assassini, stupratori e rapitori di bambini, per controllare i confini con la Libia e l’Egitto.
Nell’ambito del Processo di Khartoum l’UE aveva anche finanziato un progetto per l’addestramento e equipaggiamento delle guardie di confine e della polizia sudanese per il controllo dell’immigrazione irregolare. Secondo quanto ha riportato da Deutsche Welle in questi giorni, l’UE avrebbe sospeso per il momento tale programma, perchè si teme che le forze di sicurezza in questione possano aver partecipato alle repressioni durante le manifestazioni in Sudan durante gli ultimi sette mesi.
Lutz Oette, esperta di diritti umani della School of Oriental and African Studies, ha spiegato a DW che tale misura è la logica conseguenza del cambiamento delle circostanze. Continuare una collaborazione in questo senso con il Sudan non è compatibile con la posizione dell’UE per quanto concerne i diritti umani.
Secondo un portavoce dell’Unione anche il Centro di intelligence, conosciuto come Regional Operational Center in Khartoum (ROCK), che condivideva informazioni sui network di contrabbando di persone e il traffico di esseri umani alle forze di sicurezza di diversi Paesi del Corno d’Africa, è stato chiuso a giugno. Il personale è stato trasferito in altri centri, mentre Better Migration Management (BMM) è già stato sospeso a marzo; altre attività finanziate da Bruxelles, come il sostegno alle persone vulnerabili nel Paese, non sono state interrotte.
Lo stesso portavoce ha sottolineato che il governo sudanese non avrebbe mai ricevuto finanziamenti diretti da Bruxelles. Sarebbero sempre stati affidati a agenzie di sviluppo degli Stati membri dell’UE, Organizzazioni internazionali o ONG. Ciò vuol dire che da parte europea è mancato il controllo sulla destinazione finale dei fondi.
Mentre un portavoce della tedesca GIZ (acronimo per Deutsche Gesellschaft fuer Internationale Zusammenarbeit GmbH) ha precisato che la lista dei partecipanti al programma di addestramento è sempre stato coordinato con il governo sudanese, precisamente con National Committee for Combating Human Trafficking (NCCHT), per evitare la partecipazione di uomini dei paramilitari di RSF.
Paramilitari RSF in Libia
Queste milizie non sono solamente attive nell’ex dominio anglo-egiziano. Sono presenti nello Yemen, in quanto il Sudan è tra i Paesi che sostengono la coalizione saudita. E, secondo quanto riporta The Libya Observer in un suo articolo del 25 luglio, i primi mille paramilitari sudanesi sarebbero arrivati nella Libia centrale per proteggere i pozzi petroliferi. In questo modo gli uomini fedeli a Khalifa Haftar possono concentrarsi sulla “offensiva su Tripoli”. Altri tre mila uomini delle RFS sono attesi nei prossimi mesi per supportare le forze del maresciallo della Cirenaica. Tale notizia è stata confermata anche da Radio Dabanga, emittente generalmente ben informata.
Documenti ottenuti da Al Jazeera proverebbero inoltre l’utilizzo dello spazio areo sudanese per inviare i paramilitari in Libia e nello Yemen via l’Eritrea.
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Da oltre cinque anni Africa ExPress porta sui vostri computer notizie che nel nostro Paese pochi diffondono.
Grazie al vostro generoso aiuto, sul rapimento di Silvia Romano, abbiamo pubblicato una serie di articoli di inchiesta corredati da audio, video e fotografie) in cui abbiamo svelato alcuni risvolti finora segreti. Il risultato è che qualcosa si è mosso. Le indagini, almeno apparentemente, dopo alcuni mesi di completa stagnazione, al di là delle dichiarazioni ufficiali, sono riprese con un certo vigore.
Crediamo sia importante continuare a scavare sul caso anche se non intendiamo dimenticare gli altri due italiani tenuti in ostaggio in Africa Occidentale. Luca Tacchetto (rapito con la sua compagna canadese Edith Blais) e Pierluigi Maccalli.
