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Covid-19, ONG lancia campagna di risposta globale: $100 miliardi per l’Africa

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 4 aprile 2020

”Una pandemia globale richiede una risposta globale. Cento miliardi di USD per l’Africa”. È questa la parola d’ordine. L’importo proposto è per un pacchetto di incentivi che includa la riduzione del debito per i paesi più poveri. La proposta è lanciata dall’ong ONE per combattere il Coronavirus. Chi ne avrà i maggiori danni in questa infezione planetaria da Covid-19 saranno i Paesi più poveri e il Continente africano è tra questi.

L'ong ONE lancia la proposta di una risposta globale contro il Coronavirus
L’ong ONE lancia la proposta di una risposta globale contro il Coronavirus

La petizione globale ai leader mondiali

E lancia una petizione ai leader del Pianeta, che ognuno di noi può firmare. “Cari leader mondiali, il mondo ha bisogno di un piano di risposta alla pandemia” – si legge nella richiesta in tre punti. “Supportare i lavoratori dei servizi essenziali e rendere disponibile un vaccino per tutti. Proteggere le persone vulnerabili. Rafforzare i sistemi sanitari in modo per essere pronti se dovesse riaccadere”.

Firma la petizione per un impegno dei leader a livello globale
La petizione per un impegno dei leader a livello globale

L’ong chiede a questi leader di lavorare insieme e sviluppare una risposta sostenibile con uno scopo: debellare il virus. Poi ricostruire le comunità, non appena l’emergenza da pandemia sarà rientrata.Secondo ONE, oltre ai 100 miliardi di USD per l’Africa, occorre un investimento di 8 miliardi di dollari per ricerca e sviluppo e per un vaccino. E poi un ulteriore investimento di 4,6 miliardi di USD per colmare l’attuale divario che impedisce una risposta efficace e tempestiva alle epidemie nei Paesi più poveri.

Gayle Smith, presidente e CEO di The ONE Campaign: “Nessun Paese o comunità sarà al sicuro fino a quando non saremo tutti al sicuro. Siamo una sola grande comunità che sta affrontando la più grande minaccia globale della nostra vita. Dovremmo essere solidali con i più vulnerabili, che vivono dall’altra parte della strada o oltre oceano”.

“Sollecitiamo i leader mondiali ad affiancarci e fare tutto il possibile per sconfiggere il virus per tutti. Ciò significa elaborare un piano globale adeguatamente coordinato e finanziato per guidare la risposta a questa pandemia e garantire che, il danno che provocato, sia il più limitato possibile “.

 Cosa è ONE

ONE è un movimento globale che ha sedi ad Abuja, Berlino, Bruxelles, Dakar, Johannesburg, Londra, New York, Ottawa, Parigi e Washington DC. Tra i suoi fondatori ci sono Bono, leader dei U2; Aliko Dangote, tycoon nigeriano; Bobby Shriver, co-fondatore di RED. Ne fanno parte anche gli ex politici David Cameron, già premier GB e Kelly Ayotte, ex senatrice USA.

L’ong opera con campagne e attività di sensibilizzazione per combattere la povertà estrema e le malattie prevenibili entro il 2030. One si dichiara come organizzazione apolitica e mira a sensibilizzare l’opinione pubblica e a lavorare di concerto con i leader politici. L’obiettivo è combattere l’AIDS e le malattie prevenibili, in particolare in Africa. Ma con il coinvolgimento dei cittadini per fare in modo che i governi rispondano del loro operato.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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L’emergenza del Coronavirus non ferma i voli di Iran Air in Europa

Guterrez: 3000 miliardi di $ per l’Africa ma il Coronavirus farà milioni di morti

Il Coronavirus attacca 47 Paesi africani: scoppiano rivolte nelle carceri

Nigeria: arriva dall’Italia il coronavirus portato dal consulente di un cementificio

Coronavirus non ferma i combattimenti in Libia e l’Europa bloccherà il traffico di armi

No one stops Milan-Rimini-Tehran flights and Iran is the 2nd outbreak of Coronavirus in the world

Coronavirus: ruandese ignora restrizioni, inghiottito da coccodrillo

Il maledetto Coronavirus colpisce anche il calcio africano

Kenya, coronavirus e fakenews: arrestato 23enne. Rischia 10 anni di galera e 43mila euro

 

Scambio di ostaggi, intrighi, spie, traffici: così il coronavirus viaggia tra Iran e Europa

Esclusivo per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
22 marzo 2020

Lo scambio di spie nella nostra Europa vale più della salute dei cittadini. A dircelo è la ricostruzione di una complicata staffetta aerea che ha portato alla liberazione di alcuni ostaggi occidentali in Iran, uno dei Paesi più colpiti dall’epidemia da Covid-19. Mentre quasi tutti i voli da e per l’Europa sono stati cancellati per evitare il diffondersi del contagio, la compagnia nazionale iraniana Iran Air ha continuato a fare scali nelle capitali europee. Perché? Semplice: su quegli aerei – a dispetto dei divieti e dalle quarantene – hanno volato tre ostaggi appena liberati, un francese, un americano e un iraniano sospettato di traffici di materiali sensibili diretti all’Iran. Un terzo prigioniero – parte integrante della trattativa – un libanese con passaporto e nazionalità statunitense, è stato consegnato ai diplomatici statunitensi a Beirut.

Tre le città coinvolte: Teheran, Francoforte e Parigi. Almeno sei gli stati interessati: Svizzera, Francia, Germania, Iran, Libano e Stati Uniti. Mentre risale a mercoledì la notizia della morte per coronavirus di un pilota dell’iraniana Mahan Air, la compagnia delle Guardie della Rivoluzione, meglio conosciute come Pasdaran. Non è chiaro quando l’uomo avesse effettuato l’ultimo volo, ma sappiamo dai dati di FlightRadar24 che un aereo della società per cui lavorava ha fatto sosta a Barcellona, in Spagna, il giorno dopo l’annuncio della sua morte. Le regole, in questi casi, non contano più.

