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L’Africa con i guantoni combatte il virus: tutti sbarrati in casa, aeroporti chiusi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
22 marzo 2020

Il coronavirus ha fatto il suo ingresso in 36 Paesi del continente africano e ha contagiato finora oltre 700 persone.

Sono davvero drammatiche le notizie che giungono dal Burkina Faso, tra le nazioni più povere dell’Africa, flagellata da continui attacchi dei terroristi. Ora deve combattere anche contro il maledetto virus. Ieri sera il presidente Roch Marc Christian Kaboré ha decretato nuove misure per la messa in sicurezza del Paese: coprifuoco a partire da oggi e chiusura totale di tutte le frontiere. Finora sono 64 persone (29 donne e 35 uomini) risultate positive al test, tra loro 3 sono già morte una mercoledì e due ieri. Il Paese è sconvolto dopo aver appreso che anche 4 ministri sono stati colpiti da COVID-19: quello degli Interni, degli Esteri, dell’Educazione e quello delle Miniere sono stati messi in quarantena.

Il Paese maggiormente colpito resta l’Egitto, dove il 14 febbraio è stato individuato il primo contagio in Africa e la prima vittima, un tedesco,  deceduto in un ospedale di Hurghada, città balneare sul Mar Rosso. Oggi le persone infette da COVID-19 sono 285 e 8 i morti. Le ONG per la Difesa dei diritti umani hanno espresso grande preoccupazione per i detenuti nelle sovraffollate galere del Paese e hanno chiesto al governo di rilasciare i migliaia di attivisti impegnati nella difesa dei più deboli, compresi i giornalisti e altri intellettuali, imprigionati per il semplice fatto di aver espresso la propria opinione in modo non violento. Intanto il Cairo ha disposto la chiusura di ristoranti, bar, caffetterie, casinò, locali notturni e centri commerciali dalle 7 di sera alle 6 del mattino fino al 31 marzo. Le autorità hanno ordinato la sospensione di tutti voli internazionali, e vietato grandi eventi, compresi festival religiosi.

Oltre 200 casi sono stati registrati in Sudafrica. Lo ha fatto sapere ieri il ministro della Salute Zweli Mkhize. Non dimentichiamo che 7 milioni di sudafricani sono affetti dal virus HIV, dunque particolarmente esposti alla nuova patologia. Per arginare il rischio del contagio, il governo ha preso in esame la costruzione di un muro di una quarantina di chilometri lungo la frontiera con lo Zimbabwe per fermare il flusso di migranti “illegali” o persone infette, ha detto due giorni fa Patricia de Lille, a capo del dicastero dei Lavori pubblici, sottolineando: “Non siamo xenofobi, dobbiamo solamente proteggere il nostro Paese e abbiamo già consultato in merito anche i governi degli Stati confinanti”. Evidentemente l’influenza di Trump si è fatta sentire anche nell’Africa australe.

La maggior parte dei governi africani ha già preso misure importanti per far fronte all’espandersi di COVID-19, alcuni hanno chiuso le frontiere terrestri, marittime e aeree, altri hanno imposto restrizioni di viaggio e altre norme.

L’Algeria segnala questa mattina 94 casi confermati e 10 morti,  il Marocco 86 e due decessi, mentre la Tunisia 54, tra loro uno solo con esito fatale; un uomo rientrato da poco dall’Arabia Saudita. Algeria e Tunisia Paesi hanno preso severe misure precauzionali volte a arginare la diffusione del micidiale virus; il Marocco ha addirittura decretato lo stato d’emergenza sanitaria da ieri sera.

Il Senegal è tra i Paesi maggiormente colpiti nell’area subsahariana. In base alle informazioni del ministero della Sanità di Dakar, 47 persone sono risultate positive al test, tra loro 5 sono già guariti, mentre 42 sono ancora sotto terapia; il loro stato di salute non desta preoccupazione.

Il collettivo musicale “Y’en a Marre”, è uscito giovedì sera con un videoclip in lingua wolof “Fagaru Ci Corona” (traduzione in italiano: prevenzione Coronavirus n.d.r.), che presentiamo qui su. Il rapper Malal Talla, alias Fou Malade dice che la prevenzione è indispensabile. “Ci sono ancora troppe persone che per credenze religiose negano l’esistenza di questo virus; è di vitale importanza far sapere a tutti la necessità delle misure d’igiene da seguire. E’ questo che abbiamo cercato di fare con un ritornello di facile comprensione”. Il video e stato registrato all’osepedale Fann di Dakar, e, per una volta il gruppo, generalmente molto critico nei confronti del governo, parla di “unione sacra” tra le autorità e la società civile. “In questo momento storico non c’è spazio per dispute politiche”, ha sottolineato il rapper Simon.

Anche il governo nigeriano ha inasprito le norme per contrastare i contagi: Abuja ha comunicato oggi che da lunedì mattina non ci saranno più voli civili da e per la Nigeria.

Un messaggio positivo giunge dall’Uganda, dove finora non si registra nessun caso di COVID-19, eppure il presidente Yoweri Museveni ha vietato matrimoni, funzioni religiose e assembramenti di qualsiasi genere per un mese, proprio per contrastare l’espandersi della malattia. Il ministro della Sanità di base, Joyce Moriko Kaducu, ha detto che il governo è vigile e sta monitorando la situazione. “Già dai primi del mese o istituito controlli negli aeroporti, obbligo di isolamento per chi arriva da Paesi a rischio, quarantena per persone con sospetto contagio e nel caso avessimo i primi malati,  il Lacor Hospital,  che ha un reparto di terapia intensiva con standard a livello internazionale, sarà un nostro  punto di riferimento”. Il nosocomio è situato a Gulu nel nord del Paese, in una situazione strategica, non distante dai confini con Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo e Kenya e negli ultimi due Stati sono già state individuate persone positive a COVID-19.

Coronavirus in Africa al 20.3.2020
Rosso: Paesi colpiti da COVID-19
Nero: Paesi che hanno registrato anche morti

E non bisogna dimenticare un fattore essenziale: l’Africa ha un grande vantaggio, ha saputo sconfiggere l’ebola. Emmanuel Ochola, epidemiologo e biostatistico, responsabile del Dipartimento HIV, Ricerca e Documentazione del Lacor ha sottolineato che grazie all’esperienza con l’epidemia della febbre emorragica ora siamo in grado di rintracciare velocemente tutti contatti che ha avuto l’infettato e dunque possiamo circoscrivere l’espandersi del virus. “L’osepdale è pronto”, ha detto Ochola, “abbiamo una decina di letti in terapia intensiva che in caso di necessità possono essere aumentati”. Insomma, l’Uganda è preparata alla lotta contro l’epidemia, come molti Paesi dell’area subsahariana che hanno dovuto lottare contro ebola e che, come lo ha dimostrato il Congo-K recentemente, anche in situazioni difficili, come i continui attacchi alla popolazione civile mentre l’epidemia della febbre emorragica era in atto.

Madagascar: una delle strade principali della capitale oggi. Il governo aveva chiesto di restare in casa e comunque di evitare i luoghi affollati

Desta comunque una certa preoccupazione che anche Stati insulari come Madagascar, Capo Verde, Seychelles, Mauritius abbiano confermato la presenza di persone affette dal nuovo virus. Antananarivo, la capitale del Madagascar ha segnalato i primi tre casi venerdì: si tratta di 3 donne, arrivate sull’Isola con gli ultimi voli provenienti dalla Francia. Tutte le frontiere marittime e terrestri sono state chiuse già dal 19 marzo per la durata di 30 giorni.

