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In Burundi il calcio non si ferma: sfida a tutto campo contro il coronavirus

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
14 aprile 2020

La vita continua e il calcio pure. In Africa c’è un solo campionato che non si è fermato: quello del Burundi.

Alla faccia del Coronavirus. Grazie a Dio. E non per modo dire.

Ai primi di aprile sono stati accertati i primi tre casi di infezione da Covid-19. Commento del super religioso evangelico generale Evariste Ndayishimiye, 52 anni, segretario generale del partito al potere, il CNDD-FDD, e candidato alle elezioni presidenziali del prossimo 20 maggio (confermate e dal risultato scontato dato che l’opposizione non esiste): “Nessuna paura. Dio ama il Burundi e se ci sono persone contagiate è perché Dio manifesta il suo potere in Burundi. Le tre persone, infatti, non sono gravi mentre il coronavirus sta provocando un’ecatombe da altre parti”.

Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi

La protezione di Dio era già stata messa nero su bianco nel comunicato ufficiale della Presidenza della Repubblica del 25 marzo in cui il governo dell’immarcescibile presidente Pierre Nkurunziza annunciava le misure contro l’epidemia: chiusura delle frontiere (esclusa quella con la Tanzania) e dell’aeroporto, sospensione dei visti, quarantena per chi viene da fuori…

E quindi via col liscio, pardon con la palla, con matrimoni e funerali, feste, birra e spuntini, chiese e mercati e locali aperti, come niente fosse in un Paese con circa 11 milioni di abitanti, vasto poco più della Sicilia, e poverissimo.

La Federazione calcistica burundese il 5 aprile, domenica, a Bujumbura, la capitale finanziaria, ha incontrato i presidenti delle 16 squadre di prima categoria, la Primus Ligue  (corrispondente alla nostra Serie A) e di seconda categoria. E ha deciso: “D’accordo con il ministro della Salute Thaddeus Ndikumana, il campionato prosegue. I giocatori però non dovranno abbracciarsi dopo i gol, tenersi lontano dall’arbitro, lavarsi le mani prima del match e non stringere le mani di nessuno. Agli spettatori verrà misurata la temperatura all’ingresso degli stadi. Qualora dovessero manifestarsi segni della diffusione del virus – ha però aggiunto, bontà sua – il presidente della Federazione Ndikuriyo Reverien – fermeremo il campionato. I tre casi finora identificati sono tenuti sotto controllo e chi è stato in contatto con loro è stato localizzato e monitorato”.

In realtà i dati aggiornati parlano di 50 soggetti sintomatici e 675 in quarantena.

Reverien, 50 anni, hutu, padre di 5 figli, fondatore della squadra di calcio “Aigle noir” di Makamba, non è solo il numero uno nel calcio burundese. E’ anche il numero 1 del Senato e quindi ci tiene a sottolineare che “due dei tre infetti sono giunti dall’estero e il terzo è un loro convivente. Non c’è ragione quindi che le nostre attività si fermino”.

Particolarmente felice Jean Gilbert Kanyenkore, allenatore del “Vital’O”, di Bujumbura, la compagine più titolata del Paese: ha conquistato 20 scudetti ed è stata l’unica ad aver raggiunto la finale di coppa africana nel lontano 1972. In questa stagione però “Vital’O” è  lontano dalla vetta “ma siamo in forma, e ben allenati – assicura Kanyenkore –  e siamo pronti a giocarcela fino all’ultima partita e piazzarci ai primi posti”.

A fine mese – ci sono ancora due giornate da giocare – dunque si vedrà se la sua sfida avrà avuto successo contro la prima in classifica, “Le Messager Ngozi”, (dell’omonima città a nord del Paese).

I giocatori del Le Messager Ngozi, primi in classifica della Primus League del Burundi

Questa ha 4 punti sulla seconda squadra, il Musongati (della città mineraria al confine con la Tanzania), che però ha una partita da recuperare. Insomma, un finale mozzafiato, appassionante per gli scommettitori di tutto il mondo costretti a puntare sui tornei di soli 5 Paesi al mondo che probabilmente prima avrebbero trascurato.

Il Burundi, infatti, rientra nel ristrettissimo novero delle nazioni dove il dio pallone rotola senza problemi. Una per continente: le altre sono il Nicaragua, Tajikistan, Taiwan (qui il campionato ha preso il via alla vigilia di Pasqua) e Bielorussia. A dire il vero la Bielorussia, che di contagiati ne ha quasi 3 mila e di morti diverse decine, il 10 aprile è stata sollecitata fortemente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità a bloccare il campionato, perché i casi di positività stanno raddoppiano ogni 2-3 giorni. Appello disperato quanto inascoltato: il giorno di Pasqua oltre 1000 tifosi hanno assistito a un incontro di cartello. D’altra parte che cosa si pretende da un Paese il cui presidente Aleksandr Lukashenko, considerato l’ultimo dittatore dell’Europa, non solo nega la pandemia, si esibisce in un incontro di hockey su ghiaccio a Minsk e dichiara: “Niente di grave, la si ammazza bevendo vodka, 40-50 millilitri al giorno, non al lavoro, e facendo la sauna tre volte la settimana”.

In Burundi ci si affida a Dio, in Bielorussia alla vodka. Senza voler essere blasfemi, verrebbe da dire che sempre di spirito si tratta, più o meno puro.

Che Dio li protegga.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Covid-19, terrorismo e gas in Mozambico, ExxonMobil taglia investimenti del 30 %

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 13 aprile 2020

ExxonMobil, in Mozambico, ha deciso di tagliare di un terzo gli investimenti previsti per l’anno 2020 nell’estrazione di gas naturale a Cabo Delgado. Un provvedimento necessario dovuto a due ragioni: l’aumento degli attacchi terroristici nel nord e il Coronavirus.

Aumenta terrorismo a Cabo Delgado

Nonostante il presidente Mozambicano, Filipe Nyusi, abbia mandato l’esercito a Cabo Delgado, gli attacchi jihadisti continuano. Anzi sono aumentati. Gli ultimi, due, sono del 7 aprile scorso nel distretto di Muidumbe, 170 km a sud di Palma, dove operano ExxonMobil ed ENI. Jihadisti hanno attaccato prima il villaggio di Tinga e poi quello di Litingina, con scontri a fuoco con le Forze armate mozambicane.

ExxonMobil-Mappa del luogo degli attacchi jihadisti a Cabo Delgado, Mozambico (Courtesy GoogleMaps)
Mappa del luogo degli attacchi jihadisti a Cabo Delgado, Mozambico (Courtesy GoogleMaps)

La popolazione è allo stremo e continua a fuggire dai villaggi. Dall’ottobre 2017 la violenza jihadista ha causato tra 350 e 700 morti e 150 mila sfollati, oltre a un’epidemia di colera con 20 morti. I jihadisti, una trentina di cellule islamiste di Al Sunna wa-Jama, vengono chiamati dalla popolazione al Shebab.

