Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 12 febbraio 2020
“Abbiamo perso la nostra icona, il compagno Marcelino dos Santos”. L’annuncio della sua morte, martedì scorso, è stato dato alla Nazione, dal presidente mozambicano, Filipe Nyusi, in televisione da Pemba, dove era in visita.
Marcelino dos Santos aveva 90 anni. Nato a Lumbo, nella provincia di Nampula, è stato uno dei fondatori del Fronte di Liberazione del Mozambico (FRELIMO). È stato questo movimento di lotta che ha portato l’ex colonia portoghese all’indipendenza.
A sin. Marcelino dos Santos e Samora Machel negli anni ’80
Nel 1961, è stato tra i fondatori della CONCP, la Conferenza delle Organizzazioni Nazionaliste delle Colonie Portoghesi. Con dos Santos c’erano l’angolano Mario Pinto de Andrade e Amilcar Cabral, leader della lotta di liberazione della Guinea-Bissau. Della CONCP fu eletto segretario generale.
Con la nascita della Conferenza sono nati i primi movimenti nazionalisti. Tra questi l’Unione Democratica Nazionale del Mozambico (Udenamo) di cui Dos Santos venne nominato capo del Dipartimento delle relazioni estere.
Il FRELIMO deve la sua nascita all’unione tra Udenamo, Unione Nazionale Africana del Mozambico (Manu) e Unione Nazionale Africana per l’indipendenza del Mozambico (Unami). Era il 1962, alla guida del movimento di liberazione c’era Eduardo Mondlane e dos Santos scrisse i primi statuti.
Marcelino dos Santos festeggia l’87° compleanno
Alla morte di Mondlane, assassinato dai portoghesi, nel FRELIMO, Marcelino dos Santos fu uno dei triumviri insieme a Samora Machel e Uria Simango. Nel 1970, con l’elezione di Machel alla presidenza del FRELIMO, dos Santos fu scelto come vice-presidente.
Nel 1975, con l’indipendenza e la presidenza di Samora Machel, dos Santos divenne ministro della Pianificazione e dello sviluppo. Negli anni seguenti aveva ricoperto vari incarichi di stato e di partito.
È grazie al lavoro di Marcelino dos Santos che il Mozambico ha abolito il partito unico per il pluralismo politico. Grazie a lui è stata approvata una Costituzione della Repubblica che include garanzie di libertà di riunione, libertà di espressione e libertà di stampa.
Al termine di una conferenza in svolgimento a Juba, la capitale del Sud Sudan, tra le autorità di Khartoum e i movimenti ribelli del Sudan, un delegato del governo sudanese, Mohamed Hassan Altaishi, ha annunciato questo pomeriggio, che i responsabili di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra commessi nel Darfur potranno essere consegnati alla Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aia (Paesi Bassi).
Omar al-Bashir, ex presidente del Sudan
Il nome di Omar Al Bashir, l’ex presidente destituito con un colpo di Stato lo scorso aprile e su cui pende un mandato d’arresto internazionale spiccato da CPI già nel 2009, finora non è stato fatto in modo esplicito. Ma alcuni funzionari governativi hanno fatto sapere alle agenzie di stampa che Al Bashir e altri sospettati di terribili crimini durante la guerra nel Darfur saranno messi a disposizione della Corte dell’Aia.
Durante il sanguinoso conflitto nel Darfur sono state uccise oltre 300.000 persone, altre 2.5 milioni hanno lasciato le loro case, per non parlare delle violenze che hanno dovuto subire le donne di quella regione, in particolare dai sanguinari janjaweed, diavoli a cavallo” (come li chiamava la popolazione): bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi.
Non si sa quando l’ordine diventerà effettivo e finora CPI non ha rilasciato commenti in merito.
Lo scorso dicembre l’anziano ex dittatore è stato condannato da un Tribunale di Khartoum a due anni di detenzione da scontare in un riformatorio statale. Ma Al Bashir è tutt’ora indagato in Sudan per l’uccisione di manifestanti e il suo ruolo nel colpo di Stato del 1989 che lo aveva portato al potere. Allora, come colonnello dell’esercito sudanese, aveva guidato un gruppo di ufficiali in un incruento colpo di Stato militare che ha rimosso il governo del primo ministro Sadiq al-Mahdi.
