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Dal massacro dei soldati turchi in Siria al traffico delle armi triangolate in Somalia

Speciale per Africa Express
Monica Mistretta
28 gennaio 2020

Sono morti nel silenzio sotto le bombe di uno dei tanti raid aerei russi che da tre mesi tormentano la provincia siriana di Idlib, al confine con la Turchia: due bambini e due adulti, non sappiamo nemmeno i loro nomi. Un milione i rifugiati in fuga verso la Turchia che oggi ha aperto i varchi di confine e adesso minaccia di farli entrare in Europa.

La comunità internazionale segue con apprensione le cifre dei deceduti tra le file di miliziani ed eserciti: secondo il gruppo di opposizione Osservatorio Siriano per i Diritti Umani sarebbero 16 i soldati siriani uccisi oggi in risposta alla morte di 33 soldati turchi. L’epicentro degli scontri è la città siriana di Saraqib, snodo tra le statali M4 e M5 che collegano l’importante porto di Latakia con il cuore economico del paese, Aleppo: anche a Saraqib oggi sono morti tre civili senza nome.

In queste ore missili turchi rispondono a quelli russi e colpiscono il cuore della Siria, nella provincia di Hama, in prossimità di una base russa. È Mosca l’artefice della rimonta di Assad in questa guerra che adesso sta per entrare nel suo nono anno. Ma lo scontro non è un affare a tre tra il presidente siriano, l’aviazione russa e l’esercito turco. All’ombra di Idlib, contro l’esercito di Ankara, combattono le milizie di un quarto paese che in Medio Oriente si muove come a casa propria: l’Iran.

Raid aerei a Idlib

Fino a gennaio le milizie di Teheran si erano tenute lontane da Idlib, con ogni probabilità per evitare lo scontro diretto con Ankara. È da Ankara che in passato sono transitati clandestinamente oro e risorse destinate all’Iran nel periodo più difficile delle sanzioni internazionali. Per tutti i traffici che ancora non conosciamo parla lo scandalo che ha coinvolto una delle più importanti banche turche, la Halkbank, accusata da un tribunale statunitense di aver scambiato oro con petrolio. E ci porta ancora un Turchia una delle società colpite tre giorni fa dalle sanzioni statunitensi per aver contribuito al programma missilistico iraniano, la Eren Carbon Graphite Industrial Trading Co. Ltd. Ma ad Idlib la posta in gioco è più grossa di qualsiasi schema costruito per aggirare le sanzioni: Teheran ha i suoi progetti nella provincia siriana.

Agli inizi di gennaio, proprio quando veniva ucciso in un raid il generale iraniano Qassem Soleimani, le cose sono cambiate: milizie libanesi e afghane fedeli a Teheran si sono spostate dal sud della Siria verso la provincia di Idlib. Dai 400 agli 800 uomini stando all’intercettazione di alcune comunicazioni fra miliziani rivelate dal quotidiano britannico The Daily Telegraph alla fine di gennaio.

Negli stessi giorni usciva un altro report: questa volta parlava di Somalia. Nel paese alla fine di dicembre hanno perso la vita in un attacco terroristico due ingegneri turchi, altri sei sono rimasti feriti nei pressi di Mogadiscio alla metà di gennaio. I due attacchi sono stati rivendicati dagli Shabaab, gruppo somalo legato ad Al Qaeda. Il sito francese African Intelligence non perde tempo e punta immediatamente il dito sull’avvicinamento degli Shabaab a Teheran.

Un altro attacco, l’ennesimo, avvenuto il 5 gennaio a Lamu contro la base keniota americana Camp Simba, sarebbe stato un gesto di vicinanza degli Shabaab a Teheran all’indomani della morte del generale Soleimani. Ma cosa hanno in comune la Somalia con la provincia di Idlib?

Non meraviglia che i sunniti Shabaab possano cercare appoggi nell’Iran sciita: la Somalia è da sempre terra di triangolazioni di armi, merci e metalli preziosi con lo Yemen, dove Teheran sostiene i ribelli Houthi. E forse non occorre ricordare che la madre di Osama Bin Laden, il fondatore di Al Qaeda, cui sono legati gli Shabaab, era alawita, la setta sciita del presidente siriano Bashar Al Assad. Le forze in campo cambiano in Siria e le alleanze slittano anche in Somalia.

Latakia era il grande sogno di Qassem Soleimani: il porto di Teheran sul Mediterraneo. Chi vuole controllare questa finestra sul mare deve avere un piede ben saldo nella città di Saraqib, nella provincia di Idlib. Lì adesso ci sono tutti: turchi, russi, siriani e adesso anche iraniani. Non importa quanti civili devono ancora morire per conquistarla: la battaglia è solo agli inizi e Teheran vuole fare parte del gruppo. Gli Shabaab, che guardano con ostilità la crescente influenza economica turca nel loro territorio, sono saliti sul carro di chi combatte contro Ankara a Idlib.

