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Contro il Covid-19 l’Africa vuole l’intruglio miracoloso del Madagascar

Dal Nostro Corrispondente
Giorgio Maggioni
Antananarivo, 5 maggio 2020

Covid-Organics, bevanda contro Covid-19 a base di artemisia (artemisia annua), prodotta in Madagascar, è stata declassata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che avverte di non utilizzare farmaci di automedicazione, detti anche OTC (dall’inglese Over the Counter n.d.r.) come prevenzione contro il coronavirus.

Un duro colpo per Andry Rajoelina, il giovane presidente malgascio, che ha presentato Covid-Organics al mondo intero come rimedio contro la pandemia. Gli allievi delle scuole sono costretti e ingurgitare il miracoloso liquido tutte le mattine prima dell’inizio delle lezioni.

Il presidente del Madagascar Andry Rajoelina beve il Covid-Organics

Il rimedio a base di erbe è stato messo a punto dall’Istituto Malgascio di Ricerche Applicate (IMRA), ma la stessa Accademia di medicina del Paese ha messo in dubbio l’efficacia della bevanda.

Prolungato stato di emergenza

Ma Rajoelina non demorde, domenica scorsa durante un’intervista diffusa dalla televisione nazionale, ha annunciato che presto inizieranno i test clinici sui nuovi malati di coronavirus con iniezioni a base di artemisia.

Lo Stato insulare conta 151 malati di COVID-19 e lo stato d’emergenza sanitaria è stato prolungato sabato scorso per altre due settimane. Tre regioni sono state particolarmente colpite dal virus (Analamanga, regione della capitale Antananarivo, Alta Matsiatra, nel centro e Atsinanana, nell’est. In queste aree già da metà aprile il governo ha messo in atto un parziale lockdown: dalle 13.00, vietati assembramenti con oltre 50 persone, scuole aperte la mattina solamente per gli studenti che dovranno sostenere esami di fine ciclo/corso e l’obbligo di mascherine.

Artemisia annua

Anche se l’OMS ha espresso perplessità sull’efficacia di Covid-Organics, il governo malgascio ha già mandato campioni in Guinea Equatoriale e in Guinea Bissau, mentre il presidente della Tanzania, John Magufuli, ha fatto sapere che la prossima settimana invierà  in Madagascar un aereo per importare alcune casse della bevanda . Anche il Congo-Brazzaville ha promesso di voler far ingurgitare ai sui cittadini il rimedio OTC prodotto in Madagascar.

Giorgio Maggioni
@africexp

Il presidente del Madagascar:”Le nostre piante guariranno il mondo dal Covid-19″

Nigeria, smentita dei Boko Haram in un audio: “Bugiardi tutti, non ci arrendiamo”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
4 maggio 2020

Abubakar Shekau, capo di Boko Haram dal 2009, in una registrazione audio di giovedì scorso, ha fermamente negato che il suo gruppo sarebbe vicino alla disfatta e ha messo a tacere una volta per tutte le voci che i miliziani sarebbero in procinto di arrendersi all’esercito ciadiano o nigeriano. “Non è assolutamente vero – ha aggiunto – che i miei uomini siano stanchi di restare nella nostra base operativa nella foresta di Sambisa”. La fitta selva si trova nel Borno State, nel nord-est della Nigeria, lungo il confine tra Niger e Camerun.

Ahmad Salkida, considerato il giornalista meglio informato sulle questioni dei terroristi nigeriani, ha riportato nel suo blog la registrazione della durata di 8 minuti e 22 secondi. “Stiamo tutti bene, non ci è successo nulla. I militari vanno dicendo che sono entrati nella foresta e hanno bombardato i nostri fratelli. Sono menzogne. Nessuno dei militanti ha intenzione di arrendersi alle autorità ciadiane o nigeriane. E’ una bugia e sta a significare che non avete capito un bel niente di noi”, ha aggiunto Shekau.

E poi ha specificato che un eventuale un dialogo può essere aperto solamente con musulmani in una posizione di potere e i loro oppositori devono adeguarsi e accettare termini e condizioni. Praticamente ha preteso dal governo la resa.

Shekau fa riferimento alla recente Opération Colère de Bohoma, lanciata dal governo ciadiano contro i terroristi in risposta all’attacco alla base di Bohoma dove sono stati uccisi oltre 90 soldati. Il presidente del Ciad, Idriss Déby, aveva affermato che durante la campagna militare sarebbero stati ammazzati un migliaio di miliziani Boko Haram. L’esercito ha anche catturato e arrestato una cinquantina di presunti membri del sanguinario gruppo, 44 dei quali sono poi morti misteriosamente in una galera della capitale N’Djamena.

Nel sottofondo della registrazione si sente una canzone in lingua hausa: esorta i miliziani a essere pazienti e forti anche nei momenti difficili.

Infine il capo dei terroristi nigeriani si è preso gioco di tutte le misure messe in atto dai governi, volte a contrastare la pandemia. Già qualche settimana fa aveva affermato che i membri di Boko Haram sono immuni al virus. “Preghiamo insieme, beviamo dalla stessa brocca, nessuno di noi vive in isolamento e siamo in perfetta salute”.

La ex colonia britannica registra ben 2.288 casi positivi al coronavirus con 85 vittime, tra questi anche Mallam Abba Kyari, capo dello staff del presidente Muhammadu Buhari.

Alcuni osservatori ritengono l’osservazione “momenti difficili” menzionata da Shekau stia per indicare che la campagna dell’esercito nigeriano ancora in atto abbia messo i miliziani in grande difficoltà. Che sia la volta buona? Appena insediatosi nel maggio 2015 Buhari aveva promesso che avrebbe sconfitto i terroristi entro il 31 dicembre dello stesso anno. Nel frattempo il presidente e ex golpista del 1983 è stato rieletto per un secondo mandato nel 2019, eppure i miliziani di Boko Haram continuano a terrorizzare la popolazione.

