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Israele fornirà per 5 anni alla missione dell’ONU in Mali i sistemi di sicurezza

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
26 novembre 2020

Saranno i grandi gruppi industriali-militari israeliani a fornire i sistemi di sicurezza e d’intelligence per la “difesa” delle installazioni militari della missione delle Nazioni Unite di stabilizzazione politica del Mali.

Secondo un rapporto pubblicato dal sito specializzato Africa Intelligence, IAI – Israel Aerospace Industries, attraverso la controllata Advanced Technology Systems con sede in Belgio, ha firmato un contratto con l’ONU per assicurare la protezione esterna delle numerose basi utilizzate dalle forze di polizia e dai reparti militari assegnati alla missione internazionale MINUSMA (Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali). La durata prevista del contratto è di cinque anni.

Soldati della Minusma in pattugliamento
Soldati della Minusma in pattugliamento

IAI è il principale gruppo industriale aerospaziale e missilistico israeliano. Con più di 15.000 dipendenti e un fatturato annuo superiore ai 3.300 milioni di dollari, IAI ha il suo quartier generale nella città di Lod, a una quindicina di km. a sud-est di Tel Aviv. Specie nell’ultima decade le Israel Aerospace Industries hanno consolidato partnership strategiche con il colosso aerospaziale europeo Airbus e con le statunitensi Boeing, Lockheed Martin, General Dynamics e Raytheon.

Tra le componenti belliche prodotte compaiono soprattutto i recentissimi sistemi di difesa aerea “Iron Dome” e i sistemi anti-missile a corto e medio raggio “David’s Sling”, “Arrow-2” e “Arrow-3”, ma soprattutto i velivoli aerei a pilotaggio remoto “Heron”, in grado di sorvolare i teatri operativi per lunghi periodi di tempo ad altitudini medie.

Con funzioni di sorveglianza, monitoraggio, rilevamento e assistenza alle operazioni di combattimento, gli “Heron” sono stati utilizzati dalle forze armate israeliane nelle operazioni d’attacco a Gaza, Libiano e Siria. Alcuni velivoli sono stati acquistati anche dalle forze aeree di Australia, Canada, Francia, India, Germania e Turchia; le agenzie europee Frontex ed EMSA cui è affidato il controllo e la “sicurezza” della frontiere esterne UE, si sono affidate ai droni di IAI per le operazioni di “contenimento” dei flussi migratori nel Mediterraneo.

Gli “Heron” israeliani sono pure ben conosciuti in Mali: dall’1 novembre 2016 sono utilizzati infatti dall’esercito tedesco per il supporto aereo alla missione MINUSMA. Sino ad oggi questi droni hanno svolto nel martoriato paese africano più di 1.200 interventi con oltre 11.500 ore di volo. Qualche mese fa le forze armate della Germania hanno rinnovato sino al giugno 2021 (con un’opzione per un altro anno ancora) il contratto di servizio per i sistemi a pilotaggio remoto; il contractor è Airbus Defence and Space, rappresentante in Europa del gruppo IAI.

Sempre secondo Africa Intelligence, il contratto per la protezione delle installazioni militari in Mali è stato preceduto nel mese di giugno da un accordo delle Nazioni Unite con altre due importanti aziende militari israeliane, Elbit Systems e MER Group, per la fornitura di sofisticati sistemi di individuazione ed identificazione delle “minacce”, video-camere, apparecchiature di telerilevamento e droni, più relativi servizi di manutenzione e formazione del personale MINUSMA.

Caschi blu MINUSMA in Mali

Elbit Systems, interamente in mano alla finanza privata, è una delle maggiori aziende internazionali produttrici di centri di telecomunicazione, sistemi di comando e controllo, tecnologie di sorveglianza e per le guerre elettroniche e cyber. Uno dei “gioielli” di morte più noto è il drone-spia e killer “Hermes”, utilizzato dall’esercito israeliano durante il conflitto in Libano nel 2006 e contro obiettivi civili palestinesi a Gaza e Cisgiordania tra il  2008 e il 2014. MER Group è invece un’affermata azienda produttrice di sistemi d’intelligence con sede a Holon e filiali e uffici di rappresentanza in mezzo mondo (ben quindici nel continente africano).

La missione MINUSMA ha preso il via a seguito della Risoluzione n. 2100 del 25 aprile 2013 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per sostenere il processo politico di transizione e aiutare la stabilizzazione del Mali. Con la successiva Risoluzione n. 2164 del 25 giugno 2014, le Nazioni Unite hanno ampliato i compiti della missione internazionale alla ricostruzione e stabilizzazione della sicurezza e alla protezione dei civili; al sostegno del dialogo politico e della riconciliazione nazionale; all’assistenza al ristabilimento dell’autorità statale e alla “promozione e protezione dei diritti umani nel paese”.

Alla forza MINUSMA contribuiscono con proprie unità militari e di polizia 57 Paesi, schierati nelle principali città del Mali tra cui Kidal, Gao, Timbuctu, Mopti e la capitale Bamako. Alla data del 20 ottobre 2020 erano schierati nel paese africano 1.421 civili, 25 “esperti”, 1.695 poliziotti, 443 ufficiali, 12.956 membri di forze armate e 176 “volontari UN”, più 7 velivoli aerei (con e sena pilota) e 24 elicotteri. I paesi che più stanno contribuendo a MINUSMA in termini di personale sono il Bangladesh 1.601; la Guinea (1.512); il Ciad (1.456); il Burkina Faso: (1.255); l’ Egitto (1.208); il Togo (1.206); il Senegal (999); il Niger (867); la Costa d’Avorio (816); la Germania (429). L’Italia, invece, assegna annualmente alla missione internazionale sette ufficiali dell’Esercito, impiegati quale personale di staff nel Quartier Generale militare a Bamako.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Terroristi in azione in Mali: scontri, agguati e bombe situazione sempre più difficile

Calcio africano afflitto da lutti e scandali

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
25 novembre 2020

Lutti e scandali rattristano e affliggono il calcio africano. Tutto è successo in tre giorni. Se ne sono andati per sempre un grande dirigente ivoriano, vittima del Covid-19, e un ambasciatore sudafricano del pallone, vittima di una sciagura stradale. Per 5 anni, invece, è stato “espulso” dal mondo del pallone (illeciti finanziari) nientemeno che il numero 1 del football continentale e numero 2 di quello mondiale.

