19 C
Nairobi
domenica, Aprile 26, 2026

Moral Fact Checking: il signor Cerasa e il 25 aprile

Con questo articolo Roberta De Monticelli comincia la...

Libano: libertà di saccheggio per i soldati israeliani

Speciale per Africa ExPress Alessandra Fava 25 Aprile 2026 I...

Il papa in Guinea Equatoriale dove un italiano si consuma in galera

Africa ExPress Malabo, 24 aprile 2026 Il Santo Padre...
Home Blog Page 256

Ruanda: muore in prigione in circostanze sospette stella del gospel

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
19 febbraio 2020

Erano le 5 del mattino quando gli agenti lo hanno trovato morto nella sua cella nella stazione di polizia a Remera, Kigali, la capitale del Ruanda. In un comunicato le autorità di pubblica sicurezza hanno fatto sapere che il famoso cantante ruandese, Kizito Mihig, si sarebbe impiccato lunedì, 17 febbraio. Il portavoce della polizia, John Bosco Kabera, ha dichiarato che durante il suo stato di fermo ha incontrato i familiari e il suo legale e ha aggiunto: “Abbiamo aperto un’inchiesta per determinare le ragioni del suo suicidio”.

Il cantante gospel, noto in tutto il Paese, era stato arrestato pochi giorni prima nel distretto di Nyaruguru, nel sud del Ruanda. Secondo l’ufficio investigativo avrebbe voluto attraversare illegalmente il confine verso il Burundi, per congiungersi con un gruppo armato ribelle. Avrebbe anche tentato di corrompere il residenti del villaggio che lo hanno fermato. I suoi familiari più stretti negano: “Il nostro congiunto non ci ha mai parlato di tali progetti”.

Kizito non aveva ancora 39 anni. Ha studiato al conservatorio di Parigi e è ritornato nel Ruanda nel 2010, dove ha creato la Fondazione Kizito Mihig per la Pace.

Il cantante gospel ruandese Kizito Mihig

La morte del cantante ha suscitato emozione e indignazione anche fuori dai confini ruandesi. In particolare nella Repubblica Democratica del Congo le sue canzoni sono state postate ovunque sui social network e molti, increduli di quanto è successo, hanno espresso il loro disappunto. Persino qualche politico congolese non esclude che dietro il tragico decesso ci sia lo zampino del presidente ruandese Paul Kagame.

Nel 2013 Kizito aveva composto canzoni che non aveano trovato il gradimento del partito al potere, il Fronte Popolare Ruandese (FPR). Nei suoi testi il cantante aveva messo in discussione lo stretto controllo del governo sull’eredità del genocidio. Secondo l’ONU questa carneficina è costata la vita a oltre 800mila persone, in prevalenza tutsi, ma anche hutu moderati, brutalmente ammazzate in soli 100 giorni. E Kizito era un sopravvissuto al massacro.

Da allora la sua musica, che in precedenza era stata molto apprezzata anche dai dirigenti del partito, è stata vietata.  E’ stato arrestato una prima volta nel 2014. Inizialmente i suoi familiari lo avevano dato per disperso giacchè per diversi giorni non avevano notizie del loro congiunto. Solo dopo qualche giorno le autorità avevano annunciato il suo arresto.

Nel 2015 è stato accusato di terrorismo e di sostenere un partito all’opposizione. Gli era stata inflitta una condanna detentiva di 10 anni per cospirazione contro il governo. E’ stato poi liberato nel 2018 per grazia presidenziale.

Non è la prima volta che un personaggio celebre, critico nei confronti del regime di Paul Kagame muoia in circostanze sospette in prigione. L’anno scorso è deceduto nella sua cella in una prigione militare un anziano direttore generale dell’ufficio del presidente. Era stato condannato a dieci anni di detenzione per corruzione. E nel 2015, Emmanuel Gasakure, medico personale di Kagame, è stato ucciso dalla polizia durante la sua prigionia.

Paul Kagame after an interview con Massimo Alberizzi
Il presidente del Ruanda, Paul Kagame poco dopo un’intervista con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, qualche anno fa

Kagame, al potere dal 1994, è accusato di dirigere il Paese con mano di ferro, di reprimere ogni forma di dissenso, di imprigionare o esiliare tutti politici dell’opposizione. Anche l’Organizzazione Human Rights Watch ha puntato il dito contro il regime, denunciando esecuzioni sommarie.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Accusati di coprire casi di doping: sotto accusa dirigenti senegalesi dell’atletica

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
18 febbraio 2020

In tanti anni di collaborazione con la Federazione Internazionale di Atletica (IAAF) e con la società detentrice dei diritti di marketing dell’IAAF , la Dentsu-Ams, ho guadagnato, con le commissioni sui contratti di sponsorizzazione e dei diritti televisivi, quasi 10 milioni di dollari (9,2 milioni di euro). Non avevo quindi bisogno di farmi corrompere, di sollecitare gli atleti a darmi soldi per coprire casi di doping”.

Insomma troppo ricco per cedere alla più banale delle tentazioni.