In molti però sospettano che alcuni gruppi siano semplicemente banditi che vengono pagati per causare terrore in un’area ricca di rubini, avorio e legno pregiato. Nemmeno gli accordi con Mosca, che hanno portato 200 mercenari del Gruppo Wagner, sono serviti a fermare le violenze dei gruppi armati di Cabo Delgado.

E tra i militari mozambicani delle Forze di Difesa e Sicurezza, secondo DW, c’è chi si è lamentato, senza timore di rappresaglie, della qualità del cibo e della logistica. Il vescovo di Pemba, Luis Fernando Lisboa, ha raccontato che tra la popolazione si dice che ci sono diserzioni a causa delle difficili condizioni necessarie per combattere.

Il Capo dello stato, visto il peggioramento della situazione nell’estremo Nord del Paese, a febbraio aveva fatto una chiamata alle armi. Mentre ExxonMobil e Total avevano bisogno di maggior protezione degli impianti chiedendo altri 300 militari.

ExxonMobil
ExxonMobil

Il Coronavirus ha peggiorato la situazione

A peggiorare tutto è arrivata la pandemia di Covid-19 che, nel momento in cui scriviamo, nell’ex colonia portoghese conta 20 contagi. Tre a Cabo Delgado e uno di questi ad Afungi, sede di ENI. Mentre tutto il pianeta, a turno, ci vede chiusi in casa, trasporti fermi, economia mondiale in crisi e crollo del prezzo del petrolio, per ExxonMobil, ora, il prezioso gas mozambicano ha meno valore di due anni fa. E si ferma.
(Ultimo aggiornamento 18 aprile ore 12:01)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Mozambico, 150mila sfollati per violenze jihadiste al Nord, Nyusi chiede aiuto

Oltre ai jihadisti, epidemia di colera nel Nord del Mozambico: almeno 20 morti

Contro il jihadismo in Mozambico mercenari russi a Cabo Delgado

Mozambico, contrabbando di rubini e avorio dietro i capi jihadisti di Cabo Delgado

Mozambico: chiamata alle armi anti-jihadista, ExxonMobil e Total chiedono più militari

 

Coronavirus e recrudescenza di ebola, cocktail micidiale in Congo-K

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
12 aprile 2020

In piena pandemia coronavirus si è risvegliato anche ebola nella Repubblica Democratica del Congo. Due pazienti sono morti della febbre emorragica in questi giorni eppure tutti erano convinti di essersi sbarazzati delle temibile virus. I primi di marzo l’ultimo paziente era stato dimesso e l’Organizzazione Mondiale della Sanità avrebbe dovuto dichiarare il Paese “ebola free” proprio oggi.

Ebola imperversa ancora nel circondario di Beni nella provincia del Nord-Kivu, dove dal 1° agosto 2018 è scoppiata l’epidemia, mentre a Ituri, altra zona toccata dalla mortale malattia, finora non sono stati registrati nuovi casi.

Il virus dell’ebola, visto al microscopio

Il 9 aprile è deceduto un giovane elettricista di 26 anni, mentre oggi una bimba di solo 11 mesi. Era ricoverata nella stessa clinica dove è stato curato l’altro sfortunato paziente. Ora si cerca di rintracciare i contatti delle due vittime. Finora 215 sono stati identificati e messi sotto osservazione. Sabato mattina un gruppo di giovani ha tirato pietre contro un team di operatori dell’OMS, mentre questi stavano effettuando la decontaminazione dell’abitazione dell’elettricista. Gli addetti alla disinfestazione sono scappati a gambe levate per evitare il peggio. Parte della popolazione ha sempre pensato che ebola fosse un’invenzione del governo, figuriamoci se ora accetta una recrudescenza della patologia.

Il direttore generale di OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus in un suo tweet del 10 aprile scorso ha scritto: “temiamo che potranno verificarsi altri casi di ebola”. Finora ha terribile malattia  ha ucciso 2.274 persone.

Nel frattempo anche il coronavirus continua la sua folle corsa nella ex colonia belga. A tutt’oggi sono stati confermati 234 positivi a Covid-19, le vittime sono state 10. Almeno due casi sono stati registrati anche a Beni; si tratta di un uomo e di una donna, tornati nei giorni scorsi dall’estero. Attualmente i due sono stati messi in quarantena.

Ieri notte miliziani maï maï hanno ucciso due persone a Oicha, nel territorio di Beni. I maï maï sono guerrieri tradizionali,  che si sottopongono a iniziazioni magiche e partecipano a riti esoterici; erano molto attivi negli anni ’90. Sono comparsi per le prime volte nelle guerriglie subito dopo l’indipendenza, nel 1960. Da tempo sono responsabili di molti focolai di rivolta scoppiati in tutto il Kivu. Dovrebbero proteggere la popolazione, ma di fatto quasi mai è così: razziano, rapinano, violentano…

Nella stessa zona sono stati liberati proprio oggi 26 ostaggi, tra questi anche 4 donne e un bambino. Una fonte della società civile del luogo ha fatto sapere che il loro rilascio fa seguito ai violenti combattimenti che si sono svolti due giorni fa a Adakamba tra le forze armate congolesi e miliziani di Allied Democratic Forces (ADF), un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995.

Ribelli mai mai nel Congo-K

Non si arrestano nemmeno gli attacchi di altri gruppi armati. Una settimana fa 3 cinesi e un soldato delle forze armate congolesi (FARDC), addetto alla sicurezza degli espatriati, sono stati uccisi da un gruppo di uomini armati nel villaggio di Sumbabho, nell’area di Irumu, nella provincia di Ituri. Durante l’aggressione è stata portata via anche una grande quantità di oro. I cinesi erano impiegati di una società attiva nel settore dell’estradizione aurifera. Nella stessa provincia sono stati ammazzati alte tre persone a una quarantina di chilometri da Bunia, capoluogo di Ituri.

Mentre venerdì mattina 17 residenti del villaggio di Dhalla, Ituri, sono stati brutalmente uccisi da miliziani di CODECO (acronimo per Coopérative pour le développement du Congo). Secondo una fonte locale, le persone sarebbero state sgozzate una dopo l’altra, mentre un militare delle forze armate è rimasto ferito. FARDC ha confermato l’attacco al villaggio, ma ha ridimensionato notevolmente il numero delle vittime, che, secondo il portavoce ufficiale sarebbero “solamente” due.

Per arginare il propagarsi della pandemia Covid-19, dietro il consiglio dell’OMS, il governo ha preso severe misure, come quasi tutti i Paesi del continente. Il comune di Gombe, situato a nord della capitale Kinshasa, ha registrato il più gran numero di contagi; la città è considerata l’epicentro della patologia in Congo è denominatosi come “zona rossa” dal 6 aprile scorso per la durata di due settimane.

A Gombe, cuore diplomatico e finanziario di Kinshasa, risiedono molti commercianti e persone dell’alta società congolese, che possono permettersi costosi viaggi all’estero. Infatti il primo caso di coronavirus è stata proprio una persona arrivata all’aeroproto internazionale di Kinshasa di ritorno dalla Francia.

