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Mozambico, jihadisti occupano la città di Macomia per tre giorni

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 2 giugno 2020

In novanta jihadisti hanno attaccato e occupato la città di Macomia, (35mila abitanti) 200km a nord di Pemba, capoluogo della provincia settentrionale di Cabo Delgado. È successo lo scorso 28 maggio quando un folto gruppo di ribelli islamisti è riuscito mantenere il controllo della città per tre giorni.

Macomia, occupara dai jihadisti per tre giorni e le aree dei rubini e del gas (Courtesy GoogleMaps)
Macomia, occupata dai jihadisti per tre giorni e le aree dei rubini e del gas (Courtesy GoogleMaps)

Occupazione jihadista prima dell’alba

L’occupazione dei terroristi è iniziata prima dell’alba con colpi d’arma da fuoco sparati in aria. La popolazione, terrorizzata, ha abbandonato la cittadina fuggendo nella foresta o verso Pemba. Mentre, dal distretto di Mocimboa da Praia, dove si ritiene ci sia un’altra base jihadista, arrivavano rinforzi ai ribelli.

Esercito e Forze speciali mozambicane sono intervenute, anche con elicotteri da combattimento, per catturare gli insorti e dopo una battaglia durata fino a sabato 30 maggio sono riusciti a liberate la città.

Un’incursione jihadista che mostra maggiore tracotanza contro il potere centrale di Maputo e soprattutto, nelle ultime settimane, ulteriore sicurezza militare: oggi sono armati di kalashnikov (AK47) e lanciagranate. Secondo quanto riferito da Luiz Fernando Lisboa, vescovo di Pemba, centinaia di persone in fuga da Macomia sono arrivate nel capoluogo. Tra queste molti bambini separati dalle famiglie.

Attacchi rivendicati dallo Stato islamico

È la prima volta che il governo mozambicano conferma un attacco jihadista, questa volta a Macomia. Le azioni terroristiche sono attribuite a una formazione conosciuta come Al Sunnah Wa-Jama e chiamati dalla popolazione al Shebab. Gli attacchi dello scorso mese sono però stati rivendicati dallo Stato islamico che ha collegamenti con lo Stato islamico della provincia dell’Africa centrale (ISCAP), in Congo-K.

Il presidente mozambicano Filipe Nyusi, ha dichiarato che le forze governative si sono impegnate in estesi combattimenti contro gli insorti. Alle emittenti di Stato, Radio Moçambique e TV Moçambique, ha confermato che i quadri più importanti della formazione terroristica sono stati eliminati.

Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga
Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga

Morte e distruzione a Macomia

Ancora non si conosce il numero definitivo dei morti degli scontri di Macomia. Si parla di otto civili tra i quali almeno tre bambini e di una decina di militari mozambicani ma non si sa quanti jihadisti siano deceduti.

Il mercato è stato completamente distrutto, è stata assaltata la banca e sono state sabotate le torri di telecomunicazione mobile. Anche la sottostazione elettrica di Macomia ha subito danni lasciando isolati e senza elettricità vari distretti a nord della cittadina occupata.

Area di rubini e gas

Macomia è a metà strada tra il distretto di Montepuez e Palma. A Montepuez si trova il più grande giacimento di rubini del mondo; a Palma uno dei maggiori giacimenti africani di gas (LNG). ENI, ExxonMobil e Total, a Palma, dovrebbero iniziare la produzione di gas nel 2022. Se la situazione non peggiora.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Dossier Silvia/Nasr 19, giochi di guerra dei bersaglieri spediti in Qatar

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
maggio 2020

Lo Stato Maggiore dell’Esercito lo ha definito “il più importante rischieramento di forze terrestri da combattimento italiane in Medio Oriente dal ritiro del contingente Antica Babilonia schierato in Iraq tra il 2003 e il 2006”.

All’inizio del settembre 2019, 800 militari e più di un centinaio di mezzi pesanti tra carri armati, blindati e cannoni sono stati inviati ad esercitarsi nell’arido deserto del Qatar, insieme alle truppe d’assalto qatarine.

I war games si sono svolti per oltre un mese nel maxi-poligono di Al Ghalail, a sud della capitale Doha. Nome in codice della maxi-esercitazione bilaterale, NASR 19, protagonisti i bersaglieri della Brigata “Garibaldi” di stanza in Campania e in Calabria e la 2° brigata delle Forze Terrestri del Qatar. A coordinare l’intera operazione, a fianco dello Stato Maggiore della Difesa, i rappresentanti della Farnesina e l’onnipresente ufficio diplomatico italiano in Qatar.

“Grazie a NASR 19 – riferiva l’allora ambasciatore Pasquale Salzano – si rafforza la collaborazione non solo tra le forze armate, ma complessivamente fra lo Stato del Qatar e la Repubblica italiana”. “Abbiamo accettato rapidamente l’invito del Qatar perché la zona d’esercitazione offre caratteristiche idonee allo svolgimento di attività che, per numero di veicoli cingolati e ruotati impiegati e per volume di fuoco, non sarebbe possibile sviluppare presso aree addestrative presenti sul territorio italiano”, spiegava invece il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Salvatore Farina, presente alle azioni di fuoco insieme al Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Enzo Vecciarelli.

Nasr19 Esercitazione Italia-Qatar

“L’esercitazione rappresenta il momento culminante di un’intensa attività di cooperazione tra i due Paesi che, nel rinsaldare i reciproci rapporti di amicizia, hanno avviato un intenso scambio di visite e addestramenti congiunti. Lo scopo principale di questo importante evento addestrativo, oltre a valutare le modalità di rischieramento nell’area del Golfo Persico di un dispositivo pesante dell’Esercito, è quello di innalzare il livello di integrazione e interoperabilità delle unità affinando sia le procedure da attuare a in ambito Posti Comando, sia i procedimenti d’impiego delle unità”.

L’esercitazione è stata ovviamente anche un’ottima occasione per provare dal vivo la potenza distruttiva dei principali sistemi di guerra terrestre in dotazione alle forze armate italiane anche nella prospettiva di una loro acquisizione da parte del Qatar. “Nell’ambito delle attività addestrative, sono state altresì testate alcune delle capacità che verranno poste in alta prontezza a favore della NATO”, spiega ancora lo Stato Maggiore. “In particolare, le compagini di fanteria pesante della Brigata Garibaldi, hanno impiegato cingolati VCC 80 Dardo, carri armati C1 Ariete, VBM Freccia, mortai da 120 mm e da 81 mm, Veicoli Tattici Leggeri Multiruolo (VTLM) Lince, sistemi contro carro Milan e Spike, obici FH70, lanciatori G-MLRS (Guided Multiple Launch Rocket System), i semoventi PZH 2000, artiglierie di ultima generazione con possibilità d’impiego di munizionamento a guida GPS e a lunga gittata, capaci di colpire obiettivi di dimensioni ridotte…”.

Si tratta in buona parte di armamenti prodotti e/o commercializzati dalle aziende leader del complesso militare-industriale nazionale, Oto Melara – Leonardo (ex Finmeccanica) ed Iveco Defence Vehicles in testa. Made in Italy anche i munizionamenti da 155 mm con gittate elevatissime (sino a 100 km di distanza) sperimentati per la prima volta in un campo di battaglia: i proiettili per cannoni tipo “Vulcano”, progettati e realizzati negli stabilimenti Oto Melara di La Spezia. “Inoltre – aggiunge il portavoce dell’Esercito italiano – la componente Genio della Garibaldi, durante l’incontro con la controparte locale, ha presentato il nuovo veicolo di seconda generazione Orso in alcune sue varianti, con una successiva dimostrazione sul terreno delle capacita dei sistemi robotizzati per l’identificazione di presunti ordigni esplosivi osservati ed individuati sul terreno”.

L’Orso è il Veicolo Tattico Medio Multiruolo (VTMM) realizzato da Iveco DV di Bolzano e dall’azienda tedesca Krauss Maffei Wegmann per il trasporto militari ed obici leggeri, la guerra elettronica, il supporto logistico e l’assistenza sanitaria. Oltre che all’Esercito italiano, il nuovo VTMM è stato venduto alle forze terrestri del Libano. Con NASR 19, Orso e Vulcano sono stati promossi all’attenzione del florido mercato delle petromonarchie del Golfo.

L’esercitazione italo-qatarina si è conclusa il 27 ottobre 2019. In contemporanea all’ultima fase dei cannoneggiamenti, in Piemonte, nel comprensorio di Baudenasca (Pinerolo), gli Alpini del 3° reggimento della brigata “Taurinense” e i genieri guastatori del 32° reggimento davano vita all’esercitazione “Gold Fenix”, unitamente a un centinaio di militari dell’esercito francese e dell’Emirato del Qatar. “L’esercitazione ha avuto lo scopo di elevare la capacità operativa del personale di muovere, vivere e combattere in ambiente urbanizzato, in contesti multinazionali ad alta intensità”, riporta il comunicato emesso dallo Stato Maggiore dell’Esercito.