Il nostro interesse giornalistico di approfondire con un’inchiesta seria il caso di Silvia Romano, è nato quando ci siamo resi conto che la vicenda è piena di depistaggi, silenzi immotivati, notizie false, probabilmente diffuse ad arte, misteri da scoprire e rivelare. Ma per questo ci serve il vostro aiuto.
Per fare un buon giornalismo occorre investire risorse e noi siamo un quotidiano autorevole e professionale fatto da giornalisti che conoscono bene l’’Africa, ma purtroppo con risorse più che limitate.
Aiutateci ad approfondire e a trovare il bandolo della matassa di questa dolorosa storia. Vi chiediamo aiuto: se ritenete che ne valga la pena, dataci una mano versando quello che potete sul conto corrente qui sotto. Leggerete i risultati della nostra inchiesta su www.africa.express.info. Non vi deluderemo. Diffondete per favore anche questo messaggio il più possibile. Grazie a quanti ci hanno aiutato finora e grazie anticipato a chi ci aiuterà.
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Nella causale scrivi “Silvia Romano”
ECCO TUTTI GLI ARTICOLI SUL RAPIMENTO DI SILVIA ROMANO PUBBICATI DA AFRICA EXPRESS
Sono iniziati i lavori di assemblaggio dello scafo dell’ENI dell’unità Coral-Sul FLNG (liquidificatore galleggiante di gas naturale) che sarà varato nel 2020. Si tratta di un impianto inaffondabile che verrà utilizzato per il trattamento e la liquefazione del gas naturale (LNG) degli immensi giacimenti off-shore del Mozambico.
Immagine del Coral Sul FLNG, liquidificatore galleggiante di gas naturale dell’ENI
Il comunicato ENI parla di misure extralarge per la speciale imbarcazione: una volta montata avrà 432 metri di lunghezza e 66 di larghezza con un peso totale di circa 220mila tonnellate. Il modulo degli alloggi sarà composto da 8 piani e potrà ospitare fino a 350 persone.
Il liquidificatore sarà ancorato a circa 2000 metri di profondità, con l’ausilio di 20 linee di ormeggio dal peso complessivo di 9000 tonnellate. La capacità di liquefazione del gas sarà di 3,4 milioni di tonnellate all’anno. Una volta terminato avrà un record: il primo liquidificatore galleggiante di gas naturale in acque profonde del continente africano.
A settembre 2019 inizieranno le attività di perforazione e completamento dei sei pozzi sottomarini che alimenteranno l’unità di liquefazione. I pozzi avranno una profondità media di circa 3000 metri e saranno perforati in circa 2000 metri di profondità d’acqua. Le attività saranno eseguite dall’impianto di perforazione SAIPEM 12000 e verranno completate entro fine 2020. La produzione di LNG avrà inizio nel 2022.
Impianto Saipem 12000, utilizzato per le perforazioni ENI off-shore
ENI è presente in Mozambico dal 2006 per l’acquisizione di un permesso esplorativo denominato Area 4 ubicato nel bacino offshore del fiume Rovuma nel nord del Paese. Dal 2011 al 2014 sono state scoperte immense risorse di gas naturale nei giacimenti di Coral, Mamba Complex e Agulha, stimate in 2.400 miliardi di metri cubi di gas in posto.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 25 luglio 2019
Si chiama Maria Alice Mabota. È la prima donna della storia dell’ex colonia portoghese che si candida alla presidenza della repubblica alle elezioni che si terranno il prossimo 15 ottobre. Competizione elettorale nella quale l’attuale presidente, Filipe Nyusi, si presenta per il secondo mandato.
