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Mauritania: il governo smentisce, gli italiani non sono scappati dalla quarantena

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
7 marzo 2020

La Mauritania, come abbiamo già scritto nel nostro articolo di due giorni fa, ha deciso di chiudere le frontiere per i cittadini di 4 Paesi:  Cina, Corea del Sud, Iran e Italia. Ma le misure non erano ancora state applicate al momento dell’ atterraggio di 15 italiani a Nouakchott, nella notte tra il 29 febbraio e il 1° marzo, come erroneamente abbiamo pubblicato il 5 marzo.  Africa ExPress aveva ripreso la notizia dall’agenzia di stampa France Presse, rimbalzata su molti quotidiani internazionali.

Persino Abel Ghader Ould Ahmed, responsabile delle comunicazioni del ministero della Sanità ora ha smentito sul suo profilo Facebook il fatto che i 15 italiani siano evasi dalla quarantena e poi scappati. Sarebbe stata comunque un’impresa assai complessa e difficile, visto che la comitiva era composta da persone non più giovanissime.

Africa ExPress ha raggiunto telefonicamente uno dei componenti del gruppo, partito dall’Italia alla volta della Mauritania con la moglie. Angelo Serrau ha riferito che al momento della partenza il provvedimento del governo mauritano non compariva né suoi siti internazionali, tanto meno su quelli del tour operator Antichi Splendori di Torino e del suo corrispondente in loco, Mauritania Kanaga Adventure.

Foto scattata da Angelo Serrau durante la visita dei ministri alla comitiva degli italiani: il primo a sinistra, il ministro della Sanità, Nezhirou Ould Hamed; l’ultimo a destra, Mahmoud Sid’Ahmed, ministro del Commercio e Turismo

“E’ assolutamente falso che le autorità mauritane ci abbiano imposto la quarantena appena atterrati. Al nostro arrivo in aeroporto ci hanno misurato la febbre, abbiamo compilato un formulario dichiarando di non essere stati in Cina nelle ultime due settimane e in seguito ci è stato rilasciato regolare visto d’entrata, senza alcuna limitazione di movimento. Verso le 3 del mattino abbiamo poi raggiunto l’albergo Semiramis con i mezzi del tour operator locale. La mattina seguente siamo partiti, come da programma, distribuiti su 5 automezzi alla volta di Atar. Abbiamo superato senza problemi 3 blocchi stradali della gendarmeria, mentre al 4° ci è stato chiesto di far ritorno nella capitale per non precisati controlli medici”.

Angelo Serrau prosegue nel suo racconto: “Siamo stati portati in un edificio a 4 piani e la nostra guida, in contatto con le autorità mauritane, ci ha comunicato che siamo stati messi in quarantena, a meno che non volessimo ritornare immediatamente in Italia. Opzione che ovviamente abbiamo scelto”.

Nel tardo pomeriggio di domenica 1° marzo ben 2 ministri mauritani:  Nezhirou Ould Hamed, ministro della Salute pubblica e Mahmoud Sid’Ahmed, ministro del Commercio e del Turismo hanno raggiunto il gruppo italiano. Entrambi si sono scusati con i nostri connazionali per aver interrotto così bruscamente il loro viaggio e hanno promesso uno sconto sul biglietto di ritorno del 50 per cento.

Controlli rafforzati anche in molti aeroporti africani

Il coronavirus sta invadendo alcuni Paesi africani, anche se per il momento sono ancora pochi quelli che hanno registrato casi confermati. Ieri alla lista si è aggiunto il Camerun. Il primo ammalato è un francese, arrivato il 24 febbraio con un volo Air France che ha fatto scalo a Bangui, la capitale della Repubblica centrafricana. Lo ha fatto sapere il ministero della Sanità di Yaoundé ieri sera e poche ore più tardi è stato identificata una seconda persona con l’infezione virale, un camerunense venuto in contatto con il cittadino d’Oltrealpe.

Mentre i Paesi del continente che non sono ancora venuti in contatto con SARS-CoV-2, si stanno preparando e alcuni di loro hanno già emanato misure straordinarie, come il Burundi, che impone la quarantena ai cittadini provenienti da Cina, Corea del Sud, Iran, Italia, Germania, Francia, Giappone e Spagna, inoltre chiede ai burundesi di limitare gli spostamenti.

Anche il ministero della Salute del Ciad ha chiesto maggiori controlli a tutti i valichi, in particolare all’aeroporto di N’djamena, che è la principale porta d’entrata del Paese.

Il presidente del Senegal, Macky Sall, ha vietato ai suoi ministri di uscire dal Paese per evitare il rischio di contagio. Al momento attuale sono quattro i malati nel Paese. Il primo, quasi guarito, potrà lasciare presto la clinica dove è ricoverato in isolamento. Dal 4 marzo non ci sono stati nuovi casi, dunque, seconto le autorità competenti, i dispositivi messi in campo sembrano portare i loro frutti. E Moussa Seydi, capo-servizio dell’ospedale Fann di Dakar ha precisato che lui e la sua équipe sono pronti a affrontare un’eventuale epidemia. Il governo metterà a disposizione 2 milioni di euro per la lotta contro il coronavirus.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Coronavirus: Mauritius rispedisce al mittente 40 turisti italiani

 

Per l’8 marzo un augurio a tutte le donne del mondo

Africa ExPress
8 marzo 2020

 

[embedyt] https://www.youtube.com/watch?v=zOK-pI4B1JA&width=400&height=300[/embedyt]

 

Un pensiero in musica, dedicato a tutte le Donne del mondo. Salutiamo qui in particolare coloro che attualmente vivono in zone di conflitto, costrette a lasciare la loro terra con i loro bambini, affrontando con coraggio e determinazione la loro condizione; alle operatrici umanitarie, infermiere, dottoresse, sempre in prima linea per tendere la mano, noncuranti dei pericoli ai quali si espongono.

Un grande abbraccio e grazie sempre da Shaggy e tutti noi di Africa-ExPress

 

Uh, wow, uh, hm, ya, Shaggy!

Uh, wow, uh, hm, ya, SHAGGY!

Uh, yeah

Uh, yeah.

This one goes out to all my women

Questa è per tutte le mie donne

My strong women

Le mie donne forti

Uh…

Uh.