Augustin Sidy Diallo

L’infausta serie ha inizio sabato 21 novembre, quando la Fédération ivoirienne de football (FIF) ha annunciato “il decesso del presidente, Augustin Sidy Diallo e porge le sincere condoglianze alla sua famiglia biologica”.

Augustin Sidy Diallo aveva 61 anni ed era a capo dell’organismo dal 2011. Sotto la sua direzione, nel 2015, la nazionale ivoriana, i cosiddetti Elefanti, conquistò la Coppa d’Africa in Guinea Equatoriale.

Commosso il ricordo dell’indimenticabile campione Didier Drogba, 42 anni, ora fra i candidati a succedergli come presidente della Federazione della Costa d’Avorio: “La famiglia del calcio ivoriano, africano e mondiale perde uno dei suoi figli. Grazie di tutto presidente”.

Augustin Sidy Diallo era risultato positivo il 9 novembre. Per questo non aveva potuto essere presente alla doppia sfida Costa D’Avorio-Madagascar nel quadro delle qualificazioni della Coppa d’Africa 2021, il 12 novembre ad Abidjan (2-1 per i padroni di casa) e il 17 novembre a Toamasina (1-1).

Le sue condizioni si erano aggravate ed era stato trasferito in ospedale, dove sabato 21 è deceduto. “Era un uomo dal cuore grande, leale e onesto” –  ha commentato a Radio France Internationale, Beaumelle, 42 anni, francese, neo-allenatore della squadra e collaboratore dello scomparso -. “Te ne sei andato troppo presto e in modo ingiusto”. Con questo padre del calcio africano, scompare una seconda figura di rilevo a causa della pandemia: nella prima ondata, a fine marzo, aveva perso la sua battaglia Pape Diouf, 68 anni, illustre figlio del Senegal e presidente storico dell’Olympique di Marsiglia. https://www.africa-express.info/2020/04/04/pape-diouf-mortale-sconfitta-allultima-partita-quella-per-la-vita/

Calvin Anele Ngcongca

E’ poi spuntata l’alba tragica di lunedì 23 novembre. Sull’autostrada per Durban, nella provincia sudafricana KwaZulu Natal, ha perso la vita un pilastro del calcio sudafricano, Calvin Anele Ngcongca, 33 anni.

L’auto su cui viaggiava è finita fuori strada. Anele è stato sbalzato fuori dall’abitacolo ed è stato trovato senza vita a 30 metri di distanza. A darne la notizia sono stati la Polizia stradale e i club AmaZulu (di Durban) e Mamelodi Sundowns Fc (di Tshwane): il giocatore si stava per trasferire in prestito dal Mamelodi (secondo in classifica nella massima serie sudafricana) all’AmaZulu. Le due squadre si erano affrontate il giorno prima con vittoria per 4-3 di Mamelodi. Anele era diretto proprio a Durban per firmare il contratto e rafforzare AmaZulu (che galleggia in fondo alla classifica, al 12 posto).

Difensore e centrocampista della nazionale nota come Bafana Bafana, dove ha disputato ben 51 incontri in 7 anni fino al 2016, Ngcongca era considerato “ambasciatore del calcio”. Originario di Città del Capo, la sua figura imponente (era alto oltre un metro e 80) il suo aspetto elegante e il suo carattere generoso lo avevano reso popolarissimo nel suo Paese anche se per 8 anni (2007-2015) aveva giocato in Belgio, nel Genk, (era sceso in campo 279 volte) e poi in Francia nel Troyes (2015-2016). Era tornato a casa e indossato la maglia del Sundowns. Nel 2015 era stato inserito nella squadra del secolo unitamente al portiere del Real Madrid Thibaut Courtois e al centrocampista del Manchester City Kevin De Bruyne. Memorabile la sua presenza nella partita vittoriosa contro la Francia ai Mondiali sudafricani del 2010.

Suo collega e amico in Belgio era stato Kalidou Koulibaly, 29 anni, difensore senegalese del Napoli, affranto dalla terribile notizia. Koulibaly ha condiviso alcune foto sui social in compagnia dell’ex compagno con la scritta: “Riposa in pace, fratello”.

Ahmad Ahmad, presidente della Confederazione africana di Football (Caf)

Il medesimo giorno un’altra nube ha oscurato il pianeta calcio africano.

Il massimo organismo che governa questo sport, la Fifa, ha bandito per 5 anni Ahmad Ahmad e gli ha inflitto una multa di 200.000 franchi svizzeri (poco più di 180 mila euro). La sanzione pecuniaria fa riferimento – in particolare – all’organizzazione e finanziamento di un pellegrinaggio alla Mecca.

Di Ahmad, 60 anni, potente uomo politico malgascio e dinamico dirigente supremo del “pallone nero”, avevamo scritto l’11 giugno scorso. Già allora Ahmad Ahmad, presidente, appunto, della Confederazione africana di calcio (CAF) dal 2017, era finito nel mirino della magistratura francese che indaga su scandali finanziari. Era stato arrestato e subito liberato, ma era facile prevedere che la partita non fosse chiusa.

Ora è arrivato quello che sembra il disonorevole fischio finale, nonostante 3 anni di impegno per il calcio africano, anche per quello femminile.

E’ accusato di cattiva condotta finanziaria, da parte del Comitato etico della Fifa: “Ha violato il suo dovere di lealtà (articolo 15), offrendo e ricevendo doni e altri benefici (articolo 20), gestendo male i fondi (articolo 28) e abusando della sua posizione (articolo 25) di presidente della CAF”, ha scritto il Comitato etico, che gli ha mostrato il cartellino rosso per 5 anni. Per tutto questo lungo periodo dovrà stare lontano da “qualsiasi attività, amministrativa, sportiva o di altro genere, relativa al football, sia in campo nazionale sia in campo internazionale”.

