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Mozambico, jihadisti massacrano 52 giovani che rifiutano di arruolarsi con loro

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 24 aprile 2020

Una violenza jihadista senza limiti quella presente a Cabo Delgado, estremo settentrione del Mozambico, 2.700km a nord della capitale, Maputo. Cinquantadue giovani ai quali era stato intimato di arruolarsi nella guerriglia sono stati barbaramente assassinati.

Il peggior massacro da quando 30 mesi fa è iniziata la violenza jihadista a Cabo Delgado. È successo nel villaggio di Xitaxi, nel distretto di Muidumbe, lo scorso 8 aprile. La tragedia è stata confermata dal portavoce della Polizia (PRM) Orlando Modumane ma solo ora ci sono i dettagli della tragedia.

Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga
Jihadisti armati, con la bandiera dello Stato islamico, davanti alla caserma di polizia di Quissanga

Modumane ha dichiarato all’agenzia portoghese LUSA che giovani hanno opposto resistenza provocando l’ira dei criminali. Come reazione al rifiuto, hanno sparato in modo indiscriminato e poi li hanno decapitati. L’orribile fatto di sangue è avvenuto il giorno successivo a due attacchi, a poche ore di distanza, nei villaggi di Tinga e di Litingina, poco distante da Xitaxi.

Lo scorso 23 marzo, un gruppo di jihadisti, via mare, ha attaccato nuovamente Mocímboa da Praia e Quissanga impedendo alla popolazione di fuggire. Si sono poi fatti fotografare davanti alla caserma occupata della polizia di Quissanga con la bandiera nera dello Stato islamico. Sull’attacco sta circolando un video, ripreso anche dall’emittente in lingua portoghese JP. Si vedono almeno una quindicina di uomini in uniforme militare con il viso coperto dalla kefiah. Alcuni imbracciano kalashnikov (AK47) e uno di loro ha un lanciagranate (RPG), carico, in spalla. Altri filmano con gli smartphone.

Vogliono lo stato islamico

Secondo lo speaker dell’emittente i tagliagole hanno parlato di fronte alla popolazione in lingua locale. Hanno detto di essere in guerra contro l’esercito mozambicane e contro alcuni dirigenti del Paese. Affermano che stanno difendendo l’islam, vogliono un governo islamico e non un governo di miscredenti.

Cinque attacchi in tre settimane – tre in due giorni – issando la bandiera dell’ISIS su edifici delle istituzioni, sono dimostrativi e simbolici. Azioni che intendono mostrare l’arroganza verso il potere centrale di Maputo e il tentativo di fare di Cabo Delgado un’area controllata dal terrorismo islamista.

L’indagine del presidente lo aveva rivelato

João Pereira, uno degli autori dell’indagine sui gruppi islamisti a Cabo Delgado, aveva avvisato che leader jihadisti vogliono destabilizzare la provincia. Chiamati dalla popolazione al Shebab, secondo l’investigazione di Pereira – voluta dal presidente Filipe Nyusi – si identificano come Ahlu Sunnah Wa-Jammá. L’indagine aveva rivelato che il Mozambico perde 30 milioni di dollari all’anno a causa del contrabbando rubini, avorio e legname pregiato organizzato dai terroristi. Ma circolano voci non confermate anche di traffico di eroina.

Il triangolo d’oro del contrabbando jihadista

Mappa di Cabo Delgado con triangolo delle ricchezza per il contrabbando jihadista (Courtesy GoogleMaps)
Mappa di Cabo Delgado con triangolo delle ricchezza per il contrabbando jihadista (Courtesy GoogleMaps)

Dal primo attacco jihadista dell’ottobre 2017, la situazione del prezioso triangolo Montepuez (rubini)/Niassa (avorio e legname)/Palma (giacimenti di gas) è peggiorata. A Cabo Delgado i gruppi islamisti sembrano meglio organizzati e più aggressivi e di polizia ed esercito che non riescono ad arginarli. Perfino i contractor russi hanno rinunciato dopo aver subito perdite.

Intanto ExxonMobil ha deciso di tagliare del 30 per cento il budget del 2020 del progetto  del gas naturale (LNG) al largo di Palma. Mentre, a febbraio scorso, ExxonMobil e Total oltre ai 500 presenti, hanno chiesto altri 300 militari a protezione del sito. Le due multinazionali petrolifere operano insieme a ENI nel megaimpianto di Palma e hanno pianificato l’inizio della produzione off-shore del Bacino del Rovuma per il 2022.

Per il momento, per Maputo non sembra facile fare una guerra che dista 2.700km dai centri del potere. Anche se è casa sua.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Covid-19, terrorismo e gas in Mozambico, ExxonMobil taglia investimenti del 30 %

 

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Nigeria: a 68 anni partorisce due gemelli durante l’emergenza coronavirus

Africa ExPress
Lagos, 23 aprile 2020

In piena pandemia coronavirus, una signora sessantottenne nigeriana anni ha partorito due gemelli, un maschio e una femminuccia. I piccoli sono nati a Lagos, la capitale economica della ex colonia britannica, nel The Lagos University Teaching Hospital (LUTH) (Clinica universitaria); i piccoli e la madre stanno bene e sono stati dimessi un paio di giorni fa.

 

Anziana donna di 68 anni partorisce due gemelli a Lagos

I gemelli sono nati il 15 aprile con parto cesareo. I genitori, sposati da 43 e dopo 3 tentativi falliti di riproduzione assistita, finalmente hanno realizzato il loro sogno.

Il papà Noah Adenuga ha raccontato ai reporter della BBC che si erano recati persino in Gran Bretagna con la speranza di avere un figlio grazie alla fertilizzazione in vitro (IVF). “Poi – ha spiegato – siamo tornati a casa e qui finalmente il nostro destino è cambiato quando ho ricevuto un messaggio da un gruppo di medici specialisti della fertilità (generalmente si tratta di ginecologi con formazione aggiuntiva nel trattamento dell’infertilità e della fertilità sia maschile che femminile).

“La nascita di questi bambini è un vero miracolo”, ha detto Adeyemi Okunowo, medico che si è occupato dei problemi della coppia e ha sottolineato che hanno davvero corso un grande rischio; per una donna di quell’età una gravidanza non è certo una passeggiata.

La direzione sanitaria dell’ospedale ha specificato che generalmente non eseguono IVF a una donna in età avanzata, ma la coppia non ha avuto esitazioni nemmeno dopo che i medici hanno illustrato i vari pericoli ai quali poteva andare incontro la primipara.

