Stasera alle 21:10 si ricomincia su “Le Iene”, il programma di Italia 1, con le indagini sullo strano caso del rapimento di Silvia Romano. Riccardo Spagnoli e Matteo Viviani hanno confezionato un ottimo reportage di inchiesta sentendo il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, giornalista con una lunga esperienza in Africa, che ha seguito con i suoi articoli la vicina della volontaria milanese rapita in Kenya il 20 novembre 2018 e tornata a casa il 10 maggio di quest’anno.
Ultimi fotogrammi del video: Matteo Viviani mostra ad Alberizzi documenti inediti
Ma stasera il programma riserva altre sorprese: Matteo Viviani e Riccardo Spagnoli hanno raccolto la testimonianza di una fonte che racconta di aver partecipato alle ricerche di Silvia Romano: “Poteva essere liberata prima – sostiene il testimone – un mio contatto sapeva al 90 per sento dove si trovava”.
Si tratta di un uomo che dice di conoscere molti dettagli sulla vicenda e che per la prima volta racconta la trattativa che c’è stata per la liberazione della Romano, fornendo anche dettagli sul riscatto richiesto dai suoi rapitori.
Un racconto clamoroso che, se fosse confermato, darebbe una lettura dei fatti diversa e che potrebbe dissipare – almeno in parte – la coltre di dubbi e misteri che, fin dai primi giorni del rapimento, hanno accompagnato questo sequestro anomalo. Compreso il silenzio assordante che l’ha circondato. Nonostante il tentativo di rompere l’ordine “bocche chiuse” da parte di Africa ExPress, nessuno ha mai voluto scucire informazioni, preoccupazioni, timori e speranze. Anche i grandi giornali hanno rispettato il silenzio voluto dalle autorità. Un silenzio strano e pieno di contraddizioni, difficili anche da spiegare.
Responsabile del silenzio anche la grande stampa che nei mesi della prigionia di Silvia non ha voluto indagare, accontentandosi di pubblicare veline e notizie istituzionali o di ricordare il compleanno o l’anniversario del sequestro. Solo “Il Fatto Quotidiano” ha continuato a pubblicare imperterrito informazioni sulla volontaria milanese.
Ecco qualche anticipazione dell’intervista in onda stasera alle 21:30
Iena: “Silvia Romano poteva essere liberata prima?”
Testimone: “Sì, ne sono sicuro”.
Iena: “Cos’è successo nei primi mesi successivi al suo rapimento?”.
Testimone: “C’erano troppe interferenze sul campo, chi doveva scegliere non poteva farlo con serenità perché aveva troppe proposte da troppe angolazioni”.
Iena: “Come mai da un certo punto in poi di questa storia non se ne è più parlato?”.
Silvia Romano con il suo cucciolo Alma
Testimone: “Bisognerebbe chiederlo a chi effettivamente stava cercando Silvia”.
Testimone: “Se sapevo dove era tenuta nascosta Silvia Romano? Sì, avevo un contatto nella foresta che mi avrebbe dato questa informazione”.
Iena: “Quanto eri certo di questa informazione”
Testimone: “Al 90 percento. Perché non si arriva al dunque (liberazione dell’ostaggio, ndr.)? C’erano interferenze da tutte le parti, chi doveva prendere una decisione non ha potuto farlo con tranquillità. Per la libertà di un ostaggio tutto è possibile, il “come” è un altro discorso”.
Questo il link per chi vuole rivedere la puntata di martedì scorso:
La immagini dell’altro ieri terminano con Alberizzi che trasecolando alla vista di un documento esclama: “Se è vero è una bomba”. Nella puntata di stasera, giovedì 3 dicembre, Matteo Viviani e Riccardo Spagnoli – accompagnati dal giornalista – sveleranno cosa c’è scritto su quello e su altri documenti scovati dalle Iene e che confermano quanto scritto su Africa ExPress durante e dopo la prigionia di Silvia.
Un consiglio a chi si accomoderà in poltrona stasera davanti ala televisione. Si tenga bene sulla sedia e si prepari qualcosa di forte da bere: la puntata, che durerà un’ora, sarà piena di sorprese e colpi di scena. Ricordate 21:10 “Le Iene” su Italia 1.
Ieri sera è andata in onda su “Le Iene”, il programma di Italia 1, la prima puntata di un’investigazione sullo strano caso del rapimento di Silvia Romano. Riccardo Spagnoli e Matteo Viviani hanno confezionato un ottimo reportage di inchiesta sentendo il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, giornalista con una lunga esperienza in Africa, che ha seguito con i suoi articoli la vicina della volontaria milanese rapita in Kenya il 20 novembre 2018 e tornata a casa il 10 maggio di quest’anno.
Massimo Alberizzi durante l’intervista con Le Iene
Il sequestro della ragazza è stato caratterizzato da parecchi misteri, primo fra tutti il silenzio assordante che l’ha circondato. Nonostante il tentativo di rompere il muro del silenzio da parte di Africa ExPress nessuno a mai voluto scucire informazioni, preoccupazioni, timori e speranze. Anche i grandi giornali hanno rispettato il silenzio voluto dalle autorità. Un silenzio strano e pieno di contraddizioni, difficili anche da spiegare.