Qualche giorno fa il ministro della Giustizia, Célestin Tunda ha annunciato che sono stati liberati 1.200 prigionieri della prigione di Malaka, la più grande prigione del Paese, sito a Kinshasa. Lo stringer di Africa ExPress ci ha appena comunicato che finora sono stati rilasciati appena 200, colpevoli di reati minori, come piccoli scippi, ubriachezza molesta, ingiurie e quant’altro.

Nel Congo-K non si muore solamente di ebola, coronavirus, attacchi armati, ci si mette anche la natura, i cambiamenti climatici. Nella provincia di Kwilu, nella parte occidentale della ex colonia belga, venerdì sono morte 4 persone a causa delle piogge torrenziali che si sono abbattute sulla città di Kikwit. Strade allagate, tetti e mura di abitazioni crollati. Tre delle vittime fanno parte dello stesso nucleo familiare, mentre la terza è una donna, madre di tre bambini piccoli. Uno studente universitario ha perso la vita il giorno prima in un comune vicino.

In questo momento di emergenza il Paese non si fa mancare proprio nulla. Mercoledì scorso è stato arrestato Vital Kamerhe, direttore del gabinetto del presidente Félix Antoine Tshilombo Tshisekedi con l’accusa di corruzione, di sottrazione di fondi pubblici, destinati al finanziamento di grandi opere. Kamerhe, ex presidente dell’Assemblea nazionale, grande alleato del presidente, si trova ora nella prigione di Makala, indagato nell’ambito di un’inchiesta anti-corruzione, volta a un rinnovamento della giustizia, che tenta di mettere fine all’impunità dell’élite congolese. E’ la prima volta nella storia della Repubblica Democratica del Congo che un capo di gabinetto del presidente vieni messo agli arresti. Per alcuni osservatori si tratta di un fatto politico di portata rilevante.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Ritorno rocambolesco dalla Guinea con l’Europa bloccata dal virus

Speciale per Africa ExPress
Chiara Cavallazzi
In viaggio da Conakry a Milano, marzo 2020

E sono rimpatriata. Ovviamente in modo roccambolesco. E al pelo.

Ero appena arrivata a Dinguiraye, a 500 km da Conakry, la capitale della Guinea. Cinquecento chilometri di strada sterrata alternata a brevi tratti asfaltati ma martoriati di continuo da buche gigantesche (veri e propri crateri). C’erano voluti 4 giorni di viaggio per arrivare nella città  anche perché avevo viaggiato su una macchina  con problemi alle sospensioni: 20 km/h era stata a nostra velocità media.

Una volta giunta a destinazione, scopro che in Guinea, dopo aver trovato 3 persone col coronavirus che stavano entrando nel Paese, hanno chiuso gli aeroporti per un mese.

Chiara Cavallazzo in partenza con minivan verso la capitale Conakry

La cosa non mi piace per nulla; non voglio rischiare di restare incastrata nel bel mezzo della Guinea per chissà quanto tempo. La Guinea è uno dei Paesi più ricchi al mondo dal punto di vista delle risorse naturali, ma è anche uno dei Paesi più poveri se si guardano le condizioni di vita della popolazione.

NIENTE VOLI PER CASA

Chiamo l’ambasciata italiana per avere informazioni. Al momento mi rispondono che per un mese non ci sono aerei per ritornare a casa. ma dopo pochi minuti ricevo una mail dai funzionari della sede diplomatica, secondo cui domani forse c’é un aereo della Air France per Parigi. Rimpatrieranno  i francesi e, solo se rimane posto, imbarcheranno anche gli italiani.

Domani? E come faccio a essere a Conakry in poche ore? E poi, siamo sicuri che c’é l’aereo? Mi chiama l’ambasciatore, calmo e gentilissimo; mi dice che le voci su un aereo in partenza non sono del tutto fondate perché ancora non aveva ricevuto alcuna conferma.

Metto giù con l’ambasciatore e guardo le email: mentre parlavo con lui dall’ambasciata ricevo conferma molto probabile di un volo per il giorno successivo. Decisamente l’ambasciatore non é gran che informato.

Mi fiondo a chiudere le valigie mentre si riesce per miracolo a trovare un minivan che sta per partire per Conakry, 500 km no stop. Mi danno 20 minuti per essere al punto di ritrovo delle partenze. Intanto mi tempestano di telefonate: “Dove sei?”, “Guarda che partiamo!”. Li imploro: “No, aspettate!”,  “Sto arrivando”.

Mi scapicollo, per scoprire che non stavano per nulla aspettando me per partire, bensì stavano aggiustando la ruota di scorta.

Finalmente si parte. Come da normale prassi africana, dopo il primi 50 chilometri foriamo. Scopriamo che la ruota di scorta che stavano aggiustano é inutilizzabile perché il nostro autista ferma un’altro minivan e si fa prestare la loro ruota di scorta… cominciamo bene…!

Nel mezzo del nulla, lungo la strada sterrata, appaiono dei venditori di cibo con anche qualche piccola cucina. Ci fermiamo per mangiare qualcosa (gli altri! perché per me di commestibile senza carne c’erano solo delle arance).

TENTATIVO DI TRUFFA

“Ehi, cara,  devi pagare il tuo biglietto”,  mi arringa  mentre mangia una persona che é con me sul bus.

“Si – gli rispondo – , ma io non ti conosco e il biglietto non lo pago a te. Lo pago al conducente”

Ma se mi hai visto.  Siamo assieme sul bus”

“Vero, ma io non so chi sei. Pago solo al conducente” . E me ne vado

Si riparte. Dico all’autista che un passeggero mi ha chiesto i soldi del biglietto. Risponde che non ha nulla a che fare con lui. In effetti il truffatore dopo duecento chilometri scende dal bus e se ne va su uno scooter… C’ha provato eh!? Gli faccio dei gestacci con la mano mentre ci allontaniamo sul bus.

Arriva la notte. L’autista che sembrava tanto prudente sullo sterrato, si trasforma in un pazzo scatenato quando trova l’asfalto. Sfreccia come un razzo, supera dove non si vede nulla, prende le curve stando nella corsia sbagliata…

Gli chiedo se disprezza la vita. Mi dice di no. Gli faccio notare che se va avanti cosí rischia di morire e di ammazzarci tutti. Si quieta un poco.

ARRIVA LA PIOGGIA

Comincia a piovere, si coprono con un telo i bagagli sistemati sul tetto del minivan e si riparte, con una visibilità tendente allo zero.

Il viaggio sembra non finire mai… passo tutta la notte sveglia a guardare la strada, più concentrata che se stessi guidando io stessa. Ci fermano a più posti di blocco. Anche se é tutto in regola, come di norma i militari pretendono comunque che gli si diano dei soldi. La micro corruzione in Guinea non concede sosta.