Per ora alcuni governi africani non hanno segnalato la presenza di COVID-19 sui loro territori nazionali. Tra questi Libia, che ha chiuso tutte le sue frontiere, ma intanto si continua a combattere; oggi il governo di Serraj ha indetto il coprifuoco dalle 18.00 alle 06.00 per arginare il pericolo coronavirus.
Mentre l’Eritrea ha annunciato pochi minuti fa il primo paziente positivo al test. Lo ha fatto sapere il ministro per l’Informazione, Yemane G. Meskel sul suo account Twitter. Si tratta di un eritreo residente in Norvegia, atterrato questa mattina a Asmara con un volo via Dubai.  L’Eritrea ha imposto norme severe come assembramenti e quant’altro, oltre a restrizioni di viaggio. Malgrado queste disposizioni non sono stati rinviati gli esami nazionali per l’anno scolastico 2019/2020. Il ministero della Pubblica istruzione ha dato il via libera alle prove, che sono iniziate il 18 marzo e che termineranno il 23.

Immagina un po’, essere ucciso da un virus straniero quando non hai nemmeno il passaporto

Attualmente l’incidenza del micidiale virus è molto più bassa in Africa che negli altri continenti, eppure rappresenta il 15,6 per cento della popolazione mondiale. Può darsi che le infezioni siano maggiori di quelli effettivamente comunicati, perchè non sono stati rilevati tramite i test, non disponibili in quantità necessaria, come un po’ ovunque nel mondo. Ma, è bene ricordare che il primo contagiato nel continente è stato un cittadino tedesco, un turista e anche in Nigeria, il primo malato era un italiano, nel Paese per motivi di lavoro. E’ dunque evidente che il virus è arrivato a nord e a sud del Sahara da visitatori, non da africani e dimostra che sia l’Egitto sia la Nigeria sono stati efficienti e capaci nell’effettuare i test.

Molti studi hanno finora dimostrato che le persone di una certa età sono più facilmente vittime di questa patologia e l’Africa è un continente giovane, dove i giovani sotto i 30 anni rappresentano quasi il 70 per cento della popolazione. Tanto altro resta da verificare anche sotto il profilo immunologico. Sono tantissimi gli abitanti della fascia subsahariana che regolarmente ingaggiano battaglie con agenti patogeni, compreso i virus. Un’ipotesi – tutta da dimostrare e verificare – consiste nel fatto che gli africani potrebbero avere un sistema immunitario più attrezzato.

Aggiornamento ore 16.30

COVID-19 ha colpito 1198 pazienti nel continente africano.

Senegal: forte inasprimento delle norme già in atto, chiusura delle scuole e di tutte le frontiere dopo l’allarme lanciato dall’Organizzazione mondiale della Salute. OMS ritiene che l’ epicentro di COVID-19 potrebbe spostarsi in Africa

Sudafrica: il sistema sanitario è sotto forte pressione. Le persone colpite da coronavirus sono ora 240 nel Paese e la paura della popolazione cresce. Si teme che la sanità sudafricana non sia pronta per questa crisi.

Uganda: poche ore fa anche l’Uganda ha registrato il primo caso e il presidente Museweni ha bloccato tutti voli da e per il Paese a partire dalla mezzanotte di oggi.

 

Ruanda: la presidenza ha intenzione di estendere le norme già in atto per altre due settimane: chiusura delle scuole di ogni ordine e grado, udienze nei Tribunali, visite ai carcerati, celebrazioni nei luoghi di culto, assembramenti di ogni genere sono sono vietati. Ora sono stati bloccati anche i voli commerciali per 30 giorni. Nel Paese ci sono 17 persone affette dal virus.

 

Ci sono anche buone notizie, che vanno assolutamente sottolineate: 108 persone in 11 Paesi del continente sono guarite dopo aver contratto COVID-19. Lo ha reso noto Africa CDC (Centres for Diseas Control and Prevention).
 

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nigeria: arriva dall’Italia il coronavirus portato dal consulente di un cementificio

 

Misteri e coronavirus: Iran Air a Milano, affari con Teheran, armi e droga

Dai Nostri Inviati Speciali
Massimo A. Alberizzi e Monica Mistretta
Nairobi, 19 marzo 2020

Sono le 10 del mattino del 19 marzo. A Milano c’è già il sole, ma è una strana primavera. Le strade sono deserte, pochissime le persone che passano con la testa bassa, nessun’auto, solo qualche mezzo pubblico che sfreccia veloce. Fuori dai supermercati le code di gente in attesa per fare la spesa sono già lunghissime: tutti aspettano con pazienza a un metro l’uno dall’altro per evitare il contagio. Sul cielo terso della città, completamente isolata, è raro vedere ancora la scia di un aereo. L’ aeroporto di Linate è chiuso, quello di Malpensa deserto. È l’Europa intera a essere in quarantena: i contagi e i morti da Covid-19 salgono ogni giorno in tutte le capitali. Gli unici voli ancora attivi sono quelli che rimpatriano i nostri connazionali dall’estero.

L’aereo della Iran Air questa mattina a Malpensa (foto esclusiva di Africa ExPress)

Alle 10.12, con un’ora di anticipo, atterra a Milano Malpensa un A330 della Iran Air in arrivo da Teheran. Il grosso Airbus può portare fino a 335 passeggeri e un carico da 70 tonnellate: tante le persone che sono scese questa mattina, altre ne sono salite, tra le quali un non vedente.

Passeggeri dell’Iran Air arrivati a Malpensa stamattina  (foto esclusiva Africa ExPress)

Nei giorni scorsi aerei della compagnia nazionale iraniana avevano fatto scalo a Rimini e Pescara. I due aeroporti avevano fatto sapere ad Africa ExPress che si era trattato solo di uno scalo tecnico e che nessuno era salito o sceso dagli aerei. Non è andata così oggi. E solo mezz’ora prima dell’atterraggio a Malpensa del volo Iran Air 751, un aereo della compagnia privata iraniana Mahan Air, posta sotto sanzioni statunitensi per i legami con i Pasdaran iraniani, era atterrato a Barcellona facendo sbarcare tutti i passeggeri. Un altro Airbus da 300 posti, anche se sia Milano sia Barcellona sono in quarantena.

L’Iran è il terzo Paese al mondo per contagi da Covid-19: oltre 17.000 i casi confermati dalle autorità di Teheran. Ma la comunità internazionale sospetta che le cifre non raccontino tutto. L’allarme è partito in questi giorni proprio dall’Iran: secondo l’Università della Tecnologia “Sharif” di Teheran, se il contagio dovesse avanzare di questo passo, i morti nel Paese potrebbero arrivare a 3,5 milioni. L’Iran, sotto sanzioni statunitensi, ha chiesto al Fondo Monetario Internazionale un prestito di cinque miliardi di dollari per fronteggiare la crisi.

Sono tanti gli interessi economici che legano l’Europa all’Iran, non tutti chiari. Ci si interroga perché nel pieno dell’emergenza Coronavirus, mentre tutto è fermo, gli aerei da Teheran continuino a fare la spola nelle capitali europee.