Miliziani janjaweed in cammello fotografati in Darfur
Recentemente il governo di transizione del Sudan ha iniziato a dialogare con i gruppi ribelli per ristabilire la pace in tutto il Paese. In un primo momento l’attuale amministrazione di Khartoum voleva lasciare la questione Al-Bashir–CPI a un governo eletto democraticamente. Quello attuale di transizione dovrebbe restare in carica per poco più di 3 anni. Si mormora che il governo abbia dovuto fare concessioni in tal senso perchè in caso contrario c’era il forte rischio che le trattative con i ribelli si sarebbero arenate.
Nel suo rapporto del 3 dicembre 2019, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) esprime serie preoccupazioni per lo stato nutrizionale dei bambini sotto i 5 anni in Eritrea.
Secondo l’UNICEF il 60 per cento dei piccoli eritrei è sottopeso, malnutrito. Dati recenti esatti non sono disponibili, in quanto il regime di Isais Afewerki, presidente del piccolo Paese nel Corno d’Africa, non rilascia dati aggiornati; non si deve dunque escludere che gli estremi di UNICEF siano sottostimati.
Non si sa quanti nuclei familiari e/o minori necessitano di assistenza. Infatti nel suo rapporto UNICEF precisa per entrambe le categorie: “dati non disponibili”.
La difficile condizione della popolazione in Eritrea
Tuttavia dalle informazioni a disposizione di UNICEF si evince che i piccoli eritrei stanno peggio dei loro coetanei sud sudanesi. Il che è tutto dire, in quanto in Sud Sudan si consuma un sanguinoso conflitto interno dal 2013. Stanno anche peggio dei bambini dello Zimbabwe, dove oltre la metà della popolazione necessità di assistenza umanitaria per la grave recessione e i cambiamenti climatici che hanno messo in ginocchio l’economia del Paese. Gli altri Stati sono più attenti alle necessità della gente e malgrado le difficoltà e situazioni non facili, i governi cercano di collaborare con le organizzazioni internazionali e /o con le associazioni non governative.
Gran parte della popolazione, specie nelle campagne vive in povertà. Gli anziani fanno davvero fatica a coltivare i campi. Le attrezzature non sono tra le più recenti, anzi. I giovani, quelli rimasti nella ex colonia italiana, sono costretti a prestare il servizio militare/civile e dunque non possono in alcun modo aiutare la famiglia. Né per quanto concerne il lavoro nei campi e tanto meno economicamente: con il soldo percepito non riescono nemmeno acquistare 1 ½ chilogrammi di carne al mese.
Una decina di anni fa, grazie a un’inchiesta di OXFAM, il raccolto di una famiglia era sufficiente per appena 5-6 mesi, ovviamnte se le messe erano abbondanti. Per il resto dell’anno bisogna comprare il cibo. Con quali soldi? Non sempre i familiari e amici emigrati all’estero riescono a dare una mano ai congiunti rimasti a casa. Insomma, il popolo continua a soffrire. Il trattato di pace con l’Etiopia, l’acerimmo nemico storico, non ha portato i cambiamenti promessi dal dittatore.
Il servizio militare/civile non è stato rivisto, i giovani sono sempre costretti a arruolarsi per un tempo indeterminato. La Costituzione non è ancora stata proposta alla popolazione e non si parla nemmeno di elezioni. Anzi, le maglie del regime si sono ristrette maggiormente durante lo scorso anno con i sequestro di ospedali e presidi medici di proprietà della Chiesa cattolica. Molti di questi erano situati in aree remote e depresse, dove è quasi impossibile trovare altri medici.
Con la confisca di queste strutture, la popolazione residente ha perso importanti punti di riferimento, in quanto sacerdoti e suore erano sempre pronti a tendere la mano ai più bisognosi e poveri.
Dopo il sequestro di 29 presidi medici, il regime fascista al potere in Eritrea si è appropriato anche di alcune scuole della Chiesa, frequentate per lo più da figli di famiglie disagiate.
Gli abitanti, già in difficoltà, in questi ultimi anni devono combattere anche con i cambiamenti climatici: inondazioni, siccità ed ora in molte zone devone fare anche il conto con l’invasione delle locuste che divorano tutto ciò che trovano lungo il loro percorso.
L’oppressione continua in ogni dove. Pochi giorni fa è stato brutalmente ucciso un giovane nel centro della città di Mendefera, dove era costretto a prestare il servizio civile. Si chiamava Shewit Yacob, orfano di un combattente e la madre è disabile.