Per Ahmad, comunque finisca questa poco onorevole vicenda, il 2020 è proprio un anno da dimenticare. Dopo la disavventura giudiziaria di brevissima durata a Parigi, a fine ottobre era risultato positivo al Covid 19 durante un viaggio in Marocco. La quarantena l’aveva trascorsa a Il Cairo e il suo posto era stato preso provvisoriamente dal vice Constant Selemani Omari, 62 anni, del Congo-K.

Il mandato interinale di Omari ora è stato prolungato in quanto – ha dichiarato il CAF – “la decisione presa dalla Fifa mette Ahmad Ahmad in una posizione tale da impedirgli l’esercizio delle sue responsabilità”.

Ahmad non intende arrendersi. Martedì 24 novembre si è incontrato con i suoi legali per preparare la strategia difensiva: presenterà appello al Tribunale arbitrale internazionale dello sport (Cas), che ha sede a Losanna. Aspettiamo i tempi supplementari.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Madagascar, Ahmad Ahmad numero 1 del calcio africano arrestato e subito liberato

Zimbabwe, uomo divorato dopo essere stato aggredito in casa da branco di iene

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
25 novembre 2020

Durante la notte, nella sua casa di paglia e fango, un uomo è stato attaccato e ammazzato da un branco di iene. I predatori-spazzini, dopo averlo trascinato per trecento metri, lo hanno divorato. Le impronte degli animali e i segni sul terreno erano evidente testimonianza del mortale assalto visibile agli occhi degli abitanti del villaggio e delle autorità. È accaduto la scorsa settimana a Mvuma, nell’area delle Midlands, 200 km a sud della capitale dello Zimbabwe, Harare.

Mappa dello Zimbabwe e di Mvuma dove le iene hanno divorato un uomo
Mappa dello Zimbabwe e di Mvuma dove le iene hanno divorato un uomo (Courtesy GoogleMaps)

I vicini non hanno sentito le urla

Si chiamava Tendai Maseka, aveva 46 anni e viveva solo. Era tornato a casa alle 23, dopo aver passato la serata al bar a bere birra con gli amici. Le iene lo hanno attaccano nella camera da letto trovata piena di sangue. Le urla della vittima, purtroppo, non sono state udite dagli abitanti del villaggio e fattorie vicine a causa della distanza tra le abitazioni. Una morte orribile che ha avuto conferma la mattina seguente. Un abitante del villaggio ha trovato i resti: gambe, braccia e la testa e ha avvisato la comunità le autorità.

Quelle iene minaccia per tutta la comunità

Tinashe Farawo, responsabile delle comunicazioni del Zimbabwe Parks & Wildlife Management Authority (Zimparks), ha confermato l’incidente e l’identità dell’uomo, scrive il Chronicle di Bulawayo. Ha confermato anche che quel branco, composto da sei iene, è diventato una minaccia per tutta la comunità. “Nei dintorni hanno già aggredito e sbranato del bestiame” – ha affermato – “i ranger di Zimparks le stanno cercando per ucciderle”.

Sessanta vittime in un anno per aggressione da animali selvatici

“Questa è la sessantesima vita umana persa solo quest’anno a causa del conflitto tra contadini e animali selvatici” – ha ammesso Farawo alla CNN. “La metà degli incidenti riguardava elefanti e almeno tre leoni”. E ha ricordato che le iene attaccano anche l’uomo. “Lo scorso anno due fratelli sono stati uccisi mentre raccoglievano della frutta. La causa è soprattutto la sovrappopolazione di animali, aggravata dalla distruzione dei loro habitat a causa dei cambiamenti climatici. E la pandemia da Covid-19 ha peggiorato le cose”.

Iene banchettano con una carogna
Iene banchettano con una carogna

Iene, animali in declino

Le iene (Crocuta crocuta) sono animali spazzini fondamentali nella savana in quanto puliscono l’ambiente dalle carogne. In Africa ha un vasto areale e una popolazione tra 27 mila e 47 mila esemplari. Nelle zone non protette è però considerato animale in declino a causa del bracconaggio e per la distruzione del suo habitat. L’organizzazione sociale della iena è matriarcale e quando caccia lo fa in gruppo, spesso rubando le prede a leoni e leopardi. Riuscendo a digerire anche le ossa e la pelle delle sue prede e delle carogne, ottiene il massimo dal suo nutrimento.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Sudafrica, famoso ambientalista sbranato dalle sue due leonesse bianche

 

Malawi, lottava contro i bracconieri: militare britannico ucciso da un elefante

In Zimbabwe turista tedesca uccisa da un elefante per una fotografia

“Colpiscilo in mezzo agli occhi”: cacciatori in Namibia abbattono elefante e il branco carica

Ethiopia blocked: increasingly difficult to verify what happens in Tigray

Africa ExPress
24 November 2020

Those who know the geography of Ethiopia know that the Tigray region lies in the far north of the country, on the border with Eritrea. It is a rugged, fascinating land with high mountains and narrow, sunburnt plains for most of the year. Its population is about 7 million inhabitants, more or less the same as in Serbia.

Those who know the recent history of Ethiopia know that during the war of liberation from the dictatorship of Mènghistu Hailé Mariàm the Tigray Peopel’s Liberation Front, (Tigrai Liberation Front,TPLF), fought for decades against the Ethiopian army, the Russians, Cubans and North Koreans. For years the Ethiopian army tried to defeat the guerrillas without success. Among the TPLF guerrillas was also Debretsion Ghebremichael, the current leader of Tigray.

He enlisted in the liberation front in 1970 and today, after a long guerrilla experience, he can count on an army of 250,000 soldiers between soldiers and militia (the Italian army has about 175,000 soldiers in service). It can also count on a fair number of officers, since, until 2018, the Ethiopian army was largely in the hands of tigrinya officers.

A few weeks ago the political conflict between the Tigray region and the central government of the Ethiopian Prime Minister, Abiy Ahmed, led to a bloody new conflict. Immediately communications with the war zones in the north of the country were cut off and the only certain and verifiable news is that of the Tigrinya exiles who, having fled the areas where the conflict raged and crossed the border, reached refugee camps in Sudan. There are now tens of thousands of them, each with its own story of violence to tell.