Il Paese del Golfo ha le riserve di gas più grandi al mondo ed è uno dei principali produttori di petrolio. Da decenni sotto la morsa delle sanzioni, ha bisogno di tecnologie e risorse. L’Europa è ovviamente interessata. Quasi due anni fa, nell’agosto del 2018, una delegazione italiana di 250 uomini di affari aveva visitato l’Iran aggiudicandosi un contratto da 50 milioni di euro per la costruzione dell’aeroporto di Tabriz: un assaggio di quello che c’è in ballo.

Ma gli affari non sono sempre puliti. Il 3 dicembre 2018, nel corso di una riunione del Dipartimento di Stato americano sulla corsa agli armamenti di Teheran, Brian Hook, oggi rappresentante speciale statunitense per l’Iran, aveva esclamato: “Il governo iraniano dice che i suoi test missilistici sono puramente difensivi. (…) È difensivo forse inondare l’Italia di eroina?”. Riemerge nelle sue parole il vecchio schema armi in cambio di droga per il quale rischiò la vita l’ex giudice Carlo Palermo nel 1985 a Pizzolungo.

Nello stesso anno in cui si svolgeva questa conversazione, gli Stati Uniti avevano aggiunto alla lista delle sanzioni del Dipartimento del Tesoro alcune aziende italiane per la loro presunta partecipazione al programma missilistico e nucleare dell’Iran. C’erano la Irasco Srl di Genova, società di intermediazione di grandi macchinari, la Irital Shipping Lines Company, con sedi a Genova e Malta. C’era anche la società di robotica Hta Srl di Brescia, scampata all’elenco delle sanzioni statunitensi, ma segnalata per i suoi legami con l’iraniana Parto Zist Behboud, a sua volta legata a doppio filo con una società sanzionata, la Shahid Sanikhani Industries. In Italia in quei giorni qualche quotidiano parla di complotto contro le nostre aziende, ma intanto a Roma, in via Barberini, spunta una sede della banca iraniana Sepah, anche questa sotto sanzioni statunitensi per il suo ruolo nel programma missilistico iraniano.

Adesso la tensione tra Stati Uniti ed Europa è palpabile. Rafael Mariano Grossi, direttore generale per l’Agenzia Internazionale per l’Atomica, con sede a Vienna, ha dichiarato che, anche se gli uffici dell’Agenzia sono chiusi per l’emergenza Coronavirus, i controlli sullo sviluppo del nucleare iraniano “non smetteranno nemmeno per un solo minuto”. Bisogna vedere come la ferma assicurazione verrà accolta all’interno dell’amministrazione Trump.

Massimo Alberizzi
Monica Mistretta
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Kenya, coronavirus e fakenews: arrestato 23enne. Rischia 10 anni di galera e 43mila euro

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 18 marzo 2020

Elijah Kitonyo, studente ventitreenne kenyota, aspirante blogger e influencer, l’ha fatta grossa: per una fakenews riguardante il contagio da Coronavirus si è messo nei guai. Ma di quelli talmente grossi che la sua ignoranza non gli permette nemmeno di immaginare. Tutto a causa di un tweet, divenuto virale, postato sul social network del quale si ricorderà per tutta la vita.

Il tweet incriminato sul contagio da coronavirus
Il tweet incriminato sul contagio da Coronavirus in Kenya

Il tweet incriminato sul contagio da Coronavirus

“Il governo ci ha mentito… la signora si chiama Millicent Musau ed è arrivata ieri da Roma a bordo di questo aereo. Io sono dello staff KQ (Kenya Airways ndr) e so cosa è successo. Ragazzi, ci stanno mentendo”. Questo aveva scritto il giovane, venerdì 13 scorso, pubblicando la foto di un aereo della compagnia di bandiera.

Il riferimento riguarda una donna sbarcata il giorno precedente. Aveva viaggiato dagli Stati Uniti in Kenya con scalo a Londra e il governo keniano aveva confermato il primo caso di Covit-19 nel Paese. Il primo sbaglio, probabilmente per arroganza mista a ingenuità,  è stato accusare il governo, cosa che non è certamente a suo favore. E poi le falsità del tweet e chissà se anche il “venerdì 13” ha influito, visto che per i Paesi anglofoni è considerato numero sfortunato.

Elijah Coronavirus Covit-19
Elijah Kitonyo, studente ventitreenne kenyota, arrestato per fakenews riguardanti il Coronavirus

Due giorni dopo la pubblicazione del post, Elijah è stato arrestato a Mwingi, cittadina di 15mila abitanti a 170km a est di Nairobi. La conferma dell’arresto, con un tweet diviso in quattro parti, è confermata sul profilo twitter del ragazzo dalla Direzione per le Investigazioni Criminali (DCI). Come dire: ”chi di spada ferisce…”

Le motivazioni dell’arresto

“È stato arrestato per aver pubblicato informazioni fuorvianti e allarmanti sul Coronavirus” – si legge del messaggio della DCI. “È accusato di aver pubblicato informazioni false atte a causare panico in contrasto con l’art. 23 del Computer Misuse and Cyber Crimes Act del 2018.

Nel testo, la Direzione esorta gli utenti dei social ad essere responsabili su ciò che pubblicano. Ma soprattutto ad evitare scrivere e condividere informazioni non confermate che possono causare panico e ansia.

“Chi pubblica consapevolmente, stampa o divulga informazioni false che provocano panico, caos o violenza tra i cittadini della Repubblica commette un reato” – spiega ancora la DCI. “Sarà punito con un’ammenda fino a cinque milioni di scellini o con la reclusione per un periodo fino a dieci anni o ad entrambi.

Insomma, per la sua spavalderia e ignoranza della legge, Elijah Kitonyo rischia di pagare oltre 43mila euro e, se gli va male, anche dieci anni di galera. Sicuramente farà molta più attenzione prima di postare qualcosa sui social per farsi bello con gli amici con un pugno di like in più.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Mali: spunta un riscatto tra i retroscena per la liberazione Tacchetto/Blais

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
17 marzo 2020

Come sono andate veramente le cose? Cosa c’è dietro la liberazione di Luca Tacchetto e Edith Blais, la coppia sparita nel nulla nel Burkina Faso nel dicembre 2018  e liberata l’altro ieri in Mali?  Il pagamento di un riscatto? Il premier canadese, Justin Trudeau, ha negato categoricamente di aver versato un centesimo per il rilascio della propria concittadina Edith Blais, originaria del Quebec.

Luca Tacchetto e la sua compagna canadese, Edith Blais, rilasciati in Mali

Lo stringer di Africa ExPress, Serge Daniel – un famoso e apprezzato giornalista beninoise che vive in Mali, collaboratore di importanti testate francesi – racconta: “Una persona che ha seguito da vicino le trattative per il rilascio dei due giovani mi ha confidato che è stata pagata una certa somma in cambio della loro libertà. Non è dato sapere quanto e chi abbia messo mano al portafoglio”.

Robert Fowler e Louis Guay, canadesi, ex ostaggi, rilasciati in Niger nel 2009

“Durante la loro detenzione la coppia è stata spostata tre volte – prosegue Serge -. e ciò fa pensare che siano stati consegnati a ‘intermediari’ per essere rivenduti. Dopo essere stati sequestrati in Burkina Faso, sono stati portati nel centro del Mali, e poi ancora nel nord, nell’area di Kidal. Durante la loro detenzione sono stati anche separati per qualche tempo”.

