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Silvia è tornata, lasciamola in pace ma le autorità chiariscano i lati oscuri del rapimento

Speciale per Africa ExPress e per Il Fatto Quotidiano
Massimo Alberizzi
11 maggio 2020

Silvia Romano è tornata a casa tra la felicità di tutta Italia e un po’ di commozione generale.

Quando tutti ci dicevano che era stupido continuare a sperare, noi abbiamo caparbiamente e puntigliosamente continuato a cercare. Ora Silvia va lasciata in pace.

Silvia è tornata ma alcuni dettagli di questa vicenda appaiono abbastanza strani e forse meritano un chiarimento. L’enfatizzazione del ruolo degli 007 italiani appare eccessivo. Certo forse è un dovere istituzionale ma lascia un po’ sorpresi. Il presidente Giuseppe Conte ha annunciato la liberazione della ragazza con due twitt praticamente identici tranne che per la parola “esterna” aggiunta accanto a intelligence. Nel primo messaggio si ringrazia infatti semplicemente l’intelligence, nel secondo l’intelligence esterna cioè l’AISE. Una puntualizzazione necessaria? Forse sì, ma non certo diretta al grande pubblico.

Giuseppe Conte, presidente del Consiglio dei ministri e Silvia Romano

Un’altra informazione curiosa l’ha fornita lo stesso Conte quando ha sottolineato il ruolo svolto dalle intelligence somala e turca nella ricerca e liberazione di Silvia Romano. Una fonte confidenziale ha riferito ad Africa ExPress che ormai da tempo la rete di informatori che l’Italia aveva tessuto nel Corno d’Africa è stata praticamente smantellata. Ce la invidiavano tutti e Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna chiedevano ai nostri servizi quelle informazioni che non riuscivano a ottenere da soli: “Se esistesse ancora quel network non avremmo avuto bisogno della Turchia, che comunque in Somalia è un Paese straniero anche se a maggioranza islamica. Saremmo invece andati direttamente dai capi dei servizi segreti somali incaricandoli a trattare il rilascio della ragazza. I costi anche quelli politici sarebbero stati assai minori”.

Se è vero vogliamo capire chi e perché ha smantellato quella rete. I servizi segreti non possono essere al di sopra della democrazia e fuori da ogni controllo. Abbiamo ancora viva la vicenda dei servizi deviati. Non vorremmo ritornare a quel passato da dimenticare. Personalmente ho un dato che conferma la distruzione di quella rete. Un giorno un agente il cui nome in codice era “L’Avvocato” venne da me e, parole testuali mi disse: “Da Roma non mi pagano più. Per favore può farmi assumere lei dal Corriere della Sera?”

I costi politici del coinvolgimento della Turchia in questa storia vengono riassunti così: “In Libia Turchia e Italia sono schierati dalla stessa parte, in difesa del governo di Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj, ma l’Italia è molto più tiepida e anche critica nei confronti di Ankara, sia per gli atteggiamenti liberticidi del governo Erdogan, sia per le forniture di armi che il Paese Nato ha riversato in Libia. L’aiuto fornito dai turchi all’Italia si farà sentire sui campi di battaglia libici”.

Camp Turksom, Mogadiscio,Somalia

Questo ragionamento è suffragato da un altro indizio. Come confermato da fonti autorevoli a Mogadiscio interpellate alcuni mesi fa, nell’affannosa ricerca di notizie sulla ragazza, i nostri 007 si erano rivolti anche ai loro colleghi degli Emirati Arabi Uniti. La loro rete è abbastanza radicata nell’ex colonia italiana. Ma Abu Dhabi, che in Libia è schierata contro Serraj e sostiene il generale Khalīfa Belqāsim Ḥaftar, aveva posto a Roma condizioni inaccettabili: “Vi aiutiamo a trovare Silvia Romano se in Libia ribaltate le alleanze”. In altre parole avrebbero voluto che l’Italia si schierasse a fianco del generale Haftar sostenuto dalla Francia, della Russia e dall’Egitto, oltre che dagli Emirati.