Shewit Yacob, giovane ucciso dal regime eritreo, perchè considerato un disertore
Shewit si era allontanato dal servizio senza permesso per andare dalla mamma anziana e bisognosa di aiuto Al suo ritorno è stato arrestato, perchè considerato un disertore. Il giovane è riuscito a scappare, ma lo hanno inseguito, gli hanno sparato, gli uomini di Isaias lo hanno ammazzato. Un ordine del regime: ai disertori si spara a vista.
E proprio il 4 febbraio l’ambasciatore degli Stati membri dell’UE e quello della Gran Bretagna si trovavano in quella zona insieme alle autorità eritree per ispezionare il primo tratto della strada Nefasit e Dekamhare, che una volta terminata dovrebbe far parte della più grande arteria stradale che connette Massawa con il confine etiopico. L’Unione Europea ha stanziato 20 milioni di euro dal Fondo Fiduciario per l’Africa per la realizzazione dell’infrastruttura dopo la firma del trattato di pace tra Asmara e Addis Ababa. La nuova strada dovrebbe contribuire allo sviluppo economico e commerciale, creare nuovi posti di lavoro. Il progetto è stato implementato grazie a un accordo con UNOPS (Ufficio delle Nazioni Unite per i Servizi e i Progetti).
Un militare algerino è stato ucciso durante un attentato questa mattina alla frontiera con il Mali. Un kamikaze si è fatto esplodere all’interno della sua macchina in una caserma nell’area di Timiaouine, vicino al Mali. Lo ha comunicato il ministero della Difesa algerino. L’attacco è avvenuto all’ingresso della base a Bordj Badji Mokhtar. Il soldato incaricato dei controlli all’entrata, ha subito capito le intenzioni del terrorista calla guida della vettura. Ha cercato di fermare il veicolo che stava tentando di forzare l’ingresso. Il kamikaze non ha desistito e ha premuto ugualmente il bottone della sua cintura carica di esplosivo, uccidendo sul colpo il militare di guardia e sé stesso.
Militari dell’esercito algerino
Finora non è stato reso noto il nome dell’assalitore e l’attentato non è ancora stato rivendicato. Dopo diversi anni è la prima aggressione nel sud del Paese. Certamente l’attacco di oggi è riconducibile alla disponibilità dell’Algeria di partecipare nuovamente alla risoluzione delle crisi attualmente in atto in Libia e nel Sahel.
Già nel 2014-2015 il governo algerino aveva fatto da mediatore tra il governo del Mali e i gruppi ribelli. Il trattato di pace, siglato nel giugno 2015, accordo che non è stato mai rispettato e messo in atto completamente.
L’ultimo attacco suicida contro le forze dell’ordine algerine risale al 31 agosto 2017. Allora morirono 2 poliziotti. Tale attentato era stato rivendicato dall’organizzazione terrorista Etat islamique (EI).
Il governo del Botswana ha mantenuto la promessa: ha dato il via alla caccia grossa agli elefanti. Le autorità di Gabarone hanno messo all’asta 7 licenze, ciascuna di esse permette l’abbattimento di 10 elefanti in aree controllate per “l’arte venatroria”.
La vendita dei lotti, alla quale hanno potuto partecipare solamente società registrate nel Paese – anche gli azionisti o/e proprietari di queste devono avere la cittadinanza botswana – è stata affidata alla casa d’aste locale, la Auction It, e si è svolta ieri pomeriggio nella sede del ministero dell’Ambiente nella capitale.
Elefanti in Botswana
I partecipanti hanno dovuto lasciare una cauzione, rimborsabile, di 18.000 dollari. Fonti vicine a Auction It hanno riferito che finora sarebbero stati venduti 6 lotti il cui prezzo va da 330.000 a 430.900 dollari. Per poter partecipare all’asta, gli interessati hanno dovuto anche presentare un certificato dal quale si evince di avere esperienza nell’ambito di quel tipo di caccia e di non avere condanne penali per aver violato le disposizioni di legge sulla fauna selvatica.
Alice Mmolawa, funzionario del dicastero, non ha voluto rendere pubblici i nomi di coloro che si sono aggiudicati i lotti, ma ha sottolineato che grazie al nuovo provvedimento l’impatto tra uomo e fauna selvatica sarà ridotto nelle aree maggiormente colpite da questo conflitto .
Il presidente del Paese, Mokgweetsi Masisi, in carica dal 1° aprile 2018, ha riaperto la caccia agli elefanti che 5 anni prima era stata vietata da suo predecessore Ian Khama. Masisi è convinto che la proliferazione incontrollata dei pachidermi minacci i mezzi di sostentamento, cioè i raccolti agricoli, della popolazione in alcune zone rurali.