I rapitori, secondo Serge, hanno i loro problemi con i sequestrati, specie dal punta di vista logistico: bisogna nutrirli, fare in modo che non si ammalino se si vuole trarre il massimo profitto. Infatti, a prima vista la coppia sembra in apparente buona salute e nemmeno troppo dimagriti.

Il giornalista beninois specifica: “Un Paese vicino al Mali, che ha già fatto da intermediario per la liberazione di altri ostaggi canadesi, inizia le trattative in gran segreto a ottobre 2019. Infatti due emissari, il capo di un gruppo armato maliano e un politico della stessa area si recano lì per i primi colloqui. Vengono ricevuti dal presidente e esibite prove che la coppia sia in vita. Gli emissari approfittano dell’incontro per affrontare un argomento inevitabile: il riscatto per la liberazione dei due giovani.  Lo Stato in questione è lo stesso che già in passato aveva giocato un ruolo essenziale per il rilascio di altri canadesi rapiti. Il Canada viene informato delle trattative.Pochi giorni prima che Luca e Edith vengano  liberati, il politico locale maliano si reca nuovamente nel Paese vicino. E’ lui che tiene le fila della complessa trattativa e riesce a far  accelerare gli eventi. Conclusa la missione, torna discretamente a Bamako, la capitale del Mali, dove informa le autorità canadesi che i giovani saranno liberati da lì a poco”.

Serge Daniel aggiunge: “E’ stato altrettanto importante scegliere il luogo del rilascio, secondo una persona vicina alle trattative, la base ONU di Kidal sembrava il posto ideale per tutti i convenuti, in quanto i caschi blu di MINUSMA erano in grado di identificare e mettere immediatamente in sicurezza la coppia. Un luogo non consono avrebbe potuto irritare le parti avverse, con il reale rischio che tutto sarebbe potuto andare a monte”.

In ottobre Rémi Dandjinnou, portavoce del governo burkinabé, in un’intervista trasmessa dalla RAI, aveva assicurato che i due italiani e la canadese erano vivi. Nello stesso periodo il ministro candese per gli Affari esteri, Chrystia Freeland, durante un comizio elettorale aveva annunciato: “Edith è viva ma le indagini sono assai complicate e quindi è opportuno non dare notizie e dettagli che potrebbero danneggiare la vita dell’ostaggio”. Era tempo di elezioni in Canada e come si sa bene i politici spesso in campagna elettorale non sono il massimo della sincerità. La ministra parlava di Edith ma è logico pensare che la notizia riguardava anche Luca.

Sappiamo che l’Italia e il Canada sono sempre stati informati delle trattative. Non sappiamo se e quale ruolo abbia avuto il nostro Paese in tutto questo.

Nel frattempo ci sono altri ostaggi occidentali nel Sahel. Tra loro un altro italiano, Pierluigi Maccalli, sacerdote, rapito nel Niger nel settembre 2018,  Jeffery Woodke, un operatore umanitario statunitense, sequestrato nello stesso Paese, Jörg Lange, un altro operatore umanitario tedesco, anche lui catturato in Niger nell’aprile 2018, un medico australiano, Arthur Kenneth Elliott, sequestrato con la moglie – poi rilasciata dopo un mese – nel Burkina Faso.

Ma la lista non finisce qui: Gloria Cecilia Narvaez Argoti, una suora colombiana è stata portata via con la forza nel febbraio 2017 nel Mali, e ancora altre due donne, una svizzera e una francese, sono ancora in mano ai loro aguzzini. Sophie Pétronin, operatrice umanitaria francese è stata rapita la vigilia di Natale 2016 a Gao, mentre Béatrice Stockly, una missionaria della Chiesa Metodista, di nazionalità svizzera è stata sequestrata i primi di gennaio del 2016. Nel settembre 2018 sono stati rapiti un indiano e un sudafricano.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

I misteri che avvolgono il rapimento di Luca Tacchetto e il silenzio della Farnesina

Niger: sequestrato operatore umanitario statunitense

Pericolo coronavirus, Comando USA Africom annulla esercitazione nel Golfo di Guinea

Africa ExPress
Antonio Mazzeo
17 marzo 2020

“Dopo un’attenta valutazione con i Paesi partecipanti e le nazioni ospitanti, è stata decisa la cancellazione dell’esercitazione Obangame Express 2020 rispondendo così allo sforzo globale per contenere l’espansione del nuovo coronavirus (COVID-19) e minimizzare l’esposizione del personale Usa e delle nazioni partner al virus”.

Con una nota emessa il 14 marzo, l’U.S. Africa Command con sede a Stoccarda (Germania), in accordo con il Comando delle forze navali Usa in Europa e della VI Flotta di stanza a Napoli, ha reso noto l’annullamento dell’esercitazione multinazionale prevista nel Golfo di Guinea dal 20 al 28 marzo.

Golfo di Guinea

“Noi continuiamo a mantenere la massima attenzione sull’evoluzione del COVID-19 e stiamo prendendo gli interventi appropriati per proteggere le nostre truppe e quelle dei partner africani”, ha dichiarato il generale Stephen J. Townsend, comandante di U.S. Africa Command. “Possiamo ridimensionare o cancellare un’esercitazione, ma continueremo a far di tutto per assicurare ai militari in Africa ciò di cui loro hanno bisogno. U.S. Africa Command continuerà a valutare e adeguare le finalità delle sue attività in modo da assicurare la necessaria protezione sanitaria e prevenire la diffusione del virus”.

L’annullamento di Obangame Express giunge un paio di giorni dopo la decisione del Comando dell’esercito Usa in Europa di non sospendere la maxi-esercitazione Defender Europe in Germania, Polonia e Repubbliche baltiche, nonostante l’esplosione pandemica del Coronavirus nel vecchio continente, prevedendo solo una rimodulazione dei war games e una “riduzione” del numero dei militari statunitensi da impiegare (in precedenza era previsto il trasferimento in Europa di 20.000 unità).

Obangame Express si tiene annualmente in Africa occidentale ed è una delle tre più importanti esercitazioni che gli Stati Uniti svolgono nel continente. Essa viene pianificata “per sviluppare la cooperazione regionale, la prontezza della risposta navale, lo scambio delle informazioni e le capacità d’interdizione tattica per migliorare le qualità delle nazioni partecipanti contro ogni attività illegale in mare”.

All’edizione 2020 era prevista la presenza di oltre 3.000 militari provenienti da 33 paesi di Africa, Europa e America, 102 unità di superficie e 12 velivoli aerei “per ‘addestramento congiunto nelle tattiche anti-pirateria, sicurezza energetica, contro la pesca illegale e il contrasto ad ogni traffico illecito”. In preparazione dell’esercitazione adesso abortita, erano già stati trasferiti nel Golfo di Guinea il cacciatorpediniere lanciamissili “USS Carney” della Marina militare Usa, il pattugliatore oceanico “Amazonas” del Comando navale del sud-est del Brasile e il pattugliatore d’altura “Audaz” dell’Armada spagnola.

Quest’ultimo, partito da Cartagena, ha effettuato nelle settimane scorse diversi scali tecnici a Noadibou (Mauritania), Accra e Sekondi (Ghana), Douala (Camerun), Walvis Bay (Namibia), Luanda (Angola), Port Gentil (Gabon), Lagos (Nigeria), Dakar (Senegal) e Praia (Capo Verde).