Tutto bene quello che finisce bene, medici soddisfatti e genitori felici. L’anziana coppia ha finalmente coronato il sogno della loro vita. Ma vediamo anche il rovescio della medaglia. Saranno in grado di provvedere all’educazione dei gemelli di stare loro accanto durante la crescita?

Intanto la Nigeria segnala 782 casi di Covid-19 con 25 decessi, tra questi un operatore sanitario di Medici senza Froniere (MSF) nel Borno State, nel nord-est del Paese. Finora sono ancora 12 gli Stati della Repubblica Federale non toccati dalla pandemia.

Africa ExPress
@africexp

In Burundi il calcio non si ferma: sfida a tutto campo contro il coronavirus

Orrore in Ciad: 44 presunti Boko Haram avvelenati in prigione

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
22 aprile 2020

Nella prigione di N’Djamena, la capitale del Ciad, 44 presunti miliziani Boko Haram sono stati trovati morti stecchiti giovedì scorso nella loro cella nei sotterranei della gendarmeria. E, secondo il procuratore generale, Youssouf Tom, la loro morte è stata causata da avvelenamento.

I 44 facevano parte di un gruppo di 58 persone accusate di terrorismo, arrestate durante l’ Opération Colère de Bohoma, campagna militare su larga scala lanciata dal governo ciadiano contro i jihadisti nella regione del bacino del Lago Ciad. L’operazione è stata la risposta al massacro nella base di Bohoma, dove il 23 marzo sono stati uccisi oltre 90 soldati.

Prigione nella capitale del Ciad

Orrore e spavento sono state le reazioni della società civile, che pretende risposte chiare dal governo. Si tratta di suicidio collettivo, maltrattamenti nei luridi sotterranei dove i prigionieri erano rinchiusi. E poi: chi erano le persone morte? E dove sono state arrestate? Sul campo di battaglia o altrove?

Il procuratore ha fatto sapere che sabato mattina è stata effettuata l’autopsia solamente su 4 cadaveri.Il medico legale ha trovato sostanze tossiche nei loro corpi; un avvelenamento che ha provocato la morte per asfissia e/o  per arresto cardiaco. “Nessuna esame necroscopico sulle altre 40 salme, seppellite subito per via del gran caldo”, ha aggiunto Youssouf Tom, che ha anche ammesso: “Non abbiamo identificato i 44 presunti miliziani, abbiamo solamente la lista che ci hanno fornito i militari. La procedura prevede l’ identificazione degli indagati con l’apertura dell’inchiesta giudiziaria”.

Mercoledì, un giorno prima della disgrazia, il ministro della Giustizia di N’Djamena aveva annunciato il trasferimento nella capitale dei 55 presunti terroristi per essere interrogati e poi giudicati davanti alla Corte criminale. Tutti si chiedono cosa sia successo davvero in quel breve lasso di tempo passato nei sotterranei della gendarmeria della capitale. Anche se il ministro ha assicurato che non sono stati maltrattati, una fonte della Sicurezza, che ha preferito l’anonimato, ha rivelato ai reporter di Agence France Presse (agenzia di stampa frencese n.d.r.) che i prigionieri sono stati rinchiusi nella cella senza acqua né cibo.

Miliziani Boko Haram

La società civile e l’opposizione accusano il governo e pretendono l’ apertura di un’inchiesta indipendente. Mentre Jean Bosco Manga, fondatore di Mouvement citoyen pour la préservation des libertés (MCPL) ha detto: “E’ una grave violazione dei diritti umani internazionali. Quando un nemico è sotto il vostro controllo, disarmato, deve godere di tutte le protezioni umanitarie”.

“Una cosa del genere non l’ho mai vista”, ha esclamato Ahmad Yacoub Dabio, presidente del Centro studi per la prevenzione dell’estremismo in Ciad. Secondo Dabio bisogna attendere altri risultati, ma pretende che i detenuti ancora in vita vengano protetti.

Non si sa se i 14 presunti Boko Haram ancora in vita siano venuti in contatto con le stesse sostanze tossiche dei loro compagni. Dal canto suo il governo afferma che i 14 godono di ottima salute.

Il Ciad ha finora registrato 33 casi di Covid-19, tra questi 8 sono stati dichiarati guariti. Come la maggior parte delle nazioni africane, ha chiuso le proprie frontiere, luoghi di culto, bar, vietato assembramenti con più di 50 persone e sospeso le lezioni nelle scuole di ogni ordine e grado.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sahel, Nigeria, Camerun: terroristi più attivi che mai in tempo di coronavirus

Andrea Sigona e Africa ExPress: “Canzone per Silvia”, appello in musica a Mattarella

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 20 aprile 2020

Dal 20 novembre 2018, da quando cioè Silvia Romano è stata rapita, Africa ExPress, ha pubblicato una quarantina di articoli e servizi giornalistici. La maggior parte dei quali sono reportage realizzati grazie alla campagna di crowdfunding dei nostri lettori.

Silvia Romano

Abbiamo chiesto ad Andrea Sigona, cantautore e narratore genovese, cosa ne pensasse dell’idea di scrivere una canzone per Silvia. Una proposta accettata con grande entusiasmo. Abbiamo intervistato Andrea e assieme a quello che ci ha detto pubblichiamo per i nostri lettori la “Ballata per Silvia”.

La tua ballata, “Dov’è Silvia Romano”, oltre che dedicata alla giovane volontaria della onlus Africa Milele, è anche un appello a due grandi cariche istituzionali del Paese: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte…

Mi sono ricordato che il Capo dello Stato aveva manifestato forte preoccupazione per il rapimento della giovane volontaria e avevo letto che Africa ExPress aveva scritto una lettera aperta al premier Conte per conoscere cosa si sapeva su Silvia. Il mio appello è rivolto anche al presidente della Somalia, dove si sospetta sia stata portata, e a quello del Kenya, Paese dove è stata rapita.

Andrea Sigona - #SilviaLibera, un'illustrazione di Mauro Biani
#SilviaLibera, un’illustrazione di Mauro Biani (Courtesy © Mauro Biani)

Come é nato il testo della canzone?

Ho messo la foto di Silvia sullo schermo del computer e ho lasciato andare la penna. Le parole della canzone sono rivolte al Presidente ma anche alla ragazza. Anche se non conosco Silvia personalmente ho parlato anche a lei. Quando sarà liberata spero di incontrarla perché è una bella persona, è una donna che ha lavorato tanto per gli ultimi, per i bambini. È come se avessi avuto a che fare con qualcuno che lavora con Emergency. Non sta dalla parte dei vincitori o dei vinti. Sta dalla parte degli sfruttati, di coloro che hanno bisogno. Credo che aiutare chi ha bisogno sia la prima regola che Silvia si è data.

