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Presidenziali in Burundi: vittoria di Evariste Ndayishimiye, l’opposizione denuncia brogli

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
27 maggio 2020

Una vittoria ampiamente prevista, se non certa: il nuovo presidente del Burundi è il candidato del partito al potere (Conseil National pour la Défense de la Démocratie – Forces pour la défense de la démocratie), Evariste Ndayishimiye.

Ex generale e ex ministro alla Difesa – precedentemente è stato a capo anche di altri dicasteri – e, particolare da non trascurare, uomo di fiducia del presidente uscente Pierre Nkurunziza.

L’ex leader del Paese, al potere dal 2005, a sorpresa non si è ricandidato per un nuovo mandato. Eppure, grazie al referendum del 2018, il presidente, un mistico pastore protestante, crede di essere unto dal Signore e predestinato a guidare il suo Paese, avrebbe potuto presentarsi per altre due legislature. Nel 2015 aveva vinto per la terza volta le presidenziali. Il periodo pre- e post-elettorale è stato segnato da un clima di forte tensione sociale, durante il quale sono morte oltre 1.200 persone. Altre 400.000 sono fuggite dal Burundi in seguito alle violenze.

Evariste Ndayishimiye vince le presidenziali in Burundi

Ndayishimiye ha vinto elezioni al primo turno con il 68,72 per cento delle preferenze, mentre Agathon Rwasa, candidato di Congrés National pour la Liberation, maggiore partito all’opposizione, ha raccolto il 24 per cento dei consensi. Secondo il comitato nazionale elettorale la partecipazione al voto è stato dell’ 88 per cento. I risultati definitivi saranno pubblicati il 4 giugno dalla Corte Costituzionale.

Già durante lo spoglio Rwasa ha contestato il voto per brogli elettorali. Salvo ricorsi, che quasi certamente saranno respinti dalla Corte Costituzionale, Ndayishimiye sarà il prossimo presidente del Burundi e presterà giuramento alla fine di agosto, che rappresenta il termine del mandato del presidente uscente.

Rwasa è un ex capo ribelle di Forces nationales de libération (FNL) durante la guerra civile (1995-2005) ha trasformato FNL in un partito politico, Conseil national pour la liberté, era arrivato secondo anche nelle elezioni del 2015.

Il suo partito e lui stesso godono di ampio consenso in diverse aree del Paese, in particolare in due province: Bujumbura rural e Cibitoke. Persino in queste due roccaforti i voti in suo favore sono stati davvero pochi. E Rwas ha apostrofato la tornata elettorale come farsa; non sembra intenzionato a presentare ricorso, viste le scarse probabilità di spuntarla contro il protetto di Nkurunziza.

Agathon Rwasa, leader del maggiore partito all’opposizione in Burundi

Le elezioni si sono svolte il 20 maggio, in piena pandemia, con le frontiere chiuse, senza pubblicazione delle liste elettorali e senza la presenza di osservatori internazionali, giacchè sono stati avvisati che se fossero giunti in Burundi, sarebbero stati messi in quarantena per due settimane, come previsto dal protocollo dell’OMS. In questa occasione il governo ha osservato senza battere ciglio i consigli dell’Agenzia dell’ONU, i cui consiglieri sono stati dichiarati “Persone non grate” dal ministro degli esteri Ezechiel Nibigira pochi giorni prima delle presidenziali.

I residenti all’estero – e non sono pochi – non hanno potuto partecipare alla tornata elettorale per evitare assembramenti davanti a consolati e ambasciate. Fatto fortemente criticato dall’opposizione, che aveva chiesto a più riprese l’autorizzazione del voto telematico per permettere alla diaspora burundese di esprimere la propria preferenza.

Ndayishimiye è un pilastro del governo dal oltre 15 anni, dapprima come ministro degli Interni e in seguito a capo del dicastero della Difesa. E’ un fervente cattolico e un fedelissimo dell’ex presidente. Alla fine degli anni Novanta entrambi gli uomini occupano posti chiave al vertice di CNDD, un gruppo ribelle di etnia Hutu in Burundi (in seguito trasformato in partito politico), al quale Ndayishimiye ha aderito nel 1995, dopo essere scappato a un massacro di studenti hutu perpetrato da estremisti tutsi.

Poco dopo Ndayishimiye  diventa uno dei principali capi militari dei ribelli e nel 2003 partecipa alla firma del trattato per il cessate il fuoco che mette fine alla guerra civile; da allora ha proseguito la sua carriera all’ombra di Nkurunziza. Nel 2016 viene eletto segretario generale del partito al potere e lascia l’esercito perchè aspira alla carriera di giudice della Corte suprema. Il 26 gennaio 2020 viene scelto come candidato alle presidenziali.

Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi

Pierre Nkurunziza avrebbe preferito candidare il presidente dell’Assemblea nazionale, Pascal Nyabenda, ma ha dovuto cedere alle pressioni di un gruppetto di generali che non gradivano un civile come capo di Stato. Chissà se Ndayishimiye riuscirà a governare in modo autonomo o se sarà vittima dell’influenza dei militari e/o del suo predecessore e se sarà in grado di dare una svolta al suo Paese che vive una profonda crisi da oltre 5 anni.

Una volta terminato il suo mandato, Nkurunziza non vivrà nell’ombra: gli verrà conferito il titolo di “suprema guida” e riceverà una buona uscita di oltre mezzo milione di dollari, nonchè una lussuosa villa.

Covid-19 ha colpito anche il Burundi. Ufficialmente sono stati confermati 42 casi con 20 guarigioni e una sola vittima.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
@africexp

Burundi in piena guerra civile. E il mondo sta a guardare‏

Burundi: scoperte fosse comuni con i resti di oltre 6000 vittime uccise tra il 1885 e il 2005

In Burundi il calcio non si ferma: sfida a tutto campo contro il coronavirus

Dossier Silvia/Altre armi vendute dall’Italia al Qatar per oltre 6 miliardi di euro

Mentre la stampa italiana perde il suo tempo a seguire Silvia Romano dall’estetista,
noi di Africa ExPress portiamo a galla la fitta rete di interessi che coinvolge oggi la Somalia
e che non è estranea al rapimento di Silvia: c’ è il Qatar, che ha pagato il riscatto,
c’è la Turchia che l’ha liberata.  Altro che l’AISE.
Sono questi, ma anche altri, come spiega bene quest’articolo gli inconfessabili
interessi che ruotano attorno alla vicenda.

a.r.

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
27 maggio 2020

Sistemi di guerra per 6 miliardi e 144 milioni di euro. Ammonta a tanto il valore complessivo delle autorizzazioni governative all’esportazioni di armamenti italiani al Qatar nel solo biennio 2017-2018. L’emirato sin troppo condiscendente con le fazioni e milizie jihadiste salafite è uno dei partner commerciali di punta del complesso militare-industriale nazionale.

Cacciabombardieri ed elicotteri pesanti; corvette, navi d’assalto e sottomarini; missili aria-terra e anti-nave; cannoni e mitragliatori; sistemi radar e sofisticate apparecchiature di telecomunicazione. L’Italia vende di tutto e di più al Qatar con la benedizione del ministero della Difesa e dei vertici delle forze armate.

In pole position nell’indigesta classifica dei produttori e mercanti di morte la maggiore holding del comparto, Leonardo (ex Finmeccanica), controllata per il 30,2% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. A Doha, Leonardo è di casa da decenni e i suoi manager hanno anche fatto da testa di ponte per la penetrazione nel mercato qatarino di altre importanti aziende produttrici di armi, nazionali e internazionali.

L’11 settembre 2018, MBDA, il principale consorzio europeo nella realizzazione di sistemi missilistici (tra gli azionisti i colossi Airbus, BAE Systems e per il restante 25% Leonardo) ha firmato un contratto del valore di 640 milioni di euro per la fornitura alla Marina Militare del Qatar di un sistema di “difesa costiera” dotato di missili anti-nave Marte ER ed Exocet MM40 Block 3 con un raggio d’azione fino a 180 chilometri di distanza. A sottoscrivere l’accordo, il direttore di MBDA Italia Antonio Perfetti e l’ammiraglio Ibrahim Saad Al Kubaisi, vicecapo di Stato maggiore dell’emirato.

Finmeccanica – Qatar

Qualche settimana prima erano stati i manager di un’altra grande holding nazionale del comparto bellico, Fincantieri S.p.A., a sottoscrivere con le forze armate del Qatar un maxi-accordo di 4 miliardi di euro per la realizzazione di quattro corvette, due pattugliatori d’altura e una nave anfibia d’assalto.

Con l’agreement è ancora MBDA ad essere scelta per la fornitura dei sistemi missilistici destinati alle unità navali di Fincantieri. Le autorità di Doha hanno richiesto una partita di missili anti-aerei Aster 30 Block 1 e VL Matra Mica e antinave Exocet MM40 Block 3, costo complessivo un miliardo e 100 milioni di dollari. Al consorzio europeo sono stati affidati pure i test, le attività addestrative del personale militare qatarino, la manutenzione delle componenti belliche e il supporto logistico integrato. Sempre nell’ambito dell’accordo MBDA-emirato, Leonardo-Finmeccanica si assumeva la responsabilità diretta nella fornitura di radar, sonar e sensori di bordo, dei sistemi d’arma di medio e piccolo calibro (cannoni mitragliatori) e delle apparecchiature di protezione antisiluro.