Muhammadu Buhari, presidente della Ngeria

Dal 2009 a oggi a causa dei continui attacchi dei jihadisti sono morte oltre 27mila persone, più di 2 milioni di nigeriani sono fuggiti dalle loro case, poco più di 297mila camerunensi, 208mila ciadiani, 129.603 nigerini; i miliziani sono ugualmente attivi nei Paesi confinanti (i dati sono stati pubblicati nel rapporto dell’UNHCR del 31 marzo 2020).

Abubakar Shekau nasce a Shekau, un villaggio dello Yobe State. Negli anni Novanta si trasferisce a Maiduguri, capoluogo del Borno State per studiare teologia e religioni locali; in questa città incontra Ustaz Mohammed Yusuf, una guida spirituale e fondatore nel 2002 di Boko Haram che tradotto dalla lingua hausa significa: “l’educazione occidentale è peccato”. Ben presto il giovane diventa il braccio destro di Yusuf, nonchè il suo più stretto e fedele collaboratore; iniziano i primi attentati a basi militari e posti di polizia. Nel 2009 le forze dell’ordine nigeriane attaccano una delle basi della setta: catturano e uccidono il fondatore e altri 700 adepti. In un primo momento anche il braccio destro viene dato per morto, ma qualche mese dopo appare in un video e fa sapere al mondo di essere il nuovo capo di Boko Haram.

Abubakar Shekau, leader di Boko Haram

Anche prima del gruppo terrorista odierno sono apparsi altri personaggi inquietanti sulla scena nigeriana. Negli anni Settatanta miete successo tra le masse diseredate un predicatore, Mohammed Marwa, un hausa, meglio conosciuto come Maitatsine. Con i suoi sermoni violenti contro lo Stato, corrotto e inefficiente, infiamma la folla.

Originario di Mawra, nel nord-est del Paese, in una regione che un tempo faceva parte del Camerun, sosteneva che chi leggesse un altro libro all’infuori del Corano fosse un pagano. Durante il colonialismo era stato mandato in esilio, ma subito dopo l’indipendenza era rientrato a Kanu. Era contrario alle biciclette, agli orologi, alle automobili e sosteneva che era peccato possedere più denaro del necessario per vivere.

Durante le sue prediche attaccava tutti: autorità civili e islamiche. Erano attratti dalle sue teorie e dalla sua ideologia soprattutto i giovani, diseredati e senza una speranza per il futuro. Man mano che cresceva il numero dei suoi seguaci, aumentavano anche i confronti con la polizia. Agenti e soldati, era il 1980, intervennero per sedare alcune dimostrazioni violente. La repressione costò la vita a cinquemila persone. Fu ucciso anche Maitatsine.

Dopo la sua morte ci furono altri sporadici tumulti nei primi anni Ottanta. In particolare i militanti di Yan Tatsine nel 1982 insorsero a Bukumkutta, vicino a Maiduguri, e a Kanu, dove molti adepti si erano trasferiti dopo la morte del leader. Intervennero le forze dell’ordine che uccisero più di tremila persone. Allora molti membri sopravvissuti si spostarono a Yola, dove, guidati da Musa Makanik, un discepolo del maestro, nel 1984 organizzarono svariati attacchi violenti.

Negli ultimi scontri ci furono un migliaio di morti e metà dei sessantamila abitanti di Yola persero la loro casa. Makanik scappò prima a Gombe, la sua città natale, dove fino al 1985 si susseguirono sanguinosi attacchi mortali, e poi in Camerun dove rimase per molti anni. Nel 2004 fu arrestato in Nigeria.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nigeria, entro il 31 dicembre sconfiggerò i Boko Haram aveva promesso Buhari: non c’è riuscito

Sahel, Nigeria, Camerun: terroristi più attivi che mai in tempo di coronavirus

Orrore in Ciad: 44 presunti Boko Haram avvelenati in prigione

I parrucchieri di Nairobi lanciano una nuova moda: la pettinatura al Coronavirus

Africa ExPress
Nairobi, 3 maggio 2020

I saloni dei parrucchieri a Nairobi, capitale del Kenya, hanno visto i loro guadagni contrarsi vistosamente a causa della pandemia che ha colpito pesantemente anche il continente africano. E per cercare di risollevare il loro business hanno pensato bene di lanciare la pettinatura a “Coronavirus”. Un’acconciatura che imita l’aspetto del virus come appare al microscopio: una sfera con aculei pungenti.

Le ragazze devono entrare dal parrucchiere e accomodarsi sulla poltrona indossando le mascherine di protezione. Poi chinano la testa tra smorfie e sorrisi e lasciano che il “maestro” lavori in pace per un’oretta giocando con la loro chioma.

Parrucchieri all’opera in un salone di Nairobi

Il nuovo stile è stato “inventato” a Kibera, il più grande e desolato slam della capitale keniota, ma si è subito diffuso in tutto il Paese.

Semplice ed economico

I tre parrucchieri che l’hanno messo a punto sono i proprietari del Mama Brayo Beauty Salon. Iniziano la loro opera dividendo i capelli delle loro clienti in una dozzina di ciuffetti ciascuno dei quali viene attorcigliato e avvolto con uno spesso filo nero, in modo che possa restare dritto in una continua sfida con la forza di gravità. Le ciocche che risultano assomigliano alle proteine ​​dei picchi del coronavirus come appaiono al microscopio.

“È semplice ed economico si può fare sulla testa di chiunque”, ha spiegato alla Reuters la stilista Diana Andayi. Una acconciatura simile è stata lanciata non successo anche il Nigeria. Il costo di questo lavoro d’artista è più o meno equivalente a un euro. Prezzi tagliati a causa dei budget impoveriti da virus.

Altre due ragazzine con un’acconciatura da coronavirus

In Kenya il coronavirus ha infettato 384 persone e ne ha uccise 15 e ha provocato il caos dell’economia, in particolare per i lavoratori precari e con bassi salari.

I saloni di parrucchiere possono rimanere aperti ma con forti restrizioni. Pochi hanno aderito alla richiesta delle autorità di chiudere volontariamente.