Stazione bus, Conakry

Arriviamo a Conakry dopo 16 ore di viaggio, oramai é mattina. Sedici ore a vibrare e senza praticamente mai togliermi la mascherina che mi schiaccia il naso…

A Conakry qualcuno dovrebbe venirmi a prendere al punto di arrivo. Fermata dopo fermata, scendono tutti dal bus, e resto solo io con l’autista e i suoi 2 aiutanti che hanno passato tutto il viaggio stando fuori, sul tetto.

Inizio a preoccuparmi … dove mi portano? Non dovevo essere già scesa? Perché a bordo non c’è più nessuno? Il minivan entra in un cortile buio, la mia preoccupazione cresce…. Dove sono? Perché mi portano in un cortile interno?

É pieno di bus. Mi spiegano che é il deposito, ma la cosa non mi tranquillizza per nulla.

Chiamo chi sarebbe dovuto essere giá lí a prendermi: conferma che si era accordato di portarmi al deposito (senza però premurarsi di dirmelo prima), ma mi dice di non essere ancora partito da casa . “Non trovo un taxi”,  si giustifica. Non è credibile. Da più di un’ora sarebbe dovuto essere in viaggio per raggiungermi… e invece é ancora a casa… e ora che faccio? Non posso chiedere all’autista di aspettare un’altra ora, dopo aver guidato per 16 ore é evidentemente distrutto.

AGLI UFFICI DELLA AIR FRANCE

Oramai sono le 6 di mattina… l’autista mi aiuta a trovare un taxi nel deposito, e mi faccio portare direttamente agli uffici di Air France. Apre alle 8.30, ma la zona è sicura e quindi posso attendere lí, in strada, l’apertura degli uffici. Devo scoprire se c’é posto per me, fino a dove possono portarmi e pagare per il volo. Altra gente sta aspettando. Sono francesi. Mi guardano un po’ male, rispondono a monosillabe alle mie domande e mi stanno lontani.

Quando mi specchio in uno specchietto laterale di una macchina lí parcheggiata inizio ad intuirne il motivo, non sono certo nella mia forma più smagliante: ho il naso ricoperto di uno strato nero appiccicaticcio (per la mascherina) e noto solo ora che i miei piedi sono pieni di terra, i vestiti anche e ho decisamente un odore non invitante…

Dopo un paio d’ore d’attesa gli uffici aprono: “Bene signorina, dove vuole andare?”,  mi chiede la donna che si occuperà del mio biglietto. La cosa mi riempie di speranza anche se in realtà non so cosa rispondere…

Con la rapidità con la quale tutto è accaduto, non ho fatto in tempo ad organizzarmi su dove andare. A Milano no, non voglio tornare. Non con la situazione attuale. Per di più in casa da me c’è una persona, un ospite e quindi non potrei fare la quarantena adeguatamente.

FRONTIERE CHIUSE

Provo a chiamare qualche amico e conoscente per riuscire a trovare una sistemazione  in qualche ecovillaggio o posto nella natura, ma senza preavviso con la situazione coronavirus, in mezz’ora di tempo non riesco nel mio intento…

Mi potrebbero ospitare in Portogallo, ma non so se mi faranno uscire dall’aeroporto.“Vorrei andare in Italia”. La signorina smanetta sul computer: “Impossibile. Non ci sono voli per l’Italia.” Panico. Non so cosa fare… devo riflettere un attimo, ma non c’è tempo.

“Allora vuole prendere questo aereo per Parigi o vuole restare qui in Guinea?”, incalza la signorina, che evidentemente visto l’alto livello di empatia sarebbe meglio non lavorasse a contatto col pubblico..

“Qual é il posto più vicino all’Italia dove posso arrivare?” Risposta: “Ginevra”. Altra domanda: “Ma a Ginevra poi mi fanno uscire dall’aeroporto?”

“Non lo so“.

“Ma scusi, lei che lavora in una compagnia aerea non ha modo di informarsi?”

“No”.  Silenzio….

Poi, quasi scocciata, alza il telefono, chiede qualcosa e mi riferisce: “In Svizzera può uscire dall’aeroporto solo se dimostra che sta andando in Italia, ma tutti i treni per l’Italia sono bloccati, quindi non può dimostrarlo”.

Aeroporto di Conakry

“Allora vuole prendere questo aereo per Parigi o vuole restare qui in Guinea?”

“Lei sa se in Portogallo mi farebbero uscire dall’aereoporto? “

“No.”

“Ok, scusi, ho bisogno di un poco di tempo per capire… esco un attimo e torno dopo.”

IL VOLO PER PARIGI

E mi butto in ricerche disperate in internet per contattare i vari aeroporti, consultare siti dei diversi Stati, provare a chiamare i consolati … Nessuno risponde e non riesco a trovare alcuna informazione .

Temo di perdere il mio posto sull’aereo se attendo ancora.

Rientro e ho deciso di comprare  il volo per Parigi.

“Bene, passi a pagare alla cassa, 677 euro, e poi torni qui. Come paga?”

“In Franchi Guineani” che corrisponde a qualcosa come 6.550.000 franchi guineani. Considerando che la valuta più alta è di 20.000 GNF (più o meno 2 euro), mi reco a pagare con un sacchetto così pieno di soldi che sembra abbia appena svaligiato una banca. Ci vogliono 20 minuti per contarli.

Eh sì perché nel frattempo la mia banca mi ha anche bloccato la carta di credito da 4 giorni, quindi meno male che avevo fatto scorte, visto che i bancomat qui 4 volte su 5 non hanno soldi o non c’è elettricità e quindi non funzionano. E visto che già a 500 chilometri dalla capitale non si trovano più bancomat.

Chiara Cavallazzi
www.videoj.org
(1/2 continua)

Ritorno rocambolesco dalla Guinea con l’Europa bloccata dal virus

Sahel, Nigeria, Camerun: terroristi più attivi che mai in tempo di coronavirus

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
10 aprile 2020

I gruppi terroristi attivi in Africa non seguono le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per combattere la pandemia COVID-19, figuriamoci quelle dei governi del continente. Ieri sono stati registrati 11.424 casi positivi al coronavirus, mentre le vittime sono salite a 572.

Niente lockdown, i gruppi armati continuano senza sosta i loro attacchi mortali, mettendo a dura prova la popolazione civile, forze armate nazionali e internazionali (caschi blu dell ONU in Mali e Operazione Barkhane, francese, operativa in tutto il Sahel) in diverse regioni.

Lunedì mattina un nutrito gruppo di uomini armati sono arrivati in sella alle loro moto, altri in macchina al campo militare maliano di Bamba, nella regione di Gao, nel nord della ex colonia francese. Le perdite sono state pesanti: una ventina di soldati sono stati uccisi, parecchio materiale bellico è stato distrutto. Secondo alcune fonti ufficiali durante i combattimenti hanno perso la vita anche alcuni jihadisti. Bamba è un’area strategica, la presenza di un campo militare non è gradito nè dai trafficanti e tanto meno dai jihadisti, che hanno tentato di allentare la morsa.