So amazing how this world was made

Così meraviglioso com’è stato fatto questo mondo

I wonder if God is a woman

Mi chiedo se Dio sia una donna

The gift of life astounds me to this day

Il dono della vita mi stupisce ancora oggi

Give it up for the woman

Mi arrendo per la donna

She’s the constant wind that fills my sails

Lei è il vento costante che riempie le mie vele

Oh, that woman

Oh quella donna

With a smile and a style

Con un sorriso ed uno stile

She’ll protect you like a child

Lei ti proteggerà come un bambino

That’s a woman

Questa è una donna

Uh, uh… She’ll put a smile upon your face

Si metterà un sorriso in viso

And take you to that higher place

E ti porterà in quel posto più alto

So don’t you underestimate

Quindi non sottostimare

Strength of a woman

Strength of a woman

Woke up this morning

Mi sono svegliato questa mattina

Got up with the scent of a woman

Alzato con il profumo di una donna

So picture if you would what life would be

Quindi immagina se ci riesci come sarebbe la vita

Ain’t much good without a woman

…non è molto bella senza una donna

She can nag and be a constant pain oh…

Può brontolare ed essere un dolore costante

That woman

But those hips

Ma quelle anche

She’s got me whipped

Mi ha stracciato

And it’s just too hard to resist

Ed è troppo difficile resistere

What a woman.

Che donna

Uh, hey, she’ll put a smile upon your face

Si metterà un sorriso in viso

And take you to a higher place

E ti porterà in quel posto più alto

So don’t you underestimate

Quindi non sottostimare

Strength of a woman

Il Team di Africa ExPress
@africexp

Dalla Cina all’Iran e poi in Siria: il coronavirus ha seguito i trafficanti d’armi

Speciale per Africa ExPress
Monica Mistretta
7 marzo 2020

Erano i primi giorni di febbraio e il virus conosciuto con il nome scientifico di Covid-19 stava dilagando in Cina con una rapidità impressionante. Le immagini degli ospedali stracolmi di malati e le centinaia di cadaveri coperti da un telo azzurro riempivano i notiziari e le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Le compagnie aeree internazionali stavano interrompendo in quelle ore tutti i voli con la Cina; chi veniva dal Paese asiatico, una volta sbarcato, era messo in quarantena.

In Iran gli ayatollah seguivano con apprensione l’evolversi della situazione: da quando nel maggio del 2018 l’amministrazione Trump ha imposto le nuove sanzioni sul Paese, la Cina per Teheran è diventata economicamente indispensabile. Ma le immagini dei morti per il misterioso Coronavirus in quei giorni cominciano ad arrivare anche sugli schermi delle Tv iraniane e nella prima settimana di febbraio il ministro della Salute, Saaed Namaki, annuncia un blocco temporaneo di tutti i voli da e per la Cina.

Pochi giorni dopo i tweet in Iran si scatenano: i voli tra i due Paesi asiatici non si sono interrotti, anzi. La Mahan Air, una compagnia privata messa sotto sanzioni statunitensi per il suo ruolo nei traffici di armi e i legami con il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, continua a fare la spola con la Cina.

Giornalisti e rappresentanti del governo a Teheran denunciano pubblicamente la situazione. Ma gli aerei della Mahan Air, a dispetto della interruzione ufficiale dei voli per la Cina fino al 17 marzo, non si fermano. Anche in queste ore, mentre stiamo scrivendo, un volo della compagnia aerea è appena decollato dall’aeroporto internazionale Imam Khomeini di Teheran con destinazione Pechino.

 

Due giorni fa tra i nomi delle vittime del nuovo Coronavirus l’agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna deve aggiungere anche quello di Hossein Sheikholeslam, uno dei consiglieri del ministro degli Esteri, ex ambasciatore in Siria, divenuto celebre durante la crisi degli ostaggi all’ambasciata statunitense nel 1979. Le persone colpite dal virus sono migliaia, il governo di Teheran sta valutando l’uso della forza per fermare il contagio.

La Mahan Air, la compagnia aerea iraniana che va e viene ininterrottamente dalla Cina, è legata a doppio filo alle Forze Quds delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, quelle, per intenderci, responsabili delle operazioni coperte all’estero per conto di Teheran. O, se preferite, quelle che adesso sono impegnate nell’ultima, complicata fase della guerra siriana a Idlib che vede la Siria di Assad schierata al fianco di russi e Iran contro la Turchia. Ed è questo il punto: a Idlib la Cina ha un grosso problema da risolvere.

La città siriana di Idib semidistrutta dai bombardamenti

Nella provincia della Siria al confine con la Turchia tre le decine di milizie finanziate dal governo di Erdogan ci sono anche migliaia di cinesi. Sono gli uiguri, una minoranza etnica musulmana sunnita della provincia cinese dello Xinjiang. Molti di loro, perseguitati nel loro Paese, si sono rifugiati in Siria all’inizio della guerra civile e hanno preso le armi al fianco dei turchi contro Damasco. L’incubo della Cina è che facciano ritorno a casa. Per questo, Pechino è disposto a fornire armi, soldi e assistenza militare illimitata a chiunque li combatta, primo fra tutti l’Iran.

I voli della Mahan Air non potevano fermarsi a febbraio, nel pieno dell’escaltation militare a Idlib. Armi e mezzi dovevano fluire in Siria in soccorso di Assad e delle milizie iraniane impegnate sul campo contro i turchi e i loro alleati uiguri. Peccato che il Covid-19, per espandersi, non abbia atteso gli interessi di nessuno.

Monica Mistretta
monica.mistretta@gmail.com
@monicamistretta

Europe Finances Roads Reconstruction but Eritrea still Uses Forced Labor

Special for Africa ExPress
Makeda Saba
Somewhere inside Eritrea, 5 March 2020

On 18 February 2020 during the EU parliamentary session, the EU Committee on Development (DEVE), questioned the EU’s decision to fund the Eritrean Government for the reconstruction and rehabilitation of roads connecting Eritrea and Ethiopia.

European Parliament

There are two projects with the title – ‘Reconnecting Eritrea and Ethiopia through the main roads’. They are to be implemented in two phases: (i) Phase 1 – EUR 20 million – approved 31 January 2019 (TO5 -EUTF – HOA-ER-66); (ii) Phase 2 – EUR 60 million approved 31 December 2019; (TO5 -EUTF-HOA-ER-86). A total of EUR 80 million. The approval of the second phase (EUR 60 million) happened despite the objections raised by human rights activists including the Foundation Human Rights for Eritreans.

Both projects state that the EU’s overall objective is to: “…… [rehabilitate the main arterial roads] in Eritrea in order to help the peace and economic reintegration between Eritrea and Ethiopia”. They also state that: “…. [providing] Ethiopia access to Eritrea’s ports is a key priority.”  (TO5 -EUTF – HOA-ER-66; TO5 -EUTF-HOA-ER-86).