Anche in Kenya i loro affari sono crollati. Prima dello scoppio dell’epidemia, una buona giornata portava in cassa 3000 scellini (più o meno 28 euro). Ora, la cifra è scesa a un quarto, ha raccontato la proprietaria del salone Leunita Abwala. “Stiamo ancora soffrendo perché la domanda è molto bassa –  ha poi spiegato – Ma speriamo che lo stile ‘Coroavirus’ incrementerà il business”. E già nei negozi di parrucchieri cominciano ad arrivare i poster con le prime foto per lanciare la nuova moda.

Africa ExPress
twitter @africexp

Africa senza preservativi a causa del Covid-19: rischio aumento casi di AIDS

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 2 maggio 2020

La mancanza di preservativi è l’ultima disgrazia che colpisce l’Africa. Un altro tsunami attacca il grande continente che segue all’invasione delle locuste e al contagio delCoronavirus. Una situazione che potrebbe far sorridere se non fosse tragica. La mancanza del prezioso strumento di lattice significa – oltre alle gravidanze indesiderate – soprattutto un aumento dei casi di HIV e delle malattie sessualmente trasmissibili.

Produzione di profilattici
Lubrificazione di profilattici

Le aziende che producono profilattici sono ferme

Perché i preservativi sono spariti dal continente africano? Semplice. In questo mondo iperglobalizzato che ha permesso la diffusione esponenziale del Covid-19, le maggiori aziende che li producono sono ferme. Soprattutto in Malesia il maggior produttore al mondo dell’anticoncezionale più usato nel pianeta.

Il governo malese, a causa della pandemia ha imposto la chiusura della Karex Bhd di proprietà di Goh Miah Kiat. I suoi tre stabilimenti, che fabbricano un quinto dei preservativi prodotti a livello globale, lavorano a produzione ridotta. La più grande azienda di profilattici della Terra produce oltre tre miliardi di pezzi all’anno con il 75 per cento della produzione per conto terzi.

Dati 2018 HIV/AIDS (OMS-WHO)
Dati 2018 HIV/AIDS sull’Africa (OMS-WHO)

Preoccupazione per i programmi umanitari

Kiat ha dichiarato all’agenzia Reuters che farà fatica a tenere il passo con la domanda a metà della sua capacità. Ha anche espresso la sua preoccupazione per i programmi umanitari in Africa. Secondo la Karex, per diversi mesi nel Continente nero potrebbe esserci una carenza di quel prezioso strumento di protezione.

L’Africa importa anche preservativi cinesi, anche se si sono dimostrati di bassa qualità e addirittura troppo piccoli. In Zimbabwe, nel 2018, l’allora ministro della Salute aveva chiesto ai cinesi di spedire profilattici più grandi perché non adatti alle misure zimbabwiane. Nel 2013 invece in Ghana sono stati sequestrati 110 milioni di preservativi perché erano bucati.

Nel 2018 morte di AIDS 240mila persone

In tutto il continente africano, secondo dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS-WHO), ci sono 25,7 milioni di persone colpite da HIV. Un milione e 100 mila hanno contratto l’infezione 2018 e, nello stesso anno, 470mila persone sono morte a causa di malattie collegate all’AIDS.

Danielle, prostituta di Goma, mostra come usare una busta di plastica come un profilattico (Courtesy VPRO Metropol)
Danielle, prostituta di Goma, mostra come usare una busta di plastica come un profilattico (Courtesy VPRO Metropol)

C’è chi si arrangia

Intanto, vista la crisi, c’è chi si arrangia. Una di queste è una prostituta congolese della regione di Goma, ad est della Repubblica Democratica del Congo (Congo-K). Intervistata dal canale Youtube, VPRO Metropolis si chiama Danielle e ha spiegato che preferisce usare sacchetti di plastica.

Anche perché non si fida del preservativo. D’altronde, dopo le fregature cinesi in Zimbabwe e Ghana, chi lo farebbe?

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

Il ministro della salute dello Zimbabwe chiede ai cinesi profilattici di taglie più grandi

Cinesi e bucati: 110 milioni di preservativi sequestrati in Ghana

L’Africa in guerra su due fronti: il Covid-19 e la nuova invasione di cavallette

Libia, mercenari sudanesi a fianco di Haftar in cambio di aiuti degli Emirati a Khartum

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 aprile 2020

Anche il Sudan ha dovuto registrare nuovi casi di Covid-19, per lo più nella capitale Khartoum. In tutto il Paese si registrano 375 casi, tra questi anche 28 vittime. Il ministero della Salute ha fatto sapere che pure nel Kordofan è stato individuato il primo paziente affetto da coronavirus.

Già a metà marzo il governo di Khartum aveva chiuso il traffico marittimo e aereo per contrastare l’espandersi della pandemia e dichiarato l’emergenza sanitaria su tutto il territorio nazionale. Trasporti umanitari, commerciali e tecnici sono esclusi dalle restrizioni.

Delegazione UAE a Khartoum

Secondo quanto riporta il network qatariota al Jazeera nella sua versione internazionale in inglese, malgrado queste restrizioni, martedì sarebbe arrivata nella capitale sudanese una delegazione degli Emirati Araba Uniti, capeggiata da Tahnoon bin Zayed, consigliere per la sicurezza nazionale. I rappresentanti dell’UAE sarebbero arrivati in gran segreto con due aerei, uno dei quali, con il logo della squadra calcistica Manchester City, della quale gli Emirati sono il maggiore sponsor, con passeggeri a bordo. L’altro avrebbe trasportato materiale sanitario. Entrambi gli aeroplani avrebbero parcheggiato nella zona dell’aeroporto internazionale, riservata ai voli militari. Dopo cinque ore di intensi dialoghi a Khartum, la delegazione sarebbe ripartita alla volta di Dubai.

L’emittente ha inoltre precisato che domenica scorsa una delegazione di alti funzionari degli Emirati sarebbe arrivata nella capitale sudanese per un breve incontro con loro omologhi locali, per poi dirigersi in Ciad.