Due settimane fa è stato rapito il capo della raggruppamento politico Unione per la Repubblica e la Democrazia, maggiore partito dell’opposizione maliana, Soumaïla Cissé a Niafunké, la sua roccaforte vicino a Tumbuktu, durante un comizio elettorale in vista del primo turno delle legislative. Undici membri del suo staff, sequestrati insieme a lui, sono stati liberati, mentre Cissé è ancora in mano ai suoi aguzzini. Un dirigente del partito ha detto che finora non sono state fornite prove che il leader sia ancora vivo, ma si è detto fiducioso. Le trattative con i sequestratori sono state avviate.

Secondo il ministro degli esteri di Bamako, Tiébilé Dramé,diversi indizi fanno pensare che i rapitori appartengano alla formazione terrorista Front de libération du Macina (FLM), fondato nel 2015 da Amadou Koufa (nome di battaglia Amadou Diallo), un predicatore estremista fulani. Nel 2017 l’FLM, insieme a altri quattro formazioni terroriste, ha fondato il “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”, guidato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista tuareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: ausiliari della religione (islamica) – operativo per lo più nel nord del Mali. Nel Paese sono stati registrati finora 41 casi positivi al coronavirus.

Anche il Burkina Faso deve combattere su più fronti. Fortemente toccato dalla pandemia (345 positivi al test e 17 vittime), oltre a essere tra i Paesi più poveri del continente, deve affrontare incessantemente attacchi terroristi. L’ultimo della lista risale ieri mattina. Secondo quanto riportato da fonti della sicurezza burkinabè, un reparto militare distaccato a Sollé, nella provincia di Loroum, nel nord, è stato aggredito verso le 3 del mattino, ora locale, da un gruppo di uomini armati. Il bilancio provvisorio è di almeno 5 soldati uccisi e 3 feriti, mentre altri 4 risultano dispersi. Oltre a aver apportato importanti danni al campo, i terroristi hanno rubato diverse moto e autovetture e sono poi fuggiti verso il vicino Mali.

Terroristi nel Sahel

Il Ciad invece, dove attualmente i malati di COVID-19 sono 10, ha fatto sapere di aver ucciso pressochè 1000 miliziani Boko Haram nella regione del Lago Ciad. Un portavoce militare, Azem Bermendoa Agouna, ha aggiunto che durante l’Opération Colère de Bohoma hanno perso la vita anche 52 soldati ciadiani. L’intervento militare ha preso il via il 29 marzo scorso nella regione del Lago Ciad del Paese. (Il bacino del Lago Ciad è situato nella parte centro-settentrionale dell’Africa sui confini di Nigeria, Niger, Ciad e Camerun)

L’operazione è stata lanciata dopo l’ultima offensiva dei terroristi nigeriani il 23 marzo in cui sono stati ammazzati oltre 90 soldati ciadiani della base di Bohoma. I militari di N’Djamena hanno rastrellato sopratutto la parte lagunare del bacino del lago Ciad e il presidente, che si è recato personalmente sul posto ha specificato: “Ora non c’è più un miliziano Boko Haram sul nostro territorio. I pochi sopravvissuti sono scappati in Niger, Nigeria e Camerun. I nostri soldati sono ora nei Paesi confinanti, dove noi continuiamo a dare la caccia ai terroristi. Siamo stati lasciati soli. Noi senza aiuti portiamo avanti la lotta contro i Boko Haram”. Eppure i 4 Paesi (Nigeria, Niger, Ciad e Camerun) maggiormente attaccati dal gruppo armato, avevano formato una task force congiunta Forza Multinazionale Mista FMM) nel 2015.

Lo scorso fine settimana Boko Haram ha nuovamente attaccato la regione dell’Estremo Nord del Camerun, vicino alla frontiera con la Nigeria. Durante un doppio attentato, il primo a Amchidé e un secondo a Zigagué hanno preso la vita civili e militari. Secondo fonti locali, un kamikaze si è fatto esplodere a Amchidé, uccidendo 9 persone, tra esse anche due adolescenti, e ferendo altre 15 persone. Mentre solo poche ore più tardi, alcuni militari sono caduti in un’imboscata tesa dai terroristi. Due soldati sono morti.

Il Camerun conta già 685 persone che hanno contratto il micidiale virus, 9 sono state finora le vittime.

I sanguinari guerriglieri islamici Boko Haram, attivi soprattutto nel nord della Nigeria

Paul Biya, l’ 87enne presidente del Paese, in carica dal 1982, ha anche altri grattacapi di non facile soluzione. Dalla fine del 2016 è in atto un conflitto nelle zone anglofone. Allora il presidente Biya aveva proclamato di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Ma, secondo un accordo sull’educazione scolastica del 1998, i due sotto-sistemi, quello anglofono e quello francofono, sarebbero dovuti restare indipendenti e autonomi. Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International del febbraio 2020, dall’inizio dell’insurrezione sono morte oltre 3.000 persone, altre 700.000 hanno dovuto lasciare le loro case.

In base al rapporto mensile di International Crisis Group (ICG), pubblicato il 4 aprile, nel mese di marzo sono state uccise al meno 44 civili, 15 militari e una quarantina di militanti separatisti.

Il governo nigeriano ha fatto sapere ieri sera che i casi di COVID-19 sono saliti a 288, mentre le vittime sono 8. Anche nella ex colonia britannica i Boko Haram sono sempre attivissimi. A fine marzo, durante un’imboscata hanno ucciso una cinquantina di soldati nigeriani vicino al villaggio di Goneri, nel nord di Yobe State, molti anche i feriti, che sono stati trasportati negli ospedali di Damaturu e Maiduguri (il primo è il capoluogo di Yobe, il secondo quello del Borno State). L’aggressione ha avuto luogo mentre era in atto un’offensiva lanciata dal governo nigeriano nella lotta contro i terroristi locali.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

L’Africa in guerra su due fronti: il Covid-19 e la nuova invasione di cavallette

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 9 aprile 2020

Mentre il pianeta è nella morsa della pandemia da Covid-19, dopo Asia, Europa, Americhe e Australia, l’Africa sta iniziando ad affrontare il Coronavirus. Ma si trova in maggiore svantaggio rispetto ai Paesi che stanno contrastando l’infezione o, come la Cina, ne sono quasi usciti. Nel momento in cui scriviamo, in Africa – secondo dati OMS-WHO – ci sono 7.671 casi confermati di Coronavirus. Il Sudafrica è la nazione maggiormente colpita con 1.749 contagi e 13 decessi.

Locusta del deserto mentre depone le uova e virus Covid-19
Locusta del deserto mentre depone le uova e virus Covid-19

Non solo strutture sanitarie moderne inesistenti e metropoli sovrappopolate, mancanza di informazioni su come difendersi, carenza di acqua pulita e povertà estrema. Il grande Continente nero deve lottare – ancora – contro gli eserciti di locuste del deserto. A febbraio erano oltre 100 miliardi le cavallette che stavano divorando l’Africa orientale e tra insetticidi e fine del loro ciclo vitale, c’era speranza di una tregua.