Monica Mistretta
monica.mistretta@africa-express.info

Oltre ai jihadisti, epidemia di colera nel Nord del Mozambico: almeno 20 morti

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 26 febbraio 2020

Nella provincia di Cabo Delgado c’è la “tempesta perfetta”: oltre alla povertà estrema, agli attacchi jihadisti è scoppiato anche il colera. Le autorità sanitarie di Maputo hanno confermato focolai in tre distretti della provincia settentrionale al confine con la Tanzania.

Mappa del Nord del Mozambico con i distretti colpiti dal colera (Courtesy GoogleMaps)
Mappa del Nord del Mozambico con i distretti colpiti dal colera (Courtesy GoogleMaps)

I tre distretti colpiti dalla malattia sono quelli di Macomia, Mocimboa da Praia e Ibo, teatro dei pesanti attacchi dei gruppi jihadisti Ahlu Sunnah Wa-Jammá. Chiamati dalla popolazione al Shebab, da ottobre 2017 sono responsabili dell’uccisione – spesso con decapitazione – anche di bambini, di almeno 350 persone e oltre 156mila sfollati.

Al momento in cui scriviamo si contano almeno 20 morti di colera e oltre 270 contagi. Già dalla fine di gennaio erano stati diagnosticati casi sottovalutati di diarrea acuta. L’ammissione dell’epidemia è arrivata giovedì scorso, dopo 12 morti. Solo un’analisi attenta dei laboratori ha confermato il colera che nel solo distretto di Ibo ha ucciso 13 persone.

Vibrione del colera (Vibrio cholerae)
Vibrione del colera (Vibrio cholerae)

Anastacia Lidimba, direttrice provinciale della Salute, ha affermato che l’epidemia è iniziata sulle isole di fronte al Parco nazionale delle Quirimbas. Le isole sono state luogo di rifugio, in pessime situazioni igieniche, per migliaia di persone fuggite dalle violenze dei gruppi armati jihadisti sulla terraferma. Un contesto estremamente critico è quello nelle isole Matemo e Congo.

Lidimba ha confermato che nei distretti colpiti sono stati istituiti centri di trattamento del colera. Squadre di professionisti della salute sono già presenti con i farmaci necessari per far fronte alla malattia.

Vaccinazione orale contro il colera a Cabo Delgado
Vaccinazione orale contro il colera a Cabo Delgado

Secondo l’agenzia portoghese LUSA, i servizi sanitari della provincia conducono campagne di sensibilizzare e distribuiscono depuratori d’acqua per ridurre l’impatto dell’epidemia.

L’ultima epidemia di colera nel Paese lusofono è stata registrata nella provincia di Sofala nel marzo scorso a causa del ciclone Idai, con 1500 casi. Per fermare la diffusione della malattia l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS-WHO) e Unicef avevano fatto arrivare 900mila dosi di vaccino orale.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Crediti foto:
– Vibrione del colera
Di Tom Kirn, Ron Taylor, Louisa Howard – Dartmouth Electron Microscope Facility – http://remf.dartmouth.edu/imagesindex.html, Pubblico dominio, Collegamento

Mozambico, 150mila sfollati per violenze jihadiste al Nord, Nyusi chiede aiuto

Colera in Mozambico, il primo morto e migliaia di contagi dopo ciclone Idai

 

Sudan: Darfur, a 17 anni dal conflitto la situazione umanitaria resta grave

Speciale per Africa ExPress
Antonella Napoli
26 febbraio 2020

Un quadro drammatico, drasticamente peggiorato, è ciò che emerge dal rapporto di 50 pagine che riassume l’anno di crisi e di conflitti in Sudan e Sud Sudan. Il dossier sara’ illustrato come ogni anno dall’organizzazione no profit Italians for Darfur, che dal 2006 porta avanti una campagna d’informazione sul conflitto e di sensibilizzazione sulla crisi umanitaria nella regione occidentale sudanese, alla Commissione Diritti Umani del Senato della Repubblica.  Il report traccia e analizza la situazione sul terreno anche a fronte della possibile sospensione della missione congiunta Nazioni Unite – Unione africana autorizzata dal Consiglio di sicurezza nel 2008.

Da 17 anni nel giorno in cui ricorre l’anniversario dell’inizio della guerra in Darfur, il 26 febbraio (quest’anno slitterà di una settimana) l’associazione fa il punto sul Paese (senza tralasciare il Sud indipendente dal 2011) in collaborazione con gli analisti di Unamid evidenziando criticità e prospettive dell’operazione di peacekeeping che finora non ha ancora raggiunto gli obiettivi prefissati dalla risoluzione Onu che ne ha dato il via.

​​​P​​​er il 2020, in vista dell’annunciato ridimensionamento chiesto più volte dal deposto presidente sudanese Omar Hassan al Bashir, il futuro si prospetta ancora più fosco.