Maria Alice Mabota, prima donna mozambicana che si presenta alle elezioni presidenziali (Courtesy @CAD.MZ)
“So di essere piccola e che dovrò affrontare ciottoli, pietre e massi” – ha dichiarato in una conferenza stampa. “Il desiderio di cambiare il corso del paese, di rimetterlo sulla via del progresso è molto più forte e non mi permette di arrendermi”.
Bisogna dire che la signora Mabota ha un grande coraggio. Infatti, sfida il FRELIMO (Frente de Libertaçao de Moçambique), partito già filosovietico che ha lottato, e ottenuto, l’indipendenza del Mozambico.
Un monolite di granito, al potere dal 1975, che negli ultimi anni ha ceduto alla corruzione vedendo coinvolti politici ai livelli più alti. Tra questi anche Manuel Chang, ex ministro delle Finanze, attualmente detenuto in Sudafrica, accusato per uno scandalo da 1,9mld di euro.
La neo candidata sfida anche il maggior partito di opposizione, RENAMO (Resistencia National Moçambicana), oggi in parlamento. Prima di diventare un partito, per quasi due decenni è stato protagonista della guerriglia armata antigovernativa finanziata dal Sudafrica dell’apartheid e dagli USA.
Maria Alice Mabota durante una manifestazione contro l’intolleranza (Courtesy (Courtesy @CAD.MZ))
Alice Mabota, alle presidenziali mozambicane si presenta con la Coalizione per l’Alleanza Democratica (CAD) composta da sei partiti che attualmente sono all’opposizione. Ha fondato la Lega per i diritti umani del Mozambico e ne è stata la prima presidente per più di due decenni.
Dei diritti umani ne fa una bandiera del suo programma elettorale. “Il Paese sta andando indietro in termini dello stato di diritto” ha affermato. Lo confermano le restrizioni dello scorso anno alla libertà di stampa indipendente varate lo scorso 22 agosto. Un bavaglio subdolo, pochi mesi prima delle elezioni amministrative, che impone tasse di licenza e rinnovo annuale elevatissime alle testate libere.
Anche i freelance mozambicani che collaborano per le testate straniere sono costretti a pagare allo stato delle tasse salate per poter lavorare. Mentre alla stampa viene impedito di indagare sul terrorismo jihadista a Cabo Delgado, nel nord del Paese.
La sfida di Maria Alice Mabota e del CAD allo strapotere del FRELIMO al governo da 44 anni potrebbe cambiare molte cose.
Editoriale Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 6 giugno 2019
Da oltre cinque anni Africa ExPress compare sui vostri computer con notizie che nel nostro Paese pochi diffondono. E anche quelle poche pubblicate sui grandi giornali sono trattate da noi in un modo diverso, spesso più approfondito o viste da un angolo differente e/o inconsueto.
L’intervista nel programma di Radio24 “Uno, nessuno, 100Milan” (6 giugno 2019) di Alessandro Milan
È il caso della tragica vicenda di Silvia Romano. Una vicenda che va indagata e di cui si deve scrivere solamente quando si hanno notizie certe e verificate. Per tenere alta l’attenzione non ci si può inventare informazioni inesistenti e non controllate con attenzione.
È stato ormai accertato che il rapimento della giovane volontaria milanese, non ha motivazioni terroristiche e questo solleva altre inquietanti ipotesi che sarebbe doveroso verificare sul campo.
Quello che abbiamo scritto finora purtroppo non è molto. Sul web circolano parecchie informazioni spesso non verificate. Quelle che noi abbiamo cercato di accertare si sono dimostrate false. Ci sono stati poi depistaggi e sciacallaggi: i primi inquietano chi vuol cercare la verità, i secondi mostrano come non ci sia limite alle miserie umane.
Per fare un buon giornalismo occorre investire risorse e noi siamo un quotidiano autorevole e professionale ma purtroppo con risorse più che limitate.