Papa Massata Diack, figlio dell’ex presidente della IAAF, Lamine Diack

E’ questa la netta e corposa linea difensiva adottata da Papa Massata Diack davanti a un giudice di Dakar. Papa Massata Diack, 57 anni, senegalese, noto anche con l’acronimo PMD, è il figlio di Lamine Diack, 86 anni, presidente dell’Atletica mondiale dal 1999 al 2015 e celebre saltatore. Papa Massata dal 2016 è sotto inchiesta da parte delle autorità francesi. Indagati, con lui, anche suo padre e altri quattro personaggi di rilievo del mondo sportivo. Tutti sono sospettati di aver ritardato le sanzioni contro 23 atleti russi dopati a partire del 2011 in cambio, naturalmente, di sostanziose bustarelle (da 100 a 600 mila euro). In questo modo gli atleti avrebbero potuto partecipare alle olimpiadi del 2012 a Londra. Non solo: sono sospettati di averle anche date, le bustarelle e di aver riciclato notevoli somme di denaro.

Papa, figlio di papà, e il papà sarebbero stati il nodo centrale di una ragnatela corruttiva, tanto che sarebbero stati ribattezzato “il clan Diack”. Papa figlio si è finora rifiutato di presentarsi alla giustizia francese, anzi non ha proprio voluto lasciare il suo Paese da quando è scoppiato il caso. Il 2016, appunto, allorchè i magistrati parigini avevano consegnato la rogatoria internazionale. Il 6 novembre scorso Papa è stato interrogato a Dakar e ha negato ogni addebito: “Sono tutte accuse false, non avevo bisogno di prendere tangenti”, avrebbe dichiarato secondo quanto ha appreso nei giorni scorsi l’agenzia France Presse. La giustizia senegalese, a fine anno, ha inviato a Parigi sia il contenuto dell’interrogatorio sia documenti relativi alle società di PMD. Il dossier della magistratura africana è giunto in Francia proprio quando stava per incominciare il processo al clan Diack, il 13 gennaio scorso.

Lamina Diack, ex presidente della IAAF

La nuova documentazione ha spinto la 32a camera del Tribunale di primo grado di Parigi a rinviare il tutto al 3 giugno. Il rinvio ha scatenato una ulteriore polemica: il ministro della Giustizia senegalese, Malik Sall, ha dichiarato che il materiale era stato inviato a novembre e quindi lui non c’entra con lo spostamento del processo. E Papa Massata ha confermato: i verbali degli interrogatori del 2016 e quelli di ben 16 ore del novembre scorso sono stati spediti a Parigi a fine novembre. Un motivo in più per PMD per non lasciare Dakar. Intervistato dalla tv CGTN (China Global Television Network) e dal Guardian, Papa Massata ha contestato il diritto della giustizia francese di mettere sotto processo lui e suo padre e ha aggiunto in tono di sfida: “Non penso che il mio governo mi consegnerà ai francesi. Francia e Gran Bretagna non estradano i loro cittadini. Perché dovrebbe farlo il mio Paese, perché dovrebbe darmi a un Paese che non ha la competenza di indagare su una federazione privata, la Iaaf, che ha sede a Monaco? Non ho tempo da perdere in Francia! Non ho fatto nulla di illegale”.

Non la pensa così il giudice istruttore francese, Renaud van Ruymbeke, secondo il quale per PMD erano esorbitanti non solo le commissioni sui contratti firmati in qualità di consulente della federazione presieduta da suo padre, ma anche gli emolumenti come diaria quotidiana: 900 dollari al giorno di missione tra il 2007 e il 2011, poi 1.200 dollari al giorno tra il 2012 e il 2015. Sempre secondo il magistrato transalpino, la giustizia francese ha diritto di perseguirlo perchè accusato di riciclaggio in Francia.

Suo padre, però, nell’udienza che lo vede alla sbarra a Parigi sempre per corruzione,  qualche ammissione l’ha fatta: ha riconosciuto che le sanzioni contro gli atleti russi erano state scaglionate e avevano consentito loro di prendere parte ai Giochi di Londra e ai Mondiale del 2013. In cambio l’IAAF avrebbe ottenuto i diritti tv e degli sponsor più generosi in Russia come pure un finanziamento di 1,5 milione di euro per gli oppositori all’allora presidente Abdoulaye Wade (terzo capo di stato del Senegal dal 2000 al 2012). Affermazioni contestate da Papa (figlio) : “Mai preso parte ad alcuna discussione con i russi sul finanziamento di campagne elettorali. Quelle dichiarazioni sono state estorte a mio padre, anziano e malato, dopo 36 ore di interrogatorio”.

Insomma una vicenda opaca dove sono in ballo legami familiari, di potere, sportivo e politico, rapporti internazionali e soprattutto tanti, tanti soldi. Al punto che essi possono diventare uno strumento di difesa: sono così ricco da non aver bisogno di chiedere tangenti.