Nel rapporto è riportato un dettagliato resoconto di quanto accaduto nell’ultimo anno e dalla caduta dell’ex dittatore che si sperava potesse  portare a una pacificazione anche in Darfur. Nel 2019 è stato registrato un peggioramento delle condizioni di sussistenza per i 2 milioni e mezzo di profughi e la pace resta ancora lontana. Nonostante nel mondo non manchino nuovi e continui fronti di crisi, quella in atto nella regione sudanese resta la più vasta e longeva con oltre 300.000 vittime e circa 2 milioni e mezzo di sfollati. Nel 2019, seppure non ci siano state operazioni militari ufficiali delle forze del Governo del Sudan contro i gruppi armati del Darfur, gli scontri non sono mancati e hanno coinvolto le Rapid Support Forces, milizie filogovernative impegnate ufficialmente per contrastare un possibile aumento del flusso di migranti irregolari ma di fatto utilizzate per contrastare la ribellione ancora molto attiva in gran parte della regione. E Il fronte del contrasto agli oppositori di Bashir si sta ulteriormente ampliando. Le notizie si fanno di giorno in giorno più preoccupanti. Nonostante il nuovo governo abbia deciso di sciogliere le milizie nella regione continuano a operare le Popular Defence Force.

Antonella Napoli fotografata durante un suo viaggio in Darfur

Sotto il profilo umanitario la situazione appare incancrenita. Nonostante gli sforzi per sollecitare l’autonomia delle persone colpite dalla crisi siano diventati sempre più centrali nell’azione della missione Unamid, non si registrano miglioramenti.

Nel 2019, secondo Ocha, 4,8 milioni di persone hanno richiesto assistenza umanitaria, tra cui 3,1 milioni nel Darfur. Oltre 3 milioni e mezzo di persone sono state aiutate sotto il profilo alimentare e hanno ricevuto sostegno per il sostentamento minimo quotidiano, mentre 2,2 milioni di bambini sotto i cinque anni sono a tutt’oggi malnutriti.

In tanti, nelle aree inaccessibili ai cooperanti non ricevono alcun aiuto. Nel distretto del Jebel Marra, dove all’inizio del 2016 sono scoppiate nuove violenze, l’accesso e l’assistenza umanitaria sono pressoché inesistenti, in particolare nelle zone controllate dall’Esercito per la Liberazione del Sudan (Sla) dove migliaia di persone sono abbandonate a loro stesse.

L’ex presidente sudanese Omar al Bashir

Ancora più grave la situazione nel Sud meridionale. L’instabilità intorno ai confini tra i due Paesi aggiunge un ulteriore carico umanitario alla crisi con migliaia di sfollati in cerca di asilo e rifugio nel paese. Dopo lo scoppio del conflitto nel Sud Sudan, nel dicembre 2013, si è registrato un flusso costante di sud sudanesi. L’Alto commissariato per i rifugiati dei migranti ha stimato che tra il dicembre 2013 e l’inizio del 2019 sia arrivato in Darfur oltre un milione di sud sudanesi. Sebbene questi ultimi possano muoversi liberamente all’interno dello stato confinante e stabilirsi in qualsiasi area, la maggioranza ha chiesto asilo nei campi profughi nella regione del Nilo Bianco, altri nel Darfur Est. Appare paradossale che in uno scenario regionale di scontri interni e crisi umanitaria cronica, vi sia un flusso continuo di sfollati e migranti provenienti, oltre che dal Sudan meridionale, dalla Repubblica Centrafricana, dal Ciad, dall’Eritrea, dall’Etiopia, dalla Siria e persino dallo Yemen. Ma il Darfur è anche questo.

Antonella Napoli
antonap72@gmail.com

Esperta di Sudan, Antonella Napoli è presidente dell’organizzazione Italians for Darfur e dirige il news magazine online, Focus on Africa 

 

Sudafrica: sterilizzate senza consenso 50 donne nere contagiate da HIV

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 febbraio 2020

Una cinquantina di donne, portatrici del virus dell’immunodeficienza umana (HIV, sigla dell’inglese Human Immunodeficiency Virus), sono state sottoposte a sterilizzazione coatta in diversi ospedali sudafricani.

L’efferata, crudele, inumana pratica è stata portata alla luce grazie un’inchiesta avviata nel 2015 da due organizzazioni per i diritti delle donne, che già allora avevano sottoposto alla Commissione per l’Uguaglianza di Genere (CGE) del Sudafrica 48 casi di sterilizzazioni forzate. Un rapporto dettagliato sulla faccenda è stato reso pubblico ieri dalle ONG.

Donne sudafricane nere, portatrici di HIV, costrette alla sterilizzazione

La CGE ha ascoltato sotto giuramento tutte le donne che avevano denunciato il vergognoso modus operandi degli ospedali. Keketso Maema, capo della Commissione, ha specificato che tutte le donne sottoposte a sterilizzazione forzata sono nere e quasi tutte portatrici di HIV. “Mentre erano sul punto di partorire, sono state costrette, a volte anche con la forza, a firmare un formulario. Solo in un secondo tempo sono venute a sapere che si trattava del consenso alla sterilizzazione”, ha rilevato la Maema.

I fatti si sono svolti tra il 2002 e il 2015; il personale aveva minacciato le donne che se non avessero firmato, avrebbero perso qualsiasi diritto a cure mediche e terapie.

Tutte le signore hanno precisato di aver acconsentito alle richieste del personale ospedaliero, in quanto stavano vivendo, allora, un momento difficile e di grande dolore e non erano in grado di comprendere ciò che stavano firmando. Tutte quante hanno partorito con taglio cesareo, che ha ovviamente reso più semplice la sterilizzazione.