Sembra di ricostruire un complicato “puzzle” quando si mettono insieme i voli e i passaggi delle spie. Su Africa Express abbiamo già parlato degli “scali tecnici” da Teheran su Rimini e Pescara. Adesso ne emerge un altro all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi. Il virus infetta piloti iraniani che muoiono misteriosamente e vagabonda, si sposta, si muove portando il contagio dappertutto.

Il tabellone dei voli a Francoforte (foto Africa ExPress)

È il 18 marzo: Michael White, un veterano della Marina statunitense detenuto in Iran, viene rilasciato e consegnato nelle mani di alcuni diplomatici della Svizzera, che rappresenta gli interessi americani a Teheran. White, liberato a Mashad, città dell’Iran orientale, viene trasferito con un volo a Teheran. Il giorno dopo Washington ne annuncia la liberazione e raddoppia: comunica che in Libano è stato rilasciato anche un altro cittadino americano. Si tratta di Amer Fakhoury, arrestato dalle autorità libanesi e accusato di torture nell’infame carcere di Khiam, attivo fino al 2000. Fakhouri viene consegnato dai suoi carcerieri ai marines. Lo caricano su un elicottero che atterra sul tetto dell’ambasciata statunitense di Beirut. Sembra un film: il governo libanese, con i suoi posti chiave in mano agli Hezbollah, è il paese del Medio Oriente più vicino a Teheran.

Intanto non è chiaro cosa accada a White dopo l’arrivo nella capitale iraniana. Sappiamo però che il 20 marzo un volo Iran Air parte da Teheran all’alba in direzione di Francoforte. È questo l’aereo con cui White lascia il Paese? Potrebbe proprio essere. Un indizio lo avvalora È certo che a mezzogiorno l’Airbus dell’Iran Air decolla dallo scalo tedesco per tornare a Teheran, ma cambia rotta e si dirige verso la Francia. Atterra per un imprevisto scalo tecnico all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi.

Passeggeri al check-in dell’Iran Air il 21 marzo all’aeroporto di Francoforte (foto Africa ExPress)

In quelle ore nella capitale francese viene rilasciata una spia iraniana: l’ingegnere Rohollahnejad. L’uomo avrebbe dovuto essere estradato pochi giorni dopo negli Stati Uniti per traffico di materiali sensibili (leggi nucleari) all’Iran, ma il presidente Emmanuel Macron cambia idea e annuncia il suo rilascio proprio nel giorno in cui l’aereo Iran Air proveniente da Francoforte fa scalo tecnico a Parigi. Il 20 marzo è un giorno piuttosto impegnato per chi si sta occupando di scambio di ostaggi. Infatti quasi contemporaneamente all’annuncio dell’inquilino dell’Eliseo, la televisione di Stato iraniana comunica che il governo di Teheran ha appena liberato un ostaggio francese, il ricercatore Roland Marchal (un sociologo vecchia conoscenza di Africa ExPress che l’ha incontrato negli anni ’90 in Somalia).  Il 20 marzo, in serata, il volo Iran Air (presumibilmente con a bordo l’ingegner Rohollahnejad)  torna a Teheran. L’ostaggio francese, appena liberato, arriva a Parigi il giorno dopo.

E quel 20 marzo deve essere stata una giornata davvero concitata: l’agenzia di stampa iraniana Tasnim fa sapere che mentre venivano rilasciati gli ostaggi, si svolgeva una lunga telefonata tra il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif e Josef Borrel, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri. Ufficialmente i due diplomatici avrebbero parlato dell’epidemia di Coronavirus e degli effetti negativi delle sanzioni americane sull’emergenza in Iran, ma è probabile che lo scambio di spie in corso sia entrato nella loro conversazione più di una volta.

Il 22 marzo l’amministrazione Trump ha criticato duramente la Francia per il rilascio dell’ingegnere iraniano che avrebbe dovuto essere processato negli Stati Uniti. Ma i voli Iran Air potrebbero nascondere un’altra storia, quella che nessuno fino ad oggi ha avuto la voglia di raccontarci. Il rilascio del veterano White potrebbe far parte del grande gioco.

Massimo A. Alberizzi
Monica A. Mistretta
massimo.alberizzi@gmail.com
monica.mistretta@gmail.com

Questi gli articoli che abbiamo duplicato sui misteri del Coronavirus

Dal massacro dei soldati turchi in Siria al traffico delle armi triangolate in Somalia

Coronavirus: Italia bloccata ma i voli con l’Iran continuano ostinatamente

Coronavirus: Italy is locked but flights to Iran stubbornly continue

Dal massacro dei soldati turchi in Siria al traffico delle armi triangolate in Somalia

No one stops Milan-Rimini-Tehran flights and Iran is the 2nd outbreak of Coronavirus in the world

Dalla Cina all’Iran e poi in Siria: il coronavirus ha seguito i trafficanti d’armi

Dal massacro dei soldati turchi in Siria al traffico delle armi triangolate in Somalia

 

Per Pape Diouf, mortale sconfitta all’ultima partita. Quella per la sua vita

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
2 aprile 2020

La prima vittima del Coronavirus in Senegal è stata uno dei più suoi illustri figli, in campo sportivo e non solo.