La proposta era stata respinta e Roma si è messa alla ricerca di un nuovo possibile consulente e l’ha trovato nella Turchia. I turchi sono presenti in forze in Somalia; a Mogadiscio  hanno una grande base, Camp TurkSom, dove vengono addestrati 10 mila soldati somali. La sua intelligence è capillare ma non come quella creata dal generale somalo Abdullahi Gafow, guarda caso addestrato e amico degli italiani. Gafow ha lasciato l’incarico un paio d’anni fa ma conosce perfettamente tutta la rete d’intelligence dell’ex colonia italiana. A lui ci si sarebbe potuti rivolgere senza aver bisogno della mediazione turca.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi

Silvia libera, abbiamo insistito a indagare anche contro chi ci invitava a smettere

Il capo del commando che ha rapito Silvia arrestato ma è tornato in libertà

 

Silvia libera, abbiamo insistito a indagare anche contro chi ci invitava a smettere

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
10 maggio 2020

Silvia Romano è libera arrivata all’aeroporto di Ciampino oggi pomeriggio, puntualissima, e noi di Africa ExPress ne siamo particolarmente felici. Ci abbiamo creduto e abbiamo continuato a crederci assieme ai nostri lettori – che non finiremo mai di ringraziare anche per il sostegno finanziario che ci hanno assicurato in questi mesi – e ai colleghi del Fatto Quotidiano che ci hanno appoggiato con entusiasmo.

Quando tutti ci dicevano che era stupido continuare a sperare, noi abbiamo caparbiamente e puntigliosamente continuato a cercare. E abbiamo proceduto con la nostra inchiesta. Sapevamo che solo tenendo accesi i riflettori a dispetto di tutti, Silvia sarebbe tornata. Sapevamo che era viva. E l’abbiamo sempre detto con il coraggio dell’ottimismo.

Silvia appena arrivata sorride al ministro degli esteri Di Maio (foto di Costanza Troini per Africa Express)

 

Due i motivi che ci permettevano di credere e sperare.

Primo, un ostaggio è prezioso e se succede qualcosa non ha più alcun valore. I rapitori, quindi, hanno tutto l’interesse a tenerlo in vita.

E poi se a Silvia fosse accaduto qualcosa, le mille bocche della savana ce l’avrebbero raccontato. In Somalia, Paese dove chi ha una certa età parla ancora italiano, Africa ExPress può contare su diversi amici e informatori che in questi mesi si sono comportati come vedette per capire se ci fossero stati danni alla giovane “gal” (termine che in Somalia sta per “infedele” oppure “bianca”). Perfino gli shebab che mi hanno rapito qualche anno fa a Mogadiscio mi avevano fatto sapere che se Silvia avesse perso la vita loro l’avrebbero saputo e mi avrebbero informato.

Silvia all’arrivo saluta chi l’aspetta in aeroporto (foto di Costanza Troini per Africa ExPress)

In mancanza di notizie inequivocabili abbiamo sempre avuto la fiducia e la certezza che Silvia ce l’avrebbe fatta. Qualcuno, quando proseguivamo nelle indagini, ci ha anche accusato di essere affetti dalla sindrome “ossessione per Silvia Romano”.

E poi le sue amiche e amici. Grazie a tutti voi, ragazze e ragazzi. Leali verso Silvia che avete guardato con grande ammirazione. Ce l’avete sempre descritta come una ragazza tosta, determinata e mossa da grandi ideali. Non si sarebbe mai piegata ai suoi rapitori, se non come strategia per soffrire meno pretesti per eventuali angherie. Solo il giornalismo dello scandalo che ora va tanto di moda ma che non informa può sostenere che Silvia si sia convertita con convinzione all’islam. Se qualche reporter avesse investigato un pochino più a fondo avrebbe scoperto che la ragazza è atea. Perché quindi ancor prima del suo arrivo in Italia arzigogolare ipotesi – anzi certezze – di una sua convinta adesione alla religione di Allah? Per qualche click in più? Non è questo il giornalismo che vogliamo.

Grazie Alice, Giulia, Jessica, Lilian, Maria Sole, Maurizio, Sara 1, Sara 2, Andrea, Tiziana e sicuramente ho scordato qualcuno. Parlare con voi, ci ha sempre spinto e incoraggiato a continuare l’indagine. A non mollare.

Durante questi mesi ci hanno indignato quanti invece di preoccuparsi della sorte di Silvia continuavano a ripetere il raccapricciante ritornello, “Se l’è cercata”. Giornali spazzatura che non meritano neppure di essere citati, e giornalisti che non cercano la verità ma meri interessi di parte. La fantasia si sbizzarrisce e galoppa nel mondo dell’incerto dove tutto diventa scialbo e senza contorni. Quando Silvia avrà voglia di raccontare il suo incubo vedremo se verranno a galla le certezze di certo giornalismo: è stata costretta a imparare il Corano a memoria… A sposare un jihadista.

Silvia abbraccia forte suo padre (foto Costanza Troini per Africa ExPress)

Mentre noi con la nostra lunga inchiesta cercavamo di stimolare le autorità a intervenire più in fretta possibile c’erano giornalisti che si accontentavano di riportare le scarne note delle fonti ufficiali che di tanto in tanto – senza spiegare alcunché – si auguravano una pronta conclusione positiva del caso.

Qualcuno è arrivato addirittura ad additarmi come “irresponsabile” perché osavo fare il mio lavoro di giornalista, perché Africa ExPress voleva che l’opinione pubblica sapesse ciò che stava accadendo a Silvia.

E poi siamo stati oggetto di denigrazione da parte di siti intenti a tutelare più gli interessi turistici della costa keniota che la vita della ragazza. Nessun giornale oltre ad Africa ExPress, il Fatto Quotidiano e sporadicamente la RAI si è peritato di seguire a Malindi il processo ai tre dei presunti rapitori. E persino i diplomatici sono scomparsi. L’ambasciata solo in un caso ha inviato una gentile e cordiale funzionaria a seguire il processo.

Silvia è tornata ma a noi restano stampate nel cervello e nel cuore alcune domande ancora insolute.

Per esempio, perché non è stato dato seguito a una richiesta di riscatto – com’è scritto nelle carte processuali – giunta una ventina di giorni dopo il rapimento? Secondo quanto ci hanno raccontato alcune fonti diplomatiche autorevoli dall’Italia era arrivato un ordine perentorio: non si paga. E’ vero o no? Al governo allora c’era una forza politica normalmente intransigente su queste cose non è poi così strampalato pensare che un ordine del genere sia realmente partito da Roma.

E poi perché pochi giorni dopo il sequestro il gruppo di ranger che stava per mettere le mani sul bivacco dove si erano fermati a riposare rapitori e rapita, è stato fermato? Forse la difficile vicenda si sarebbe conclusa in brevissimo tempo.

Ma la domanda clou è un’altra. Quando sono cominciate le trattative? E’ importante per sapere se si è negoziato sul prezzo del riscatto che dalla Somalia assicurano sia stato pagato. Un riscatto che non è solo pecuniario ma potrebbe essere stato anche politico

Infine, mi ha sorpreso assai l’enfatizzazione del ruolo dell’Aise, cioè i servizi di intelligence esterni.  Curioso che il presidente Giuseppe Conte abbia dato l’annuncio con due twitter praticamente identici tranne che per la parola “esterna” aggiunta accanto a intelligence. Una fonte confidenziale inoltre ha riferito ad Africa ExPress che ormai da tempo la rete di informatori che l’Italia aveva tessuto nel Corno d’Africa è stata praticamente smantellata: “Infatti, perché servirsi della mediazione della Turchia? Non avremmo potuto incaricare direttamente i somali a trattare il rilascio della ragazza. I costi anche quelli politici sarebbero stati assai minori”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

 

Ecco il rapporto della nostra fotografa Costanza Troini
andata a Ciampino ad accogliere Silvia

Sono da poco passate le due in un pomeriggio di tarda primavera e Silvia Romano esce dal buio di una prigionia durata diciotto lunghi mesi. Scende dall’aereo militare, sempre scortata dai rappresentanti dei reparti speciali, e cammina con passo deciso – forse si sforza di non correre – verso i suoi genitori, laggiù nel terminal. Senza rallentare saluta chi la stava aspettando a distanza di sicurezza . È un gesto spontaneo, senza alcuna enfasi, che raddoppia la forte emozione dell’attesa sulla pista di questa parte dell’aeroporto di Ciampino riservata all’aeronautica. Il suo “ciao a tutti” arriva al cuore. Chissà che cosa starà provando questa ragazza che sorride sotto la mascherina obbligatoria… Poi un momento di libertà, di gioia profonda, in pochi secondi è tra le braccia della madre, Francesca Fumagalli; l’unico abbraccio permesso in questo periodo, proprio sotto gli occhi di Giuseppe Conte, che forse approva con un cenno e sicuramente fa un passo indietro, presente ma discreto. Anche il padre Enzo la stringe a sé in una scena che finora avevamo solo potuto sognare, ma che era nella mente si chi ha sempre creduto che Silvia fosse viva e che questo 10 maggio 2020 sarebbe arrivato.

Costanza Troini

Il capo del commando che ha rapito Silvia arrestato ma è tornato in libertà

Il capo del commando che ha rapito Silvia arrestato ma è tornato in libertà

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
9 maggio 2020

Silvia e libera e oggi pomeriggio sarà in Italia. Altro che una ragazzina. Silvia è una grande donna a giudicare dalle prime parole: “Ho stretto i denti e ho resistito”. In attesa di conoscere i dettagli della sua liberazione cerchiamo di capire cosa c’è dietro il suo sequestro.

Una cosa è certa: Ibrahim Adhan Omar, Moses Luari Chende e Abdulla Gababa Wario fanno parte del commando che il 20 novembre 2018 ha rapito Silvia Romano nel povero villaggio di Chakama, in Kenya a un centinaio di chilometri da Malindi. Con loro altre quattro o cinque persone da allora irreperibili. Balordi Moses e Abdulla, capobanda invece Ibrahim Adhan Omar che avrebbe pianificato l’assalto e il rapimento.

L’unico veramente pericoloso, Ibrahim è stato arrestato a metà dicembre 2018 in un villaggio vicino Garissa. Nel suo covo i poliziotti hanno trovato un kalashnikov e un paio di casse di munizioni. Non è riuscito a dare una spiegazione plausibile ed è stato arrestato. Le prime indagini hanno appurato che era un cittadino somalo che aveva ottenuto i documenti kenioti corrompendo la commissione preposta a concedere naturalizzazioni e cittadinanze.

Silvia con la sua amica Alice

Nonostante un cospicuo  curriculum pieno di reati di tutto rispetto, in galera c’è rimasto poco: infatti dopo aver pagato una cauzione pari a 25 mila euro (una cifra esorbitante da quelle parti) è stato rilasciato. Ha partecipato a un’udienza del processo e poi è sparito.

La decisione della Corte del tribunale di Malindi e della giudice Julie Oseko di concedere la libertà su cauzione era stata criticata duramente dalla rappresentante della pubblica accusa, Alice Mathagani, e dal capo della polizia, incaricato delle indagini, Peter Gachaja Murithi, che in un colloquio con  Africa ExPress avevano esclamato quasi all’unisono: “Ma è una violazione della legge concedere la possibilità di pagare e uscire di galera. L’incriminazione è troppo grave e non permette una scappatoia di questo genere”.

Infatti una volta fuori di galera Ibrahim aveva fatto perdere le sue tracce. Peter Gachaja, aveva sommessamente avanzato l’ipotesi che l’accusato potesse essere stato ucciso per non farlo parlare e raccontare i dettagli del rapimento. Dal canto suo Alice Mathagani aveva definito il sequestro “su commissione”.  A tutt’oggi di lui non si sa più nulla.

Silvia e la sua amica del cuore Alice in piscina a Milano nell’estate del 2017

Anche la fedina penale di Moses Luari Chende è di tutto rispetto. Era stato trovato con le mani nel sacco con una banda di bracconieri a caccia di elefanti. Probabilmente per questo è stato arruolato dai rapitori. Lui conosce molto bene i territori che sono a cavallo tra la Somalia e il Kenya e si muove come un pesce nell’acqua nell’impenetrabile foresta di Boni che è al confine tra i due Paesi e dove è stata portata Silvia subito dopo il rapimento. Per i suoi servigi Moses avrebbe dovuto essere ricompensato con 100 mila scellini, più o meno 900 euro ma invece gli altri banditi, la notte del rapimento, l’avevano abbandonato nelle foresta con un “Ci vediamo domani” e invece erano spariti. Questo racconto l’ha fatto alla polizia quando a metà dicembre era stato catturato e gettato in guardina. Anche lui ha pagato la cauzione (sempre 25 mila euro), è tornato in libertà, ma a differenza di Ibrahim non è scappato. “L’abbiamo messo sotto torchio – avevano raccontato alla polizia – ma non ci ha raccontato nulla”.

Il terzo uomo Abdulla Gababa Wario, sembra invece sia stato arruolato come pura manovalanza. Conosciuto dalla polizia keniota per piccoli furti e altri reati è l’unico che non è riuscito a trovare un amico pronto a pagare la cauzione. E così è rimasto in galera tutto il tempo senza riuscire neanche a spiegare perché faceva parte del commando.

Durante l’inchiesta svolta da Africa ExPress (resa possibile dal determinante aiuto finanziario dei nostri lettori) e dal Fatto Quotidiano erano emerse due tesi sulla sorte di Silvia: quella catastrofista dell’esercito secondo cui la ragazza era morta e c’era da mettersi l’animo in pace e quella degli inquirenti, la pubblica accusa e la polizia, che non hanno mai smesso di pensare che Silvia fosse viva.

Secondo la loro opinione subito dopo il rapimento la volontaria di Africa Milele è stata tenuta prigioniera in Kenya. Le frontiere erano sigillate. Quando la sorveglianza si è allentata è stata trasferita in Somalia a un primo gruppo ma è rimasta nel sud dell’ex colonia italiana. Solo più tardi è stata portata verso Mogadiscio, nella zona della città portuale di Merca. Ed è lì che turchi e somali l’hanno trovata.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

N.B. Le foto pubblicate in quest’articolo erano conservate nell’archivio di Africa ExPress. Non le abbiamo pubblicate prima proprio per rispetto a Silvia e per evitare che qualcuno potesse usarle per qualche secondo recondito fine. Ora sono sul nostro sito visibili a tutti 

Kenya-Somalia: Silvia Romano libera

Africa ExPress
Mogadiscio, 9 maggio 2020

Finalmente libera.

Silvia Romano la giovane volontaria milanese, sequestrata il 20 novembre 2018 a Chakama in Kenya è stata liberata oggi in Somalia. La ragazza è stata consegnata dai rapitori a un emissario del governo somalo ma alla sua liberazione ha contribuito lo spionaggio turco. Silvia Romano si trovata nelle mani di un gruppo shebab che a sua volta l’aveva presa in consegna dal gruppo islamista chiamato Ras Chiamboni. Per la liberazione – hanno spiegato ad Africa ExPress fonti shebab – è stato pagato un riscatto.

Silvia era stata rapita in Kenya da un gruppo di criminali comuni che poi l’avevano ceduta agli shabab. L’ambasciatore italiano in Somalia ha spiegato che l’ex ostaggio è in buone condizioni di salute e in forma: “Ho stretto i denti e ho resistito tutto questo tempo”, ha spiegato.

Nel primo pomeriggio di domani, la festa della mamma, Silvia dovrebbe atterrare all’aeroporto di Ciampino. La sua liberazione è stata resa nota dal presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte sul suo account Twitter.

Africa ExPress
@africexp

Somalia: l’aereo keniota in missione umanitaria abbattuto dalle truppe etiopiche

Africa ExPress
Mogadiso 9 maggio 2020

L’aereo keniota in missione per il trasporto di materiale sanitario per la lotta contro Covid-19 è stato abbattuto dalle truppe etiopiche di AMISOM (missione dell’Unione africana in Somalia).

L’ammissione è stata resa pubblica poche ore fa dal comando delle forze del III settore di AMISOM. Nel rapporto della Missione dell’UA ha specificato che le truppe etiopiche impegnate del controllo nella zona di Bardale non sono state informate dell’arrivo di alcun aereo civile per quell’ora. Inoltre l’avvicinamento all’aeroporto sarebbe avvenuto in modo anomalo, da ovest-est, mentre di regola l’atterraggio viene effettuato da est-ovest.

E’ nato dunque il sospetto che potesse trattarsi di un attacco kamikaze e l’aereo è stato abbattuto dai soldati etiopici.

Aereo keniota abbattuto in Somalia

In un primo momento la società keniota African Express Airways, proprietaria dell’Embraer bimotore turboelica, aveva comunicato che a bordo ci fossero 6 persone, mentre invece risulta che ce ne fossero solo 5. I corpi sono già stati ritrovati: si tratta di tre cittadini kenioti e di due somali.

AMISOM è presente in Somalia dal 2007, l’attuale comandante della missione è l’etiope Tigabu Yilma Wondlmhunean. Nel comunicato di poche ore fa rilasciato dal comando generale di Mogadiscio viene sottolineato che soldati di Ethiopian National Defence Forces (ENDF) stanziati nella zona di Bardale non sarebbero tutti militari accreditati a AMISOM. Tale ammissione potrebbe creare non pochi problemi legali e giudiziari. L’Etiopia è presente in Somalia con 4.395 uomini, la maggior parte di questi sono impegnati nel settore III della missione dell’UA.

Africa ExPress
@africexp

Abbattuto un aereo keniota in missione umanitaria in Somalia

Sudafrica: lockdown vieta trasporto alcolici birrificio dovrà eliminare milioni di bottiglie

Africa ExPress
Pretoria, 8 maggio 2020

Il più grande birrificio sudafricano, SA Breweries (SAB), produttore di Castle Lager, Hansa e Black Label, dovrà distruggere oltre 130 milioni di litri di birra (oltre 400 milioni di bottiglie) se il governo non autorizza il trasporto della produzione nei depositi.

Durante il lockdown imposto da Pretoria dalla fine di marzo per arginare l’espandersi della pandemia, il trasporto e la vendita di qualsiasi tipo di bevanda alcolica sono tassativamente vietati, eccetto quelle destinate all’export.

SAB ha sospeso gran parte della produzione il 23 marzo e dall’inizio della quarantena scattata il 27 dello stesso mese, non ha più potuto trasportare le bottiglie già pronto per la vendita nei propri magazzini. Secondo le leggi vigenti, lo stoccaggio all’interno delle fabbriche non può superare un tot di litri, ormai ampiamente superato.

Se Pretoria non dovesse rilasciare i permessi per il trasferimento dell’ingente quantitativo di casse di birra, SAB dovrà eliminare le giacenze, un’immensa perdita non solo per la fabbrica, ma anche per il governo. Perchè i birrifici lavoreranno al 50 per cento delle proprie capacità per i mesi a venire e saranno costretti a licenziare 2.000 operai, circa la metà del personale, e infine lo Stato stesso perderà oltre 25 milioni di euro in introiti fiscali.

SAB ha fatto notare che ci vorranno mesi per eliminare una tale quantità di birra e non esclude il rischio di gravi danni ambientali.

Il Sudafrica è il Paese maggiormente colpito dalla pandemia con 8.232 casi positivi e ben 161 vittime, mentre le persone guarite sono oltre 3.153.

Africa ExPress
@africexp

Nigeria: arriva dall’Italia il coronavirus portato dal consulente di un cementificio

Mozambico, senza decessi da Coronavirus, ora fase arancione ma in attesa del picco

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 7 maggio 2020

Ufficialmente il Mozambico, per il Coronavirus, è a livello 3,  quello arancione, avendo saltato la fase rossa del lock down. Così risulta dai documenti pubblici, aggiornati al 6 maggio, del Ministero della Salute dell’ex colonia portoghese.

Situazione epidemiologica in Mozambico: è in fase arancione
Coronavirus, situazione epidemiologica in Mozambico: è in fase arancione

Significa che il Paese rimane sempre in emergenza ma ora sono permessi gruppi fino a un massimo di dieci persone, anche se fonti mozambicane ci dicono 20 persone. Con obbligo di mascherina. Sono però vietati assembramenti nelle attività commerciali ed eventi sportivi e religiosi.

Basso numero di contagi da Coronavirus

Una cosa che colpisce è il basso numero di contagi e di ricoveri e, fortunatamente, nessun decesso. I dati del Ministero della Salute parlano di 81 casi confermati in due province su dieci: Cabo Delgado e Maputo. La maggioranza dei casi, 58 (equivale al 72 per cento) è stato registrato a Cabo Delgado, estremo nord del Mozambico, dove imperversa il terrorismo jihadista. I restanti 23 contagi sono divisi tra la capitale, Maputo, che ne conta 18 (22 per cento) e la provincia di Maputo con cinque casi (6 per cento).

La conferenza stampa via Facebook

Ormai pare che sia diventato normale, anche per le istituzioni, utilizzare Facebook come piattaforma per comunicare. Lo ha fatto anche il Ministero della Salute del Mozambico. Alla conferenza stampa pomeridiana del 7 maggio, Rosa Marlene, della Direzione nazionale della Salute pubblica ha confermato gli 81 casi di Covid-19 senza alcun aumento nelle ultime 24 ore. Di questi, 72 sono locali e nove provenienti dall’estero. I ricoveri sono 24 (+3 nelle 24 ore: 2 da Maputo e 1 da Cabo Delgado).

Covid-19, conferenza stampa su Facebook di Rosa Marlene del Ministero della Salute
Covid-19, conferenza stampa su Facebook di Rosa Marlene del Ministero della Salute

Cinquantatre dei contagiati sono mozambicani e 28 sono stranieri, la maggior parte dei quali a Cabo Delgado. Sono stati eseguiti oltre 596.742 controlli 12.663 sono stati messi in quarantena; di questi, 1.287, rimangono ancora in quarantena.

Dalla platea dei giornalisti presenti sono stati chiesti chiarimenti su 200 persone che sono entrate clandestinamente dal Sudafrica. Il passaggio sarebbe avvenuto, durante la notte, da Punta de Ouro, lungo la frontiera, 130 km a sud di Maputo. “Non abbiamo conferma del numero di persone – ha risposto Marlene. “Una sessantina sono ferme a Catembe (dalla parte opposta delle baia di Maputo, di fronte alla capitale ndr) in attesa dei test”.

Nel confinante Malawi (43 contagi e 3 decessi), il governo ha confermato altri due contagi. Il primo è un autista 41enne di ritorno da Beira, in Mozambico dove non sono segnalati contagi; il secondo un 36 enne di ritorno dalla Tanzania.

Ma in molti si chiedono se i numeri sono reali, specialmente a Cabo Delgado, area del Paese colpita da oltre 30 mesi dal terrorismo. Negli ultimi mesi a causa degli attacchi a villaggi indifesi ci sono stati 156 mila sfollati e un’epidemia di colera con almeno 20 morti. Fonti mediche contattate da Africa ExPress ci dicono che per il momento l’epidemia è a macchia di leopardo. Probabilmente c’è la preoccupazione di una eventuale complicazione del contagio ma in Sudafrica si stanno muovendo in questo modo si vedranno i risultati. Nel momento in cui scriviamo, secondo dati OMS-WHO, nel Paese di Mandela si registrano 7.808 contagi e 153 morti.

Sito di autovalutazione per Covid-19
Sito di autovalutazione per Coronavirus. Schermata per smartphone e per computer

Una buona pratica da imitare

Intanto in Mozambico è attivo il sito del Ministero della Salute per l’autotest per il rischio di contaminazione da Coronavirus. Ogni cittadino, da computer o da smartphone, con pochi passaggi può capire se è contagiato. Nella home page si legge: “Attenzione! Questo strumento digitale consente di effettuare un’autovalutazione del rischio di contaminazione da parte di Covid-19, sulla base delle risposte che l’utente fornirà. Questo non è un test medico né sostituisce la visita alla struttura sanitaria se si hanno sintomi di questa o altre malattie”.

Quando si arriva alla fine invece avverte che “le informazioni saranno condivise con il Ministero della Salute per l’analisi dei dati al fine di tenere sotto controllo il Coronavirus”. Un esempio di buona pratica da imitare.
(Ultimo aggiornamento: 10 maggio alle 21:32)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

Oltre ai jihadisti, epidemia di colera nel Nord del Mozambico: almeno 20 morti

 

Mozambico, jihadisti massacrano 52 giovani che rifiutano di arruolarsi con loro

Mozambico, 150mila sfollati per violenze jihadiste al Nord, Nyusi chiede aiuto

 

 

Abbattuto un aereo keniota in missione umanitaria in Somalia

Africa ExPress
Mogadiscio/Nairobi  6 maggio 20

Sei persone sono morte lunedì pomeriggio in Somalia nell’attentato contro un aereo che trasportava aiuti umanitari. Il velivolo, un Embraer bimotore turboelica, di proprietà della società keniota African Express Airways, era impegnato  in una missione per il trasporto di materiale sanitario per la lotta contro Covid-19.

Incidente aereo in Somalia

L’aereo era in fase di atterraggio a Bardale, distretto nel sud della Somalia, a 180 chilometri a nord-ovest dalla capitale Mogadiscio quando è caduto improvvisamente al suolo, avvolto dalle fiamme. Finora sono stati recuperati 5 cadaveri delle sei persone a bordo.

Il governo di Nairobi ha chiesto a Mogadiscio di aprire immediatamente un’inchiesta per chiarire le cause dell’incidente. Intanto sono stati messi allerta gli altri aerei che operano in missione umanitaria nella zona.

Il gruppo terrorista al-Shebab è attivo nel sud della Somalia, ma la zona dove è precipitato l’aeromobile è sotto il controllo del governo e delle truppe etiopi.

 

Secondo quanto riferito all’agenzia di stampa Associated Press da Ahmed Isaq, un funzionario amministrativo del South West State, un proiettile partito dal suolo ha colpito il bimotore mentre si stava avvicinando alla pista di atterraggio.

Recentemente il Kenya ha accusato le truppe somale di un attacco ingiustificato oltre i proprio confini vicino a Mandera definendo l’incidente come inutile provocazione. Dal canto suo la Somalia ha criticato più volte i suoi vicini di immischiarsi negli affari internazionali di Mogadiscio, critica che Nairobi ha sempre respinto.

Africa ExPress
@africexp

Detenzioni disumane e sovraffollamento: Coronavirus attacca carcere a Kinshasa

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 maggio 2020

Il coronavirus ha fatto il suo prepotente ingresso nella terribile galera militare di Ndolo a Kinshasa. Si parla di oltre 40 infetti, tra questi anche un soldato addetto alla sorveglianza. Si teme che man mano che saranno disponibili i risultati dei test, ai quali sono sottoposti i quasi 2000 detenuti del carcere, la situazione potrebbe aggravarsi ulteriormente.

Detenzione in condizioni disumane e sovraffollamento sono un denominatore comune delle prigioni africane. Se in tempi “normali” la sopravvivenza quotidiana in questi luoghi è difficile, ora che Covid-19 è riuscito a penetrare anche nelle anguste carceri del continente nero, si teme il peggio.

Prigione militare Ndolo, Kinshasa, Congo-K

Anche Makala, la più grande prigione della Repubblica Democratica del Congo si trova nella capitale. All’epoca era stata concepita per ospitare 1.000 detenuti. Lo stringer di Africa ExPress ha rivelato che quest’ “albergo a cinque stelle” ne custodisce quasi 9.000. Spazi ristretti inimmaginabili per ognuno.

Prigionieri stipati a Makala

In un suo recente rapporto Human Rights Watch precisa che proprio a Makala in uno dei padiglione un’area prevista per un massimo 100 prigionieri, ne sono stipati 850, meno di un metro quadrato per ciascuno durante la notte.  Il ministero della Giustizia ha voluto precisare che finora nessuno è affetto da coronavirus.

Se dovesse essere contagiato anche uno solo dei prigionieri, le conseguenze sarebbero inimmaginabili. Un ex professore universitario, un detenuto politico sbattuto in galera dall’ex presidente Jospeh Kabila una decina di anni fa ha raccontato al nostro stringer: “Siamo tutti calmi, cerchiamo di leggere, guardare un pochino di TV quando è possibile, altri trovano svago negli spazi esterni e i più sembra che non sappiano nemmeno che una terribile pandemia ha colpito il mondo intero, che potrebbe passare da un momento all’altro attraverso le porte impenetrabili e blindate di Makala”.

Ridurre la popolazione carceraria

Ieri il Consiglio dei ministri ha incaricato i capi dei dicasteri della Giustizia e dei Diritti Umani di procedere immediatamente alla riduzione della popolazione carceraria, in particolare quella civile di Makala, ma anche quelle militari sono menzionate nel decreto. Dal punto di vista giudiziario si prevede di applicare diverse soluzioni: per alcuni la libertà vigilata, per altri quella provvisoria. Tra gli scarcerati ci sarà certamente anche Vital Kemerhe ex capo di gabinetto del presidente Félix Antoine Tshilombo Tshisekedi. Kemerhe è finito in galera il mese scorso perché accusato di corruzione, di sottrazione di fondi pubblici, destinati al finanziamento di grandi opere.

Detenuti nella prigione di Makala, Kinshasa, Congo-K

Già nel mese di aprile a Makala dovevano essere rilasciati 1.200 reclusi. Il nostro stringer ci aveva fatto sapere che ne sono stati rilasciati non più di 200. E negli ultimi mesi ne erano deceduti parecchi per la mancanza di cibo, letteralmente morti di fame, perché lo Stato non ha saldato i debiti con fornitori. La nostra fonte ha spiegato che a tutt’oggi la situazione è sempre grave, il cibo è poco perché i carcerati nel frattempo sono aumentati, ma la quantità di rancio destinata a Makala è sempre la stessa. Ora la situazione è particolarmente grave nel padiglione 9, ala riservata alle donne, che avvertono una severa carenza  di vitto.

Il Congo-K registra a tutt’oggi 705 casi positivi a Covid-19, tra questi anche 32 vittime, mentre altri 90 sono guariti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Stasera Massimo Alberizzi in diretta streaming su Frontiere News

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Questa sera alle 20,30 il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, sarà in diretta streaming a parlare di Coronavirus in Kenya. Si affronterà anche la misteriosa sparizione di Silvia Romano, la ragazza rapita nell’ex colonia britannica il 20 novembre 2018.

La diretta andrà in onda sul sito di Frontiere News e sarà visibile al link:
https://bitly.com/viaggiadacasa_kenya

Oppure su Youtube:

L’intervista ad Alberizzi sarà condotta da Luca La Gamma e Joshua Evangelista.
Al pubblico connesso sarà possibile intervenire con domande all’ospite