Hai già trattato di Africa in un tuo brano
che si chiama “Coltan”, uno dei minerali indispensabili per la costruzione dei nostri cellulari. In quelle miniere lavorano bambini. Un esempio di sfruttamento del lavoro infantile…

Ho lavorato a “Coltan” con Massimo Alberizzi (direttore di Africa ExPress ndr) che lo ha trovato un gran bel pezzo. Una volta terminato l’arrangiamento musicale, è venuto un bel lavoro. Mi piacerebbe portare in studio anche la ballata per Silvia che per il momento è solo chitarra e voce.

Il cantautore genovese Andrea Sigona canta “Dov’è Silvia Romano” scritta per la giovane volontaria rapita in Kenya (Copyright © Andrea Sigona)

Come vedi l’Africa?

La vedo confusa, credo come la maggior parte degli europei, e lontana. Ora, con il Coronavirus, sembra un po’ più vicina e riusciamo a capire qualcosa di più. Anche riguardo all’epidemia di ebola: una guerra senza bombe ma una guerra terribile. Purtroppo siamo ancora abituati a vedere l’Africa come se fosse un nemico, ma non è così.

Nella tua carriera artistica sei impegnato con gli “ultimi della terra”…

Sono orientato su quel grande tema: gli “ultimi degli ultimi”. Quelli che papa Francesco definisce i senza voce. Non c’è niente di peggio che non avere voce. È importante dare voce a coloro che non ce l’hanno. Che sia un Paese, una popolazione o una persona. Nel mio piccolo cerco di dare parole e musica rivolte a loro ma che rivolgo anche a me stesso perché lo loro problematiche mi colpiscono. Non sono capace di fare canzoni “ballabili”. Le mie canzoni sono costruite su storie o problematiche.

Chi è Andrea Sigona

È un cantautore e narratore genovese indipendente ma anche musicista, paroliere, arrangiatore. Tra il 2008 e il 2012 ha pubblicato diversi album con l’etichetta l’Atlantide Promotion “Passaggi” e “Santi & Delinquenti”

Andrea Sigona, autore edlla canzone "Dove è Silvia Romano"
Andrea Sigona, autore della canzone “Dove è Silvia Romano”

Nel 2015 è uscito l’ultimo suo lavoro: “Memorie Ritrovate-il prologo”. L’opera oltre ad essere un disco è anche un reading teatrale. Ha svolto fino ad oggi circa 200 concerti in tutta Italia. Suona chitarra acustica, chitarra classica, pianoforte, armonica a bocca. Andrea, per il suo impegno sociale, il 22 aprile, a Milano, sarà premiato per la seconda volta dall’associazione “Ponti di Memoria”. La premiazione, alle 21:00, avverrà in streaming a causa del lockdown per l’epidemia di Covid-19.

Pagina FB di Andrea Sigona,
Email: andreasigona.as@gmail.com
Youtube: Andrea Sigona
Tel: (+39) 334 135 0312

(ultimo aggiornamento: 22 aprile 2020, ore 20:32)

Sandro Pintus
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Lesotho: Coronavirus free, ma Thabane schiera l’esercito per restare al potere

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
20 aprile 2020

Sabato mattina il primo ministro del Lesotho, l’ottantenne Thomas Thabane, ha sguinzagliato l’esercito sulle strade della capitale e, in un intervento alla TV di Stato, ha giustificato la sua decisione con queste parole: “I militari sono intervenuti per restaurare la pace e l’ordine. Alcune Istituzioni incaricate di garantire la sicurezza e l’applicazione della legge stanno invece minacciando la nostra democrazia”.

L’annuncio del primo ministro ha ovviamente scatenato paura nella popolazione, che ha temuto potesse scatenarsi un bagno di sangue tra le forze armate, leali a Thabane, e la polizia, più allineata con l’opposizione.

Esercito sulle strade, Lesotho

Domenica mattina le truppe sono tornate nelle caserme, carri armati e camion militari si sono come volatilizzati a Maseru, la capitale.

Nei giorni della pandemia esercito e forze dell’ordine vengono impiegate ovunque nel mondo per controllare il rispetto del lockdown, non così in Lesotho, che a tutt’oggi risulta essere coronavirus free.

Il piccolo regno dell’Africa meridionale, un’enclave del Sudafrica, sta attraversando una grave crisi politica dall’inizio dell’anno, da quando Thabane è stato ufficialmente indagato per l’omicidio della ex moglie Lipoleto Thabane, uccisa il 14 luglio 2017 e stamattina l’anziano leader rischia di essere sfiduciato dal Parlamento. Persino gli esponenti del suo stesso partito, All Basotho Convention (ABC), hanno chiesto la sua testa. Rimasto solo e abbandonato, il primo ministro lotta con unghie e denti per non perdere la poltrona. L’attuale moglie, la giovane Maesaiah, è già formalmente accusata di aver ingaggiato i killer per far uccidere la ex consorte del marito. In attesa del processo, è attualmente a piede libero.

Sabato si era sparsa voce che l’esercito avesse arrestato Holomo Molibeli, commissario di polizia, principale accusatore di Thabane e due collaboratori del funzionario. In serata è poi arraivata la smentita dallo stesso Molibeli. E’ probabile che il governo di Pretoria abbia fatto da intermediario e abbia chiesto a Thabane di ritirare l’esercito dalle vie della capitale.

Thomas Thabane con la moglie Maesaiah

Di fatto si temeva che Thebane stesse per compiere un colpo di Stato per evitare che il Parlamento potesse sfiduciarlo e costringerlo a rassegnare le dimissioni.

Anche se il primo ministro aveva già garantito al suo partito e al popolo che avrebbe lasciato il suo incarico, sono in molti a ritenere che si sia trattato solamente di una manovra per guadagnare tempo per restare al potere e nel frattempo trovare un modo per scongiurare l’accusa di omicidio.

Ma ci sono un altri particolari di non poca importanza. Venerdì sera la Corte Suprema ha respinto la richiesta dell’anziano politico di silurare Molibeli e il capo della polizia. Inoltre giorni fa è stato arrestato uno dei maggiori alleati del capo del governo, Lehlohonolo Moramotse, ministro della Polizia e della Sicurezza pubblica, ripreso da una telecamera a circuito chiuso mentre era intento a comprare alcolici, la cui vendita e relativo acquisto sono vietati in questo periodo di emergenza COVID-19.