“La nostra offerta ha registrato un ulteriore importante successo in un’area geografica dal fondamentale valore strategico, in termini di opportunità di business e dello sviluppo di collaborazioni”, commentava entusiasta l’allora amministratore delegato e direttore generale di Leonardo, Mauro Moretti. “L’accordo siglato testimonia il grande impegno delle istituzioni ed in particolare del ministro della Difesa Roberta Pinotti e rafforza la collaborazione con Fincantieri, segnando una considerevole affermazione del nostro sistema Paese”.

Perché il ringraziamento all’esponente Pd? Perché le maxi-commesse sulla rotta Europa-Qatar erano state formalizzate nel corso di un vertice intergovernativo, protagonisti appunto Roberta Pinotti e l’allora ministro per gli Affari alla Difesa dell’emirato, Khalid Bin Muhammad Al-Attiyah.

Dicembre 2017 ed era un altro consorzio industriale-militare europeo, Eurofighter, a dare notizia del contratto di vendita al Qatar di 24 cacciabombardieri “Typhoon” in occasione dell’incontro a Doha tra il ministro della Difesa britannico Gavin Williamson e il suo omologo collega.

Titolari del programma Eurofighter-Typhoon l’holding ispano-tedesca EADS, la britannica Bae Systems e, per una quota del 21%, l’italiana Leonardo. Ancora una volta MBDA veniva sub contrattata per la fornitura di missili “Brimstone” e “Meteor” per armare i cacciabombardieri, mentre per i radar e i sistemi elettronici di bordo, venivano preferiti gli stabilimenti di Leonardo a Luton ed Edimburgo (Gran Bretagna). Poco meno di 7 miliardi di euro l’ammontare della commessa, addestramento di tecnici e piloti dell’Aeronautica del Qatar compreso.

Doha, Qatar, DIMDEX 2018

Non passano nemmeno tre mesi che al salone internazionale dei sistemi navali militari di Doha (Dimdex), il 14 marzo 2018 la Barzan Holdings, società intermante controllata dal Ministero della Difesa del Qatar, firmava un ordine del valore di 3 miliardi di euro con il consorzio NHIndustries (Airbus 62,5%, Leonardo 32% e Fokker 5,5%) per la fornitura di 28 elicotteri multiruolo NH90 in versione da trasporto tattico e navale, più addestramento e supporto logistico.

Per la loro consegna veniva fissato un arco temporale compreso fra il giugno 2022 e la fine del 2025. “Leonardo agirà in qualità di prime contractor per l’intero programma NH90 e sarà responsabile dell’assemblaggio nel suo stabilimento di Venezia-Tessera, della consegna e del supporto di 12 dei 28 elicotteri, versione NFH, destinati a missioni navali”, riporta il comunicato emesso dall’holding italiana.

“Il programma potrebbe essere ampliato in futuro con l’aggiunta di ulteriori 12 unità. L’elicottero scelto sarà dotato di un’ampia gamma di sensori e sistemi integrati sviluppati e forniti da Leonardo per soddisfare i più rigorosi standard operativi”. Alla Divisione Elicotteri di Leonardo era affidata pure la fornitura di mitragliatrici, siluri e missili aria-superficie antinave e dei servizi di assistenza, addestramento per equipaggi e tecnici e manutenzione dei velivoli per otto anni. Top secret l’ammontare del denaro finito nelle casse dell’azienda. Nell’ultima relazione annuale finanziaria approvata dal Consiglio d’amministrazione di Leonardo, agli elicotteri venduti all’emirato è dedicato un breve passaggio: “Le acquisizioni di nuovi ordini si attestano nel 2019 a circa 14 miliardi di euro, mentre gli ordini del 2018 includevano l’acquisizione degli NH90 dal Qatar per circa 3 miliardi di euro”. Ad essi di dovrebbe aggiungere la quota-percentuale che spetterà a Leonardo con la fornitura dei missili Marte ER (MBDA) che equipaggeranno i velivoli da guerra.

Ma è poi stato davvero un affare per l’holding a capitale statale quello degli elicotteri al Qatar? Dubbi e inquietudini sono stati sollevati dopo un’inchiesta de il Fatto Quotidiano da parte di alcuni parlamentari del Movimento 5 Stelle e da un senatore di Forza Italia, Luigi Vitali, membro della Commissione antimafia, firmatari di due distinte interrogazioni al ministro della Difesa e a quello dell’Economia e delle Finanze.

“Leonardo ha firmato con l’emirato un contratto di vendita di 16 elicotteri NH90 ad assetto terrestre, prodotti da Airbus (valore stimato per le sole macchine: 579 milioni di euro) più 12 per missioni navali, prodotti da Leonardo (per un valore di 564 milioni di euro), più decine di optional e servizi annessi elencati nel contratto, per un valore totale di circa 3 miliardi di euro”, scrivono i deputati di M5S, primo firmatario Elio Iannutti. “Il 26 febbraio 2018, due settimane prima della firma, una lettera del capo divisione elicotteri Gian Piero Cutillo avrebbe offerto al Qatar: 16 elicotteri H125 da addestramento, che sarebbero stati pagati da Leonardo ma non ancora consegnati e fabbricati da Airbus; 3 elicotteri AW109 per il trasporto VIP, prodotti da Leonardo (già segretamente consegnati); la messa a disposizione di 2 piloti a spese di Leonardo in Europa; 20.650.000 euro di fondo spese per gli allievi qatarini a carico di Leonardo. Valore complessivo dei benefit pari a 120 milioni di euro, come si legge su un articolo de il Fatto Quotidiano dell’8 gennaio 2020”.

“Il 26 gennaio 2018 – proseguono i parlamentari – dopo un incontro con gli italiani, il generale di brigata Mishwat Faisal Al Hajr, presidente del comitato per l’acquisizione degli elicotteri, avrebbe chiesto a Profumo (Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo, NdA) di scrivere una lettera formale chiara e diretta in inglese, semplice senza zone grigie che aderisca alle condizioni fissate dalle autorità del Qatar.

La lista dei benefit confermati (che non avrebbe contenuto ancora i 16 elicotteri H125 ma incluso i tre AW109) sarebbe stata accettata da Cutillo l’8 febbraio, ma il generale Al Hajr avrebbe chiesto che la lettera venisse firmata da Profumo e non altre persone. Le condizioni venivano accettate da Profumo con l’impegno a firmare una lettera di intenti il 13 febbraio cui far seguire la stipula del contratto durante Dimdex 2018.

Il 26 febbraio Cutillo avrebbe scritto al Qatar che Leonardo accetta la fornitura dei 16 H125 nella configurazione richiesta, gratuitamente ma senza supporto e manutenzione. Un anno dopo la firma del contratto, il 22 marzo 2019, il capo della divisione forniture elicotteri Fabio Castiglioni avrebbe scritto che, in cambio dell’impegno dei qatarini di chiudere alcune questioni controverse, avrebbe impegnato Leonardo a fornire altri benefit come 8 istruttori in Qatar, militari o con un background militare”.

Per i deputati di M5S si sarebbe trattato di “un modo elegante per dire che Leonardo avrebbe potuto pagare militari italiani da inviare a Doha a istruire gratis per loro i qatarini o impiegare piloti civili alla bisogna”. Nella sua missiva, il manager Fabio Castiglioni avrebbe promesso al Qatar anche “corsi, manuali di volo, tre anni di supporto e mantenimento degli AW109 dalla fine del 2019” e persino due modellini in scala 1:10 degli NH90 per la festa nazionale dell’emirato. “Si tratta di una prassi per contratti governativi di questo tipo”, ha spiegato Leonardo a il Fatto Quotidiano. “I 16 elicotteri H125 prodotti da Airbus rappresentano una quota minima rispetto alla componente core del programma basato sui 28 NH90. La quota di competenza di Leonardo è superiore al 40% dell’ammontare della commessa e il programma è sicuramente profittevole per l’Azienda, anche nel lungo periodo”.

La mancata comunicazione sui benefit concessi all’emirato, sempre per Leonardo, sarebbe invece dovuta al “necessario e consueto rispetto del principio di riservatezza definito a livello contrattuale su richiesta del cliente anche per evidenti motivi di sicurezza”.

Alessandro Profumo. Amministratore delegato di Leonardo

In Qatar l’azienda italiana è fortemente presente anche nel mercato elicotteristico privato e commerciale: un numero notevole di velivoli sono stati venduti in particolare alla società Gulf Helicopters che svolge attività di trasporto, eliambulanza e supporto alle operazioni offshore e, per conto della stessa Leonardo, anche funzioni di tipo addestrativo.

Il 29 gennaio 2020 la Gulf Helicopters ha annunciato di aver acquistato dall’holding italiana la nuova variante dell’elicottero bimotore AW189K che a partire dalla seconda metà dell’anno sarà impiegata per il trasporto offshore, la ricerca e il soccorso, l’impiego antincendio, ecc.. Sempre in ambito “civile”, Leonardo ha fornito recentemente il radar per il controllo del traffico aereo dell’aeroporto internazionale di Doha.