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Coronavirus: Italia bloccata ma i voli con l’Iran continuano ostinatamente

Dai Nostri Inviati Speciali
Massimo A. Alberizzi e Monica Mistretta
Nairobi, 15 marzo 2020

I voli Iran Air in Italia ed Europa non si sono fermati: le autorità iraniane, in piena emergenza Coronavirus, hanno vietato gli spostamenti tra una provincia e l’altra del Paese, ma non hanno fermato gli aerei che ogni giorno decollano per l’Italia e le capitali europee. Poche le notizie certe sull’epidemia da Covid-19 che ha colpito l’Iran, già strangolato dalle sanzioni americane. Ieri il presidente Hassan Rouhani si è incontrato con i suoi consiglieri e ha deciso un ulteriore giro di vite su stampa e informazione: tutto quello che esce sul Coronavirus in Iran dovrà essere tenuto sotto controllo per evitare che Teheran rimanga isolata per timore del contagio.

Da ieri Iran Air ha cominciato a fare scalo a Pescara: le autorità dell’aeroporto internazionale Pasquale Liberi fanno sapere che nel corso delle operazioni di rifornimento del carburante tutti i passeggeri resteranno a bordo. Nessun altro aeroporto europeo è disposto a sfidare le sanzioni statunitensi per rifornire i serbatoi della compagnia aerea nazionale iraniana e così i grossi Airbus diretti nelle città europee faranno scalo in Abruzzo.

Un Airbus A320 come quello atterrato a Pescara

Tre giorni fa ha chiuso l’aeroporto di Rimini, dove gli aerei di Iran Air avevano cominciato a fare la spola a gennaio, nei primi giorni dell’emergenza Coronavirus in Iran. In un articolo di qualche giorno fa, Africa ExPress aveva raccontato di questi curiosi via vai di aerei da e per la Repubblica Islamica. Adesso a Rimini, tra la città e la provincia, sono quasi 400 i pazienti positivi: non c’è nulla al momento che dimostri un legame tra gli scali della compagnia iraniana e l’alto tasso di contagiati. L’Istituto Superiore di Sanità ha precisato, però, che l’infezione da Covid-19 nel nostro Paese non sarebbe venuta dalla Cina e ha segnalato la presenza in Lombardia di una persona di nazionalità iraniana, presumibilmente infettata in Iran. Ma a questa notizia non ha avuto alcun seguito.

Anche l’aeroporto Pasquale Liberi di Pescara da ieri è chiuso come quello di Rimini, tranne per le emergenze: ma il rifornimento di carburante alla Iran Air andrà avanti per tutto il mese.

La scelta della città abruzzese resta senza spiegazione. Tra esercitazioni antiterrorismo e falsi allarmi bomba, la seconda metà del 2019 per Pescarsa è stata già piuttosto movimentata. Mancavano solo i voli della compagnia iraniana.

Tutto sembra iniziare il 28 maggio quando la polizia di Frontiera dell’aeroporto di Pescara esegue un’esercitazione simulando l’imbarco di tre passeggeri che cercano di eludere i controlli imbarcandosi su un volo. Poco più di tre mesi dopo, il 9 settembre, una voce anonima comunica al telefono: “Ci sono quattro ordigni nucleari pronti ad esplodere alla stazione di Pescara”. L’allarme è falso, ma l’intera linea ferroviaria di passaggio per la città viene bloccata per due ore. Arriviamo al 5 dicembre: alle 8.40 del mattino scatta una nuova esercitazione all’aeroporto. Circa 70 persone vengono coinvolte nella simulazione di un attacco con armi ed esplosivo.

E poi, ancora, arriviamo alla ormai celebre colonna militare sulla A14 Adriatica che ha sfilato alle 23.00 dell’11 marzo in piena emergenza Coronavirus. Non è chiaro se i tir con i carri armati fossero parte dell’esercitazione Nato Defender Europe 20 come riporta il quotidiano locale il Centro: poche ore prima l’esercito americano, infatti, aveva deciso di ridurre la portata delle manovre per evitare contagi e il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, aveva annunciato che l’Italia non avrebbe partecipato.

La tensione tra Europa e Stati Uniti è altissima: pochi giorni fa Brian Hook, rappresentante speciale Usa per l’Iran ha ricordato che, secondo i termini all’accordo sul nucleare iraniano, a ottobre scadrà l’embargo Onu per la vendita di armi convenzionali all’Iran. Cina, Europa e Russia, per le quali l’accordo è ancora in vigore, saranno libere di fornire armamenti a Teheran. L’America almeno su questo punto è compatta intorno a Trump: l’embargo Onu sulle armi all’Iran deve essere esteso. L’Europa glissa. L’Italia, con i suoi rifornimenti di carburante alla Iran Air, è in prima linea contro le sanzioni americane. Il gioco si fa sempre più pericoloso.

Massimo A. Alberizzi
Monica Mistretta
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Dal massacro dei soldati turchi in Siria al traffico delle armi triangolate in Somalia

Dalla Cina all’Iran e poi in Siria: il coronavirus ha seguito i trafficanti d’armi

Dal massacro dei soldati turchi in Siria al traffico delle armi triangolate in Somalia

Dal Congo al Sud America, la connection nucleare dell’Iran

No one stops Milan-Rimini-Tehran flights and Iran is the 2nd outbreak of Coronavirus in the world

 

Silvia Romano: il processo salta, gli inquirenti trasferiti, Italia assente, liberazione lontana

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Malindi, 14 marzo 2020

Il processo contro tre degli imputati per il rapimento di Silvia Romano, le cui due ultime udienze erano previste l’11 e il 12 marzo, sono “saltate”. La giudice, Julie Oseko non ci sarà per un mese. Vacanza, impegni di lavoro, questioni di salute? Non è dato sapere. Nessuno al palazzo di giustizia di Malindi sa dare una spiegazione.

Questi ritardi preoccupano e se sommati a altri passaggi inquietanti lasciano perplessi e confusi. Ai primi di febbraio è stata trasferita a altra sede, Nairobi, la rappresentante della pubblica accusa, Alice Mathagani, che si stava occupando puntigliosamente del caso. Qualche giorno fa anche l’investigatore della polizia che stava indagando sul rapimento di Silvia è stato allontanato: trasferito a Mombasa.

Tre colpi di scena sconcertanti, che gettano una pesante ombra sulla corretta gestione della inchiesta.

Alla sbarra avrebbero dovuto presentarsi Ibrahim Adhan Omar, Moses Luari Chende e Abdulla Gababa Wario. Il primo è latitante, il secondo è fuori di galera perché ha versato una cauzione, solo il terzo è dietro le sbarre. Non si sa bene che fine abbia fatto Ibrahim Adhan Omar. Di nazionalità somala un paio d’anni fa era riuscito a procurarsi un documento identità keniota corrompendo alcuni membri della commissione che deve valutare le richieste di cambio di nazionalità. Viene considerato l’organizzatore del ratto e colui che sa tutto e ha un quadro preciso di quanto è accaduto. Quando è stato arrestato in un villaggio vicino Garissa era in possesso di armi da fuoco.

Si fanno due ipotesi o che sia rifugiato in Somalia o – lo pensano alla polizia – che sia stato ucciso per impedirgli di parlare, svuotare i sacco e svelare i i veri motivi del rapimento. Già, perché l’investigatore che ora è stato spedito a Mombasa è convinto di una cosa: la banda che ha rapito la ragazza non voleva portarsi via una muzungu (bianca in swahili, ndr) ma cercava proprio Silvia Romano che quindi non era un obbiettivo dell’ultimo minuto ma un ratto meticolosamente organizzato nei minimi particolari.