Alcuni osservatori ritengono che il fatto di aver perso la causa e l’arresto di Moramotse abbiano spinto Thabane a far intervenire l’esercito per poter restare sulla poltrona.

Il Lesotho, insieme all’Unione delle Comore sono le uniche due nazioni africane che finora non sono state investite dalla pandemia. Il Lesotho, per prevenire eventuali contagi, ha seguito le precauzioni suggerite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e ha dichiarato già a fine marzo lo stato di emergenza.

La piccola enclave è una monarchia parlamentare, il cui sovrano è Letsie III. Nell’Assemblea Nazionale vi sono membri elettivi di partiti riconosciuti dallo Stato, ma vi risiedono anche alti gradi militari, capi tribali e rappresentanti delle minoranze etniche.

Il Lesotho è tra i Paesi più poveri dell’Africa. Metà della popolazione su 2.125.000 abitanti vive in povertà, a causa dell’elevato tasso di disoccupazione e un’economia totalmente dipendente dal Sudafrica. Inoltre il 22,7 per cento degli adulti è affetta da infezione da HIV / AIDS.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Lesotho: pronto a dimettersi il premier accusato dell’omicidio della moglie

Il presidente del Madagascar:”Le nostre piante guariranno il mondo dal Covid-19″

Dal Nostro Corrispondente
Giorgio Maggioni
Antananarivo, 19 aprile 2020

“Cureremo il coronavirus con un rimedio a base di piante coltivate in Madagascar. Le prime sperimentazioni cliniche sono già in corso su pazienti volontari affetti da COVID-19. Potremo cambiare la storia del nostro Paese, del mondo intero”. Parole piene di entusiasmo nel comunicato del giovane presidente malgascio, Andry Rajoelina, che hanno messo in imbarazzo gli scienziati dello Stato insulare.

Charles Andrianjara, direttore dell’Istituto Malgascio di Ricerche Applicate, non ha voluto esprimersi in merito, ha solamente confermato che le ricerche sono in corso.

Eucalyptus del Madagascar

Alcuni scienziati hanno accolto con entusiasmo l’annuncio del presidente, altri sono rimasti cauti, anzi, hanno detto apertamente che nella ricerca non si può correre. “L’attuale emergenza sanitaria mondiale consente di velocizzare la sperimentazione, bisogna comunque portare prove tangibili dell’efficacia della terapia contro COVID-19”, ha aggiunto un collaboratore di IMRA.

Sono 117 i pazienti affetti da COVID-19 nel Madagascar, tra questi 33 sono guariti. Giuseppe La Marca, biologo conservazionista attivo in Madagascar da più di 20 anni, interpellato da Africa ExPress, ha spiegato di quali erbe medicinali si tratta e chi sta studiando il “miracoloso” rimedio contro la pandemia. IMRA, fondato dal celeberrimo e defunto Albert Rakoto Ratsimamanga e una squadra di tecnici hanno confermato di aver messo a punto una possibile terapia a base di olii essenziali.

“Innanzitutto va precisato che quest’isola dell’Oceano Indiano gode di una diversità di fauna e flora rara, un indice di endemismo elevatissimo. Alcune specie di piante, anche se introdotte in passato, si differenziano a causa del particolare microclima malgascio, in chemiotipi differenti, con composizione di principi attivi originali della biogenesi di metaboliti secondari, che spesso hanno particolarità terapeutiche molto interessanti”.

“Gli scienziati di Antananarivo hanno studiato le proprietà di 3 piante indigene: ravintsara (cinnamomum camphora), eucalypto (Eucalyptus globuleux) e artemisia (artemisia annua). Queste erbe crescono ovunque sull’isola e, sempre a causa del clima, i chemiotipi hanno acquisito particolari proprietà e vengono usate dalla popolazione come rimedi naturali per la cura di patologie delle vie aeree superiori, migliorare il sistema immunitario e come prevenzione e terapia della malaria, endemica nel Paese”.

“Grazie a particolari procedimenti dalle foglie e dal bocciolo della ravintsara e dell’eucalypto si possono estrarre in grande quantità due molecole (1,8-CINEOLO e Jensedone), in grado di inibire e addirittura di ostruire la riproduzione di una delle principali proteasi chiamata Mpro, presente nel virus SARS Cov 2″.

“Mentre l’artemisia annua è stata somministrata già in Cina durante il picco della pandemia sotto forma di compresse e pare che sia stata efficace grazie ad alcune molecole: luteolina, kaemferolo, quercitina e apigenina, che risultano essere inibitori chimici della proteasi principale di SARS Cov 2″.

Infine La Marca precisa: “Nulla è certo in una ricerca scientifica in continua evoluzione, appare però evidente che la natura ci offre innumerevoli soluzioni spesso da ricercare in quelle strutture viventi che da milioni di anni co-evolvono nello stesso ambiente in continua corsa per la sopravvivenza reciproca”.

Africa ExPress ha consultato anche un medico specializzato in anestesia e rianimazione, Maria Elena Solla, secondo cui i rimedi proposti dagli scienziati malgasci potrebbero essere eventualmente utili in una fase iniziale della malattia come coadiuvanti, poichè alcune proprietà degli olii essenziali di tali piante sono note e vi sono studi in vitro e su topi che ne hanno evidenziato l’efficacia nel modulare il sistema immunitario.

Giorgio Maggioni
giorgio@mymadagascar.it

Seicentomila mascherine anti Covid-19 in cambio di armi: ecco il ricatto della Turchia

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
18 aprile 2020

Ieri  mattina all’alba un Airbus della Iran Air è decollato da Teheran in direzione di Roma Fiumicino. Poco dopo ha improvvisamente invertito la rotta ed è tornato all’aeroporto Imam Khomeini della capitale iraniana dal quale era appena partito. Secondo il sito di tracciatura aerea FlightRadar24 sarebbe stato solo un ritardo: era atteso a Roma in tarda serata. Questa mattina, però, sul sito la rotta Teheran Roma non era più indicata.

Quello di ieri sarebbe stato il secondo volo della compagnia aerea iraniana a fare scalo nella nostra capitale dopo quello di mercoledì mattina, atterrato regolarmente alle 10.40. Da un mese l’Iran Air aveva smesso di fare scalo in Italia. Difficile capire lo scopo di questi viaggi con i grossi Airbus da 400 passeggeri diretti nel nostro Paese blindato per l’emergenza Coronavirus.