Nell’ambito della commessa per la progettazione e costruzione dello stadio Al Bayt di Al Khor City in vista dei Mondiali di calcio 2022, il general contractor (Galfar Misnad Engineering di Doha e le italiane Salini-Impregilo S.p.A. e Cimolai S.p.A.), ha affidato nel settembre 2016 l’intero pacchetto relativo alle componenti elettroniche e meccaniche dell’infrastruttura e ai sistemi di sorveglianza e comunicazioni ad una joint venture costituita da Leonardo e dalla PSC S.p.A. di Roma, società controllata dalla famiglia Pesce e, per il restante 40%, da Fincantieri e dalla Cassa Depositi e Prestiti del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

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La psichiatra: la segregazione è un dramma Troppo semplicistiche le critiche a Silvia

 

 

Dossier Silvia/Si allarga la mappa degli intrighi e ora passa anche per la Germania

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
24 maggio 2020

Silvia esce solo velata, Silvia mette like ai predicatori islamisti, Silvia riceve video messaggi dalla Fratellanza Musulmana. Sono le voci che in queste ore fanno da rumore di fondo a una vicenda, quella del suo sequestro in Somalia, i cui contorni vanno ben oltre la sfera (discutibile) del pettegolezzo e della sua conversione religiosa. Mai farsi ingannare dal brusio. Anzi il brusio spesso cancella il refrain portante.

Mentre siamo distratti da notizie da cabaret mediatico, cinque petroliere iraniane stanno per raggiungere le coste del Venezuela: una ha già attraccato oggi. Trasportano 1,53 milioni di barili di petrolio e alchilato, un derivato petrolifero che serve per la produzione di benzina.

Cosa c’entra questo con la vicenda di Silvia? La trama è complicata, ma proviamo a seguirla pazientemente. Sappiamo che una fonte dei servizi segreti italiani ha rivelato che a pagare il riscatto per la liberazione di Silvia è stato il Qatar, Paese mediorientale da sempre ponte con l’Iran. E il Qatar in qualche modo è entrato anche nella questione delle petroliere: quando sabato il presidente iraniano Hassan Rouhani ha minacciato di ritorsioni gli americani in caso di attacco alle sue navi al largo delle coste del Venezuela, lo ha fatto pur sempre nel corso di una conversazione telefonica con l’emiro di Doha.

Una petroliera iraniana

Ed è una dichiarazione del segretario di Stato americano Mike Pompeo ad aggiungere un altro tassello.  Il Venezuela non può pagare l’Iran con transazioni bancarie, visto che i due Paesi sono entrambi sotto embargo, ma in lingotti d’oro trasportati clandestinamente a Teheran con gli aerei della Mahan Air, la compagnia dei Pasdaran iraniani. E forse, aggiungiamo noi, i lingotti sono stati già trasbordati con i grossi boeing della compagnia nazionale Iran Air che in aprile e maggio hanno fatto scalo almeno due volte alla settimana tra Teheran e l’aeroporto Sabana de Mar a Santo Domingo, paese vicinissimo al Venezuela, se non altro perché ne importa il petrolio.

Ora, se l’oro serve a Teheran per aggirare le sanzioni statunitensi, nell’ultimo periodo ne deve aver usate davvero grosse quantità. Decine di voli tra Teheran, Caracas e Sabana del Mar vogliono dire tonnellate d’oro. Teheran nega. Ma questo è avvenuto mentre Silvia era ancora nelle mani dei suoi rapitori e prima che avvenisse il pagamento del Qatar per la liberazione. C’è da domandarsi cosa l’Italia abbia dato in cambio e a chi.

Anche gli Shebab, sunniti, flirtano con l’Iran sciita, oltre che con il Qatar: quando il 3 gennaio gli americani hanno ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani, il gruppo terroristico è stato il primo a rispondere due giorni dopo con l’attacco contro la base statunitense a Lamu. La Somalia è centrale nelle vicende dell’Iran di questi ultimi mesi. Una dimostrazione, tra l’altro. di come le fedeltà religiose possano essere allegramente accantonare quando ci sono business lucrosi da realizzare.

Ma torniamo alle petroliere. Partono dall’Iran nella prima settimana di maggio dal porto commerciale di Shahid Rajaee a nord di Bandar Abbas. In quei giorni lo scalo viene colpito da un attacco informatico che fonti americane attribuiscono pochi giorni dopo a Israele. Ed è qui che, per una serie di connessioni, emerge un altro Paese: la Germania, primo partner commerciale europeo dell’Iran. Sì, perché a costruire il porto Shahid Rajaee nel 2016 per una commessa di 104 milioni di euro è stata una società tedesca. E perché proprio nei giorni precedenti la partenza delle petroliere, il 30 aprile, la Germania si trova costretta, dietro pressioni statunitensi, a mettere fuori legge nel suo territorio Hezbollah, l’organizzazione sciita che in città come Amburgo e Monaco ha sempre fatto da ponte finanziario con l’Iran nei periodi più duri delle sanzioni americane. Le petroliere salpano da Shahid Rajaee pochissimi giorni dopo la decisione del governo tedesco di mettere al bando Hezbollah: coincidenze che pesano.

La polizia tedesca fa irruzione gli uffici di Hezbollah a Berlino

Ora, se volessimo chiudere il cerchio, andremmo a vedere cosa fa la Germania in Somalia: dal 2017 ha cominciato a trasferire milioni di euro in aiuti nel Paese. Solo nel 2019 Berlino ha investito in Somalia 73 milioni di dollari. Di contro, il Qatar nei prossimi cinque anni investirà in Germania 10 miliardi di euro in vari progetti, senza contare i 25 miliardi di dollari con cui ha finanziato società come la Volkswagen o la Deutsche Bank. La stretta cooperazione militare tra i due paesi ha creato più di una controversia nel parlamento tedesco.

Silvia Romano è stata liberata in Somalia il 9 maggio, il giorno del cyber attacco israeliano al porto di Saheed Rajaee. Quello stesso porto da cui in quei giorni sono partite le petroliere iraniane dirette in Venezuela. Oro, petrolio, attacchi informatici, riscatti pagati da paesi terzi: la vicenda di Silvia è qui, non nella sua conversione. Cerchiamo di restare lucidi.

Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
massimo.alberizzi@gmail.com monica.mistretta@gmail.com 
Twitter @malberizzi @monicamistretta

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Silvia, la cultura somala non è disumano terrore, ma amore, gioia e felicità

 

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Speciale per Africa ExPress
Emanuela Provera
maggio 2020

Il contrario del fondamentalismo non è l’ateismo ma la fede; ben venga quindi la conversione di Silvia, ma essendo maturata in una condizione di prigionia e in uno stato mentale di paura, può essere autentica?

È difficile pronunciare una parola definitiva su Silvia Romano perchè abbiamo ancora poche informazioni e alcune sono sguaiate o immaginifere. Lo svelamento mediatico della sua “conversione” ha suscitato qualche domanda interessante: il fenomeno della conversione si limita ad una dimensione individuale soggettiva oppure riconduce ad uno spazio planetario che lega l’Oriente economico-religioso all’Occidente affaristico? E qual è il ruolo della politica rispetto al fondamentalismo religioso? Proviamo a rispondere.

La professione di fede

Il nostro ordinamento giuridico consente l’esercizio della professione di una fede religiosa, così come la sua propaganda con l’unico limite della contrarietà al buon costume . D’altro canto, non prevede alcuna tutela per gli individui che si sono convertiti ad una fede religiosa o ad un credo, in seguito a condizionamenti che hanno compromesso la loro libertà di pensiero. Come l’amore anche la fede è politica.

Il reato di plagio non esiste, più. Se Silvia scoprisse che la sua conversione non è stata sincera, scoprirà anche che non esiste una pena in qualche modo risarcitoria a carico di coloro che hanno indotto la sua scelta religiosa manipolando o costringendo il suo pensiero.

Quando, in Italia, notizie relative a casi di abuso psicologico arrivano in tribunale, non c’è niente da fare; il pubblico ministero può eventualmente condurre l’inchiesta per individuare una circonvenzione di incapace, una violenza privata, episodi di stalking, la presenza di una truffa; ma nessun caso di abuso spirituale o manipolazione mentale potrà essere perseguito, perché non ha alcuna rilevanza penale, seppure sia l’anticamera di comportamenti crudeli.

Condizionamenti psicologici

Questa situazione di improcedibilità (presente in alcuni stati) non ha mai impedito a giornali di tutto il mondo e all’opinione pubblica, più attenta, informata e sensibile, di prendere posizione in difesa di chi ha subito condizionamenti psicologici o abusi di potere, anche in assenza di reati contro il patrimonio. Lo sdegno che ne deriva non produce solo parole di indignazione ma anche il sorgere di associazioni o gruppi che si battono per arginare l’attività delle organizzazioni, le quali attraverso campagne proselitistiche e di reclutamento continuano ad attrarre giovani adepti, e lo fanno sostituendo l’autorità spirituale con l’esercizio del potere [spirituale].