Incontri segreti o quasi per chiedere a Khartum di sostenere con mercenari Khalifa Haftar,  il leader della Cirenaica  capo del Libyan National Army. Haftar  combatte contro l’esercito di Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj, presidente del Consiglio Presidenziale e Primo ministro del Governo di Accordo Nazionale della Libia, riconosciuto dall’ONU e puntellato dalla Turchia con forniture d’ami e droni.

Il portavoce del governo di transizione sudanese, Faisal Mohamed Saleh, ha riferito ai giornalisti di Sudan Tribune, un quotidiano online con base a Parigi: “Perche sarebbero dovuti arrivare in gran segreto? Malgrado la pandemia, le visite ufficiali non sono vietate. Recentemente abbiamo anche ricevuto una delegazione egiziana, tra questi il direttore dell’intelligence e e il ministro dell’Irrigazione. Le relazioni, gli eventi pubblici sulla scena regionale e internazionale sono in continua in evoluzione, non si fermano a causa della pandemia”. E ha aggiunto: “La posizione del nostro governo è chiara e di pubblico dominio. Incoraggiamo il dialogo tra le varie fazioni in Libia per arrivare a una soluzione pacifica. Il Sudan non vuole essere coinvolto in azioni militari”.

Infine il portavoce ha specificato: “L’aereo con il logo del Manchester ha portato semplicemente aiuti sanitari. Molte foto possono documentare lo scarico della merce. Non è la prima volta che l’emittente scredita il nostro Paese senza controllare la veridicità delle notizie”.

Mohammad Hamdan Dagalo, vice presidente del Consiglio militare di transizione sudanese ed ex capo delle milizie Janjaweed

Peccato che il portavoce si sia dimenticato di alcuni dettagli importanti. Qualche mese fa un gruppo di esperti dell’ONU aveva presentato al Consiglio della Sicurezza un rapporto di oltre trecento pagine che conteneva le prove della presenza di migliaia di militari sudanesi in Libia, che come conseguenza avrebbe potuto provocare un prolungamento del conflitto in atto.

A gennaio il governo di transizione di Khartum ha spiegato che stava investigando su alcuni sudanesi al soldo di un’agenzia di sicurezza privata UAE per controllare giacimenti petroliferi in Libia. E le autorità sudanesi difficilmente potranno negare di non essere a conoscenza che grazie al sistema di monitoraggio dei voli, gli stessi Emirati hanno continuato a inviare armi in Libia malgrado l’embargo imposto dall’ONU e dei ripetuti attacchi con droni contro postazioni del governo di Tripoli  in favore delle truppe di Haftar.

E solo qualche giorno fa The Libya Observer ha reso noto che le autorità di Abu Dhabi hanno chiesto aiuto al vice-presidente del Consiglio militare del Sudan, Mohamed Hamdan Dagalo “Hametti”, capo delle Rapid Support Forces, ex janjaweed. Gli Emirati vogliono che Khartoum invii rinforzi a sostegno dell’esercito di Haftar nella sua offensiva contro Tripoli. Dagalo avrebbe promesso di inviare due gruppi armati. Una fonte che ha preferito mantenere l’anonimato ha riferito al quotidiano libico con sede a Tripoli che in cambio l’UAE avrebbe promesso aiuti economici e militari.

Mercenari sudanesi in Libya

Migliaia di mercenari sudanesi stanno combattendo in Libia a fianco delle forze di Haftar. Le loro foto e video, postati da Sirte o dalla parte meridionale di Tripoli, sono pubblicate in continuazione sui social con lo slogan “Siamo qui per liberare la Libia dal terrorismo”. Ovviamente il governo sudanese nega ogni coinvolgimento in Libia.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Coronavirus non ferma i combattimenti in Libia e l’Europa bloccherà il traffico di armi

Benin: il coronavirus si scaccia con il vodoo, ogni Paese ha una propria cura

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
29 aprile 2020

Il Benin, dove il vodoo è la religione di Stato, gli adepti sono convinti che la pandemia sia una vendetta degli dei, una punizione contro coloro che hanno voluto sfidare la natura. Nella culla del voodismo, questa visione si è diffusa più velocemente del Coronavirus stesso e per combatterlo ognuno deve compiere un rituale particolare.

L’essenza propria del vodoo è quella di adorare gli spiriti del mondo invisibile e di conciliare la loro potenza e la benevolenza. Il ruolo del culto è stabilire una relazione tra l’uomo e queste forze occulte.

Un fedele in trance danza durante il festival del voodoo a Ouidah, in Benin (foto © AFP/File / Stefan Heunis)

Lo storico e specialista del vodoo, Gabin Djimass, è convinto che quando si provoca la natura, talvolta questa reagisce in modo violento. Djimass ha spiegato: “Il coronavirus è una punizione contro quelli che l’hanno distrutta o manipolata geneticamente, pensando solamente al profitto o alle proprie ambizioni. L’uomo è egoista, pensa solo a se stesso, mentre la natura gli dona tutto”.

Finora il Paese è stato poco toccato dalla pandemia; infatti sono stati registrati solamente 64 contagi, 33 dei quali dichiarati guariti e un solo decesso su una popolazione di 11,5 milioni di abitanti.

Patrice Tallon, presidente della ex colonia francese non ha imposto il lockdown, la popolazione è troppo povera per poter sopportare un tale peso. Il governo ha comunque messo in atto altre raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), come l’obbligo di portare le mascherine, chiusura delle frontiere, limitazione negli spostamenti all’interno del territorio nazionale e quant’altro.

Poco più di un anno fa le antiche famiglie reali di Abomey, ex capitale dell’antico regno di Dahomey, hanno nominato un nuovo re, Dada Sagbadjou Glèlè, dopo la morte del suo predecessore. I monarchi di Dahomey sono tutti “grandi sacerdoti” del culto tradizionale vodoo. L’attuale sovrano Glèlè, e, secondo l’ordine genealogico è il solo capo della collettività ad essere un discendente diretto – pare sia l’unico pronipote ancora vivente – del re Glèlè, padre di Béhanzin, grande figura della resistenza africana, che si era opposta all’imperialismo europeo. Ma oggi le cose sono cambiate. La ex colonia francese è una Repubblica e gli antichi sovrani di Abomey sono stati “delcassati” a leader religiosi.