Ma non può passare inosservata una coincidenza: i due voli su Fiumicino, compreso quello di ieri dirottato nuovamente su Teheran, arrivano a cavallo di un’altra inversione di rotta. In queste ore, infatti, l’amministrazione Trump ha chiesto al Dipartimento del Tesoro statunitense di allargare la maglia delle sanzioni economiche contro l’Iran per favorire l’invio di materiale medico e umanitario nel Paese colpito pesantemente dal Coronavirus.

Una sfilata di pasdaran a Teheran

Secondo fonti ufficiali i contagi in Iran sarebbero oltre 78.000, i morti 5.000, ma la resistenza iraniana – contattata da Africa ExPress – parla di cifre ben diverse e di oltre 30.000 decessi. In questi giorni, per impedire la fuga di informazioni sul bilancio reale delle vittime, Teheran avrebbe chiuso perfino l’Anagrafe Civile, l’ufficio che pubblica la tabella dei decessi mensili. Ieri nel corso di una parata militare dell’esercito iraniano nella capitale, al posto delle testate missilistiche e dei carri armati, avevano sfilato mascherine e ambulanze: insomma una “parata sanitaria” che segna la guerra del 2020.

Il materiale sanitario scarseggia anche in Italia: a due mesi dallo scoppio dell’emergenza nel nostro Paese in farmacia una mascherina, quando si trova, non costa meno di 10 euro. Quelle di cui avremmo un disperato bisogno restano bloccate in Turchia. Africa ExPress ha potuto verificare che, malgrado le insistenze del nostro governo, Ankara impedisce l’esportazione di oltre mezzo milione di mascherine, di gel disinfettanti, di guanti di lattice e di altri dispositivi di protezione già acquistati (e pagati) dalle nostre ditte: avrebbero dovuto arrivare da noi un mese fa. Le autorità turche hanno recentemente bloccato tutte il materiale di questo genere, mascherine comprese, destinate all’Italia.

L’ambasciata italiana ad Ankara non sembra interessata al problema: inutile tentare di incontrare il dottor Luigi Gentile, primo segretario dell’Ufficio economico commerciale dell’ambasciata. Il nostro stringer ad Ankara non ha trovato udienza, neppure telefonica.

Africa ExPress ha appurato che l’Italia doveva consegnare un carico d’armi all’esercito turco ma all’ultimo momento la consegna non è avvenuta perché da noi si è scatenato il putiferio: “Ankara sta combattendo una guerra in Siria contro i curdi e le armi italiane saranno usate in quel conflitto”. La consegna quindi, fino a ieri, non era stata fatta: “Non ci date le armi? Bene, noi non vi diamo le mascherine”, sembra sia stato in parole povere il ricatto.

Ma intanto giovedì mattina, alle 10.30 locali, un aereo da carico C130 Hercules dell’aeronautica militare italiana è atterrato all’aeroporto di Istanbul: nessuno sa cosa trasportasse e lo scopo del suo viaggio.

Le mascherine sono diventate così preziose da trasformarsi in uno strumento di influenza geopolitica.  Sta accadendo all’Italia e capita anche a Israele. L’11 aprile il “The Times of Israel” parlava di tonnellate di materiale medicale già acquistato bloccato proprio in Turchia. La questione con Gerusalemme pare non si sia ancora sbloccata: il 13 aprile tre aerei israeliani avrebbero dovuto atterrare nella base aerea di Incirlik per imbarcare il prezioso materiale sanitario. Non se ne è saputo più nulla. È del tutto probabile che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, vicino alla leadership palestinese di Hamas, utilizzi queste mascherine come strumento di pressione nella trattativa attualmente in corso per il rilascio di ostaggi israeliani a Gaza in cambio della liberazione di detenuti palestinesi. Se le cose stanno così, lo vedremo probabilmente nelle prossime ore.

Ma allora sono d’obbligo almeno due domande: qual è la posta in gioco nella partita delle mascherine fra Roma e Ankara? E perché l’Iran Air ha ripreso ad atterrare a Fiumicino proprio in queste ore difficili?

Massimo A. Alberizzi
Monica A. Mistretta

massimo.alberizzi@gmail.com
monica.mistretta@gmail.com

Povertà, abusi di potere, violenze: il virus in Africa non è solo emergenza sanitaria

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
17 aprile 2020

Il governo di Capo Verde, Stato insulare situato in un arcipelago vulcanico al largo della costa nord-occidentale dell’Africa, ha ammesso di aver combinato un gran pasticcio. “Abbiamo commesso un errore”, ha detto il primo ministro capoverdiano, Ulisses Correia e Silva, “non avremmo dovuto fare interrompere la quarantena a oltre 170 impiegati dell’albergo di lusso Riu Karamboa sull’isola di Boavista”.

 

Infatti, l’altro ieri il ministro della Salute di Praia, Arlindo do Roasario ha annunciato che le persone affette da COVID-19 sono salite da 11 a 56 e i 45 nuovi casi riguardano esclusivamente gli operatori dell’hotel. Ora si cerca di rintracciare tutte le persone entrate in contatto con loro.

Tutti gli impiegati sono rimasti confinati nelle loro camere nella struttura alberghiera dal 23 marzo, dopo la morte per coronavirus di un cliente britannico, ospite dell’hotel. Dopo quasi tre settimane di isolamento sono iniziate le proteste in quanto i risultati dei test tardavano a arrivare. Dunque lo scorso fine settimana 178 di loro hanno ricevuto l’autorizzazione di poter far ritorno nelle proprie case, mentre solamente 18 sono rimasti nel resort in attesa dell’esito delle analisi.

Dal 18 marzo il governo dello Stato insulare ha chiuso i suoi confini marittimi e ha interrotti i collegamenti aerei con i Paesi a alto rischio COVID-10.

In tutto il continente africano i casi registrati positivi alla pandemia sono 17.217, mentre le vittime sono salite a 911. Le persone guarite sono 3.556. Solamente due Paesi non sono ancora stati raggiunti dal coronavirus: Lesotho, piccola monarchia parlamentare, un’enclave dell’Sudafrica, e l’Unione delle Comore, Stato insulare dell’Africa Orientale posto all’estremità settentrionale del Canale del Mozambico, nell’Oceano indiano.

Sudafrica e Egitto sono le due nazioni maggiormente colpite: 2.506 il primo, 2.505 il secondo, che registra però il più 0elevato numero di vittime, che sono ben 134. Seguiti da Algeria, con 2.156, Marocco 2.024, Camerun 848, Tunisia con 784 casi confermati. I dati si riferiscono al 15 aprile 2020.