Ma qui viene il bello: non sono gruppi terroristici di matrice islamista, sono per esempio i membri della “Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni” comunemente conosciuti come Mormoni, che per contenere il contagio da covid-19 hanno invitato credenti e non credenti a fare due digiuni mondiali il 29 marzo e il 10 aprile u.s., oppure sono confessioni religiose che siglano intese con lo Stato come, per esempio, le Assemblee di Dio in Italia (ADI) o l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai (IBISG) e ciò avviene in ossequio alla libertà religiosa costituzionalmente garantita.

Comunione e Liberazione e Opus Dei

Cristiani quindi, e buddisti. E tra i cristiani si annoverano i movimenti ecclesiali provenienti dal mondo cattolico, come Comunione e Liberazione, l’Opus Dei, il Movimento dei Focolari, i Neocatecumenali, i Legionari di Cristo ciascuno dei quali ha ottenuto, nella Chiesa, una propria configurazione giuridica e una presenza non marginale all’interno del mondo politico e finanziario. Ogni gruppo ritiene di essere la manifestazione autentica di Gesù Cristo: «Questa non è la Chiesa di Joseph Smith (il fondatore dei mormoni, ndr) e neppure la chiesa di Mormon. Questa è la Chiesa di Gesù Cristo» . Ma se capita che il capo di un gruppo venga processato e dichiarato colpevole, i difensori della libertà di culto giurano che la condanna di uno solo “non fa dei suoi fedeli una massa di delinquenti come lui”.

È su questo terreno di forte divergenza delle opinioni in tema di persuasione coercitiva che interviene o dovrebbe intervenire la politica: da una parte gli studiosi favorevoli alla penalizzazione della manipolazione mentale, dall’altra quelli che la combattono strenuamente. È una battaglia che solo apparentemente ha scopi filantropici o ideologici, perché coinvolge il favore elettorale di importanti organizzazioni.

A coloro che si accostano con scetticismo ai movimenti abusanti capita di essere apostrofati addirittura come nazisti che accusavano gli ebrei di essere una setta; si auspica addirittura che siano processati: “…speriamo che un giorno ne debbano in qualche modo rispondere”, ha ribattuto una mia interlocutrice, che è ambasciatrice di pace di una associazione della Chiesa del reverendo Moon.

Sono gli apologeti dei culti, i quali ritengono che i nuovi movimenti contribuiscano all’integrazione religiosa nelle società democratiche e che i metodi utilizzati nella formazione dei propri membri siano solo leciti strumenti di persuasione; il plagio semplicemente non esiste perché ogni situazione di dipendenza psichica ed emotiva, come quella del rapporto tra due amanti, o tra genitori e figli è di per sé un po’ manipolativa e prevede uno stato di subordinazione affettiva, accettabile.

Persuasione coercitiva

Il sociologo delle religioni Massimo Introvigne riferisce di condividere la posizione di Robert Jay Lifton secondo cui «la persuasione coercitiva funziona se si accompagna alla carcerazione, cioè è praticata in un contesto dove ci sono barriere fisiche e non solo mentali che impediscono di scappare, di cui un campo di rieducazione cinese è un buon esempio». Introvigne concorda in particolare con Lifton nella «distinzione fra prigionia mentale (su cui si può discutere sul piano teorico ma che non può essere sanzionata penalmente perché la difficoltà di provarne l’esistenza apre agli arbitri) e prigionia fisica, con sbarre molto materiali. Il caso di Silvia Romano è il secondo».

Pianificazione geopolitica

Il tema della libertà religiosa apre sempre uno spazio di ambiguità laddove si trasforma in un alibi per nascondere obiettivi di pianificazione geopolitica. L’Occidente, con l’avvallo della Chiesa cattolica che, alla fine del secolo scorso, ha avuto un ruolo importante nella legittimazione dei nuovi movimenti, è un terreno che coltiva certi integralismi istituzionali che producono forme di populismo dalla chiara matrice estremista. Motivi sacri, come la sconfitta dell’ateismo, ma anche nobili istanze, più laiche, come la difesa dei diritti umani si intrecciano con il potere e i suoi apparati. Una storia vecchia come l’uomo ma dalle nuove configurazioni.

Sulle ceneri di un’Europa dei popoli sorge un primo ministro come Viktor Mihály Orbán in Ungheria o un presidente come Volodymyr Zelens’kyj in Ucraina.

Intrappolati dalla paura

E cosa dire del sodalizio che si è creato tra Donald Trump e il gruppo religioso Falun Gong? il movimento spirituale costituitosi negli anni ’90 che, anche in Italia, conduce una severa campagna anti-cinese; il gruppo utilizza come organo di stampa il giornale filotrumpiano The Epoch Times che dal 2017 ha raddoppiato le sue entrate.

Quello che potrebbe essere accaduto a Silvia Romano non è così distante da quello che, in Occidente, succede a chi resta intrappolato in sistemi che utilizzano la paura per l’esercizio del controllo. “La sua non è una scelta di libertà”, ha scritto Maryan Ismail in una lettera del 16 maggio 2020 indirizzata alla giovane volontaria; e se quella di Silvia/Aisha fosse stata (solo) una scelta personale e intima l’avrebbe comunicata, come scrive Cinzia Sciuto nel suo blog , con calma “dapprima ai familiari, con la serenità necessaria e senza il favore delle telecamere e dei fotografi”. Proprio questa esposizione ha fatto sì che il suo apparire con la divisa islamista (non era un abito somalo!) sia stato letto come una forma di propaganda politico-religiosa e sia stato avvertito addirittura come l’anticipazione di un programma eversivo.

Paura, di questo si tratta. La fede non c’entra. La privazione della libertà fisica, come nel caso di Silvia Romano e la fascinazione verso un leader religioso, come nel caso di giovani reclutati nei gruppi settari, diventano i momenti iniziatici di un programma esistenziale che si nutrirà progressivamente della paura e sul quale molte organizzazioni costruiranno vere e proprie strutture di dominio, ambienti dove tutto è permesso: dalla violenza nelle sue diverse forme, al traffico di esseri umani fino a quello delle armi o al contrabbando di avorio.

Senza escludere interessi “alla nostra portata” che vanno da cospicui conti in banca fino alla costruzione di enormi patrimoni finanziari. Ecco perché Silvia/Aisha è vittima due volte: la prima in quanto è stata privata della libertà con un atto di costrizione fisica, la seconda in quanto potrebbe essere stata indotta alla conversione in modo manipolativo e strumentale, all’interno cioè di un piano più grande che travalica la dimensione della sfera individuale.

Una pletora di esorcisti

La paura viene alimentata in modo strumentale, ed è l’esperienza comune di un lessico globalizzato: la paura del diverso è alimentata dalla politica, la paura del diavolo è utilizzata dalla religione (occidentale ma non solo) allo scopo di fornire un rimedio e trattenere a sé le persone che ci credono. L’Italia è il Paese con il maggior numero di esorcisti al mondo, e la sede dell’Associazione Internazionale Esorcisti [A.I.E.] costituita nel 1992 proprio in Italia.

Le sue attività principali consistono nella divulgazione della “dottrina ufficiale della Chiesa cattolica in merito alla possessione demoniaca” e nella formazione di nuovi esorcisti che solo attraverso il conferimento di uno specifico mandato autorizzato dal vescovo, possono esercitare il ministero.

Piace così tanto liberare le persone dal demonio che si registrano casi di “esercizio abusivo della “professione”. L’esistenza del diavolo (sulla cui fondatezza non entro nel merito) minaccerebbe la vita dei fedeli trascinandoli nel vortice dell’ateismo, della profanazione, del peccato. Ecco che il diavolo diventa un business: i corsi annuali dell’A.I.E. sono promossi dall’ateneo Regina Apostolorum gestito dai Legionari di Cristo e si svolgono a Roma presso la loro sede.

Bibbia e Corano

La Bibbia e il Corano, moltissime persone in buona fede che aspirano al paradiso: è questo lo scenario rassicurante che fa leva sui buoni sentimenti delle persone, le quali in un momento di difficoltà esistenziale si affidano ad un leader carismatico che le condurrà, attraverso un piano inclinato, a fare e a pensare cose che mai la vittima avrebbe pensato o fatto prima. Accade infatti che i familiari dei “convertiti” dichiarino di non riconoscere più il loro figlio/a, marito/moglie.

Quale probabilità c’è che una ragazza si converta alla religione islamica, essendo milanese di nascita, cresciuta nelle strutture di una città occidentale, partita per l’Africa magari atea, ma avendo interiorizzato i principi di una educazione cristiana cattolica? Lo abbiamo chiesto a Luigi Corvaglia «Le probabilità sarebbero tendenti allo zero se il riferimento fosse ad una esperienza, anche duratura, di semplice immersione nella cultura ospitante. Crescerebbero, ma non troppo, se questa ragazza fosse sottoposta ad un “indottrinamento” da parte di figure amicali o carismatiche.