Pape Diouf, l’unico nero a diventare presidente di un grande club calcistico europeo, l’Olympique di Marsiglia, ma in realtà uomo dalle mille vite (come lo ha definito un quotidiano francese), a 68 anni è stato falciato dal Covid-19. Ucciso nella sua terra, dove tornava spesso, anche se era nato in Ciad, cresciuto a Dakar, vissuto in Francia. Qui, a Nizza, stava per rientrare dalla capitale del Senegal, martedì 31 marzo, nel tentativo estremo di essere curato. Le sue condizioni però si sono aggravate e il velivolo noleggiato dall’ambasciata francese non è potuto decollare. Il sabato precedente aveva scambiato le sue ultime parole con il giornalista Bacary Cissé, (a sua volta infetto) del giornale sportivo Record. “Era il mio padrino, a lui devo la mia carriera – ha dichiarato Cissé – . Quando ci siamo sentiti mi ha detto ‘Bacary, piccolo mio ascoltami. Ce la faremo”.

Pape Diouf ex presidente di Olympique Marseille

La morte di Diouf è stata annunciata mercoledì scorso, 1 aprile, durante la solita conferenza stampa del ministro della Sanità per fornire l’andamento “statistico” della pandemia.

Solo che mercoledì alla conferma del coprifuoco notturno, della chiusura delle scuole, dell’impossibilità di recarsi in Chiesa o in moschea, del numero degli infetti (190) e dei ricoverati (45) per la prima volta è stato dato anche un doloroso elemento in più: la morte in ospedale di Pape Diouf. E la nazione è caduta nello sgomento. Il 60° anniversario dell’indipendenza del Senegal (sabato 4 aprile) quest’anno è particolarmente triste.

Il presidente Macky Sall, il cantante Youssou Ndour, campioni del pallone, suoi colleghi giornalisti hanno versato sincere e calde lacrime e hanno parlato giustamente di “un uomo formidabile e multidimensionale, dell’eminenza grigia del calcio”. Era nato in Ciad nel 1951, ma per la gente era un figlio di Dakar. Sui banchi di scuola – aveva raccontato in una intervista a TV5 Monde – mi era scoppiata la febbre del pallone. Mentre il professore ci parlava dei nostri antenati galli, io sulle ginocchia leggevo Football Magazine. Grazie allo sport mi sono appassionato alla lettura”.Sognava di fare il maestro nei quartieri popolari della capitale e invece a 18 anni sbarca in Francia al seguito del papà militare di carriera. Gli studi lo portano al giornalismo sul finire degli anni ’70 e scriverà prima per il quotidiano locale La Marseillaise e poi per quello nazionale Le Sport.

La sua cultura letteraria e la sua grinta ne fanno un professionista stimato, anche se non da tutti sempre amato per le sue analisi acute e impietose. Sul finire degli anni ’90 diventa procuratore di giocatori grandi e celebri: Didier Drogba, Marcel Desailly, William Gallas, Joseph-Antoine Bell, Basil Boli, Samir Nasri, Jordan Ayew…. Nel 2005 il grande salto alla presidenza dell’Olympique Marseille, la squadra per cui tifava fin da bambino. Diouf contribuisce a rimettere in conti in regola del club e a farlo diventare campione di Francia nel 2009-2010, dopo anni senza titoli. Anche come dirigente si conquista stima e ammirazione generali: l’eleganza dei modi e del vestire, l’eloquio forbito, mai banale, il sorriso largo e i sempiterni baffetti ne fanno una figura oggi pianta e rimpianta nel football internazionale.

Lasciata la carica presidenziale, tenta nel 2014 anche la via della politica. Si candida alle elezioni comunali in una lista di sinistra, ma con poca fortuna: raccoglie solo il 6%.La sconfitta però non appanna la sua immagine di conferenziere ricercato e sempre impegnato contro il razzismo: “Sono stato il primo e unico presidente nero di un club in Europa. E’ un fatto spiacevole e doloroso che non fa onore alla società europea e soprattutto francese, che esclude le minoranze etniche”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

L’emergenza del Coronavirus non ferma i voli di Iran Air in Europa

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
3 aprile 2020

La maggioranza degli aeroporti europei è chiusa, si apre solo per accogliere voli di emergenza. Eppure, gli aerei da Teheran continuano a fare scalo a Londra, Francoforte e Barcellona. L’Iran è stato il secondo focolaio di Coronavirus al mondo dopo la Cina, ma le autorità europee non hanno ancora bloccano i voli con il paese mediorientale. In Europa ci si interroga su quando verrà raggiunto il picco: con oltre 33.500 morti, i contagi Covid-19 crescono ancora senza sosta.

In Iran i morti sono oltre 3.000 secondo le stime ufficiali, ma la dissidenza all’estero parla di numeri a cinque cifre. 

Dalla Spagna il nostro collega Santiago Tarin Alonso, della redazione del quotidiano La Vanguardia, ha cercato di far luce sull’aeroporto El Prat di Barcellona, dove il 26 marzo è atterrato un aereo della compagnia iraniana Mahan Air, legata ai Pasdaran.  In queste ultime ore il governo spagnolo avrebbe deciso di interromperne i voli. Ma intanto, a Londra ieri è atterrato un volo Iran Air proveniente da Teheran: l’altro ieri aveva fatto la spola tra la capitale iraniana e Francoforte. Nel silenzio generale si permettono collegamenti diretti tra quel focolaio mediorientale e l’Europa: nessuno fornisce spiegazioni, pochi le chiedono.

Il 31 marzo alcuni Paesi europei hanno attivato per la prima volta l’Instex, il meccanismo commerciale creato oltre un anno fa per aggirare le sanzioni statunitensi nelle transazioni con Teheran: Regno Unito, Germania e Francia hanno venduto all’Iran materiale medico senza utilizzare i circuiti bancari internazionali. Washington, di solito critica verso le posizioni europee sull’Iran, non ha reagito. Anzi, l’amministrazione Trump ieri ha esteso le autorizzazioni di Europa, Cina e Russia nelle attività nucleari iraniane a scopi civili e medici, come stabilito dall’accordo del 2015.