E’ comunque vietato cacciare elefanti provvisti di speciali collari, volti a monitorare i loro spostamenti, in quanto si tratta di esemplari protetti. Tutte le spedizioni venatorie dovranno essere accompagnate da una guida e da un cacciatore professionista. Il governo ha dovuto incassare non poche aspre critiche di varie organizzazioni ambientaliste e della protezione degli animali che in passato si erano battute contro il commercio dell’avorio.
L’ex presidente Khama ha sottolineato che le nuove autorizzazioni potrebbero demotivare chi è impegnato nella lotta contro il bracconaggio, visto che l’attuale regime ora, di fatto, lo legalizza, chiamandolo “caccia”. Anche Audrey Delsink, direttrice di ONG Humane Society International (HSI) Africa, con sede a Johannesburg, ritiene questa vendita all’asta davvero inquietante e contestabile, affermando che: “La caccia non è un modo efficace a lungo termine per regolamentare la popolazione dei pachidermi”.
Mentre Tshepang Mogogoma, un abitante del villaggio di Nata, situato nel distretto Centrale, si ritiene soddisfatto dei nuovi provvedimenti del suo governo e ha aggiunto: “Gli elefanti sono una grave minaccia nei nostri territori”. Invece per Neil Fitt, responsabile di Kalahari Conservation Society, la caccia rappresenta una nuova fonte di entrate per il Botswana e ha aggiunto: “Deve essere praticata in modo etico e corretto”.
Il Paese dell’Africa australe ospita la più grande popolazione di questi pachidermi al mondo, oltre 135.000 esemplari, un terzo degli elefanti presenti in tutto il continente. La maggior parte di essi vive nel Parco nazionale di Chobe, nel nord del Paese. La ricchezza della sua fauna selvatica attira ogni anno migliaia di turisti.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
7 febbraio 2020
Con l’ascesa al potere del presidente John Magufuli nel 2015 la Tanziania si è trasfomata in un vero e proprio inferno per la comunità LBGT (sigla utilizzata come termine collettivo per riferirsi a persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender n.d.r.).
L’omosessualità in Tanzania è considerata un grave reato ed è punibile da trent’anni di galera fino all’ergastolo. La società non accetta gay e lesbiche, che quindi sono costretti a vivere in clandestinità. Fino a qualche anno fa le autorità tanzaniane erano più tolleranti rispetto ad altri Paesi africani e ignoravano praticamente le comunità gay. La politica è cambiata nel 2015, dopo l’elezione dell’attuale presidente, che nel giugno 2017 aveva addirittura affermato: “Persino le vacche deplorano l’omosessualità”.
In passato veniva chiesto persino il parere agli esponenti della comunità LBGT sull’assistenza sanitaria e la lotta contro il virus HIV/AIDS. “In quel periodo la Tanzania era quasi un paradiso, potevamo uscire, frequentare ristoranti, potevamo organizzare convegni, partecipare a eventi pubblici senza paura. Ora non possiamo fare nulla, ci dobbiamo nascondere”, ha riferito un giovane tanzaniano gay, che per questioni di sicurezza ha preferito mantenere l’anonimato.
Dal 2016 la Tanzania ha messo in atto una vera e propria persecuzione contro gli omosessuali, sono stati effettuato parecchi arresti e molte persone, sospettate di essere gay, sono stati sottoposte a esami anali forzati, sono stati chiusi centri di salute privati che garantivano servizi nel settore dell’infezione HIV – AIDS, con l’accusa di aiutare gli omosessuali.
Paul Makonda, governatore di Dar Es Salaam
Pochi giorni fa Washington ha emesso un divieto di ingresso negli USA a Paul Makonda, governatore di Dar Es Salaam, la capitale economica del Paese. Tale misura è stata estesa anche ai suoi più stretti familiari. Da qualche anno Makonda ha messo in piedi una vera e propria task force contro gli omosessuali. Mike Pompeo, segretario di Stato USA, una settimana fa ha postato sul suo account Twitter: “Il provvedimento contro Makonda è stato preso in quanto siamo preoccupati per il deterioramento dei diritti umani in Tanzania”.
Makonda, membro del partito al potere, Chama Cha Mapinduzi (CCM), e molto vicino al presidente John Magufuli, quando nel 2018 ha istituito il team ad hoc per dare la caccia a chi ha abitudini sessuali condannate dalle leggi, ha detto: “Mi aspetto critiche da molti governi, ma preferisco irritare questi Paesi piuttosto che Dio”.