Il quadro cambierebbe, invece, drammaticamente nel caso in cui quest’opera persuasiva fosse svolta in una condizione di isolamento, secondo modalità graduali e, soprattutto, in un quadro psicologico che muta sensibilmente il valore e la salienza di premi e punizioni, costi e benefici, come quando si rischia la vita. Ogni passaggio verso l’acquisizione della nuova identità verrebbe probabilmente compiuto in modo “volontario”, benché l’esito finale avesse possibilità minime di essere scelto all’inizio del processo».

A conclusione di questi pensieri suonano bene le parole di Alessandro Perduca che sui social, a commento di una notizia su Silvia Romano, ha scritto “La Jihad è un fenomeno più occidentale di quanto appaia sia nella genesi che nelle modalità di comunicazione e i riscatti servono anche a non avere attentati in casa”

Ma allora l’attenzione mediatica posta sull’abbigliamento di Silvia, sulla sua conversione, sulla religione non sarà un alibi per distogliere lo sguardo da altre questioni?

Emanuela Provera*
emanuela.provera@libero.it
twitter@dentrolod

*Emanuela Provera è stata numeraria (cioè dirigente) dell’Opus Dei. Conosce molto bene le pratiche dell’indottrinamento religioso e della soggezione verso organizzazioni fondamentaliste della Chiesa cattolica, di cui è diventata studiosa. Ha scritto per Chiare Lettere due libri in cui spiega pratiche di vita abusanti e il funzionamento dei centri di recupero per preti ‘in difficoltà’: “Dentro l’Opus Dei” e “Giustizia Divina”.

Dossier Silvia/Il Qatar si prende l’uranio e paga il riscatto che servirà a costruire grattacieli in Occidente

Dossier Silvia/”Italiani brava gente”, gli affari d’oro della nostra industria bellica in Qatar

Silvia, la cultura somala non è disumano terrore, ma amore, gioia e felicità

 

Dossier Silvia/”Italiani brava gente”, gli affari d’oro della nostra industria bellica in Qatar

Il primo articolo del dossier sulla liberazione di Silvia Romano e sugli intrighi internazionali,
sugli inspiegabili ritardi e sugli inequivocabili silenzi lo trovate qui. Ora spieghiamo perché il Qatar
ha avuto questo importante ruolo nella liberazione di Silvia.
Gli affari tra Roma e Doha sono imponenti. Ecco perché in fondo nessuno ha dato grande importanza
alla vita di una ragazzina che – come abbiamo spiegato –  avrebbe potuto essere liberata molto prima.

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
24 maggio 2020

Si chiama Barzan Holdings ed è una specie di cassaforte da cui l’emirato del Qatar attinge i finanziamenti per la ricerca, lo sviluppo, la produzione e la compravendita di nuovi sistemi d’arma e per “rafforzare le capacità militari delle forze armate nazionali”. Fondata solo due anni fa, la società è quotata in borsa ed è interamente controllata dal Ministero della difesa. “Barzan Holdings” agisce pure come porta d’ingresso commerciale in Qatar per le industrie militari e offre l’opportunità alle compagnie internazionali di collaborare nella produzione e il trasferimento di tecnologie innovative nel settore della difesa e della sicurezza”, spiegano i suoi amministratori.

La sede principale è a Doha, all’interno del Parco scientifico e tecnologico realizzato dalle autorità qatarine accanto all’Education City, il grande complesso universitario, con lo scopo di facilitare lo scambio di conoscenze tra le industrie militari e il mondo accademico-scientifico. Da qualche mese, il gruppo italiano a capitale pubblico-privato Fincantieri ha stretto con essa un’alleanza strategica per poter accrescere affari e profitti nei tempestosi mercati d’armi mediorientali e africani.

Il 24 gennaio 2020, l’amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono e il presidente di Barzan Holdings Nasser Al Naimi, alla presenza del ministro della Difesa  Khalid Bin Mohammed Al Attiyah e dei vertici militari del Qatar, hanno sottoscritto un Memorandum of Understanding per “accrescere la partnership attraverso la valutazione e gli studi di nuove tecnologie e capacità in vista dell’acquisizione di nuove unità navali all’avanguardia”.

Il Qatar è una piccola penisola che spunta dall’Arabia Saudita ed è di fronte all’Iran

“L’intesa – aggiunge Fincantieri – implementa una relazione con le forze armate del Qatar e si inserisce nella strategia di sviluppo del business della società in Medio Oriente”. Fincantieri si candida a contribuire alle attività di progettazione, costruzione e gestione delle nuove infrastrutture navali della Marina militare dell’emirato e dell’intera flotta navale; all’implementazione di nuove tecnologie radaristiche e della cyber security; alla fornitura di unità da guerra di superficie e sottomarini. Ci sarebbe in ballo, in particolare, la possibilità di realizzare nello stabilimento del Muggiano, La Spezia, una versione aggiornata dei sommergibili della classe “Todaro” già acquistati dalle forze armate italiane. Per dovere di cronaca, il MoU Fincanteri-Barzan Holdings è stato sottoscritto in gennaio, 48 ore dopo la visita ufficiale in Qatar del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, scopo il potenziamento dei legami politico-militari anche in relazione all’escalation bellica in Libia e la promozione nell’emirato del “sistema Italia”, con Leonardo-Finmeccanica, Fincanteri, Eni, Saipem in testa.

Con il Ministero della Difesa del Qatar, Fincantieri aveva firmato nel giugno 2016 un contratto dal valore di quattro miliardi di euro per la fornitura di sette navi di superficie (quattro corvette, un’unità anfibia d’assalto e due pattugliatori d’altura), più relativi sevizi di supporto per dieci anni. I lavori di costruzione sono stati avviati nel 2018 nei cantieri spezzini di Riva Trigoso-Muggiano.

Una veduta di Education city a Doha

Secondo la rivista specializzata Analisi Difesa, almeno due corvette e i pattugliatori dovrebbero essere consegnati nel 2022, il resto entro la fine del 2024. All’affaire miliardario, con Fincantieri sono interessate altre holding industriali italiane. Con un dislocamento di 3.250 tonnellate, una lunghezza di 107 metri e una velocità massima di 28 nodi, le corvette imbarcheranno 112 marinai e un elicottero pesante multiruolo NFH90 prodotto dal consorzio NH Industries costituito dall’italiana Leonardo, dalla franco-tedesca Eurocopter e dall’olandese Stork Fokker Aerospace. Nella nave anfibia d’assalto LPD (8.800 tonnellate di dislocamento, 13 metri di lunghezza e una velocità di 20 nodi) saranno ospitati sino a 550 marines e due elicotteri NFH 90.

I sistemi radar, da combattimento e missilistici di tutte le unità navali destinate al Qatar saranno invece progettati e prodotti da aziende controllate dall’holding Leonardo e da Elettronica S.p.A, altra importante società del comparto bellico e cyber con sede a Roma.

Determinante anche il contributo dato dalla Marina militare italiana alla formazione e all’addestramento del personale qatarino presso i centri del Comando Scuole e all’Accademia di Livorno e nelle basi navali dell’emirato. Sempre secondo Analisi Difesa saranno impiegati anche i nuovi strumenti computerizzati e i simulatori forniti da una joint-venture costituita dal Centro per gli Studi di Tecnica Navale – Cetena (una controllata di Fincantieri che si occupa di ricerca e consulenza in campo navale e marittimo) e dalla società di software IBR Sistemi di Genova, specializzata in sistemi di simulazione e applicazioni multimediali.

Alla formazione del personale militare qatarino e alla manutenzione delle unità concorreranno i tecnici della Fincantieri Services Middle East LLC, società di proprietà al 100% di Fincantieri, costituita a Doha nel 2018. A determinare la decisione di dar vita a una propria filiale in Qatar, la firma di una lettera d’intenti durante la fiera dei sistemi navali da guerra DIMDEX (marzo 2018) del direttore Navi Militari di Fincantieri, Angelo Fusco, e del responsabile business development di Barzan Holdings, Abdulrahman Fakhro.

Nello specifico i due gruppi s’impegnavano a studiare possibili forme di collaborazione negli ambiti della sorveglianza marittima e delle coste, della ricerca e sviluppo nel settore delle imbarcazioni navali a pilotaggio remoto e relative stazioni di controllo e dell’implementazione di nuove tecnologie e gestione nell’ambito dei futuri programmi navali della Marina del Qatar.

A documentare i successi della grande società cantieristica i dati forniti con il bilancio finanziario per l’anno 2019. “L’area di business delle navi militari registra ricavi per euro 1.503 milioni (euro 1.434 milioni al 31 dicembre 2018) con un incremento del 4,8%”, riporta il Consiglio d’amministrazione di Fincantieri. “Proseguono a pieno regime le attività di costruzione relative alle commesse per il Ministero della difesa del Qatar che ha visto l’impostazione di una corvetta e un pattugliatore. Lo scorso anno sono stati forniti pure il pacchetto automazione per i pattugliatori d’altura e l’impianto eliche di propulsione e manovra per la nave anfibia d’assalto”. Da adesso scatta il count-down per le consegne e l’armamento.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Dossier Silvia 1:

Il Qatar si prende l’uranio e paga il riscatto che servirà a costruire grattacieli in Occidente

di Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta

Dossier Silvia/Il Qatar si prende l’uranio e paga il riscatto che servirà a costruire grattacieli in Occidente

Covid-19: niente salario per i lavoratori di DENEL, industria bellica del Sudafrica

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
26 maggio 2020

La pandemia ha messo in ginocchio anche l’industria della difesa sudafricana. Danie du Toit, amministratore delegato di Denel SOC Ltd., società interamente controllata dallo Stato, in un memorandum interno indirizzato al personale, ha ammesso le gravi difficoltà dell’azienda. Senza mezze parole du Toit ha fatto sapere ai 5.000 dipendenti che la liquidità di Denel non è sufficiente per pagare gli stipendi di maggio e anche quelli di giugno e luglio sono in forse.