Other news scarcely verifiable, arrive through international channels, talking about rapid victories and rapid advances of the army of Addis Ababa. The last ones would concern the taking of Adigrat, the second city of the region. Adigrat is located in the far north of Tigrai, opposite the border with Eritrea. It is easy to reach from Eritrea but extremely complicated from Ethiopia. To the east there is the impassable dancala depression and from the south-west it is necessary to cross the whole region, passing through the cities of Adua. Menghistu had not succeeded, it would be a difficult task for any modern army and it seems unlikely, in such a short time, by the present Ethiopian army.

Adigrat, Tigray, Etiopia

In the meantime, the unverifiable news continues this morning. The 72-hour ultimatum issued by Ethiopian Prime Minister Abiy two days ago did not frighten the TPLF leaders.

While Addis Ababa has asked the Tigray government to surrender peacefully, Tesfaye Ayalew, Ethiopian troop general, has increased the dose and told Fana Broadcasting Corporate, affiliated to the state broadcaster, that there will be no mercy, and has asked civilians to leave Mekellé, the capital of Tigray, while there is still time. It was specified that government troops would be less than 60 kilometres from the city centre.

The TPLF spokesman, Getachew Reda, on the other hand, said in a speech on Tigray TV that their forces would completely destroy the 21st mechanised division of Ethiopian government forces.

In the meantime, the United States has also declared its support for the African Union, which is trying to start a mediation to end the conflict in Tigray.

It is difficult to verify what is really happening in the war zones but it is possible to expect a long and bloody war that the international community would have every interest in avoiding. At the end of the 72 hours that the Ethiopian government has granted for the surrender of the Tigray ruling party, we may know more about what is really happening in that unjustly forgotten area of the world.

Africa ExPress
@africexp

Credit photo: IHS Markit

Translated with www.DeepL.com/Translator (free version)

 

Etiopia bloccata: sempre più difficile verificare cosa accade nel Tigray

Africa ExPress
24 novembre 2020

Chi conosce la geografia dell’Etiopia sa che la regione del Tigray si trova all’estremo nord del Paese, al confine con l’Eritrea. Si tratta di una terra aspra, affascinante, con alte montagne e strette pianure bruciate dal sole, per gran parte dell’anno. La sua popolazione è di circa 7 milioni di abitanti, più o meno la stessa della Serbia.

Chi conosce la storia recente dell’Etiopia sa che durante la guerra di liberazione dalla dittatura di Mènghistu Hailé Mariàm il Tigray Peopel’s Liberation Front, (fronte di liberazione del Tigrai,TPLF), ha combattuto per decenni contro l’esercito etiopico, i russi, i cubani ed i nord coreani. Per anni l’esercito dell’Etiopia ha provato a sconfiggere i guerriglieri senza riuscirci. Tra i guerriglieri del TPLF c’era anche Debretsion Ghebremichael, l’attuale leader del Tigray.

Si era arruolato nel fronte di liberazione nel 1970 ed oggi, dopo una lunga esperienza da guerrigliero, può contare su un esercito di 250.000 soldati tra militari e milizia (l’esercito italiano ha circa 175.000 soldati in servizio). Può anche contare su un discreto numero di ufficiali, in quanto, fino al 2018, l’esercito etiopico era in gran parte in mano ad ufficiali di etnia tigrina.

Alcune settimane fa il contrasto politico tra la regione del Tigray ed il governo centrale del primo ministro etiope, Abiy Ahmed, ha portato ad un nuovo sanguinoso conflitto. Immediatamente sono state interrotte le comunicazioni con le aree di guerra nel nord del Paese e le uniche notizie certe e verificabili sono quelle degli esuli tigrini, che, fuggiti dalle zone dove infuria il conflitto e oltrepassato il confine, hanno raggiunto i campi profughi in Sudan. Sono ormai decine di migliaia, ognuno con la propria storia di violenze da raccontare.

Altre notizie, scarsamente verificabili, arrivano, tramite i canali internazionali, parlano di rapide vittorie e di veloci avanzate dell’esercito di Addis Abeba. Le ultime riguarderebbero la presa di Adigrat, la seconda città della regione. Adigrat si trova all’estremo Nord del Tigrai, di fronte al confine con l’Eritrea. E’ facile raggiungerla dall’Eritrea ma estremamente complicato dall’Etiopia. Ad est c’è l’impraticabile depressione dancala e da sud-ovest è necessario attraversare tutta la regione, passando dalle città di Adua. Non c’era riuscito Menghistu, sarebbe impresa ardua per qualsiasi esercito moderno ed appare improbabile, in un così breve tempo, da parte dell’attuale esercito etiopico.

Adigrat, Tigray, Etiopia

E intanto le notizie non verificabili si susseguono anche questa mattina. L’ultimatum di 72 ore emanato dal primo ministro etiope Abiy due giorni fa non ha spaventato i leader del TPLF.

Se da un lato Addis Ababa ha chiesto al governo del Tigray di arrendersi pacificamente, Tesfaye Ayalew, generale delle truppe etiopiche, ha rincarato la dose e ha dichiarato a Fana Broadcasting Corporate, affiliata all’emittente di Stato, che non ci sarà nessuna pietà, e ha chiesto ai civili di lasciare Mekellé, capoluogo del Tigray, finchè sono in tempo. E’ stato precisato che le truppe governative si troverebbero a meno di 60 chilometri dal centro della città.

Il portavoce del TPLF, Getachew Reda, invece, sostiene in un suo intervento alla TV del Tigray, che le loro forze avrebbero distrutto completamente la 21ma divisione meccanizzata delle forze del governo etiopico.

Intanto anche  gli Stati Uniti hanno dichiarato di appoggiare l’Unione Africana che sta tentando di avviare una mediazione per porre fine al conflitto in atto nel Tigray.

Difficile verificare cosa stia realmente accadendo nelle aree di guerra ma è possibile aspettarsi una lungo e sanguinoso conflitto che la comunità internazionale avrebbe tutto l’interesse ad evitare. Scadute le 72 ore che il Governo etiopico ha concesso, per la resa del partito al governo del Tigray, sapremo forse qualcosa in più su quanto stia realmente accadendo in quell’area, ingiustamente dimenticata del mondo.