Anche l’organizzazione Human Rights Watch ha criticato aspramente il governo di Dodoma nel suo rapporto pubblicato lo scorso 3 febbraio per le oppressioni nei confronti della comunità LBGT. HRW ha chiesto tra l’altro al ministro della Salute di riaprire quanto prima i centri di salute privati che supportano gli omossessuali, di autorizzare la distribuzione di lubrificanti e altro ancora.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus
Firenze, 6 febbraio 2020
“Delinquenti finanziati da forze interne ed esterne stanno assassinando e distruggendo abitazioni e infrastrutture. Per questa ragione il popolo ha deciso di unirsi alle forze di difesa e sicurezza”.
Il presidente Filipe Nyusi parla ai militari a Cabo Delgado. Ha fatto una chiamata alle armi contro i jihadisti e la Giunta militare RENAMO
Chiamata alle armi contro jihadismo e ala armata RENAMO
Queste le parole del presidente, Filipe Nyusi, nel discorso pubblico del 3 febbraio, Giornata degli Eroi mozambicani. Secondo @Verdade, giornale on line mozambicano, il discorso di Nyusi è una vera e propria chiamata alle armi contro il jihadismo del Nord. E anche contro gli attacchi armati nella provincia di Sofala della Giunta militare, l’ala dei dissidenti armati RENAMO. Due fronti che il governo non riesce a domare.
Oltre due anni di jihadismo
La guerra sottovalutata e insidiosa a Cabo Delgado, provincia settentrionale dell’ex colonia portoghese non si arresta. Nyusi, originario di quella regione, per fermare le cellule jihadiste, in appoggio alla polizia, ha mandato le Forze di sicurezza.
Ma, dall’ottobre 2017, la situazione è peggiorata e continuano gli attacchi di Al Sunna wa-Jama gruppo islamico chiamato dalla popolazione al Shebab. Dopo i primi assalti alla stazioni di polizia, la brutalità si è diretta verso la popolazione indifesa dei villaggi isolati, messi a ferro e fuoco. Con massacri e decapitazioni, anche di donne e bambini.
Tra Mocimboa da Praia e Palma è l’area a maggiore infiltrazione jihadista
Nemmeno i 200 mercenari del Gruppo Wagner sono riusciti a fermare gli attacchi jihadisti. Fino ad oggi si sa che hanno perso almeno sette uomini.
Da gennaio a dicembre 2019 sono stati contati oltre 120 assalti jihadisti che hanno causato più di 320 morti molti dei quali decapitati a colpi di machete. L’ultimo agguato al Shebab è della settimana scorsa, il 29 gennaio, 150km a nord di Pemba. Una provocazione del gruppo armato che è rimasto circa due ore per mostrare che nessuno sarebbe venuto in loro aiuto.
Multinazionali petrolifere chiedono altri militari
La conferma che la situazione sia peggiorata a Cabo Delgado è la richiesta di ExxonMobil e Total, due delle multinazionali petrolifere che lavorano insieme a ENI. Al largo di Palma, vicino al confine con la Tanzania, c’è uno dei più vasti giacimenti di gas naturale (GNL) che sarà operativo nel 2022. Reuters cita fonti ExxonMobil e Total e afferma che sono stati richiesti altri 300 militari oltre ai 500 presenti a protezione del sito. Per il momento il governo mozambicano non ha risposto.
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Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi Mambrui (nord di Malindi, Kenya), gennaio 2020
Riuscire a capire cosa è successo a Silvia Romano e dove sia la ragazza ora, è veramente complicato e difficile. E poi le autorità, che ostinatamente mantengono uno stretto riserbo, non aiutano a capire. Anzi sembra che boicottino ogni tentativo di cercare e trovare la giovane. Come se la sua vicenda nascondesse un segreto di Stato.
Ebbene, così ho cercato di ricostruire almeno le prime fasi del suo rapimento parlando con chi l’ha inseguita e cercata subito dopo quel maledetto 20 novembre 2018, quando un commando di delinquenti l’ha portata via da quei bambini che amava tanto.