Dopo l’allentamento del lockdown, solamente il 30 per cento del personale ha potuto riprendere il lavoro. A causa del contenimento dell’emergenza coronavirus, il 19 per cento svolge lo smart working, mentre il restante 51 per cento non può esercitare ancora nessuna attività. E ovviamente la mano d’opera attualmente a disposizione non basta per consegnare le commesse. Il management ha spiegato a Now Solidarity, il sindacato che rappresenta gran parte dei lavoratori del gruppo, che di conseguenza non ha potuto fatturare oltre 5 milioni di euro, perchè le ordinazioni non sono state portate a termine.

E non solo, mancano pure le autorizzazioni necessarie per l’export di armamenti, permessi che vengono approvati da National Conventional Arms Control Committee (NCACC) e poi rilasciati dalla direzione Conventional Arms Control (DCAC). Proprio a causa della pandemia il comitato e la direzione hanno interrotto le loro attività fino al 20 maggio scorso. Difficilmente riusciranno a sbloccare tutto il lavoro pendente in pochi giorni.

Non è la prima volta che l’azienda ha problemi di cashflow e versa gli stipendi dei dipendenti con forti ritardi.  L’anno scorso la situazione si era sbloccata grazie a robuste iniezioni di liquidità da parte del Tesoro sudafricano.

Eppure Denel ha diversificato i suoi investimenti, è tra l’altro partner della Rheinmetall Denel Munition (RDM). Quest’ultima, che ha sede in Sudafrica, è controllata dalla Rheinmetall AG di Dusseldorf, la maggiore industria per armamenti tedesca, con filiali un po’ ovunque nel mondo. In Sudafrica la Rheinmetall AG è associata con la Denel South Africa, società anch’essa controllata dallo Stato, che possiede il 49 per cento delle quote azionarie della RDM, mentre la Rheinmetall AG il 51 per cento.

Nella primavera del 2016 è nata una fabbrica nella capitale saudita, realizzata grazie alla collaborazione tra la Saudi Military Industries Corp. (SAMI) e la società Rheinmetall Denel Munition (RDM).

La Rheinmetall Waffe Munition Italia S.p.A., ha anche uno stabilimento a Ghedi, Brescia, e un secondo in Sardegna, a Domusnovas. Ed è proprio da lì che partivano i carichi di bombe alla volta di Riad, per essere utilizzati nella guerra in Yemen. L’export di armamenti come bombe d’aereo e missili alla volta del regno wahabita e degli Emirati Arabi Uniti sono stati bloccati poco meno di un anno fa dal nostro governo .

Bombe-MK841 prodotte a Domusnovas, Sardegna, dalla RWM

Il Sudafrica è la nazione del continente africano maggiormente colpita dalla pandemia: i casi confermati sono ben 23.615, mentre le vittime 615. Alla fine di marzo il presidente Cyril Ramaphosa aveva imposto un severissimo lockdown per arginare l’espandersi di Covid-19.

Con il 1° giugno quasi 8 milioni di sudafricani potranno riprendere l’attività lavorativa. Alcuni esperti stimano che da fine marzo a oggi il Paese abbia perso 285 miliardi di rand (poco meno di 15 miliardi di euro). Già prima della pandemia il Sudafrica aveva evidenziato dati allarmanti sull’economia nazionale, il tasso di disoccupazione aveva raggiunto il 29,1 per cento.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
@africexp

Tedeschi e sudafricani aprono una fabbrica d’armi in Arabia Saudita, rischio Al Qaeda

Dossier Silvia/Il Qatar si prende l’uranio e paga il riscatto che servirà a costruire grattacieli in Occidente

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
Milano, 20 maggio 2020

L’Italia non ha pagato il riscatto per la liberazione di Silvia Romano. A sganciare il denaro è stato il Qatar in una triangolazione di dollari, armi, garanzie politiche e soprattutto uranio. Un intrigo che vede coinvolti, oltre al piccolo Paese del Golfo, anche Turchia, Emirati Arabi Uniti e Iran. La giovane volontaria (che, lo ripetiamo ancora una volta, va lasciata in pace dopo la sua terribile esperienza) si è trovata, suo malgrado al centro di un intrigo internazionale che l’ha costretta a restare prigioniera per 535 giorni.

Probabilmente poteva essere liberata prima, se in Italia si fosse trattato il caso con lungimiranza e saggezza. E se qualcuno avesse preso in considerazione il fatto che gli shebab non sono un gruppo omogeneo di guerriglieri con un capo e un politbureau che elabora un indirizzo politico-strategico e dà ordini e comandi. Al contrario sono entità, cioè cellule, separate una dall’altra, molto spesso senza alcun controllo: più banditi e criminali comuni che terroristi con un obiettivo chiaro. Esiste però una sorta di consiglio d’amministrazione, una specie di holding centrale che gode di una certa influenza sui gruppuscoli spersi.

Ricerche in Kenya

Subito dopo il rapimento, durante le nostre ricerche in Kenya per capire cos’era successo a Silvia, una delle fonti risponde così a una domanda di Africa ExPress sulle reali capacità dell’intelligence italiana nel Corno d’Africa: “In Eritrea, Etiopia, Libia, Somalia eravamo i più forti. La nostra rete è stata smantellata, distrutta e ora in quelle aree contano Cina, Turchia ed Emirati. Ormai il nostro ruolo è ridotto a cercare un partner collegato e chiedere di lavorare in vece nostra. Poi pagheremo il dovuto. La testa della nostra organizzazione di spionaggio è invece rivolta agli affari, cioè a  vendere armi in giro per il mondo.”

Infatti durante le nostre indagini non abbiamo incontrato sul campo nessuno degli 007 italiani. Ma la zona è piena di informatori al servizio degli americani che nella regione keniota dove è stata rapita Silvia – nei pressi di Lamu – hanno una piccola ma efficiente base militare. Vuoi che in ogni villaggio non ci sia una spia americana pronta a monitorare le mosse di eventuali terroristi?

Infatti Africa ExPress riceve una soffiata: “Silvia è tenuta prigioniera in Somalia in un villaggio nella zona alle spalle della città portuale di Kisimaio”. Invano chiediamo prove dell’esistenza in vita della ragazza, una foto, un audio, un video…Non ci passano nulla. Noi scriviamo che potrebbe essere stata portata anche nelle isole Bajuni, un arcipelago di fronte alle coste somale, o in un qualunque paesino ma siamo convinti che, a dispetto di chi giura che è morta, lei è ancora viva, altrimenti in Africa nessuno sarebbe stato in grado di mantenere segreta la notizia del suo decesso.

Senza notizie

E’ passato poco meno di un anno dal rapimento di Silvia e le autorità italiane non hanno la più pallida idea di dove sia stata portata la ragazza. E’ per questo che si trincerano dietro il più stretto riserbo: non per paura di nuocere alla sua incolumità (motivazione ufficiale) ma per due motivi. Il primo perché non sanno se sia viva o morta e il secondo per avere le mani libere nel caso di eventuali trattative, non solo sul piano finanziario (pagamento di un riscatto), ma anche sul piano politico (cessione di materiale bellico o liberazione di prigionieri).

Una camionetta carica di militari in perlustrazione

L’opinione pubblica dorme perché i giornali parlano della vicenda sporadicamente ma a questo punto, dopo la lettera di Africa ExPress a Giuseppe Conte, la notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio scorsi, qualcuno dei servizi segreti italiani si rivolge ai suoi colleghi degli Emirati Arabi Uniti che in Somalia hanno costruito una importante rete di informatori. Abu Dhabi risponde più o meno così: “Siamo in grado di cercare e trovare la giovane e vi aiuteremo, ma a patto che voi cambiate alleanza in Libia. Smettetela di appoggiare il governo di Al Serraj. Sostenete invece con noi il generale Kalifa Haftar”. Una richiesta troppo complicata e difficile per l’Italia, cambiare alleanze, soprattutto per gli affari (leggi forniture di armamenti) conclusi con Qatar, Turchia e Iran, gli alleati del presidente libico. In fondo cos’è la vita di una ragazzina in confronto al lucroso business per miliardi di euro?

Gli americani sanno in quale zona è Silvia, ma non vogliono/possono rivelarlo. Però consigliano: “Rivolgetevi ai turchi, che hanno una cospicua presenza in Somalia”. La risposta di Ankara è positiva a condizione che Roma cessi gli attacchi a Erdogan, considerato un dittatore che viola i diritti umani e sbatte in galera i giornalisti, e accresca l’appoggio a Serraj in Libia. La Turchia in Somalia ha un contingente miliare, ma la rete di intelligence è piuttosto scarsa.

Gioco internazionale

Ecco che il rapimento di Silvia entra in un gioco internazionale che merita il più totale riserbo. Gli italiani non intendono pagare alcun riscatto. Salvini è ancora molto forte (siamo prima della crisi del coronavirus) e sai la buriana che verrebbe fuori se si scoprisse che Roma ha versato milioni di dollari ai rapitori.

Si può però chiedere aiuto al Qatar, che in Somalia ha creato una notevole rete di informatori. Alleata dei turchi e degli italiani in Libia, amica dell’Iran, con cui Roma intrattiene ottimi rapporti (vedi i voli che in piena crisi sanitaria Covid-19 continuano a collegare Teheran a Malpensa) , Doha appare subito come ottimo strumento per cavare le castagne dal fuoco. E poi il Qatar ha appena ordinato a Leonardo (la vecchia Finmeccanica) materiale bellico per oltre 5 miliardi di euro e la Fincantieri deve consegnare battelli militari per quattro miliardi circa di euro. Ma c’è anche un altro piccolo, ma non insignificante, dettaglio: il generale Luciano Carta, capo dell’AISE (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna, leggi servizi segreti) dal 20 maggio prenderà il posto di presidente di Leonardo.

Miniere di uranio

E’ lui direttamente che prende contatti con Doha. Per suggellare la cooperazione con l’Italia, il presidente Sergio Mattarella a metà gennaio vola in Qatar e sul suo aereo c’è Luciano Carta. Incontrano il capo di Stato qatariota. Ma cosa chiede in cambio, tra le atre cose, lo sceicco Tamin bin Hamad al-Thani emiro del piccolo Paese arabo? Il Qatar da tempo ha messo le mani in Somalia sulle miniere di uranio presenti nelle due regioni centrali del Mudug e Galgadug (ora riunite in un’entità politica il Galmudug), abitate dal clan Haber Gidir e in particolare dal sottoclan Aer, che rappresenta la spina dorsale degli shebab.

Il Galmudug, entità politica che riunisce Mudug e Galgadug

In cambio delle mani libere sulle miniere di uranio, lo sceicco al-Thani è disposto a concedere il suo aiuto e a coinvolgere il nucleo centrale della holding Shebab (con cui ha buoni rapporti) per la liberazione di Silvia. Al-Thani conta poi sul fatto che le commesse con Fincantieri, Fimeccanica, Beretta sono in dirittura di arrivo. Gli italiani, quindi vanno aiutati senza problemi.

Affare fatto quindi e apparentemente nessuno si pone il problema di dove finirà quell’uranio una volta estratto. Il Qatar non ha centrali nucleari, né ha intenzione di fabbricare una bomba ma – unico Paese arabo – è alleato dell’Iran e Teheran è alla spasmodica ricerca del prezioso metallo, necessario a implementare per il suo programma nucleare, pacifico, come sostiene il suo governo, militare, come invece sospetta l’amministrazione americana.

In scena gli shebab

Ed è solo a questo punto che entrano in azione gli Shebab, quelli veri, non quei criminali comuni che con i terroristi hanno poco a che vedere e che tenevano Silvia prigioniera. Con loro comincia la vera trattativa condotta dai qatarioti, che non ci mettono molto a coinvolgere i leader dei terroristi i quali a loro volta convincono i loro amici a rilasciare la ragazza catturata, in cambio di un bel pacco di dollari, ma un po’ meno dei 4 milioni sbandierati un po’ da tutti in Italia.

E quando Silvia arriva a Mogadiscio, nell’enorme base dell’ONU che ospita tra l’altro anche l’ambasciata italiana, indossando un giubbotto antiproiettile con in bella vista lo stemma del vecchio impero ottomano, scatta la protesta americana e britannica:”Perché non siamo stati avvisati?” Gli americani a quel punto comprendono che armamenti e uranio hanno come destinazione ultima l’Iran.

A Ciampino chi c’è all’aeroporto accanto a Silvia? Luciano Carta a prendersi i complimenti di Giuseppe Conte che è costretto a modificare il twitt con cui dà notizia del rilascio. Nel primo messaggino, infatti, il premier ringrazia l'”intelligence”  nel secondo compare la correzione: “intelligence esterna”, cioè l’AISE, l’agenzia di Carta.

Una miniera uranio

Poi per confondere le acque basta attivare il circo mediatico e non c’è di meglio che far partire un bel colloquio finto. Immediatamente dopo la liberazione di Silvia, molti  giornalisti italiani si attivano per procurarsi un’intervista dal portavoce degli shebab Ali Dehere. Mentre ad Africa ExPress il suo entourage dice che non è a Mogadiscio ed è senza telefono (cosa normale per evitare di essere individuato e centrato da un missile) a Pietro del Re di Repubblica, qualcuno concede una chiacchierata. Conoscendo Pietro e la sua correttezza, immaginiamo che sia stato ingannato: il suo interlocutore che lui crede sia Ali Dehere  sostiene di aver rapito Silvia e svela che con i soldi del riscatto comprerà armi.

Non armi ma grattacieli

L’intervista fa il pari con quello che scrivono i giornali e che si vuol far credere all’opinione pubblica, e cioè che l’Italia avrebbe irresponsabilmente permesso ai terroristi di comprare un arsenale. Nulla di più assurdo. In Somalia ci sono più armi che persone. Il Paese potrebbe vendere armi più che comprarle. Quei soldi – che comunque non sono stati versati dall’Italia – finiranno nelle cassaforti di finanzieri che a loro volta li investiranno in grattacieli, in palazzi o in interi quartieri a Londra, Dubai, New York ma anche a Roma e a Milano, dove magari coloro che hanno costruito la gogna mediatica contro Silvia andranno ad abitare, felici e sorridenti.

Succedeva con le navi sequestrate al largo delle coste somale per il cui rilascio sono stati pagati centinaia di milioni di dollari, senza che nessuno si scandalizzasse. Dove finivano? In armi? No, in grattacieli, con la complicità di lobby occidentali.

Massimo A. AlberizziMonica A. Mistretta
massimo.alberizzi@gmail.com
monica.mistretta@gmail.com
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Dossier Silva 2:

“Italiani brava gente”, gli affari d’oro della nostra industria bellica in Qatar
di Antonio Mazzeo

Dossier Silvia/Il Qatar si prende l’uranio e paga il riscatto che servirà a costruire grattacieli in Occidente

Rimandato processo ai rapitori di Silvia: emergono quarto uomo, errori, omissioni

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Israele autorizza l’arrivo degli ultimi 119 falascia dall’Etiopia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
22 maggio 2020

Avevano quasi accantonato ogni speranza, vivevano da anni in condizioni precarie e di povertà nei campi di transito di Addis Ababa e Gondar, ieri per 119 falascià il sogno di una vita si è trasformato in realtà: sono atterrati giovedì all’aeroporto Ben-Gurion vicino al Tel Aviv, accolti dal ministro per l’Immigrazione Pnina Tamano-Shata.

Nei loro occhi si legge la felicità, malgrado le mascherine in volto, un must per arginare l’espandersi della pandemia.

Arrivo in Israele di un gruppo di falascia

A fine marzo, poco prima che l’Etiopia chiudesse le sue frontiere per Covid-119, erano già arrivati 14 nuclei familiari falascià (72 persone in tutto). Poi il governo dello Stato ebraico avevo sospeso i voli per motivi sanitari. Tempo fa la Knesset aveva approvato e pianificata per marzo 2020 l’immigrazione per 250 ebrei etiopi.

Per la prima volta nella storia di Israele è stato nominato un ministro di origine etiopica. Si tratta dell’avvocato Pnina Tamano-Shata, che dal 17 maggio è a capo del dicastero per l’Immigrazione. La neo-ministra si trova nel Paese dall’età di 3 anni, grazie agli interventi top-secret “operazione Mosè”, “ operazione Giosuè” e “operazione Salomone”, effettuati dall’allora governo di Tel Aviv tra l’84 e il ’91.

Pnina Tamano-Shata, di origine etiope, neo-ministro per l’Immigrazione in Israele

Alla fine degli anni settanta, minacciati da carestie e repressione del governo etiope, molti Beta Israel, come preferiscono farsi chiamare, visto il significato negativo che la parola falascià ha assunto nella lingua amarica (emigrato o straniero), passarono in Sudan. Purtroppo il governo musulmano sudanese fu altrettanto ostile nei loro confronti. Israele prese allora la decisione di trasportarli nel proprio territorio tramite ponti aerei.

Attualmente nello Stato ebraico vivono 140.000 falascià, per lo più in miseria, soggetti a discriminazioni di ogni genere, ma ciò che contestano maggiormente è il crescente razzismo. Solo la metà dei giovani ebrei di origine etiopica riesce ad ottenere il diploma, contro il sessantatré per cento del resto della popolazione.