I dati della FAO

Secondo dati dell’Organizzazione ONU per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), aggiornati al 4 aprile, c’è stato un peggioramento di una situazione già tragica. La causa sono state le piogge abbondanti cadute a fine marzo sul Corno d’Africa. Hanno permesso la schiusa delle uova e l’abbondante nutrimento delle ninfe con vegetali freschi che ha fatto crescere rapidamente gli ortotteri.

Tra poco un’altra generazione di cavallette sarà pronta per una nuova pesante fase aggressiva. Durante i prossimi mesi è previsto un drammatico aumento del numero delle locuste in Africa orientale, Yemen orientale e Iran meridionale.

La FAO definisce la situazione nell’Africa orientale “estremamente allarmante”. Si stanno formando bande di cavallette e un numero crescente di nuovi sciami in Kenya, Etiopia meridionale e Somalia. In questi tre Paesi ci sono almeno 12 milioni di persone a rischio fame. E altrettante, con problemi di sottonutrizione, in quelli confinanti toccati dalle fameliche invasioni degli ortotteri nei mesi scorsi.

Mappa FAO dell'invasione delle locuste aggiornata a marzo 2020 (Courtesy FAO)
Mappa FAO dell’invasione delle locuste aggiornata a marzo 2020 (Courtesy FAO)

Allarme sicurezza alimentare

“Una minaccia senza precedenti per la sicurezza alimentare e i mezzi di sussistenza” – afferma la FAO. ”Coincide con l’inizio delle lunghe piogge e la stagione della semina. Sebbene siano in corso operazioni di controllo a terra e aeree, permetteranno ai nuovi sciami di rimanere, maturare e deporre uova. Alcuni sciami potrebbero spostarsi dal Kenya all’Uganda, al Sud Sudan e all’Etiopia.

Ma, purtroppo, il peggio deve ancora arrivare. “Nel mese di maggio, le uova si schiuderanno” – dice la FAO. “Queste formeranno nuovi sciami a fine giugno e luglio, periodo che coincide con l’inizio dei raccolti”. E questi verranno divorati da miliardi di cavallette togliendo il cibo alle comunità umane.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Crediti foto:
– Locusta del deserto (Schistocerca gregaria)
Di Christiaan KooymanOpera propria, Pubblico dominio, Collegamento

Il Coronavirus attacca 47 Paesi africani: scoppiano rivolte nelle carceri

Guterrez: 3000 miliardi di $ per l’Africa ma il Coronavirus farà milioni di morti

L’emergenza del Coronavirus non ferma i voli di Iran Air in Europa

Guerra alle locuste: in Africa un supercomputer, in Asia 100 mila anatre

Cento miliardi di locuste divorano i raccolti: emergenza in Africa orientale

Dopo il Corno d’Africa l’orda di cavallette divora anche Uganda, Tanzania e Sud Sudan

The Coronavirus Emergency does not Stop Iran Air’s Flights to Europe

Special for Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi and Monica A. Mistretta
April 3, 2020

Most European airports are closed, they only open to accommodate emergency flights. Still, planes from Tehran continue to land in London, Frankfurt and Barcelona. Iran was the second outbreak of Coronavirus in the world after China, but European authorities have yet to block flights with the Middle Eastern country. In Europe, questions are raised as to when the peak will be reached: with over 33,500 deaths, Covid-19 infections are still growing.

In Iran there are more than 3,000 dead according to official estimates, but the dissidence abroad speaks of five-digit numbers.

From Spain, our colleague Santiago Tarin Alonso, of the editorial staff of the newspaper La Vanguardia, tried to shed light on Barcelona’s El Prat airport, where a plane of the Iranian airline Mahan Air, linked to the Pasdaran, landed on the 26thof March. In the hours beforehand the Spanish government would have decided to stop flights. In the meantime, an Iran Air flight from Tehran landed in London the day before and the day before that it had gone back and forth between the Iranian capital and Frankfurt. In general silence, direct connections are allowed between that Middle Eastern hotbed and Europe: no one provides explanations, few ask.

On March 31, some European countries activated the Instex for the first time, the commercial mechanism created over a year ago to circumvent the US sanctions in transactions with Tehran: the United Kingdom, Germany and France sold medical material to Iran without using the international banking circuits. Washington, usually criticizing European positions on Iran, has not reacted. Indeed, the Trump administration yesterday extended the authorizations of Europe, China and Russia to Iranian nuclear activities for civil and medical purposes, as established by the 2015 agreement.

For over a year, the Instex has been subject to a heavy tug of war between Europe and the Trump administration, hostile to the mechanism created specifically to provide a commercial loophole between Tehran and European capitals. All while in Iraq, where Washington has just sent new Patriot missile batteries, the tension with Iran is sky high.

The history of the Instex had started badly: two days after the creation of the financial mechanism at the beginning of February 2019, Tehran, during the parade for the anniversary of the Islamic Revolution, had also paraded, among the flags and photos of martyrs, new cruise missiles. Europe, in embarrassment, had to react by threatening sanctions: those missiles, in fact, can carry nuclear warheads. But on the 5th of February, Tehran tested a ballistic missile with the launch of a satellite, which then failed.

The story repeats itself on February 9th of this year with the launch of the Zafar satellite. International authorities prohibit this type of experimentation in Tehran, the same which, if refined, allow the launch of nuclear warheads. The Iranian authorities instead claim that the purposes of these experiments are for civilian purposes.

But it is precisely the history of the Iranian satellites that worries and takes us once again to Europe. Investigating, you discover worrying undercurrent relationships between the European capitals and Tehran, relationships at the limit of the law in which the United States does not always play the role of spectator.

Some of the Iran Air flights scheduled for the next few days in Europe

And it is precisely in Italy, in the Milanese workshops of Carlo Gavazzi Space, that the first Iranian satellite, the Mesbah, in Persian “lantern” came to be. The mother of all Tehran space launches. Iranian scientists from ITRC, the Telecommunications Research Center of Iran, and IROST, the Iranian Research Organization for Science and Technology, also participated in the work for the orbital microsatellite, which began in 1998. Everything seemed to go smoothly, away from prying eyes, as usual.

Costing $ 10 million, Mesbah never went into orbit. In January 2003, Iranian Defense Minister Ali Shamkhani triumphantly announces that Tehran will launch its first satellite within 18 months. “The aerospace capabilities of the Islamic Republic are one of the country’s main deterrents,” he says triumphantly. But the problems come the following year. In 2004, in fact, the president of Carlo Gavazzi Space, Manfred Fuchs – a South Tyrolean who graduated in space engineering in Germany where he founded OHB Technology in Bremen – signs a joint venture agreement with the Elbit System of Haifa, one of the flagships of the Israeli defense. For Mesbah it is the tombstone.

The satellite will remain stationary on the ground for over a decade. In 2017, Carlo Gavazzi Space will be acquired by OHB Technology. On an unspecified date, and in any case after July 2017, the now obsolete Mesbah satellite will finally reach Tehran, useful, official sources claim, for the museum of local science.