Una volta tornate a casa e dopo aver scoperto l’imbroglio, la violenza alla quale erano state sottoposte, hanno sofferto di depressione e molte tra loro sono state lasciate dai mariti. Una delle vittime ha saputo solo anni dopo il suo ultimo parto che le erano state legate le tube di falloppio e questo perchè aveva consultato un ginecologo a pagamento, in quanto desiderava un altro bambino.

La Commissione ha concluso che la sterilizzazione coatta sulle donne portatrici di HIV è una grave discriminazione e violazione dei fondamentali diritti umani.

In base alle leggi in vigore in Sudafrica, dal 1998 è vietata la sterilizzazione senza il consenso informato.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Coronavirus: Mauritius rispedisce al mittente 40 turisti italiani

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 febbraio 2020

Volevano passare vacanze tranquille al sole, lontani dallo stress del coronavirus che flagella l’Italia da Trieste in giù. Ma non avevano fatto i conti con le restrizioni del governo delle Mauritius. Appena atterrati questa mattina alle 10.50 ora locale con un aereo di Alitalia proveniente da Roma, in tutto 212 passeggeri e 12 membri di equipaggio a bordo, i responsabili dello Stato insulare, senza grandi giri di parole, hanno invitato i turisti  provenienti dal nord della nostra penisola a tornare a casa con lo stesso aereo, oppure di passare due settimane in quarantena. Quaranta aspiranti turisti hanno optato per la prima soluzione: sono ripartiti con lo stesso volo che li aveva portati in questo paradiso terrestre.

Sembra che le autorità di Port Louis non avessero informato la nostra compagnia di bandiera di queste nuove disposizioni. I passeggeri provenienti dalla Corea del Nord e dal Giappone vengono messi automaticamente in isolamento da tempo, da oggi anche gli italiani. Certo, un’epidemia di coronavirus metterebbe in ginocchio l’economia del Paese nell’Oceano Indiano sud-occidentale, in quanto tra le maggiori entrate figurano turismo e servizi finanziari e è anche considerato una dei più sicuri paradisi fiscali sia per le società sia i patrimoni individuali.

Una spiaggia delle Mauritius

Da tempo l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha intensificato gli sforzi per preparare il continente africano all’arrivo del temuto virus. Il gruppo di OMS responsabili per le emergenze ha raccomandato a tutti gli Stati africani di intensificare i controlli alle frontiere, l’isolamento in quarantena se necessario, la ricerca per individuare in tempi brevi eventuali portatori sani della patologia, onde prevenire la propagazione della malattia (2019-nCoV).

Finora è stato registrato un solo caso nel continente, in Egitto, il cui sistema sanitario è considerato molto efficacie; il paziente, uno straniero, è stato immediatamente isolato per evitare contagi.

L’Africa è sorvegliata speciale dell’OMS, vista la forte presenza di cittadini cinesi nel continente per gli importanti legami economici con il Paese dell’Asia orientale. In particolare l’Etiopia – giacchè l’aeroporto di Addis Ababa registra il più alto traffico internazionale a livello continentale – è considerato dall’OMS tra i 13 Paesi africani più a rischio per il grande volume di traffico da e per la Cina con ben 35 voli settimanali, ma fortunatamente non a Wuhan, l’epicentro del coronavirus. La ex colonia italiana dispone in tutto di 4 aeroporti internazionali e ben 21 valichi di frontiera terrestri.

Giovane camerunense ricoverato in un ospedale cinese perchè affetto da coronavirus

Secondo Zewdu Assefa, direttore del centro emergenze con base a Addis Ababa, ha detto che è stato già messo a disposizione un centro per l’isolamento, nonchè altri per la cura dei pazienti sparsi in tutto il territorio; inoltre è stata preparata una mappa degli ospedali in grado di accogliere pazienti affetti dalla malattia. Infine ha aggiunto: “Abbiamo preparato 60 team in grado di rispondere all’emergenza. Collaboriamo in stretto contatto con l’OMS, che ci sostiene con l’approvvigionamento di materiale sanitario, test e altro. Per coloro che entrano nel Paese usiamo la medesima tattica di controllo che abbiamo sperimentato con successo durante il periodo dell’epidemia di ebola”.

Anche nella maggior parte degli altri aeroporti africani vengono già attuati severi controlli per i passeggeri in arrivo. La Costa d’Avorio, Kenya, Etiopia e Botswana hanno registrato qualche caso sospetto, ma hanno poi fatto sapere che i test sono risultati negativi. Tutte le compagnie africane, eccetto l’Ethiopian Airlines hanno cancellato i voli per la Cina.

Attualmente 4.600 giovani africani si trovano a Wuhan per motivi di studi, solamente due studenti seychellesi sono stati evacuati grazie all’intervento della Francia, dove, una volta arrivati, sono stati messi in quarantena. Nei prossimi giorni potranno far ritorno a casa.