 

According to the EU, their intervention in road rehabilitation and construction in Eritrea will also address the following:

 

EU Trust Fund

 Strategy

Valetta Action Plan- UN Sustainable Development Goals (SDG)
1)      Greater economic and employment opportunities 1)      Development benefits of migration and addressing root causes of irregular migration and forced displacement

1.      Enhance employment opportunities and revenue generating activities

2.      Link relief, rehabilitation and development tin peripheral and most vulnerable areas

1)      SDG 1- End Poverty
2)      Strengthening resilience of communities and in particular the most vulnerable, as well refugees and displaced people 2)      SDG 2 – End hunger achieve food security and improved nutrition and promote sustainable agriculture
3)    SDG 8 – Promote sustained inclusive and sustainable economic growth, full and productive employment
4)      SDG 9 – Build resilient infrastructure, promote inclusive and sustainable industrialization and foster innovation
5)      SDG 16 – Peace justice and strong institutions

The fiche for the projects state that:  the EU is funding the procurement of road construction equipment and materials through the Red Sea Trading Corporation (RSTC). Such procurement is to be undertaken with the assistance of UNOPS. The projects are to be implemented by the Government of Eritrea, who   will work through People Front for Democracy and Justice (PFDJ) owned companies as well as through the deployment of National Service Conscripts and Community Mobilisation.

National Service and Community Mobilisation as carried out by the Eritrean Government are all modes of deploying human resources that the UN Human Rights Commission of Inquiry as to Human Rights in Eritrea (2015) found to constitute forced labour. “ (A/HRC/29/CRP.1; 2015)[i] The projects justify the use of forced labour and therefore, the lack of any attempt to take steps to reform the National Service by advancing the Eritrean Government’s own excuse that the current economic realities of the country preclude starting any reform of the National Service.

Eritrea: Forced labour

The existing dire economic realities of the country and, the fact that Eritrea has become an open-air prison, are a direct consequence of ruling party’s, the Peoples Front for Democracy and Justice (PFDJ), own policies. And, specifically its insistence on the continued implementation of failed policies such as : (i) National Service and its indefinite extension through – forcing students to complete grade 12 at the Sawa Military Camp, the Warsay Yikaalo National Development Programme, the People’s Army; (ii) the takeover of all economic sectors by PFDJ owned entities, displacing and weakening the independent private sector.

Since signing the Declaration of Peace with Ethiopia (09 July 2020), the Eritrean Government is skilfully changing its narrative, on the issue of National Service, to suit the situation. For more than twenty years it has maintained that National Service was necessary because of the Ethiopian threat. Now, it justifies the continuation of indefinite National Service alternatively on the basis of economic constraints and the existential threat posed by the Tigray People’s Liberation Front (TPLF) an entity that President Isaias is determined to destroy irrespective of who is damaged in the process.

On 1 April 2019, the Foundation for Human Rights for Eritrea, a Netherland based Eritrean organisation, concerned that the EU is financing activities in Eritrea for which forced labour is used and that, such action is in clear violation of human rights and the EU’s adherence to international and legal obligations, started legal action against the EU.[ii]  This action has contributed to raising the awareness of the international media and human rights organisations as well as of the EU Committee on Development (DEVE). Therefore, contributing to the questioning of the EU funding of the road rehabilitation projects in Eritrea during the EU Parliamentary session of 18 February 2020.

At that Parliamentary session, Human Rights Watch (HRW) [iii]  referred to the EU’s 2016 [iv]and 2017[v] resolutions, whereby the human rights situation in Eritrea was deemed to be one of extreme repression. And, specifically HRW aptly reminded the EU that: “…. [national service] is not only used as a form of ‘employment’ in an unquestionably, dire economic context, but as the main instrument of repression that the government uses to control almost every single aspect of its citizens’ lives.”[vi]

It is remarkable that the EU, who has on numerous occasions described the human rights situation in Eritrea as dire, is now directly supporting a road rehabilitation and construction project that will be implemented through the use of forced labour. A mode of operation that the UN Human Rights Commission of Inquiry has found to be linked to: “…. systematic, widespread and gross human rights violations “. The Commission also found that: “Some of these violations may constitute crimes against humanity.” (A/HRC/29/CRP.1; 2015) [vii]

By 2016, the same UN Commission states that: “… [crimes against] humanity namely, enslavement, imprisonment, enforced disappearance, torture, other inhumane acts, persecution, rape and murder, have been committed in Eritrea since 1991.”. In addition, the Commission recommends that: “…. [the African Union] establish an accountability mechanism, ………to investigate, prosecute and try individuals reasonably believed to have committed crimes against humanity.” [A/HRC/32/47][viii]

Both the 2015 and the 2016 UN Commission of Inquiry as to Human Rights in Eritrea reports and, the subsequent UN Human Rights Special Rapporteur for Eritrea reports, identify National Service with all its extensions (i.e. Completion of Grade 12 at the Sawa Military Camp; Warsay Yikaalo National Development Programme, People’s Army) as the key reason for Eritreans fleeing their country. Despite this and, as already mentioned the EU’s own misgivings as to human rights situation in Eritrea, the first major EU funding, following the signing of the Eritrea /Ethiopia – Joint Declaration of Peace is to, fund projects that rely on deployment of National Service Conscripts and by implication forced labour.

It is also remarkable that, the  procurement of equipment and materials for the road projects is to be carried out by the Red Sea Trading Corporation (RSTC), identified by the EU as a central procurement authority of the Government of Eritrea and that, in the process of implementation of the projects the RSTC’s  capacity will be strengthened.

Contrary to the EU’s assertion, the RSTC is not the central procurement agency of the Government of Eritrea. It is a fully owned company of the ruling party, the Peoples Front for Democracy and Justice (PFDJ). During the liberation struggle, the RSTC was section 09 of the Economic Department of the Eritrean People’s Liberation Front (EPLF) now PFDJ. Presently, the company has the monopoly over import /export activities in Eritrea.

The RSTC, whose capacity development is funded by the EU road projects, is an entity that the Somalia Eritrea Monitoring Group (SEMG), has identified as being part of the Eritrean Government’s controlled informal economy that, transacts mostly in hard currency and is predominantly located offshore through what has been described as: “…… [a labyrinthine] multinational network of companies, individuals, and bank accounts…… “.  In addition, the RSTC is recognise as an entity that:” …. [routinely] engages in ‘grey’ or illicit activities.” (SMEG; S/2011/433) [ix]

Since independence, the PFDJ, has systematically destroyed any separation between itself and the State of Eritrea, has never published a budget and continues to maintain a fungible and informal economy that relies on: “…[hard currency] transactions through an obscure, non-transparent network of business entities that are owned by the State and managed by senior officials of the Government, PFDJ and the military…...”(SMEG; S/2015/802E)[x].It, has created a situation whereby, the finance department of the party is acting as the National Treasury and the Red Sea Trading Corporation as the National Procurement Agency. (SMEG; S/2011/433) [xi]

Concerned as to the mode of engagement of the EU with the Eritrean Government and, the possibility of direct funding of the Government, the Somali Eritrean Monitoring Group (SEMG) approached the European Commission to seek assurances. The Group received:” ……[the] highest assurance that the European institutions were implementing strict monitoring and auditing procedures to ensure that aid was provided only to the people and that no direct support was provided to Government.” (SMEG; S/2015/802).[xii]The EU, reassured the SMEG that bulk of EU funds was distributed to support social and economic development, including good governance. .[xiii]

Neither of the EU road rehabilitation and construction projects (TO5 -EUTF – HOA-ER-66; TO5 -EUTF-HOA-ER-86) are in line with the reassurances given by the EU to the SEMG. And, neither project address the issue of forced labour a key source of human right abuse and a key driver of Eritrean Exodus.