Praticamente tutti Paesi hanno adottato le misure volte a limitare l’espandersi dell’epidemia suggerite dall’Organizzazione mondiale della Sanità. E ieri l’Etiopia, in collaborazione con l’ONU, ha aperto all’aeroporto internazionale di Addis Ababa una piattaforma per trasportare in tutto il continente materiale e operatori umanitari e arginare la propagazione della patologia.

Il governo di Gibuti ha annunciato un record di contagi da coronavirus. In tutto il Paese si registrano 591 casi, dei quali 156 sono risultate positive con gli ultimi test effettuati. Le vittime sono però solamente 2 dall’inizio della pandemia. Secondo l’ultimo comunicato stampa del governo, 41 persone sono in quarantena nei centri addetti, mentre 517 sono ricoverati e sono sotto terapia. E’ il Paese del Corno d’Africa con il maggior numero di persone positive al coronavirus.

Anche in Guinea è diventato obbligatorio indossare la maschera e sarà inflitta una contravvenzione per disobbedienza civile di 2,80 euro a coloro che non si adegueranno alla nuova norma.

Libreville, la capitale del Gabon, e tre comuni limitrofi, sono considerate zone rosse da lunedì scorso per la durata di due settimane e sono sotto stretta sorveglianza delle forze dell’ordine. Il Paese conta 57 contagi.

Il re del Marocco, Mohammed VI, ha incontrato in questi giorni Macky Sall e Alassane Ouattara, rispettivamente presidenti del Senegal e Costa d’Avorio. A entrambi ha fatto sapere che è pronto a perorare un’iniziativa africana nella lotta contro il coronavirus. Il governo di Rabat ha inoltre annunciato di voler ridurre lo stipendio dei funzionari pubblici, l’equivalente di un giorno di lavoro al mese per la durata di un trimestre. La somma sarà devoluta a un fondo istituito da Mohammed VI per la lotta contro il coronavirus.

In Nigeria è stato prolungato il lockdown per altre due settimane nelle regioni maggiormente colpite dalla pandemia: Lagos, Ogun e Abuja. La Commissione Nazionale per i Diritti Umani ha denunciato la morte di 18 persone uccise dalle forze di sicurezza  per non aver rispettato le misure di emanate dal governo. Negli Stati dove è in regime il lockdown, la stessa commissione ha accusato la polizia di uso improprio della forza, abuso di potere, e non rispetto delle leggi nazionali e internazionali, tra questi appunto i 18 assassinii extragiudiziali e 105 violazioni contro i diritti umani.

Polizia nigeriana accusata di omicidi extragiudiziali

Sono solo una parte delle notizie contenute nel rapporto della Commissione pubblicato mercoledì scorso. La polizia ovviamente nega le accuse, eppure sui social network sono stati pubblicati molti video sugli abusi perpetrati. E ricordiamo che la Nigeria conta il più elevato numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà. Basta consultare il rapporto dell’Organizzazione World Poverty Clock del 2018. Queste persone dipendono dall’economia informale per poter sopravvivere, anche in tempo di coronavirus.

Diciannove tra i Paesi più poveri dell’Africa potranno beneficiare di una riduzione del loro debito con il Fondo Monetario Internazionale; la notizia è stata annunciata da Kristalina Georgieva, direttrice generale dell’istituzione finanziaria, precisando che lo sgravio è stato possibile grazie al Fondo per il contenimento delle catastrofi, per consentire ai governi di questi Stati di concentrare le loro risorse per la lotta di COVID-19.

Il governo sudanese ha decretato lunedì un coprifuoco totale di tre settimane nella capitale Khartoum e zone limitrofe a partire da sabato prossimo. La nuova norma è stata applicata dopo l’aumento dei contagi, che attualmente sono 29, mentre le vittime registrate risultano esser 4.

Paura dei vampiri in Mozambico
Paura dei vampiri in Malawi

E in Malawi in tempo di coronavirus torna lo spettro dei vampiri. Nel nord del Paese almeno otto persone sono state brutalmente linciate a morte da gruppi di autodifesa perchè sospetttate di aver bevuto sangue delle loro vittime. Le credenze popolari nel Paese sono ancora molto radicate. L’ONU ha chiesto al governo interventi immediati. Le autorità di Lilongwe hanno registrato finora 16 casi positivi al coronavirus e 2 morti. Intanto il personale sanitario ha proclamato uno sciopero per protestare contro la mancate promesse del governo di assumere nuovo personale e la carenza di attrezzature per curare i malati affetti da COVID-19. Il ministro della Salute, Jappie Mhango, ha annunciato ieri il lockdown dal 18 aprile al 9 maggio. Tutti i servizi non essenziali dovranno essere chiusi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
@africexp

Sahel, Nigeria, Camerun: terroristi più attivi che mai in tempo di coronavirus

Coronavirus e recrudescenza di ebola, cocktail micidiale in Congo-K

In Burundi il calcio non si ferma: sfida a tutto campo contro il coronavirus

Ostacoli, inadempienze ed errori: dalla Guinea in Italia in fuga dal Coronavirus

Speciale per Africa ExPress
Chiara Cavallazzi
In viaggio da Conakry all’Italia, marzo 2020
(2/2 – fine)

Quindi si va a Parigi. Tra 4 ore bisogna essere all’aeroporto. Devo ancora tornare nella casa dove abitavo, impacchettare ciò che ho lasciato lì, cambiare i soldi guineani che mi sono rimasti se no arrivo in Europa con solo 50 euro, e precipitarmi all’aeroporto. Muna volta a Parigi dove vadoMi faranno uscire dallo scalo?  

Dove dormirò? E con la carta di credito bloccata come faccio? Mi viene in mente che ho una amica che viveva a Parigi. Ci vive ancora? La contatto. Risponde! Vive ancora a Parigi. Mi dice che si informa. 

Dopo un paio d’ore mi rincuora: una sua collega può ospitarmi nel suo appartamento…  Grazie, grazie, grazie…  Almeno so che da qualche parte potrò andare 

Arrivo in tempo all’aeroporto di Conakry. Sono giorni che non mangio. Anche nel Paese dove ero, si mangia solo pesce e carne, per di più poiché erano in corso le votazioni per il referendum era vietato uscire di casa.  Dato il caldo terribile non ero riuscita a mangiare neppure le scatole di fagioli che avevo messo da parte. Non toccavo cibo né dormivo da giorni. Ma ce l’avevo fatta: almeno era all’aeroporto. 