Mi avevano detto che un gruppo di guardia parco del KWS (Kenya Wildlife Service) meno di un ora dopo il ratto si era messo sulle tracce di rapitori e rapita. Li ho cercati e questo è il loro racconto: “Quella sera improvvisamente è cominciata una pioggia torrenziale e Silvia è stata portata via in canottiera, shorts e, soprattutto, senza scarpe o ciabattine. I rapitori hanno trasportato la ragazza caricandola sulle spalle. Hanno attraversato il fiume Galana quasi in secca e dall’altra parte hanno trovato due moto che avevano ben nascosto nella foresta qualche giorno prima”.
“Hanno caricato Silvia – raccontano – e sono partiti verso la costa. Dopo un paio di chilometri o poco più sono stati costretti a fermarsi: impossibile proseguire. La pioggia aveva trasformato la pista in un acquitrino. Così i rapitori, scesi dalle moto con il loro ostaggio, hanno dovuto proseguire a piedi in un bosco di acacie spinose e rovi. Quei sentieri sono pieni di insidie non solo per i piedi, se si cammina come lei scalzi, ma anche per il corpo che si riempie di graffi e tagli. Occorre sempre indossare una camicia e pantaloni piuttosto pesanti. Silvia era a braccia e gambe scoperte”.
“Noi siamo arrivati alle moto pochi minuti dopo che le avevano abbandonate – prosegue quello di loro che sembra il capo -. Il motore era ancora caldo e abbiamo subito contattato le cellule della polizia e dell’esercito sguinzagliate alla ricerca della ragazza, avvisandole che eravamo sulle loro tracce e li avremmo raggiunti da lì a pochi minuti. Invece inspiegabilmente siano stati bloccati: ci hanno ordinato di aspettare i rinforzi. Al loro arrivo i rapitori con l’ostaggio si erano già dileguati”. Siamo alla fine di novembre 2018; Silvia è stata rapita il 20 novembre.
Le ricerche per individuare il luogo dove si sono rifugiati i rapitori e il loro ostaggio proseguono. I guardia parco decidono di arruolare per le ricerche un bracconiere, anzi loro dicono un ex bracconiere, che conosce a menadito tutti i sentieri e i percorsi, più o meno segreti utilizzati dai cacciatori di frodo per sfuggire alla polizia, all’esercito e agli uomini del KWS.
Ali (il nome è di fantasia per motivi di sicurezza) accetta di aiutarli e da solo vaga di villaggio in villaggio alla ricerca di notizie. Individua il gruppo di sequestratori e li contatta. Loro lo avvisano che Silvia è gravemente ammalata, ha la febbre e delira e lo incaricano di procurare delle medicine, vorrebbero antibiotici.
Nel frattempo, all’insaputa di tutti, sono cominciate le trattative tra rapitori e autorità italiane. Un gruppo di 007 e arrivato da Roma e si è installato a Garsen, ospite di una piccola guarnigione dell’esercito keniota (KDF, Kenyan Defence Forces). Ali va da loro a chiedere le medicine e, invece di ottenerle, viene denunciato dagli italiani ai kenioti che l’arrestano. I rapitori, non vedendo più tornare il loro contatto, scappano e fanno perdere di nuovo le tracce.
Pur senza l’aiuto dell’ex bracconiere, i ranger guardiaparco continuano le loro ricerche, battono a tappeto tutta la zona in un triangolo compreso tra Malindi, Garissa e Lamu. Nel loro vagare di villaggio in villaggio su tutto quel territorio, poco prima di Natale 2018 si imbattono in un gruppo di pastori che raccontano: “La ragazza bianca è stata qui. L’abbiamo rifocillata e le abbiamo offerto del latte. Stava male, malissimo. Aveva la febbre alta. Era ridotta proprio ai minimi termini. Senza medicine non può avercela fatta.” Da quel momento si perdono tutte le tracce di Silvia. Siamo sotto Natale 2018, un mese dopo il rapimento.
Il giorno dopo questa intervista, poco più di una settimana fa, a Malindi mi arriva la notizia da una fonte autorevole italiana. Non ho potuto verificarla, ma in sostanza dice: “Silvia è viva, sta bene ed è in Kenya”.
Naturalmente si scatenano le ipotesi più complicate e inverosimili. A Lamu c’è una base americana che, tra gli altri ha un compito preciso: monitorare i movimenti sospetti, leggi islamisti, in quella fascia di territorio keniota ai confini con la Somalia. I villaggi da queste parti pullulano di agenti al servizio dei servizi segreti americani.