Silvia Romano con un bimbo di cui si stava prendendo cura. Foto in esclusiva per Africa ExPress
La nostra voglia di approfondire il caso di Silvia Romano, dove ci siamo resi conto oltre ai depistaggi, ci sono silenzi immotivati e notizie false, probabilmente diffuse ad arte, ci impone di fare partire un’investigazione giornalistica seria. Ci occorre per questo un finanziamento e ci appelliamo ai nostri lettori.
Aiutateci ad approfondire e a trovare il bandolo della matassa di questa dolorosa storia. Vi chiediamo aiuto: se ritenete che ne valga la pena, dataci una mano versando quello che potete sul conto corrente che segue.
IBAN: IT10B0311101603000000000413 – UBI Banca, Sede di Milano
intestato a Senza Bavaglio Centro Studi per il Giornalismo
Nella causale scrivi “Silvia Romano”
Se non riusciremo a raggiungere la cifra sufficiente per inviare un nostro team in Africa Orientale vi restituiremo il denaro raccolto. Se invece riusciremo a ricavare il budget necessario, potrete leggere i risultati della nostra inchiesta su Africa ExPress. Contiamo su di voi.
Da sin. Luca ed Edith, rapiti in Burkina Faso e padre Maccalli, rapito in Niger
Ma oltre a Silvia Romano non dimentichiamo Padre Pierluigi Maccalli, rapito in Niger nel settembre 2018, e Luca Tacchetto e la compagna Edith Blais, rapiti lo scorso dicembre in Burkina Faso. Anche per lavorare su questi casi abbiamo intenzione di aprire una raccolta fondi. Vogliamo contare sui nostri lettori. Grazie.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 luglio 2019
Vietato cantare l’inno nazionale in Sud Sudan in assenza del presidente Salva Kiir. La nuova normativa è stata approvata dal Consiglio dei ministri venerdì scorso.
Secondo il ministro dell’Informazione, Michael Makuei, l’inno sud sudanese – scritto e composto in tutta fretta poco prima dell’indipendenza nel 2011 – sarebbe stato fatto suonare e/o cantare da alcune istituzioni durante cerimonie anche quando erano presenti solamente ministri, governatori, sotto-segretari.
Salva Kiir, presidente del Sud Sudan
“L’inno è un canto riservato al presidente e in sua assenza potrà essere ascoltato solamente nelle rappresentanze diplomatiche sud sudanesi all’estero o durante le prove di canto nelle scuole”, ha precisato il ministro.
Durante lo stesso Consiglio dei ministri è stata approvata anche la costruzione di un nuovo stadio sportivo nella capitale Juba per almeno quindicimila spettatori. Il governo ha stanziato la somma di 25 milioni di dollari e l’opera dovrebbe essere realizzata da Metallurgical Company of China (MCC). In aprile Makuei aveva annunciato che i barili di greggio destinati alla Cina in cambio di progetti di sviluppo aumenteranno da 10.000 a 30.000 al giorno.
Molti impianti petroliferi sono andati distrutti durante la guerra civile esplosa nel 2013. Attualmente il Paese è in grado di produrre 175.000 barili di greggio al giorno.
Poco meno di un anno fa è stato firmato l’ennesimo trattato di pace. Ma la gente continua a morire. Proprio all’inizio di luglio la Missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite per il Sud Sudan (UNMISS) ha fatto sapere che in particolare nella regione Central Equatoria sono stati attaccati parecchi villaggi.
Nel suo ultimo rapporto UNMISS ha documentato 95 violazioni e abusi nel periodo da settembre 2018 a aprile 2019. Oltre cento persone sono state brutalmente ammazzate durante attacchi da parte di gruppi armati in una trentina di villaggi.
Donna sud sudanese
Un centinaio di donne e ragazze sono state violentate, 187 persone sono state rapite e altre 35 sono state ferite, alcune in modo grave. Per fuggire alle violenze, almeno 56.000 abitanti della regione hanno cercato rifugio in altre zone del Paese, mentre 20.000 sono scappate in Uganda o nel Congo-K.