Origlio tutte le persone in attesa, sperando di trovare qualcuno che parli italiano. Lo trovo.  “E lei ora dove va?”, chiedo. “In Italia”, risponde. “Come in Italia! Mi hanno detto che non ci sono voli per l’Italia”. “Io ce l’ho. Da Parigi a Roma”. Mi mostra il biglietto. Cavolo é vero! 

Mi fiondo all’agenzia di viaggi dentro l’aereoporto. La tipa addetta a controllare la coda mi urla qualcosa. Non vuole che abbandoni la fila per il check-in. Io provo a spiegare. Lei continua a urlare. 

Non le do retta e fuggo all’agenzia. Ma la tipa allo sportello non ne sa nulla, non può fare nulla e mi ordina di tornare in fila. Detto fatto.

Dopo il check in, mi metto al telefono per cercare di contattare Alitalia e comprare così il volo dalla capitale francese a Roma. Ma via internet non riesco a prenotare il biglietto e nessuno risponde ai numeri italiani di Alitalia. Cerco allora altri uffici della compagnia in giro per il mondo, sperando in una risposta. 

Intanto, ho cominciato a parlare con una persona seduta vicino a me, che ha passato la maggior parte del tempo attaccata al telefono. Gentile, mi offre, se ho bisogno, di utilizzare il suo Skype per chiamare. Colgo al volo l’occasione e provo a contattare Alitalia in Argentina. Rispondono! E dicono che possono prenotarmi il volo! 

Dopo mezz’ora di spelling in inglese riesco a fornire  tutti i miei dati (nome, cognome, indirizzo, email, passaporto …) ed é ora di pagare. Provo con la carta di credito. Rifiutata. Provo con la carta di credito virtuale. Rifiutata, perché si appoggia a quella bloccata. 

Chiedo se può eventualmente pagare mio fratello. Dicono di sí, ma che a volte se si paga il biglietto con un’altra carta di credito, il proprietario del documento ti deve accompagnare all’aeroporto per verifica. In effetti mi hanno giá fatto saltare un biglietto per il Portogallo con questa motivazione. Non so che fare…  Improvvisamente mi viene in mente che ho una carta postepay, ma non ho idea di quanti soldi ci siano dentro. 

Provo a dare i dati e… funziona!!! Ho il biglietto per Roma!!!!  Ancora non so dove andare però, una volta rientrata in Italia. Chiamo qualcuno in cerca di consigli e … magia delle magie… Mirtilla (una dolcezza di essere umano di nome e di fatto) mi dice: “Ma i tuoi non hanno una casa al mare?” Cavolo é vero!!  Come avevo fatto a non pensarci! Ed è in un posto bellissimo in Liguria. Ha pure la terrazza, ideale per la quarantena!  

Chiamo mio fratello per sapere se c’é qualcuno in paese che ha le chiavi della nostra casa al mare. Si, c’é. Evviva! M’imbarco per Parigi piena di fiducia. Appena mi siedo al mio posto m’addormento e resto in stato semi-comatoso per le poche ore della durata del viaggio. 

Alle 3 di notte atterro a Parigi. Aeroporto deserto. Io sono ancora stanca morta. Metto la valigia grande a terra e mi ci sdraio sopra usando il bagaglio a mano come cuscino. M’addormento per un paio d’ore. 

Al mio risveglio cerco i treni per raggiungere la casa al mare dopo che, col prossimo volo, arriverò a Roma. C’é  solo un convoglio al giorno. ma non faccio in tempo a prenderlo poiché atterrerò a Roma un’ora prima della sua partenza.

Dovrò restare a dormire a Roma. Mi chiedo se é tutto chiuso per il coronavirus o se ancora si riesce a   prenotare una stanza per la notte. Per fortuna trovo un hotel  Ma i problemi non sono finiti.

Scopro che nel paese dove devo andare non vogliono gli “stranieri”. Cioé i non residenti o domiciliati. La polizia al telefono dice che arrestano tutti coloro che non abitano lì. Mi sembra una reazione esagerata, ma penso sia più che altro un deterrente. Comprendo infatti il desiderio di tutelare chi vive in questo paese e di voler evitare i proprietari di una seconda casa vengano qui da tutta Italia, ma la cosa non mi aiuta.

E ora? Cerco il modulo da compilare per gli spostamenti per capire cosa mi ê consentito e per verificare se effettivamente mi possono arrestare.  Vedo che chi arriva dall’estero può tornare alla propria residenza, domicilio o abitazione.

Ricerco le definizioni legali per residenza, domicilio o abitazione. Il domicilio lo si puó autoeleggere e non ha bisogno di essere approvato dal Comune… Ma come lo autoeleggo? Scarico qualche modulo da internet e scrivo a mano il documento per eleggermi il domicilio. Ma immagino qualcuno dovrá firmarlo, validarlo o altro. In internet leggo che basta  sia riconosciuto da qualcuno della Pubblica Amministrazione.

É intanto giunto il momento di imbarcarmi per Roma e così trascorro questa parte del viaggio dormendo in aereo.

Quando arrivo finalmente in Italia provo a spiegare la mia situazione alle forze dell’ordine dell’aereoporto, chiedendo se possono firmare il documento nel quale autoeleggo il mio domicilio nel piccolo paese dove intendo recarmi. Ma non lo fanno. Mi dicono che anche il foglio che sto compilando é un’autocertificazione e quindi è sufficiente. Non sono certa che questa interpretazione sia valida. Così riprovo con la polizia alla stazione dei treni di Fiumicino e poi a Termini: stessa cosa

Ok. Più di cosí non posso fare. Mi rassegno e, dopo aver passato la notte in una stanza vicina alla stazione Termini, mi avvio in treno per la casa al mare non sapendo se mi fermeranno prima dell’arrivo alla mia destinazione, previsto nottetempo.

Mentre sono in treno realizzo che con le mie valigie dovrei fare almeno un chilometro a piedi per recuperare le chiavi e altri tre per raggiungere la casa. Immagino ci vorranno ore. Senza grandi speranze cerco in internet di contattare un taxi. Trovo il numero, chiamo. Risponde. L’interlocutore mi chiede se sono munita di mascherina (certamente e anche guanti) e mi dice che può venirmi a prendere in stazione. Urrá!!!

Al mio arrivo per fortuna non c’é la polizia ad attendermi, ma nemmeno il taxi. Lo richiamo, dice che sta arrivando. Si scusa, arriva dopo pochi minuti e finalmente riesco a giungere a casa.

Sono stanchissima, ma ancora di più affamata.Trovo due sacchetti di pasta, sugo alle olive e un barattolo di ceci. Evviva si mangia!