Africa ExPress
@africexp

Credito Foto: IHS Markit

The ambassador of Ethiopia in Rome explain the point of view of her country

Africa ExPress
Rome, 23 November 2020

Africa ExPress contacted the ambassador of Ethiopia in Italy, Mrs Zenebu Tadesse Woldetsadik. Her Excellency provides answers to some common questions about the conflict in the country

H.E. Zenebu Tadesse Woldetsadik, Ethiopian Ambassador in Italy

1. What do you think are the main reasons behind the latest fighting in the Tigray region?

Since Prime Minister Abyi Ahmed came to power on April 2018, The TPLF criminal group sponsored trained and equipped any one that was willing to engage in violent and illegal acts in order to hinder the ongoing reform. However, the Federal Government tried to minimize differences by opening dialogue, negotiation and reconciliation over the past two years. The TPLF has rejected all peaceful options and defying Federal government and the Constitution, TPLF arranged an illegal election and declared the Federal Government as illegitimate. This is completely against the constitution and was publicly condemned by the parliament. After all this engagement, The TPLF has attacked the northern command of The Ethiopian National Defence Force on November 04, 2020.

This is the reason that triggered the law enforcement operation to start operation when TPLF crossed the redline November 4, 2020. The special force of this criminal group has attacked the northern command of the Ethiopian National Defence Forces that has been stationed in Tigray for the past 21 years. This surprise attack was causing unimaginable human suffering and showing extreme cruelty.

Therefore, the Government ordered the Federal Defence Forces to defend and restore law and order in the country. The Federal Government is responsible to establish and maintain the rule of law; protect and defend the Constitution and ensure peace and security of the nation. The law enforcement operation continues until such acts of cruelty and betrayal come to an end. The operation will end within a short period of time.

2. Are there any attempts of negotiations?

At this moment, there is no ground to seat with criminal groups who have committed the highest treason in the history. But this doesn’t mean that Federal

government has no concern for peaceful resolutions. Earlier the Federal government has tried its best by opening up the space for dialogues, negotiations and reconciliation by sending elders, prominent personality’s, religious leaders, women and youth but TPLF has rejected all the offered peaceful options.

Now the government is taking action to maintain rule of law and bringing the criminals to force of justice.

3. Is it true that people from Tigray have been side-lined in the last few years?

No absolutely it is not true. TPLF was a dominant political power in Ethiopia for almost three decades before current Prime Minister Abiy Ahmed came to power in 2018 by popular protest against oppressive, manipulative and corrupt TPLF. Examining not the last two to three years but also the current Federal government, you can get ministers, advisers to the PM, Commissioners and another high ranked official from Tigray. The Tigray people are getting whatever they supposed to get in all aspects.

The people of Tigray was/is side-lined by Ethiopia/Ethiopian is a false claim which cannot substantiate with evidence. Not only the vast people Tigray but also TPLF leaders were leading different ministries and higher institutions at federal level until TPLF called them to leave their higher post in the federal government as part of its multidimensional provocation.

The current law enforcement operation in Tigray doesn’t have an ethnic or other bias rather it targets the disgruntled and rogue members of the TPLF clique that have been destabilizing Ethiopia through direct and indirect activities.

il primo ministro etiopico Abiy Ahmed Ali

4. Ethiopian Prime Minister Mr. Abiy has been a light hope for the whole of African continent after he was awarded the peace Nobel Prize. Peoples are now wondering how a peace Nobel Prize can be at war in his own country. What is your opinion about it?

Prime Minister Abiy Ahmed is trying to sustain peace in the country. Wining the Noble Peace prize doesn’t mean he has to seat back while criminals puting the peace in the country at stake. At the outset, the federal government led by Prime Minister Abiy Ahmed is not in war with peace loving Tigray peoples. It is a law enforcement operation directed towards intransigent and rogue members of the TPLF clique that have been destabilizing Ethiopia and based themselves in Tigray.

In the last three years, the TPLF Junta have been busily engaged in sponsoring and training individuals and groups that destabilize the country and undermine the government reforms. Consequently the TPLF orchestrated ethnic and religious violence across all regions of Ethiopia. Knowing all these activities the federal government opt for negotiation, reconciliation and integration which seen as weakness before the TPLF faction. In the end, on 4 November, TPLF manipulated attacks carried out on the Ethiopian National Defence Force stationed in Tigray Regional State.

There is no country that tolerates attack on its National defence Force. On 13th November 2020, a Senior TPLF Member Sekuture Getachew, makes a shameless admission to have usurped all artilleries and undertaken a surprise and lightning strike on the Northern Command of Ethiopian National Defence Forces on local media called “Dimtse weyane”. In this regard, no constitutional order can tolerate such level of treason. That is why the federal government was compelled to launch the current law enforcement operations to defend and protect the constitutional order and uphold the rule of law.

Il primo ministro etiopico Abiy Ahmed (e sinistra) brinda alla pace con il dittatore eritreo Isaias Afeworki

5. A few days ago some rockets hit the Eritrean capital Asmara; do you think this conflict could put the peace process between Ethiopia and Eritrea in danger?

Ethiopia and Eritrea has solved the conflict and the “no peace no war” situation which existed for more than two decades when H.E. Abiy Ahmed came to power.

The two countries have understood the value of peace and there is no way they will go back to that situation again.

The intention behind the reckless action of the TPLF, hitting Eritrea with rockets, is to make the situation international and catch the attention of the international community. They assume that if they hit Eritrea, the Eritrea government will react and that will lead for the international actors to intervene. However the wise decisions of the leaders of the two governments abort this intention of the TPLF. The Government of Eritrea showed its recognition for the Federal government of Ethiopia that it will handle its internal situation by itself.

Therefore the action of the TPLF will not put the peace process between Ethiopia and Eritrea in Danger.

6. What is Ethiopian government doing to resolve the humanitarian crises that arise after the fighting?

Regarding issues raised on humanitarian aspects, the Government of the Federal Democratic Republic of Ethiopia has the primary responsibility to meet the basic needs of all Ethiopians, including those affected by the ongoing operation to ensure rule of law and bring the criminals to justice in the Tigray Regional State. Accordingly, the Government is taking all the necessary measures to Restore peace, security, law and order in the Tigray Regional State and ensure the full protection of civilians affected/that may be affected by the ongoing operation and Provide and deliver the needed assistance, including humanitarian assistance to those affected/that may be affected by the ongoing operation in the Tigray Regional State. And also through the Ministry of Peace, Administration of Refugees and Returnees and Disaster Risk, the government is working in close coordination with International Humanitarian Organization. Currently a team which responsible for repatriation of the citizen that are destabilized is formulated. The team is working on the ways to bring back our citizens to their palaces.

H.E. Zenebu Tadesse Woldetsadik

In Burkina Faso presidenziali segnate dal terrore per attacchi jihadisti

Africa ExPress
22 novembre 2020

Questa mattina 6,5 milioni di burkinabè sono stati chiamati alle urne per le presidenziali e le legislative. Un appuntamento importante per una popolazione che da anni non desidera altro che la pace. I candidati per la poltrona più ambita sono 13, mentre in 10mila si sono proposti per un seggio al parlamento.

Tornata elettorale in Burkina Faso

Una giovane donna di poco più di 25 anni si è recata la seggio con gli occhi pieni di lacrime al pensiero che due dei suoi fratelli, entrambi militari, sono morti qualche anno fa durante scontri con i jihadisti. “Voglio che il nostro futuro presidente sia all’altezza della crisi, dell’insicurezza che il mio Paese sta attraversando”, ha detto prima di entrare a votare. Dietro di lei tante altre donne, con la stessa speranza nel cuore.

Negli ultimi cinque anni sono morte oltre 1.600 persone per mano dei terroristi e oltre un milione hanno dovuto lasciare le proprie case a causa delle incessanti violenze.

Il presidente uscente, Roch Marc Christian Kaboré,  malgrado abbia dovuto incassare molte critiche, spera ugualmente di essere rieletto per il secondo mandato, ma insieme a lui si sono presentati ben altri 12 candidati. L’elettorato è diviso. C’è chi, malgrado tutto, perdona i molti errori commessi dall’attuale governo, anzi, difende Kaboré.

Altri, invece, vogliono un cambiamento, lamentano che non sia stato all’altezza del suo compito, di non aver saputo affrontare la crisi in atto: insicurezza, disoccupazione e quant’altro.

E non sono pochi coloro che sperano in una vittoria di Eddie Komboïgo, candidato del Congrès pour la démocratie et le progrès (CDP), partito dell’ex presidente Blaise  Compaoré, in esilio in Costa d’Avorio da 6 anni.

Infatti, un altro tema caldo durante queste elezioni è la riconciliazione nazionale e il ritorno dell’ex presidente.

Sta di fatto che le elezioni di oggi si sono svolte in un contesto piuttosto teso, a causa delle continue minacce dei terroristi, alcuni affiliati a al Qaeda, altri allo stato islamico e quasi un quinto del Burkina Faso è stata classificata come zona rossa dalla Commissione elettorale nazionale indipendente (CENI) e esclusa de facto dal voto.

Solo pochi giorni fa, l’11 novembre, in piena campagna elettorale, 14 soldati sono stati brutalmente ammazzati durante un’imboscata al loro convoglio mentre percorreva la strada di  Tin-Akoff, nella regione del Sahel. L’aggressione è stata poi rivendicata da EI (Etat islamique).

Terroristi in Burkina Faso

Malgrado un imponente spiegamento di forze (almeno 50mila tra polizia e militari), alcuni seggi non sono stati aperti, soprattutto nel nord e nell’est del Burkina Faso. Secondo CENI, diversi uffici di voto sono rimasti chiusi dietro consiglio delle forze dell’ordine, altri hanno chiuso subito, dopo che alcuni uomini armati hanno minacciato i responsabili dei seggi: “Qui non si svolgeranno le elezioni”. Molti cittadini hanno anche avuto paura di votare. Con le dita piene di inchiostro hanno temuto di essere presi di mira dai terroristi, ha riferito un candidato alle legislative nella regione del Sahel.

E già ieri, il giorno prima delle elezioni, l’opposizione ha denunciato possibili brogli. In particolare Zéphirin Diabré, leader del partito Union pour le progrès et le changement e candidato alla poltrona più ambita del Paese, ha sporto denuncia contro ignoti al procuratore di Faso (Procura presso il Tribunale delle grandi Istanze).

CENI prevede di annunciare i risultati elettorali entro domani, 23 novembre. Le urne sono state chiuse alle 18.00 e lo spoglio è iniziato immediatamente.

Africa ExPress
@africexp

Burkina Faso: ammazzato il grande Imam di Djibo, schierato contro i terroristi

 

 

Libri: “In viaggio con il mio violino”, autobiografia di Stéphane Grappelli

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Africa Express
Roma, 20 novembre 2020
di Maria Silva

“In viaggio con il mio violino” è il titolo italiano della autobiografia di Stéphane Grappelli, nei prossimi giorni in libreria.Ancora oggi, quando si parla di violino jazz, c’è solo un grande nome: Stéphane Grappelli.

Una vita durata quasi un secolo, tutta dentro il Novecento, un’infanzia sofferta, due guerre mondiali, l’incontro con Django Reinhardt, l’Hot Club de France, insomma una vita da leggenda che ancora – ma forse soprattutto – oggi affascina e appassiona, per la sua grande umanità, professionalità, tenacia, resilienza e grande senso dell’umorismo.

“Bastavano poche note strascicate del suo prezioso Guadagnini d’annata, per sprigionare una gioia di vivere d’altri tempi, con sentimento e brio dolcissimi” – scrisse il critico musicale Giacomo Pellicciotti all’indomani della sua morte avvenuta il primo dicembre del 1997 – “Ma la nostalgia non era quasi mai svenevole e sciropposo revival. Era piuttosto frutto di una cultura tradotta in linguaggio originale, inventato insieme a Django e ricco d’ influenze esotiche, ma senza dimenticare Ravel e Debussy.”

Ecco la parola magica: traduzione. Stéphane Grappelli (1908-1997) è stato un grande uomo capace di tradurre musicalmente una cultura, di aprirsi verso l’altro, con umiltà e grande slancio, senza paure. Del resto, tradurre significa proprio capire che siamo noi quello straniero che a volte temiamo: riconoscere questa alterità che ci compone può renderci persone migliori. E Stéphane Grappelli, insieme al suo grande amico manouche Django, ha fatto questo. Con la musica.