Anche se alcuni di loro hanno raggiunto posizioni importanti nell’esercito, nel pubblico impiego, altri sono diventati politici di rilievo e occupano una poltrona alla Knesset, la loro vita in Israele non è semplice e in linea di massima guadagnano un terzo in meno rispetto alla media.

Dall’inizio della pandemia Israele ha registrato 16.670 casi, tra questi 13.617 sono guariti, mentre le vittime sono 279. In Etiopia le persone ufficialmente infette sono 399 con 123 guarigioni e 5 decessi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Israele accetta l’immigrazione degli ultimi falascià dall’Etiopia

Israele cancella il piano di rimpatrio degli ultimi falascià ancora in Etiopia

Terrorizzavano il nord, il più colpito dal virus: uccisi in Mozambico 50 jihadisti

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 22 maggio 2020

La conferma dell’uccisione di decine di jihadisti è stata data dal ministro dell’Interno mozambicano, Amade Miquidade. “Le Forze di difesa e sicurezza (FDS) hanno ucciso 50 terroristi in due azioni militari. L’obiettivo di questi gruppi è rendere impossibile la vita dei mozambicani, attraverso il terrore e la paura. Il terrorismo impedisce di costruire una nazione prospera sulla base delle ricche risorse che abbondano in quella parte del paese” – ha dichiarato il ministro.

Mappa di Cabo Delgado che indica gli scontri tra Forze armate mozambicane e jihadisti
Mappa di Cabo Delgado che indica gli scontri tra Forze armate mozambicane e jihadisti

Due scontri a fuoco tra jihadisti e Forze armate

Le azioni militari delle Forze armate mozambicane sono avvenute tra il 13 e il 14 maggio. La prima, nel distretto di Mocimboa da Praia, l’area maggiormente colpita dai jihadisti 170 km a sud di Palma, dove operano ENI, ExxonMobil e Total. I militari mozambicani hanno sorpreso in gruppo di terroristi con tre auto, tre moto e un camion cisterna. Nello scontro sono morti 42 ribelli.

Il secondo scontro tra FDS e jihadisti è avvenuto nel distretto di Quissanga, un centinaio di km a nord di Pemba, capoluogo della provincia. Il gruppo di terroristi si stava dirigendo nuovamente nel distretto di Quissanga per invadere la cittadina. Nello scontro a fuoco sono morti otto jihadisti e altri sono rimasti feriti. Il 23 marzo scorso un gruppo di terroristi islamisti, dopo aver invaso Quissanga, aveva issato la bandiera dello Stato islamico nella stazione di polizia locale e facendosi fotografare.

Distrutti undici villaggi in dieci giorni

Solo nel mese di maggio, fra il 3 e il 13, le autorità mozambicane hanno registrato la distruzione di 11 villaggi da parte dei gruppi armati. Sono state rapite 16 persone e 14 sono disperse; è stato distrutto un ospedale di nuova costruzione e vandalizzate le linee di telefonia mobile. Il terrorismo a Cabo Delgado, dal 2017 ad oggi ha causato 550 morti, oltre 160 mila profughi e un’epidemia di colera con almeno 20 morti.

Ibraimo Abú Mbaruco
Ibraimo Abú Mbaruco (foto: courtesy dal suo profilo Facebook)

Area off-limits per i giornalisti

Queste le informazioni ufficiali diramate dal governo mozambicano, impossibili da verificare dai media sul campo. Infatti, dall’ottobre 2017, quando sono iniziate le azioni jihadiste a Cabo Delgado, l’area pare essere off-limits per i giornalisti.

Amade Abubacar, giornalista di Radio e Televisao Comunitaria Nacedje de Macomia è stato arrestato nel gennaio 2019. Abubacar, che è anche attivista per i diritti umani, è stato fermato mentre intervistava persone sfollate a causa degli attentati jihadisti contro i civili. Poi è stato incarcerato senza capi d’accusa per 90 giorni ed è in attesa del processo.

Lo scorso 7 aprile è sparito un altro giornalista: Ibraimo Abú Mbaruco che lavora per la Stazione Radio Comunitaria di Palma. Human Rights Watch e Amnesty International hanno denunciato che, prima di essere dichiarato scomparso, via SMS diceva che vicino a casa sua c’erano dei militari. Un messaggio che fa pensare a una scomparsa forzata.

A Cabo Delgado il numero maggiore di contagi da Covid-19


E mentre a Cabo Delgado spariscono giornalisti
, oltre al terrorismo jihadista, si fanno i conti anche con il Coronavirus. Il tutta l’ex colonia portoghese al momento in cui scriviamo, delle dieci le province, quelle contagiate sono quattro Cabo Delgado, Inhambane, Sofala e Maputo. La provincia dell’estremo nord del Mozambico è la più colpita dal virus: su 146 contagi, 85 provengono da Cabo Delgado. Il maggior focolaio dell’infezione pare essere la penisola di Afungi, a Palma, sede della multinazionale petrolifera Total. Qui è stato diagnosticato il contagio da Covid-19 al 79° lavoratore di Total.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Tentano di ammazzare il presidente: 19 arresti alle Comore

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
maggio 2020

Le autorità dell’Unione delle Comore hanno arrestato 19 persone ieri mattina, con l’accusa di appartenere a una “organizzazione prettamente terrorista”, altri componenti del gruppo sono attualmente ricercati in Francia e Madagascar.

Secondo quanto riportato da un magistrato dello Stato insulare – che comprende 3 isole (Grandi Comore, Anjouan e Moheli) e si trova nell’estremità settentrionale del Canale del Mozambico, nell’Oceano Indiano – l’organizzazione avrebbe tentato di far esplodere l’aereo presidenziale lo scorso 19 aprile.

Comore: arresto di 19 persone, coinvolti anche due militari

Mohamed Abdou, procuratore alla Corte per la sicurezza dello Stato ha fatto sapere che gli arrestati avrebbero tentato di introdurre una bomba artigianale, provvista dispositivo azionabile a distanza, nell’aeromobile che il 19 aprile portava il dittatore Azali Assoumani dall’isola di Anjouan a quella di Moheli.

“Per puro caso”, ha detto Abdou, “gli agenti addetti alla sicurezza, totalmente all’oscuro del possibile attentato, hanno negato il permesso di caricare un pacco. E era proprio quello contenete la bomba”.

Tra gli arrestati ci sono anche due militari, uno di questi è il vice capo della gendarmeria di Anjouan. Ora è caccia all’uomo sia nello Stato insulare che all’estero. Sempre secondo quanto riportato dal magistrato, è stato scoperto anche un vero e proprio arsenale con mine di fabbricazione artigianale, detonatori, un grosso quantitativo di dinamite e munizioni.

Azali Assoumani, presidente delle Comore

Nelle Comore si respira un clima di terrore, in particolare dopo il referendum costituzionale del 2018, che ha dato ampi poteri al presidente, trasformandolo in dittatore.

L’opposizione non ha mai riconosciuto i risultati elettorali dello scorso anno e ha accusato il despota di brogli elettorali, confermati dalla maggior parte degli osservatori stranieri e dalla comunità internazionale. Il tiranno non apprezza gli oppositori. Molti di loro sono stati arrestati, alcuni condannati ai lavori forzati a vita.

Assoumani è diventato presidente nel 1999 dopo aver condotto un colpo di Stato ai danni dell’allora Presidente Tadjidine Ben Said Massounde, rimanendo al potere fino a gennaio 2002. A maggio dello stesso anno vince le elezioni e rimane alla guida dello Stato insulare fino al 2006. Dieci anni dopo riesce nuovamente a farsi rieleggere; nel 2019 si ricandida per un secondo mandato consecutivo che ovviamente vince con il 60,77 per cento dei consensi.

L’Unione delle Comore ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1975. La quarta isola, Mayotte, ha sempre rifiutato di far parte dell’Unione ed è rimasta fedele alla Francia, cioè territorio d’oltremare.

La stabilità politica delle Comore è fragile. Dal giorno dell’indipendenza ad oggi ci sono stati una ventina di tentati colpi di Stato. Il più famoso quello del 1975, poche settimane dopo l’indipendenza. I golpisti, che rovesciarono il presidente Ahmed Abdallah, erano assistiti dai mercenari guidati dal colonnello francese Bob Denard. Dal 1997 al 2001 le isole Mohéli e Anjouan si erano separate dalla Grande Comore. Solo grazie all’intervento della comunità internazionale e alla promessa di una nuova costituzione che garantisse larga autonomia, le tre isole si sono ricongiunte in una confederazione.

Gli abitanti vivono in un paradiso terreste ma sono tra i più poveri del mondo. L’economia si basa sull’esportazione di chiodi di garofano, vaniglia e qualche altra spezia profumata. Nell’arcipelago si sopravvive grazie alle rimesse di parenti e amici che lavorano in Francia o in Mozambico. E sono molti i comorani che cercano di raggiungere Mayotte, in cerca di una vita migliore, rischiando la propria vita. Morti non solo nel Mediterraneo, quindi ma anche qui, nel Canale di Mozambico. Morti dimenticate, ignorate dalla comunità internazionale tutta.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
@africexp

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