Ma è ugualmente un ruolo da non sottovalutare, in quanto non solo tutti dignitari vodoo riconoscono l’autorità del sovrano di Abomey e sono suoi fedelissimi, ma anche i politici lo considerano uno dei grandi elettori e alla vigilia di ogni tornata elettorale si recano alla sua corte.

Nel 1685 Abomey, fondata dalla popolazione fon, è diventata la capitale del Dahomey, era uno dei regni più importanti dell’Africa occidentale. Dal diciasettesimo fino al diciannovesimo secolo i dodici re che si sono susseguiti fino al 1900, hanno fatto costruire palazzi, realizzati in materiale tradizionale, su una superficie di quarantasette ettari. Nel 1985 sono stati dichiarati dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Anticamente la città era circondata anche da un muro costruito di fango.

Non bisogna dimenticare che i fon sono stati anche grandi commercianti di uomini; la ricchezza e il potere di Abomey era dovuta sopratutto alla tratta degli schiavi che praticavano in cambio di armi. Infatti Dahomey sorge proprio sul luogo tristemente chiamato “Costa degli Schiavi”.

Le amazzoni di Dahomey

Nel 1892 la città è stata parzialmente distrutta da un terribile incendio, appiccato da Behanzin, l’ultimo sovrano del regno, prima di cedere la città ai francesi. Behanzin era stato incoronato nel 1890, anno che coincide con l’espansione coloniale francese nel Dahomey. Per contrastare l’invasore, il re aveva formato un esercito di venticinquemila uomini e truppe speciali, composte da cinquemila donne, le Amazzoni. Erano intoccabili e vergini giurate. Si identificavano con il nome di “N’Nonmiton”, tradotto in italiano “nostre madri”. Erano armate di moschetto olandese e di machete e decapitavano velocemente le loro vittime. Venivano reclutate ancora bambine, tra gli otto-nove anni. Se un francese tentava di avvicinare una delle amazzoni, il giorno dopo lo si trovava morto nel suo letto.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Il presidente del Madagascar:”Le nostre piante guariranno il mondo dal Covid-19″

Calcio africano in ginocchio per colpa del Coronavirus

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
28 aprile 2020

In Uganda i calciatori come paga hanno ricevuto 5 chili di riso e altro cibo. In Camerun i giocatori saranno senza stipendio. In Egitto le grandi squadre sono state invitate a ridurre gli emolumenti per aiutare le serie inferiori. Idem in Algeria. Il Sud Africa ha stanziato 8 milioni di dollari per far sopravvivere il mondo dello sport.

Il coronavirus ha messo in ginocchio anche il mondo del calcio africano. Campionati nazionali sospesi, tornei internazionali annullati o rimandati, stadi chiusi, calciatori a terra, economicamente e moralmente.

Panem et circenses, diceva il poeta latino Giovenale. Pane e giochi. Ma senza giochi non c’è pane. Se non si gioca, non si incassa. E non si mangia. Nello sport più amato, in questo periodo il terribile dilemma, estremizzando, è: morire di virus o morire di fame?

“Il calcio è vita e nel momento in cui si ferma è come se anche la vita si fermasse”, ha dichiarato David Juma, 36 anni, portiere e capitano della squadra della città di Kakamega (sul lago Vittoria), il Kakamega Homeboyz della Premier League del Kenya (corrispondente alla nostra Serie A). Secondo i dati forniti dalla Kenyan Premier League (Kpl), che riunisce le 16 squadre della massima divisione, il 50% dei giocatori guadagna mediamente 200 dollari al mese a cui si aggiungono diversi bonus legati ai risultati. E la Lega con gli stadi chiusi ha perso anche gli introiti dello sponsor, il bookmaker internazionale SportPesa. Altri giocatori sono meno fortunati: sono quelli che non hanno uno stipendio, seppur misero, ma sopravvivono grazie al lavoro prestato nella società proprietaria della squadra. Questa società a sua volta è in difficoltà, perché – conferma Jama – “il nostro boss è un uomo d’affari ma con il Corona gli affari sono fermi. E non è in grado di darci lo stipendio intero. Ci è stato detto che prenderemo la metà, sempre meglio che essere licenziati”. Per le calciatrici, poi, le prospettive sono ancor più drammatiche: in genere guadagnano la metà dei loro colleghi maschi.

La situazione non è più rosea nel Camerun. Anche qui la paga mensile media è stata fissata sui 200 dollari. Thomas Etta Bawak, 25 anni, è un pilastro della difesa del Cotonsport di Garoua (capitale della regione del Nord sul fiume Benue) ed è preoccupato e demoralizzato. La sua squadra è l’unica della massima serie di proprietà governativa ma – commenta – “a dispetto del salario garantito temo che in maggio la paga non sarà la stessa. Senza partite non ci saranno incassi e la società non potrà andare avanti. Io e i miei colleghi siamo in ansia sia per il virus sia per la mancanza di denaro. Psicologicamente siamo distrutti”.

E’ un comune sentire, da una confine all’altro. Bolaji Simeon Sakin, 27 anni, nigeriano attaccante dell’Horoya FC di Konakry, in Guinea, non ha lacrime per piangere: “Sono sposato, ho figli ma devo pensare anche al mantenimento di mamma, di fratelli e sorelle – dice – Non giocando, non incassiamo i bonus previsti”. Bolajj non tocca palla da metà marzo, quando il campionato è stato fermato. Proprio quando la squadra era prima in classifica e proprio quest’anno che era giunta in semifinale della Caf Confederations Cup, torneo rinviato a chissà quando.

Nessuno è esente dallo tsunami pandemico.