Francamente sembra molto strano che gli americani quindi non sappiano nulla del rapimento di Silvia. E’ verosimile invece ritenere che abbiano seguito la vicenda con un certo interesse. Pensare quindi che possano essere siano stati gli americani a salvare Silvia dalle gravi sindromi che l’hanno aggredita durante le prime fasi del suo rapimento, non è una supposizione del tutto peregrina. Un’ipotesi che tra l’altro concilierebbe le informazioni che abbiamo a disposizione finora: che la volontaria milanese sia stata gravemente malata (come hanno raccontato i pastori) e che sia guarita (come sostiene la nota della fonte autorevole, impossibile però da verificare) e ora sia viva in buona salute in Kenya.
Dal Nostro Corrispondente Mikael Backbone
Nairobi, 4 febbraio 2020
Il Kenya piange il suo secondo presidente, Daniel Toroitich Arap (figlio di in Kalenjin) Moi, deceduto all’età di 95 anni nella tarda notte il 4 Febbraio 2020 al Nairobi Hospital.
Mentre i media internazionali riportavano la notizia dalle prime ore del mattino, la Presidenza del Kenya emetteva una “Proclama Presidenziale” annunciando il decesso di Moi con un lirismo desueto, esaltandone le qualità umane e di statista visionario nonché’ devoto cristiano che ha portato il Paese per mano alla sua realtà attuale.
La realtà storica tuttavia contribuisce a dar maggior luce sul percorso del secondo presidente del Paese, distanziandosi dalla piaggeria politica che ha salutato la sua partenza con grandi verosimiglianze con lo stesso stile dei comunicati che hanno accompagnato le rancide elegie nei confronti di un altro personaggio di simile caratura, Robert Mugabe.
Daniel Arap Moi, ex presidente del Kenya
Moi inizia la sua ascesa politica nel 1955 fondando un partito antagonista (KADU) all’incombente dell’epoca KANU con l’obiettivo di posizionare la sua etnia Kalenjin nel quadro delle etnie dominanti dell’epoca, i Kikuyu e i Luya.
In un Paese a tutt’oggi fortemente dominato dal tribalismo, l’atto di fondare un partito per affermare la propria etnia fu una mossa politica azzeccata.
I Kalenjin tra l’altro, non erano neanche una reale etnia, ma l’aggregazione di una serie di etnie tribali minoritarie nel Paese che da sole mai avrebbero potuto ambire né a posizioni di potere, ne’ tantomeno a porzioni del bilancio statale. Basti pensare che il primo libro scritto in Kalenjin di cui si abbia memoria è la Bibbia, pubblicata attorno agli anni ’50 proprio nel tentativo di affermare una cultura al tempo subalterna e terza a quella delle tribù dominanti.
Moi diventa ministro dell’Istruzione nel 1960, nel gtoverno che precedette l’indipendenza del Paese, fonde il suo partito KADU nel KANU dominato da etnie Kikuyu e Luya e cresce nell’amministrazione del Paese guadagnandosi prima lo scranno del ministero degli Interni nel 1964 e seguitamente nel 1968 diviene vice presidente del Kenya, segno che la sua influenza crescente aveva di fatto creato le basi per un compromesso forte con le etnie dominanti.
Fu osteggiato dalla leadership del momento (i Kikuyu), al punto che si tentò di modificare la Costituzione per evitare che il Vice Presidente in pectore potesse ereditare del potere, ma lo stesso Kenyatta, allora Presidente, stranamente resistette questa proposta.
Quando poi nel 1978 Moi assunse le redini del potere per successione alla morte di Jomo Kenyatta, egli ribaltò lo stile presidenziale avvicinandosi alla gente, cosa che il suo predecessore evitava; veniva familiarmente chiamato Nyayo, parola che in swahili significa “impronte”, poiché all’insediamento il suo primo messaggio era quello di condurre il paese sulle orme del suo predecessore.
Inizialmente la sua presidenza fu estremamente popolare con le masse, sotto il motto “Peace, Love and Unity”, slogan che lo contraddistinse sino al momento di un tentativo di golpe che ebbe luogo nel 1982 ad opera di ufficiali dell’aeronautica e che fu sventato, dando inizio a une serie di purghe dell’etnia dominante nei posti chiave governativi, la condanna a morte ed esecuzione dei golpisti, l’arresto dell’intera arma dell’aeronautica (2.100 soldati) e un deciso giro di vite per la limitazione delle libertà individuali.