The projects referred to by the EU in their reassurances to the SMEG, were part of the 11th European Development Fund – National Indicative Programme 2014-2020 (NIP). This programme allocated Euro 200 million for Eritrea as follows: (a) Euro175 million for Sustainable Energy; (b) Euro 25 million Governance supporting measures.

The development of the NIP was monitored by the EU Parliament’s Committee on Development (DEVE) who, has recommended that the Programme not be adopted pending further discussions. The recommendation was made because of concerns as to the: “…. [the scale ] and seriousness of the human rights violations committed by the Eritrean regime, the lack of reliability of this regime as a development cooperation partner, the pervasive corruption and the virtually total absence of transparency in public financial management in the country, and the risk of misusing EDF funds for migration management ; ……[the Committee on Development] called on the EDF Committees not to adopt the NIP pending further discussion…” (P8_TA(2016)009) [xiv] Irrespective of these concerns, NIP was signed on 28 January 2016.The document makes no reference to the findings of the UN Human Rights Commission of Inquiry  as to Human Rights in Eritrea and the reports of the Human Right Special Rapporteur  on Eritrea.

NIP 2014-2020, was the first EU/Eritrea cooperation agreement to be signed since November 2011, when the Eritrean Government suspended EU cooperation programmes. According to the EU statement at the time (15 November 2011),[xv] the Government of Eritrea justified the suspension as part of a process of reviewing and finalizing:” …. (the country’s) five-year National Development Plan before engaging in cooperation with the EU as a partner….”.

The programmes cancelled were: (i) EUR 37 million in support of agriculture; (ii) EUR 5 million in support of Community Courts; (iii) EUR 3.4 million in support of training of public servants; (iv) EUR 5 million in support of national heritage; (v) EUR 68.3 million that had not been contracted.  A total of EUR 118.7 million.

The Eritrean Government’s, unilateral suspension of EU funded programmes in 2011, was not an isolated case. It was, and is, part of a pattern of behaviour recurring at regular intervals since independence. Some examples of this patterns the closure of National and international NGO’s (1997; 2005; 2011); the expulsion of diplomats [xvi]. Preventing a British Diplomat from leaving the country and arresting a national working for the British Council because, of a dispute over the Council’s plan to install a satellite internet link connecting all of its offices. Because of the dispute, the Council ceased operations in Eritrea in 2011[xvii]. The Eritrean Government has also closed USAID[xviii] and WFP[xix] and last year it closed the Catholic Church Health Facilities[xx] and, Catholic and Muslims Schools. At the same time, it has continued to arrest dissenters such as former Minister of Finance Abrehe Kidane Berhane as well as Pentecostal Christians and Orthodox Monks.[xxi]

Following the signing of the Declaration of Peace and Friendship between Eritrea and Ethiopia: “…the EU member states encouraged the EU to pursue a dual track approach……” [xxii]. Track one is focused on: (i) Resumption of political dialogue with Government; (ii) Reforms of National Service and Human Rights; (iii) Addressing economic and regional issues of mutual interest. And, Track two is focused on: (i) Reinforcing the peace agreement with Ethiopia; (ii) Regional Economic integration; (iii)Creation of conducive environment to facilitate internal reforms.

During the EU Parliamentary session of 18 of February 2020, the European Commission Representative, Sandra Kramer, explained that road construction is a priority of the Eritrean Government and that, EU support for the purchase of equipment and material is in fact reducing the hazard of the work. Therefore, suggesting that the EU has a positive impact on the work conditions of the National Service conscripts, because the equipment purchased with their funding would make the work safer and reduce the labour. These assertions completely overlook the fact that in Eritrea, the National Service is the source of human rights abuses and is an instrument of repression of Eritreans.

The EU dual track and health and safety approach to engagement with Eritrea, is not novel. It has been tried before and has failed miserably because, the Eritrean Government has no intention of admitting its failures or changing its approach. [xxiii]

The dual track and, the health and safety approach was tried by UNDP with the Mine Action Capacity Building Programme 2000-2005. The programme made a concerted effort to mitigate the labour situation of the Eritrean deminers, who were National Service conscripts, assigned to the Eritrean Demining Authority (EDA) and the Eritrean Demining Organisation (EDO).

The Mine Action Capacity Building programme provided highest quality equipment; ensured international level health and safety standard for the deminers; and provided food and medical support for the demining teams. There was dialogue at all levels of the Eritrean Government. This was all done in the hope of effecting longer term change such as demobilisation. Irrespective of the efforts made, in 2005 the deminers were ordered to report to their military units, materials and equipment were seized and the programme was eventually closed. The Eritrean Government took such action, despite the fact that much of Eritrea is impacted by landmines.

In pursuit of the two-track approach, the European Development Fund (EDF) Committee, on 13 March 2019, unanimously approved the transfer of EUR 180 million from the EDF 11- National Indicative Programme -2014-2020 (NIP) to EU Emergency Trust Fund for Africa (EUTF)[xxiv].  The NIP funds had remained unallocated. The EU justification for the transfer of funds from the NIP programme EUTF is that:” The dual track approach requires swift and nimble cooperation arrangements, such as those provided by the EUTF, to deliver within short timeframes. Standard EDF programming procedures are not designed to deliver effectively on the dual approach.”.

However, it is also the case that such transfer removes the fund from the oversight normally exercised by the EU Parliament and specifically the supervision of the EU Committee on Development (DEVE) who, even in the case of the NIP had expressed concerns and who even while conceding on the NIP  called on the EU Commission to: “…[ensure that the funding allocated does not benefit  the Eritrean Government but is strictly assigned to meeting the needs of the Eritrean people for development, democracy, human rights, good governance and security and freedom speech…” [xxv]

The concern as to the oversight of the EUTF instruments is highlighted by Oxfam in its 2017 report – “An Emergency for Whom? The EU Emergency Trust Fund for Africa: migratory routes and development aid in Africa”, In the report, the EUTF is described as:” … [a fungible] instrument.”  where: “… [no project] can be directly connected to a specific source of funding.”.[xxvi]  The report also expresses concern that the aggregation of the various rules that apply to EU funding sources creates a situation of lack of transparency and accountability. A situation that is further aggravated by the fact that neither the European Parliament nor the Committee on Development (DEVE) has any role in providing input and meaningfully supervise how EU resources are spent. On this issue the situation has not improved. According to Oxfam’s, 2020 report “The EU Trust Fund for Africa: Trapped between aid policy and migration politics”[xxvii], while communication about the EUTF for Africa has improved and the fund remains a flexible tool, the monitoring and oversight concerns remain.