Per oltre un anno l’Instex è stato oggetto di un pesante braccio di ferro tra Europa e amministrazione Trump, ostile al meccanismo creato appositamente per fornire una scappatoia commerciale tra Teheran e le capitali europee. Il tutto mentre in Iraq, dove Washington ha appena fatto arrivare nuove batterie di missili Patriot, la tensione con l’Iran è alle stelle.

La storia dell’Instex era partita male: due giorni dopo la creazione del meccanismo finanziario agli inizi del febbraio 2019, Teheran, nel corso della parata per l’anniversario della Rivoluzione Islamica, tra le bandiere e le foto dei martiri aveva fatto sfilare anche un nuovo missile cruise. L’Europa, in imbarazzo, aveva dovuto reagire minacciando sanzioni: quei missili, infatti, possono portare testate nucleari. Ma il 5 febbraio Teheran aveva rincarato la dose testando un missile balistico con il lancio di un satellite, poi fallito.

La storia si ripete il 9 febbraio di quest’anno con il lancio del satellite Zafar. Le autorità internazionali vietano a Teheran questo tipo di sperimentazioni, le stesse che, se affinate, permettono il lancio delle testate nucleari. Le autorità iraniane invece sostengono che gli  scopi di questi esperimenti  sono per finalità civili.

Ma è proprio la storia dei satelliti iraniani che inquieta e ci porta ancora una volta in Europa. Indagando a fondo si scoprono preoccupanti rapporti sottotraccia tra le capitali europee e Teheran, relazioni al limite del lecito nelle quali non sempre gli Stati Uniti giocano il ruolo di spettatori.

Alcuni dei voli ran Air previsti nei prossimi giorni in Europa

Ed è proprio in Italia, nelle officine milanesi della Carlo Gavazzi Space, che ha visto la luce il primo satellite iraniano, il Mesbah, in persiano “lanterna”. La madre di tutti i lanci spaziali di Teheran. Ai lavori per il microsatellite orbitale, iniziati nel 1998, avevano preso parte nei laboratori lombardi anche alcuni scienziati iraniani della ITRC, il Centro Ricerca Telecomunicazioni dell’Iran, e dell’IROST, l’Organizzazione di Ricerca Iraniana per la Scienza e la Tecnologia. Tutto sembrava filare liscio, lontano da occhi indiscreti, come da prassi. 

Costato 10 milioni di dollari, Mesbah non è mai andato in orbita. Nel gennaio del 2003 il ministro della Difesa iraniano Ali Shamkhani annuncia trionfante che nel giro di 18 mesi Teheran lancerà il suo primo satellite. “Le capacità aerospaziali della Repubblica Islamica sono uno dei principali deterrenti del Paese” dichiara trionfante. Ma i problemi arrivano l’anno dopo. Nel 2004, infatti, il presidente della Carlo Gavazzi Space, Manfred Fuchs – un altoatesino che si è laureato in ingegneria spaziale in Germania dove, a Brema, ha fondato la OHB Technology – firma un accordo di joint venture con la Elbit System di Haifa, uno dei fiori all’occhiello della difesa israeliana. Per il Mesbah è la pietra tombale.

Il satellite resterà fermo a terra per oltre un decennio. Nel 2017 la Carlo Gavazzi Space verrà acquisita dalla OHB Technology. In una data imprecisata, e comunque dopo il luglio del 2017, il satellite Mesbah, ormai obsoleto, raggiungerà finalmente Teheran, utile, sostengono le fonti ufficiali, per il museo della scienza locale. 

Intanto, Mesbah, la “lanterna”, è stato il faro per tutti gli sviluppi satellitari di Teheran. Il ruolo dell’Europa, accanto a quello di Russia e Cina, ancora oggi non è chiaro.  Sono tanti i punti oscuri e le contraddizioni nei rapporti tra l’Unione europea (Italia e Germania in testa) e l’Iran. E sorge un dubbio: che fine avranno fatto quei 10 milioni di dollari utilizzati per comprare un satellite mai lanciato? Restituiti all’Iran, intascati da qualcuno o riciclati per acquistare qualcosa di inconfessabile “saltando” le sanzioni?   Adesso, forse per la prima volta, l’emergenza Covid-19 getta un filo di luce su incongruenze che altrimenti sarebbero passate inosservate: basta gettare uno sguardo ai tabelloni degli aeroporti europei.

Massimo A. Alberizzi
Monica A. Mistretta
massimo.alberizzi@gmail.com
monica.mistretta@gmail.com

Bloccato il commercio illegale di tronchi: Coronavirus salva le foreste in Sierra Leone

Africa ExPress
3 aprile 2020

Gli immensi camion per il trasporto di tronchi di alberi pregiati sono fermi da settimane a poca distanza del parco naturale Outamba-Kilimi nel nord-ovest della Sierra Leone, al confine con al Guinea.

Parco nazionale Outamba-Kilimi, Sierra Leone

Alcuni di questi giganti della strada sono ancora carichi di legna, altra è accatastata per terra, ormai ricoperta di polvere. Camionisti e taglialegna sono seduti per terra, bevono the e fumano in attesa di clienti cinesi che da mesi non si fanno più vedere. Da quando la Cina è stata travolta dal coronavirus, questo illegale commercio ha avuto un improvviso arresto. Il contrabbando di legname pregiato ha devastato migliaia di ettari di foresta in molti Paesi africani.

Julius Maada Bio, presidente della Sierra Leone, appena arrivato al potere nel 2018, ha immediatamente vietato l’export del pregiato legno, solo quello già tagliato poteva essere ancora venduto all’estero e da allora venivano rilasciate licenze per per uso locale. Amareggiato, Bio ha ammesso che non è mai riuscito a bloccare il contrabbando per mancanza di risorse. “Nel parco nazionale Outamba-Kilimi 27 ranger disarmati devono controllare oltre 1.100 chilometri quadrati”.