Silvia Romano con il suo cucciolo Alma

Tra l’altro sia la procuratrice Alice che l’ex capo dell’inchiesta (di cui non svelo qui il nome per motivi di sicurezza) si erano opposti a concedere la liberà su cauzione ai tre accusati, proprio per evitare che scappassero portandosi via i loro segreti. Ma la decisione della giudice – che in un primo tempo aveva negato la libertà su cauzione poi concessa – ha permesso ad Adhan di allontanarsi. Eppure, la legge keniota non prevede la cauzione per gli accusati di terrorismo come era il latitante sparito.

Entrambi – procuratrice e investigatore – mi avevano poi scongiurato di convincere la famiglia a partecipare al processo: “La loro presenza  – mi avevano confidato – può esercitare una forte pressione sui tre per persuaderli a raccontare tutto il necessario a individuare il luogo di prigionia di Silvia. Se vedranno i familiari ad assistere al processo si potrebbero impietosire e parlare, anche per godere delle attenuanti”.

Non c’era stato nulla di fare. Le pressioni esercitate dalla Farnesina erano state talmente forti sulla psicologia della madre, del padre e della sorella da indurli a non partecipare. Africa ExPress aveva messo a disposizione le sue competenze perché avevamo anche noi la sensazione che la presenza della famiglia avrebbe potuto essere importante per sbloccare la situazione.

Ibrahim Adan Omar, arrestato sabato perché sospettato del rapimento di Silvia Romano

Le pressioni della Farnesina erano arrivate al punto di ordinare perfino ai diplomatici italiani di non partecipare alle udienze. Caso unico perché normalmente in questi casi la partecipazione di qualcuno della legazione diplomatica italiana è assicurata. Solo all’ultima udienza – nella scuola di Chakama, il villaggio dove è stata rapita Silvia – in gennaio aveva partecipato una funzionaria venuta da Nairobi.

La sensazione è che il silenzio totale e completo chiesto dalle autorità, comprensibile nei giorni immediatamente successivi al sequestro ma incomprensibile e, francamente, misterioso nelle fasi successive, sia stato motivato soprattutto con l’esigenza di coprire gli errori e le omissioni nell’inchiesta. A questo si deve registrare una malcelata stizza verso i giornalisti che hanno indagato sul rapimento. E, soprattutto, l’ordine impartito alla Rai di non occuparsi di Silvia.

Occorre a malincuore constatare che gli errori, le omissioni e i depistaggi in questa amara vicenda sono stati notevoli e forse anche dolosamente voluti per evitare di toccare interessi molto più grandi della vita di una semplice, disinteressata e pura ragazza milanese motivata dall’amore verso gli ultimi del nostro pianeta.

Ormai sembra non ci si possa aspettare nulla dal processo. Appare tutto insabbiato. Nessuno ha voluto indagare seriamente ed è difficile a questo punto ribaltare la situazione.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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I ranger che hanno seguito Silvia e i rapitori: “Li stavamo raggiungendo ma ci hanno fermato”

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

 

Rimandato processo ai rapitori di Silvia: emergono quarto uomo, errori, omissioni

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Blitz dei caschi blu: dopo 15 mesi liberi in Mali Luca Tacchetto ed Edith Blais

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Breaking News
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 14 Marzo 2020

……. BREAKING NEWS …. LUCA TACCHETTO, OSTAGGIO ITALIANO CATTURATO IN MALI ASSIEME ALLA SUA AMICA EDITH BLAIS SONO STATI LIBERATI NELLA NOTTE. LO HA COMUNICATO LO STRINGER DI AFRICA EXPRESS IN MALI, SERGE DANIEL. NON CI SONO ANCORA DETTAGLI SULL’AVVENUTA LIBERAZIONE.

Dopo 15 mesi di prigionia sono stati liberati Luca Tacchetto e la sua compagna canadese, Edith Blais, catturati il 16 dicembre 2018. E’ stata una pattuglia di caschi blu che dopo aver ottenuto tutte le informazioni necessarie ha assalito il gruppo che teneva prigionieri i due giovani. I rapitori con gli ostaggi erano accampati nei dintorni di Kidal nel nord del Mali. I soldati dell’ONU hanno già portato Luca ed Edith prima a Gao e in questo momento mentre andiamo online, stanno viaggiando verso la capitale Bamako. Hanno già telefonato alle famiglie.

I due giovani erano stato rapiti mentre percorrevano la strada che da Bobo Dioulasso, in Burkina Faso, porta in Togo, dove erano diretti. Hanno salutato il loro amico francese, Robert Guilloteau, nella cui casa avevano passato la notte e si sono diretti verso la frontiera. Da qual momento sono scomparsi nel nulla. Nessuna notizia, nessun indizio. Non è trapelato assolutamente niente. La Farnesina, come sempre in questi casi ha chiesto di mantenere un assoluto riserbo, cui i familiari si sono attenuti strettamente. Un riserbo che lasciava perplessi alla luce dei depistaggi, delle notizie false, delle mancate indagini o del pressapochismo con cui sono state condotte le indagini nel caso di un altro ostaggio italiano, questa volta rapita in Kenya, Silvia Romano.

L’unica notizia certa l’aveva data a inizio ottobre dell’anno scorso la ministro degli Esteri canadese, Chrystia Freeland. Durante un comizio elettorale aveva annunciato: “Edith è viva ma le indagini sono assai complicate e quindi è opportuno non dare notizie e dettagli che potrebbero danneggiare la vita dell’ostaggio”. Era tempo di elezioni in Canada e come si sa bene i politici spesso in campagna elettorale non sono il massino della sincerità. La ministra parlava di Edith ma è logico pensare che la notizia riguardava anche Luca.

L’auto su cui viaggiavano Luca Tacchetto e Edith Blais

Luca ed Edith erano partiti in auto dal Veneto e dopo aver lasciato l’Europa avevo superato il Marocco e la Mauritania. Sono entrati in Mali e passati in Burkina Faso. Probabile che qualcuno li abbia visti, seguiti, monitorati e quindi catturati.

Edith Blasi dopo la sua liberazione con Mahamat Saleh Annadif. rappresentante specialde del segretario generale dell’ONU

I gruppi fondamentalisti attivi nel Sahel, operano in due ambiti: politico (che fanno riferimento ad Al Qaeda o all’ISIS) e criminale (predoni che con la crisi economica sono diventati sempre più aggressivi). Per finanziare il terrorismo, rapiscono a scopo di riscatto non solo occidentali, ma si dedicano con gran profitto al traffico di droga. Nel novembre 2009 un Boing Cargo 737 colombiano proveniente dal Venezuela carico di cocaina era atterrato sulla sabbia in Mali. Una volta scaricato l’aereo era stato incendiato, perché non sarebbe potuto più ripartire. Il valore del carico era enormemente superiore a quello del vecchio jet.

Edith Blais e Luca Tacchetto

In Mauritania, proprio al confine a cavallo con il Mali, il 18 dicembre 2009, era stata rapita dai predoni una coppia di italiani che con un minibus era diretta anch’essa in Burkina. Di Sergio Cicala e la moglie, Philomen Kabouree non si seppe più nulla per una decina di giorni.