Sono nei guai Sud Africa e Nord Africa, che in genere elargiscono stipendi abbastanza alti rispetto al resto del continente. In Egitto il ministro degli Sport ha invitato che le compagini più forti, in particolare la più titolata dell’Africa intera, Al Ahly, (ribattezzata “la squadra del secolo”) a dare una mano a quelle delle divisioni inferiori. In settimana si iniziano i colloqui fra staff, giocatori e dirigenti per decidere la riduzione delle paghe a favore delle serie meno ricche. Anche gli altri top club egiziani come El Gounah, e Al-Mokawloon al-Arab , noto come Arab Contractors, di Nasr City, i Pyramids FC di Asyut, hanno annunciato tagli. Abdallah Mahmoud El Said Bekhit, 37 anni, centrocampista dei Pyramids, ha dichiarato che devolveranno una parte dei loro guadagni per l’acquisto di materiale medico. Di questa società fa parte John Antwi, 25 anni, ghanese, il giocatore più caro del continente: valutato un milione di euro

Un’altra compagine, Lo Smouha Sporting Club, di Alessandria, ha comunicato che all’allenatore Hamada Sedki verrà dimezzato il salario. Per fronteggiare la crisi generale la Fifa, l’organismo che governa il calcio mondiale, ha annunciato la creazione di un fondo di emergenza di cui hanno usufruito diverse federazioni africane. Queste da parte loro hanno dato fondo alle loro (spesso misere) risorse. Secondo un’inchiesta della BBC sport Africa, la Sierra Leone Football Association ha donato oltre 67 mila dollari di aiuto alle società di serie A e B, la Liberia 4200 dollari. Il Sud Africa ha stanziato 8 milioni di dollari per supportare gli atleti e gli artisti. Il Sud Africa si aspettava molto dal calcio: dopo molti anni, aveva conquistato il diritto partecipare alla Coppa delle Nazioni Africane prevista per il 2021, che non si sa se si potrà svolgere. Mark Twinamatsiko, allenatore del Kitara Football Club (in serie B), in Uganda, ha promesso metà dei suoi proventi ai suoi giocatori mentre la società ha donato loro 5 chili di cibo a testa. Sempre in Uganda la Federazione calcistica locale ha distribuito 12 tonnellate di cibo a giocatori, dirigenti e spesso anche ai tifosi.

FUFA, la Federazione calcistica ugandese, distribuisce riso ai calciatori

In questo panorama desolante brilla solo un magnate kenyano, Ricardo Badoer, padre e padrone dell’equipe del Kenya, Wazito FC, di una squadra minore in Spagna (Ursaria) di una canale televisivo online a Nairobi (Madgot tv)

Ricardo Badoer, in realtà è un affarista svedese domiciliato a Dubai, ed è un fanatico del calcio noto anche per le sue intemperanze verbali quando la squadra perde. E quest’anno gli è successo spesso, dato che la squadra non ha brillato particolarmente fino al momento in cui il campionato è stato sospeso per il virus: 13° su 18! Ha comunque garantito che tutti. I dipendenti della società continueranno a ricevere la retribuzione per intero. “So che cose vuol dire restare senza lavoro – ha dichiarato – Non voglio che gli altri soffrano quello che ho passato io. Penso che se hai gente che lavora per te, non puoi decidere di lasciarla senza paga perché c’è un virus che imperversa nel mondo. Sarebbe ingiusto, hanno famiglia, hanno bisogno di cibo e io ho sempre messo da parte il denaro sufficiente per affrontare queste situazioni critiche. Se riesci a sopravvivere ai tempi duri, tornerai più forte”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

In Burundi il calcio non si ferma: sfida a tutto campo contro il coronavirus

 

Coronavirus: Cina scatena xenofobia nei confronti degli africani

Speciale per Africa ExPress
Elisabetta Crisponi
27 aprile 2020

Mentre in Italia ci si prepara alla cosiddetta “Fase due”, la Cina è già in stadio di ripresa. Ciò che si teme, però, è una nuova grande ondata di contagi da COVID-19 che potrebbe arrivare in autunno.

Ma facciamo un passo indietro. Quando il virus ha iniziato a propagarsi, i cinesi si trovavano in vacanza, nel bel mezzo dei festeggiamenti per l’anno nuovo. Questa coincidenza è stata fondamentale nella diffusione del virus. Tutti si sono spostati dalle città verso le zone rurali, o partiti per l’Europa e tornati dall’Occidente verso casa, per celebrare l’avvento del nuovo anno con le proprie famiglie. La nostra fonte a Shanghai afferma che, in città, il giorno di capodanno non c’era nessun allarme governativo, così, tutti si sono potuti riunire tra amici e parenti.

Little Africa a Gouangzhou

Ma dopo quei giorni la situazione è cambiata: improvvisamente il Paese si è ritrovato letteralmente invaso da un nemico invisibile. Anche se, come noto, il coronavirus circolava già da dicembre. Infatti, una commissione di accademici e scienziati aveva scritto al governo centrale, avvisandolo di aver rilevato un nuovo virus sconosciuto. Ma i mittenti, insieme ad altri medici, sono stati zittiti e minacciati. Sicuramente si credeva di arginare il problema senza fare clamore, infatti il 25 gennaio, due giorni prima dell’anno nuovo cinese, la città di Wuhan era già in lockdown.

Inizialmente si ignorava che il contagio potesse passare dall’animale all’uomo, perciò la situazione è sfuggita di mano. Il governo cinese ha agito tardi, ma appena è scattato l’allarme, tutta la nazione si è dedicata con diligenza alla sconfitta del virus. In questo momento, mentre si sta cercando di tornare alla normalità, il governo e l’opinione pubblica attribuiscono il contagio ad un soldato americano, che per primo avrebbe portato il COVID-19 nel Paese. Mentre, la versione della comunità scientifica è differente: si presume che il virus sia sfuggito da un laboratorio, in cui da anni i ricercatori fanno ricerche sui pipistrelli, vicinissimo al mercato del pesce di Wuhan.

È importante non dimenticare che la Cina ha un territorio sconfinato, perciò la situazione cambia da regione a regione. Secondo i dati dichiarati dal governo, sarebbero 84.325 i casi confermati nel Paese e 4.642 i decessi. Shanghai è la città meno colpita: le cifre ufficiali parlano di 500 contagi e 7 morti, su una popolazione di 25 milioni di persone. Adesso la preoccupazione maggiore riguarda i “contagi di ritorno”, ossia i casi di COVID-19 importati dall’estero. A Shanghai mercati e ristoranti sono stati riaperti, si è già deciso che gli esami di maturità saranno svolti regolarmente e in presenza a luglio; ma tutto comunque con l’obbligo di portare la mascherina.