E il direttore delle aree protette in Sierra Leone, Joseph Musa, ha detto: “Non riusciamo a venirne a capo, siamo sopraffatti dalle attività illegali nel parco”.

Anche la Sierra Leone ha dovuto registrare due casi di COVID-19 e mercoledì scorso il governo ha decretato tre giorni di lockdown a partire da domenica. La pandemia ha sconvolto il mondo intero, ma sta salvando le foreste africane.

Africa ExPress
@africexp

Inchiesta nel bacino del Congo: americani e cinesi saccheggiano la foresta pluviale

Inchiesta nel bacino del Congo: americani e cinesi saccheggiano la foresta pluviale

Contrabbando di legname in Casamance: a rischio la foresta pluviale in Senegal

Centrafrica, le multinazionali e il saccheggio delle grandi foreste pluviali

Coronavirus: tre ventilatori in tutto il Centrafrica per affrontare la pandemia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
2 aprile 2020

Un sistema sanitario completamente abbandonato a se stesso non può lontanamente sperare di coprire anche solo minimamente i bisogni della gente e oggi, in piena pandemia COVID-19, la Repubblica Centrafricana ha a disposizione solamente 3, sì, tre diciamolo anche in lettere, ventilatori, per una popolazione di quasi 4,7 milioni di abitanti.

Nella Repubblica centrafricana è vietato ammalarsi e bisogna nascere sani per poter sopravvivere, anzi, oggi come oggi anche questo è considerato un lusso. Qui l’assistenza sanitaria, è una delle peggiori al mondo anche per mancanza di medici e personale paramedico, 7,1 ogni 10.000 abitanti.

David Manan, direttore per il Centrafrica della ONG norvegese, Norwegian Refugee Council (NRC) ha sottolineato con veemenza: “Avere a disposizione solo tre ventilatori significa portare il Paese alla catastrofe”. E ha poi aggiunto: “Negli altri Stati più poveri del pianeta la situazione è simile. Quando una nazione ricca è nel panico, ha o trova i mezzi per dare risposte per far fronte alle emergenze. Se il Centrafrica non riceve gli aiuti necessari, il virus potrebbe propagarsi in maniera folgorante in tutta la nazione”.

Sinora sono stati confermati 6 casi di coronavirus, non si esclude che altre persone siano affette dalla patologia, è difficile fare le diagnosi, perchè qui non mancano solo i ventilatori, anche il kit per effettuare i test sono praticamente inesistenti.

Come la maggior parte dei Paesi africani, anche a Bangui, la capitale, è stato chiuso l’aeroporto internazionale per i voli passeggeri, le lezioni in tutte le scuole di ogni ordine e grado sono state sospese, è stato limitato il numero dei partecipanti a funerali e matrimoni, vietati assembramenti e spostarsi dalla capitale verso la provincia.

MINUSCA in Centrafrica

I caschi blu della Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana (MINUSCA) presenti sul territorio nazionale con 15.000 uomini tra militari, civili e forze di polizia, insieme al governo e l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono scesi in campo per informare la cittadinanza sulle nuove norme comportamentali da adottare per evitare l’espandersi della pandemia.

Sono state organizzate videoconferenze con altre prefetture, lontane dalla capitale, alle quali hanno partecipato sindaci, capi villaggio, leader religiosi, funzionari governativi e locali per farli partecipe delle nuove norme adottate. E, alla fine di uno di questi corsi di aggiornamento un sindaco ha esclamato: “Mai sentito parlare di questa malattia, ma dirò alla mia gente che d’ora in poi dovranno salutarsi mantenendo la distanza di un metro”.

A parte il problema pandemia, nella ex colonia francese 2,2 milioni di persone sono in grave stato di necessità, 700.000 sono sfollati, scappati dalle loro case a causa delle violenze subite da  vari gruppi armati (anti-balaka, vi aderiscono per lo più cristiani e animisti e ex-Séléka, prevalentemente composti miliziani musulmani). La maggior parte degli sfollati vive in campi densamente popolati, dove accesso all’acqua potabile è un lusso raro, per non parlare della precaria e assolutamente insufficiente assistenza sanitaria. Se il coronavirus dovesse arrivare in uno di questi campi, sarebbe una catastrofe indescrivibile.

Gli aiuti umanitari per tutto il Paese giungono per lo più dall’estero e con le restrizioni imposte a causa della pandemia – chiusura dei maggiori aeroporti in tutto il mondo e la conseguente limitazione della libera circolazione – sarà difficile, quasi impossibile, dare risposte concrete alle necessità per la sopravvivenza di tante persone. E la ONG norvegese ha puntualizzato che è assolutamente fondamentale tenere aperte le infrastrutture essenziali, permettere la circolazione di beni e persone per portare aiuti per la sopravvivenza della popolazione in stato di necessità.

In Centrafrica si consuma un sanguinoso conflitto interno dalla fine del 2012. Malgrado la firma di svariati trattati di pace, rigurgiti di violenze, scontri tra i gruppi armati criminali sono ancora in atto e a farne le spese è la popolazione civile.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Torturati civili in Centrafrica: l’ONU indaga i mercenari russi (ma c’è chi accusa Parigi)

Guterrez: 3000 miliardi di $ per l’Africa ma il Coronavirus farà milioni di morti

Guterrez: 3000 miliardi di $ per l’Africa ma il Coronavirus farà milioni di morti

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 31 marzo 2020

Antonio Guterrez ha parlato senza peli sulla lingua: “Non c’è dubbio che la pandemia del Coronavirus colpirà anche Africa. Ci saranno milioni di morti, anche tra la popolazione giovane”. Ha dichiarato il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterrez, in un’intervista all’emittente France24.

il Segretario ONU, Antonio Gutierrez, su France24 (Courtesy France24)
il Segretario ONU, Antonio Gutierrez, su France24 (Courtesy France24)

“Per combattere il Covid-19, secondo una nostra stima saranno necessari almeno 3.000 miliardi di USD. Il 10 per cento del PIL dei Paesi sviluppati ma anche di quelli in via di sviluppo” – ha affermato il Segretario ONU. “Questa non è una crisi finanziaria come quella nel 2008, è una crisi umana, delle persone, delle imprese. È necessario dar loro appoggio. Se la pandemia si estende in Africa potrebbe tornare a colpire”.