Ne fecero le spese per esempio personaggi come Raila Odinga, che fece sei anni in carcere, Miguna Miguna, che venne spesso incarcerato in qualità di leader studentesco: sul piano nazionale iniziò a serpeggiare una cultura del sospetto, laddove chiunque poteva venire incarcerato e torturato nei locali del ministero degli Interni a Nairobi, chiamato ironicamente Nyayo House, laddove operava la famigerata polizia politica chiamata Special Branch.
Lo scenario geopolitico degli anni 70/80, laddove Stati vicini come Etiopia e Tanzania impostavano la loro leadership decisamente a sinistra fece di Moi il beniamino del blocco Nato, Stati Uniti per primi che vedevano nel Kenya l’argine al dilagare del Comunismo e Socialismo, offrendo sostegno incondizionato al Paese in cambio di una deliberata disattenzione ai diritti umani nel Paese. Fu in quel periodo che il Marxismo fu bandito come opinione politica, movimento o addirittura dall’insegnamento accademico, generando tensioni con il mondo studentesco.
Così facendo, Moi liquidò gli avversari politici, tramite la sua Special Branch instaurando una specie di despotismo tirannico dai tratti paterni nel quale amava immedesimarsi.
Durante 24 anni Moi tenne saldamente le redini del Paese, introducendo nella Costituzione il monopartitismo e resse sino all’alba del 1992, con ovvie limitazioni della libertà di espressione se non per l’adesione al pensiero unico, vinse ripetutamente elezioni macchiate da delitti di matrice politica, impresse un culto della personalità nelle masse per esempio imponendo la sua immagine sulle banconote, e soprattutto iniziò una sistematica razzia di proprietà terriere e arricchimenti personali in un clima di corruzione rampante nel Paese.
Sotto la sua leadership scoppiò lo scandalo Goldenberg, un sistema concepito per incentivare le esportazioni di prodotti kenioti che invece favorì truffatori vicini al regime con rendite miliardarie tramite esportazioni fittizie di oro e altri presunti prodotti preziosi locali inesistenti.
Moi vinse ben cinque elezioni, 1979, 1983, 1988 ma anche le prime elezioni multipartitiche alle quali cedette per via della ravveduta consapevolezza dei suoi sponsor internazionali sulla deriva verticistica e despotica che si stava imponendo sotto la sua guida.
La soppressione degli avversari politici con qualunque mezzo era la norma, con violenze diffuse all’approssimarsi delle elezioni.
Tenne duro Moi, vinse anche due elezioni multipartitiche approfittando di un’opposizione totalmente disunita, ma con la caduta del Muro di Berlino iniziò a perdere il sostegno dei suoi sponsor internazionali, irritati dal piglio tirannico che prendeva la sua leadership. Finalmente fu costretto a cedere il potere nel 2002 per l’introduzione nella Costituzione dell’impossibilità a ripresentarsi per tre volte di seguito alle elezioni per la massima carica dello Stato.
La Corte costituzionale del Malawi ha annullato il 3 febbraio le controverse elezioni presidenziali che si sono svolte a maggio dello scorso anno. Secondo i giudici lo scrutinio non sarebbe stato né libero, tanto meno trasparente. In parole povere: brogli elettorali.
I giudici della Corte costituzionale e Peter Mutharika, presidente del Malawi
Il presidente uscente, Peter Mutharika era stato rieletto per un secondo mandato con il 38,6 per cento delle preferenze. Lazarus Chakwera, leader del maggiore partito all’opposizione, Malawi Congress Party (MCP), allora era arrivato secondo con il 35,4 per cento e Saulos Chilima si era posizionato terzo con il 20,2. Entrambe le forze dell’opposizione avevano immediatamente fatto ricorso e chiesto l’annullamento delle elezioni. I loro supporter sono scesi nelle piazze e nelle strade per manifestare contro gli evidenti brogli.
I giudici sono arrivati in Tribunale scortati dalla forze dell’ordine. La lettura della sentenza – oltre 500 pagine – è durata parecchie ore. La Corte costituzionale, dopo aver constatato parecchie gravi irregolarità, ha concluso che le elezioni presidenziali sono state seriamente compromesse e ha deciso che il presidente Peter Mutharika non è stato eletto regolarmente. I giudici hanno annullato le presidenziali del maggio scorso e ordinato lo svolgimento di una nuova tornata elettorale. Ha inoltre decretato che Mutharika resterà al potere fino a nuove elezioni.
Per precauzione e motivi di sicurezza, lunedì mattina molte scuole sono rimaste chiuse e diverse linee dei trasporti pubblici sono state sospese nella capitale Lilongwe.
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