Vedremo, a giugno, come andrà a finire. Se finirà…

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Dopo il Corno d’Africa l’orda di cavallette divora anche Uganda, Tanzania e Sud Sudan

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 17 febbraio 2020

Il 13 febbraio, per l’Uganda, non è stato un giorno fortunato: dopo aver divorato le coltivazioni del Kenya le cavallette hanno deciso di pasteggiare lì. Un evento atteso per il quale il governo ugandese era preparato da tempo ma quando succede la preparazione non è mai adeguata alla vicenda.

La visita indesiderata è arrivata nel primo pomeriggio con uno sciame stimato in 40 milioni di ortotteri famelici, atterrati nel distretto di Nakapiripirit. La “merenda” delle locuste del deserto (Schistocerca gregaria), è durata circa un’ora. Al loro passaggio è rimasta una landa desolata. A distanza di due ore è arrivato un secondo sciame in un’area vicina. E ne seguiranno altri.

Uno sciame di cavallette quando atterra divora cibo per 35mila persone

La FAO, l’Agenzia ONU per l’agricoltura e l’alimentazione, ha chiesto uno stanziamento di 76milioni di dollari USA. Ne ha raccolti 23 milione e finora attraverso il Africa Solidarity Trust Fund (ASTF), ne è stato assegnato un milione. Ogni sciame di locuste misura 2.400kmq. Secondo l’Agenzia ONU, in un giorno, una tale quantità di insetti divora cibo equivalente al nutrimento di 35mila persone. Per il momento le cavallette non si sono dirette nel sud del Paese. È l’area delle coltivazioni di caffè, thè, riso e fagioli, colture strategiche per l’alimentazione e l’economia ugandese.

Il governo dell’ex protettorato britannico ha stanziato 4,5 milioni di dollari USA per combattere la vorace invasione. In attesa della disinfestare aerea, ha messo in campo l’esercito per annientare le locuste via terra. Quando i militari sono arrivati sul luogo infestato le locuste erano già volate verso il distretto di Kitgum, 300km a nord ovest. Intanto il governo ugandese si prepara a fermare l’orda famelica con 36mila litri di pesticidi.

Anche la Tanzania sotto attacco

Mappa dell'invasione delle cavallette in Est Africa aggiornata al 17 febbraio 2020 (Courtesy FAO)
Mappa dell’invasione delle cavallette in Est Africa aggiornata al 17 febbraio 2020 (Courtesy FAO)


L’invasione delle cavallette in Uganda
segue quella dei altri Paesi dell’Africa orientale: Kenya, Etiopia, Somalia ed Eritrea. Ma anche la Tanzania ha intercettato sciami nelle zone di confine settentrionali vicino al monte Kilimangiaro dove ha utilizzato gli insetticidi con tre aerei.

Però il peggio non è ancora arrivato perché tra marzo e aprile ci sarà la seconda mandata, quella delle uova deposte durante la prima invasione. La FAO, in un rapporto, ha avvertito che le locuste si stanno riproducendo nel Corno d’Africa. Si prevede che i Paesi colpiti nella prossima orda di ortotteri, per la seconda volta in poche settimane, saranno Etiopia, Somalia e Kenya.

Peter Munya, segretario del gabinetto dell’Agricoltura del Kenya ha confermato che quando si schiudono le uova inizierà la disinfestazione delle ninfe. A questo punto ecco un altro problema, più grave e duraturo dell’invasione delle insaziabili cavallette.

Irrorazione dell'insetticida contro le cavallette
Irrorazione manuale dell’insetticida contro le cavallette

L’allarme del veterinario per gli insetticidi

L’allarme arriva dal dr. Micheal Kaziro, veterinario del distretto di Amudat (Uganda). Denuncia la mancanza di test sugli insetticidi e in questo modo conferma anche le affermazioni di Hans-Jorg Ferenz, scienziato dell’Università di Halle in Germania. “L’irrorazione aerea di questi prodotti è pericolosa e contamina i pascoli. Con questo sistema avremo contaminato il terreno, il bestiame, il latte e la carne che mangiamo”.
“Non dimentichiamo che questa regione, per il 90 per cento, ha un’economia pastorale. Dovrebbe essere effettuata una disinfestazione selettiva”. – ha ricordato Kaziro al quotidiano ugandese Daily Monitor. “Anche l’apicoltura è una nostra attività economica. Diminuirà la produzione di miele perché a causa degli insetticidi moriranno le api. La dieta della nostra gente dipende anche dal miele per questa ragione non abbiamo molti casi di malnutrizione infantile come in altri distretti”.

Il primo sciame è già in Sud Sudan

Il primo sciame ha superato la frontiera del Sud Sudan. La FAO conferma che ha toccato la contea di Magwi nel sud-est dal distretto di Lamwocon. Se trova una situazione climatica favorevole le locuste potrebbero aumentare del 500 per cento. E poi, se non saranno sterminate le larve ci sarà una seconda ondata di cavallette del deserto. In tutta l’Africa orientale saranno a rischio carestia 20milioni di persone che vivono già in una situazione di emergenza alimentare.
(ultimo aggiornamento: 18 febbraio 2020 ore 15:05)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

L’Africa orientale invasa dalle cavallette: responsabili i cambiamenti climatici

Cento miliardi di locuste divorano i raccolti: emergenza in Africa orientale

Burundi: scoperte fosse comuni con i resti di oltre 6000 vittime uccise tra il 1885 e il 2005

Africa ExPress
17 febbraio 2020

I resti di oltre 6 mila persone sono state trovate in fosse comuni, gente ammazzata durante massacri inter-etnici in Burundi.