Intanto la popolazione è stata dotata di un chip collegato al cellulare, che certifica gli spostamenti e la positività presente o passata al coronavirus. In questo clima di ricerca della stabilità, come speso accade, ciò che sta emergendo è la paura per lo straniero; e uno in particolare: quello dalla pelle nera. Nella provincia del Guangdong, nella Cina meridionale, risiede la comunità africana più grande dell’Asia.

Africani in Cina costretti a dormire all’addiaccio

Il territorio, nel corso degli anni, è divenuto un centro economico molto importante, dal cui porto passano grossi traffici commerciali. Sembrerebbe che, con l’avvento del COVID-19, sia cresciuta la tensione tra la popolazione locale e i lavoratori africani. Tutto è iniziato con un litigio, non provato, tra un’infermiera e un nigeriano che si sarebbe rifiutato di fare il tampone.

Tre giorni dopo, avendo constatato cinque casi positivi in un ristorante, la polizia locale avrebbe fatto irruzione nelle case di alcuni africani, con regolare visto e impiego qualificato, costringendoli a stare per strada o negli hotel. In un locale della catena McDonald’s sarebbe stato vietato l’accesso alle persone di colore.

Intanto il governo centrale nega ogni responsabilità, affermando anzi che questi episodi siano stati inventati e montati ad arte. Ma la nostra fonte ci parla anche di una persona africana, già risultata negativa al test, costretta ad abbandonare la propria abitazione, al contrario di sua moglie, canadese con la pelle bianca, che non ha dovuto abbandonare la loro abitazione.

Non è un mistero l’esistenza di un certo pregiudizio cinese, culturale ed estetico, non razziale, sulle persone di colore. Basti pensare al caso di una pubblicità su una nota marca di lavatrici in cui, per mostrarne l’efficacia, un bambino nero veniva gettato nel cestello per poi uscirne pulito e bianco. Insomma, insieme al virus si diffonde anche il panico verso “Calimero”, che non sarebbe in grado di proteggere se stesso e gli altri dal contagio.

Elisabetta Crisponi
elicrisponi@hotmail.it

Congo-K: i gruppi armati non temono il coronavirus, uccisi 13 ranger del parco Virunga

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
26 aprile 2020

In questi giorni nella Repubblica Democratica del Congo il coronavirus non è al centro delle cronache. La morte, la distruzione e il dolore sono causati dagli attacchi di vari gruppi armati che operano nella parte occidentale dell’enorme Paese.

Venerdì mattina sono state uccise 19 persone a una quarantina di chilometri da Goma, capoluogo della provincia del Nord-Kivu. Tra le vittime, almeno 13 erano ranger del parco del Virunga, il più antico di tutta l’Africa, noto durante il colonialismo belga con il nome di parco nazionale Albert. Nel Kivu settentrionale é scoppiata la decima epidemia di ebola, non ancora debellata e nonostante ciò è teatro da continue incursioni di milizie di diverse estrazioni.

Venerdì mattina una sessantina di uomini armati ha attaccato un convoglio che porta regolarmente cibo da Goma a Rumangabo. I ranger del parco erano addetti alla sicurezza e alla difesa della carovana di veicoli. Per questo lavoro extra i guardiani ricevono 250 dollari mensili dagli abitanti dei villaggi lungo il percorso. La direzione dell’ICCN chiude un occhio e acconsente per non inimicarsi ulteriormente i residenti che in varie occasioni hanno accusato i responsabili del Virunga di sconfinamento e devastare le coltivazioni. Le comunità confinanti con la riserva naturale sono stati coinvolti in diversi programmi di cooperazione economica, per esempio micro credito e progetti di distribuzione di corrente idroelettrica.

Gorilla della montagna nel Parco nazionale Virunga, RDC

L’Isitituto Congolese per la Conservazione della Natura (ICCN), responsabile della gestione di tutti parchi ha comunicato che altri tre ranger e sei civili sono stati feriti, alcuni in modo grave.

Cosma Wilungula, direttore generale dell’Istituto, ritiene che i responsabili del massacro siano membri del gruppo FDLR (Forces Démocratiques pour la Libération du Rwanda), ribelli hutu, che non sono più operativi in Ruanda dal 2001. Hanno spostato il loro campo d’azione nell’est del Congo-K, dove da anni commettono atrocità indescrivibili contro la popolazione civile. Sono accusati di reclutare con la forza bambini-soldato, di saccheggiare i villaggi e di finanziare le loro attività criminali grazie al traffico illecito di oro e legno pregiato. Lo scorso anno le forze armate congolesi hanno ucciso Sylvestre Mudacumura, leader del gruppo.

Il Virunga, oltre ad essere la patria dei gorilla di montagna e di altre specie protette, è anche nascondiglio e rifugio di movimenti ribelli, che già in passato hanno attaccato e ucciso guardiani e rapito turisti. Lo stesso direttore del parco, Emmanuel de Mérode qualche anno era stato assalito da un commando e solo per miracolo ne era uscito vivo.

L’incantevole riserva naturale è tra i parchi più pericolosi al mondo. Attacchi ai guardiani sono frequenti e due anni fa sono stati rapiti anche due turisti britannici, liberati poco dopo. In seguito la riserva è rimasta chiusa per diversi mesi. Anche ora  non è accessibile ai turisti, questo per una misura precauzionale. Si teme che i gorilla possano essere infettati da Covid-19.

Mentre nella provincia di Ituri il gruppo armato CODECO (Coalition des Démocrates Congolais formato da miliziani di etnia Lendu), giovedì ha ucciso nuovamente 13 residenti del territorio di Djugu. Per proteggere la popolazione, la MONUSCO (Mission de l’Organisation des Nations Unies pour la Stabilisation en République démocratique du Congo) ha inviato truppe supplementari. In tutta la zona la situazione è drammatica. Tre villaggi sono ormai privi di abitanti, scappati terrorizzati dalla furia dei miliziani di CODECO.