Il Coronavirus silenziosamente invade l’Africa

Intanto il virus, sempre più velocemente, sta invadendo silenziosamente il continente africano. Il contagio maggiore si registra in Sudafrica. In una settimana i casi sono aumentati di sei volte: lo scorso 22 marzo erano 200 , al momento in cui scriviamo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ne conferma almeno 1280 e 10 morti.

Gutierres ONU-Situazione del Covid-19 in Africa al 29 febbraio 2020 (Fonte: WHO-OMS)
Situazione del Covid-19 in Africa al 29 febbraio 2020 (Fonte: WHO-OMS)

Seguono i Paesi dell’Africa mediterranea: Egitto con 576 casi, Marocco 450, Algeria 409 e Tunisia 278. Altri focolai africani sono registrati in Africa occidentale sub-sahariana: il Burkina Faso (146) Costa d’Avorio (140). L’OMS conferma altri contagi, da meno di una decina a 90 nei restanti Paesi e al 29 marzo l’Africa ha 3005 contagi e 51 morti. Numeri, purtroppo, destinati a crescere.

In Sudafrica l’esercito pattuglia le strade, i giovani fanno i party

Ma la sottovalutazione della pericolosità da Covid-19, come in Europa e USA, esiste anche in Africa. Allertare la popolazione sui rischi e vietare gli assembramenti pare serva a poco, forse perché si sa che colpisce soprattutto le persone anziane. Una fonte di Africa ExPress ci ha informato che in Sudafrica il governo ha chiamato l’esercito per pattugliare le strade e tenere la gente a casa.

L'esercito arriva a Klerkdorp, 170km a ovest di Johannerburg
Contro il Coronavirus, l’esercito sudafricano arriva a Klerkdorp, 170km a ovest di Johannerburg

Nonostante questo, soprattutto i giovani, come successo in Italia, continuano a fare assembramenti e feste e in una di queste, danzando, si grida “corona, corona”. Forse per esorcizzare il Covid-19.

 

E mentre il grande Paese africano si prepara all’impatto da Coronavirus è saltata la connessione veloce di internet. L’interruzione è dovuta, ancora una volta, alla rottura del West African Cable System, cavo che connette il Sudafrica al Regno Unito attraverso tutta l’Africa occidentale. Almeno fino al 4 aprile l’ex colonia britannica dovrà accontentarsi delle comunicazioni a bassa velocità.

 

 

 

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Il Coronavirus attacca 47 Paesi africani: scoppiano rivolte nelle carceri

 

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Il Coronavirus attacca 47 Paesi africani: scoppiano rivolte nelle carceri

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 marzo 2020

La pandemia coronavirus ha raggiunto 47 Paesi africani. Lo ha twittato sabato il capo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus. E domenica mattina il Centro per la Prevenzione e il Controllo dell’Unione Africana ha reso noto che i contagiati in Africa sono saliti a 4.282, mentre i morti a 49.

Quasi tutti i Paesi del continente hanno preso misure importanti, talvolta draconiane, per contrastare l’espandersi della pandemia.

Malgrado le severe restrizioni messe in campo anche in Sudan, ieri si sono verificati gravi incidenti nel carcere di al-Houda, Khartum. I prigionieri hanno manifestato per la grave mancanza di servizi essenziali: poco cibo, spesso manca la corrente elettrica, ma hanno lamentato sopratutto le torture alle quali sono soggetti. Botte sono all’ordine del giorno. A taluni sono state rotte persino le costole, mentre altri hanno gravi ferite alla testa. La polizia carceraria ha immediatamente tentato di sedare la rivolta con colpi di arma da fuoco. Molti detenuti che si erano ammutinati nei cortili sono stati riportati all’interno, subendo nuove vessazioni.

La scorsa settimana il governo di Khartoum ha rilasciato 4.217 prigionieri e, secondo quanto riportato dalle autorità, prima di essere liberati sarebbero stati sottoposti al test del coronavirus. Il sistema sanitario nel Paese è fragile, negli ultimi anni, sotto la dittatura dell’ex presidente Omar al-Bashir, poco o niente è stato investito in tale campo.

In tutto il Paese i prezzi sono saliti alle stelle dopo la dichiarazione delle stato d’emergenza, proclamato dal governo all’indomani del primo caso di Coronavirus e la popolazione è in grave difficoltà. A tutt’oggi i contagiati sono “solamente” sei, tra cui due morti, ma la tensione nel Paese è alle stelle, specialmente  dopo il fallito attentato del 9 marzo contro il primo ministro Abdalla Hamdok mentre si recava nel suo ufficio a Khartoum e la morte per infarto, il 25 marzo a Juba, la capitale del Sud Sudan, dove sono in atto i colloqui di pace,  del ministro della Difesa.

Gwi-Yeop Son, coordinatore per l’ONU in Sudan ha richiamato tutte le parti alla calma e ha chiesto un cessate il fuoco, sottolineando la vulnerabilità del sistema sanitario, specie nelle zone di conflitto, come Jebel Marra in Darfur.

In Mali la popolazione è stata chiamata alle urne domenica per eleggere il nuovo Parlamento – il secondo turno è previsto per il 19 aprile – e questo in un contesto tutt’altro che facile. Mercoledì scorso la temibile patologia è arrivata anche nella ex colonia francese, dove finora sono stati registrati 18 casi e una vittima. A Bamako sono stati distribuiti sapone, disinfettante e maschere.