Pierre Claver Ndayicariye, presidente della Commission Vérité et Réconciliation (CVR) – istituita nel 2014 per far luce sulle ingiustizie e violenze che si sono consumate dopo l’indipendenza ottenuta nel 1962 dal Belgio – durante la conferenza stampa tenutasi all’Hotel Source du Nile, Bujumbura, ha fatto sapere che sono stati trovati i resti di 6.032 persone e migliaia di pallottole in diverse fosse comuni sulla strada che collega Gitega, l’attuale capitale che si trova al centro del Paese e Karusi, città situata un po’ più a est.

Fosse comuni in Burundi

Vicino alle ossa c’erano occhiali, brandelli di vestiti e rosari, utili all’identificazione dei morti, che in questo modo avranno finalmente una degna sepoltura.

Nell’area vicino al fiume Ruvubu, l’equipe di CVR ha trovato 10 fosse comuni, altre 2 devono essere ancora aperte e altre 10 sono state già segnalate, ma non ancora identificate. Le testimonianze raccolte finora hanno permesso di stabilire il profilo delle vittime. Anche se il presidente di CVR per ora si rifiuta di esprimersi sull’etnia di appartenenza, si tratta probabilmente del massacro avvenuto nel 1972 di persone di etnia hutu, provenienti da Gitega e dalle province vicine.

Il presidente della Commissione è persuaso che altri siti riserveranno terribili sorprese. Finora la CVR è stata in grado di identificare oltre 140 mila persone  morte o date per disperse durante le diverse crisi che hanno insanguinato l’ex protettorato belga. Si presume che in tutto ci siano 4 mila fosse comuni in Burundi.

Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi

CVR è stata incaricata di investigare sulle atrocità commesse dal 1885 (con l’arrivo degli stranieri) fino al 2005. Tuttavia il mandato della Commissione esclude indagini dopo quella data, cioè con l’ascesa al potere dell’attuale presidente, Pierre Nkurunziza, attualmente al suo terzo mandato. Nel periodo elettorale delle ultime presidenziali che si sono svolte nel 2015, sono state uccise centinaia di burundesi durante scontri con le forze dell’ordine. Allora l’ONU aveva lanciato l’allarme su nuovi abusi dei diritti umani.

Tra la fine dello scorso anno e l’inizio del 2020 sono stati esumati i resti delle vittime delle fosse comuni scoperte all’ex mercato di Kamenge. In questo caso si suppone che si tratti di vittime della guerra civile a sfondo etnico –tra hutu e tutsi – che ha causato 300mila morti tra il 1993 e il 2005.

Africa ExPress
@africexp

Burundi in piena guerra civile. E il mondo sta a guardare‏

Violenze, omicidi, sparizioni: il Burundi sul banco degli accusati dall’ONU

 

Nigeria: giudice e ausiliario del traffico dopo la morte del figlio

Africa ExPress
16 febbraio 20120

Otto anni dopo aver perso il figlio in un incidente a Joss, nel Plateau State in Nigeria, dove si era laureato in giurisprudenza, Monica Dongban-Mensem, è diventata un ausiliario del traffico. Svolge questa attività come volontaria nel suo tempo libero, perchè la signora di professione è un giudice, presidente della Corte d’Appello dell’ Enugu State e è anche membro anziano dell’ente nazionale per la formazione degli avvocati.

Giudice Monica Dongban-Mensem,

 

Dopo aver frequentato un corso per la formazione di ausiliari del traffico, il magistrato dirige con grande passione e calma la frenetica circolazione nella capitale Abuja, spesso anche sotto un sole cocente, con temperature che raggiungono  i 40°.

La signora è convinta che: “Molti nigeriani non sanno cosa significhi la pazienza, lo si evince dal loro modo di guidare”. E aggiunge: “Dopo tanti anni non ho mai saputo chi ha ucciso mio figlio. Volevo comunque fare qualcosa per non essere complice di altre morti. In questo Paese la gente sa poco o nulla della sicurezza stradale, molti non conoscono la segnaletica, non hanno frequentato una scuola guida e tantissimi non sono in possesso della patente. Basti pensare che siamo oltre 200 milioni di persone e ci sono più di 12,5 milioni di vetture. Nel 2018 sono morte 5.181 persone sulle strade ed esistono solamente 965 scuole guida autorizzate”.