Dal 2013 ad oggi sono morte decine di migliaia di persone, oltre tre milioni hanno dovuto lasciare le loro case e i loro villaggi. Attualmente oltre il settanta per cento della popolazione necessita di assistenza umanitaria. Il conflitto ha portato con sé abusi dei diritti umani su larga scala nei confronti dei civili. A farne le spese sono sopratutto donne e bambini. Violenze e abusi sessuali, reclutamento di bimbi soldato, distruzione di ospedali, scuole, razzie delle scorte alimentari sono all’ordine del giorno. E secondo un rapporto di Famine Early Warning Systems Network alcune migliaia di persone sono esposte allo spettro della carestia.
In questi anni di guerra sono stati barbaramente ammazzati anche 101 operatori umanitari, altri sono stati sequestrati e molte donne sono state stuprate, tra loro anche un’italiana, che con molto coraggio ha reso testimonianza durante il processo a carico di una dozzina di militari dell’esercito sud sudanese.
Speciale Per Africa Express Franco Nofori 26 luglio 2019
Roberto Ciavolella, l’ex promoter finanziario, indagato dalla Procura di Latina, per truffa e frode ai danni dello Stato, è ora oggetto di un’altra denuncia (questa volta per bigamia), presentata dalla sua legittima consorte, causa il successivo matrimonio da lui contratto in Kenya con Mariangela (Alias Tiziana) Beltrame con cui gestisce il popolare bar-ristorante Karen Blixen nella cittadina costiera di Malindi ed è con lui indagata per gli stessi reati di frode. Lo riferiscono le edizioni del Messaggero e di Latina Oggi dei giorni scorsi, secondo cui quest’ultima denuncia, includerebbe anche il reato di abbandono di minori, perché i due figli, frutto della precedente unione, sarebbero stati lasciati in Italia, privi di sostegno finanziario.
Veduta esterna del Bar-Ristorante Karen Blixen di Malindi
Roberto Ciavolella e la sua co-indagata Mariangela Beltrame, sono scomparsi da Latina nel 2013, dopo aver messo a segno – secondo l’accusa – una serie di truffe ai danni d’ignari investitori: questi versavano nelle mani di Ciavolella somme che lui avrebbe dovuto far gestire dalla banca per cui operava, ma che, stando alle imputazioni degli inquirenti, tratteneva a proprio beneficio. L’ammontare totale di queste truffe è ancora in fase di accertamento, ma è già stimato in cifre a sei zeri, mentre la frode ai danni dello Stato, risulterebbe intorno ai due milioni e trecentomila euro. A seguito di tali comportamenti, la Consob ha radiato Ciavolella dall’Album dei Promotori Finanziari, ma il procedimento nei suoi confronti non è ancora approdato alla prima udienza, causa l’irreperibilità dell’indagato che si protrae ormai da sei anni. L’ultimo rinvio, ha aggiornato il procedimento e la comparizione in aula degli indagati, al 6 giugno 2020.
Il Procuratore di Latina Giuseppe Cairo che accusa Roberto Ciavolella
Molto improbabile che i due si presentino, visto che in Kenya hanno trovato un lido compiacente che ha finora potuto metterli al sicuro delle proprie (finora ancora presunte) malefatte. Non sarebbero del resto i primi ad aver goduto di questa “protezione” che la terra d’Africa dispensa a chiunque possa permettersela a suon di soldoni. Ma mentre il Kenya può considerarsi estraneo alle frodi commesse in Italia, la nuova imputazione di bigamia, lo vede, invece, direttamente interessato, poiché il secondo matrimonio – sempre che sia stato compiuto attraverso le preposte autorità distrettuali – è avvenuto in Kenya e per poterlo celebrare, Ciavolella ha dovuto dichiarare il falso, sostenendo di essere libero da precedenti vincoli coniugali.