Gli altri Paesi del continente sono contrari a portare a casa i propri studenti. E solo qualche giorno fa, dopo aver valutato e poi scartato la possibilità di una evacuazione via Washington, il primo segretario del ministero degli Esteri keniota ritiene che i giovani sono al sicuro dove si trovano ora, cioè a Wuhan. E il governo ugandese è della stessa opinione. Insomma, pur di evitare qualsiasi contagio, i governi africani preferiscono sostenere i giovani con finanziamenti supplementari in Cina.

Finora solo uno studente camerunense ha contratto il coronavirus all’inizio del mese a Jingzhou. Dopo due settimane di cure in isolamento in un ospedale cinese, ora è guarito, ma non è intenzionato di far ritorno a casa, non per il momento.

Anche se nella maggior parte dei casi la sanità pubblica in Africa risulta fragile e insufficiente, va ricordato che alcuni Paesi hanno saputo affrontare – anche se con grande fatica e sacrifici – la terribile epidemia di ebola 2014-2016, costata la vita a oltre 11.300 persone e allora non erano ancora a disposizione i vaccini per coloro venuti in contatto con la temibile patologia. Nella Repubblica Democratica del Congo, nelle province Nord-Kivu e Ituri, è ancora attiva la 10ma epidemia della febbre emorragica, esplosa il 1°agosto 2018. Finora sono morte 2253 persone, mentre 3432 hanno contratto la malattia.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes     

Sud Sudan: il presidente Kiir “è finita la guerra”. Ma per ora solo sulla carta

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 febbraio 2020

“Giuro di essere fedele alla Repubblica del Sud Sudan”, sono le parole pronunciate da Riek Machar ieri mattina nella capitale Juba, durante la cerimonia di investitura come primo vice-presidente. E alla fine della celebrazione ha aggiunto:”Vi assicuro che lavoreremo insieme per mettere fine alle sofferenze del popolo sud sudanese”.

Mentre il presidente Salva Kiir ha dichiarato ufficialmente conclusa la guerra, precisando che ora la pace è un fatto irreversibile: “Dobbiamo perdonarci a vicenda e estendo questo appello alle popolazioni di etnia dinka e nuer” (due gruppi etnici rivali n.d.r.).

Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, a destra e Riek Machar, leader dell’opposizione e primo vice-presidente

La comunità internazionale, in particolare gli Stati Uniti e l’ONU avevano messo Kiir e Machar sotto pressione e fissato il termine ultimo per la formazione del nuovo governo di coalizione della durata di 3 anni per il 22 febbraio, in caso contrario sarebbero scattate pesantissime sanzioni.

Secondo l’ultimo trattato di pace, firmato nell’agosto del 2018, mai rispettato, il nuovo  esecutivo sarebbe dovuto essere formato a maggio dello scorso anno, poi è stato rinviato a novembre, per concretizzarsi finalmente con la cerimonia di ieri. Già a novembre il governo di Washington, tra i maggiori sostenitori del Sud Sudan, aveva espresso il proprio disappunto per l’ultimo rinvio e aveva minacciato di rivedere le proprie relazioni con il governo di Juba.

Una settimana fa Kiir ha ridotto finalmente il numero degli stati, da 32 a 10, come al momento dell’indipendenza, aggiungendo tre aree amministrative, Pibor, Ruweng and Abyei. L’opposizione ha approvato tale decisione, ma chiede maggiori chiarimenti sul futuro di Ruweng, territorio particolarmente ricco di greggio.

Venerdì è stato sciolto il vecchio governo per dare più spazio all’ opposizione. Il nuovo esecutivo sarà composto da 35 membri e ieri, insieme a Machar sono stati insediati altre tre vice-presidenti, tra loro Rebecca Garang, la vedova di John Garang de Mabior, capo della guerriglia durante la guerra di indipendenza e fondatore e leader dell’Esercito di Liberazione del Popolo di Sudan (SPLA). In seguito, dopo l’accordo di pace (Comprehensive Peace Agreement), siglato alla fine del 2004, divenne  primo vice-presidente del governo di Omar al-Bashir per poche settimane nel luglio 2005.  Morì in un incidente aereo mentre tornava da un incontro segreto con Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda, suo amico e vecchio alleato. Sia il governo di Khartoum che SPLA dichiararono che si fosse trattato di una disgrazia, dovuta al cattivo tempo, ma c’è chi ha messo in dubbio questa versione.

Machar, già vice-presidente, è poi stato capo ribelle durante la sanguinosa guerra civile che ha messo in ginocchio il più giovane Stato della Terra dal 2013. Il conflitto interno è costato la vita a oltre 400mila persone che in milioni hanno dovuto lasciare le proprie case, ha portato parte della popolazione allo stremo, alla fame. Ci sono state violenze in ogni dove, lo stupro era una delle armi preferite. I bambini soldato hanno perso la loro infanzia, la loro adolescenza.

Sfollati in Sud Sudan

Ora bisogna guardare avanti, costruire la pace, il futuro. Negli ultimi mesi sono entrate in campo molte forze internazionali per ristabilire un dialogo costruttivo tra le parti, come la Chiesa cattolica con la mediazione di Sant’Egidio, gli Stati Uniti, l’ONU e i governi dei Paesi confinanti e altri. Molti problemi rimangono ancora irrisolti, primi tra tutti l’unificazione degli eserciti e varie questioni di sicurezza. Occorre poi ristabilire i diritti umani e quant’altro.