Hence, in the case of Eritrea, the combination of the dual track approach and the EUTF funding mechanism provide the necessary tools for the EU member states to prioritise political concerns as to migration and EU relevance in the Horn of Africa, while at the same time assuring minimal to no oversight by the EU Parliament and Committee on Development (DEVE). A fungible arrangement overlooking the role of the Eritrean Government in the repression of its own people.

During their recent testimony to the EU Parliament, Human Rights Watch (HRW) warned the EU that: “…. [any] engagement with the Eritrean risk bringing the European Commission into a minefield of human rights issues…” [xxviii]. In fact, in their letter of Summons to the EU, Foundation Human Rights for Eritrea, points out that; pursuant to the EU Charter of Fundamental Rights, the EU is required to respect human right (Article 51(1)). And, that according to Article 21 of the European Union External Human Rights Commitment (TUE), the EU is required to ensure that that all of its international action comply with fundamental human rights principles accepted in international law. Finally, the EU Charter of Fundamental Rights, prohibits the use of forced labour (Article 5(2). Therefore, the construction and rehabilitation of roads in Eritrea is contrary to EU legal and regulatory framework.

The situation is best summarised by Mr. Emiel Jurjens, human rights attorney-at-law at Kennedy Van der Laan (Amsterdam) [xxix]: “Financing projects which make use of forced labour is a clear violation of human rights. The EU must stop these activities immediately and fundamentally rethink its approach to Eritrea, taking into account all evidence which points towards serious human rights violations in the country…”

Makeda Saba
makedasaba@ymail.com

[i] https://www.ohchr.org/Documents/HRBodies/HRCouncil/CoIEritrea/A_HRC_29_CRP-1.pdf

[ii] https://www.pressclub.be/press-releases/foundation-human-rights-for-eritreans-summons-eu-to-stop-supporting-use-of-forced-labour-in-eritrean-project/?fbclid=IwAR0g297pAd4cCGMRqLDwi9FJPOiPjwgn4C00nBGsH2SB169I4ZQQGcrpX1w

[iii]HRW- Statement to the European Parliament’s Committee on Development on the Human Rights Situation in Eritrea-  https://www.hrw.org/news/2020/02/19/statement-european-parliaments-committee-development-human-rights-situation-eritrea

[iv] https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-8-2016-0090_EN.pdf

[v] https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-8-2017-0309_EN.pdf

[vi] https://www.hrw.org/news/2020/02/19/statement-european-parliaments-committee-development-human-rights-situation-eritrea

[vii] https://www.ohchr.org/Documents/HRBodies/HRCouncil/CoIEritrea/A_HRC_29_CRP-1.pdf

[viii] https://undocs.org/A/HRC/32/47

[ix] https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/Full_Report_1869.pdf; https://undocs.org/S/2011/433

[x] https://undocs.org/S/2015/802

[xi] https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/Full_Report_1869.pdf; https://undocs.org/S/2011/433

[xii] https://undocs.org/S/2015/802

[xiii] https://undocs.org/S/2015/802

[xiv] https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/PDF/?uri=CELEX:52016IP0090&from=EN

[xv] https://www.tesfanews.net/eritrea-terminates-all-ongoing-programs-funded-by-european-development-fund/

[xvi] Ambassador Antonio Bandini (2001); the Italian First Secretary Ludovico Serra (2006).

[xvii] http://awate.com/british-council-eritrea-closing/

[xviii] http://www.thenewhumanitarian.org/fr/node/223506

[xix] Plaut, M. 2016 – Understanding Eritrea: Inside Africa’s Most Repressive State – C. Hurst & Co; London

[xx] https://www.vaticannews.va/en/church/news/2019-06/eritrea-prayer-fasting-closure-catholic-hospitals.html

[xxi] HRW- Statement to the European Parliament; February 18,2020; https://www.hrw.org/news/2020/02/19/statement-european-parliaments-committee-development-human-rights-situation-eritrea

[xxii] EU under fire in its own parliament re financing forced labour in outlaw State Eritrea- https://www.youtube.com/watch?v=D9CmutS1T4c&t=59s

[xxiii] EU under fire in its own parliament re financing forced labour in outlaw State Eritrea- https://www.youtube.com/watch?v=D9CmutS1T4c&t=59s

[xxiv] Formalised on 16 April 2019

[xxv] EU Resolution: P8_TA(2016)009 – https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-8-2016-0090_EN.pdf

[xxvi] http://hdl.handle.net/10546/620380

[xxvii] https://www.oxfam.org/en/research/eu-trust-fund-africa-trapped-between-aid-policy-and-migration-politics

[xxviii] HRW- Statement to the European Parliament’s Committee on Development on the Human Rights Situation in Eritrea-  https://www.hrw.org/news/2020/02/19/statement-european-parliaments-committee-development-human-rights-situation-eritrea

[xxix] Foundation Human Rights for Eritrea Summons EU to Stop Supporting Use of Forced Labour in Eritrean Project – https://www.pressclub.be/press-releases/foundation-human-rights-for-eritreans-summons-eu-to-stop-supporting-use-of-forced-labour-in-eritrean-project/

Mauritania, scappano italiani in quarantena contro il coronavirus: espulsi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
5 marzo 2020

Un gruppo di 15 turisti italiani sono evasi dalla quarantena in Mauritania. Il governo di Nouakchott ha immediatamente firmato il decreto di espulsione e li ha rinviati al mittente, tramite un volo via il Marocco. La notizia è stata confermata a AFP (Agence France Presse) dal portavoce del ministero degli Esteri, Abdelkader Ould Ahmed, che ha aggiunto: “Hanno fatto l’errore di eludere la quarantena imposta dal ministero della Salute per arginare il pericolo coronavirus nel nostro Paese”. Tali misure vengono applicate a tutti viaggiatori provenienti da Paesi a rischio, e, ahimè, l’Italia è tra questi.

Deserto della Mauritania

I nostri concittadini sono arrivati sabato scorso nella capitale mauritana, per raggiungere il sito turistico di Atar (significa “Strada” nella lingua Azer e “Città nuova” nella lingua berbera) nel centro-occidentale della ex colonia francese. La città si trova nella zona montana dell’Adrar, sulla strada carovaniera per il Marocco e vanta una delle moschee più antiche del nazione.