E’ utile non confondere le varie modalità di matrimonio presenti in Kenya, alcune delle quali consentono, sì, la bigamia, ma solo in forza di riti tribali che, pur producendo obblighi riconosciuti anche dalla legge, non sono assimilabili al matrimonio civile che si basa, come il nostro, sulla monogamia.
Il Comandante provinciale della Guardia di Finanza di Latina, Michele Bosco, che indaga sui reati finanziari imputati alla coppia del Karen Blixen
“Benché ancora legittimamente coniugato, contraeva matrimonio con un’altra donna”, recita il capo d’imputazione a carico di Roberto Ciavolella, prodotto dal procuratore Giuseppe Cairo, a seguito della denuncia della prima moglie. Tuttavia, sia Roberto Ciavolella, sia Mariangela-Tiziana Beltrame, sembrano non preoccuparsi troppo dei procedimenti in corso presso la loro città d’origine. I loro affari, ora, li hanno in Kenya e benché alcuni di questi “affari” avrebbero prodotto, anche lì, alcune liti giudiziarie, i due malindo-latinesi, mostrano di aver saputo mettere a frutto i “proventi” ricavati dalle loro (ancora presunte) frodi italiche. Il Bar-Ristorante-Pizzeria, Karen Blixen, resta il punto di ritrovo più frequentato e prestigioso del centro turistico keniano. Alcuni mesi fa, la sua improvvisa chiusura, aveva fatto circolare voci che parlavano di un dissesto, ma si trattava semplicemente di lavori di rinnovamento e ora il Karen Blixen è risorto più attivo e più bello di prima.
Un esempio, questo, che conferma l’allettante opportunità offerta dal Kenya a potenziali investitori che vogliono riciclare ai Tropici proventi quantomeno discutibili. Gli accertamenti sulle truffe in Italia, sono tuttora in svolgimento da parte della Guardia di Finanza di Latina, condotta dal suo comandante provinciale, Michele Bosco. Prima di pubblicare quest’articolo, abbiamo contattato Roberto Ciavolella, per offrirgli la possibilità di esprimere il suo punto di vista circa la denuncia in oggetto, ma non abbiamo ricevuto risposta. Naturalmente siamo sempre disponibili a recepire le sue spiegazioni.
Dal Nostro Corrispondente Micheal Backbone
Nairobi, 23 luglio 2019
Il 14 luglio 2015 l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi arrivò tardi, attorno alle 22 alla residenza dell’Ambasciatore Italiano a Nairobi nel quartiere di Muthaiga.
Ad aspettarlo nella fredda notte invernale degli altipiani di Nairobi, parecchi connazionali che per la prima volta avrebbero avuto l’opportunità di discutere nel giardino della residenza le vicende italiane e keniote con il Primo Ministro attorniato da una nutrita delegazione tra cui Claudio Descalzi, presidente ENI e Francesco Venturini, AD di Enel Green Power e ovviamente Francesco Macri, AD di CMC.
Era palpabile l’eccitazione dei connazionali per la vicinanza del Premier, non circondato da guardie del corpo e molto alla mano con tutti, attento nell’ascolto e molto attivo nelle risposte in una surreale posizione di parità: era forse la prima volta che non si percepiva distacco tra rappresentanti delle istituzioni e cittadini.
Dighe in Kenya: scandalo CMC
Quella sera, Matteo Renzi annunciò la firma di un contratto importante di circa 300 milioni di euro tra la Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna e il Governo del Kenya per la costruzione di tre dighe, nella contea di Nakuru a Itare e due nella contea vicina di Elgeyo Marakwet a Kimwarer e Arror. Nella genealogia dell’aggiudicazione, a Itare si sono poi aggiunte le due altre dighe in Aprile 2015.
Queste dighe avrebbero rappresentato una migliore distribuzione delle risorse idriche in una regione del Kenya che ospita circa il 40 per cento delle popolazione totale.