Meanwhile, Mesbah, the “lantern”, has been the beacon for all satellite developments in Tehran. The role of Europe, alongside that of Russia and China, is still unclear today. There are many obscure points and contradictions in relations between the European Union (Italy and Germany in the lead) and Iran. And a doubt arises: what happened to those 10 million dollars used to buy a satellite never launched? Returned to Iran, pocketed by someone or recycled to buy something untrustworthy by “skipping” the sanctions? Now, perhaps for the first time, the Covid-19 emergency sheds a light on inconsistencies that would otherwise have gone unnoticed: just take a look at the display boards of European airports.

Massimo A. Alberizzi
Monica A. Mistretta
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monica.mistretta@gmail.com
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Coronavirus: la folla si scatena in Malawi, linciati due presunti “untori”

Africa ExPress
8 aprile 2020

Le forze dell’ordine di Malawi hanno arrestato due uomini con l’accusa di aver linciato a morte due mozambicani. Un terzo è stato ferito, ma è salvo. Le vittime, un poliziotto e due suoi amici erano diretti in Tanzania. Durante il viaggio sono entrati in Malawi e si sono fermati in un piccolo villaggio, dove la popolazione, come spesso accade in Africa, da ascolto alle dicerie. Gli abitanti, convinti che i tre visitatori fossero venuti appositamente per propagare il micidiale COVID-19 nella loro piccola comunità hanno assalito i forestieri a colpi di spranghe e bastoni.

Il fatto è stato confermato da Frank Elias, alto commissario (cioè ambasciatore) del Malawi in Mozambico, mentre il ministro degli Esteri di Maputo, Verônica Macamo, ha commentato così la tragedia: “Vendetta popolare in tempo di psicosi generale. E’ davvero triste”. Ha poi aggiunto: “Non siamo ancora stati informati dai canali ufficiali dell’omicidio dei nostri due concittadini”.

In Malawi le dicerie si diffondono assai facilmente. Qualche anno fa la popolazione era terrorizzata dalla presenza di vampiri, “persone sanguisuga”, e persino l’ONU ha dovuto ritirare il suo personale per qualche tempo dai distretti Mulanje and Phalombe, nel sud del Paese.

Purtroppo in alcune zone dell’Africa la stregoneria è ancora molto radicata nelle credenze popolari e ciò porta anche alla caccia, alle violenze e spesso all’omicidio degli albini.

Secondo gli ultimi aggiornamenti, in Africa si registrano 10.710 casi positivi a COVID-19 e 532 morti. Nel Malawi le persone infette sono solamente 8, mentre in Mozambico sono 11.

Africa ExPress
@africexp

Terrore dei vampiri in Malawi: l’ONU ritira il suo staff dal sud del Paese

 

 

Un video mostra due italiani rapiti nel Sahel vivi in mano dei jihadisti

Africa ExPress
6 aprile 2020

Padre Pierluigi Maccalli della Società delle Missioni Africane (Sma), rapito in Niger la sera del 17 settembre 2018, al confine con il Burkina Faso e Nicola Chiacchio, un altro nostro connazionale sequestrato dai jihadisti nel Sahel, sono vivi. Lo conferma un video, inviato dai terroristi a diversi quotidiani.

Una loro foto è apparsa anche su Aïr Info Agadez, giornale online nigerino, che afferma di essere in possesso di una copia del breve filmato. La redazione del quotidiano nigerino ha fatto indagini e ricerche del caso e conferma l’attendibilità del video.

Padre Maccalli, a sinistra, Nicola Chiacchio, a sinistra

Maccalli, a sinistra nella foto, originario di Madignano, in provincia di Cremona, al momento del suo rapimento si trovava nella parrocchia di Bomoanga, in Niger, dove viveva da ormai 11 anni, mentre di Chiacchio, a destra, si sa ben poco. Si suppone che sia stato rapito anni fa mentre si trovava nel Sahel, probabilmente in Mali come turista. Da un suo vecchio blog si evince che era appassionato di moto e bicicletta e dei suoi viaggi in Africa in sella a questi mezzi. Non si sa  quando Nicola sia stato rapito.

Entrambi gli ostaggi sembrano dimagriti, stanchi e sofferenti dalla lunga prigionia. Nel breve video il religioso e Chiacchio hanno dato solamente comunicato le loro generalità e la data della registrazione, che risulta essere stata fatta il 24 marzo scorso.

Poche settimane fa sono stati liberati un altro italiano, Luca Tacchetto, e la sua fidanzata canadese, Edith Blais. Erano stati rapiti dai terroristi del Sahel nel dicembre 2018. Ora bisogna capire come mai i gruppi armati abbiano liberato la coppia e abbiano dato notizie dopo questo lungo silenzio degli altri due ostaggi. Potrebbe essere l’effetto del coronavirus che, seppur lentamente, si sta espandendo anche nelle regioni del Sahel. In Mali i casi confermati attualmente sono 45, tra questi anche una vittima, mentre in Niger i positivi al test COVID-2019 sono 184 e 10 i morti. Ma la situazione è ben peggio in Burkina Faso: 345 i contagiati e 17 le vittime.

Il ministro della Difesa francese, Florence Parly ha fatto sapere due giorni fa che anche 4 militari francesi della missione Barkhane, presente nel Sahel con 5.100 uomini, sono risultati positivi al coronavirus.

Africa ExPress
twitter @africexp

Niger: sequestrato operatore umanitario statunitense

 

Africa: solo 4 Paesi coronavirus free, anche Sud Sudan raggiunto dalla Pandemia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
5 aprile 2020

Quello che si temeva è arrivato. Riek Machar, il primo vice-presidente del Sud Sudan, il più giovane Stato della Terra, flagellato da un sanguinoso conflitto interno da anni, ha notificato oggi il primo caso di coronavirus che si aggiunge agli altri oltre 8.500 positivi al test in tutto il continente, mentre le vittime sono 360.

Secondo Machar si tratta di una giovane arrivata nel Paese dall’Etiopia alla fine di febbraio. La paziente è attualmente in isolamento nei locali dell’ONU e operatori sanitari stanno cercando di rintracciare le persone con cui è venuta in contatto.

Come la Repubblica Centrafricana, anche il Sud Sudan ha severe difficoltà nell’affrontare il COVID-19. Attualmente ci sono solamente 4 ventilatori per una popolazione di 11 milioni di abitanti, stremati da anni di guerra, fame, violenze atroci, insicurezza totale.

Il 22 febbraio il presidente Salva Kiir ha dichiarato ufficialmente conclusa la guerra, precisando che ora la pace è un fatto irreversibile: “Dobbiamo perdonarci a vicenda e estendo questo appello alle popolazioni di etnia dinka e nuer” (due gruppi etnici rivali n.d.r.). Parole piene di significato, certo, ma tradurle in realtà non sarà semplice. A tutt’oggi oltre 6 milioni di sud sudanesi necessitano aiuti umanitari; tra loro 1,7 soffrono di grave malnutrizione (sopratutto donne e bambini), gli sfollati sono 1,47, mentre 2,2 hanno cercato protezione nei Paesi confinanti, in particolare in Uganda.