Responsabile del silenzio anche la grande stampa che nei mesi della prigionia di Silvia non ha voluto indagare, accontentandosi di pubblicare veline e notizie istituzionali o di ricordare il compleanno o l’anniversario del sequestro. Solo “Il Fatto Quotidiano” ha continuato a pubblicare imperterrito informazioni sulla volontaria milanese.
Ultimi fotogrammi del video: Matteo Viviani mostra ad Alberizzi documenti inediti
A distanza di poco più di sei mesi dal rilascio le Iene hanno voluto rompere questo spesso velo di silenzio per capire il perché di quei misteri e di quei silenzi. Questo il link per chi vuole rivedere la puntata di ieri
Ma non crediate che siano finite le sorprese. La puntata di ieri finisce con Alberizzi che trasecolando alla vista di un documento esclama: “Se è vero è una bomba”. Nella puntata di domani, giovedì 3 dicembre, Matteo Viviani e Riccardo Spagnoli sveleranno cosa c’è scritto su quello e su altri documenti scovati dalle Iene e che confermano quanto scritto su Africa ExPress durante e dopo la prigionia di Silvia.
Un consiglio a chi si accomoderà in poltrona a vedere la puntata. Si tenga bene sulla sedia e si prepari qualcosa di forte da bere: la puntata sarà piena di sorprese e colpi di scena. Ricordate 21:30 Le Iene su Italia 1.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
2 dicembre 2020
I “Diavoli rossi” sono rientrati in Paradiso, i “Cavalieri bianchi” sono diventati rossi ma di rabbia. L’incontro del secolo calcistico per la finale di Champions League Africana (CAF Champions League) ha visto il trionfo per la nona volta di Al-Ahly su Zamalek (2-1).
Il match si è disputato venerdì 27 novembre scorso alle 20 italiane allo stadio Internazionale del Cairo: 74 mila posti, in tempi normali. Appena 5 mila spettatori presenti in tempi di peste universale. Nonostante la crescita dei casi di Covid-19 in Egitto e nel mondo, la CAF (la Confederazione africana di calcio) ha, infatti, deciso di far entrare questi fans in rappresentanza dei 90 milioni di tifosi dei 2 club sparsi fra Egitto e i Paesi arabi.
L’”Al-Alhy Sporting club”, ovvero i Diavoli rossi (maglia bianco-rossa), contro lo “Zamalek Sporting club”, i Cavalieri bianchi, entrambi de Il Cairo, sono le squadre più titolate dell’Egitto e dell’intero continente.
Si affrontavano per la prima sfida diretta in Champions ma sono divise da una rivalità storica, secolare.
Nel 2011 Steve Bloomfeld, nel suo fondamentale libro “Africa United: how football explains Africa” aveva precisato: “Quando Hamas e Fatah nel 2007 combattevano per il controllo di Gaza l’unico giorno in cui le armi tacquero fu quando Al Ahly sfidò Zamalek”.
Già nel 2008 Mark Gleeson della Reuters, presentando l’ennesima sfida stracittadina, aveva scritto : “E ‘ un derby che divide la nazione”.
Più che un derby uno scontro calcistico fratricida.
Più che una partita di calcio un confronto politico-sociale.
L’Al-Ahly vide la luce a Zamalek (quartiere residenziale dell’isola di Gezira) nel 1907 da un gruppo di insegnanti e studenti universitari nazionalisti come società polisportiva (anche se ironicamente il primo presidente fu proprio un britannico). Solo in un secondo momento il calcio divenne l’attività agonistica predominante.
Zamalek (prende il nome dall’omonimo quartiere ma a nord dell’isola) fu fondata nel 1911 da un’associazione franco-belga che intendeva utilizzare il calcio come mezzo di integrazione fra fedi e nazionalità. Come giustamente ha scritto il Post.it “i due club rappresentano due anime presenti nella società egiziana. L’unica cosa che condividevano era il loro sentimento anti-britannico: gli inglesi infatti governavano l’Egitto ed escludevano gli egiziani e spesso anche gli altri europei dalle maggiori manifestazioni sportive”.
Il calcio come mezzo di integrazione fra fedi e nazionalità. Come giustamente ha scritto il Post.it: “I due club rappresentano due anime presenti nella società egiziana. L’unica cosa che condividevano era il loro sentimento anti-britannico: gli inglesi infatti governavano l’Egitto ed escludevano gli egiziani e spesso anche gli altri europei dalle maggiori manifestazioni sportive”.
In realtà le due società hanno in comune anche dell’altro: sono popolarissime ma rappresentano la crema della società egiziana e le loro strutture sono molto costose, non certo alla portata delle tasche popolino.
Sottolinea Storiedicalcio.altervista.org: “Da una parte l’Al-Ahly rappresentava le fasce più popolari, lo Zamalek aveva uno status più aristocratico”. Una divisione ancora sentita e così descritta dal giornalista britannico James Piotr Montague, 41 anni, giornalista e scrittore, studioso degli ultras calcistici e del rapporto fra football e politica: “Nell’angolo rosso ci sono il devoto, il povero e l’orgoglioso; nell’angolo bianco la classe media, liberale e borghese”.