Hot Club de France Grappelli e Django
Hot Club de France Grappelli e Django

Per questo, o meglio anche per questo, trova la sua ragion d’essere la traduzione italiana della autobiografia di Stéphane Grappelli, con il titolo In viaggio con il mio violino, un’operazione editoriale dell’Associazione Gottifredo di Alatri (FR) e Ottotipi, casa editrice indipendente specializzata in libri di storia e critica musicale.

L’autobiografia, pubblicata in Francia nel 1992 con il titolo “Mon violon pour tout bagage”, è un memoir appassionante dove alla voce narrante di Stéphane si mescolano le voci dei tanti protagonisti della scena mondiale della musica. Grappelli fa un esame geografico dell’esperienza storica, di vita e di musica, con molta eleganza e un tocco straordinario di tenerezza, una lettura a ritroso di una vita da leggenda.

Orfano di madre a quattro anni; un padre, un hippie ante litteram, emigrato in Francia alla fine del 1800; la vita di ragazzo di strada nella Parigi descritta da Émile Zola, quella delle foto di Robert Doisneau e di Emile Savitry; l’incontro con Django; l’Hot Club de France; le delusioni; le guerre; gli incontri; la voglia di imparare sempre; e un grande smisurato amore per il suo violino – emblema, oltre che permanente tentativo di riscatto – e la continua ricerca delle sue radici, anche quando è diventato un “mostro della musica”.

Copertina del libro su Stephane Grappelli
Copertina dell’autobografia del violinista Stéphane Grappelli

Le trova finalmente in una città storica del Basso Lazio, Alatri, nella torre che, chissà se per caso, porta proprio il suo nome. Nel piccolo giardino, sotto un arbusto di bacche bianche, Stéphane ha voluto che fossero unite le sue ceneri a quelle di suo padre, ai piedi della Torre Grappelli.

Fino alla sua morte, continuerà a visitarla, per ascoltare in silenzio il suono della lingua, il respiro delle sue origini che volle trovare “in una periferia della provincia italiana, dentro una torre che, forse per caso, porta il suo nome, pur depurato della ‘i’ finale francesizzata da un accento, spia della sua emigrazione e segno identitario, ridotto al grado zero, di un artistico vagabondaggio.”

Il progetto della traduzione dell’autobiografia del grande violinista nasce proprio dalla storia nascosta delle ceneri del grande violinista nel giardino di Palazzo Grappelli di Alatri, nasce da una Torre e da un sinforicarpo, un arbusto di bacche bianche, che custodiscono un pugno di ceneri del maestro, come scrivono nei due testi che chiudono l’edizione italiana, Tarcisio Tarquini – presidente dell’Associazione Gottifredo – e Paola Rolletta – traduttrice e curatrice dell’edizione italiana.

Alatri, 1991, Stéphane Grappelli nella città di suo padre Ernesto
Alatri, 1991, Stéphane Grappelli nella città di suo padre Ernesto, (foto di Joseph Oldenhove)

In viaggio con il mio violino – 192 pagine con fotografie e un digital drawing di Mario Ritarossi – è già disponibile presso l’ Associazione Gottifredo. Basterà inviare la richiesta a: ass.palazzogottifredo@gmail.com
E nelle prossime settimane in tutte le librerie italiane.

Maria Silva

 

Museveni resiste al potere in Uganda e la folla si scatena: 37 morti

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Africa ExPress
21 novembre 2020

Nelle strade di Kampala, la capitale dell’Uganda,  si sente ancora l’odore del sangue e il Paese è sotto shock. Durante diverse manifestazioni che si sono svolte in questi giorni per supportare il candidato alle presidenziali, Robert Kyagulanyi, noto come Bobi Wine, la polizia non ha esitato sparare contro i manifesta tanti con pallottole vere.

Scontri tra polizia e manifestanti in Uganda

Wine, popstar molto amato e conosciuto nel Paese, è il maggiore avversario del presidente uscente, Yoweri Museveni, nella prossima tornata elettorale, prevista per il metà gennaio 2021.

Robert Kyagulanyi è stato arrestato due giorni fa, poi rilasciato su cauzione, con l’accusa di non aver osservato le restrizioni volte a arginare la pandemia. Il candidato alla poltrona più ambita del Paese avrebbe radunato oltre 200 persone. Un assembramento, secondo le forze dell’ordine, mentre i suoi avvocati hanno replicato che il governo usa le misure anti Covid-19 per impedire di fare campagna elettorale. Altri candidati hanno sospeso i comizi per paura di proteste. Wine dovrà ripresentarsi in Tribunale il 18 dicembre prossimo.

L’arresto della popstar ha scatenato la rabbia dei suoi supporter, che sono scesi nelle strade di Kampala nuovamente ieri mattina. Le autorità hanno sguinzagliato anche l’esercito per aiutare la polizia a disperdere i manifestanti inferociti. Centinaia di simpatizzanti di Wine sono stati arrestati, le forze dell’ordine hanno utilizzato gas lacrimogeni, idranti e non hanno esitato a sparare contro la folla.

Il portavoce della polizia, Fred Enanga, ha detto che i dimostranti arrestati si sono macchiati di violenze,  vandalismi,  intimidazioni verso persone che non sono del partito di Wine, il National Unity Platform (NUP).

Il sottosegretario di Stato alla Sicurezza, Elly Tumwine ha messo bene in chiaro che la polizia è autorizzata a sparare contro i manifestanti  se questi superano un certo grado di violenza. E, durante gli scontri con le forze dell’ordine, sarebbero stati feriti ben 11 agenti.

Secondo le autorità, i morti sarebbero 28. L’Agenzia di stampa AP (Agency Press) ha consultato anche un patologo della polizia e il capo dei servizi sanitari dello stesso corpo, entrambi hanno affermato che le salme nell’obitorio sono ben 37.

A sinistra, il presidente ugandese uscente, Yoweni Museveni, a destra il cantante e candidato alle presidenziali, Bobi Wine

Wine è un avversario pericoloso per Museveni, che vorrebbe restare al potere per sempre. Al potere dal 1986, già nel 2005 era riuscito a far apportare delle modifiche alla Costituzione; allora era stato rimosso il limite di due soli mandati presidenziali. Mentre grazie a un emendamento votato in Parlamento nel 2017, la 76enne  vecchia volpe può dunque ricandidarsi alle prossime elezioni per il sesto mandato. E chissà, se il buon Dio gli dà lunga vita, forse anche ad un altro ancora.