Sabato, giorno del loro arrivo, il gruppo è stato subito fermato dalle autorità sanitarie, che hanno imposto loro la quarantena. Sono stati immediatamente accompagnati in un albergo della capitale, nell’attesa di individuare un luogo adatto per l’isolamento. Domenica mattina gli italiani hanno tentato la fuga in gran segreto, cercando di raggiungere Atar. Per loro sfortuna sono stati intercettati dopo aver già percorso una novantina di chilometri.

Il governo mauritano ha decretato ieri il divieto d’entrata a cittadini di 4 Paesi: Cina, Corea del Sud, Iran e Italia.

Attualmente nel continente africano sono sei i Paesi che stanno affrontando in modo diretto l’infezione da COVID-19: Egitto, Algeria, Nigeria, Senegal, Tunisia e Marocco. In Marocco è stata annullata la gara ciclistica Tour du Maroc cycliste 2020, che si sarebbe dovuta svolgere dal 9 – 18 aprile, come pure il Grand Prix de judo de Rabat, programmato dal 6 – 8 marzo.

Il Senegal ha registrato martedì il secondo caso di contagio. Si tratta di un francese di 80 anni, arrivato nel Paese il 29 febbrario. Per questioni di sicurezza sono stati momentaneamente sospesi alcuni eventi.

Il primo paziente del Marocco è un cittadino marocchino, rientrato da poco dall’Italia. Secondo le autorità del regno le sue condizioni non destano preoccupazione.

Stessa cosa Tunisia: un cittadino tunisino, appena arrivato in patria via mare dall’Italia, dopo aver presentato i primi sintomi, è stato sottoposto al test, che è risultato positivo all’infezione.

Cementificio Lafarge chiuso momentaneamente per coronavirus (Ogun State,Nigeria)

In Nigeria il governo ha deciso di mandare in vacanza tutti i membri del Parlamento per quindici giorni per garantire la massima sicurezza sanitaria ai propri deputati. Il primo caso di coronavirus è stato registrato la scorsa settimana in Ogun State. Si tratta di un italiano, arrivato nella ex colonia britannica il 24 febbraio scorso.

E terminiamo con una notizia positiva: nella Repubblica Democratica del Congo è stato dimesso oggi l’ultimo paziente di ebola. Sembra ormai sconfitta la 10ma epidemia della febbre emorragica che messo in ginocchio due province, Nord-Kivu e Ituri dal 1° agosto 2018. Anche l’Organizzazione mondiale della Sanità si dichiara soddisfatta e il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus ha detto che nelle ultime due settimane non ci sono stati nuovi casi. Se nessuno dovesse essere contagiato nei prossimi 42 giorni, l’OMS potrà finalmente dare il sospirato annuncio: “Congo-K ebola free”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nigeria: arriva dall’Italia il coronavirus portato dal consulente di un cementificio

Coronavirus: Mauritius rispedisce al mittente 40 turisti italiani

Cavallette, l’invasione si allarga verso il Congo-K a oriente fino all’Iran

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 4 marzo 2020

Come previsto, le cavallette del deserto (Schistocerca gregaria) hanno trovato “terreno fertile” grazie alla condizione meteorologica favorevole. Una situazione favorita dai cambiamenti climatici che permette loro di colonizzare altri territori ed ovest ed est. E soprattutto continuare a riprodursi oltre il Corno d’Africa e la Penisola Araba.

Mappa dell'invasione delle cavallette aggiornata al 2 marzo 2020 (Courtesy FAO)
Mappa dell’invasione delle cavallette aggiornata al 2 marzo 2020 (Courtesy FAO)

Dopo aver divorato tutti i raccolti incrociati sul loro tragitto distruttivo in Etiopia, Eritrea, Gibuti, Somalia, Kenya e Uganda, gli sciami avanzano come orde barbare. Il monitoraggio dell’Organizzazione ONU per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), aggiornato al 2 marzo, li vede continuare il loro volo devastatore verso il Sud Sudan. Qui è stato visto un precedente sciame maturo nella contea di Magwi mentre un secondo sciame maturo è stato osservato vicino al confine.

Aiutato dai venti di nord-est un piccolo gruppo di locuste mature, dall’Uganda, è entrato nella Repubblica Democratica del Congo. Un volo di 300km ha portato le locuste sulla sponda occidentale del Lago Alberto vicino a Bunia. Nel grande Paese africano le cavallette erano apparse l’ultima volta nel 1944.

La situazione sta però peggiorando in Etiopia, Kenya e Somalia con la seconda generazione che sta formando nuovi sciami di locuste. Intanto, “bande” di cavallette sono state avvistate sulle coste sudanesi ed egiziane del Mar Rosso. Ma la Somalia è considerato il Paese più fragile del Corno d’Africa a causa della complicata situazione politica. Lì, secondo la FAO, un milione di persone sono già sotto una grave insicurezza alimentare e almeno 2,8milioni sono a rischio.

Giovedì 27 febbraio, la Commissione Europea ha deciso lo stanziamento di 10milioni di euro all’ex colonia italiana. Per un unico obiettivo: arrestare prima possibile l’invasione dei famelici ortotteri. La peggiore degli ultimi decenni. Una situazione esplosiva in tutta l’Africa orientale dove la carestia può colpire circa 20milioni di persone.

https://youtu.be/jgvAjmB3qRQ

Nel filmato, l’invasione delle cavallette in Arabia Saudita

Gli sciami, aiutati dai venti favorevoli, dopo aver invaso la penisola araba, si stanno spingendo verso nord-est e hanno toccato Qatar, Baharain e Kuwait. Sono stati registrati sciami anche in Irak nell’area di Bassora. Altri sciami, dopo aver attraversato il Golfo Persico hanno toccato l’Iran. Ulteriori ortotteri adulti, da est, provenienti da India e Pakistan si stanno dirigendo verso il Paese degli ayatollah.

Sandro Pintus
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L’Africa orientale invasa dalle cavallette: responsabili i cambiamenti climatici

Cento miliardi di locuste divorano i raccolti: emergenza in Africa orientale

Dopo il Corno d’Africa l’orda di cavallette divora anche Uganda, Tanzania e Sud Sudan

In Uganda l’invasione di cavallette è una manna: fritte sono un cibo prelibato

Sudafrica: sgombrate le baraccopoli dove erano accampati centinaia di migranti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
3 Marzo 2020

La polizia è arrivata domenica mattina e ha sgomberato con la forza la chiesa e l’area attorno alla Central Methodist Mission a Città del Capo, dove centinaia di migranti africani provenienti da diversi Paesi del continente- tra loro anche famiglie intere con bambini piccoli – erano accampati da oltre 4 mesi.