L’unico vaccino attualmente disponibile è la distanza sociale, le persone devono stare lontane almeno un metro”, ha detto Machar. Certo, praticamente impossibile in un campo per sfollati. Per arginare il rischio della pandemia, già la scorsa settimana il presidente ha chiuso tutte le frontiere, scuole di ogni ordine e grado, chiese e moschee e ha imposto il coprifuoco dalle 20.00 alle 06.00 per la durata di 6 settimane.

Oggi il ministro della  Sanità dell’Etiopia, Lia Tadesse,  ha segnalato la prima vittima di coronavirus; si tratta di una donna di 60 anni, era in cura in un ospedale della capitale dal 31 marzo. Attualmente i pazienti affetti dalla patologia sono 43 in tutto il Paese.

Le elezioni generali, previste per il mese di agosto, sono state rinviate a data da destinarsi proprio a causa della pandemia. Lo ha fatto sapere la commissione elettorale 5 giorni fa.

Dal 20 marzo l’Ethiopian Airlaines, la più grande compagnia aerea in Africa, ha sospeso i voli con 30 Paesi e dal 23 tutti i passeggeri in arrivo sono costretti alla quarantena. Il 22 sono stati chiusi i confini terrestri, ora controllati dall’esercito, per evitare movimenti di persone, eccezion fatta per gli addetti al trasporto di beni. Finora il Paese non ha ancora preso misure drastiche a livello nazionale come lo hanno fatto la maggior parte degli Stati del continente. Certo, sono vietati gli assembramenti, i mezzi pubblici non possono essere sovraffollati e negli uffici governativi sono state imposte misure di sicurezza volti a proteggere gli impiegati.

Oromia, Amhara, Nazioni Nazionalità e Popoli del Sud e Tigray hanno preso misure severe, le popolazioni non possono lasciare i confini delle proprie regioni di residenza.

Il 26 dello scorso mese la regione del Tigray, nel nord dell’Etiopia, confinante con l’Eritrea, con la Depressione del Dankala e con il Sudan, ha imposto anche lo stato d’emergenza per due settimane. Tutti gli affitti dovranno essere dimezzati durante questo periodo. Bar, ristoranti e mercati sono stati costretti a chiudere, vietati gli assembramenti.

Malgrado la pandemia, ancora oggi centinaia di etiopi tentano giornalmente di attraversare il micidiale deserto del Dankala per raggiungere l’Arabia saudita o gli Emirati Arabi Uniti, nella speranza di trovare una vita migliore, un lavoro, che spesso in patria non c’è. 

La sofferenza delle donne sud sudanesi

Gibuti, Paese nel Corno d’Africa, a tutt’oggi ha registrato 59 pazienti risultati positivi a COVID-19. Otto tra loro sono già dichiarati guariti. Il primo paziente è stato un cittadino spagnolo, arrivato nella capitale via aerea. Lo aveva comunicato il ministro degli Esteri e portavoce del governo, Mahmoud Ali Youssouf. Il Paese ha chiuso il suo spazio aereo già dal 18 marzo scorso. Anche le lezioni scolastiche di ogni ordine e grado sono state interrotte, proseguono, la dov’è possibile, via internet. Assembramenti e sport collettivi sono vietati. Tutti gli uffici destinati a ricevere pubblico sono stati chiusi. L’ordine impartito dal governo è il seguente: “Salvate vite, restate a casa”
Il governo raccomanda vivamente di mantenere le distanze sociali, nonché massima attenzione all’igiene personale.

COVID-19 è arrivato anche in Eritrea. Casi sono stati segnalati già il 22 marzo e il regime di Asmara ha messo in campo immediatamente imponenti misure di sicurezza volte a arginare la pandemia. A tutt’oggi i positivi al test segnalati sono 29 e dall’inizio del mese è stato imposto il protocollo d’emergenza per tre settimane: la popolazione dovrà restare a casa.

Sono esenti da tale norma coloro che svolgono attività lavorative indispensabili per il Paese e le forze dell’ordine.
Attività commerciali,
mercati sono chiusi, esclusi quelli con la licenza per la vendita di alimentari. Imprese per la trasformazione di generi alimentari e aziende agroalimentari, macellai, farmacie e banche potranno continuare a svolgere le loro attività. Ridotto anche il lavoro negli uffici pubblici, i funzionari non indispensabili devono restare nelle proprie abitazioni.

Non più di due persone della stessa famiglia hanno il permesso di uscire una volta al giorno per la spesa quotidiana. La stessa misura è applicata anche per le visite mediche urgenti.

Campo di addestramento militare SAWA, Eritrea

Come la maggior parte dei governi africani, anche il regime di Asmara ha seri problemi di budget per far fronte al coronavirus. Per questo motivo il miliardario cinese Jack Ma e il suo gruppo Alibaba ha inviato forniture mediche in diversi Stati del continente, come è stato anche confermato dal premier etiope Abiy Ahmed, premio Nobel per la Pace 2019.

Gli aiuti cinesi però non siano mai arrivati in Eritrea. Apparentemente un giallo, subito chiarito a Voice of America, da un funzionario di Africa Centers for Disease Control and Prevention, che ha preferito mantenere l’anonimato: l’aereo proveniente dal Sudan il 23 marzo con a bordo maschere e kit per il test COVID-19 non avrebbe ottenuto l’autorizzazione all’atterraggio dalla dittatura eritrea. Molti attivisti della diaspora ritengono che, come succede spesso, Isaias Afewerki non sia assolutamente interessato al benessere degli eritrei.

Stesso discorso vale per il centro di addestramento SAWA, l’accademia militare nella regione Gash Barka in Eritrea. Isaias ha fatto chiudere tutte le scuole, esclusa quella di SAWA, dove giovani eritrei concludono ogni anno il 12esimo anno scolastico per poi passare all’addestramento militare obbligatorio.

Con la pandemia in atto, Asmara avrebbe dovuto mandare a casa i giovani per evitare assembramenti, come l’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha fortemente raccomandato a tutti governi. I giovani di SAWA sono estremamente vulnerabili, se solo uno di loro dovesse contrarre il coronavirus, potrebbe infettare tutti gli altri. Un disastro di proporzioni inimmaginabili.

I Paesi con il maggior numero di contagi sono: Sud Africa con 1.655 positivi e 11 vittime, seguita da Algeria con 1.320, ma è il Paese che finora registra il più elevato numero di morti, che sono ben 152; Egitto 1.173 e 78 decessi; Marocco 1.021 e 70 morti.

Sono davvero poche le nazioni ancora “coronavirus free”: il Lesotho, piccolo regno parlamentare nell’Africa australe, un’enclave del Sudafrica; il Sahara Occidentale e due Stati insulari: l’Unione delle Comore, nell’estremità settentrionale del Canale di Mozambico e infine Sao Tomé e Principe, nel Golfo di Guinea.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes