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Antigovernativi eritrei citano in giudizio la UE: “I finanziamenti violano i diritti umani”

Africa ExPress
20 maggio 2020

Un’associazione di attivisti eritrei in esilio ha citato in giudizio l’Unione Europea per aver elargito un finanziamento di 80 milioni di euro dal Fondo Fiduciario per l’Africa per la realizzazione e il rifacimento della rete stradale in Eritrea.

La società eritrea impegnata nella realizzazione delle infrastrutture è di proprietà del regime di Asmara, che, come è ben noto, impiega come mano d’opera personale costretto al servizio militare/civile.

Giovani eritrei costretti ai lavori forzati

Gli avvocati di Human Rights for Eritreans (FHRE) con sede in Olanda tempo fa avevano già scritto una lettera a Bruxelles, specificando, appunto che la dittatura costringe i propri cittadini ai lavori forzati e con questo finanziamento l’UE avalla tale pratica.

Il servizio militare obbligatorio a tempo indeterminato resta la principale causa perchè la gente fugge, cercando di raggiungere l’Europa. Infatti chi non è impegnato nelle caserme, deve svolgere lavori forzati per uno stipendio misero nelle miniere o presso imprese di costruzioni, ditte gestite da privati.

Il silenzio della Commissione ha indotto la Fondazione a agire per vie legali. Una prima tranche di 20 milioni del finanziamento è stata stanziata lo scorso anno e nel mese di febbraio l’ambasciatore degli Stati membri dell’UE e quello della Gran Bretagna, insieme alle autorità eritree hanno ispezionato il primo tratto della strada Nefasit e Dekamhare, che una volta terminata dovrebbe far parte della più grande arteria stradale che connette Massawa con il confine etiopico.

Il progetto è stato implementato grazie a un accordo con UNOPS (Ufficio delle Nazioni Unite per i Servizi e i Progetti). E secondo l’UE le nuove infrastrutture dovrebbero contribuire allo sviluppo economico e commerciale, creare nuovi posti di lavoro nel Paese.

Gli avvocati incaricati dall’associazione, Emil Jurjens e Tamilla Abdul-Alyeva, hanno depositato glia atti al Tribunale di Amsterdam il 13 maggio scorso. Nell’ istanza hanno altresì chiesto che il finanziamento europeo venga dichiarato illegittimo e contestualmente l’ordine di immediata sospensione dei lavori.

Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea

I rappresentanti legali hanno fatto leva sul diritto internazionale che non solo non ammette, ma sanziona i lavori forzati. All’uopo si ricorda che con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona del 2009 viene stabilito tra l’altro l’obbligo di promuovere e consolidare i diritti umani nell’azione esterna dell’UE.

Nella nostra ex colonia non esiste un sistema giudiziario indipendente, tanto meno un parlamento eletto democraticamente oppure un’assemblea legislativa, figuriamoci partiti all’opposizione o giornali liberi; è dunque ovvio che non c’è spazio per i diritti fondamentali dei cittadini, che continuano a scappare da questa prigione a cielo aperto. Dunque non sarà il lavoro a fermare i giovani nella più atroce delle dittature africane, la miglior gioventù continuerà a scappare, non ci sarà verso di fermare l’esodo e il traffico di esseri umani finchè non sarà ristabilita la democrazia. Uno Stato, che nel 2018 ha raccolto consensi nel mondo intero per aver firmato accordi di pace con l’Etiopia, fino a poco fa il suo peggiore nemico, ma è semplicemente un Paese il cui governo dimostra giornalmente di non essere ancora pronto per riconciliarsi con il proprio popolo.

Africa ExPress
@africexp

Eritrea: dopo il massacro di martedì non si placa il dissenso contro il governo

Sahara Occidentale: dai micidiali campi minati simbolo di morte a un bosco di alberi

Speciale per Africa ExPress
Alice Pistolesi
19 maggio 2020

Una terra martoriata in cui le mine antiuomo, armi micidiali, ma anche cambiamenti climatici e mancata autodeterminazione del popolo saharawi si intersecano in un connubio letale per chi la abita.

La porzione di terra in questione è quella tra Algeria, Mauritania e Sahara Occidentale, dove la sabbia del deserto è stata ed è simbolo di morte.

L’area che circonda il muro di 2.700 chilometri che divide i campi profughi saharawi in terra algerina dal Sahara Occidentale è una delle più minate del mondo.

Le mine rendono il territorio inospitale potenzialmente per sempre: con le piogge gli ordigni tendono infatti a spostarsi sotto la sabbia, rendendo l’operazione di bonifica estremamente complicata.

Berm, il muro e lungo 2700 Km costruita dal Marocco per dividere il suo territorio dai campi profughi dal Sahara Occidentale. © Maria Novella De Luca

Si stima che intorno al muro siano presenti da uno a due milioni di mine. Lo sbarramento, costruito dal Marocco a partire dal 1980, divide gli abitanti del Sahara Occidentale, dai campi profughi abitati dai saharawi che con l’inizio dell’occupazione marocchina nel 1974 fuggirono nel deserto. Lungo la divisione, ogni quattro o cinque chilometri, si trova una compagnia militare. In totale sono circa 100mila i soldati marocchini stanziati a presidio della linea difensiva. Ogni 15 chilometri è poi installato un radar che fornisce dati alle vicine batterie di artiglieria.

Ordigno ritrovato nella zona est del Berm, la fortificazione lunga 2700 Km costruita dal Marocco per dividere il suo territorio dai campi profughi dal Sahara Occidentale. © Maria Novella De Luca

La zona Est del muro, anche detto Berm, presentava, alla fine del 2016, 252 km quadrati di contaminazione da mine, mentre la contaminazione a Ovest del Berm non è nota. Secondo i dati forniti dal Landmine and Cluster Munition Monitor, un’iniziativa che fornisce materiali e ricerche nell’ambito della Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo e la Cluster Munition Coalition, quantificare il territorio compromesso è in questa area particolarmente difficile. La zona a Est del Berm è contaminata anche da munizioni a grappolo ovvero l’eredità della guerra tra l’esercito reale marocchino e il Fronte popolare per la liberazione della Saguia el Hamra e il Rio de Oro (Fronte del Polisario).

Sahara Occidentale, zona di Tifariti, territorio liberato dal Marocco e controllata dal Fronte Polisario. Nella foto Mohamed-Bashir Aleiat Rayaa, uno sminatore. © Maria Novella De Luca

Per bonificare l’area, nel 2013 l’autorità nazionale saharawi ha fondato, con il sostegno delle Nazioni Unite, l’ufficio Saharawi di coordinamento dell’azione contro le mine (Smaco).

Sahara Occidentale, zona di Tifariti, territorio liberato dal Marocco e controllata dal Fronte Polisario. Nella foto Mohamed-Bashir Aleiat Rayaa mentre pianta una alberello di Acacia raddiana. © Maria Novella De Luca

In sette anni di attività l’organizzazione sostiene di aver liberato o sminato 148.8 milioni di metri quadrati di area pericolosa, bonificato 37 dei 61 campi di mine conosciuti e 459 aree contaminate da bombe, neutralizzato 7870 mine terrestri, 8830 resti di esplosivi di guerra, 24.494 munizioni, di aver formato 73.269 persone con “l’educazione del rischio” e aver assistito 252 persone (28 sopravvissuti e 224 i familiari). Smaco rileva poi che le vittime sono state 1024.

Il territorio minato intimidisce. La gente sa che percorrerlo è rischioso e capita che la fiducia vacilli anche nelle aree sminate. “Hanno paura anche nelle aree bonificate ­- dice Gaisi Nah, ufficiale operativo di Smac -. Per questo dobbiamo trasmettere fiducia e voglia di vivere il territorio. Crediamo che un modo per farlo sia piantare alberi. Gli alberi invogliano la gente a uscire, a fare pic nic, a passare giornate fuori dalle proprie tende. Sono un riparo di ombra per i cammellieri e per la popolazione nomade. L’albero è il nostro contrappeso alla paura”.

Sahara Occidentale, zona di Tifariti, territorio controllato dal Fronte Polisario. Nella foto Mohamed-Bashir Aleiat Rayaa, uno sminatore che osserva i rami di un’acacia raddiana. © Maria Novella De Luca

“Un arbol por cada mina”, un progetto nato con l’obiettivo di rendere il territorio più ospitale e verde, è portato avanti dal 2017 dalla Onlus Reseda, insieme a Smaco. Per ogni mina, un albero, per sostituire così la vita con la morte. L’obiettivo è quello di piantare 7milioni di alberi e creare un ‘muro’ speculare a quello marocchino: un muro verde. Gli alberi piantati sono autoctoni perché le aree prima della guerra, dell’abbandono e dagli effetti del cambiamento climatico, non erano completamente desertiche.

Una delle piante utilizzate nel progetto è l’Acacia Raddiana, una pianta simbolo per il popolo saharawi che può sopravvivere senza acqua per tre anni. Da questa si estrae l’elk, una resina che viene utilizzata come medicinale mentre con il legno si ricavano oggetti tradizionali e le foglie diventano foraggio per gli animali.

Rabouni-Tindouf, Sahara Algerino. Museo della Liberazione: mina antiuomo. © Maria Novella De Luca

Oltre a piantare un albero per ogni mina il progetto si occupa di rendere più verdi anche i campi profughi saharawi in terra algerina, organizzati in cinque wilaya che prendono il nome da cinque città del Sahara Occidentale.

“Abbiamo donato alberi da frutto e piante che fungono da integratori alimentari – racconta Roberto Salustri, presidente di Reseda e agronomo – come melograni, olivi e moringa alle famiglie che hanno avuto vittime da mine. Gli alberi in aree desertiche hanno funzioni specifiche che aiutano l’agricoltura: proteggono le coltivazioni dal sole, forniscono biomassa e foraggio”.

Nei campi profughi verrà piantato un albero anche per ciascuno dei 500 desaparecidos saharawi, persone di cui si è perso le tracce dall’occupazione marocchina del Sahara Occidentale, fino ad oggi.

Proprio la sede dell’associazione delle famiglie dei prigionieri e desaparecidos saharawi (Afapedresa), ospita infatti il primo vivaio realizzato nelle wilaya dei campi profughi.

Alice Pistolesi

 

 

Aumento del bracconaggio in Africa per una pandemia di Covid-19, ma per Survival è fakenews

sandro_pintus_francobollo

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 18 maggio 2020

Un servizio della BBC sul possibile aumento del bracconaggio in Africa a causa della pandemia da Covid-19, scatena la polemica di Survival International. Il reportage dell’emittente televisiva britannica del 7 maggio scorso, analizza la situazione del Lewa Concervancy in Kenya dove il Coronavirus ha messo in crisi il turismo. Anche il New York Times, una settimana dopo, ha ripreso l’argomento trattando la situazione dell’Ol Peteja Conservancy.

Rinoceronte nero a rischio bracconaggio
Rinoceronte nero a rischio bracconaggio

Senza turismo aumenta il bracconaggio

Secondo il parere degli esperti di conservazione e delle guardie forestali la chiusura del turismo da safari sta portando ad un aumento del bracconaggio. Migliaia di disoccupati a rischio fame cacciano antilopi per nutrire le proprie famiglie e possono essere tentati di cacciare i Big Five. Elefanti, leoni, leopardi, bufali e rinoceronti potrebbero essere le “vittime illustri” della pesante crisi economica arrivata con Covid-19 a vantaggio delle multinazionale del bracconaggio.

A rischio soprattutto i rinoceronti, ammazzati per il loro corno, venduto fino a 75 mila euro al chilo, al mercato nero cinese e asiatico. Per la medicina tradizionale cinese, senza prove scientifiche, la polvere di corno di rinoceronte è utilizzata contro il cancro, l’impotenza e altre patologie.

Il Coronavirus ferma un’industria miliardaria

In Africa, l’industria turistica vale quasi 28 miliardi di euro all’anno e dà lavoro a quasi quattro milioni di persone. Senza turisti non entrano i fondi per la protezione dei parchi e della fauna selvatica a rischio estinzione. Secondo quanto scritto dal NYT, la sola protezione di un rinoceronte di Ol Pejeta costa 9.300 euro all’anno. Il parco ne ospita 130 con un costo annuo di 1,85 milioni di euro, quindi la capacità di prendersi cura dei rinoceronti è compromessa.

Survival è la voce fuori dal coro

Davanti al problema del probabile aumento del bracconaggio in periodo di Covid-19 c’è una voce fuori dal coro: quella di Survival International. Arriva con un tweet di Stephen Corry, direttore generale dell’ong che protegge i diritti dei popoli indigeni.

“La BBC parla di impennata di bracconaggio in Kenya: è una fakenews” – scrive Corry. “La BBC non riporta mai le posizioni contrarie alla fortezza della conservazione. Non è mai imparziale sull’argomento”. Nel filmato allegato al tweet, Mordecai Ogada, ecologista keniota e consulente di Survival aggiunge: “Il turismo non protegge la fauna selvatica. È un business. Chi potrebbe prendere dei trofei faunistici in questo momento? Non si può viaggiare e non si può esportare nulla, quindi non capisco come potrebbe aumentare il bracconaggio. È strano che queste notizie riguardino l’Africa; non si parla di picchi di bracconaggio in India, Brasile o Sud America”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Crediti foto:
– Rinoceronte nero
Di IkiwanerOpera propria, GFDL 1.2, Collegamento

Scienziati creano falsi corni di rinoceronte per combattere il bracconaggio

Ogni giorno ammazzati di frodo in Sudafrica tre rinoceronti. C’è chi li vuole in Australia

Lo Zimbabwe dichiara guerra ai bracconieri e amputa i corni ai rinoceronti

Sudafrica, la lucrosa industria dei leoni allevati in cattività venduti a pezzi

Botswana: “Riapriamo la caccia agli elefanti”, diventeranno cibo per cani e gatti

Burundi: a pochi giorni dal voto il governo silura 4 esperti Covid-19 dell’OMS

Africa ExPress
17 maggio 2020

Il 12 maggio scorso il governo del Burundi ha chiesto al proprio ministero degli Esteri di espellere con effetto immediato i rappresentanti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

I quattro esperti dell’OMS, consiglieri delle autorità di Gitega durante questo periodo di pandemia, hanno dovuto lasciare il Paese entro venerdì, cioè l’altro ieri. Si tratta di Walter Kazadi Mulombo, rappresentante dell’Organizzazione in Burundi, Tarzy Daniel, esperto in esami di laboratorio, Ruhana Mirindi, specializzato in malattie infettive e Jean Pierre Mulunda, coordinatore per il coronavirus nel Paese.

Aeroporto internazionale di Bujumbura, capitale economica del Burundi

Già in aprile i quattro funzionari dell’OMS hanno rischiato la defenestrazione dall’ex protettorato belga; la faccenda è stata poi messa a tacere dopo chiarimenti tra il presidente Pierre Nkurunziza e il direttore generale dell’OMS, l’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Il ministro degli Esteri, Ezechiel Nibigira, non ha voluto rilasciare commenti, tanto meno dare spiegazione sull’espulsione.
Da altre fonti ufficiali, invece, si apprende che il ministro della Sanità pubblica, Thaddée Ndikumana, avrebbe accusato OMS di interferenze inaccettabili nella gestione di COVID-19.

Africa Centres for Disease Control and Prevention ha espresso grande rammarico per la dura presa di posizione del governo di Nkurunziza, in quanto esperti in pandemia sono davvero indispensabili in tutti i Paesi del continente, dove il sistema sanitario è fragile e mancano delle necessarie infrastrutture, volte a combattere il temibile coronavirus e John Nkengasong, direttore di Africa CDC ha aggiunto: “Non possiamo davvero permetterci di silurare l’OMS”.

Mancano pochi giorni alle elezioni generali in Burundi, previste per il 20 maggio. Il governo è stato fortemente criticato dalla comunità internazionale per non aver posticipato le votazioni in questa fase di emergenza sanitaria mondiale.

Nkurunziza, al potere dal 2005, a sorpresa non si è ricandidato per un nuovo mandato. Eppure, grazie al referendum del 2018, il presidente, un mistico pastore protestante, crede di essere unto dal Signore e predestinato a guidare il suo Paese, avrebbe potuto presentarsi per altre due legislature.

Il candidato del partito al potere, Conseil National pour la Défense de la Démocratie – Forces pour la défense de la démocratie (Cndd-Fdd) è Evariste Ndayishimiye, attualmente ministro degli Affari Militari (in passato è stato a capo di altri dicasteri) e è l’uomo di fiducia del presidente uscente. Mentre il maggiore partito all’opposizione, Congrés National pour la Liberation, ha messo in campo il proprio leader, Agathon Rwasa, ex comandante hutu durante la guerra civile. Altri 4 sfidanti, tra questi due indipendenti, tenteranno la scalata alla poltrona più ambita del Paese. Se nessuno dei candidati dovesse raggiungere il 50 per cento, è previsto il ballottaggio tra i 2 candidati più votati. In tal caso si tornerebbe alle urne il 19 giugno.

Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi

In base agli accordi di Arusha, nella Costituzione è prevista la divisione dei poteri tra hutu e tutsi secondo le quote etniche: nelle forze armate e nei corpi di pubblica sicurezza sono rappresentati in parti uguali (50 per cento hutu e 50 per cento tutsi); 60 per cento hutu e 40 per cento tutsi, per quanto concerne il governo e il parlamento. Con la riforma della Costituzione del 2018 queste quote sono ora estese anche alla magistrature e alla società civile.

I residenti all’estero – e non sono pochi – non potranno partecipare alla tornata elettorale per evitare assembramenti davanti a consolati e ambasciate. Fatto fortemente criticato dall’opposizione, che aveva chiesto a più riprese l’autorizzazione del voto telematico per permettere alla diaspora burundese di esprimere la propria preferenza.

Il Burundi che conta poco più di 11 milioni di abitanti, ha preso poche misure volte a contrastare l’espandersi del virus, tant’è vero che nemmeno la Primus Ligue (che corrisponde alla nostra Serie A) non si è mai fermata. Assembramenti, matrimoni, funerali e altre cerimonie non sono vietate. Nessun distanziamento sociale, chiusi solamente aeroporti e le frontiere, rimangono aperte quelle con la Tanzania per il trasporto di merci. Si fa finta che il virus non esista. Finora sono stati registrati ufficialmente 15 casi e una sola vittima.

Africa ExPress
@africexp

Burundi: referendum farsa per trasformare il presidente Pierre Nkurunziza in dittatore

In Burundi il calcio non si ferma: sfida a tutto campo contro il coronavirus

Silvia, la cultura somala non è disumano terrore, ma amore, gioia e felicità

Speciale per Africa Express
Maryan Ismail
Milano, 16 maggio 2020

Ho scelto il silenzio prima di scrivere questa lettera a Silvia.

Quando si parla del jihadismo islamista somalo mi si riaprono ferite profonde che da sempre cerco di rendere una cicatrice positiva. L’aver perso mio fratello in un attentato e sapere quanto è stata crudele e disumana la sua agonia durata ore in mano agli Al Shabab mi rende ancora furiosa, ma allo stesso tempo calma e decisa.

Perché? Perché noi somali ne conosciamo il modus operandi spietato e soprattutto la parte del cosidetto volto “perbene” . Gente capace di trattare, investire, fare lobbing, presentarsi e vincere qualsiasi tipo di elezione nei loro territori e ovunque nel mondo. Insomma sappiamo di essere di fronte a avversari pericolosissimi e con mandanti ancor più pericolosi.

Ora la giovane volontaria Silvia Romano, che, è bene ricordare, NON ha mai scelto di lavorare in Somalia, ma si è trovata suo malgrado in una situazione terribile, è tornata a casa.

Non è un caso che per mesi ho tenuto la foto di Silvia Romano nel mio profilo FB. Sapevo a cosa stava andando incontro.

Vestiti tradizionali somali

Si riesce soltanto ad immaginare lo spavento, la paura , l’impotenza, la fragilità e il terrore in cui ci si viene a trovare?

Certamente no, ma bastava leggere i racconti delle sorelle yazide, curde, afgane, somale, irachene, libiche , yemenite per capire il dolore in cui si sprofonda.

Comprendo tutto di Silvia. Al suo posto mi sarei convertita a qualsiasi cosa pur di resistere, per non morire. Mi sarei immediatamente adeguata a qualsiasi cosa mi avessero proposto, pur di sopravvivere. E in un nano secondo.

Attraversare la savana dal Kenya e fin quasi alle porte di Mogadiscio in quelle condizioni non è un safari da Club Mediterranee… Nossignore. E’ un incubo infernale, che lascia disturbi post traumatici non indifferenti.

Non mi piacciono per nulla le discussioni sul suo abito ( che per cortesia non ha nulla di SOMALO, bensì è una divisa islamista che ci hanno fatto ingoiare a forza), né la felicità per la sua conversione da parte di fazioni islamiche italiane o ideologizzati di varia natura.

La sua non è una scelta di LIBERTA’, non può esserlo stata in quella situazione. Scegliere una fede è un percorso così intimo e bello, con una sua sacralità intangibile.

Questa è la performance di un gruppo musicale somalo

E poi quale Islam ha conosciuto Silvia? Quello pseudo religioso che viene utilizzato per tagliarci la testa? Quello dell’attentato di Mogadiscio che ha provocato 600 morti innocenti? Quello che violenta le nostre donne e bambine? Che obbliga i giovani ad arruolarsi con i jihadisti? Quello che ha provocato a Garissa 148 morti di giovani studenti kenioti solo perché cristiani? Quello che provoca da anni esodi di un’intera generazione che preferisce morire nel deserto, nelle carceri libiche o nel Mediterraneo pur di sfuggire a quell’orrore? Quello che ha decimato politici, intellettuali, dirigenti, diplomatici e giornalisti?

No, non è Islam questa cosa. E’ NAZI FASCISMO, adorazione del MALE. E’ puro abominio. E’ bestemmia verso Allah e tutte le vittime.

I simboli, sopratutto quelli sul corpo delle donne hanno un grande valore. E quella tenda verde NON ci rappresenta.

Quando e se sarà possibile , se la giovane Silvia vorrà , mi piacerebbe raccontarle la cultura della mia Somalia. La nostra preziosa cultura matriarcale, fatta di colori, profumi, suoni, canti, cibo, fogge, monili e abiti. Le nostre vesti e gioielli si chiamano guntino, dirac, shash, garbasar, gareys, Kuul, faranti, dheego,macawis, kooffi.

I nostri profumi si chiamano cuud, catar e persino barfuum (che deriva dall’italiano). Ho l’armadio pieno delle stoffe, collane e profumi della mia mamma. Alcuni di essi sono il mio corredo nuziale che lei volle portarsi dietro durante la nostra fuga dalla Somalia.

Adoriamo i colori della terra e del cielo. Abbiamo una lingua madre pieni di suoni dolci , di poesie, di ninne nanne, di amore verso i bimbi, le madri, i nostri uomini e i nonni.

Abbiamo anche parti terribili come l’infibulazione (che non è mai una pratica religiosa, ma di tradizione faraonica) , ma le racconterei come siamo state capaci di fermare un rito disumano. Come e perché abbiamo deciso di non toccare le nostre figlie, senza aiuti, fondi e campagne di sostegno.

Ma soprattutto le racconterei di come siamo stati, prima della devastazione che abbiamo subito, mussulmani sufi e pacifici, mostrandole il Corano di mio padre scritto in arabo e tradotto in somalo..

Di quanti Imam e Donne Sapienti ci hanno guidato. Della fierezza e gentilezza del popolo somalo.

E infine ho trovato immorale e devastante l’esibizione dell’arrivo di Silvia data in pasto all’opinione pubblica senza alcun pudore o filtro.

In Italia nessun politico al tempo del terrorismo avrebbe agito in tal modo nei confronti degli ostaggi liberati dalle BR o da altre sigle del terrore.

Ti abbraccio fortissimo cara Silvia, il mio cuore e la mia cultura sono a tua disposizione..

Soo dhowaw, gadadheyda macaan. 🌹❤️🇸🇴 🇮🇹

Maryan Ismail

Lo scarso giudizio dei media italiani nel gestire il caso di Silvia Romano

Speciale per Africa ExPress e per Senza Bavagio
Filippo Senatore
Milano, 15 maggio 2020

Silvia Romano 24 anni rapita e tenuta prigioniera per 18 mesi è libera. La notizia ha rotto la monotonia di oltre due mesi di bollettini medici per la pandemia del secolo. Tutto il nostro sistema di informazione è ruotato intorno al Covid-19  Non solo. C’è la mesta coincidenza della rievocazione di un rapimento finito male 42 anni  fa. Cinque uomini della scorta e Aldo Moro uccisi Dalle Brigate Rosse. Tristezza che si aggiunge al dolore. Adesso  c’è la notizia  meravigliosa.

Tre giornalisti uccisi in Centrafrica

L’ostaggio è libero e in buona salute. Non comprendiamo la gestione dell’evento mediatico che è andato oltre ogni ragionevolezza. Silvia Romano, 24 anni , una vita davanti andava tutelata nella sua sfera privata e intima. Normalmente in altri Paesi per fatti analoghi non fanno vedere l’ostaggio liberato anche per non darla vinta ai delinquenti sequestratori. La Rai e le altre tv hanno esagerato. Innanzitutto il collegamento in diretta dell’arrivo a Ciampino dell’aereo   e lo sbarco di Silvia l’hanno esposta a curiosità morbose. L’abito, le anticipazioni sulla conversione religiosa.

E poi il collegamento dalle case dei vicini a Milano, quartiere Casoretto. Insomma una informazione strombazzata con noterelle superflue da talk show. Silvia per prima cosa dovrebbe stare in quarantena con i suoi familiari . Anche qui la stampa a insinuare  subdolamente che i genitori sono separati e lei starà nella casa della mamma. Si poteva evitare questa notizia?

Poi ci sono gli odiatori sulla rete che la minacciano di morte. Il solerte magistrato milanese l’ha convocata in una caserma  milanese di via Lamarmora  nonostante il vicolo sanitario già detto. Poteva farne a meno?  Alla Rai 3 non è sfuggita la notizia della sua uscita  e ha fatto un servizio dove ha ripreso anche l’abitazione della ragazza al Casoretto. E i giornali sono usciti con il fotogramma del portone  di casa di Silvia. Se i cosiddetti anonimi odiatori della rete volessero colpirla i media  avrebbero fatto a costoro un bel servizio. Parafrasando  il grande Gino  Bartali  questo tipo di informazione è tutto sbagliato  è tutto da rifare . Un po’ di rispetto del cronista soprattutto in questo periodo di Ramadan.

Filippo Senatore

Il goffo tentativo del circo mediatico di trasformare Silvia da vittima in carnefice

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
14 maggio 2020

Leggere i giornali e vedere le televisioni in questi giorni sembra di piombare direttamente al festival dell’ignoranza. I denigratori di professione, quelli che al posto del cuore hanno una pietra, stanno tentando un’operazione di mistificazione, di cui ci ricorderemo per decenni. Il tentativo, per nulla nascosto, è quello di trasformare la vittima in carnefice. Quelli che fino a ieri si sgolavano chiedendo la liberazione di Silvia Romano, oggi solo perché è scesa dall’aereo con una veste islamica, accusano la ragazza di tradimento.

Questa crisi da coronavirus ci ha mutato: prima siamo diventati tutti medici, poi addirittura specializzati in virologia e abbiamo discettato con grande competenza sulle caratteristiche di questa bestia letale. Naturalmente subito dopo ci siamo trasformati in ingegneri, capacissimi di costruire un meraviglioso ospedale in una settimana, dando dell’incompetente a chi non ci riusciva.  Al momento di discutere di chi fosse il portatore del virus eccoci diventati zoologi, esperti in pipistrelli e affini. Ancora poi tutti  a dire la nostra sugli effetti del plasma dei guariti. Infine non ci è parso vero al momento della liberazione di Silvia lanciarci nella diatriba sulla sua tunica.

Un gruppo di shebab in moto

Con una sicumera che ha pochi precedenti ci siamo trasformati immediatamente tutti in giudici pronti a sputare sentenze: “Il suo vestito è uno schiaffo all’Italia che l’ha salvata”, qualcuno ha blaterato senza attenuanti.

Il massimo della cloaca è stato raggiunto da post volgari e razzisti ottenuti fotomontando immagini pubblicate da Africa ExPress che – secondo il clan dei denigratori – avrebbero dimostrato che Silvia era viva e se la spassava su una spiaggia ai bordi dell’Oceano Indiano.

Ovviamente nessuno ha riflettuto che questa meravigliosa ragazza catturata a 23 anni da un gruppo di criminali comuni ha passato in cattività 535 giorni della sua gioventù. Mentre coloro che giocano con le parole e con i fotomontaggi se la spassavano su qualche spiaggia, lei era priva della sua libertà, lontana dalla sua famiglia. Una banalità: ma per 535 giorni Silvia non ha parlato la sua lingua, l’italiano. Immaginate cosa vuol dire per la psiche di una persona.

La psichiatra Maria Laura Manzone ha spiegato bene su queste pagine quali sono i traumi e lo tsunami che deve essere passato per la testa di Silvia. Nessuno di questa gentaglia ha tentato di capire il suo gesto. Hanno preferito semplicemente demonizzarla. Secondo loro non era salita sul patibolo per essere ghigliottinata. Lei era il boia pronta a ghigliottinare.

La gogna mediatica è certamente stata innescata da una drammatica messa in scena all’aeroporto di Ciampino. Mentre tutti erano attratti dal suo chador i miei occhi erano puntati sui gorilla che l’accompagnavano. Perché erano vestiti rigorosamente di nero con passamontagna che ne celavano le sembianze? Che bisogno c’era di presentarsi così. Non potevano, loro sì, indossare un paio di jeans e una maglietta colorata? E se proprio non volevano farsi vedere per motivi di sicurezza, non potevano restare sull’aereo e scendere una mezzoretta dopo quando tutto era finito?

L’uomo che ha organizzato quella squallida coreografia, aveva deciso che si dovevano mostrare i muscoli e far vedere – come puntigliosamente sottolineato dal premier Giuseppe Conte – che i nostri servizi segreti erano stati efficientissimi e gli artefici della liberazione di Silvia. L’osanna alla nostra intelligence è stata ripresa acriticamente da tutti i media, senza che nessuno andasse a indagare se fosse giustificata o no.

Poliziotti in perlustrazione a Mogadiscio

Subito dopo lo show di Ciampino è scattata la gogna mediatica. Conte ha rubato la scena agli altri politici e si è preso il merito della liberazione? Bene dobbiamo reagire e facciamo scontare a Silvia la colpa di essere scesa dall’aereo con quel vestito. “Come ti  permetti tu ragazzina di tornare in patria conciata così? “ Abbiamo pagato un riscatto di 4 milioni di euro e tu ci insulti?”.

Smessi così i panni di medici, ingegneri, zoologi e quant’altro abbiamo indossato le toghe dei giudici. Pronti a condannare con sentenze inappellabili e senza cercare di capire cosa fosse successo.

Ha cambiato nome, ha preso un nome islamico! E’ uno scandalo, vergogna! A parte il vezzo di non farsi mai i fatti propri, la macchina del fango – come la definisce con un’immagine azzeccata Roberto Saviano – ha cominciato il suo lavoro giocato approfittando dell’ignoranza crassa dell’opinione pubblica. Se qualcuno avesse indagato avrebbe scoperto che è assolutamente normale per chi è ospite di una comunità musulmana, anche suo malgrado com’era il caso di Silvia, prendere uno dei loro nomi.

Anch’io quando sono andato a pregare in una moschea di Al Qaeda a Mogadiscio, ho dovuto prendere un appellativo islamico. Anzi da oggi, per cominciare a capire come funziona, chiamatemi come mi chiamavano li: Al Barassi,  nome giocato sul mio cognome che significa messaggero, portatore di notizie. Nomen omen.

Se avessi chiesto di portarmi un Corano sarebbero andati a comprarmelo in libreria. Come sappiamo tutti la Somalia e Mogadiscio in particolare sono piene di librerie i cui scaffali sono colmi di Corani in italiano e in inglese. Vanno a ruba.

Se avessi chiesto di imparare l’arabo sarei stato subito accontentato. Come sa chiunque abbia frequentato il Paese, in Somalia pochissimi parlano l’arabo, lingua che ha solo una lontanissima parentela con il somalo.

Siccome però i giudici in cui ci siamo trasformati sanno tutto di islamismo e di Somalia abbiamo cominciato a intasare giornali, blog, Facebook e altri social di false notizie, fotomontaggi, video. Tanto Silvia è un ottimo punching ball da utilizzare nel depravato l’agone politico del nostro Paese.

Qualche sociologo, per favore, ci aiuti a capire cosa sta succedendo. Noi di Africa ExPress, ci siamo battuti contro tutti perché Silvia fosse liberata e ora lotteremo perché sia lasciata in pace. Nello tesso tempo, poiché non ci accontentiamo delle fonti ufficiali e conosciamo bene la Somalia, il Kenya e tutto il Cormo d’Africa e le sue interferenze esterne (io stesso sono stato catturato dagli islamisti e sono stato loro ostaggio), vogliamo capire quali errori e omissioni sono stati commessi dall’Italia in questa vicenda, a cominciare dal fatto che avevamo quasi individuato i rapitori e il loro covo. Perché chi indagava ci ha messo un anno e mezzo a trovare e liberare Silvia?

A noi non interessa discutere sul suo vestito (che tra l’altro non è islamista come ci vogliono far credere, ma tagliato e cucito in una bottega “alla moda” di Hamarwyne quartiere semidiroccato di Mogadiscio vecchia; le donne della jihad usano abiti rigorosamente neri) e il perché lo sfoggiasse al suo arrivo. La storia non è questa. La storia è altra, non quella che sta sul palcoscenico, ma quella che sta dietro le quinte.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
Twitter @malberizzi

 

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Silvia Romano libera grazie alla Turchia impegnata alla conquista dell’Africa

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 maggio 2020

La liberazione della volontaria italiana Silvia Romano si deve grazie e soprattutto all’intervento dei servizi di intelligence turchi che negli ultimi anni hanno costruito una rete capillare di agenti e informatori che si sono sostituiti a quella che l’Italia aveva costruito a partire dagli anni 60, quelli delle indipendenze africane.

Grazie a ingenti investimenti e alla diffusione capillare della sua compagnia di bandiera, Turkish Airlines, ma anche dei suoi operatori commerciali, la Turchia ha battuto la concorrenza occidentale in Somalia timida e assonnata. Probabilmente in silenzio e senza clamore la penetrazione Turca è cominciata nel 1993 quando capo della missione internazionale UNISOM II (United Nations Operation in Somalia II) divenne l’ingegnere turco Çevik Bir.

Più recentemente, nel 2011 Recep Tayyip Erdogan, allora primo ministro della Turchia, si reca in Somalia, in ginocchio da fame e carestia. Dopo 20 anni è il primo capo di governo non africano a vistare Mogadiscio, accompagnato da moglie e figlia e una folta delegazione di ministri e membri di gabinetto. Pochi giorni prima di questa visita, Ankara e altre nazioni musulmane avevano stanziato 350milioni di dollari per combattere fame e siccità nel Paese.

Erdogan vuole conquistare il cuore dei somali, capire le reali necessità della ex colonia italiana. E l’allora ministro degli Esteri, Ahmet Davutoğlu, definito da molti osservatori dell’epoca come “il cervello che sta dietro al risveglio globale della Turchia”, aveva annunciato di voler aprire l’ambasciata nella capitale somala per sfatare il mito di una città off limits.

Il presidente turco Erdogan, a destra, e il presidente somalo, Farmajo

Durante questo soggiorno è stato annunciato che Ankara avrebbe ricostruito la strada che porta da Mogadiscio all’aeroporto internazionale, ripristinato un ospedale, costruito scuole e trivellato pozzi d’acqua.

Nel 2014 viene affidato al gruppo turco Albayrak la ricostruzione e la manutenzione del porto di Mogadiscio con un contratto della durata di 20 anni.

Un anno dopo Ankara agisce in qualità di mediatore tra la Somalia e il Somaliland, ex protettorato britannico che nel 1991 ha proclamato la propria indipendenza.

Nel 2016 Erdogan apre la nuova ambasciata sul lungomare di Mogadiscio, la più grande e più moderna sede diplomatica turca in tutta l’Africa. E, in tale occasione il presidente afferma: “I nostri progetti nel Paese procedono”.

Camp Turksom, Mogadiscio,Somalia

Dopo due anni di lavori, nell’autunno del 2017 viene inaugurata a Mogadiscio la più grande base militare turca all’estero, costruita su 4 chilometri quadrati, è ubicata vicino al mare e non lontana dall’aeroporto per un costo complessivo che ha superato 50 milioni di dollari. Un insediamento importante nel Paese; Ankara si era focalizzata finora su aiuti umanitari e scambi economici. La costruzione di un’altra base militare in Africa era prevista in Sudan, accordo preso con Omar al Bashir nel 2018. Progetto ora in stand-by dopo la caduta dell’ex dittatore sudanese.

Per rafforzare i suoi legami con il Qatar, Erdogan ha fatto realizzare una nuova base militare vicino a quella turco-qatariota Tariq ibn Ziyad, già attiva dal 2015. La presenza dei turchi nel Golfo Persico e l’amicizia con il Qatar non è per nulla gradita dalle altre nazioni dell’area: Arabia Saudita, Emirati, Bahrein e dal loro alleato Abdel Fattah al-Sisi, presidente dell’Egitto.
Nel Cipro Nord, invece, è presente militarmente dal 1974.

L’infrastruttura di Mogadiscio è stata progettata per la formazione delle forze armate somale per poter contrastare i terroristi di al- Shebab e può accogliere oltre 1.000 soldati contemporaneamente; l’addestramento viene effettuato da personale militare turco.

Negli anni i turchi hanno speso oltre un miliardo di dollari in aiuti per la Somalia. Insomma, grazie ai contributi umanitari e all’intervento dei diplomatici, Ankara ha saputo imporsi militarmente e economicamente in Somalia. Tantoché all’inizio di quest’anno il presidente somalo Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo ha invitato Erdogan a cercare petrolio nei suoi mari, precisando: “Visto che lo fai in Libia, puoi farlo pure qui”. Infatti accordi in tal senso sono stati firmati a fine novembre a Istanbul tra Fayez al Serraj, presidente del Consiglio Presidenziale e Primo ministro del Governo di Accordo Nazionale della Libia, riconosciuto dall’ONU e la sua controparte turca.

Bilal Erdogan, terzogenito del presidente della Turchia

I rapporti Italia-Turchia si sono nuovamente stabilizzati dopo una parentesi di tensione nel 2016 perchè il terzogenito di Erdogan, Bilal era stato indagato dalla Procura di Bologna per riciclaggio di denaro. All’epoca il giovane si trovava in Italia per motivi di studio. L’indagine era partita da un esposto presentato dal Muran Hakan Huzan, imprenditore e oppositore del partito islamico-conservatore di Erdogan, Akp (Partito della Giustizia e dello Sviluppo).

La vicenda aveva scatenato l’ira del presidente turco a un tal punto da attaccare la nostra magistratura con testuali parole: “L’Italia si occupi piuttosto della mafia”, precisando che il fatto avrebbe potuto mettere a rischio i rapporti con il nostro Paese. Ne è seguita una risposta secca dell’allora presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi, e una nota dell’Associazione nazionale magistrati. L’indagine è stata infine archiviata nel gennaio 2017 in quanto l’autore dell’esposto non poteva essere sentito dagli inquirenti, perchè residente in Francia con lo status di rifugiato politico.

Il nostro Paese è il quarto partner commerciale di Ankara; in Italia operano 50 aziende turche, mentre quelle italiane presenti in Turchia sono ben 1.400; i principali settori degli scambi economici sono quello automobilistico, difesa e  infrastrutture.

La presenza di Ankara in Africa è imponente. Basti pensare che le sue rappresentanze diplomatiche sono presenti in 40 Paesi e la sua compagnia aerea, la Turkish Airlines, copre 58 destinazioni nel continente nero. E non per ultimo l’Agenzia di cooperazione e di sviluppo turca (Tika) è attiva in molti Stati africani anche con lo scopo di promuovere investimenti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
@africexp

Coronavirus non ferma i combattimenti in Libia e l’Europa bloccherà il traffico di armi

Il capo del commando che ha rapito Silvia arrestato ma è tornato in libertà

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Capire Silvia: così al Cairo mi sono salvata dal ricatto degli islamisti

Speciale per Africa ExPress
Monica A. Mistretta
Milano, 13 maggio 2020

È la fine di maggio del 2013. Al Cairo gli uomini di Hamas si muovono come a casa: il presidente egiziano è un loro stretto alleato. Mohammad Morsi è legato alla Fratellanza Musulmana e all’organizzazione islamica che governa Gaza. Ancora poco più di un mese e un colpo di stato porterà al potere Abdel Fattah Al Sisi, nemico acerrimo degli islamisti e di tutti loro.

Per il soggiorno nella capitale egiziana gli uomini di Hamas, alcuni dei quali con un regolare passaporto italiano in tasca, non hanno scelto una delle stamberghe delle periferie affollate, dove le strade non sono nemmeno asfaltate. Se ne stanno seduti ai tavoli all’aperto, in giacca e cravatta, a bordo della piscina di uno degli hotel più lussuosi de Il Cairo.

Ci sono anch’io con loro mentre facciamo insieme la colazione: siamo di ritorno da Gaza, dove sono stata una settimana nel tentativo di fare luce, con alcune interviste, sulla morte di un attivista italiano, Vittorio Arrigoni, avvenuta nella primavera del 2011 e ancora senza risposta.

Uomini di Hamas nella striscia di Gaza 14 novembre 2019 REUTERS/Ibrahim Abu Mustaf

La sera prima quegli uomini mi hanno chiesto di consegnare loro il file con tutte le fotografie che ho scattato nella settimana trascorsa nella Striscia di Gaza: ho dovuto dargli tutto perché so cosa vuol dire essere nelle loro mani. Adesso, prima di salire sulla macchina che mi porterà all’aeroporto per il rientro in Italia, mi chiedono ancora un’ultima cosa: di nascondere un pacchetto di soldi in contanti da qualche parte addosso a me o nei miei bagagli e portarlo in Italia per poi consegnarlo a uno di loro quando me lo chiederà. È così che hanno imparato a reclutare gli occidentali?

Quanti soldi contenesse quel comune sacchetto della spesa non lo so, ma le banconote in euro erano davvero tante. In quei momenti, quando ti rendi conto che sei davvero in pericolo, non è facile fare la scelta giusta. Non sai nemmeno se si tratti di una scelta. È la paura, secca e primordiale, ad avermi salvato quando ho risposto di no. Ed è in frangenti come questi che impari la cosa più importante di tutte: non giudicare nessuno che sia costretto a prendere una decisione mentre si trova nelle loro mani.

Non sappiamo come Silvia Romano sia finita ostaggio degli jihadisti che l’hanno convinta a convertirsi all’Islam. Il passo per diventare uno strumento a loro uso e consumo può essere brevissimo. Sappiamo che la maggioranza degli occidentali che diventano ostaggi, quasi sempre inconsapevoli, viene utilizzata da stati e organizzazioni criminali come garanzia nei traffici di armi.

Il meccanismo è semplice e spietato: uno stato vende a un altro armi e lo fa non direttamente, ma utilizzando come intermediari organizzazioni criminali di variegata estrazione: è così che fanno affari gli jihadisti, non con i riscatti. Nel lasso di tempo in cui avviene il pagamento e le armi devono ancora essere consegnate serve un ostaggio, possibilmente occidentale, come garanzia. Un pegno, insomma, finché la merce non arriverà nelle mani del destinatario.  Le vendite che contano davvero non sono quelle di fucili e carri armati, ma di tecnologie sofisticate che vanno anche collaudate con tecnici ed esperti: anche per questo i tempi dei rapimenti sono lunghi.

Silvia è rimasta nelle mani dei suoi rapitori per 18 mesi. Nelle polemiche di queste ore, tra ipotesi di gravidanza, veli e Corani, nessuno mette a fuoco il fattore chiave: cosa c’era in gioco in questi due anni di permanenza di Silvia in Kenya o in Somalia?

Monica A. Mistretta
monica.mistretta@gmail.info

La psichiatra: la segregazione è un dramma Troppo semplicistiche le critiche a Silvia

Speciale per Africa ExPress
Maria Laura Manzone
Chiavari, 12 maggio 2020

In un’epoca come questa in cui viviamo dove si vuole semplificar tutto, siamo portati a cercare soluzioni lineari e a scartare percorsi più difficili e complessi. E’ la situazione in cui ci si trova oggi quando  leggiamo gli articoli dei giornali che  si occupano del caso di Silvia Romano dal punto di vista della psicologia. E’ un peccato perché il cervello, il miglior personal computer che esista, sarebbe in grado di elaborare prospettive ad ampio spettro e e mettere a punto giudizi conclusivi tanto armonici quanto contrastanti tra loro.

Come sia possibile, per un essere umano, sopravvivere a mesi di segregazione inflitta a tradimento, senza morirne, resta un mistero. La segregazione di un ostaggio è una condizione di dramma inimmaginabile. Eppure la storia è piena di biografie. Le abilità di adattamento dell’uomo, fisiche e psichiche, sono straordinarie.  Lo si capisce non certo semplificando ma anzi guardando le immagini di Silvia Romano che, colorata, scende le scale dell’aereo a Fiumicino e poi, sorridente, saluta.

Il caso della giovane volontaria milanese va analizzato senza semplificazioni, altrimenti si rischia – come sta accadendo – di complicare assai le cose.

Il trauma è un evento imprevisto ma possibile e, per semplificare, si può dire sia l’unico accadimento esterno che la scienza psichiatrica ufficiale, ateorica, quella dell’American Psychiatric Association, ammette come causa identificabile di malattia psichica.

Del resto tutti, dallo scienziato più rigoroso al buon senso comune, accettano che l’irrompere di un accadimento violento inatteso sia in grado di scardinare il sistema mente cervello, dai meccanismi biologicamente determinati all’architettura emotiva più intima e personale.

E tuttavia, anche in questo caso, parlare in automatico di malattia sarebbe una semplificazione.

La diagnosi in medicina corrisponde a criteri che solo gli esperti devono maneggiare. Ciò a dispetto di un linguaggio attuale che tende alla medicalizzazione, anch’esso semplificando in modo non certo casuale, la “fobia” del virus, il “delirio” del contagio, la “mania” dei tamponi.

La patologica reiterazione del trauma, i disturbi della memoria e del sonno, i flash backs, l’insostenibile sentimento di colpa, i disturbi del comportamento tipici delle sindromi post traumatiche sono stati descritti nella letteratura scientifica così come nei romanzi e nel cinema, come vite condotte nell’angoscia e concluse nella disperazione.

L’abbruttimento dell’animo umano in condizioni di deprivazione è talora inevitabile. Ed anche è stata identificata la Sindrome di Stoccolma, una versione soft della patologia che forse la sfiora, ne ricalca alcuni segni ma con un significato diverso, non ascrivibile alla malattia vera, tanto da non essere classificata fra i disturbi psichici, in fondo una creazione di chi la osserva più che di chi la vive.

Ed è questo il punto. Osservare Silvia Romano viva e luminosa ha spiazzato tutti noi.

Siamo stati scardinati non dal trauma ma dall’empatia che non si può semplificare, non si può etichettare, non è una malattia, né un disturbo, né una sindrome, non si può curare ma smuove l’intera psiche, mente e cervello, e, ci piaccia o no, rimanda ad argomenti complessi che avevamo tentato di tralasciare quali la condivisione, il rispetto ed il silenzio.

Maria Laura Manzone
Primario di psichiatria all’ospedale di Chiavari