In seguito all’ondata di xenofobia esplosa nuovamente nell’autunno scorso in diverse città del Sudafrica, centinaia di richiedenti d’asilo avevano sollecitato l’UNHCR per essere ricollocati altrove, in quanto non si sentono più sicuri. Nel settembre 2019 sono morte almeno 10 persone durante i tumulti e anche i danni materiali sono stati considerevoli. L’Organizzazione dell’ONU ha già fatto sapere di non essere in grado di poter trovare Paesi terzi disposti a accogliere un così grande numero di persone.

Migranti sgomberati dalla polizia a Città del Capo, Sudafrica

Dopo essere stati espulsi dai locali dell’UNHCR di Città del Capo, i migranti in ottobre hanno appunto occupato una chiesa e la piazza antistante, ubicate in una zona centrale della città, molto frequentata dai turisti. Il 17 febbraio il Tribunale, sollecitato dal Comune, ha emesso un’ordinanza di sgombero.

Alcuni degli accampati si sono poi rifugiati alla St Mary’s Cathedral, che si trova di fronte al Parlamento. Le forze dell’ordine, intervenute prontamente, hanno costretto il gruppo di migranti a lasciare la chiesa, arrestando una donna e sette uomini. Infine in centinaia si sono trasferiti in un’area nelle vicinanze del Politecnico.

Lunedì mattina per sgomberare anche questa zona sono arrivati altri agenti, accompagnati da operatori ecologici che hanno raccolto coperte, tende e quant’altro. Per il momento non è dato sapere dove potranno restare e/o se il governo o l’amministrazione comunale metteranno loro a disposizione un tetto.

Heinn Shin, portavoce dell’UNHCR, ha sottolineato che l’Organizzazione ha seguito da vicino tutto la vicenda e ha ricordato al governo di Pretoria che, in quanto firmatari della Convenzione di Ginevra del 1951, deve proteggere i rifugiati.

Secondo il governo sudafricano attualmente sono presenti 268.000 tra rifugiati e richiedenti asilo, per lo più provenienti da Somalia, Etiopia, Zimbabwe, Nigeria e Congo-K. Il Paese è spesso teatro di violenze xenofobe, causate anche dall’alto tasso di disoccupazione che nel 2019 ha raggiunto il 29 per cento.

Cornelia I. Toelgyes
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Ondata xenofoba in Sudafrica e Boko Haram minaccia: uccideremo i sudafricani in Nigeria

Caos in Guinea Bissau con due presidenti in lite e i militari dimettono i ministri

Africa ExPress
2 marzo 2020

E’ caos in Guinea Bissau. Nel Paese dell’Africa occidentale si sta consumando l’ennesimo colpo di Stato, finora senza spargimenti di sangue. La ex colonia portoghese fino a ieri vantava ben due presidenti di fazioni opposte.

Umaro Sissoko Embalo, vincitore delle elezioni presidenziali in Guinea Bissau

Umaro Sissoco Embalo, del partito all’opposizione MADEM-15 (Movement for a Democratic Alternative), proclamato vincitore provvisorio dalla Commissione elettorale – con il 53,55 per cento delle preferenze – dopo il ballottaggio delle presidenziali che si sono svolte lo scorso 29 dicembre, ha prestato giuramento il 27 febbraio.  E questo malgrado il ricorso presentato da Domingos Simoes Pereira (si sarebbe fermato al 46,45 per cento) leader della formazione politica storica, Parti africain pour l’indépendance de la Guinée et du Cap-Vert (fondato nel 1956 da militanti indipendentisti con lo scopo di liberare la Guinea Bissau e Capo Verde dal dominio coloniale portoghese) alla Corte costituzionale per brogli elettorali.

Pereira ha dichiarato come illegale l’investitura di Embalo visto che i giudici non si sono ancora espressi in merito al suo reclamo e a tutta risposta il Parlamento ha nominato venerdì un rivale di Embalo, Cipriano Cassama, capo dell’Assemblea Nazionale, come leader a interim del Paese in quanto il partito PAIGC detiene un numero maggiore di seggi alla Camera.

Ora Cassama ha rinunciato alle sue funzioni di presidente a interim perchè minacciato di morte e ha specificato: “Temo per la mia incolumità e quella dei miei familiari. Avevo accettato l’incarico per evitare un bagno di sangue dopo le contestate elezioni. Al momento attuale non godo più di nessuna protezione di sicurezza, visto che venerdì sera i militari hanno rimosso tutte le mie guardie del corpo. Manterrò comunque il mio incarico come presidente del Parlamento”.

Secondo quanto riferito dallo stringer di Africa-ExPress, i militari avrebbero setacciato anche i dicasteri di Bissau, costringendo alle dimissioni gran parte dei ministri.

Finora i quadri militari non hanno fatto nessuna dichiarazione ufficiale, eppure erano presenti tutti capi e vice capi di Stato maggiore delle Forze armate di terra, dell’aeronautica e naturalmente della Guardia nazionale,  quando Embalo ha investito Nuno Gomes Nabiam come primo ministro sabato scorso. I militari hanno presenziato anche alla cerimonia di giuramento di Embalo, che si è svolta in un grande albergo della capitale Bissau. E già da venerdì i più alti ufficiali hanno preso il controllo delle più importanti istituzioni, come il Palazzo governativo dove si trovano anche diversi ministeri, il Palazzo di giustizia, l’emittente radio e la TV di Stato e sabato anche dell’Assemblea nazionale. E’ bene ricordare che già in passato i militari hanno avuto un ruolo politico importante, in particolare nel 2012; prima delle ultime elezioni il capo di Stato maggiore aveva promesso che non si sarebbero più immischiati in dispute di carattere politico.

Dal canto suo la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (CEDEAO o ECOSWAS, Economic Community of West African States, dall’acronimo inglese), in un comunicato ha lanciato un monito all’autoproclamato presidente, ricordandogli che il processo elettorale non è terminato, è necessario attendere la proclamazione ufficiale della Corte costituzionale. Inoltre ha espresso grande preoccupazione per l’interferenza della classe militare.

Il Paese dell’Africa occidentale conta poco più di 2 milioni di abitanti e Dal 1980 la Guinea Bissau ha subito nove colpi di Stato o tentativi di golpe. I trafficanti di droga hanno sempre saputo approfittare del caos politico, usando il Paese come punto di transito per il contrabbando di cocaina proveniente dal Sud America e destinata al mercato europeo.