A quattro anni di distanza, è di ieri la notizia sui media locali che dopo indagini protrattesi per circa due anni, il Ministro delle Finanze Henri Rotich, il suo braccio destro Kamau Thugge e parecchi altri dignitari tra cui il pari grado di Thugge al Ministero delle Comunità est-Africane, sono stati arrestati con l’accusa di tentata frode, abuso d’ufficio e comportamenti finanziari scorretti. Tra gli inquisiti a piede libero, anche il nuovo AD di CMC Paolo Porcelli nonché i responsabili italiano e keniota della Joint Venture siglata da CMC con il Gruppo Gavio chiamato Itinera.
E’ triste osservare quanto il nostro Paese sia chiamato a rispondere di malefatte compiute in Kenya, soprattutto perché a quattro anni di distanza dal pomposo annuncio, il progetto caro ad una parte dell’etnia kalenjin rappresentata al potere locale dal Vice Presidente William Ruto, altro non ha visto che sostanziosi movimenti di fondi dal Kenya verso l’Italia per il versamento della garanzia di Stato sottoscritta tramite la SACE, la quale ha poi tramite Banca Intesa e BNP Paribas Fortis fatto transitare verso il Kenya i fondi necessari per l’inizio dei lavori delle commesse.
Nemmeno un piccone ha scalfito il terreno dei progetti.
Senonché i fondi sembra siano serviti in parte per l’acquisto di generi non propriamente compatibili con la natura della commessa: all’incirca 50 automezzi di vario tipo, ma in maggioranza SUV di gamma alta nonché generi alimentari (vini e alcolici tra l’altro, non esattamente atti a movimentare terreni) che sono stati ovviamente riportati in modo scandalistico sulle testate dei media avversi al progetto caro al Vice Presidente Ruto.
Nel contesto keniota, William Ruto è attualmente l’esponente di spicco della minoranza kalenjin, un’etnia creata formalmente dal secondo Presidente Daniel Arap Moi alla fine della seconda Guerra Mondiale per contrastare la dominanza kikuyu e offrire un posto durevole nella coalizione di governo a questa (e sua) minoranza.
Tuttavia, William Ruto non corrisponde alla visione secolare della distribuzione del potere nel Paese dettata dalle due famiglie che se lo sono spartito negli anni, Kenyatta (attuale presidente, figlio del presidente fondatore e di etnia kikuyu) e Moi (secondo presidente, padre padrone della patria per 23 anni e di etnia kalenjin): il progetto è stato osteggiato non tanto dall’etnia antagonista, ma soprattutto dalla sua propria gente.
Oggi, alla luce dello scandalo che lo ha visto coinvolto sui giornali e dal quale si è sempre difeso vigorosamente, questi arresti di personalità di spicco nel governo in posizioni chiave per il futuro del Paese, lo mettono in un imbarazzo evidente.
La trama dei finanziamenti pervenuti da banche consorziate europee con capofila l’italiana Intesa segue lo schema dei finanziamenti bilaterali per favorire i Paesi in via di Sviluppo, una pratica corrente per blindare l’accesso alle sole aziende nazionali a commesse in quei Paesi: nel caso del Kenya, la SACE ha sottoscritto un accordo con il Ministero delle Finanze Keniota mediante il quale una linea di credito veniva concessa al Ministero locale per l’esecuzione delle dighe da parte del consorzio Itinera, formato tra CMC e Gavio, dopo il versamento da parte del Tesoro del Kenya di un acconto di garanzia verso la SACE.
I fondi poi messi a disposizione dal consorzio sono coperti da garanzia di Stato, il che equivale a dire che si tratta di un assegno in bianco che viene fornito dal Paese sottoscrittore alle ditte che vincano queste commesse.
Sembra inoltre che il bando per competere abbia avuto una gestazione al minimo strana, poiché da asta internazionale si è passati a un accordo bilaterale tra i governi italiano e keniota: si tratta dunque di introiti sicuri perché garantiti dal Paese richiedente, finanziati dal Paese offerente e non sorprende vi possano essere state delle trame per “favorire” un’azienda piuttosto che un’altra a seconda dell’affiliazione politica, il che potrebbe spiegare perché la CMC ha ottenuto questa commessa in tempi di potere targato PD mentre possibilmente già versava in cattive acque.
La costellazione di imprese affiliate a CMC che hanno avuto un ruolo nell’esecuzione del contratto è anche interessante:
CMC South Africa Ltd. rispose alla gara d’appalto, il consorzio CMC-Itinera firmò il contratto, CMC Itinera JV Kenya Branch emise le fatture, e CMC Ravenna incassò gli anticipi versati dal Tesoro Keniota.
Rimane da chiarire perché il consorzio Itinera sia poi subentrato al vincitore dichiarato della gara ossia CMC, poiché non risulta nessun atto ufficiale che lo spieghi visto che gli aggiudicatari di concorsi non possono cambiare assetto societario una volta la commessa aggiudicata.
Dal momento in cui i fondi erano stati approvati nel 2015 verso SACE, il consorzio ha stanziato parte dei fondi necessari secondo il piano di finanziamento (e di fatturazione) stabilito, tuttavia questi fondi non solo sono atterrati in Kenya per contrarre ulteriori prestiti locali a finanziamento delle prime attività, ma sono anche solo “transitati” dal Kenya verso un percorso tracciato dalle Autorità Italiane e Inglesi verso il Regno Unito e poi di nuovo in Italia. Si parla di circa 200 Milioni di Euro che hanno preso questo tortuoso e inspiegabile cammino, mentre l’ammontare della commessa, all’origine di 304 milioni di euro lievitava sino a circa 600 milioni di Euro con persino l’aggiunta a posteriori di una copertura assicurativa contratta dal Tesoro Keniota a protezione dei famosi “cambiamenti in corso d’opera”, una pratica diffusa per gonfiare la fatturazione.
In parallelo, nel 2018 CMC avviava in Italia la procedura di concordato preventivo per potere proseguire l’attività senza l’assillo dei numerosi creditori e per quanto si possa offrire una visione garantista della vicenda, i torbidi movimenti finanziari venuti alla luce dall’inchiesta lasciano presagire lo spettro di una bancarotta fraudolenta, laddove mediatori inglesi e altri presenti sul territorio africano operanti per conto della CMC, hanno unto molti ingranaggi dell’Amministrazione Keniota per trarre un chiaro vantaggio personale senza muovere un solo camion di terra.
Si parla di circa 20 milioni di Euro rimasti nelle tasche di numerosi esponenti politici kenioti o nelle mani dei faccendieri rappresentanti la CMC in Kenya, Sudafrica e altrove.
Henri Rotich, ministro delle Finanze del Kenya
Si può tristemente osservare che esiste un certo masochismo tutto italiano ai piani cosiddetti alti della politica, poiché l’avvicendamento della coalizione Lega-5Stelle al potere dal marzo scorso ha di fatto volutamente affondato il sistema delle cooperative, con CMC come convitato di pietra saldamente controllata dallo schieramento rappresentato dal Primo Ministro uscente Matteo Renzi.
Rimane che per quanto lo scandalo sia stato abbondantemente martellato sui media locali per almeno due anni, ne’ la CMC né tantomeno i rappresentanti del governo italiano in Kenya si sono mai prestati alla difesa del progetto, quantomeno a difesa dell’immagine del nostro Paese gettando un’ombra cupa sulle aziende nostrane che ancora operano secondo le regole in Kenya.
Ad oggi, parecchi punti rimangono da chiarire, tuttavia questo impeto giustizialista in Kenya traccerà un nuovo solco della politica locale, mentre l’immagine dell’Azienda Italia rimane nel suo cono d’ombra in questa parte del mondo
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