Monica Dongban-Mensem, Presidente di Corte d’Appello e ausiliario del traffico

Qualche anno fa la 62enne giudice ha messo in piedi una ONG, che porta il nome di suo figlio, la Kwapda’as Road Safety Demand, volta a insegnare gratuitamente la sicurezza stradale agli automobilisti. Ha in programma l’apertura di una scuola guida per futuri autisti professionisti. Le lezioni saranno impartite da esperti volontari, senza costi per i partecipanti ai corsi.

Solo nel 2016, 5 anni dopo la morte del figlio, la signora ha trovato il coraggio di recarsi a Joss, nel luogo dove è stato investito. “Volevo trovare qualcuno, qualche testimone che avesse visto morire il mio ragazzo. Mi hanno detto che era in mezzo alla carreggiata, ma nessuno è riuscito a raggiungerlo per assisterlo. Aveva entrambe le gambe fratturate. Stava perdendo molto sangue. Sono certa che sarebbe ancora vivo se fosse stato trasportato in ospedale tempestivamente”.

La giudice è rimasta atterrita quando ha visto le condizioni delle strade, del traffico a Joss: il caos più totale. In alcuni punti il manto delle carreggiate era molto rovinato, buche ovunque, mancavano importanti segnali stradali, un pericolo per chiunque. “Non mi sono dunque meravigliata quando mi hanno detto che molte persone hanno trovato la morte nell’area di Tundun Wada (Joss), una delle arterie stradali maggiormente trafficate del Plateau State”, ha sottolineato la coraggiosa madre.

Le autorità competenti hanno detto di aver programmato la messa in sicurezza delle strade nella zona. Hanno espresso la loro vicinanza alle famiglie che hanno perso un congiunto a causa dei molti incidenti; un funzionario ha però voluto sottolineare che anche pedoni e automobilisti devono assumersi le proprie responsabilità.

Sulle strade nigeriane perdono la vita ogni giorno almeno 13 persone, tra 5 e 6 mila all’anno e la maggior parte degli incidenti è causato dagli automobilisti sprovvisti di patente, un male comune nel Paese. Basti pensare che, secondo le autorità competenti, nel maggio 2019 nel solo Lagos State, oltre 60.000 persone erano alla guida di un automezzo senza documenti.

Il traffico nel Lagos State

Nella ex colonia inglese non esiste ancora un data base nazionale che raccoglie i dati delle vetture in circolazione, per non parlare di telecamere di sorveglianza, almeno sulle maggiori arterie stradali. E’ dunque davvero difficile individuare i responsabili degli incidenti, i pirati della strada, veri e propri criminali che, per la legge nigeriana, rischiano una condanna fino a 14 anni. Tuttavia il giudice ritiene che meriterebbero pene più pesanti e sta lavorando anche in questo senso. “C’è ancora molto da fare, sopratutto nella formazione degli automobilisti” ha concluso il magistrato.

Africa ExPress
@cotoelgyes

Algeria: stato islamico rivendica attentato a base militare nel sud del Paese

Africa ExPress
15 febbraio 2020

L’organizzazione terrorista stato islamico (EI) ha rivendicato l’attentato kamikaze del 9 febbraio scorso contro la base militare algerina Bordj Badji Mokhtar, nel sud del Paese. Durante l’attacco sono morti un militare e l’attentatore, che ha fatto brillare la sua cintura imbottita di esplosivo mentre il giovane soldato cercava di impedirgli di entrare nella base, che dista oltre 1.700 chilometri da Algeri. L’attentato e la sua dinamica sono stati confermati dal ministero della Difesa.

In una dichiarazione condivisa sui suoi canali di Telegram, EI ha affermato: “Il fratello martire ha fatto esplodere la sua vettura in mezzo alla base, causando decine di morti e feriti, è andata distrutta un gran mole di materiale militare e provocato ingenti danni”.

L’ultimo attacco suicida contro le forze algerine risale al 31 agosto 2017. Allora morirono 2 poliziotti. Tale attentato era stato rivendicato da EI.

Fino a qualche anno l’organizzazione terrorista Al-Qaida au Maghreb islamique (AQMI) era ben presente in Algeria, in particolare nel sud, poi non si è più sentito parlare di loro nella regione. Ora, invece, sembra che EI abbia addirittura creato una nuova cellula nell’area tra Timiaouine e Tinzaouten, composta da una cinquantina di miliziani stranieri, arrivati dalla vicina Libia. Si vocifera che alcuni elementi sarebbero stati reclutati nelle fila di “Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani” (formazione armata attiva nel Sahel e alla quale hanno aderito 5 organizzazioni terroriste, fondata nel marzo 2017), dove si sarebbero verificati dissensi interni.

Secondo alcune fonti l’attentato alla base militare di domenica scorsa potrebbe essere stato organizzato per rappresaglia perché qualche mese fa l’esercito algerino, durante un’azione anti-terrorista vicino alla frontiera con il Mali, ha ucciso Aboubacar ould Abidine, uno dei capi di EI della regione.

Terroristi dello stato islamico in Algeria

Al momento attuale è difficile prevedere quali siano le reali intenzioni dei terroristi presenti in Algeria. Il fatto di domenica scorsa potrebbe essere anche un “semplice avvertimento” al nuovo governo del Paese, perché non si impicci nelle crisi attualmente in atto sia in Libia che nel Sahel.