Soumaïla Cissé, capo dell’opposizione maliana, rapito vicino a Tumbuktu

Nel Paese vige tutt’ora un clima di grave insicurezza. Il 26 marzo è stato sequestrato Soumaïla Cissé, il maggiore esponente dell’opposizione, insieme a 6 membri della sua squadra durante la campagna elettorale  a Niafounké, la sua roccaforte, nell’area di Timbuktu, nel nord del Paese. Secondo un politico del luogo, i rapitori molto probabilmente appartengono alla formazione terrorista Front de libération du Macina (FLM), fondato nel 2015 da Amadou Koufa (nome di battaglia Amadou Diallo), un predicatore estremista fulani. Nel 2017 l’FLM, insieme a altri quattro formazioni terroriste, ha fondato il “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”, guidato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista tuareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: ausiliari della religione (islamica) – operativo per lo più nel nord del Mali.

Anche la Nigeria il presidente Muhammadu Buhari ha ordinato la chiusura totale della capitale federale Abuja e di Lagos, metropoli e capitale commerciale che conta oltre 20 milioni di abitanti. Secondo quanto riportato da Nigeria Centre for Disease Control, nella ex colonia britannica sono stati confermati 111 casi di contagio e una persona deceduta. I malati si trovano per lo più a Lagos e Abuja. Buhari ha inoltre promesso di stanziare 26 milioni di dollari destinati a arginare l’espandersi di COVID-19. Il presidente ha inoltre specificato che le imbarcazioni in navigazione da oltre 14 giorni potranno attraccare nei porti nigeriani. Le navi di petrolio e gas sono tuttavia esenti da tali misure. I due aeroporti internazionali sono già chiusi da una settimana.

Il Paese con il maggior numero di pazienti affetti da coronavirus è il Sudafrica: 1280 sono risultati positivi al test e due persone sono morte. Il presidente ha decretato l’isolamento venerdì a livello nazionale per 3 settimane e così 57 milioni di sudafricani dovranno restare confinati nelle loro abitazioni. I militari controllano le strade per far rispettare le severe norme. E’ vietata la vendita di alcolici, non sono permessi passeggiate con i cani e jogging. Il giorni prima che entrasse in vigore l’isolamento, si sono formate lunghe code alle stazioni dei bus perchè molti sudafricani hanno cercato di raggiungere i villaggi di origine, non curanti del fatto che potrebbero trasmettere l’infezione virale agli anziani genitori. Nosiviwe Mapisa-Nqakula, ministro della Difesa è stato molto chiaro: chi sarà trovato in strada senza giusta causa, sarà punito con una pena amministrativa o 6 mesi di carcere. Ma nessuno ha pensato ai senzatetto, violentemente picchiati dai militari fin dal primo giorno del blocco.

Anche il Kenya ha messo in campo misure draconiane pur di evitare l’espandersi del coronavirus. Tutti voli internazionali sono stati sospesi e da venerdì è stato proclamato anche il coprifuoco dalle 19.00 alle 05.00 e come nella maggior parte dei Paesi africani, sono vietati assembramenti, cerimonie religiose e quant’altro. Come spesso succede in momenti di tensione, scontri con le forze dell’ordine non sono rari e così la polizia ha usato gas lacrimogeno per disperdere un gran numero di pendolari in attesa dei mezzi di trasporto pubblici; altrove gli agenti hanno picchiato giovani con bastoni.

Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe, già fortemente provato da una grave crisi economica, ha imposto il blocco totale del Paese per 3 settimane a partire da oggi per arginare la diffusione del virus. Esenti dalle restrizioni gli impiegati statali e operatori sanitari. Mentre funerali con meno di 50 persone sono autorizzate. Secondo quanto precisato dal governatore della Banca centrale, John Mangudya, è stato reintrodotto l’utilizzo di valuta estera per le transazioni interne, vietata dallo scorso giugno. Molti abitanti sono disperati, non hanno soldi per procurarsi il cibo, come il mais, alimento principale nella dieta degli zimbabwiani. Il tasso di disoccupazione nel Paese ha raggiunto livelli altissimi, altrettanto l’inflazione che a febbraio ha toccato il 500 per cento.

Tra i 33 contagiati riscontrati in Uganda, c’è anche un bambino di solo 8 mesi. Il governo ha sospeso tutti voli internazionali già dal 23 marzo, ad eccezione dei cargo. Nessun straniero o ugandese potrà varcare le frontiere marittime e terrestri, salvo camion per il trasporto di merci.

Robert Kyagulanyi Ssentamu, in arte Bobi Wine, parlamentare dell’opposizione in Uganda e pop star, ha inciso una nuova canzone per la lotta contro il COVID-19. Nel testo Bobi Wine ha focalizzato anche l’importanza dell’igiene personale per combattere la pandemia.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes 

Con il Coronavirus si torna al baratto: Ciad paga debito con l’Angola a suon di bistecche

Africa ExPress
28 marzo 2020

Ci voleva il coronavirus per risolere un’intricata faccenda finanziaria tra l’Angola e il Ciad, che nel 2017 aveva contratto un debito di 100 milioni di dollari con il governo di Luanda.

N’Djamena non ha soldi – ne sono complici i cambiamenti climatici e la caduta del prezzo del petrolio – e Luanda ha urgente necessità di carne. Dunque i due governi hanno risolto il problema come si usava nei secoli passati:  il Ciad salderà il suo debito con l’invio di ben 75.000 bovini nei prossimi 10 anni, vale a dire che le parti si sono accordati sul prezzo di 1.333 dollari per ogni capo. Le prime mille mucche sono già arrivate via nave nella capitale angolana. Lo ha confermato un giornale governativo angolano pochi giorni fa.