Poi il 28 dicembre il sequestro venne rivendicato da Al Qaeda per il Maghreb Islamico. Furono liberati il 16 aprile successivo.

Una volta rilasciati scomparvero dalle cronache ma un paio d’anni dopo, in un’intervista a Ouagadougou, Sergio Cicala mi raccontò che i rapitori, criminali comuni, dopo qualche giorno di prigionia, li avevano consegnati agli islamici.

Secondo informazioni raccolta da Africa ExPress gli italiani hanno affidato le trattative per la liberazione di Luca e Edith a un vecchio notabile della tribù babariché, Baba Olud Choueckh. E’ lui che, a suo tempo, aveva trattato la liberazione dei Cicala.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi
@africexp

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Coronavirus: Italy is locked but flights to Iran stubbornly continue

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From Our Special Correspondent
Massimo A. Alberizzi and Monica A. Mistretta
Nairobi, March 15th 202o

Iran Air flights to Italy and Europe have not stopped: the Iranian authorities in the midst of Coronavirus emergency, have banned travel between provinces of the country, but have not stopped the planes that take off every day for Italy and European capitals. There is little clearcut reports about the Covid-19 outbreak that has hit Iran, already strangled by US sanctions. Yesterday President Hassan Rouhani met with his advisers and decided on a further crackdown on the press and information: everything that comes out on the Coronavirus in Iran will have to be kept under control to prevent Tehran from remaining isolated for fear of the spreading.

Since yesterday Iran Air started making a stopover in Pescara, a city in the Abruzzi region on the Adriatic Sea: the authorities of the international airport Pasquale Liberi stated that during the refueling operations all passengers will remain on board. No other European airport is willing to defy US sanctions to refuel the tanks of Iran’s national airliner, so large Airbuses bound for European cities will make a stopover in Abruzzi.

Three days ago the airport in Rimini was closed, this is where Iran Air’s planes had begun to fly in January, in the first days of the Coronavirus emergency in Iran. In an article of a few days back, Africa ExPress reported of these curious ins and outs of planes to and from the Islamic Republic. Now in Rimini, between the city and the province, there are almost 400 positive patients: there is nothing at the moment demonstrating a link between the Iranian company’s stopovers and the rate of infections.

The National Health Institute stated however that the Covid-19 infection in our country would not originate from China and reported the presence in Lombardy of a person of Iranian nationality, allegedly infected in Iran. There was no follow-on to this news.

The Pasquale Liberi airport in Pescara has also been closed since yesterday, except for emergencies: but Iran Air’s planes refueling stop over should continue throughout the month.

The choice of the Abruzzo city remains unexplained. Between counter-terrorism drills and false bomb alarms, the second half of 2019 for Pescara has already been quite eventful. Only the flights of the Iranian airline were missing to the picture.

It all seems to begin on May 28 when the Pescara Airport Border Police carried out a drill simulating the boarding of three passengers evading controls.

Three months later, on 9th  September, an anonymous caller stated: “There are four nuclear devices ready to blow at Pescara rail station”. It was a false alarm, but the entire railway line through the city and the eastern Italian North-South transport backbone remained blocked for two hours.

On December 5th: at 8.40 AM a new drill takes place at Pescara airport with about 70 people involved in the simulation of a weapons and explosives attack.

Also noteworthy, the now famous military column parading the A14 Adriatica Highway at 23.00 on March 11 in full Coronavirus emergency. It is not clear whether the tanks were part of the NATO Defender Europe 20 exercise as reported by the local newspaper “il Centro”: a few hours earlier the US military Command decided to reduce the scope of the training so to avoid any spread and in parallel Minister Lorenzo Guerini announced that Italy would not part take the exercise.

Tensions between Europe and the United States are very high on Iran’s foreign policy strategy: a few days ago Brian Hook, the US Special Representative for Iran highlighted that under the terms of the Iran nuclear deal the UN embargo on the sale of conventional weapons to Iran would expire in October. China, Europe and Russia, for whom the agreement is still in force, will be free to supply arms to Tehran. America at least on this point is united behind Trump: the UN arms embargo on Iran must be extended. Europe does not comment whereas  Italy with its fuel supplies to Iran Air, is at the forefront of US sanctions. The game is becoming increasingly tricky and dangerous.

Massimo A. Alberizzi
Monica A. Mistretta
massimo.alberizzi@gmail.com
monica.mistretta@gmail.com

Il coronavirus sfonda con prepotenza le porte del continente africano

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
12 marzo 2020

Il coronavirus è pandemia. Lo ha dichiarato ieri sera il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus. Il virus viaggia per il mondo, non conosce confini politici, eppure Tedros  rassicura: “La pandemia è controllabile se i governi mettono in campo le misure necessarie per contrastare la patologia”.

Intanto COVID-19 continua la sua folle corsa anche in Africa, dove parecchi Paesi hanno già registrato alcuni morti e parecchi contagiati.

L’emittente di Stato di Algeri ha confermato poche ore fa la morte di una persona affetta da coronavirus, confermando che a tutt’oggi sono 24 i casi, per lo più a Blida, che dista poco più di 40 chilometri dalla capitale. Da questa settimana saranno sospesw manifestazioni culturali, economiche e politiche. Finora non è stato reso noto se la protesta settimanale – in atto dal febbraio 2019, quando l’ormai ex presidente Abdelaziz Bouteflika ha annunciato di volersi candidare per un 5° mandato –  sia inclusa nella serie di misure anti-coronavirus.

Anche l’Egitto ha registrato la prima vittima del virus, un turista tedesco, deceduto in un ospedale di Hurghada, città balneare sul Mar Rosso. Ora i contagiati dal temibile COVID-19 sono saliti a 67, tra loro 45 su una nave in crociera sul Nilo. Intanto il Paese ha rafforzato le misure di sicurezza per prevenire nuovi contagi, come la messa in sicurezza di Hotel e effettuando test su turisti e operatori del settore. Inoltre sono stati sospesi grandi eventi, compresi festival religiosi. Nelle scuole sono state interrotte alcune attività: musica e educazione fisica, mentre le altre lezioni continueranno regolarmente.

In Marocco i pazienti che hanno contratto la malattia virale sono 5, mentre due giorni fa una signora di 89 anni, già sofferente di altre malattie croniche, è deceduta in un ospedale di Casablanca per complicazioni da coronavirus.

Il National Institute for Communicable Diseases sudafricano (Istituto nazionale per malattie trasmissibili) ha confermato 6 nuovi pazienti positivi al test – tutti i 6 hanno visitato recentemente Paesi europei, come Italia, Germania, Francia, Austria, Svizzera, Portogallo – portando così a 13 le persone infette. Alcune sono ricoverate, altre sono asintomatiche e dunque in quarantena nelle loro abitazioni.

La Costa d’Avorio, il maggior produttore di cacao al mondo, ha annunciato ieri che una persona è risultata positiva al test. Si tratta di un 45enne ivoriano, tornato recentemente dall’Italia.  Mentre nell’isola La Riunione, un dipartimento francese nell’Oceano Indiano, un cittadino francese ha presentato i sintomi della malattia.