Africa ExPress
@africexp

Firmato l’accordo di pace in Mali anche dai ribelli a maggioranza tuareg

Cinque gruppi jihadisti attivi nel Sahel si sono riuniti sotto la guida di un capo tuareg

 

Centrafrica: la Croce Rossa Internazionale riduce le attività per l’insicurezza nel Paese

Africa ExPress
14 febbraio 2020

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) ha fatto ha deciso di ridurre in modo significativo le proprie attività nella Repubblica Centrafricana a causa della crescente insicurezza che imperversa ancora in tutto il Paese. L’organizzazione ha già limitato gli interventi umanitari a Kaga-Bandoro e nella prefettura di Nana-Grébizi, nel centro-nord della ex colonia francese.

La popolazione è stremata e stanca dei continui attacchi perpetrati dai gruppi armat. E Bruce Biber, vice-capo della Croce Rossa in Centrafrica ha sottolineato che le strutture dello Stato sono ancora fragili e deboli a Kaga-Bandoro e solo grazie all’intervento dei leader religiosi, dei membri della società civile,dei capi delle comunità si potrà limitare la sempre più crescente criminalità, che ha messo più volte in pericolo anche gli operatori della stessa CICR.

Scontri tra gruppi ribelli in Centrafrica

E proprio ieri ci sono stati nuovamente forti scontri anche alle porte di Birao, nel nord-est del Paese, tra due gruppi ribelli – Mouvement des libérateurs centrafricains pour la justice (MLCJ) e Front populaire pour la renaissance de la Centrafrique (FPRC). Entrambi i raggruppamenti sono firmatari del trattato di pace. Secondo quanto riportato da un giornale locale, i combattimenti sono iniziati già meroledì sera e i membri di FDRP vorrebbero entrare a Birao. Il prefetto di Vikaga ha confermato che diverse persone sono state ferite e ricoverate nell’ospedale. I caschi blu di MINUSCA (acronimo per Missione Multidimensionale di Stabilizzazione Integrata delle Nazioni Unite in Repubblica Centrafricana), sempre secondo le autorità locali, non sarebbero ancora intervenuti.  Eppure in un comunicato congiunto rilasciato ieri da MINUSCA, l’Unione Africana (UA) e la Comunità Economica degli Stati dell’Africa centrale (CEEAC) hanno fermamente condannato i combattimenti, sottolineando che costituiscono una grave violazione dei patti.

Con risoluzione 2507 (2020), con 13 Stati a favore e due astenuti (Cina e Russia), il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha rinnovato per un periodo di 6 mesi l’embargo sulle armi imposto alla Repubblica Centrafricana.
Dunque tutti gli Stati membri dovranno impedire e prendere le misure necessarie perché non vengano vendute o fornite armi direttamente o indirettamente al CAR. La risoluzione è estesa anche all’assistenza tecnica o formazione e qualsiasi aiuto finanziario o altro in relazione ad attività militari. L’embargo è in atto dal 2013.

Ma tali misure non saranno applicate su una serie di eccezioni stipulate nel testo, come l’invio di blindati armati e altro. Il testo della risoluzione, ormai parecchio alleggerita, è stato redatto dalla Francia. Già lo scorso settembre è stato autorizzata la consegna di un certo tipo di armi. E anche nel febbraio 2018 la Russia aveva già ottenuto una parziale abolizione dell’embargo.

Consiglio di Sicurezza dell’ONU

Il governo di Bangui aveva chiesto la rimozione totale di tali misure, in quanto necessita di riarmare il proprio esercito per poter far fronte alle attività criminali ancora in atto su gran parte del territorio, eppure poco più di un anno fa è stato siglato l’ottavo trattato di pace tra il governo e quattordici gruppi ribelli. La Russia sostiene la richiesta delle autorità centrafricane, specificando: “L’embargo non impedisce ai ribelli di procurarsi le armi. Loro si riforniscono abbondantemente grazie al fiorente mercato di contrabbando”.

La situazione umanitaria è a tutt’oggi disastrosa: il Paese conta poco più di 4,6 milioni di abitanti di cui 2,6 milioni necessitano di assistenza e di protezione umanitaria, tra loro 1,7 milioni hanno bisogno di aiuti immediati per poter sopravvivere.

Africa ExPress
@africexp

Torturati civili in Centrafrica: l’ONU indaga i mercenari russi (ma c’è chi accusa Parigi)

 

 

 

 

ONU condanna progetto WWF per abusi su larga scala contro i pigmei in Congo-B

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 13 febbraio 2020

“A noi Baka vietano di andare nella foresta. Se lì facciamo accampamenti, le guardie ecologiche li bruciano. Molti Baka sono morti, i bambini sono senza cibo e non abbiamo più le erbe medicinali spontanee che raccoglievamo. Abbiamo cercato di raccontare le nostre difficoltà al WWF ma non le accettano. Ci hanno risposto solo che non possiamo andare nella foresta”.