In casa ci sono 10 gradi. Accendo il riscaldamento, prendo tutte le coperte che trovo e le metto sul letto. Ce l’ho fatta. Ancora non so bene come, ma ce l’ho fatta. La notte é agitata, dormo poco e male, sudo tantissimissimo.

Il giorno dopo mi sveglia la visita della polizia. Inizialmente gli agenti sono abbastanza aggressivi; vogliono capire perché sono qui e non alla mia residenza. Faccio un breve riassunto dell’avventura passata per tornare in Italia, raccontando che non ho avuto modo di preparare il mio rientro organizzato assai in fretta e che a Milano non posso fare la quarantena perché casa mia é piccola e c’è dentro un’altra persona. Non avendo trovato altre alternative ho eletto quindi a domicilio questo appartamento. A differenza della residenza il domicilio non deve essere comunicato o approvato dal Comune (stupore generale),

Pensando di cogliermi in fallo, gli agenti chiedono “Ma ha avvisato l’Asl locale?” “Certamente”, rispondo pronta. Si stupiscono e me lo richiedono. Io confermo. In effetti, ho speso la notte prima e il viaggio in treno scrivendo emails all’Asl per avvisare del mio rientro. Mi rimpallavano da una email all’altra e avevo inviato almeno dieci email diverse prima di beccare quella giusta, ma alla fine mi avevano risposto inviandomi la conferma di ricezione.

Si calmano un poco e paiono capire le mie oneste intenzioni, anche se mi salutano con: “Se venendo qui ha infranto la legge la chiameremo”. Finora nessuno mi ha chiamato.

I primi 3 giorni li ho passati a dormire, svegliarmi per mangiare, tornare a letto, risvegliarmi per mangiare…. l’umore sottoterra, la lacrima facile, la stanchezza che si faceva sentire soprattutto dal punto di vista emotivo.Poi é arrivato ieri.

Mi sono finalmente svegliata di buon umore. E sul telefono trovo che un’amica mi ha inviato un link a “Somewhere over the rainbow” che ascolto appena sveglia. Vado in terrazzo e ballo per mezz’ora, celebrando la vita. Mi sento rinata. Mi sono tornate le energie e rispuntate la fiducia e la speranza per il futuro.

Inizierò a coltivare cibo sul terrazzo e monterò i video che nell’ultimo anno ho lasciato in sospeso. Tra dieci giorni potrò uscire a fare la spesa e sbirciare il mare. Tra un po’ più di tempo avrò anche la possibilità di andare a camminare nei boschi qui intorno.

Più in lá potrò finalmente prendere un pezzo di terra con altre persone simili a me e cominciare una comunitá in armonia con la natura e con noi stessi. Tutto mi sembrava grigio ieri. Tutto mi sembra pieno di possibilità oggi.

É propri vero che non c’é come uscire da un periodo nero, per apprezzare la luce. E non c’é come temere la morte per apprezzare la vita.

Chiara Cavallazzi
www.videoj.org
(2/2 – fine)

La prima puntata di questo reportage la trovate qui:

Ritorno rocambolesco dalla Guinea con l’Europa bloccata dal virus

 

 

 

 

Nigeria: sparite nel nulla oltre 100 delle ragazze rapite dai Boko Haram nel 2014

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 aprile 2020

Sono passati 6 anni dalla terribile notte a Chibok. Tra il 14 e il 15 aprile 2014 sono state sequestrate 276 studentesse da miliziani di Boko Haram nella cittadina di Chibok, nel Borno State, nel nord-est della Nigeria. Alcune ragazze sono riuscite a scappare quasi subito. Altre sono state liberate in seguito. A tutt’oggi mancano ancora all’appello oltre 100 di loro. Non si sa più nulla. Forse alcune sono state convinte dai loro aguzzini, dopo aver subito un lungo lavaggio del cervello, a farsi saltare in aria.

Al momento del rapimento le ragazze si trovavano in un collegio, uno dei pochi ancora aperti a causa dei continui attacchi dei terroristi, per sostenere gli esami di fine anno.

Le studentesse dopo il loro rapimento, in mano a miliziani di Boko Haram

Nel 2014 il mondo intero si era indignato per il loro rapimento e dopo poche ore nasceva l’hashtag #BringBackOurgirls, oggi scomparso totalmente e dimenticato, come le ragazze ancora in mano ai terroristi.

Da allora nel nord-est della Nigeria poco è cambiato e nemmeno nei Paesi confinanti. I sanguinari terroristi continuano le loro aggressioni, i sequestri, uccidono la povera gente, i militari, rapiscono operatori umanitari e abitanti dei villaggi, terrorizzano la popolazione.

I genitori delle “Ragazze di Chibok”, oltre 100 famiglie, attendono ancora oggi risposte concrete dal governo nigeriano, dal presidente Muhammadu Buhari, ex golpista del 1983, poi eletto democraticamente nel 2015 e riconfermato per un secondo mandato lo scorso anno, dalla comunità internazionale.

Ruth (un nome fittizio) è una delle ragazze rapite. Ha avuto la fortuna di tornare a casa. Racconta che il primo anno è stato terribile: “Mi picchiavano, mi violentavano, il cibo era scarso. Ero disperata. Tutto il mio corpo era sempre indolenzito. Poi un giorno ho chiesto di convertirmi all’islam. Solo allora le cose sono un po’ cambiate. Ho dovuto sposarmi, ma finalmente avevo una camera tutta per me. Dopo poco ho partorito un figlio”.

“Non avevo mai smesso di sperare che qualcuno venisse a prendermi per portarmi a casa. Cercavo di trovare un modo per scappare ogni volta che andavo a lavare i miei vestiti. Poi, un pomeriggio nel 2017 gli uomini sono andati via tutti, probabilmente per un nuovo attacco. Ho preso mio figlio e ho iniziato a correre, a correre, a correre…..nella braccia di mia madre. Lei era felice, ha iniziato a cantare, ha accolto me e mio figlio con immensa gioia. Non così mio padre. Non ha accettato mio figlio, mi considera ancora oggi un’infedele e così molte altre persone della mia comunità. Prendono in giro il mio piccolino, lo chiamano little Boko Haram. Il reinserimento non è stato facile, ma il tempo guarisce le ferite e sto cercando di ricostruirmi una vita”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
#BringBackOurGirls

Nigeria: trovata per caso e riconosciuta una delle ragazze di Chibok rapita dai Boko Haram

Amnesty accusa militari e governo nigeriano: ignorati avvisi sul rapimento delle ragazze