Ne Muanda Nsemi, guru della setta Bundu dia Kongo

Altri sanguinosi scontri tra la polizia e membri del gruppo politico-religioso Bundu dia Kongo si sono verificati venerdì scorso a Kinshasa. Le forze dell’ordine hanno arrestato il leader della setta, Ne Muanda Nsemi (il cui vero nome è Zacharie Badiengila), ex professore universitario e ex deputato. Alcuni adepti della setta si sono arresi agli agenti, mentre il guru si era barricato nel suo alloggio. Durante la bagarre che ne è seguita, è stato ferito alla testa dagli agenti.

Nei giorni precedenti un centinaio di suoi fedeli si era radunata con machete, armi bianche e fucili sulla strada nazionale vicino a Kisantu nella provincia del Congo centrale. Hanno poi eretto barricate e intonato slogan xenofobi contro i non residenti. E’ stato necessario l’intervento della polizia per disperdere l’assembramento. Il bilancio della giornata è stato di 4 morti. La scorsa settimana invece, sempre nella stessa area, durante gli scontri tra la polizia hanno perso la vita 14 persone. Scopo del guru di Bundu dia Kongo è restaurare il regno del Congo del XV secolo e pur di farsi ascoltare gli adepti non esitano a usare la violenza contro chiunque non originario della provincia.

L’ex colonia belga ha registrato finora 416 contagi da coronavirus, l’ultimo ieri sera. Si tratta di un congolese di 58 anni della provincia dell’Alto Katanga. L’uomo era ritornato da Nairobi, la capitale del Kenya, all’inizio del mese. I morti per Covid-19 sono stati 28.

E nel Sud-Kivu piogge torrenziali e inondazioni hanno causato la morte di oltre 40 persone, 15 mila abitazioni distrutte. La città di Uvira è completamente isolata. E ora, in piena pandemia, nell’area interessata dal maltempo si teme l’arrivo del colera.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Coronavirus e recrudescenza di ebola, cocktail micidiale in Congo-K

Congo-K: rapiti due turisti britannici nel parco Virunga mentre ebola colpisce ancora

Ucciso in Congo-K il capo dei ribelli Hutu ruandesi accusato di aver partecipato al genocidio del 1994

Libano: ragazza nigeriana messa in vendita su internet dal suo datore di lavoro

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 aprile 2020

Conosciamo tutti le pagine internet dove possiamo vendere oggetti che non ci servono più. E come merce è stata trattata in Libano un giovane collaboratrice domestica nigeriana.

A Beirut il suo datore di lavoro ha messa in vendita su un noto social network. “Ragazza trentenne, nigeriana, molto pulita, attiva, documenti in regola, vendesi per 1.000 dollari”.

L’autore del post è stato arrestato dall’intelligence libanese (Lebanon’s General Security agency). L’uomo, sembra si chiami Wael Jerro, è ora indagato e l’Agenzia ha messo in allerta gli utenti del cybermarket: “Chiunque mette in vendita online persone viola le leggi contro la tratta di esseri umani”.

Colf africane in Libano

L’annuncio è stato ora rimosso, in rete circolano comunque gli screenshot e molti cittadini nigeriani, nonché le autorità di Abuja, hanno gridato allo scandalo, tanto da attirare l’attenzione del ministro della Giustizia libanese, Marie-Claude Najem, che ha immediatamente ordinato agli agenti dell’Intelligence di occuparsi del caso. Dal canto suo il ministro del Lavoro ha detto che è assolutamente vietato inserire annunci online riguardanti collaboratici domestiche.

In Libano le colf straniere non godono di nessuna protezione, sono escluse dai diritti dei lavoratori. A tutt’oggi per questa categoria viene ancora applicata la Kafala, che vincola la loro residenza legale alla relazione contrattuale con chi l’ha assunta. Ciò significa che un migrante non può cambiare impiego senza autorizzazione del datore di lavoro. Se un dipendente rifiuta, decide di abbandonare l’abitazione senza il consenso del padrone, rischia di perdere il permesso di soggiorno e di conseguenza il carcere e l’espulsione.

Un sistema che equivale a una forma di moderna schiavitù. Nel Paese dei cedri vivono attualmente 250.000 colf, per lo più provenienti dall’Africa sub-sahariana (Nigeria, Ghana, Etiopia e altri), ma provengono anche dall’Asia (Nepal e Filippine). Non di rado le giovani donne subiscono violenze e abusi di tutti generi, proprio perchè non sono protette da nessuna legge. In un suo rapporto di un anno fa Amnesty international aveva chiesto esplicitamente l’immediata abolizione della Kafala in Libano.

Libanese arrestato: aveva messo in vendita la sua colf su FB

La direzione della sicurezza generale – un’agenzia di intelligence libanese – ha fatto sapere che ogni settimana muoiono almeno due colf. Non di rado le ragazze, per sottrarsi agli abusi del datore di lavoro, e nella disperazione scelgono vie di fuga assai pericolose, come saltare dalla finestra di un appartamento situato magari a piano elevato, finendo a terra rovinosamente, gravemente ferite o addirittura morte.

Il 14 marzo scorso è stato trovato il corpo di una giovane ghaniana, Faustina Tay, nel parcheggio sottostante all’appartamento del 4° piano di proprietà del suo datore di lavoro. Solo il giorno precedente aveva contattato un gruppo di attivisti di This is Lebanon, nonchè suo fratello in Ghana, manifestando il suo grande disagio per i ripetuti abusi da parte del “padrone” e dell’agente che l’aveva fatta venire in Libano. Aveva detto di sentirsi in pericolo di vita. Diciotto ore dopo la ragazza giaceva esanime sull’asfalto.

Un medico legale ha stabilito la causa della sua morte:  un trauma cranico, causato dalla caduta da un’altezza piuttosto elevata. Nessun segno di maltrattamenti. Il caso è stato archiviato come suicidio.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Nigeria, l’inferno da dove vengono gli schiavi venduti all’asta in Libia