Gli scontri tra le forze governative e quelle degli insorti fedeli a Machar, sono cominciati quando il presidente Salva Kiir Mayardit, di etnia dinka, ha accusato al suo vice, un nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. I primi combattimenti sono scoppiati il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non hanno fatto che alimentare il sanguinoso conflitto, che si spera, sia finalmente terminato. Solamente una decina di giorni fa da un giovane armato fino ai denti ha ammazzato un altro operatore umanitario che lavorava per una ONG a Pibor (Jonglei State) . Durante la guerra civile hanno perso la vita 116 operatori umanitari per lo più sud sudanesi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sud Sudan: tanti soldi per restaurare le case di politici ma colletta per implementare il processo di pace

Lesotho: accusato di omicidio il premier diserta il tribunale e fugge in Sudafrica

Africa ExPress
22 febbraio 2020

Il primo ministro del regno del Lesotho, Thomas Thabane, ieri  non si è presentato al tribunale di Maseru. Durante l’udienza di oggi sarebbe stato ufficialmente accusato dell’omicidio della sua ex moglie, Lipoleto Thabane, uccisa il 14 luglio 2017.

Il segretario personale di Thabane ha fatto sapere che si troverebbe in Sudafrica dal 20 febbraio per controlli medici e che avrebbe dato seguito alla convocazione in Tribunale non appena terminate le consultazioni con i dottori sudafricani.

Thomas Thabane, primo ministro del Lesotho

La sua moglie attuale, Maesaiah Thabane, è già indagata per lo stesso reato. L’omicidio della ex moglie di Thabane è tornato alla ribalta tempo fa, grazie a una lettera di Holomo Molibeli, commissario di polizia del piccolo regno. Il 23 dicembre scorso aveva scritto al primo ministro accusandolo di aver non solo ostacolato le indagini, ma di essere addirittura implicato nella morte della moglie.

Lipoleto, 58 anni all’epoca dei fatti, è stata uccisa a colpi di pistola alla periferia della capitale Maseru, due giorni prima che l’ex marito prestasse giuramento come primo ministro. Alla cerimonia Tebane si era presentato con Maesaiah, che ha poi sposato due mesi dopo. Attualmente la moglie è in stato di libertà su cauzione.

Al momento dell’assassinio, il primo ministro era in lite con lei per la causa di divorzio, in particolare sul ruolo di first lady. Secondo la polizia, forse Thabane non era presente sul luogo al momenti del crimine, ma avrebbe quasi certamente agito di concerto con l’assassino o gli assassini.

Giovedì stesso, prima di partire per il Sudafrica, Thabane, ottantenne, aveva annunciato durante un’intervista trasmessa dall’emittente di Stato che si sarebbe dimesso prima di luglio a causa della sua età. Peccato che lo aveva già promesso una prima volta nel gennaio scorso, dietro pressione del suo stesso partito, All Basotho Convention (ABC)

Se le accuse contro il capo del governo del Lesotho saranno confermate, sarebbe la prima volta che un leader africano in carica è implicato in un caso di omicidio familiare.

Il primo governo di Thabane è stato rovesciato nel 2014 con un colpo di Stato. Allora lui si era rifugiato nel vicino Sudafrica, perché temeva per la sua incolumità. Nel 2017 si è candidato nuovamente e ha vinto. Il suo partito aveva portato a casa quarantotto seggi sugli ottanta da aggiudicare. Il suo avversario, Mosisli, ne aveva guadagnati trenta.

La piccola enclave è una monarchia parlamentare, il cui sovrano è Letsie III. Nell’Assemblea Nazionale vi sono membri elettivi di partiti riconosciuti dallo Stato, ma vi risiedono anche alti gradi militari, capi tribali e rappresentanti delle minoranze etniche.

Il Lesotho è tra i Paesi più poveri dell’Africa. Metà della popolazione su 2.125.000 abitanti vive in povertà, a causa dell’elevato tasso di disoccupazione e un’economia totalmente dipendente dal Sudafrica. Inoltre il 22,7 per cento degli adulti è affetta da infezione da HIV / AIDS.

Africa ExPress
@africexp

Lesotho: pronto a dimettersi il premier accusato dell’omicidio della moglie

 

 

 

Mozambico, 150mila sfollati per violenze jihadiste al Nord, Nyusi chiede aiuto

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
21 febbraio 2020

Almeno 350 mozambicani sono stati uccisi e oltre 156mila sono stati costretti a lasciare i loro villaggi in nove distretti nel nord del Mozambico. Tra gli sfollati ci sono 25mila bambini. Secondo un rapporto del governo mozambicano questa è la fotografia causata degli attacchi armati a Cabo Delgado, estremo Nord del Paese.

La richiesta di aiuto ai Paesi amici

All’incontro con il Corpo diplomatico accreditato in Mozambico, la settimana scorsa, il presidente Filipe Nyusi ha chiesto aiuto alla Comunità internazionale. Il Capo dello Stato mozambicano ha richiesto senza mezzi termini il supporto per combattere la guerra contro i gruppi jihadisti nel Nord. “A questo proposito, vorrei fare appello ai nostri amici per un sostegno che sia oggettivo e concreto. Tutti dicono di volerci sostenere ma quando chiediamo in che modo, non rispondono”.