La rivalità tra le due squadre è stata messa a tacere nel 2012 dallo scoppio della Primavera Araba. In piazza Taḥrīr gli arcirivali storici si erano uniti nell’opposizione al regime di Hosni Mubarak. L’ambiente politicizzato e violento delle curve si era dimostrato un efficace polo organizzativo per le proteste e aveva contribuito al rovesciamento del regime. Ecco perchè i loro gruppi sono banditi e agiscono nella clandestinità. Per il regime repressivo (e l’Italia ne sa qualcosa con il caso Regeni) del generale Abdel Fattah al-Sisi rappresentano una minaccia per l’ordine pubblico.
Pitso Mosimane, allenatore degli Al-Alhy
Ma venerdì 27 novembre la rivalità calcistica è riesplosa sul piano agonistico: la partita è stata spettacolare ed è stata vinta da Al Ahly 2-1 con il gol decisivo a poco tempo dal termine. Da qui la rabbia dei “Cavalieri bianchi”, che comunque restano la terza squadra più vincente del Continente.
I Diavoli rossi nei festeggiamenti hanno coinvolto anche il loro magazziniere che da 47 anni al lavoro nel club: a sorpresa si è visto consegnare la coppa dai suoi atleti. L’Al-Ahly si è così confermato la superpotenza del pallone africano (e non solo) riconquistando – dopo 7 anni – la nona coppa dei campioni: con 21 trofei internazionali in bacheca – a parte i 42 scudetti – è tra i più titolati del mondo dietro il Real Madrid (28) e davanti a davanti al Milan e Boca Juniors (18). I “diavoli rossi” ora competeranno nel Mondiale per club, il prossimo anno in Qatar. A rappresentare l’Europa ci sarà il Bayern Monaco.
In questa scalata verso il tetto del mondo li ha guidati un sudafricano: è Pitso Mosimane, 56 anni, ex coach del Mamelodi Sundowns, da cui se ne è andato a sorpresa nel settembre scorso per diventare il primo allenatore nero subsahariano di una compagine del Nord Africa. Ha commentato con SOWETANLIVE.CO, l’ex “mentore” della nazionale sudafricana (i noti Bafana Bafana), Ephraim Shakes Mashaba, 70 anni, di Soweto : “Mosimane è un grande figlio del cuore dell’Africa. Meriterebbe di allenare i più grandi club europei. Purtroppo non potrà mai spiegare le sue ali nel Vecchio continente. Gli europei vedono ancora gli africani come gente inferiore. Sappiamo bene come considerano gli allenatori neri, per non parlare poi di quelli che vengono dall’Africa!”
“Pole, pole”, cioè “piano, piano, fate piano” è il commento in lingua swahili dei militari che stanno presidiando un tratto di strada in totale dissesto nella Repubblica Democratica del Congo. Siamo sulla direttrice Mwenga-Kitutu, Sud Kivu, strada statale n. 2. Goggle map dice che da Mwenga a Kitutu, 86 km, ci vogliono 3 ore e 4 minuti. Forse ha confuso ore con giorni. Il militare dice: “Guardate in che situazione siamo. Una zona piena di miniere d’oro”. La gente qui potrebbe vivere in condizioni agiate. Invece non solo è poverissima, ma anche soggetta ad angherie da parte di gruppi armati, dei sodati e della polizia.
E sì, questa è la viabilità che il governo di Kinshasa offre ai propri cittadini. strade allo sfacelo, specie nel periodo delle piogge. Ma quanto si vede nel video è normale amministrazione in Congo-K. Solo grazie al coraggio e la determinazione degli autisti dei camion o delle corriere scassate, merci e persone riescono a arrivare a destinazione. “Pole pole” è uno dei vocaboli maggiormente utilizzati nell’area sub sahariana dell’Africa. Per il resto il soldato che parla nel video usa la lingua lingala, che si parla nell’ovest del Paese.
Piano piano si arriva a destinazione, piano piano si risolvono i problemi. Ci vuole pazienza per tutto. E le immagini parlano chiaro. Camion semi distrutti – la manutenzione dei mezzi è un optional, in quanto mancano i pezzi di ricambio che nel caso si devono fabbricare dal niente o cannibalizzare adattandoli da mezzi rottamati o incidentati irrecuperabili – strade impraticabili, eppure, pur di sopravvivere si tenta l’impossibile. Passare la notte in terra di nessuno, attendere aiuti in alcune aree del continente significa restare esposti a predoni, criminali comuni, gruppi armati e terroristi. Dunque meglio tentare l’impossibile, con la parola d’ordine scandita più volte dai militari, immobili nelle loro postazioni.
Le infrastrutture – non solo strade – sono i grandi assenti nel continente nero e sono causa del basso indice di sviluppo umano in parecchie zone. In particolare a causa della la scarsa viabilità, i malati hanno difficoltà a raggiungere medici e ospedali (pochi per altro e privi di mezzi). I bambini devono macinare chilometri e chilometri per raggiungere la scuola, se ne esiste una aperta. Un sacrificio che sono ben disposti a affrontare per sopravvivere in questo inferno terrestre.
Africa ExPress e Senza Bavaglio
Milano, 1° dicembre 2020
Stasera alle ore 21:30 su Italia 1 andrà in onda un servizio de “Le Iene” sul rapimento di Silvia Romano. Ospite della puntata Massimo Alberizzi, storico corrispondente dell’Africa del Corriere della Sera e ora direttore dei quotidiani online Africa ExPress e Senza Bavaglio.
Alberizzi tra il 2019 e il 2020 ha indagato sul sequestro della ragazza milanese prelevata il 20 novembre 2018 da un commando di banditi a Chakama, un villaggio keniota a un’ottantina di chilometri da Malindi. Essendo stato rapito anche lui in Somalia, sebbene un po’ di tempo prima, conosce bene quei luoghi che ha visitato più volte.
Durante il sequestro Alberizzi ha battuto il territorio in lungo e in largo. Le sue investigazioni hanno portato alla luce diversi misteri che finora non sono stati svelati. Quando Silvia è tornata a casa, le ha mandato, in segno di benvenuto, 99 rose rosse.
Silvia Romano con un bimbo di cui si stava prendendo cura. Foto in esclusiva per Africa ExPress
I due autori del servizio televisivo, Riccardo Spagnoli e Matteo Viviani, assieme al giornalista esperto d’Africa, ripercorrono le tappe del rapimento soffermandosi proprio su alcuni fatti inspiegati. Enigmi rimasti ancora senza risposta.
Verranno poste domande, ma anche date risposte finora inedite a quello che ora appare come un rapimento anomalo dove emergono misteriosi e indecifrabili intrecci di interessi e affari inconfessabili, all’insaputa di Silvia Romano.
Africa ExPresstwitter @africexp Senza Bavagliotwitter @sbavaglio
E’ stata una mattanza oltre ogni previsione. L’attacco perpetrato da uomini armati in sella alle loro motociclette ieri non ha lasciato sul terreno non 43 contadini, bensì 110. Altre settanta persone sono state ritrovate qualche ora dopo, ora tutti allineati nelle bare, uno accanto all’altro, per la sepoltura.
Uomini e donne, intenti nel raccolto del riso, sono stati brutalmente sgozzati, presumibilmente da miliziani appartenenti al gruppo terrorista Boko Haram. Molti altri sono stati feriti e diverse donne mancano all’appello, sequestrate dai sanguinari assassini.
Edward Kallon, coordinatore per gli Affari umanitari dell’Organizzazione delle Nazioni Unite nella ex colonia britannica, ha confermato la macabra esecuzione: “Si tratta del peggiore attacco perpetrato nei confronti di innocenti civili quest’anno”, ha aggiunto Kallon.
Contadini ammazzati in Nigeria
Finora nessun gruppo ha rivendicato il massacro. Ma la matrice parla da sé, tutti puntano il dito su Boko Haram o ISWAP (acronomio per Islamic State West Africa Province), una fazione di militanti fanatici nigeriani fedeli allo Stato islamico, che specie negli ultimi mesi hanno iniziato a colpire agricoltori, pescatori e allevatori/pastori, perché accusati di passare informazioni sul loro conto alle autorità militari, polizia locale e gruppi di vigilantes.
Durante la campagna elettorale per il suo primo mandato Muhammadu Buhari, presidente del colosso dell’Africa dal 2015, aveva promesso che avrebbe fatto piazza pulita dei sanguinari terroristi e appena insediato aveva promesso: “Saranno annientati entro il 31 dicembre 2020”.
Nel frattempo il presidente ed ex golpista del 1983 è stato rieletto per un secondo mandato nel 2019, eppure i miliziani di Boko Haram continuano imperterriti a terrorizzare la popolazione.
Dal 2009 a oggi a causa dei continui attacchi dei jihadisti sono morte decine di migliaia di persone, poco meno di 3 milioni sono fuggite dalle proprie case, tra questi anche camerunensi, nigerini e ciadiani, Paesi dove i famigerati assassini sono attivi, oltre che in Nigeria.
Dopo l’uccisione di 90 soldati ciadiani, durante un’offensiva dei terroristi nigeriani, N’Djamena ha lanciato un’operazione senza pari contro Boko Haram.
In tale occasione, secondo il portavoce militare, Azem Bermendoa Agouna sarebbero stati uccisi un migliaio di miliziani, oltre che 52 soldati ciadiani. Gli scontri sono avvenuti soprattutto nella zona del Lago Ciad, il cui bacino è situato nella parte centro-settentrionale dell’Africa, ai confini di Nigeria, Niger, Ciad e Camerun.
Allora il presidente del Ciad, Idriss Déby, si era lamentato della poca collaborazione degli altri governi degli Stati confinanti. Eppure i 4 Paesi (Nigeria, Niger, Ciad e Camerun) maggiormente attaccati dal gruppo armato, nel 2015 avevano formato una task force congiunta (la Forza Multinazionale Mista FMM).
Il leader di Boko Haram Aboubakar Shekau
Dopo la mattanza di sabato, la popolazione nigeriana è terrorizzata: vuole maggiore tutele compresa una presenza più incisiva delle forze di sicurezza e dell’ordine. Ma in un Paese dove la corruzione è diffusissima tutto risulta molto complicato. Molte delle risorse destinate a combattere l’insurrezione degli assassini sono sparite nelle tasche di qualche potente e così polizia ed esercito restano impoveriti. Ieri il governatore del Borno State ha sottolineato: “Se la gente resta a casa, rischia di morire di fame e se va a lavorare nei campi, mette ugualmente in pericolo la propria vita, rischia di essere ammazzata dai jihadisti”. Parole giuste e vere ma è difficile che con tutta probabilità si dissolveranno nel vento. I terroristi sono un cancro, ma anche la corruzione lo è.
Bulama Bukarti, analista del Tony Blair Institute for Global Change, sostiene che il fatto di non essere stato in grado di bloccare il terrorismo, non solo è costato la vita a decine di migliaia di cittadini, ma ha anche contribuito a devastare l’economia del Paese. E ha sottolineato che il 2020 è stato il peggiore anno per l’esercito nigeriano dal 2009, inizio dell’insurrezione dei Boko Haram: da gennaio a oggi hanno perso la vita 800 soldati.
Per gentile concessione del New Your Times pubblichiamo questo articolo
sull’omicidio del padre del programma nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh.
dal New York Times Farnaz Fassihi, David E. Sanger, Eric Schmitt e Ronen Bergman
New York, 27 novembre 2020
Aggiornato al 28 novembre 2020, 2:08 a.m. ET
Un omicidio sfacciato durante un’imboscata
Il principale scienziato nucleare iraniano, che i servizi segreti americani e israeliani hanno a lungo accusato di essere dietro ai programmi segreti per la progettazione di una testata atomica, è stato ucciso in un’imboscata venerdì mentre viaggiava in un veicolo nel nord dell’Iran. La notizia è stata diffusa dai media statali iraniani.
Lo scienziato, probabilmente 59 anni, era considerato la forza trainante del programma di armi nucleari della Repubblica islamica Iran per un paio di decenni, e ha continuato a lavorare anche dopo che la maggior parte degli forzi sono stati congelati nel 2003, secondo quanto riferito da fonti dei servizi segreti americani e secondo i documenti del segreti del programma nucleare iraniano rubati da Israele tre anni fa.
Diffusa dall’agenzia semi ufficiale Fars questa foto mostra il luogo dove è avvenuta l’imboscata
Un funzionario americano – insieme ad altri due funzionari dell’intelligence – ha sostenuto che dietro l’attacco allo scienziato ci sono le mani di Israele. Non è chiaro quanto gli Stati Uniti sapessero in anticipo dell’operazione, ma i due Paesi sono strettamente alleati e hanno spesso condiviso le informazioni di intelligence sull’Iran. La Casa Bianca e la CIA si sono rifiutate di commentare.
I media ufficiali iraniani e la televisione di Stato hanno raccontato che un commando di uomini armati ha organizzato un’imboscata in una strada isolata. L’attacco è avvenuto mentre l’auto di Fakhrizadeh attraversava la città di campagna di Absard, nella regione di Damavand. Lo scienziato è stato gravemente ferito ed è stato trasportato in ospedale ma i medici non sono stati in grado salvarlo.
Mohsen Fakhrizadeh, in una fotografia delle Reuters senza data, è stato capo del ministero delle ricerche per la Difesa
L’Iran da tempo sostiene che il suo programma nucleare ha scopi pacifici. I suoi funzionari hanno definito l’attacco un atto di terrore e hanno giurato vendetta. “I terroristi hanno ucciso un eminente scienziato iraniano oggi – ha scritto su Twitter il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif -. Questa vigliaccheria – che contiene seri sospetti di responsabilità israeliane – mostra una disperata attitudine guerrafondaia dei colpevoli”.
Zarif, un diplomatico di formazione americana e una delle figure più riconoscibili dell’Iran, ha detto in un suo post che la comunità internazionale – e specialmente l’Unione Europea – dovrebbe “porre fine ai loro vergognosi doppi standard e condannare questo atto di terrorismo di Stato”.
L’ex alto funzionario del Pentagono per la politica del Medio Oriente, Michael P. Mulroy, ha spiegato che la morte di Fakhrizadeh è stata “una battuta d’arresto del programma nucleare iraniano. Era il loro scienziato nucleare più anziano – ha aggiunto una mail e crediamo che fosseil responsabile del programma nucleare segreto di Taharan. Era anche un ufficiale superiore del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, e questo amplificherà il desiderio dell’Iran di rispondere con la forza”.
L’omicidio complica la gestione di Biden dell’affare nucleare iraniano da parte
L’attentato contro Fakhrizadeh potrebbe avere ampie implicazioni per l’amministrazione di Biden. Ha scatenato rapidamente una brusca reazione in Iran, così come l’attacco americano del 3 gennaio che ha ucciso Qassim Suleimani, il maggiore generale iraniano che dirigeva l’elite Quds force del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche.
L’assassinio di Fakhrizadeh rischia di complicare gli sforzi del futuro presidente Joseph Biden di fare rivivere l’accordo nucleare del 2015 con l’Iran. Foto di Anna Moneymaker per The New York Times
L’attacco potrebbe anche complicare lo sforzo del presidente eletto Joseph R. Biden Jr. per rilanciare l’accordo nucleare iraniano del 2015, come si è impegnato a fare, se gli iraniani accetteranno di tornare ai limiti specificati nell’accordo.
Il presidente Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo nucleare iraniano nel 2018, ribaltando i risultati di politica estera del suo predecessore, Barack Obama, e isolando gli Stati Uniti dagli alleati occidentali che hanno cercato di mantenere intatto l’accordo. Trump ha poi imposto sanzioni severe all’Iran nel tentativo di costringerlo a tornare al tavolo delle trattative, cosa che l’Iran si è rifiutato di fare.
Israele si è opposto a lungo all’accordo nucleare e se i suoi agenti fossero davvero responsabili dell’uccisione di un uomo considerato un eroe nazionale, ci potrebbero essere pressioni politiche in Iran per andare avanti con il suo attuale sforzo di ricostruire gradualmente le scorte di combustibile nucleare cui ha rinunciato nel 2015.
I funzionari americani non hanno voluto commentare l’assassinio di venerdì mattina, sostenendo che stavano indagando per capire. Ma alcuni di loro hanno sostenuto che con l’assassinio di Fakhrizadeh, l’ultimo di una serie di omicidi così misteriosi dei migliori scienziati nucleari iraniani, è stato inviato un messaggio agghiacciante agli altri migliori scienziati del Paese che lavorano su quel programma: “Se siamo riusciti a prendere lui, possiamo prendere anche te”.
Il Presidente Trump aveva chiesto ai consiglieri all’inizio del mese se avessero opzioni per agire contro il principale sito nucleare iraniano a Natanz. Foto Anna Moneymaker per il New York Times
L’uccisione di Fakhrizadeh è avvenuta appena due settimane dopo che i funzionari dell’intelligence hanno confermato che il numero 2 di Al Qaeda è stato ucciso a colpi di pistola su ordine degli Stati Uniti per le strade di Teheran da assassini israeliani su una moto il 7 agosto.
La vittima in questione, si chiamava Abdullah Ahmed Abdullah, nome di battaglia Abu Muhammad al-Masri, ed era stato accusato di essere uno degli artefici dei micidiali attacchi del 1998 contro due ambasciate statunitensi in Africa orientale. È stato ucciso insieme a sua figlia, Miriam, la vedova del figlio di Osama bin Laden, Hamza bin Laden.
L’Iran chiede al leader delle Nazioni Unite di “condannare fermamente” l’assassinio.
L’ambasciatore dell’Iran all’ONU ha avvertito venerdì che il suo Paese si è riservato il diritto di “prendere tutte le misure necessarie” per difendersi, affermando in una lettera al leader delle Nazioni Unite che l’assassinio del principale scienziato nucleare iraniano è carico di indizi che parlano di un attacco israeliano su ordine degli Stati Uniti.
L‘ambasciatore, Majid Takht Ravanchi, ha detto che si aspettava che António Guterres, il segretario generale delle Nazioni Unite, e il Consiglio di Sicurezza, composto da 15 membri, “condannassero con forza questo atto terroristico disumano e prendessero le misure necessarie contro i suoi autori”.
La lettera, condivisa con il New York Times, non dice nulla dei presunti legami di Fakhrizadeh con le armi iraniane, ma lo elogia invece per quello che Ravanchi ha definito il “ruolo eccezionale” dello scienziato nello sviluppo di un kit di test Covid-19 per aiutare il Paese ad affrontare la pandemia, che ha colpito in modo particolarmente duro gli iraniani.
Lo scienziato assassinato era stato a lungo un bersaglio del Mossad di Israele
Una figura oscura quella di Fakhrizadeh, a lungo bersaglio n. 1 del Mossad, il servizio di intelligence israeliano, che si ritiene sia dietro una serie di assassinii di scienziati di dieci anni fa, tra cui alcuni dei suoi vice.
L’Iran non ha mai accettato le richieste dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, l’agenzia delle Nazioni Unite per il monitoraggio nucleare, di permettere ai loro ispettori di interrogare il signor Fakhrizadeh, con la scusa che si trattava di un accademico insegnante all’Università Imam Hussein nel centro di Teheran.
Fakhrizadeh dunque era un accademico, ma una serie di rapporti classificati, in particolare una lunga valutazione del 2007 fatta dalla CIA per l’amministrazione di George W. Bush, sostengono che il ruolo accademico era una copertura. Nel 2008, il suo nome è stato aggiunto a una lista di funzionari iraniani i cui beni sono stati congelati dagli Stati Uniti.
Nello stesso anno, le sue attività sono state divulgate in un briefing non classificato dall’ispettore capo dell’AIEA. Più tardi, è divenuto chiaro che egli gestiva quelli che gli iraniani chiamavano Progetti 110 e 111 – uno sforzo per affrontare i problemi più difficili che i progettisti di bombe affrontano quando cercano di realizzare una testata abbastanza piccola da potersi montare su un missile e farla sopravvivere ai rigori del rientro nell’atmosfera.
L’Iran ha sempre negato di essere alla ricerca di un’arma nucleare, insistendo sul fatto che la sua produzione di materiale fissile aveva scopi puramente pacifici. Ma all’inizio del 2018 un’operazione israeliana con cui è stato rubato un magazzino pieno di documenti iraniani sul “Progetto Amad”, quello che gli iraniani chiamavano lo sforzo per le armi nucleari 20 anni fa, includeva rapporti e studi di Fakhrizadeh e provava il suo coinvolgimento.
Poco dopo, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante una trasmissione televisiva, ha parlato di Fakhrizadeh quando ha descritto l’operazione segreta israeliana per sequestrare l’archivio. L’Iran aveva mentito sullo scopo della sua ricerca nucleare, ha accusato il premier, e ha spiegato che secondo lui lo scienziato era il leader del programma Amad.
Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, nel 2018 ripreso durante una trasmissione televisiva in cui accusa Fakhrizadeh di essere a capo del programma nucleare iraniano
Gli israeliani, poi, sostenuti dai funzionari dei servizi segreti americani che hanno esaminato l’archivio, hanno raccontato che lo scienziato aveva tenuto in vita elementi del programma anche dopo che era stato apparentemente abbandonato. Era ora gestito in segreto, ha sostenuto Netanyahu, da un’organizzazione all’interno del ministero della difesa iraniano nota come S.P.N.D. Ha aggiunto: “Non sarete sorpresi di sapere che S.P.N.D. è guidato dalla stessa persona che ha guidato il progetto Amad, il dottor Fakhrizadeh”.
“E anche, non a caso – ha aggiunto Netanyahu, mostrando una foto che sembrava essere quella di Fakhrizadeh (di lui sono state pubblicate solo una manciata di immagini) – molte delle persone chiave di S.P.N.D. hanno lavorato sotto la sua guida per il Progetto Amad”.
Farnaz Fassihi, David E. Sanger, Eric Schmitt e Ronen Bergman
Un omicidio di massa: 43 contadini sono stati sgozzati a Koshobe, un villaggio non lontano da Maiduguri, capoluogo del Borno State, nel nord-est della Nigeria.
I poveracci stavano lavorando nei campi di riso, quando sono stati attaccati da un gruppo di uomini armati. Le autorità del luogo hanno detto di aver ritrovati i corpi. La polizia ora è alla ricerca degli assassini, e quasi certamente si tratta di miliziani appartenenti al gruppo jihadista-terrorista Boko Haram.
Miliziani Boko Haram
La maggior parte degli operai agricoli ammazzati provengono dal Sokoto State, distante oltre mille chilometri. Una sessantina di persone sono venute nel Borno State in cerca di lavoro. Ora 43 sono stati uccisi, sei feriti e altri otto sono dispersi, sicuramente portati via dai terroristi.
Il mese scorso sono stati ammazzati altri 22 contadini nei propri campi, sempre vicino a Maiduguri. Negli ultimi mesi i sanguinari terroristi di Boko Haram e dell’ISWAP (acronomio per Islamic State West Africa Province), una fazione di militanti fanatici nigeriani che hanno giurato fedeltà allo stato islamico, hanno iniziato a colpire agricoltori, pescatori e allevatori/pastori, perché accusati di passare informazioni sul loro conto alle autorità militari, polizia locale e gruppi di vigilantes.
John Magufuli, presidente della Tanzania, al secondo mandato
Quello di Magufuli è una sorta di resa dei conti, un ulteriore giro di vite sui diritti umani e i diritti civili. Appena giunta conferma del secondo mandato alla presidenza del Paese, Magufuli vuole mostrare che non gradisce nessun tipo di protesta, di critica e di opposizione. Come, d’altronde, aveva fatto nei precedenti cinque anni.
Amnesty chiede indagine indipendente
L’ong per i diritti umani denuncia la gravissima situazione dell’ex colonia britannica andata peggiorando dal primo mandato presidenziale di Magufuli, nel 2015. “Le autorità tanzaniane devono avviare un’indagine rapida, approfondita e indipendente su queste accuse”, sostiene Amnesty.
“Abbiamo assistito a un’escalation delle violazioni dei diritti umani – ha affermato Deprose Muchena, direttore di Amnesty per l’Africa orientale e meridionale-. Questo succede all’indomani delle elezioni del mese scorso. Quello che abbiamo visto in Tanzania, dopo il voto, era reprimere il dissenso. Criticare lo svolgimento di un’elezione non è un crimine. Tutti coloro che sono ancora detenuti arbitrariamente dovrebbero essere rilasciati immediatamente e incondizionatamente “.
Mappa dell’Africa centro-meridionale con la Tanzania (Courtesy GoogleMaps e Wikipedia)
Amnesty conferma che membri della società civile e gruppi di opposizione hanno accusato le Forze di sicurezza di usare una forza eccessiva in modo indiscriminato. In manifestazioni pacifiche i militari hanno utilizzato anche armi con munizioni vere uccidendo almeno 22 persone.
I legali delle vittime hanno raccontato ad Amnesty di aver parlato con le famiglie dei manifestanti morti. Alcuni hanno potuto vedere lo stato dei corpi dei loro congiunti uccisi, altri hanno avuto solo le fotografie dei morti.
Arresti arbitrari
Dal giorno delle elezioni, secondo gli avvocati dei partiti di opposizione, i militari hanno arrestato arbitrariamente e almeno 77 leader e sostenitori dei partiti critici con il governo. Una delle situazioni peggiori e quella dell’isola di Zanzibar: arrestate 33 persone alcune delle quali accusate di terrorismo. Gli avvocati dei detenuti hanno riferito che la maggior parte dei messi dietro le sbarre non è stata formalmente accusata. Ma neanche quelli in cella per terrorismo hanno avuto prove a sostegno delle imputazioni che sembravano inventate.
Molti i politici arrestati, alcuni fuggiti dal Paese
“Tra gli arrestati poi rilasciati – sostiene Amnesty – ci sono il candidato presidenziale dell’opposizione Tundu Lissu. Poi il quello antigovernativo a Zanzibar, Seif Sharif Hamad, e altri leader schierati contro il governo. Tra questi Zitto Kabwe, Freeman Mbowe, Godbless Lema, Lazaro Nyalandu, Isaya Mwita, Boniface Jacob, Nassor Mazrui e Ayoub Bakari. Tundu Lissu e Godbless Lema sono tra i quei politici fuggiti dal Paese”.