E, per ringraziare la controparte, già nelle prossime settimane N’Djamena invierà un supplemento di 3.500 bovini.

L’Angola ha buona esperienza con il “baratto”. Verso la fine degli anni ’80, quando il Paese era dilaniato da una lunghissima, inutile guerra civile, si potevano incontrare adulti e bambini con arti amputati dalle mine anti-uomo, disseminate ovunque. La kwanza – la moneta locale – non aveva alcun valore (o quasi). Si usava il baratto: lattine di coca cola, sprite, birra in cambio di altro. Le periferie di Luanda erano la brutta copia delle litografie di Andy Warhol: immense colline di lattine ovunque.

Africa ExPress
@africexp

Coronavirus non ferma i combattimenti in Libia e l’Europa bloccherà il traffico di armi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
27 marzo 2020

COVID-19 ha fatto il suo ingresso anche in Libia. Il 24 marzo il governo di Unità Nazionale, riconosciuto dall’ONU e guidato dal presidente Fayez al-Serraj, ha confermato il primo caso di coronavirus. Si tratta di un uomo di 73 anni, ritornato da poco dall’Arabia Saudita.

Il Paese, dilaniato dalla guerra civile, ha chiuso le proprie frontiere (terrestri, aeree e marittime) una decina di giorni fa, interrotto le lezioni nelle scuole di ogni ordine e grado per arginare la pandemia. Il sistema sanitario nella capitale Tripoli e altrove è estremamente fragile, dopo i continui bombardamento da parte delle truppe del generale Khalīfa Belqāsim Ḥaftar capo del sedicente Esercito Nazionale Libico (Enl). Infatti non tutta la Libia riconosce il governo di Serraj, in particolare la Cirenaica, dove l’ufficiale è capo indiscusso.

Una decina di giorni fa i due contendenti avevano promesso di siglare l’ennesimo cessate il fuoco imposto dall’ONU a metà febbraio, dopo la conferenza di Berlino sulla Libia, e già allora Guterres, segretario generale delle Nazione Unite, aveva anche invocato i partecipanti all’incontro, in particolare la Turchia, di non inviare armi nel Paese. Serraj e Haftar non hanno dato seguito agli impegni presi, le armi hanno continuato a tuonare e combattimenti sono tutt’ora in atto.

Tripoli, Libia, le bombe non si fermano

Infatti l’embargo sulle armi imposto dall’ONU fa acqua da tutte le parti – uno dei motivi (ufficiosi) per i quali lo scorso 3 marzo Ghassan Salamé si è dimesso dal suo incarico come inviato del Palazzo di Vetro e capo della missione Unsmil (di sostegno delle Nazioni Unite in Libia) – e finalmente ieri gli ambasciatori dei Paesi dell’UE hanno trovato un accordo sulla missione navale IRINI per il controllo del blocco degli armamenti destinati alla Libia.

La nuova missione dovrebbe sostituire l’attuale operazione antiscafisti Sophia, il cui mandato scade a fine marzo. il suo scopo non è quello di soccorrere migranti in mare, ma secondo le leggi internazionali in vigore le sue saranno tenute a soccorrere e salvare eventuali naufraghi. Questi non sbarcheranno più in Italia; la Grecia ha offerto i suoi porti a tale scopo, in un secondo momento i migranti saranno accolti dagli Stati membri dell’UE su base volontaria. Gli ambasciatori hanno dichiarato che i relativi costi di sbarco nei porti greci saranno considerati come spese comuni. “La Grecia non sarà lasciata sola”.

L’UE ha fretta di lanciare la nuova missione per arginare quanto prima il flusso di armi verso la Libia, questo lucroso mortale traffico va fermato assolutamente. Attualmente una nave, la Bana, battente bandiera libanese, è ferma al porto di Genova dai primi di febbraio, il capitano Jouseff Tartiussi, un libanese di 55 anni è stato arrestato con l’accusa di traffico internazionale di armi.

Bana, cargo battente bandiera libanese, ferma al porto di Genova

Le prove raccolte indicano che il natante abbia scaricato materiale militare e armi turche a Tripoli. A bordo del cargo c’erano anche una decina di turchi, alcuni militari, altri dei servizi, secondo quanto affermato da un ufficiale libanese, che in cambio di protezione e asilo politico ha rivelato agli inquirenti italiani dettagli sul prezioso cargo della Bana.

Un filmato girato proprio nella stiva ha avvalorato la versione data dal marinaio. Inoltre la BBC ha messo in rete un altro video che mostra la rotta della nave, compreso il materiale trasportato. Il 24 gennaio la Bana era scomparsa dai radar – aveva spento il sistema automatico di identificazione (AIS) subito dopo Creta per restare invisibile – per poi riapparire e spegnersi poi nuovamente. Lo scandalo “Bana” scoppia il 29 gennaio, quando Macron punta il dito su Erdogan, accusandolo di non aver rispettato gli accordi di Berlino, continuando a fornire armi al governo di Serraj. La portaerei francese Charles de Gaulle aveva infatti localizzato la nave in questione a largo di Tripoli, scortata da due fregate turche. Macron teme inoltre, che parte del materiale bellico arrivato in Libia possa poi essere contrabbandato nel Sahel, dove gli attacchi dei gruppi armati terroristi sono all’ordine del giorno.

Intanto in Libia la guerra incalza malgrado il coronavirus. La popolazione è allo stremo, per non parlare dei migranti, che tutt’ora sono presenti in migliaia nel Paese, per lo più senza alcuna assistenza. Molti di loro sono ancora rinchiusi nei lager, dove cibo, acqua e quant’altro scarseggiano più di prima. Altri sono lettaralmente buttati in strada, privi di protezione e assistenza, tra loro anche tanti minori.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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