Distruzione di una capanna Baka da parte dei guardaparco (Courtesy Survival International)
Distruzione di una capanna Baka da parte dei guardaparco (Courtesy Survival International)

Sono le parole di una lettera scritta, dai pigmei Baka della Repubblica del Congo, al Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP). Anni di violenze, soprusi, umiliazioni, sfratti sommari delle popolazioni Baka perpetuate delle guardie forestali.

Buzzfeed News  in un’inchiesta del marzo 2019 ha confermato stupri di gruppo a donne incinte e torture. Mentre la vedova di un uomo Baka ha raccontato che suo marito era stato ingiustamente accusato di bracconaggio e imprigionato. Brutalmente picchiato da altri detenuti quando è stato rilasciato è morto a causa delle percosse.

donna-Baka-il-cui-marito-Komanda-arrestato-dai-guardaparco-1.jpg
Donna Baka il cui marito, Komanda, arrestato dai guardaparco a Messok Dja, e morto dopo essere tornato a casa per le percosse di altri detenuti (Courtesy Survival International)

Tutto questo succedeva nonostante la foresta fosse da secoli territorio ancestrale dei Baka. I pigmei, come altre popolazioni native che vivono nella foresta pluviale, hanno un’unione quasi simbiotica con la natura che li nutre e li protegge. E loro volta sono custodi e protettori della selva. Ma per i guardaparco, se cacciano per nutrire le proprie famiglie, sono considerati bracconieri.

Le violenze quotidiane ai Baka accadevano con il complice silenzio assordante del Fondo Mondiale per la Natura (WWF) che paga i forestali e fornisce loro gli automezzi. Il WWF, il tutti questi anni, ha sempre smentito affermando che il comportamento delle guardie forestali era un problema del governo congolese.

Nella mappa, il cerchio rosso indica l'area del progetto Tridom dove vivono i pigmei Baka
Nella mappa, il cerchio rosso indica l’area del progetto Tridom dove vivono i pigmei Baka (Courtesy GoogleMaps)

Questa volta l’UNDP ha indagato portando prove “credibili” sulle accuse fatte dai pigmei Baka e denunciate da Survival, ONG che si batte per i diritti delle popolazioni native. Intanto le Nazioni Unite, hanno bloccato il finanziamento al progetto Tridom 11, nell’area nord-occidentale del Congo. Si tratta di un progetto per la conservazione delle foreste del valore di quasi 20 milioni di euro.

Il progetto, avviato nel 2017, ha finanziamenti del WWF, UNDP, Commissione europea, con i governi USA e del Congo e Global Environment Facility. L’area forestale è conosciuta come Messok Dja, copre un’area di quasi 1.500kmq e coinvolge Camerun, Gabon e Repubblica del Congo.

La disperazione dei Baka è arrivata al punto di chiedere aiuto ai reali britannici e poi si sono appellati alla Commissione europea.

Tweet con video di Survival International: “Se i guardaparco del WWF ci trovano, ci picchiano con il machete”

Durissime le dichiarazioni di Stephen Corry, direttore generale di Survival International in un comunicato. “Siamo di fronte a un atto d’accusa devastante che dovrebbe segnare la fine del modello della ‘Conservazione fortezza’ promosso dal WWF. È responsabile di aver provocato così tanti danni sia alle persone che all’ambiente in tutta l’Africa”.

“Il WWF è implicato in un furto di terra e in gravi violazioni di diritti umani su larga scala – afferma ancora Corry. “Survival trent’anni fa aveva avvisato il WWF. I progetti nel Bacino del Congo rischiavano di privare i popoli indigeni delle loro terre e della loro autosufficienza, e di ridurli in povertà. L’abbiamo ripetuto molte volte, ma il nostro monito è sempre caduto inascoltato”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

I Pigmei del Camerun ai reali britannici: “Aiuto! Siamo vittime di violenze quotidiane”

Congo, pigmei scrivono alla Commissione Europea: “Ci avete derubato della nostra foresta”

Report di Survival: oltre duecento casi di violenze dei ranger WWF ai pigmei

Dopo Wwf, Survival denuncia Zoo del Bronx per violazione dei diritti umani dei pigmei

Camerun, Survival contro Wwf. L’Ocse indaga su violazione dei diritti umani dei pigmei

Pigmei, ragazzo ammazzato da ranger pagati da Fondazione dello zoo di New York

Mozambico, morto Marcelino dos Santos padre della patria fondatore del Frelimo

0

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 12 febbraio 2020

“Abbiamo perso la nostra icona, il compagno Marcelino dos Santos”. L’annuncio della sua morte, martedì scorso, è stato dato alla Nazione, dal presidente mozambicano, Filipe Nyusi, in televisione da Pemba, dove era in visita.