Africa ExPress
@africexp

Guinea Bissau: maxi sequestro di cocaina poche ore prima delle elezioni legislative

 

 

 

In Uganda l’invasione di cavallette è una manna: fritte sono un cibo prelibato

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 1° marzo 2020

Pochi sanno che soprattutto nell’area sud-orientale dell’Uganda hanno una pietanza che si chiama “nsenene”. Nsenene significa cavalletta e da tempo immemorabile è una preziosa fonte di proteine e, forse, viene mangiata per vendetta verso chi divora il cibo umano. La cavalletta, nell’ex colonia britannica, viene comunque gustata con piacere.

Vendita delle cavallette (nsenene) in un mercato in Uganda
Vendita delle cavallette (nsenene) in un mercato in Uganda

Fritte o snack sono sempre buone

Le locuste si possono mangiare crude e cotte, lesse o fritte, infilate in spiedino e arrostite. Vengono preparate anche come hamburger o mescolate con pollo, manzo e verdure. Ma anche, e forse soprattutto, apprezzate come croccanti snack da mangiare davanti alla TV. Oppure mentre si passeggia come faremmo noi con un cartoccio di olive ascolane, polenta fritta o di caldarroste.

Il festival della cavalletta

Si trovano, fritte, in vendita al mercato dove è possibile acquistare il contenuto di un bicchiere per 500 shellini ugandesi (0,12 euro). Ma ci sono anche cavallette confezionate speziate o piccanti. Esiste anche il Nsenene Pizza Festival dove vengono proposte le cavallette in diverse preparazioni. Gli ugandesi dicono che “questa prelibatezza sarà presto inclusa nel menu dei ristoranti di fascia alta”.

Confezioni di nsenene speziate e piccanti in Uganda
Confezioni di nsenene speziate e piccanti in Uganda

Chi ha provato a degustare le cavallette dice che il sapore non è male. C’è chi afferma che il loro gusto è simile ai pomodori secchi e chi dice che somigliano ai popcorn. Chi racconta che sanno di pelle di pollo croccante, chi di patatine fritte o che sembrano gamberetti. Per prepararle alla cottura è semplice: lavarle e staccare ali, zampe e metterle in pentola o in padella.

La stagione delle nsenene

In Uganda, aprile, maggio, giugno, ottobre e novembre sono i mesi delle cavallette. Quest’anno invece sono arrivate con qualche mese in anticipo e in grandi quantità. Intanto nel Parlamento ugandese si sta discutendo se utilizzare i pesticidi per la lotta alle locuste. Mentre il governo afferma che le sostanze chimiche utilizzate, tra cui piretroide e fenitrothion, si biodegradano in sette ore, l’opposizione non si fida. Chiede prove e il dibattito va per le lunghe.

Nsenene cucinate, pronte da mangiare
Nsenene cucinate, pronte da mangiare

La proposta dei cacciatori di nsenene

Allora i cacciatori ugandesi di cavallette, attraverso la loro associazione, la Old Masaka Basenene Association Limited (OMBAU), hanno fatto una proposta al ministro dell’Agricoltura. Sono in 500 e chiedono di unirsi alla lotta contro i dannosi ortotteri che hanno invaso il Paese e distrutto i raccolti. Si evita così l’uso di insetticidi pericolosi per l’ambiente e si dà la possibilità di avere un prodotto utile per il consumo umano. Chissà se arriverà una risposta.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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L’Africa orientale invasa dalle cavallette: responsabili i cambiamenti climatici

Cento miliardi di locuste divorano i raccolti: emergenza in Africa orientale

Dopo il Corno d’Africa l’orda di cavallette divora anche Uganda, Tanzania e Sud Sudan

Nigeria: arriva dall’Italia il coronavirus portato dal consulente di un cementificio

Africa ExPress
29 febbraio 2020

Il governo nigeriano ha chiuso momentaneamente la filiale Ewekoro, Ogun State, del cementificio Lafarge e messo in quarantena 28 persone venute in contatto con un italiano (il cui nome non è stato reso pubblico per motivi di privacy), consulente della società, che è risultato positivo al coronavirus in Nigeria.

Cementificio Lafarge chiuso momentaneamente per coronavirus (Ogun State,Nigeria)

Ora il nostro connazionale è ricoverato a Lagos nel Infectious Disease Hospital di Yaba, un quartiere della capitale economica dell’ex colonia britannica e, secondo quanto viene riportato dalle autorità nigeriane, le sue condizioni non destano preoccupazione.

Il consulente di Lafarge è arrivato all’aeroporto internazionale Murtala Muhammed di Lagos da Milano via Istanbul con la Turkish Airways il 24 febbraio, e, sempre secondo le autorità sanitarie, al suo arrivo in Nigeria non  aveva presentato alcun sintomo della patologia.

Osagie Emmanuel Ehanire, ministro della Sanità del governo di Abuja ha fatto sapere che attualmente sono operativi 60 medici all’aeroporto di Lagos e che il governo non intende bloccare i voli provenienti da Paesi affetti da 2019-nCoV, nè di mettere in quarantena i viaggiatori che non presentano sintomi. Intanto il governo ha ottenuto dalla Turkish Airways la lista dei passeggeri, che ora il personale addetto sta cercando di rintracciare per effettuare lo screening.

 

Il nostro connazionale, una volta raggiunto Lagos, ha passato la notte in un albergo in prossimità dell’aeroporto, per poi recarsi il giorno dopo nell’Ogun State, dove ha accusato febbre e dolori il 26. Il governatore dell’Ogun State, Dapo Abiodun, è stato immediatamente informato del suo stato di salute dai dirigenti della compagnia. Il consulente italiano è stato allora trasferito a Lagos, in un centro altamente specializzato per malattie infettive e il 27 il test ha confermato ciò che si temeva: infezione da coronavirus.

Sahara news, un giornale online generalmente ben informato, riporta che il malato sarebbe stato trasferito nella più popolosa città della Nigeria con un’ambulanza normale di una clinica di Sagamu.

In un primo momento circolava voce che un autista che ha avuto come cliente il consulente italiano, fosse scappato e che avesse chiesto un ingente somma di danaro al commissario per la Salute, Tomy Coker, perché altrimenti avrebbe contagiato chiunque. In un comunicato il governatore Abiodun nega fermamente il fatto, classificandolo come fake news e invita la popolazione alla tranquillità, raccomandando di lavarsi spesso le mani e nell’eventualità di qualsiasi caso sospetto di contattare il centro di epidemiologia dell’Ogun State.

E’ il secondo nostro connazionale che “importa” il temibile virus in un Paese africano. Il primo caso si è verificato in Algeria qualche giorno fa, ora in Nigeria. Le autorità di entrambi gli Stati hanno preso le misure necessarie e invitano alla calma. Finora non si sono verificati casi di intolleranza contro gli italiani.

Africa ExPress
@africexp