Laboratorio test coronavirus in Africa

 L’OMS ha già inviato kit con il test in diversi laboratori del Congo-K e in altri Paesi del continente. Due giorni fa il ministro della Sanità, Eteni Longondo, aveva fatto sapere che un congolese, di ritorno dalla Francia è risultato positivo a coronavirus. Insieme a lui hanno viaggiato 109 persone, che, secondo il ministro sarebbero state identificate e che saranno messo in quarantena e ha invitato la popolazione alla calma. Sui social network è rimbalzata ieri la notizia che si sarebbe trattato di un falso allarme e che la persona in questione sarebbe in ottima salute. Si sarebbe trattato solamente di una banale influenza. Nel frattempo è scattato un nuovo allarme a Beni, nel Nord-Kivu, una delle due province fortemente colpite dalla 10ma epidemia di ebola. Solo una decina di giorni fa è stato dimesso l’ultimo paziente guarito dalla febbre emorragica; bisogna attendere ancora qualche settimana perchè l’ex colonia belga venga dichiarata “ebola free” dall’Organizzazione dell’ONU con sede a Ginevra. Questa volta si tratta di un cittadino francese, che ha presentato i sintomi di COVID-19. Attualmente si trova in isolamento in un albergo della città in attesa di eventuali nuovi sviluppi.

E il nuovo virus ha fatto il suo ingresso anche in Burkina Faso, già in ginocchio dai continui attacchi terroristi. Una coppia bukinabé, ritornata dalla Francia il 24 febbraio scorso, ha contratto la nota patologia. Ora il ministero della Sanità è alla ricerca delle 120 persone entrate in contatto con la coppia. Il portavoce del governo, Remis Dandjinou, ha detto che, secondo il protocollo adottato da molti altri Stati, sono state sospese grandi manifestazioni, inoltre ha chiesto la collaborazione dei leader religiosi perchè la popolazione rispetti le misure di prevenzione.

Il Senegal ha confermato oggi il 5°caso di contagio da coronavirus. Secondo quanto riportato dal ministro della Salute, Abdoulaye Diouf Sarr, si tratta di un cittadino senegalese che ha fatto ritorno a Touba, città nel centro della ex colonia francese, proveniente dall’Italia. Il presidente del Senegal, Macky Sall, ha vietato ai suoi ministri di uscire dal Paese per evitare il rischio di contagio, inoltre ha annullato grandi eventi e assembramenti di persone.

Nella lista dei Paesi africani con pazienti contagiati dal coronavirus troviamo anche il Camerun con due pazienti. Il primo ammalato è un francese, arrivato il 24 febbraio con un volo Air France che ha fatto scalo a Bangui, la capitale della Repubblica centrafricana. Lo ha spiegato il ministero della Sanità di Yaoundé venerdì scorso e poche ore più tardi è stato identificata una seconda persona con l’infezione virale, un camerunense venuto in contatto con il cittadino d’Oltrealpe.

Mentre in Togo è risultata positiva al test una donna 42 anni, in viaggio in febbraio tra la Germania, la Turchia, la Francia e il Benin.

Invece il gigante dell’Africa, la Nigeria, finora ha due casi confermati – il primo è stato un italiano – e il Centre for Disease Control (NCDC) pubblica aggiornamenti ogni giorno, che comprendono anche consigli per la prevenzioni e un numero whatsapp al quale la popolazione può rivolgersi per consigli e chiarimenti.

Quasi tutti governi africani hanno preso misure precauzionali: maggiori controlli agli aeroporti e quarantena per passeggeri provenienti dai Paesi maggiormente colpiti dal temibile virus. Il Ciad ha addirittura chiuso le frontiere con Camerun e Nigeria.

Negli aeroporti del Kenya i controlli sono a tappeto. La febbre viene misurata ai passeggeri in arrivo da qualunque destinazione, anche interna. E si parla di chiusura totale di tutte le attività.

Poche ore fa il ministro della Sanità del Kenya, Mutahi Kagwe, ha confermato il primo caso di infezione da coronavirus nel Paese. La paziente è attualmente ricoverata nel reparto malattie infettive del Kenyatta National Hospital. Secondo le affermazioni del ministro durante una conferenza stampa, la keniota è arrivata all’aeroporto internazionale Jomo Kenyatta di Nairobi dagli Stati Uniti via Londra il 5 marzo scorso. La paziente è stabile, si nutre e respira autonomamente. Attualmente si cerca di rintracciare le persone con le quali la signora è entrata in contatto.

Aggiornamenti 13 marzo ore 23.00

Il coronavirus non rispetta i confini, utilizza l’uomo per infiltrarsi in ogni dove. E così è arrivato anche in Guinea, tramite una cittadina belga, impiegata presso la delegazione dell’UE nel Paese. Attualmente si trova in quarantena fiduciaria nella sua abitazione.

Brutte notizie giungono anche dal Sudan, dove ieri è deceduto un uomo sulla cinquantina nella capitale Khartoum. Le autorità sudanesi hanno precisato che il loro concittadino è stato negli Emirati Arabi Uniti all’inizio del mese. Di conseguenza Khartoum ha momentaneamente sospesi  visti e  voli per 8 Paesi,inclusi Italia e Egitto, Paese per il quale sono stati interrotti anche i collegamenti via terra.

In Algeria sono state chiuse le scuole di ogni ordine e grado, finora il governo non si è espresso su restrizioni nei luoghi di culto. “Eppure le nostre moschee sono tra i maggiori luoghi di assembramento”, ha sottolineato un medico.

Elyes Fakhfakh, primo ministro tunisino, si è rivolto oggi alla nazione, annunciando una serie di misure per contrastare l’infezione da COVID-19. Tra queste la chiusura di bar e ristoranti alle 16.00, la sospensione della preghiera collettiva del venerdì, annullati convegni, eventi culturali, inoltre tutti gli eventi sportivi dovranno svolgersi a porte chiuse. I collegamenti aerei sono stati sensibilmente ridotti, sospesi con l’Italia e la chiusura di tutte le frontiere marittime. E il rappresentante diplomatico di Parigi accreditato a Tunisi ha fatto sapere che le scuole francesi nel Paese (Tunisi, Sfax e Sousse) resteranno chiuse fino a nuovo avviso. Le lezioni proseguiranno a distanza.

Oggi anche Ghana e Gabon hanno annunciato i primi casi: il governo di Libreville ha fatto sapere che un 27enne gabonese è risultato positivo al test dopo un soggiorno in Francia. Mentre il ministero della Sanità di Accra ha detto che attualmente due persone si trovano in quarantena, le loro condizioni sono stabili. I due sono stati recentemente in Norvegia e Turchia.

Purtroppo in Senegal i malati di COVID-19 sono saliti a 10, tra loro 4 dello stesso nucleo familiare.

E infine il sindaco della capitale etiope Addis Ababa ha comunicato che un cittadino giapponese risulta positiva al test; è arrivato nel Paese con un volo dal Giappone via Burkina Faso. Il ministero della Sanità ha adottato severe precauzioni volte a arginare il coronavirus, tra queste la messa in quarantena di viaggiatori provenienti da Cina, Italia, Corea del Sud e Iran.

Aggiornamento 14 marzo 2020 ore 19.00

Ruanda: questa mattina il ministero della Salute di Kigali ha confermato il primo caso di coronavirus nel Paese. Un cittadino indiano, proveniente da Mumbai (precedentemente chiamata Bombay), al suo arrivo all’aeroporto di Kigali, l’8 marzo, non presentava alcun sintomo. Ieri si è presentato in una struttura sanitaria e è risultato positivo al test.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

 

Nigeria: arriva dall’Italia il coronavirus portato dal consulente di un cementificio