Marcelino dos Santos aveva 90 anni. Nato a Lumbo, nella provincia di Nampula, è stato uno dei fondatori del Fronte di Liberazione del Mozambico (FRELIMO). È stato questo movimento di lotta che ha portato l’ex colonia portoghese all’indipendenza.

dos-santos-samora
A sin. Marcelino dos Santos e Samora Machel negli anni ’80

Nel 1961, è stato tra i fondatori della CONCP, la Conferenza delle Organizzazioni Nazionaliste delle Colonie Portoghesi. Con dos Santos c’erano l’angolano Mario Pinto de Andrade e Amilcar Cabral, leader della lotta di liberazione della Guinea-Bissau. Della CONCP fu eletto segretario generale.

Con la nascita della Conferenza sono nati i primi movimenti nazionalisti. Tra questi l’Unione Democratica Nazionale del Mozambico (Udenamo) di cui Dos Santos venne nominato capo del Dipartimento delle relazioni estere.

Il FRELIMO deve la sua nascita all’unione tra Udenamo, Unione Nazionale Africana del Mozambico (Manu) e Unione Nazionale Africana per l’indipendenza del Mozambico (Unami). Era il 1962, alla guida del movimento di liberazione c’era Eduardo Mondlane e dos Santos scrisse i primi statuti.

Marcelino dos Santos
Marcelino dos Santos festeggia l’87° compleanno

Alla morte di Mondlane, assassinato dai portoghesi, nel FRELIMO, Marcelino dos Santos fu uno dei triumviri insieme a Samora Machel e Uria Simango. Nel 1970, con l’elezione di Machel alla presidenza del FRELIMO, dos Santos fu scelto come vice-presidente.

Nel 1975, con l’indipendenza e la presidenza di Samora Machel, dos Santos divenne ministro della Pianificazione e dello sviluppo. Negli anni seguenti aveva ricoperto vari incarichi di stato e di partito.

È grazie al lavoro di Marcelino dos Santos che il Mozambico ha abolito il partito unico per il pluralismo politico. Grazie a lui è stata approvata una Costituzione della Repubblica che include garanzie di libertà di riunione, libertà di espressione e libertà di stampa.

Peccato che tutto ciò rimanga solo sulla carta perché nel frattempo è stato dato un pesante giro di vite alla libertà di stampa.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Repressione alla mozambicana, il bavaglio alla stampa arriva prima delle elezioni

Bavaglio alla mozambicana alla stampa costretta a pagare tasse enormi

Mozambico, chi critica il presidente rischia la galera (alla faccia della Costituzione)

Patto governo-ribelli: per consegnare Al Bashir alla Corte Penale Internazionale

Africa ExPress
11 febbraio 2020

Al termine di una conferenza in svolgimento a Juba, la capitale del Sud Sudan, tra le autorità di Khartoum e i movimenti ribelli del Sudan, un delegato del governo sudanese, Mohamed Hassan Altaishi, ha annunciato questo pomeriggio, che i responsabili di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra commessi nel Darfur potranno essere consegnati alla Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aia (Paesi Bassi).

Omar al-Bashir, ex presidente del Sudan

Il nome di Omar Al Bashir, l’ex presidente destituito con un colpo di Stato lo scorso aprile e su cui pende un mandato d’arresto internazionale spiccato da CPI già nel 2009, finora non è stato fatto in modo esplicito. Ma alcuni funzionari governativi hanno fatto sapere alle agenzie di stampa che Al Bashir e altri sospettati di terribili crimini durante la guerra nel Darfur saranno messi a disposizione della Corte dell’Aia.

Durante il sanguinoso conflitto nel Darfur sono state uccise oltre 300.000 persone, altre 2.5 milioni hanno lasciato le loro case, per non parlare delle violenze che hanno dovuto subire le donne di quella regione, in particolare dai sanguinari janjaweed, diavoli a cavallo” (come li chiamava la popolazione): bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi.

Non si sa  quando l’ordine diventerà effettivo e finora CPI non ha rilasciato commenti in merito.

Lo scorso dicembre l’anziano ex dittatore è stato condannato da un Tribunale di Khartoum a due anni di detenzione da scontare in un riformatorio statale. Ma Al Bashir è tutt’ora indagato in Sudan per l’uccisione di manifestanti e il suo ruolo nel colpo di Stato del 1989 che lo aveva portato al potere. Allora, come colonnello dell’esercito sudanese, aveva guidato un gruppo di ufficiali in un incruento colpo di Stato militare che ha rimosso il governo del primo ministro Sadiq al-Mahdi.

Miliziani janjaweed in cammello fotografati in Darfur

Recentemente il governo di transizione del Sudan ha iniziato a dialogare con i gruppi ribelli per ristabilire la pace in tutto il Paese. In un primo momento l’attuale amministrazione di Khartoum voleva lasciare la questione Al-Bashir–CPI a un governo eletto democraticamente. Quello attuale di transizione dovrebbe restare in carica per poco più di 3 anni. Si mormora che il governo abbia dovuto fare concessioni in tal senso perchè in caso contrario c’era il forte rischio che le trattative con i ribelli si sarebbero arenate.

Africa ExPress
@africexp

Sudan, quando Bashir sbatte in carcere i vecchietti

Sudan, quando Bashir sbatte in carcere i vecchietti