Il presidente Filipe Nyusi con i militari a Cabo Delgado
Il presidente Filipe Nyusi con i militari mozambicani a Cabo Delgado

Una conferma che il governo mozambicano non riesce a fermare i gruppi al-Shebab che dal 5 ottobre 2017 creano terrore nella lontana e poverissima provincia. Ma anche un’accusa ai “Paesi amici”, troppo passivi davanti al problema dell’estremismo islamico.

I mercenari russi hanno fallito?

Neanche gli accordi con il presidente russo, Vladimir Putin, a Mosca dello scorso agosto, hanno avuto l’esito sperato. I 200 mercenari russi del Gruppo Wagner, presenti nell’ex colonia portoghese da settembre 2019, che avrebbero dovuto aiutare a risolvere il problema, hanno fatto pochi passi avanti. Nonostante le perdite umane. Ci sono stati almeno sette morti tra i contractor collegati al Cremlino.

Dopo oltre due anni la situazione è peggiorata

A 28 mesi dal primo attacco jihadista, la situazione è peggiorata il modo preoccupante: nove distretti su 16 di Cabo Delgado sono fuori controllo. Le bande, armate di machete e kalashnikov attaccano villaggi indifesi massacrando gli abitanti e bruciando le case.

Villaggio bruciato dopo attacco al-Shebab. Gli abitanti sono sfollati
Villaggio bruciato dopo attacco al-Shebab. Gli abitanti sono sfollati

Ora usano anche una nuova strategia: avvisare del loro arrivo pochissimo tempo prima. In questo modo gli abitanti dei villaggi scappano per salvarsi la vita lasciando tutte le loro cose. Quindi i villaggi vengono depredati e bruciati.

L’UNHCR in soccorso agli sfollati

L’Alto commissariato ONU per i rifugiati (UNHCR) sta intensificando la risposta all’emergenza umanitaria in atto. “Negli ultimi mesi c’è stato un drammatico aumento di brutali assalti contro la popolazione civile” – si legge nella nota. “Dall’inizio dell’anno ci sono stati almeno 28 attacchi nella provincia di Cabo Delgado. Le ultime settimane sono state il periodo più instabile dall’inizio degli attacchi nell’ottobre 2017”.

Mozambico, Cabo Delgado, sfollati in attesa di aiuti alimentari (Courtesy UNHCR)
Mozambico, Cabo Delgado, sfollati in attesa di aiuti alimentari UNHCR (Courtesy UNHCR)

Gli ultimi assalti dei jihadisti sono stati più a sud dell’area nella quale operano di solito e sono arrivati a un centinaio di chilometri da Pemba, capoluogo di Capo Delgado. L’escalation delle violenze ha costretto le comunità ad abbandonare i villaggi per cercare rifugio dove possono. Anche sulle isole vicine

Gas e rubini, il forziere del Mozambico in pericolo

La provincia di Cabo Delgado è la più povera dell’ex colonia portoghese ma anche la più ricca in risorse naturali: negli ultimi anni sono state scoperte miniere di rubini e giacimenti di gas. L’area di Montepuez ha il più vasta area di rubini del mondo e al largo della costa di Palma c’è uno dei maggiori depositi di gas naturale (LNG) d’Africa. Qui operano ENI ed ExxonMobil per essere operativi con la produzione di gas naturale liquido nel 2022.

Per il Mozambico è un più che valido motivo per “bonificare” la provincia di Cabo Delgado dal terrorismo.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Al-Shebab scatenati in Kenya e in Somalia: mercoledì di sangue

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
20 febbraio 2020

Il bus della Moyale Raha era appena partito da Moyale (Kenya), città nel triangolo Kenya-Etiopia-Somalia, alla volta della capitale Nairobi, quando un gruppo di uomini armati, travestiti da poliziotti kenioti, hanno cercato di fermare il pullman, inscenando un posto blocco.

Ma l’autista, secondo quanto riporta il proprietario della compagnia, Haji Abass, non ci è cascato. Anzi, ha schiacciato l’acceleratore; allora i presunti miliziani al-Shebab hanno aperto il fuoco e hanno sparato contro i pneumatici dell’automezzo. L’autista, ferito, ha perso il controllo del bus, che è andato a finire in un fosso. A quel punto i terroristi hanno fatto uscire tutti passeggeri e, a sangue freddo, ne hanno uccisi 3: uno tra loro era musulmano, mentre due abbracciavano altra fede.

Si tratta dell’ennesima vendetta contro la presenza di truppe keniote nel contingente di pace dell’Unione Africana, stanziate in Somalia per arginare le continue incursioni degli islamisti nella ex colonia italiana.

Dall’inizio dell’anno molte scuole sono state chiuse nelle contee confinanti con la Somalia (Mandera, Garissa e Wajir), dove gli attacchi dei sanguinari al-Shebab si susseguono senza sosta.