Questa mattina il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed ha incontrato a Addis Ababa, la capitale dell’Etiopia, i tre mediatori designati da Cyril Ramaphosa, presidente di turno dell’Unione Africana. Il premio Nobel per la Pace 2019, ha ringraziato gli inviati dell’UA, tre ex presidenti, Ellen Johnson-Sirleaf ( Liberia), Joaquim Chissano (Mozambico) e Kgalema Motlanthe (Sudafrica), che hanno tentato una conciliazione volta a porre fine al conflitto tra le truppe di Addis Ababa e il Fronte di Liberazione del Tigray (TPLF).
Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia
Gli intermediari non sono stati autorizzati, però, a recarsi nel Tigray per incontrare il presidente, Debretsion Gebrimichal, e gli altri leader dei ribelli.
Il governo etiopico aveva dichiarato in precedenza di non gradire nessuna interferenza o mediazione da parte di organismi internazionali e altri Stati.
In seguito all’incontro con i mediatori dell’Unione Africana, l’ufficio della presidenza ha fatto sapere che il governo cercherà di proteggere i civili e di aver aperto un corridoio umanitario e ha inoltre specificato che i profughi che si sono rifugiati in Sudan, possono tranquillamente tornare nel Paese.
Mercoledì sera è scaduto l’ultimatum di 72 ore stabilito da Addis Ababa al TPLF e ieri mattina Abiy ha ordinato l’offensiva finale a Makallè, il capoluogo del Tigray. Cosa sia realmente successo tra ieri e oggi è davvero difficile sapere. Non solo sono interrotte tutte le comunicazioni (telefoniche e internet) dal 4 novembre scorso, ma anche nessun giornalista straniero è stato autorizzato a recarsi nelle zone di conflitto.
Alcuni diplomatici hanno riferito a Reuters questa mattina che combattimenti sono stati in atto in diverse aree non lontane da Makallé. E, secondo quanto riferito dalle Nazioni Unite, nel capoluogo sarebbero presenti 200 operatori umanitari. Ci si chiede come si intende proteggere la popolazione civile. Il ministro delle finanze di Addis Ababa, Ahmed Shide, ha detto che si cerca non far avvicinare la gente ai luoghi dove si combatte. A questo proposito sono stati dispiegati elicotteri per monitorare la città; sono stati, inoltre, installati cartelloni in tigrino e amarico con l’ordine di stare lontano dalle zone calde. Misure ovviamente non sufficienti, come ha sottolineato Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch, che ha aggiunto: “Si moltiplicano le atrocità commesse da entrambe le parti, truppe governative e TPLF”.
Dalle scarse notizie che giungono, sembra che scambi di colpi di artiglieria si siano verificati anche vicino al campo per profughi Adi Harush, che ospita per lo più eritrei scappati in Tigray e che una decina di persone siano state ferite. Nessuno ha ricevuto assistenza medica.
In un comunicato di questa mattina, indirizzato alla comunità internazionale, Getachew Reda, consulente politico del presidente del Tigray, avrebbe chiesto che vengano avviati colloqui e la cessazione delle ostilità.
Intanto si continua a combattere e il coinvolgimento dell’Eritrea non fa altro che inasprire questo atroce conflitto. Fonti certe riportano che ieri è stato lanciato un altro missile tigrino in direzione della ex colonia italiana, ma sarebbe stato intercettato. Era indirizzato verso Nefasit (una decina di chilometri da Asmara), dove si trova un deposito di carburante. E anche stasera si sarebbero sentite alcune esplosioni nella capitale eritrea.
I tigrini, che rappresentano più o meno il 6 per cento della popolazione, hanno dominato la scena politica e militare del Paese fino all’arrivo di Abiy, un oromo, salito al potere nell’aprile 2018, designato dalla coalizione al governo, l’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front, dopo le dimissioni del suo predecessore Hailemariam Desalegn.
Abiy subito dopo il suo insediamento ha promesso di lavorare per un Etiopia unita e dopo anni di repressione ha liberato migliaia di prigionieri politici. D’altro canto il suo governo ha rimosso la vecchia leadership, per lo più appartenenti al TPLF, accusandola di corruzione e malversazione. Altri sono finiti in galera per crimini come torture e uccisioni.
Conflitto in Tigray, Etiopia
Dal suo arrivo il giovane leader ha apportato molte riforme, improntate su un maggiore spazio politico, che hanno però anche scoperchiato vecchi rancori repressi, per lo più contenziosi su territori e altre risorse.
A settembre, ben prima dello scoppio del conflitto nel Tigray, secondo OIM (Organizzazione Internazionale per i Migranti), gli sfollati in tutto il Paese erano già oltre 1,2 milioni per altre ostilità in atto in varie regioni dell’Etiopia. Da tempo il secondo Paese più popolato del continente africano è teatro di continui scontri etnici.
Anche se l’Etiopia è unificata politicamente da secoli, la convivenza di più cento milioni di persone, appartenenti a oltre ottanta gruppi etnici, non è semplice. Molti osservatori ritengono che il federalismo etiopico, strutturato su basi etniche, potrebbe essere una delle cause delle rivalità comunitarie, una visione che però non è sempre condivisa.
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.