“Attraverso il confronto con realtà militari diverse, sono state applicate e migliorate le capacità di movimento in un ambiente particolarmente difficile, implementandole successivamente con l’addestramento al superamento di ostacoli sia naturali, come ad esempio le falesie di roccia, sia artificiali, tramite le strutture addestrative in dotazione al 3° reggimento Alpini”. Ognuno offre, cioè, quello che ha: i militari qatarini le sabbie del deserto, quelli italiani i grandi agglomerati urbani e le vette alpine. La globalizzazione delle guerre moderne…

Salvatore Farina, capo di Stato maggiore dell’esercito italiano

Un mese dopo il duplice appuntamento, il 19 novembre 2019, il generale Salvatore Farina effettuava una seconda visita ufficiale in Qatar per incontrare il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Ghanim Shaheen Al Ghanim e visitare il Centro di addestramento delle forze terrestri dell’emirato. “Il generale Farina ha potuto osservare i principali mezzi ed i sistemi di simulazione che vengono impiegati dal Centro”, riferiva il Ministero della Difesa.

Successivamente la massima autorità dell’Esercito italiano si recava nell’area addestrativa di Al Ghalail per “assistere” ad un’altra maxi-esercitazione, Eastern Action, protagoniste le forze terrestri qatarine e i militari della 38^ Divisione di fanteria della Guardia nazionale dello Stato dell’Indiana (Usa). “Il generale Farina ha fatto infine visita al Collegio Militare Ahmed Bin Mohammed fondato nel 1996 da Sua Altezza l’Emir Sheikh Hamad Bin Khalifa Al Thani per preparare i cadetti per l’esercito e la polizia”, aggiungeva la nota della Difesa. “Al termine dell’incontro, il Capo di Stato Maggiore Esercito ha espresso parole di stima per lo stabile e duraturo rapporto di collaborazione tra le Forze Terrestri del Qatar e l’Esercito Italiano, sottolineando l’attuale senso di amicizia e cooperazione e confermando la disponibilità ad incrementare – nel prossimo futuro – quelle che sono attività addestrative congiunte, con lo scopo di rendere sempre più interoperabili i due eserciti”.

Per consolidare e strutturare la cooperazione bilaterale tra gli eserciti di Italia e Qatar si era tenuto a Roma il 16 e 17 gennaio 2019 il 1° Steering Committee tra una delegazione dell’Ufficio Attività Internazionali dello Stato Maggiore e i vertici militari dell’emirato. “L’incontro, oltre a costituire l’occasione per incrementare la collaborazione nei settori di reciproco interesse, in primis in quello addestrativo e formativo, ha consentito di gettare le basi per la realizzazione dei primi Army Staff Talks che si terranno in Qatar nel mese di maggio e pianificare l’esercitazione congiunta NASR 2019 prevista per il prossimo autunno”, riferiva la Difesa. “Infine, allo scopo di incrementare la conoscenza della controparte sulle capacità di Comando e Controllo dell’Esercito Italiano, è stata realizzata presso l’11° Reggimento Trasmissioni in Civitavecchia, una dimostrazione capacitiva sull’impiego di tecnologie nazionali all’avanguardia nello specifico settore”.

Un altro meeting si teneva ancora una volta in Italia a fine aprile. L’ospite d’onore era stavolta il generale Mohamed bin Ali Al Ghanem, Comandante delle Forze Terrestri del Qatar. “Durante l’incontro avvenuto a Palazzo Esercito, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Salvatore Farina, ha espresso parole di stima per lo stabile e duraturo rapporto di collaborazione tra i due eserciti di Qatar e Italia”, si legge nella nota emessa dalla Difesa. “Il generale Farina ha focalizzato l’attenzione sull’addestramento congiunto avvenuto recentemente con i paracadutisti e i piloti dell’aviazione qatariota, a dimostrazione del fatto che la cooperazione bilaterale tra i due Paesi è ormai solida e ben strutturata. L’incontro ha rappresentato anche l’occasione per affinare ed integrare alcuni aspetti riguardanti l’esercitazione NASR 2019 prevista in Qatar nel mese di ottobre (…) nell’ambito di una campagna di combattimento che vedranno interessate unità di Fanteria, Cavalleria e Artiglieria attraverso l’impiego di varie piattaforme quali DardoFrecciaArieteCentauro, MLRS, PZH 2000 e assetti Counter UAS”.

Dopo il vertice, il generale Mohamed bin Ali Al Ghanem si recava in visita alla Scuola Fanteria di Cesano di Roma dove vengono formati i volontari in ferma prefissata e il personale proveniente dai reparti operativi. Obiettivo, la possibilità di ospitare nei “corsi formativi” i fanti dell’esercito qatarino, così come già accade in altri istituti delle forze armate italiane (l’ISSMI – Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze e l’IASD – Istituto Alti Studi della Difesa entrambi con sede a Palazzo Salviati a Roma e l’Accademia Navale di Livorno).

Il 5 novembre 2019 era il Capo di Stato Maggiore della Difesa del Qatar, generale Ghanim Shaheen Al-Ghanim, ad essere ricevuto in pompa magna dai vertici dell’Esercito all’aeroporto di Viterbo, sede del Comando della Brigata Aviazione, del 1° Reggimento AVES “Antares” con gli squadroni elicotteri e gli aerei a pilotaggio remoto Shadow-200 e della Scuola Marescialli dell’Aeronautica militare. “Il comandante dell’Aviazione dell’Esercito, generale Paolo Riccò, ha accolto il Capo di Stato Maggiore del Qatar, giunto a Viterbo per conoscere da vicino la realtà che vede impegnati i suoi uomini in un percorso di formazione e addestramento sugli elicotteri UH-90”, rilevava l’addetto stampa della Difesa.

“L’Aviazione dell’Esercito, nell’ambito degli accordi internazionali tra Italia e Qatar, concorre all’addestramento degli equipaggi di volo e del personale di supporto manutentivo della linea UH-90A delle Forze Armate del Qatar e la visita di ieri ha rappresentato un modo per ripercorrere quanto fatto nel corso di questo primo anno di lavoro insieme”.

Nello specifico, a partire dal marzo 2019, i piloti e i tecnici delle Qatari Emiri Air Force vengono addestrati a Viterbo dal personale del 3° Reggimento Operazioni Speciali “Aldebaran”. L’UH-90A è la versione terrestre (TTH) del NATO Helicopter per gli anni novanta (NH90), l’elicottero multiruolo  medio pesante sviluppato dal consorzio internazionale NHIndustries, costituito dall’italiana Leonardo, dalla franco-tedesca Eurocopter e dall’olandese Stork Fokker Aerospace. Impiegato a partire dal 2007 dalle forze armate tedesche e dall’Esercito italiano, il velivolo è stato poi ordinato da altri paesi, tra qui appunto il Qatar (16 modelli TTH per il trasporto truppe e armamenti e per le operazioni speciali e 12 nella versione navale NFH per la guerra antisommergibile). Gli elicotteri saranno consegnati all’emirato a partire del 2022 e saranno armati con mitragliatrici M143D “Dillon”, missili “Marte” MK2/S (MBDA Italia) e siluri MK 46 (MBDA) ed MU90 “Sting Ray” (BaeSystems). Il consorzio NHIndustries, di cui Leonardo-Finmeccanica detiene il 32% del capitale, ha anche venduto 20 elicotteri UH-90A all’Oman.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Dossier Silvia/Alberizzi: “Grazie ai lettori che ci hanno aiutato nell’inchiesta sul rapimento”

I Viaggi di Gulliver per Africa ExPress
Elisabetta Crisponi
31 maggio 2020

Restiamo ancora una volta in Africa, e anche in questa puntata in compagnia di Massimo Alberizzi. Dopo aver parlato di Ebola, affronteremo insieme un fatto di cronaca apparso tra le pagine di tutti i giornali italiani: la liberazione di Silvia Romano. Vi ricordiamo con chi stiamo parlando: giornalista, ha viaggiato per tutta l’Africa coprendo guerre, carestie e calamità naturali. Attualmente è direttore del quotidiano online Africa ExPress (www.africa-express.info), proprio per questo ci siamo rivolti a lui. Africa ExPress è stata la testata che più di qualunque altra si è occupata del caso Romano, per tutta la durata del rapimento, ponendosi come obiettivo non solo informare, ma indagare.

Giuseppe Conte, presidente del Consiglio dei ministri e Silvia Romano

Da cosa nasce la decisione di affrontare un’inchiesta così difficile sul campo? «Lo abbiamo deciso per dovere. Nessuno si muoveva, c’erano molti lati oscuri nella vicenda. Noi non siamo una testata ricca, non avremmo potuto affrontare l’inchiesta senza il contributo dei lettori, che ringrazio, perché hanno finanziato più della metà delle spese. In Kenya abbiamo visitato Chakama, il villaggio in cui Silvia operava. Abbiamo visto il suo alloggio e le persone che frequentava».

C’è stata una polemica verso Africa Milele, la Onlus per cui Silvia operava in Africa. Responsabili di altre Organizzazioni hanno sottolineato come i giovani facciano esperienze di cooperazione internazionale con associazioni meno qualificate. Ritieni ci siano responsabilità in questo caso? «Secondo me non c’è nessuna responsabilità di Africa Milele. Hanno rapito persone di qualsiasi organizzazione, anche di quelle più famose e qualificate al mondo».

Continua il racconto sulla vostra inchiesta. «Siamo arrivati fino alle sponde del fiume che Silvia ha attraversato, portata in spalla dai rapitori, visitato gli orfanotrofi in cui lavorava, seguito le sue tracce a Mombasa, fino all’hotel in cui aveva precedentemente soggiornato. Lì abbiamo scoperto che nessun altro inquirente o giornalista vi si era recato per chiedere informazioni, o capire se la ragazza fosse sola o in compagnia. Abbiamo seguito le udienze del processo, cui nessun giornalista italiano assisteva. Avevamo quasi individuato la zona in cui Silvia era prigioniera. Una volta i grandi giornali finanziavano le inchieste. Io stesso, quando ero inviato al Corriere della Sera, restai due mesi in hotel a spese del giornale, per indagare sul sequestro di alcuni italiani in Nigeria. Funzionò: dopo le mie trattative, vennero liberati».

Silvia è stata rapita in Kenya. Perché è stata portata in Somalia? «In principio, Silvia è stata rapita da criminali comuni kenioti. Volevano i soldi del riscatto, inizialmente una cifra molto più bassa di quella che è stata pagata, anche se preciso che la somma data è comunque meno di 4 milioni di euro, come invece si è detto. Per due volte l’Italia non ha pagato il riscatto, questo è agli atti del processo. A quel punto, la ragazza è stata ceduta a criminali comuni in Somalia, e alla fine è arrivata nelle mani di Al-Shabaab. Da quelle parti, la notizia di una bianca prigioniera è importante, non solo perché può fruttare i soldi, ma perché diventa strumento importante nelle trattative internazionali. Silvia si è trovata in un gioco più grande di lei».

Quale gioco? «Gli Emirati Arabi Uniti, in cambio di un aiuto, hanno chiesto all’Italia di cambiare le alleanze in Libia. Il nostro Paese ha rifiutato, così si è rivolto alla Turchia, che ha chiesto all’Italia di allentare la linea dura assunta ultimamente contro Erdoğan, restando sua alleata in Libia. La rete di intelligence turca è intervenuta, insieme al Qatar, che compra armi dalla Turchia e dall’Italia, per trattative che raggiungono anche 5 miliardi di euro. L’intelligence italiana ha fatto ben poco: la nostra rete, un tempo eccellente nel Corno d’Africa, è stata pian piano completamente smantellata».

Durante le tue indagini, la famiglia della ragazza ha tenuto sempre un bavaglio. Le indicazioni governative erano quelle del silenzio, per poter tutelare la sicurezza della ragazza. Ma una volta giunta qui, la protezione è crollata ed è stata data in pasto all’opinione pubblica. «Esattamente. La famiglia seguiva la linea della Farnesina, che preferiva non parlare della vicenda. Ma una volta liberata la ragazza, la politica ha preferito esibirla. Tutto il pubblico si è concentrato sul suo vestito, la mia attenzione è caduta sulle divise dell’Intelligence. È stato uno spettacolo da film 007, non un comportamento da Paese civile».

E la faccenda della conversione all’Islam? «Penso che sia stata una scelta giocata dalla paura. Ma nessuno deve entrare nella speculazione. Quelle sono organizzazioni molto fanatiche. E non esistono solo nel mondo mussulmano, ma in tutte le religioni. I somali sono mussulmani moderati, soprattutto nelle zone remote. Ricordo che, per farsi qualche bevuta, mi prendevano la birra dalla macchina. C’è da dire che questa giovane è rimasta prigioniera di uomini sempre armati. Ha dichiarato di non essere stata trattata male, le credo, ma comunque a livello psicologico ha affrontato una situazione difficile. La mia ipotesi, conoscendo il Paese, è che i somali abbiano preso i soldi non per comprare armi propriamente dette, ma per un mercato che riguarda un controllo più “raffinato”. Probabilmente finiranno in grattacieli costruiti a Londra, Milano, New York, e Dubai. Il Qatar mira al controllo delle miniere di uranio in Somalia, per poi venderlo all’Iran. Tutti i soldi della pirateria somala sono in mano a ricchi uomini d’affari».

Anche tu sei stato rapito in Somalia. «Sì, infatti non mi stupisco di certi meccanismi. Se avessi chiesto di portarmi un Corano, sarebbero andati a comprarmelo in libreria. Tutta la Somalia è piena di Corani in italiano e in inglese. Se avessi chiesto di imparare l’arabo, sarei stato subito accontentato. Anche io, quando sono entrato in una moschea di Al Qaeda ho dovuto prendere un nome islamico: Al Barassi, “portatore di notizie”, poi mi dissero. Nomen omen».

Due parole su come i Media italiani hanno gestito la vicenda. «Un comportamento scandaloso. Lapidare per slogan, senza indagare, fermandosi alle fonti ufficiali e non porre nessuna domanda che vada oltre, non è giornalismo; ma strumento di lotta politica».

Non è stato di sicuro opportuno, per esempio, mostrare l’indirizzo dell’abitazione della ragazza, né trasformare in notizia ciò che sarebbe dovuto comparire a semplice scopo informativo. Oltre al COVID-19, di questi tempi, si diffondono altri tipi di virus ad alto contagio: spesso hanno la forma di titoli altisonanti che rimbalzano nella gogna mediatica, nuova forma moderna della forca col boia. Raccontare la verità, essere prudenti, arricchire il lettore e non avvelenarlo: questo potrebbe essere un vaccino efficace. Gulliver vi saluta, accompagnandosi alle parole del suo grande maestro di etica giornalistica: Joseph Pulitzer.

Joseph Pulitzer
“Un’opinione pubblica ben informata è la nostra corte suprema. Perché ad essa ci si può sempre appellare contro le pubbliche ingiustizie, la corruzione, l’indifferenza popolare, o gli errori del governo; una stampa onesta è lo strumento efficace di un simile appello.”
Elisabetta Crisponi

Dossier Silvia/Fra fratelli ci si aiuta: Doha invia materiale sanitario, Roma addestra militari del Qatar

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
maggio 2020

Più che un partner un fratello, pronto ad intervenire per fornire tutti i mezzi utili a lenire le disgrazie altrui. E’ l’emiro-sceicco del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani che in nome della consolidata amicizia politico-militare con l’Italia ha promosso e finanziato l’acquisto di 260 tonnellate di dotazioni medico-sanitarie, apparecchiature, ventilatori, mascherine e finanche due ospedali da campo destinati alla Protezione civile e ai medici impegnati nella lotta al Covid-19.

A partire dall’8 aprile, le forze armate qatarine hanno effettuato una decina di voli cargo sulla rotta Doha-Italia per consegnare questi aiuti alle unità specializzate dell’Aeronautica militare che operano negli scali di Pratica di Mare (Roma) e Villafranca-Verona.

“Secondo le direttive dell’Emiro Tamim bin Hamad Al Thani, visti i rapporti stretti di amicizia tra i due popoli e i due Paesi, lo Stato del Qatar ha teso una mano alla Repubblica italiana cui è legata con relazioni strategiche eccellenti, avendo piena fiducia che essa supererà questa emergenza sanitaria”, ha spiegato l’ambasciata del Qatar. “Il Fondo del Qatar per lo Sviluppo (Qatar Development Fund) ha coordinato l’assistenza medica in collaborazione con le forze aeree nazionali per far fronte alle responsabilità comuni contro l’espansione di questa pandemia che rappresenta una minaccia per il mondo intero”.

Luigi di Maio, ministro degli Esteri italiano, a Pratica di Mare all’arrivo degli aiuti dal Qatar

Ad attendere a Pratica di Mare il primo dei Boeing C-17 “Globemaster” del Qatar una delegazione al massimo livello: il ministro degli Esteri Luigi Di Maio; il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Alberto Rosso; l’ambasciatore dell’emirato in Italia, Abdulaziz bin Ahmed Al Malki Al Jehani; l’addetto militare presso l’ufficio diplomatico, generale Hilal bin Ali Al Mohannadi. Tra le dotazioni giunte da Doha sono risultati particolarmente graditi i due ospedali da campo con tendostrutture rispettivamente di 5.200 e 4.000 metri quadrati, in grado di accogliere complessivamente sino a un migliaio di pazienti.

Il primo è stato destinato al comune di Schiavonia (Padova) ed è stato montato da un team composto da militari del 3° Stormo di Villafranca-Verona e da tecnici-ufficiali del Qatar. I maxi-tendoni del secondo ospedale sono in via di installazione a Potenza e Matera e la loro inaugurazione è prevista per il 2 giugno, festa della Repubblica. Nella lotta alla diffusione del coronavirus in Italia, l’emirato ha messo in campo anche i laboratori, le attrezzature e i medici del “Mater Hospital” realizzato a Olbia grazie alla partnership tra la Qatar Foundation Endowment (organizzazione no-profit fondata nel 1995 dallo sceicco Hamad Bin Khalifa Al-Thani, padre dell’odierno capo di Stato) e la Fondazione Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” di Roma, nella titolarità dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Per affrontare l’emergenza pandemica, l’emirato ha pure offerto ai ricercatori italiani la collaborazione dell’Hamad Center Corporation, la principale azienda medico-sanitaria del Qatar. A pensar male, più che dal buon cuore, il ponte aereo di “aiuti” sembrerebbe dettato da una lucida strategia di penetrazione del capitale finanziario emiratino nel sistema della sanità e dell’istruzione accademica italiana.

Non è poi casuale che la “generosità” di Doha si sia espressa privilegiando come intermediari e interlocutori proprio le forze aeree di guerra dei due Paesi. Tra le aeronautiche di Italia e Qatar esiste infatti una stretta collaborazione specie nel settore della formazione/addestramento dei piloti e nella sperimentazione di aerei ed elicotteri prodotti dal gruppo leader del complesso militare-industriale italiano, Leonardo (ex Finmeccanica). Il 6 febbraio 2020, ancora il generale Hilal bin Ali Al Mohannadi, accompagnato dal responsabile dei corsi e della formazione dei militari del Qatar, generale Ghanim Alhajri, si era recato in visita ufficiale alla Scuola di Aerocooperazione di Guidonia (Roma).

“Alla delegazione straniera è stata presentata una panoramica dell’offerta formativa della Scuola nei due settori addestrativi del telerilevamento e dell’aerocooperazione, con particolare riguardo agli iter formativi dei Radar-Imaging e del JTAC – Joint Terminal Attack Controller”, recita il comunicato emesso dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica italiana. “La visita è stata, altresì, un’opportunità per il gen. Hilal Ali Al Muhannadi di rivolgere un indirizzo di saluto ed un augurio di proficuo apprendimento ai 10 Ufficiali frequentatori del 1° corso JTAC a favore delle forze speciali qatarine il cui iter istruzionale presso la Scuola terminerà il 10 aprile. Tale attività è stata appositamente sviluppata e realizzata dal 3° Reparto dello Stato Maggiore Aeronautica, nell’ambito di un più ampio contesto di collaborazione e cooperazione internazionale”.

L’11 luglio 2019 era stato il Sottocapo di Stato Maggiore della Qatar Emiri Air Force, generale Hazza Nasser Al-Shahwani, ad essere ricevuto a Roma dall’omologo rappresentante dell’Aeronautica italiana, generale Luca Goretti. “Nel corso dell’incontro – scriveva il ministero della Difesa – è stato tracciato un bilancio sull’attuale cooperazione tra le Forze Aeree dei due paesi, principalmente connessa alla formazione e all’addestramento al volo del personale della forza aerea del Qatar che vede già coinvolti in prima linea personale e sistemi addestrativi della 46^ Brigata Aerea di Pisa”.

Sempre nell’ottica del rafforzamento dei legami “formativi”, la delegazione qatarina effettuava pure una visita alla Scuola internazionale di volo del 61° Stormo dell’Aeronautica con sede a Galatina (Lecce).

“La delegazione ha avuto modo di visitare l’ITS – T346, il sistema integrato su cui si sviluppa la parte più avanzata del percorso addestrativo previsto per i piloti destinati alle linee da combattimento, consentendogli di interfacciarsi con ogni tipo di forza/minaccia generata dal computer”, aggiungeva lo Stato maggiore italiano.

“Il sistema di addestramento T-346A non è nuovo alla Qatar Emiri Air Force: nel novembre del 2018,  in occasione del tour in Medio Oriente organizzato dall’Aeronautica Militare in cooperazione con la Leonardo S.p.A., e poi anche il 15 aprile 2019 a Lecce, i rappresentanti della forza aerea qatarina hanno avuto modo di apprezzare le spiccate peculiarità tecnologiche del più avanzato velivolo d’addestramento prodotto dall’industria aeronautica nazionale”.

Nella base aerea di Galatina, le forze armate e Leonardo hanno dato vita nel luglio 2018 alla “International Flight Training School” indirizzata alla formazione dei piloti di aerei dei Paesi Nato ed extra-Nato. Gli ospiti-allievi si addestrano anche a bordo dei caccia-addestratori T-346A prodotti negli stabilimenti di Leonardo-Finmeccanica di Venegono Superiore (Varese) e che poi vengono offerti in acquisto alle aeronautiche partner (sono già stati acquistati da Israele, Polonia e Singapore).

Donne pilota qatarine addestrate in Italia

L’intesa tecnica per il consolidamento delle attività di formazione del personale militare qatariano in Italia è stata sottoscritta il 17 ottobre 2018 nel corso di un vertice tra l’allora ministra della difesa Elisabetta Trenta (M5S) e il vice primo ministro e responsabile delle forze armate del Qatar, Khalid bin Mohammed Al Attiya.

Libia, situazione regionale e cooperazione bilaterale i temi al centro del colloquio”, riportava il comunicato emesso dal Ministero. “Al Ministro Al Attya – in Italia per la preparazione della visita di Stato dell’Emiro Tamim Bin Hamad Al-Thani, che si terrà il 19 e 20 novembre – la titolare del Dicastero ha confermato la disponibilità ad effettuare ulteriori corsi di istruzione all’interno delle Accademie militari italiane e corsi specialistici in altri Istituti e centri. A tal proposito, il Ministro Al Attiyah ha espresso grande soddisfazione per gli eccellenti risultati delle attività di addestramento di personale qatariano in Italia e per il contributo significativo apportato dal nostro Paese ai progetti di sviluppo tecnologico e organizzativo delle Forze armate”.

Meno di un mese dopo, era una delegazione dello Stato maggiore dell’Aeronautica italiana, guidata dal generale Settimo Caputo, a recarsi in visita a Doha per un meeting con il generale Ahmad Ibrahim Al Malki, vicecomandante in capo della Qatar Emiri Air Force. “L’incontro, svoltosi presso il Quartier generale dell’Aeronautica qatariota, ha testimoniato la proficua attività di cooperazione tra le due forze aeree nell’ambito dei già solidi rapporti bilaterali con il Qatar, improntati ad una politica di apertura e cooperazione sia nel campo operativo-addestrativo sia in quello del procurement”, si legge nel ripetitivo dispaccio dell’Aeronautica italiana. “La visita è stata preceduta, il giorno 11 novembre, da un incontro tra il generale Caputo ed il Ministro della Difesa Khalid bin Mohammed Al-Attiyah presso la base di Al-Udeid, durante il quale l’Autorità politica ha avuto modo di apprezzare le potenzialità del velivolo Leonardo M-346, ivi rischierato unitamente ad una delegazione del Reparto Sperimentale di Volo di Pratica di Mare ed ai velivoli della Pattuglia Acrobatica Nazionale”.

A fare da cornice al vertice bilaterale, l’aeroshow nei cieli di Doha con i velivoli del 313° Gruppo Addestramento Acrobatico di Rivolto-Udine e del “Qatar Display Team” dell’aviazione militare dell’emirato. A organizzare l’evento l’Ambasciata d’Italia in Qatar con tanto di sponsorizzazione e copertura costi da parte dell’holding Leonardo. Tra gli aerei italiani presenti allo show i biposto Aermacchi MB-339 delle “Frecce Tricolori”, gli immancabili caccia-addestratori T-346 e i cacciabombardieri Eurofighter “Typhoon” del consorzio internazionale EADS-Bae Systems-Leonardo, ordinati qualche mese prima anche dal Qatar grazie ad una commessa del valore di 7 miliardi di euro circa.

Un appuntamento-vetrina del peggiore made in Italy, quello di Leonardo e Aeronautica militare, che oltre all’emirato ha interessato pure Bahrein e Kuwait. “Esso si pone a coronamento di programmi di cooperazione rivolti in particolare al settore dell’addestramento e della formazione, che la Difesa ha da tempo avviato con tali Paesi”, riportava lo Stato Maggiore. “La collaborazione con la società Leonardo per la realizzazione del tour mediorientale evidenzia la spiccata sinergia tra l’Aeronautica Militare e l’Industria nazionale in un’ottica di promozione delle eccellenze italiane nel settore della Difesa a sostegno del Sistema Paese consentendo, inoltre, di rafforzare l’immagine dell’Italia quale Paese di elevata affidabilità in termini di know how e capacità tecnologiche”.

Eccellenze di morte da esportare innanzitutto a quei petro-regimi che non fanno mancare il loro sostegno alle peggiori organizzazioni di matrice jihadista.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Nuova strage in una galera del Burkina Faso: 12 morti per soffocamento

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 maggio 2020

Tanwalbougou, cittadina nell’est del Burkina Faso, nel dipartimento di Fada N’gourma, fino a poche settimane fa era persino sconosciuta alla maggior parte dei burkinabè. Il piccolo centro è salito alla ribalta delle cronache per la misteriosa morte di 12 presunti terroristi nelle celle della gendarmeria locale.

L’11 maggio i dodici,  insieme a altri uomini (25 in tutto), erano stati arrestati  al mercato e poi portati nelle celle delle forze dell’ordine per essere interrogati.

 

Tribunale di Fada N’gourma, Burkina Faso

Il fatto sembra la fotocopia di quanto è successo in Ciad alla fine di aprile, anche allora erano morti ben 44 presunti miliziani di Boko Haram nelle celle di una gendarmeria.

I dodici presunti jihadisti sono morti poche ore dopo il loro arresto, durante la notte tra l’11 e il 12 maggio. Solo il 13, Judicael Kadéba, procuratore di Fada N’Gourma, ha reso noto l’accaduto.

La Magistratura burkinabè ha ascoltato questa settimana i sopravvissuti – 3 di loro erano rinchiusi nella stessa cella dei deceduti – e il capo della gendarmeria. I presunti terroristi hanno affermato di non aver sentito esplodere alcun colpo di arma da fuoco quella notte.

Subito dopo la mattanza un agente della gendarmeria ha confidato in modo anonimo a Radio France Internationale (RFI) che erano deceduti per soffocamento.

Morti in una cella della gendarmeria in Burkina Faso

Nessuna autopsia è stata effettuata sui corpi, l’inumazione è stata effettuata due giorni dopo il decesso. Il procuratore ha precisato che in tutto il dipartimento non ci sono medici legali; sarebbe stato anche del tutto inutile chiedere a Ouagadougou, la capitale, l’invio di uno specialista in materia, dal momento che a causa del gran caldo i corpi delle vittime erano in stato di decomposizione già il giorno dopo la strage. Secondo gli esperti si potrebbero esumare le salme fra tre mesi per una necroscopia volta a determinare le cause della morte.

A Tanwalbougou – che in lingua gualmacena significa “pozza d’acqua per lavare i cavalli” – non si pulisce più il bestiame da tempo. Fa troppo caldo, i pozzi sono praticamente vuoti, come tutta Pencangou, una periferia della cittadina dove sono stati effettuati gli arresti: il mercato e i pochi negozi e attività commerciali sono tutti chiusi, sprangati. La maggior parte degli abitanti è fuggita. Un centinaio di loro ha trovato rifugio presso un leader religioso molto influente del luogo.

Alcune tra le persone ospitate nell’abitazione del religioso sono stati testimoni dell’arresto dei 25 sfortunati. Un anziano racconta: “Gli agenti ci chiedono di collaborare, ma noi abbiamo paura di loro nella stessa maniera come siamo terrorizzati dai jihadisti. Vedete quell’uomo laggiù? Ha una sessantina d’anni; durante la strage ha perso suo fratello minore di 50 e suo figlio di 20 anni. Quando un vecchio come me vive tutti giorni nel panico è spacciato, sono un morto vivente”.

Diverse fonti hanno rivelato all’Agenzia di stampa francese (AFP) che la morte delle persone in custodia è certamente dovuta a un “incidente” provocato dagli agenti, in quanto la maggior parte dei detenuti era di etnia fulani, regolarmente accusati di collaborare con i jihadisti. E “incidenti” simili sono già accaduti nel recente passato in Burkina Faso.

Nel luglio 2019 sono morte 11 persone nei locali dell’anti-droga nazionale; gli agenti avevano il sospetto che si trattasse di narcotrafficanti. I responsabili sono stati sospesi dal loro incarico e un’inchiesta è tutt’ora in corso.

Recentemente le forze di sicurezza sono state più volte accusate di “incidenti” e/o “abusi” nei confronti della popolazione di etnia fulani. Qualcuno è stato ritrovato morto, altri sono semplice spariti. Tra dicembre e gennaio è stata accertata la sparizione forzata di 4 persone a Ouagadougou, e guarda caso erano tutti fulani.

L’esercito burkinabè e i gruppi di autodifesa – spesso di etnia mosso, che rappresentano il 40 per cento della popolazione della ex colonia francese – per contrastare gli attacchi jihadisti, sono anche responsabili di massacri di civili fulani nel nord e nell’est del Paese. Spesso vengono confusi con membri del gruppo terrorista Ansarul Islam – vi aderiscono per lo più persone di etnia fulani – particolarmente attivo nel nord del Burkina Faso. Il loro leader è Jafar Dicko, fratello di Ibrahim Malam Dicko, predicatore burkinabé ucciso nel 2017. La formazione terrorista è legata a Ansar Dine.

Proprio ieri lo Stato maggiore dell’esercito burkinabè ha fatto sapere che sono stati uccisi 10 jihadisti  a Worou, nella provincia di Sourou, nell’ovest del Paese. Mentre qualche giorno prima hanno fatto la stessa fine altri 8 pesone durante un’operazione congiunta delle forze armate del Burkina Faso e della Costa d’Avorio al confine tra le due nazioni. Altri 38 sono stati arrestati.

Specie in zone remote dove lo Stato è poco presente, proliferano oltre ai terroristi anche bande di criminali, non di rado si comportano in modo molto simile durante gli attacchi. Sta di fatto che entrambi cercano corridoi per poter svolgere indisturbatamente i loro loschi affari: contrabbando di armi, sigarette, droga e quant’altro. Ora cercano di conquistare un nuovo varco nell’ovest, al confine con la Costa d’Avorio.

I soldati dell’esercito burkinabè sono mal equipaggiati e poco addestrati. Non riescono far fronte alle incursioni e attacchi dei terroristi, malgrado il sostegno delle forze francesi dell’operazione Barkhane, presente in tutto il Sahel con 5.100 uomini. Dall’inizio delle sanguinarie incursioni sono morte oltre 850 persone, quasi 850mila sono sfollati, altri cercano protezioni in Stati confinanti per fuggire alle violenze.

Burkina Faso: scuole chiuse

In un suo recente rapporto Human Rights Watch ha evidenziato che proprio a causa della crescente insicurezza sono state chiuse oltre 2.500 scuole in Burkina Faso. 350mila alunni o forse più vengono privati dell’istruzione e 11.200 insegnati hanno perso il loro posto di lavoro. Le lezioni in questi presidi sono state sospese ben prima dell’arrivo della pandemia. La maggior parte degli istituti scolastici su tutto il territorio nazionale sono  non operanti al momento attuale, misura imposta dal governo per contrastare l’espandersi di Covid-19.

Anche il Burkina Faso non è stato risparmiato dalla pandemia: 847 casi positivi e 53 vittime. Il già fragile sistema sanitario per contrastare Covid-19 è al collasso. Per contrastare il temibile virus sono stati arruolati 15mila volontari che supporteranno l’équipe del coordinamento per contrastare il coronavirus e i Comuni nella gestione sanitaria e delle attività commerciali.

Cornelia I. Toelgyes
coneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
@africexp

Sahel, Nigeria, Camerun: terroristi più attivi che mai in tempo di coronavirus

Dossier Silvia/Sfilata della politica italiana in Qatar per sponsorizzare l’industria bellica

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
maggio 2020

12 Marzo 2018. A Doha, capitale del Qatar, è in corso “Dimdex”, la fiera internazionale dei sistemi di guerra navali. Lo stand italiano è uno dei più grandi e frequentati: a fare bella mostra di sé ci sono gli ultimi ritrovati tecnologici del complesso militare-industriale prodotti.

La Farnesina e il Ministero della Difesa hanno fatto le cose in grande e come migliore ambasciatrice del made in Italy è stata trasferita nell’emirato la fregata multiruolo classe FREMM “Carlo Margottini”, unità della Marina realizzata da Fincantieri e super-armata da Leonardo-Finmeccanica.

In rada nel porto di Hamad, la “Margottini” ospitava il vertice tra l’allora ministra (uscente) Roberta Pinotti e il ministro per gli Affari della difesa del Qatar, Khalid Bin Mohammed Al Attiyah, pure presidente di Barzan Holdings, la società di governo incaricata della ricerca, produzione e commercializzazione di armi e sistemi strategici.

Roberta Pinotti, allora ministro della Difesa, in visita in Qatar

“Con il Qatar stiamo costruendo un rapporto sempre più importante sui temi della sicurezza che ci consente di rafforzare e consolidare la cooperazione bilaterale militare”, dichiarava Roberta Pinotti. “Con il ministro Al Attiyah abbiamo condiviso la preoccupazione circa la crisi in Libia e ci siamo soffermati sugli sviluppi della situazione nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo e nel Medio Oriente, scenario geo-strategico di comune interesse”.

Dopo l’incontro, ancora sulla “Margottini”, l’ambasciatore italiano in Qatar, Pasquale Salzano, il Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Valter Girardelli e il responsabile della Direzione Armamenti Navali (Navarm), ammiraglio Matteo Bisceglia, invitavano i vertici delle forze armate qatarine e i giornalisti presenti a “Dimdex” a un meeting-party.

Tra gli ospiti d’onore a bordo dell’unità, l’amministratore delegato di Leonardo, Alessandro Profumo e l’allora presidente dell’associazione delle aziende italiane aerospaziali AIAD, Guido Crosetto, già sottosegretario alla Difesa nel IV governo Berlusconi e attuale coordinatore nazionale di Fratelli d’Italia. Tra un drink e gli abituali scambi di saluti e ringraziamenti veniva annunciata la firma di un accordo per la costituzione di una joint venture nel settore delle armi leggere tra lo storico gruppo bresciano Beretta e la Barzan Holdings.

L’agreement prevedeva che la società presieduta da Pietro Gussalli Beretta collaborasse con le autorità militari dell’emirato alla realizzazione di uno stabilimento nel parco tecnologico-scientifico di Doha (con annessi laboratori e centro di ricerca), per la produzione di fucili d’assalto e pistole e lo sviluppo di nuovi sistemi d’arma. Al gruppo bresciano veniva attribuita la quota minoritaria della joint venture denominata “Bindig”, il termine con cui in Qatar vengono chiamati i fucili.

“Vorrei sottolineare come quest’accordo è estremamente importante perché è la prima volta che viene stabilita una joint venture di questo tipo in un paese arabo e Beretta ha scelto il Qatar per il progetto”, dichiarava l’ambasciatore Pasquale Salzano, tra i più impegnati intermediari dell’affaire. Sarzano, nel dicembre 2019 è rientrato in Italia per dirigere il settore affari internazionali della Cassa Depositi e Prestiti del Ministero dell’Economia e assumere pure la presidenza di Simest S.p.A., società a capitale pubblico-privato che promuove gli investimenti dell’imprenditoria italiana all’estero.

“Beretta Group e Barzan Holdings hanno messo insieme le loro risorse per lanciare un progetto industriale che possa rispondere alle richieste delle forze armate del Qatar di equipaggiarsi con gli armamenti individuali più aggiornati e poter sviluppare in futuro nuovi sistemi di armi leggere”, aggiungeva il segretario generale di AIAD, Carlo Festucci.

Grazie alla joint venture, il gruppo bresciano punta ad ampliare i propri affari nel floridissimo mercato arabo. “Porteremo nel Qatar una parte della nostra produzione, l’accordo è strategico per l’intera area del Medio Oriente e dimostra quanto siamo un partner affidabile”, il commento a caldo del management di Beretta.

Pronti alla produzione i fucili d’assalto AR160A3 calibro 5,56 × 45 mm NATO (già in forza alle truppe italiane in Afghanistan), le pistole semiautomatica 92A1 calibro 7.62 e le nuove semiautomatiche APX progettate nei laboratori della “Pietro Beretta” di Gardone Valtrompia. Un primo lotto di armi prodotte da “Binding” è destinato all’esercito qatarino: 30.000 fucili ARX-160, più un numero imprecisato di pistole ARX-200, valore stimato della commessa 200 milioni di dollari.

Per il munizionamento, il ministero della Difesa dell’emirato ha invece dato vita a Doha ad un’altra jont venture tra la controllata Barzan Holdings e il colosso tedesco Rheinmetall, ben radicato nel nostro paese grazie agli stabilimenti di Rheinmetall Italia S.p.A. a Roma (ex Oerlikon-Contraves), specializzati in sistemi radar e puntamento, e quelli di RWM Italia S.p.A. a Ghedi (Bs) e Domusnovas in Sardegna, noti per produrre le testate utilizzate in Yemen dai cacciabombardieri dell’Arabia saudita. Le pistole automatiche Beretta 92 e i fucili d’assalto ARX200 sono già stati consegnati lo scorso anno alle forze armate dell’emirato. Il battesimo di fuoco degli ARX è avvenuto nel corso della maxi-esercitazione internazionale “Eager Lion” tenutasi nell’agosto 2019 in Giordania e a cui hanno partecipato 8.000 militari provenienti da 30 paesi tra cui l’Italia (le forze speciali del 4° e 185° Reggimento paracadutisti dell’Esercito e una compagnia del 1° Reggimento “San Marco” della Marina).

Contro la Beretta-Qatar connection sostenuta in maniera unanime dalle forze politiche e dell’establishment industriale-militare, è stato puntato il dito dai ricercatori dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (OPAL) di Brescia, fortemente preoccupati che la produzione a Doha possa sfuggire ai controlli sull’export bellico previsti dalle normative. “Il Qatar non ha firmato il Trattato sul commercio di armi in vigore alle Nazioni Unite dal 24 dicembre del 2014”, riportava OPAL in una nota della primavera 2018. “Tale trattato ha stabilito criteri rigorosi per regolamentare i trasferimenti leciti di armi, per prevenire esportazioni di armi che possono minacciare la sicurezza comune e, soprattutto, per cercare di prevenire la loro diversione verso il mercato illecito e per finalità ed impieghi finali non autorizzati, tra cui la commissione di atti terroristici”.

La possibilità di disporre di tecnologie e armi leggere prodotte da parte di un controverso regime come quello qatarino non può che moltiplicare infatti i pericoli di triangolazioni e trasferimenti a paesi belligeranti e/o gruppi armati criminali che operano in Medio oriente e nel continente africano.
Il tutto in palese violazione della stessa legge n. 185 del 1990 che regola tutte le autorizzazioni all’esportazione o alla produzione all’estero di materiali militari, le quali “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia (…) secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Matteo Salvini, allo vice premier e ministro degli Interni in Qatar

All’Osservatorio sulle armi leggere di Brescia il governo si è guardato bene di fornire alcuna assicurazione e/o giustificazione sull’accordo Beretta – Barzan Holdings. A benedire la nuova frontiera dell’export di fucili e pistole ci ha però pensato un paio di mesi dopo ancora una volta l’ambasciata italiana in Qatar. La Fabbrica d’armi Pietro Beretta è stata chiamata a fare da gold sponsor della Festa della Repubblica Italiana organizzata a Doha il 2 giugno 2018, presenti le massime autorità civili e militari dell’emirato.

Il 31 ottobre 2018, il sistema Italia avrebbe onorato nel migliore dei modi un’altra kermesse industriale-militare qatarina, “Milipol”, sui sistemi di sicurezza interna e “difesa civile”, con la visita ufficiale a Doha del neoministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini. “Il Ministro Salvini ha incontrato l’Emiro del Qatar, Sceicco Tamim bin Hamad Al Thani, il Primo Ministro e Ministro dell’Interno, Sceicco Abdullah bin Nasser bin Khalifa Al Thani, e il Ministro degli Esteri, Sceicco Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani”, si legge nel comunicato della Farnesina. “Al centro dei colloqui anche i dossier regionali di maggior interesse, compresa la situazione in Libia. Il Ministro ha pure incontrato i rappresentanti delle aziende italiane presenti alla fiera internazionale Milipol, tra cui Beretta, Elettronica e Cristanini, e successivamente il cantiere della metropolitana di Salini Impregilo.

La visita del Ministro Salvini si è conclusa con una cerimonia a bordo della fregata Federico Martinengo, la nave della Marina Militare italiana impegnata nell’operazione antipirateria Atalanta dell’Unione Europea, dove ha incontrato la comunità italiana residente in Qatar”. Si ribaltano i governi ma la musica è sempre la stessa: assist a tutto campo a favore della produzione di morte made in Italy. Anche se gli introiti e i guadagni delle aziende finiscono sempre più spesso in qualche paradiso fiscale.

Beretta Holding, ad esempio, ha trasferito la propria sede ufficiale in Lussemburgo, dove ha pure fondato la società Upifra, vera e propria cassaforte finanziaria delle aziende armiere bresciane. Per Beretta Holding il bilancio 2018 si è chiuso con un volume d’affari pari a 678,2 milioni di euro e un utile netto di 57,5 milioni (erano stati 30 milioni nel 2017). Il 10% degli affari ha interessato l’Italia, il resto il mercato mondiale: 145,1 milioni di euro di fatturato in Nord America, 79,6 milioni in Europa e 93,5 milioni “in altri Paesi”. Solo la controllata Fabbrica d’Armi Pietro Beretta S.p.A. nel 2018 ha fatto affari per 213,9 milioni di euro (+23% rispetto all’anno precedente), “trainata dal settore difesa e ordine pubblico grazie a una rilevante fornitura in Medio Oriente, quale prima fase di un importante contratto pluriennale”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Dossier Silvia/Qatar gets the Uranium and Pays the Ransom that will be used to Build Skyscrapers

Special for Africa Express
Massimo A. Alberizzi and Monica A. Mistretta
Milan, May the 2oth 2020

Italy did not pay the ransom for Silvia Romano’s release. The money was released by Qatar in a triangulation of dollars, weapons, political guarantees and above all uranium. In addition to the small Gulf country, an intrigue involving Turkey, the United Arab Emirates and Iran. The young volunteer (who, we repeat once again, must be left alone after her terrible experience) found herself, unwillingly, at the center of an international intrigue that forced her to remain prisoner for 535 days.

Probably she could have been freed earlier, if in Italy the case had been treated with foresight and wisdom. And if anyone had taken into consideration the fact that the Al Shebab are not a homogeneous group of guerrillas with a leader and a politbureau who elaborate a political-strategic direction and give orders and commands. On the contrary, they are entities, that is cells, separated from each other, very often without any control: more bandits and common criminals than terrorists with a clear objective. However, there is a sort of board of directors, a kind of central holding company that enjoys a certain influence on the scattered groups.

Investigation in Kenya

Immediately after the kidnapping, during our investigation in Kenya to understand what had happened to Silvia, one of the sources answers a question to Africa ExPress on the real capabilities of Italian intelligence in the Horn of Africa: “In Eritrea, Ethiopia, Libya, and Somalia we were the strongest. Our network has been dismantled, destroyed and now in those areas China, Turkey and the Emirates count. By now our role is reduced to looking for a partner who is connected and asking them to work for us. Then we will pay what is due. The head of our intelligence organization has instead turned to business, that is to sell weapons around the world. ”

In fact, during our investigations we did not meet any from the Italian intelligence on the ground. But the area is full of American informants, who in the Kenyan region where Silvia was kidnapped – near Lamu -, have a small but efficient military base. Would you not expect to see an American spy in every village ready to monitor the moves of any terrorist?

Pick up patrolling the street of Mogadishu

In fact, Africa ExPress receives a tip: “Silvia is held captive in Somalia in a village in the area behind the port city of Kisimaio.” In vain we ask for proof of the existence of the girl alive – a photo, an audio, a video..nothing is sent. We write that she could also have been brought to the Bajuni islands, an archipelago facing the Somali coast, or to any village, but we are convinced that, in spite of those who swear that she died, she is still alive, otherwise in Africa nobody would have been able to keep the news of her death secret.

Without news

Just under a year has passed since Silvia’s kidnapping and the Italian authorities have no idea where the girl was taken. This is why they entrench themselves behind the strictest confidentiality: not for fear of harming her safety (official motivation) but for two reasons. The first is that they do not know whether she is alive or dead and the second to have complete freedom in the event of any negotiations, not only on the financial level (payment of a ransom), but also on the political level (transfer of war material or release of prisoners).

Public opinion sleeps as newspapers speak about the story sporadically but, at this point, after the letter from Africa ExPress to Giuseppe Conte, the night between December 31 and January 1 last year, some of the Italian secret services turn to their colleagues from the United Arab Emirates who built an important network of informants in Somalia. Abu Dhabi responds more or less like this: “We are able to search and find the young woman and we will help you, but on condition that you change alliance in Libya. Stop supporting the Al Serraj government. Instead, support General Kalifa Haftar with us. ” A request that is too complicated and difficult for Italy to change alliances, especially for business (read arms supplies) concluded with Qatar, Turkey and Iran, the allies of the Libyan president. After all, what is the life of a young girl compared to the lucrative business for billions of Euros?

The Americans know where Silvia is, but they don’t want to or can reveal it. But they advise: “Turn to the Turks, who have a conspicuous presence in Somalia”. Ankara’s response is positive on condition that Rome cease attacks on Erdogan, considered a dictator who violates human rights and throws journalists in jail, and increases support for Serraj in Libya. Turkey in Somalia has a military contingent, but the intelligence network is rather scarce.

International game

Here is where the kidnapping of Silvia enters an international game that deserves the most complete reserve. The Italians do not intend to pay any ransom. Salvini is still very strong (we are before the Covid-19 crisis) and you know the chaos that would unravel if it came out that Rome paid millions of dollars to the kidnappers.

However, help can be sought from Qatar, which has created a remarkable network of informants in Somalia. Ally of the Turks and Italians in Libya, a friend of Iran, with whom Rome has excellent relationships (see the flights that in the midst of the health crisis Covid-19 continue to connect Tehran to Malpensa), Doha immediately appears as an excellent ally to save the situation. And then Qatar has just ordered Leonardo (the old Finmeccanica) war material for over 5 billion euros and Fincantieri must deliver military boats for about four billion euros. But there is also another small, yes significant, detail: General Luciano Carta, head of the AISE (External Information and Security Agency, read secret services) from the 20th of May will take the place of President of Leonardo.

Uranium mines

He is the one who directly contacts Doha. To seal cooperation with Italy, President Sergio Mattarella flies to Qatar in mid-January and Luciano Carta is on his plane. They meet the Qatari head of state. But what does Sheikh Tamin bin Hamad al-Thani Emir of the small Arab country ask in return? Qatar has long had its hands in Somalia on the uranium mines in the two central regions of Mudug and Galgadug (now united in a political entity, the Galmudug), inhabited by the Haber Gidir clan and in particular by the subclan Aer, which represents the backbone of Al Shebab.

Galmudug is  a political entity that join together Mudug and Galgadug

In exchange for free access to the uranium mines, Sheikh al-Thani is willing to give his help and involve the central core of the Shebab holding (with whom he has good relations) for the release of Silvia. Al-Thani then counts on the fact that the orders with Fincantieri, Fimeccanica, Beretta are in the pipeline. The Italians, therefore, must be helped without problems.

Deal made therefore and apparently no one asks the question of where that uranium will end once extracted. Qatar has no nuclear power plants, nor does it intend to manufacture a bomb but is an ally of Iran and Tehran is frantically searching for the precious metal needed to implement its peaceful nuclear program, as claimed by its government or military program, as the American administration suspects.

Al Shebab take the stage

It is only at this point that the Shebabs come into action, the real ones, not those common criminals who have little to do with terrorists and who kept Silvia prisoner. With them begins the real negotiation conducted by the Qatariots, who do not take long to involve the leaders of the terrorists who in turn convince their friends to release the captured girl, in exchange for a nice pack of dollars, but a little less of the 4 million publicized by everyone in Italy.

And when Silvia arrives in Mogadishu, in the huge UN base that also houses the Italian embassy, wearing a bulletproof vest with the coat of arms of the old Ottoman empire in plain sight, the American and British protests start: “Why were we not warned? ” The Americans then understand that armaments and uranium have Iran as their final destination.

In Ciampino airport, where Silvia arrives,  who is next to her? Luciano Carta to take the compliments of Giuseppe Conte who is forced to change the tweet with which he gives news of the release. In fact, in the first message, the Prime Minister thanks the “intelligence” in the second the correction appears: “external intelligence”, that is, the AISE, the Carta agency.

Then to confuse the waters, the media circus is activated and there is nothing better than starting a fake interview. Immediately after Silvia’s release, many Italian journalists try to get an interview from the Shebab spokesperson Ali Dehere. While Africa ExPress’ entourage says that he is not in Mogadishu and is without phone (normal thing to avoid being identified and hit by a missile) to Pietro del Re of Repubblica newspaper, someone gives an interview. Knowing Pietro and his ethics, we imagine that he has been deceived: his interlocutor whom he believes is Ali Dehere claims to have kidnapped Silvia and reveals that with the ransom money he will buy weapons.

Not weapons but skyscrapers

The interview corroborates what the newspapers write and they want people to believe, namely that Italy would have irresponsibly allowed terrorists to buy an arsenal. Nothing more absurd. In Somalia there are more weapons than people. The country could sell weapons rather than buy them. That money – which in any case has not been paid by Italy – will end up in the safes of financiers who in turn will invest it in skyscrapers, buildings or in entire neighborhoods in London, Dubai, New York but also in Rome and Milan, where perhaps those who built the media pillory against Silvia will go to live, happy and smiling.

It happened with the ships seized off the Somali coast for whose release hundreds of millions of dollars were paid, without anyone being shocked. Where did the money end up? In arms? No, in skyscrapers, with the complicity of western lobbies.

Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
massimo.alberizzi@gmail.com monica.mistretta@gmail.com
Twitter @malberizzi @monicamistretta

Dossier Silvia/Ricucci il buon giornalismo salvato da Africa ExPress

Speciale per Africa ExPress
Amedeo Ricucci
Roma, 27 maggio 2020

Magari sono un nostalgico del giornalismo d’altri tempi, ma ho trovato francamente un po’ umiliante dover constatare, ieri, che una buona fetta della stampa italiana aveva sguinzagliato i suoi intrepidi reporter sulle tracce di Silvia Romano e di sua madre che andavano dall’estetista, dopo i canonici 14 giorni di quarantena.

Ed è stato altrettanto sconcertante, almeno per me, vedere che dal giorno del rientro di Silvia a casa, il 10 maggio, i giornalisti di casa nostra non abbiano trovato niente di meglio da fare che bivaccare da mattina a sera sotto casa Romano, monitorare i suoi messaggi privati e frugare a mani basse nella sua vita, per alimentare con i pretesti più assurdi questo gossip allucinante sulla sua conversione.

Eppure ce n’erano di inchieste degne di questo nome, legate al caso Silvia Romano, su cui poter lavorare. Sì, perché è stato evidente a tutti che in molte fasi di questo sequestro – e nella narrazione ufficiale che ne è stata fatta dalle nostre autorità – c’erano diverse cose che non tornavano. A partire dal giubbotto anti-proiettile con impressa la mezzaluna turca e un motto in turco che abbiamo tutti visti addosso a Silvia, in una delle foto scattate a Mogadiscio e che sono state subito diffuse.

Come mai? Vuol dire che il rilascio di Silvia è stato gestito in piena autonomia dai servizi di intelligence turca e che sono stati loro a portare Silvia all’Ambasciata italiana di Mogadiscio? Se fosse vero, beh, andrebbe quanto meno ridimensionato il ruolo attribuito all’AISE, la nostra intelligence esterna, che invece era in prima fila a Ciampino a prendersi i ringraziamenti del nostro Presidente del Consiglio, come se l’AISE fosse stata in prima linea a Mogadiscio e avesse liberato lei Silvia, coadiuvata da altri partner. E in ogni caso ci sarebbe un bel po’ di trippa per gatti: provare cioè a capire chi c’era veramente nelle fasi cruciali del rilascio, chi ha gestito i contatti coi rapitori e, soprattutto, chi aveva con sé le valigie con i soldi.

Amedeo Ricucci sul campo

E invece niente. Molte testate hanno addirittura provato a inventarsi strane storie su quel giubbotto anti-proiettile dalla provenienza evidente – “sembra turco ma non lo è”, questo il succo della bugia diffusa – e nessuno ha dedicato la dovuta attenzione allo strano balletto che c’è stato sui soldi del riscatto: a Ciampino c’è stata fra le nostre Autorità una sorta di ammissione implicita che un riscatto era stato pagato – e non era mai successo, finora – poi si è provato a fare marcia indietro.

Subito dopo è scoppiata la grana dell’intervista al portavoce degli Shebab somali, Ali Dehere, il quale dichiarava a Repubblica che sì, il riscatto era stato pagato, e che i soldi sarebbe stati usati per comprare nuove armi. Le sue parole sono sembrate a molti esperti inusuali e poco convincenti, al punto da suscitare non poche dietrologie, suffragate da una smentita ufficiale arrivata dagli stessi Shebab. Un bel vespaio, no?

Ma quasi tutte le testate italiane hanno preferito lasciare i loro giornalisti sotto casa di Silvia Romano per darci tutte le informazioni sul colore del suo hijab e solo una, Il Foglio, ha deciso di vederci chiaro, mettendo al lavoro il suo migliore esperto d terrorismo islamico. Daniele Raineri. Al quale gli Shabab hanno confermato ufficialmente che nessuna intervista era mai stata concessa a un giornale italiano dal loro portavoce, Ali Dehere. A complicare le cose c’è stato però un possibile, probabile errore di omonimia, che forse ha ingannato il giornalista di Repubblica e su cui da più parti si è speculato.

Mi sono dilungato sulla questione del riscatto perché attorno ad essa ruotano diverse questioni delicate, su cui le testate italiane mainstream tacciono e su cui invece Africa ExPress sta facendo un ottimo lavoro, nel silenzio più assordante. E’ stata Africa ExPress a chiarire infatti, meglio di tutti, gli interessi della Turchia in Somalia ed il lavoro che da anni sta facendo da quelle parti, in tandem con il Qatar.

Ed è stata Africa ExPress a dare la notizia che è stato proprio il Qatar a pagare probabilmente il riscatto per Silvia Romano, con una complicata triangolazione in cui sono entrati dollari, armi, garanzie politiche e soprattutto uranio, sì uranio, minerale di cui la Somalia è ricca. La serie degli approfondimenti legati a questo dossier continua, su Africa ExPress, ed è una boccata di ossigeno per chi come me crede, con Horacio Verbinsky, che “giornalismo è diffondere quello che qualcuno non vuole che si sappia. Tutto il resto è propaganda”.  Attendo con ansia

Amedeo Ricucci
amedeo.ricucci@rai.it

*Amedeo Ricucci è inviato della RAI

Aumento del terrorismo jihadista nel nord del Mozambico preoccupa i Paesi SADC

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 28 maggio 2020

“Il vertice straordinario della troika ha impegnato e sollecitato gli Stati membri SADC a sostenere il governo del Mozambico. Un impegno nella lotta contro i gruppi terroristici e armati che operano in alcuni distretti di Cabo Delgado”. È tiepida la posizione della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe (SADC- Southern African Development Community) sul terrorismo jihadista a Cabo Delgado, provincia settentrionale mozambicana.

Summit SADC sulla sicurezza
Summit straordinario SADC sulla sicurezza (Courtesy SADC)

Le risorse dei Paesi SADC impegnate con il Covid-19

Probabilmente perché non può fare diversamente. Purtroppo la SADC non ha un esercito permanente e non può intervenire. Per reprimere le minacce alla sicurezza in altri Paesi membri, ognuno dovrebbe schierare le proprie Forze armate, cosa improbabile al momento a causa del Covid-19.

Dal presidente mozambicano Filipe Nyusi era stato sollecitato un vertice straordinario, sulla violenza jihadista, subito accolto dal suo omologo, Emmerson Mnangagwa. Al summit, ad Harare (Zimbabwe) oltre al Mozambico erano presenti i leader della troika, composta da Zambia, Botswana e Zimbabwe guidata da Mnangagwa. La troika è l’organo della SADC che si occupa della Politica per la difesa e la sicurezza dei 16 Paesi membri.

SADC si è accorta tardi del problema jihadismo

Il vertice suggerisce che la Community si sia finalmente resa conto della gravità del fenomeno jihadista. Ciò che sta succedendo a Cabo Delgado è diventato preoccupante per tutta l’Africa Australe, soprattutto per quelli confinanti con il Mozambico. Tanzania in primis.

I mercenari sudafricani fanno meglio di quelli russi

Dopo il fallimento a Cabo Delgado dei mercenari del Gruppo Wagner portati dagli accordi tra Mosca e Maputo, è tornato il Dyck Advisory Group (DAG). La società privata di contractor, con sede in Sudafrica, ha aiutato le Forze di sicurezza mozambicane a combattere i jihadisti, utilizzando anche elicotteri da combattimento.

Il risultato dell’appoggio di DAG all’esercito di Maputo, negli ultimi due mesi, è stato l’eliminazione di un centinaio di jihadisti. In soli due giorni, le Forze armate mozambicane hanno rivendicato l’uccisione di una cinquantina di terroristi.

Mappa dei Paesi membri SADC (Courtesy SADC)
Mappa dei Paesi membri SADC (Courtesy SADC)

La situazione a Cabo Delgado peggiora

Dall’ottobre 2017, quando è iniziata l’attività sovversiva jihadista a Cabo Delgado, le cose sono peggiorate notevolmente. Non solo si sono intensificati gli attacchi degli estremisti islamici ma la è aumentata anche la sicurezza degli insorti. I jihadisti di Al Sunna wa-Jama sono arrivati vicini agli impianti del bacino di Rovuma al largo di Cabo Delgado. Qui operano ENI, Total ed ExxonMobil che dal 2022 dovrebbero iniziare l’estrazione di enormi riserve di gas naturale.

Il 23 marzo scorso, dopo l’attacco alla cittadina di Quissanga, i jihadisti si sono fatti fotografare davanti alla caserma occupata della polizia con bandiera nera dell’ISIS . Da questo episodio si parla di un altro salto di qualità sia per le armi in dotazione (AK-47 e lanciagranate) che per i collegamenti. Molti dei tagliagole che stanno massacrando Cabo Delgado sono stati formati nella regione dei Grandi Laghi e in Somalia. Pare che siano collegati con il gruppo che nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo abbia creato lo Stato islamico della provincia dell’Africa centrale (ISCAP).

Al momento non si hanno numeri certi sui decessi causati dagli attacchi jihadisti a Cabo Delgado: si parla tra i 700 e i 1.100 morti. Si conosce però il numero degli sfollati causati dal terrore: oltre 160 mila. Tutti scappati dal villaggi distrutti. Moltitudine che ha perso tutto e vittima di enormi problemi igienico-sanitari che hanno causato un’epidemia di colera con almeno 20 morti.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

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Guerra ai Boko Haram: la Nigeria fa shopping di elicotteri dall’ex Fimeccanica

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
27 Maggio 2020

Le forze armate della Nigeria intensificano la campagna bellica contro Boko Haram ed altre organizzazioni jihadiste ricorrendo alle armi prodotte dal complesso militare industriale italiano.

Con un comunicato emesso dal Capo di Stato Maggiore della Marina militare nigeriana, ammiraglio Ifeola Mohammed, è stata annunciata la consegna di un nuovo elicottero da trasporto AgustaWestland AW139 da parte della Divisione elicotteri Leonardo (ex Finmeccanica). Il velivolo che può trasportare sino a 15 persone, era stato ordinato nel settembre 2016 dal Ministero della difesa nigeriano. L’accordo prevedeva la realizzazione di altri tre elicotteri della stessa tipologia, più la fornitura da parte di Leonardo di componenti e parti di ricambio e dei servizi di manutenzione.

Nigerian Navy – AgustaWestland AW139

L’AW139, classificato con matricola sperimentale CSX81969, era stato avvistato con la livrea della Nigerian Navy lo scorso novembre 2019 sopra i cieli di Venegono, in provincia di Varese, dove sorgono gli stabilimenti di Leonardo. Qualche mese fa la Marina militare nigeriana aveva ricevuto un altro elicottero AW139 dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la sicurezza navale che lo aveva acquistato da Leonardo nel settembre 2018.

A gennaio, inoltre, le forze armate nigeriane avevano confermato l’acquisto di due elicotteri Leonardo A-109 LUH Light Utility armati con mitragliatori e lanciatori di missili per “supportare la lotta in corso contro l’insorgenza e le organizzazioni criminali nel paese”.

Secondo il Capo dello staff dell’Aeronautica, Sadique Abubakar, i due elicotteri A-109 erano giunti insieme ad altri equipaggiamenti nell’aeroporto internazionale “Nnamdi Azikwe” di Abuja a bordo di un Boeing 737-400 di Cargolux Airline decollato dallo scalo di Milano Malpensa il 15 gennaio. Ad attendere il cargo un team dell’Aeronautica militare guidato dall’Air Commodore Halim Adebowale e i manager di Leonardo Helicopetrs in Nigeria. I tecnici militari, insieme agli ingegneri italiani hanno poi provveduto all’assemblaggio delle componenti elicotteristiche. Gli AW109 LUH sarebbero già stati utilizzati in missioni di combattimento contro le milizie jihadiste nel nord-est della Nigeria e per l’addestramento tattico degli allievi-piloti di elicotteri.

Terroristi jihadisti Boko Haram

Sempre secondo quanto dichiarato dalle autorità nigeriane, nel dicembre 2018 erano stati ordinati anche 6 elicotteri A-109 versione “Power” per svolgere un ampio spettro di missioni miliari, compreso il pattugliamento e la sorveglianza dei confini e delle acque territoriali e la ricerca e il soccorso.

La Nigerian Air Force ha presentato i primi due velivoli di Leonardo in occasione delle celebrazioni per il 55° anno della fondazione della forza aerea, il 29 aprile 2019 ad Abuja. Il terzo A-109 è stato consegnato a fine maggio 2019, dopo una serie di test aerei realizzati a Venegono alla presenza di ufficiali e tecnici nigeriani. Per l’acquisto dei nuovi mezzi di guerra di Leonardo-Finmeccanica e l’aggiornamento dei velivoli già in dotazione alle forze armate e ad altri apparati dello Stato, nel bilancio federale del 2018 era stata stanziata una prima tranche di 19 milioni di dollari.

In dotazione delle forze armate nigeriane c’erano già 12 elicotteri AW109 LUH (in servizio con la Nigerian Air Force) e 4 elicotteri A109E (con la Marina militare). In passato, le aziende del gruppo Finmeccanica, poi confluite in Leonardo, avevano venduto alla Nigeria anche altri velivoli da guerra, tra cui 6 aerei da trasporto G-222 “Aeritalia”, 12 caccia-addestratori biposto MB.339A “Alenia-Aermacchi”, 2 pattugliatori aerei ATR 42MP di “Alenia Aeronautica” e 2 elicotteri AgustaWestland AW101 per il trasporto Vip.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com