Africa ExPress
@africexp

Violenze pre elettorali in Uganda: arrestato e torturato deputato ma il presidente nega

 

 

 

Etiopia: la guerra infuria e per salvare la pelle la gente scappa in Sudan

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Africa ExPress
20 novembre 2020

Il conflitto che si sta consumando in Etiopia da poco più di due settimane si sta trasformando in un’emergenza umanitaria. Oltre 30mila persone hanno già varcato la frontiera con il Sudan per fuggire alle violenze. Finora lo stato di salute delle persone in arrivo è abbastanza buono, riferisce Rachid AlDaou, un operatore della Commissione sudanese per i rifugiati.

Rifugiati cercano protezione dal conflitto etiopico in Sudan

Diverse organizzazioni umanitarie, le autorità sudanese e le comunità locali stanno assistendo, per quanto possibile, i fuggiaschi, distribuendo cibo e beni di prima necessità, installando punti d’acqua, montando tende e altri ripari provvisori. Con il continuo arrivo di nuovi rifugiati, dislocati in due campi già esistenti e in uno nuovo, aperto di recente, il lavoro degli operatori umanitari diventa sempre più gravoso e difficile.

Altri disperati sono sfollati nel Tigray. OCHA, Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, afferma che solo pochi tra questi riescono a ricevere assistenza, Nella regione il governo centrale ha imposto lo stato di emergenza per sei mesi. La maggior parte delle vie d’accesso sono bloccate, telecomunicazioni e internet sono state interrotte, scarseggiano cash e petrolio che rendono davvero difficile dare una risposta concreta alle necessità alla gente, in particolare alle persone più vulnerabili che hanno dovuto abbandonare le loro case.

E proprio per i sigilli imposti alle comunicazioni di qualsiasi genere, è davvero difficile reperire e controllare le notizie provenienti dal Tigray. E’ finora certo, comunque, che dal 4 novembre – inizio delle ostilità – a oggi, siano morte centinaia di persone da entrambe le parti.

Il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed, sostiene che le sue truppe hanno riportato una serie di vittorie e che presto entreranno nel capoluogo del Tigray, Makallè, città che conta mezzo milione di abitanti, è situata su un altopiano e sede del governo ribelle presieduto da Debretsion Gebremichael e leader del TPLF (Tigray People’s Liberation Front). Ieri è stata bombardata l’università di Makallé. Finora non sono giunte notizie se qualcuno è stato ferito o ucciso.

Etiopia

I combattimenti nella regione si stanno spostando verso il nord, dove sono ospitati quasi centomila profughi eritrei, fuggiti negli anni dalla dittatura di Asmara. Ora nei campi che ospitano i poveracci manca la corrente elettrica, il gasolio per far funzionare i generatori e da giorni non c’è acqua potabile. Lo ha riferito il portavoce delle Nazioni Unite, Stephane Dujarric.

Questa notte, invece, le truppe di TPLF hanno lanciato missili a Bahir Dar, il capoluogo del vicino Amhara state, le cui milizie sono state accusate di combattere insieme alle truppe governative contro quelle tigrine.
Fonti ufficiali dell’Ahmara hanno riferito che le esplosioni non avrebbero causato danni.

Tibor Nagy, responsabile per l’Africa del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, ha nuovamente espresso grande preoccupazione per l’espandersi del conflitto, che ormai sta coinvolgendo anche Somalia, Sudan e l’Eritrea, la cui capitale Asmara è stata raggiunta da missili del TPLF lo scorso fine settimana.
Nagy ha anche sottolineato che a questo punto sembra evidente che nessuna delle parti – Abiy e Debretsion – siano più interessati a una mediazione. Intanto 17 senatori statunitensi hanno inviato una lettera al segretario di Stato Mike Pompeo con la richiesta di contattare il primo ministro etiope per un immediato cessate il fuoco.

Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS

Nella giornata di ieri il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, originario del Tigray, è stato accusato dal capo di Stato maggiore dell’esercito, Berhanu Jula, di supportare il TPLF, di cercare di procurare armi e supporto diplomatico dai Paesi vicini. Tedros ha respinto energicamente tutte le accuse. Il capo dell’OMS è stato ministro della salute dal 2005 al 2012 quando Meles Zenawi era primo ministro dell’Etiopia. Meles è deceduto nel 2012.

Il conflitto in atto ha scosso anche il comitato Nobel, che istituisce il Premio Nobel per la Pace, del quale il premier etiope è stato insignito nel 2019; ha fatto sentire la sua voce, chiedendo a Abiy di evitare una guerra civile nel suo Paese.

In Etiopia i tigrini hanno dominato la scena politica e militare per quasi trent’anni, fino all’arrivo di Abiy, che ricopre l’incarico di primo ministro da aprile 2018. Non è stato eletto, bensì nominato dalla coalizione al governo, l’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front, dopo le dimissioni del suo predecessore Hailemariam Desalegn. Il TPLF, in quanto si è sentito emarginato dalle autorità di Addis, ha lasciato la coalizione al potere lo scorso anno.
Si sono sentiti offesi, perché presi di mira e accusati di corruzione e sostengono che il primo ministro occupi la poltrona illegalmente, in quanto il suo mandato è scaduto e le elezioni sono state rinviate a causa della pandemia.

I dissensi tra Addis Ababa e Makallé si sono intensificati a settembre, quando il Tigray ha indetto votazioni regionali contro il parere del governo centrale.

Addis Ababa ha lanciato un’offensiva nella regione ribelle il 4 novembre scorso in seguito a un attacco effettuato da TPLF a una base di Makallé

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Abiy Ahmed nuovo primo ministro dell’Etiopia giurerà lunedì dopo Pasqua

 

Etiopia: bombardamenti in Tigray si inasprisce il conflitto con Addis Ababa

 

Abiy Ahmed nuovo primo ministro dell’Etiopia giurerà lunedì dopo Pasqua