Ieri i terroristi somali si sono scatenati in ogni dove, non solo in Kenya. In Somalia hanno attaccato due basi militari nel Basso Scebeli, nel sud del Paese. Un kamikaze si è fatto esplodere nella sua auto alle 2 di notte, ora locale, alla base el-Salini. Un folto gruppo di terroristi armati hanno poi occupato il campo finchè non sono arrivati i rinforzi, che hanno respinto gli aggressori.

Al-Shebab in Kenya

La seconda incursione ha avuto luogo solo poche ore dopo, verso le 5 del mattino. Stavolta è stata presa di mira la base di Qoryooley, vicino Merca. Un’autovettura carica di esplosivo ha distrutto parzialmente il ponte che porta all’accampamento militare. Le forze armate somale e i caschi verdi dell’Unione Africana sono riusciti a respingere l’attacco dei miliziani al-Shebab, che continuano ad avere il controllo di vaste zone nel sud e nel centro della ex colonia italiana. Le aggressioni del gruppo armato si verificano un po’ ovunque nel Paese, compresa la capitale Mogadiscio. Gli obiettivi preferiti dai terroristi sono edifici governativi e/o infrastrutture militari, con lo scopo di rovesciare l’attuale governo, appoggiato dall’occidente, per imporre la sharia in Somalia.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Rimandato processo ai rapitori di Silvia: emergono quarto uomo, errori, omissioni

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Ruanda: muore in prigione in circostanze sospette stella del gospel

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
19 febbraio 2020

Erano le 5 del mattino quando gli agenti lo hanno trovato morto nella sua cella nella stazione di polizia a Remera, Kigali, la capitale del Ruanda. In un comunicato le autorità di pubblica sicurezza hanno fatto sapere che il famoso cantante ruandese, Kizito Mihig, si sarebbe impiccato lunedì, 17 febbraio. Il portavoce della polizia, John Bosco Kabera, ha dichiarato che durante il suo stato di fermo ha incontrato i familiari e il suo legale e ha aggiunto: “Abbiamo aperto un’inchiesta per determinare le ragioni del suo suicidio”.

Il cantante gospel, noto in tutto il Paese, era stato arrestato pochi giorni prima nel distretto di Nyaruguru, nel sud del Ruanda. Secondo l’ufficio investigativo avrebbe voluto attraversare illegalmente il confine verso il Burundi, per congiungersi con un gruppo armato ribelle. Avrebbe anche tentato di corrompere il residenti del villaggio che lo hanno fermato. I suoi familiari più stretti negano: “Il nostro congiunto non ci ha mai parlato di tali progetti”.

Kizito non aveva ancora 39 anni. Ha studiato al conservatorio di Parigi e è ritornato nel Ruanda nel 2010, dove ha creato la Fondazione Kizito Mihig per la Pace.

Il cantante gospel ruandese Kizito Mihig

La morte del cantante ha suscitato emozione e indignazione anche fuori dai confini ruandesi. In particolare nella Repubblica Democratica del Congo le sue canzoni sono state postate ovunque sui social network e molti, increduli di quanto è successo, hanno espresso il loro disappunto. Persino qualche politico congolese non esclude che dietro il tragico decesso ci sia lo zampino del presidente ruandese Paul Kagame.

Nel 2013 Kizito aveva composto canzoni che non aveano trovato il gradimento del partito al potere, il Fronte Popolare Ruandese (FPR). Nei suoi testi il cantante aveva messo in discussione lo stretto controllo del governo sull’eredità del genocidio. Secondo l’ONU questa carneficina è costata la vita a oltre 800mila persone, in prevalenza tutsi, ma anche hutu moderati, brutalmente ammazzate in soli 100 giorni. E Kizito era un sopravvissuto al massacro.

Da allora la sua musica, che in precedenza era stata molto apprezzata anche dai dirigenti del partito, è stata vietata.  E’ stato arrestato una prima volta nel 2014. Inizialmente i suoi familiari lo avevano dato per disperso giacchè per diversi giorni non avevano notizie del loro congiunto. Solo dopo qualche giorno le autorità avevano annunciato il suo arresto.

Nel 2015 è stato accusato di terrorismo e di sostenere un partito all’opposizione. Gli era stata inflitta una condanna detentiva di 10 anni per cospirazione contro il governo. E’ stato poi liberato nel 2018 per grazia presidenziale.

Non è la prima volta che un personaggio celebre, critico nei confronti del regime di Paul Kagame muoia in circostanze sospette in prigione. L’anno scorso è deceduto nella sua cella in una prigione militare un anziano direttore generale dell’ufficio del presidente. Era stato condannato a dieci anni di detenzione per corruzione. E nel 2015, Emmanuel Gasakure, medico personale di Kagame, è stato ucciso dalla polizia durante la sua prigionia.

Paul Kagame after an interview con Massimo Alberizzi
Il presidente del Ruanda, Paul Kagame poco dopo un’intervista con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, qualche anno fa

Kagame, al potere dal 1994, è accusato di dirigere il Paese con mano di ferro, di reprimere ogni forma di dissenso, di imprigionare o esiliare tutti politici dell’opposizione. Anche l’Organizzazione Human Rights Watch ha puntato il dito contro il regime, denunciando esecuzioni sommarie.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes