Grazie a un’inchiesta giornalistica della BBC sono stati arrestati tre medici a Nairobi, coinvolti in un losco traffico di bambini.
I piccoli venivano portati via senza autorizzazione da cliniche illegali e da un ospedale pubblico di Nairobi per essere poi venduti per il modico prezzo di 400 dollari.
Hillary Mutyambai, ispettrice generale della polizia ha confermato che i dottori sono implicati in questo terribile commercio di piccoli e indifesi esseri umani. Gli indiziati non hanno rilasciati commenti contro le gravi accuse mosse nei loro confronti.
L’indagine della testata con sede a Londra ha portato alla luce un commercio di bambini, rubati a madri vulnerabili, senza fissa dimora, che spesso vivevano per strada e l’esistenza di cliniche non autorizzate, disseminate un po’ ovunque nella capitale keniota, che vendevano neonati.
In questa storia è coinvolto per reato di corruzione anche il Mama Lucy Kibaki, un nosocomio pubblico.
Fred Leparan, un assistente sociale dell’ospedale, è accusato di aver venduto un bimbo abbandonato di solo due settimane a reporter sotto copertura e di aver poi accettato un compenso di 2.700 dollari.
Simon Chelugui, ministro per gli Affari sociali ha ammesso che i servizi per la protezione dei minori deve essere assolutamente implementato.
Non esistono statistiche sul traffico di bambini nel Paese, ma la ONG Missing Child Kenya sostiene che negli ultimo tre anni sono stati rapiti almeno 600 bambini a scopo di lucro.
Una dei tre arrestati per traffico di bambini a Nairobi, Kenya
Il giorno stesso della pubblicazione dell’inchiesta, è stata immediatamente indetta una riunione alla quale hanno partecipato alti funzionari, l’ispettore generale della polizia, il ministro per gli Affari sociali, nonché il portavoce del governo. E il giorno seguente sono stati effettuati tre arresti. Grazie alla BBC è stata scoperchiata un’associazione a delinquere, della quale fanno parte medici e trafficanti di minori.
Ora i kenioti vogliono avere risposte chiare; la popolazione si chiede perché ci è voluta l’indagine di un giornale per far luce su questa squallida e triste storia, che coinvolge persino medici senza scrupoli, pronti a approfittare di donne fragili e di neonati inermi.
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus 18 novembre 2020
Altro giro di vite sulla libertà di stampa in Zimbabwe. L’ultima vittima è il giornalista Hopewell Chin’ono incarcerato addirittura nella Chikurubi Prison, un carcere maschile di massima sicurezza.
La Chikurubi prison, carcere di massima sicurezza (Courtesy GoogleMaps)
Chi è Hopewell Chin’ono
Chin’ono, 49 anni, zimbabwiano, è un famoso giornalista radio-televisivo e della carta stampata. Pluripremiato, è regista autore di documentari e ha lavorato anche per il New York Times e per la BBC. La CNN lo ha eletto “Giornalista africano dell’anno”. Nel 2020, Hopewell ha attaccato il ministero della Salute su presunte frodi negli appalti di Covid-19 per 60 milioni di USD di medicinali. Il ministro della Salute, Obadiah Moyo, è stato arrestato e licenziato direttamente dal capo dello Stato, Emmerson Mnangagwa.
Il giornalista resta in carcere
Neanche l’udienza del 18 novembre è servita a scarcerarlo. “Ad Harare, giornalista freelance @daddyhope rimarrà in prigione – comunica su Twitter gruppo di Avvocati dello Zimbabwe per i diritti umani (ZLHR) -. Venerdì (20 novembre, ndr) conoscerà l’esito del suo appello su cauzione. La decisione dopo che il giudice, Tawanda Chitapi, avrà ascoltato le argomentazioni dei suoi avvocati e di quelli che rappresentano lo Stato”. Il giornalista era stato arrestato anche a luglio, e poi rilasciato, per aver denunciano la corruzione dello Zimbabwe attraverso i social.
Hopewell Chin’ono in tribunale
La denuncia di Amnesty
Anche Amnesty International denuncia il trattamento “speciale” riservato a Hopewell Chin’ono. Lo fa attraverso Muleya Mwananyanda, vicedirettore per l’Africa meridionale. “La sua continua detenzione preventiva è una violazione dei suoi diritti umani. Non avrebbe mai dovuto passare una sola notte nella prigione di massima sicurezza di Chikurubi, poiché è detenuto esclusivamente per il suo lavoro giornalistico”. E accusa il governo di utilizzare questa tattica fermare le voci critiche attraverso l’uso improprio del sistema di giustizia penale.
L’ong per i diritti umani accusa le autorità prendere di mira Hopewell per aver esercitato il suo diritto alla libertà di espressione. “Deve essere rilasciato immediatamente e incondizionatamente e tutte le accuse contro di lui dovrebbero essere ritirate” – afferma Mwananyanda.
Hopewell Chin’ono è stato arrestato il 3 novembre con l’accusa di aver ostacolato il corso della giustizia. Secondo le autorità, Chin’ono attraverso fonti anonime ha avuto accesso a documenti dell’Autorità Nazionale del Procuratore (NPA). Ha quindi avuto accesso a documenti riservati dei pubblici ministeri, che il 25 ottobre, avrebbe pubblicato sui social media.
Hopewell Chin’ono
Due pesi e due misure confermano la corruzione
Queste informazione riguardavano Henrietta Rushwaya, zimbabwiana che arrestata all’aeroporto internazionale di Harare mentre cercava di contrabbandare oro. Alla donna sarebbe stata concessa la libertà su cauzione senza alcuna opposizione da parte dei funzionari dell’NPA. Ciò che le autorità, fino ad ora, non hanno concesso a Chin’ono.
La campagna #JournalismIsNotaCrime a favore di Chin’ono
A suo favore, su Twitter, dopo la campagna #JournalismIsNotACrime (il giornalismo non è un crimine) è partita la campagna #FreeHope. Quella che, oltre a chiedere la sua liberazione ha come significato “liberare la speranza”. Eppure, una delle prime promesse fatte al popolo zimbabwiano da Emmerson Mnangagwa appena insediato alla presidenza era stata la lotta alla corruzione. E aveva iniziato bene con l’arresto di due ex ministri del presidente-dittatore Robert Mugabe.
Speciale per Africa ExPress Remigio Benni
Novembre 2020
‘’Mai più stragi nel Mediterraneo’’: è il titolo, che sicuramente agli scettici (e ‘’informati’’) di sempre suonerà velleitario, di una petizione, partita da Lecce, dal Salento – con adesioni raccolte già nel resto d’Italia – per indurre il nostro governo e le istituzioni europee a togliere ogni ostacolo burocratico e legislativo ai soccorsi ai migranti che continuano ogni giorno a perdere la vita in mare dopo essersi salvati miracolosamente dalle torture e dalle condizioni disastrose delle prigioni libiche e dalle pericolose traversate del deserto. La petizione si rivolge al governo italiano, alla Commissione Europea, al Parlamento Europeo, al Consiglio d’ Europa.
Stragi nel Mediterraneo
Nel solo mese di settembre 2020 nel Mediterraneo sono morte 200 persone (110 in un giorno solo, il 21 settembre) per l’impossibilità di soccorrere tutte le persone che erano su barconi o altri natanti naufragati. E dal 2014, secondo le stime dell’ Organizzazione Mondiale per l’ Immigrazione (Oim), i migranti morti nel Mediterraneo sono molti di più di 20mila. Una piccola città, i cui abitanti sono ignorati dalla maggior parte di noi e rimarranno ignoti per sempre.
Mentre sulla terra ci si affanna tra mille paure e milioni di contraddizioni a difendersi dal terribile nemico silenzioso ‘covid 19’ che può assalirci in qualsiasi momento e dal quale sembra realmente difenderci solo il caso, insieme all’impegno di ‘’restare in casa’’ o ‘’non frequentare assembramenti’’, dimentichiamo o rischiamo di ignorare che in mare, nel cosiddetto ‘’mare nostrum’’ che tanto ha inorgoglito in passato, ogni giorno si ripete la tragedia dei migranti naufraghi.
E sì che tanto la Costituzione italiana, quanto i principi istitutivi dell’Unione Europea, oltre che la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, prevedono garanzie per i diritti fondamentali delle persone.
E’ davvero incredibile che, come i negazionisti ancora pensano che il virus che sta infettando il mondo e provocando morti a centinaia di migliaia non esista e che le misure di difesa imposte dalle autorità facciano parte di un complotto irrazionale, così una parte consistente del mondo ‘’civile’’ continui a difendersi da disperati che cercano di raggiungere condizioni migliori di vita.
I migranti che hanno lasciato Paesi in guerra o dittature sanguinose o impossibilità di avere un lavoro ed un reddito sono spesso oggetto di valutazioni ciniche e prive di alcun senso di umanità, tant’è vero che sia in Italia che in altri paesi europei legislazioni ingiuste e in violazione di conclamati principi di diritto internazionale, normative in vigore limitano fortemente l’accesso, il transito e la sosta delle organizzazioni non governative nel mediterraneo. E poco importa che i comandanti delle navi che hanno compiuto soccorsi vengano assolti regolarmente dai reati inesistenti di cui sono stati accusati, perché si continuano a considerare illecite le azioni dei soccorritori volontari.
Possiamo mai pensare di tentare individualmente di salvarci da una pandemia devastante e lasciar morire migliaia di migranti che hanno il torto di voler vivere meglio di quanto consentano loro i paesi in cui sono nati, molti del continente africano, e nei quali spesso organizzazioni multinazionali continuano a speculare sullo sfruttamento di risorse naturali e umane?
E’ difficile avere notizie precise e in tempo reale di quanto succede davvero sul terreno tra le forze del marocchine e gli indipendentisti del fronte Polisario nel Sahara occidentale.
La scorsa settimana i “ribelli” hanno affermato che il cessate il fuoco, firmato nel 1991 sotto l’egida dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, è stato violato. Infatti venerdì scorso il Marocco aveva annunciato di aver lanciato un operazione militare nella zona cuscinetto di Guerguerat, al confine della Mauritania, che Rabat e i separatisti del Fronte Polisario si contendono da decenni.
Secondo quanto si apprende, per manifestare il loro disappunto per il rinvio del referendum sull’indipendenza che il popolo saharawi rivendica da anni, alcuni attivisti si sarebbero infiltrati nella zona cuscinetto, impedendo il traffico di persone e merci.
La frontiera con la Mauritania è stata riaperta il 14 novembre dopo un blocco di ben tre settimane. Decine e decine di camion, bloccati da entrambe le parti, hanno potuto così attraversare il valico dopo l’annuncio ufficiale della messa in sicurezza dell’area da parte delle truppe marocchine.
La comunità internazionale, compresa la Spagna, ex colonizzatore dei territori, nonché Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione Africana, della quale sia il Marocco che la Repubblica Araba Sahrawi Democratica fanno parte, avevano espresso grande preoccupazione per il riaccendersi del conflitto. Durante il 28esimo vertice (30 gennaio 2017) dell’UA il Marocco era stato riammesso. Aveva abbandonato l’Organizzazione nel 1984 per protesta contro l’ammissione della RASD. L’Unione Africana è composta da ben cinquantacinque Stati.
MINURSO, missione di pace delle Nazioni Unite nel Sahara Occidentale, ha confermato di essere stata informata da entrambe le parti (Marocco e Fronte Polisario), che nella notte tra domenica e lunedì sono stati sparati colpi in diversi punti. E i “ribelli” hanno ammesso di aver lanciato un attacco contro il muro di difesa marocchino. La missione ONU ha chiesto a entrambe le parti di “darsi una regolata” e di intraprendere tutti i passi necessari per diminuire la tensione in atto.
Intervento militare delle truppe marocchine
Antonio Guterres, segretario generale del Palazzo di Vetro ha sentito telefonicamente il re del Marocco, Mohamed VI, che ha sottolineato di attenersi al “cessate il fuoco”, precisando però di essere pronto a intervenire ogni qualvolta sarà minacciata la sicurezza del suo Paese.
Dal canto suo il Polisario ha detto che la guerra terminerà solo con la fine dell’occupazione del Sahara occidentale controllato dal Marocco e la piena applicazione dell’accordo del 1991, che prevede anche il referendum sull’autodeterminazione.
Brem, il muro di sabbia costruito dal Marocco nel Sahara occidentale
El Guerguerat, un piccolo villaggio nell’estremo Sud-Ovest del Sahara occidentale e zona di confine con la Mauritania è al di fuori del berm (lett. il “muro”), lo sbarramento costruito dal Marocco a partire dal 1980. Il muro di sabbia, lungo 2,7 chilometri che si estende da sud-ovest a nord-est, separa la parte marocchina (80 per cento dei territori) dal restante 20 per cento controllato de facto dalla RASD, cioè dal Fronte Polisario.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
16 novembre 2020
Una maxi-esercitazione militare delle forze di pronto intervento USA di stanza nelle basi italiane si è tenuta segretamente dal 6 al 9 novembre in Nord Africa. A renderlo noto, una settimana dopo, il Comando di U.S. Africom di Stoccarda che sovrintende a tutte le operazioni delle forze armate degli Stati Uniti d’America nel continente africano.
Andrew Rohling, generale USA con Belkhir El Farouk, generale delle forze armate del Regno del Marocco
“Elementi di US Army, del Corpo dei Marines e dell’Air Force hanno condotto un test completo di risposta rapida in situazione di crisi”, riporta la nota del Comando di U.S. Africom. “L’esercitazione denominata Judicious Activation (attivazione giudiziosa, n.d.a.) ha preso il via alle prime ore di venerdì 6 novembre con un ordine d’allerta e senza preavviso ai reparti USA destinatari e ospitati in Italia, Spagna e Germania. I militari partecipanti si sono poi ricongiunti tutti nella stazione aeronavale (NAS) di Sigonella in Italia meridionale, sotto il comando e il controllo di Southern European Task Force – SETAF”. SETAF o anche USARAF (United States Army Africa) è il comando delle forze terrestri statunitensi destinate ad operare in Africa e ha sede nella caserma “Ederle” a Vicenza.
“L’esercitazione – aggiunge U.S. Africom – ha sperimentato le capacità di dispiegamento senza avvertimento della North and West Africa Response Force, la forza di pronto intervento per l’Africa settentrionale e occidentale a disposizione del nostro Comando, composta da elementi della 173^ Brigata Aviotrasportata e della Southern European Task Force di Vicenza, Italia, del Corpo dei Marines e dell’Aeronautica militare USA provenienti rispettivamente dalla Spagna e dalla Germania”.
I paracadutisti della 173^ Brigata Aviotrasportata di Vicenza (noti anche come Sky Soldiers) hanno raggiunto NAS Sigonella a bordo di un grande velivolo da trasporto Boeing C-17 “Globemaster III” di US Air Force, decollato dallo scalo aereo di Aviano (Pordenone). I marines sono invece giunti in Sicilia dalla base aera spagnola di Moròn utilizzando i convertiplani MV-22 “Osprey” (falco pescatore), sofisticati velivoli da guerra che decollano come un elicottero e volano come normali aerei.
Le operazioni di rifornimento in volo dei velivoli durante l’esercitazione in Nord Africa e nel Mediterraneo centrale sono state assicurate da un aereo cisterna di US Air Force, con il supporto del Marine Medium Tiltrotor Squadron 266, uno squadrone del Corpo dei Marines destinato al trasporto aereo di uomini e mezzi e il cui comando ha sede nella base aerea di New River, North Caroline. L’MMTS-266 era stato rischierato a Sigonella un paio di mesi fa per partecipare a missioni operative ed esercitazioni multinazionali in Africa e in Medio Oriente, sostituendo nella base siciliana un reparto “gemello”, il Marine Medium Tiltrotor Squadron 263.
La vera novità di Judicious Activation è stata però il “battesimo operativo” della North and West Africa Response Force che dai primi di ottobre 2020 ha assunto i compiti e le finalità operative della Special Purpose Marine Air-Ground Task Force-Crisis Response-Africa, la forza di pronto intervento aero-terrestre dei Marines per il continente africano, istituita dal Pentagono nel 2011 dopo la guerra USA-Nato contro la Libia.
“Noi adesso siamo ancora più forti con questo team interforze e questa nuova struttura assicura una risposta veloce ed agile alle crisi che colpiscono il continente”, ha dichiarato il generale Andrew M. Rohling, comandante in capo di SETAF-USARAF di Vicenza. “Anche in una situazione degradata dalla pandemia globale da Covid-19, la North and West Africa Response Force si è dispiegata con successo, evidenziando le sue capacità di allerta, smistamento, trasferimento, conduzione e pianificazione dinamica delle operazioni in tempi ristrettissimi”.
Il generale Rohling non ha voluto fornire altre informazioni sulla neo-costituita forza di pronto intervento. E’ rimasto così top secret il numero dei militari che la compongono, anche se è presumibile che esso varierà di volta in volta secondo la portata dell’intervento USA in un conflitto o una “crisi” in territorio africano. Di certo è che accanto ai marines di Moròn opera adesso il reparto d’eccellenza aviotrasportato dell’Esercito di stanza in Veneto e che le grandi basi USA e NATO italiane come Vicenza “Ederle” e “Dal Molin”, Aviano, Camp Darby (l’hub toscano per la movimentazione di uomini e mezzi pesanti delle forze terrestri statunitensi), Napoli e Sigonella avranno un ruolo ancora più determinate per la proiezione e la penetrazione militare statunitense nel continente nero.
Lo Special Purpose Marine Air-Ground Task Force-Crisis Response-Africa (SPMAGTF-CR-AF) svolgeva un ampio spettro di compiti militari in Africa, in particolare l’addestramento e la formazione delle forze armate dei paesi partner degli Stati Uniti nella “lotta al terrorismo”; la conduzione di esercitazioni con le forze di polizia africane in “tecniche di contenimento delle folle” e pronto intervento per reprimere manifestazioni non autorizzate; la “protezione” delle ambasciate e di infrastrutture strategiche USA; l’evacuazione di personale militare e diplomatici; il supporto tecnico-logistico ai mezzi di guerra; l’assistenza in caso di emergenze e disastri, ecc.. Ad essa erano assegnati sino a 850 marines, con basi a Moròn e Sigonella.
A metà ottobre, l’ultimo comandante della Special Purpose Marine Air-Ground Task Force, il generale Stephen M. Neary, era stato rimosso dall’incarico dal Comando generale del Corpo dei Marines per alcune offensive frasi razziste a danno di alcuni sottoposti afrodiscendenti che egli avrebbe espresso nel corso di un evento pubblico a Boeblingen, Germania, nell’agosto del 2020. In passato il generale aveva ricoperto anche l’incarico di vicecomandante della II Marine Expeditionary Force a Camp Lejeune, in North Caroline, nonché di comandante di un battaglione dei Marines in Iraq, a Fallujah e Ramadi.
Il conflitto interno etiopico si inasprisce di ora in ora e rischia davvero di destabilizzare il Corno d’Africa.
Pochi giorni fa, il presidente del Tigray, Debretsion Gebremichael, aveva accusato l’Eritrea di aver inviato militari oltre confine, di aver attaccato con armi pesanti Humera, in prossimità della frontiera. La risposta del Tigray People’s Liberation Front (TPLF) è arrivata ieri, i loro missili hanno raggiunto Asmara, la capitale del Paese rivierasco. La presenza eritrea è stata negata dal regime, ma confermata da diverse fonti attendibili.
Debretsion Gebremichael, presidente del Tigray, Etiopia
I missili del TPLF non hanno raggiunto l’aeroporto, come è stato annunciato in un primo momento. Le esplosioni sentite in tutta la capitale sono state ben tre. Un missile ha quasi colpito il ministero dell’Informazione. Tutta l’area davanti l’edificio è stata transennata e manca ancora la corrente elettrica nell’area. Alcune fonti hanno rivelato che ora ci sarebbe un movimento di truppe del regime di Asmara verso il sud, al confine con il Tigray e ufficiali in congedo sarebbero stati richiamati.
La notizia dell’aggressione in Eritrea è stata confermata da Agence France Presse (AFP) e da fonti diplomatiche con base a Addis Ababa, la capitale dell’Etiopia. Il presidente del Tigray ha ammesso l’azione questa mattina: “Le forze etiopiche utilizzano anche l’aeroporto di Asmara”. Evidentemente è certo che gli aerei di Aby Ahmed, primo ministro etiopico, partono anche da lì per bombardare obiettivi del Tigray.
L’attacco di TPLF in Eritrea è stato condannato dagli Stati Uniti. In un suo tweet, Tibor Nagy, responsabile per l’Africa del Dipartimento di Stato USA, ritiene l’aggressione ingiustificabile e chiede protezione per i civili, distensione delle tensioni e ripristino della pace.
Già all’inizio del conflitto, la Somalia aveva dichiarato la sua solidarietà al primo ministro etiope. Oggi sono stati arrestati oltre 200 militari tigrini che prestavano servizio con missione dell’Unione Africana in Somalia AMISOM.
La notte scorsa sono morte almeno 34 civili che viaggiavano su un bus nella regione di Benishangul-Gumuz. Il pullman è stato attaccato durante la notte da un gruppo di uomini armati. Ethiopian Human Rights Commission (EHRC) ha fatto sapere che il numero dei morti potrebbe crescere. Ma non è certo che l’attacco sia da mettere in relazione con l’escalation militare nel nord.
Intanto la gente continua a fuggire e cercare protezione nel vicino Sudan. Si stima che oltre 25mila persone abbiano già attraversato la frontiera. Jan Hansmann, vice direttore di UNHCR nell’ex protettorato anglo-egiziano ha specificato: “Innanzi tutto dobbiamo portarli in un luogo sicuro, lontano dal confine, assicurare loro un riparo, cibo, acqua potabile”. Ha anche garantito che l’organizzazione si sta mobilitando per aprire un nuovo campo in grado di accogliere tutti i profughi, il cui numero è in continuo aumento. E Abdallah Souleiman, commissario sudanese per i rifugiati, ha chiesto immediati aiuti alla comunità internazionale: con l’intensificarsi del conflitto potrebbero arrivare oltre 200.000 persone.
Tigrini in fuga verso il Sudan
I racconti della gente in fuga sono agghiaccianti. Hanno detto di aver visto decine e decine di corpi senza vita nelle strade, mentre cercavano di fuggire notte tempo, dopo essere stati attaccati nel Tigray da truppe del vicino Amhara State, leali al primo ministro etiope. Secondo i testimoni, avrebbero ammazzato chiunque fosse tigrino. “Hanno rubato dalle nostre case i nostri soldi, il nostro bestiame, il raccolto. “Siamo fuggiti con i soli vestiti che avevamo addosso” , ha confermato la 52enne Barhat, fuggita da Moya Khadra. E anche oggi, in un filmato dell’emittente al Jazeera, i fuggitivi hanno descritto i massacri che si stanno verificando nel Tigray. “Abbiamo visto persone ammazzate con coltelli, machete, asce e fucili”.
In Etiopia i tigrini hanno dominato la scena politica e militare per quasi trent’anni in Etiopia, ma con l’arrivo di Abiy e con il nuovo esecutivo tale collaborazione si è praticamente interrotta. Si sono sentiti offesi, perchè presi di mira e accusati di corruzione e sostengono che il primo ministro occupi la poltrona illegalmente, in quanto il suo mandato è scaduto e le elezioni sono state rinviate a causa della pandemia.
I dissensi tra Addis Ababa e Makallé si sono intensificati a settembre, quando il Tigray ha indetto elezioni regionali contro il parere del governo centrale.
Addis Ababa ha lanciato un’offensiva nella regione ribelle il 4 novembre scorso in seguito a un attacco effettuato da TPLF a una base di Makallé. Aggressione negata dai tigrini. Dall’ inizio del conflitto sarebbero già morte centinaia di persone da entrambe le parti. Impossibile verificare o confermare, visto che le comunicazioni sono ancora poste sotto sigillo.
Il numero 2 di Al Qaeda, accusato di essere una delle menti principali degli attacchi mortali del 1998 alle ambasciate americane in Africa, è stato ucciso in Iran tre mesi fa. Lo hanno confermano al New York Times i servizi segreti. Il quotidiano americano pubblica con ampio rilievo questa mattina un articolo investigativo al quale hanno lavorato ben sei giornalisti: Adam Goldman ed Eric Schmitt da Washington, Farnaz Fassihi da New York e Ronen Bergman da Tel Aviv. Inoltre Hwaida Saad ha contribuito con un reportage da Beirut e Julian E. Barnes da Washington.
Ambasciata americana in Kenya, dopo l’attentato del 1998
Il New York Times racconta che Abdullah Ahmed Abdullah, che si faceva chiamare con il nome di battaglia di Abu Muhammad al-Masri, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco per le strade di Teheran da due assassini che a bordo su una motocicletta il 7 agosto, anniversario degli attentati alle ambasciate di Nairobi e di Dar es Salaam, hanno affiancato la sua automobile. È stato ucciso insieme a sua figlia, Miriam, la vedova del figlio di Osama bin Laden, Hamza bin Laden.
Quattro fonti diverse hanno spiegato al Times che l’attacco è stato compiuto da agenti israeliani su ordine di Washington.. Non è chiaro quale ruolo abbiano avuto gli Stati Uniti, che per anni hanno seguito i movimenti di al-Masri e di altri agenti di Qaeda in Iran.
L’omicidio è avvenuto in un mondo talmente nascosto e segreto fatto di intrighi geopolitici e di spionaggio antiterrorismo; la morte di al-Masri (che in arabo significa “L’Egiziano”) era stata annunciata, ma mai confermata fino ad ora. Per ragioni ancora oscure, Al Qaeda non ha comunicato la morte di uno dei suoi massimi dirigenti, i funzionari iraniani l’hanno insabbiata e nessun Paese ne ha rivendicato pubblicamente la responsabilità.
Al-Masri, che aveva circa 58 anni, era uno dei padri fondatori di Al Qaeda e si pensa fosse il secondo in comando a guidare l’organizzazione terroristica internazionale dopo il suo attuale leader, Ayman al-Zawahri.
A lungo inserito nella lista dei terroristi più ricercati dell’FBI, era stato incriminato negli Stati Uniti per crimini legati agli attentati dinamitardi delle ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania, nei quali rimasero uccise 224 persone e ferite centinaia. L’FBI ha offerto una ricompensa di 10 milioni di dollari per le informazioni su di lui. Fino a ieri la sua foto campeggiva ancora nella lista dei ricercati. nel sito dell’FBI.
Il fatto che Al-Masri abbia scelto come suo rifugio l’Iran ha sorpreso un po’ tutti, dato che l’Iran e Al Qaeda sono acerrimi nemici. L’Iran, una teocrazia musulmana sciita, e Al Qaeda, un gruppo jihadista musulmano sunnita, si sono combattuti sui campi di battaglia un po’ ovunque a cominciare dall’Iraq.
I funzionari dei servizi segreti americani sostengono che Al-Masri era in “custodia” dell’Iran dal 2003, ma che dal 2015 viveva liberamente nel distretto dei Pasdaran, un sobborgo di lusso di Teheran.
Ed ecco la ricostruzione ricca di particolari pubblicata dal New York Times. Verso le 21:00, in una calda notte d’estate, il capo terrorista stava guidando la sua Renault L90 bianca vicino a casa sua. Seduta accanto a lui la figlia Mariam. Due uomini armati su una moto gli si sono avvicinati e da una pistola dotata di silenziatore hanno sparato cinque colpi. Quattro proiettili sono entrati nell’auto attraverso il lato del guidatore e il quinto ha colpito un’auto vicina.
Quando è arrivata la notizia della sparatoria, i media ufficiali iraniani hanno identificato le vittime come Habib Daoud, un professore di storia libanese, e sua figlia ventisettenne Maryam. Il canale di notizie libanese MTV e i social media affiliati al Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche iraniane hanno riferito che Daoud era un membro di Hezbollah, l’organizzazione militante sostenuta dall’Iran in Libano. La storia è sembrata plausibile.
L’attacco è avvenuto in un’estate di frequenti esplosioni in Iran, con crescenti tensioni con gli Stati Uniti, pochi giorni dopo l’enorme esplosione nel porto di Beirut e una settimana prima che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite prendesse in considerazione la possibilità di estendere un embargo sulle armi contro l’Iran. E’ stata avanzata l’ipotesi che l’omicidio potesse essere stata una provocazione occidentale volta a indurre una violenta reazione iraniana prima del voto del Consiglio di Sicurezza.
E l’uccisione mirata di due uomini armati su una motocicletta corrisponde al modus operandi dei precedenti omicidi israeliani di scienziati nucleari iraniani. Che Israele avrebbe ucciso un funzionario di Hezbollah, che è impegnato a combattere Israele, sembrava avere senso, tranne per il fatto che Israele da tempo aveva consapevolmente evitato di uccidere gli operativi di Hezbollah per non provocare una guerra.
In realtà, non esiste nessun Habib Daoud.
Diversi libanesi con stretti legami con l’Iran hanno sostenuto di non aver sentito parlare di lui e del suo omicidio. Sui media libanesi l’estate scorsa non è stata pubblicata nessuna notizia su un professore di storia libanese ucciso in Iran. E un ricercatore nel campo dell’educazione con accesso alle liste di tutti i professori di storia del Paese ha detto che non c’è traccia di un Habib Daoud.
Uno dei funzionari dell’intelligence ha raccontato che Habib Daoud era uno pseudonimo che i funzionari iraniani hanno dato al signor al-Masri e che il lavoro di insegnante di storia era una copertura. In ottobre, l’ex leader della Jihad islamica egiziana, Nabil Naeem, che ha definito Al-Masri un amico di lunga data, ha spiegato la stessa cosa al canale di notizie saudita Al Arabiya.
Forse l’Iran aveva buoni motivi per voler nascondere il fatto che stava dando rifugio a un nemico dichiarato, ma è meno chiaro il motivo per cui i funzionari iraniani avrebbero accettato di offrire rifugio al leader di Qaeda.
Secondo alcuni esperti di terrorismo il soggiorno di funzionari di Al Qaeda a Teheran potrebbe aver fornito l’assicurazione che il gruppo non avrebbe condotto operazioni all’interno dell’Iran. I funzionari americani dell’antiterrorismo ritengono invece che il regime degli ayatollah possa aver permesso loro di rimanere per condurre operazioni contro gli Stati Uniti, un avversario comune.
Non sarebbe la prima volta, infatti, che l’Iran ha unito le forze con i militanti sunniti: ha sostenuto infatti Hamas, la Jihad islamica palestinese e i Talebani. “L’Iran usa il settarismo come un pugno di ferro quando fa comodo al regime, ma è anche disposto a trascurare la divisione tra sunniti e sciiti quando fa comodo agli interessi iraniani”, ha spiegato Colin P. Clarke, analista dell’antiterrorismo al Soufan Center.
L’Iran ha costantemente negato di aver dato asilo a operativi di Al Qaeda. Nel 2018, il portavoce del Ministero degli Esteri Bahram Ghasemi ha detto che a causa del lungo e poroso confine dell’Iran con l’Afghanistan, alcuni membri della Qaeda sono entrati in Iran, ma erano stati arrestati e deputati nei loro Paesi d’origine. Tuttavia, i funzionari dei servizi segreti occidentali hanno racontato che i leader di Qaeda sono stati tenuti agli arresti domiciliari dal governo iraniano, che ha poi fatto almeno due accordi con Al Qaeda per liberare alcuni di loro nel 2011 e nel 2015.
Anche se negli ultimi anni Al Qaeda è stata messa in ombra dall’ascesa dello Stato Islamico, rimane comunque radicata con affiliati attivi in tutto il mondo, come è scritto in un rapporto antiterrorismo dell’ONU pubblicato a luglio.
I funzionari iraniani non hanno risposto a una richiesta di commento su questo articolo. I portavoce dell’ufficio del primo ministro israeliano e del Consiglio di sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump si sono rifiutati di commentare.
Al-Masri è stato a lungo membro del consiglio di gestione altamente segreto di Al Qaeda, insieme a Saif al-Adl, che a un certo punto si è anche stabilito in Iran. La coppia, insieme a Hamza bin Laden, che stava per prendere il controllo dell’organizzazione, faceva parte di un gruppo di alti dirigenti di Al Qaeda che hanno cercato rifugio in Iran dopo che gli attacchi dell’11 settembre contro gli Stati Uniti li hanno costretti a fuggire dall’Afghanistan.
Secondo un documento top secret prodotto dal National Counterterrorism Center statunitense nel 2008, Al-Masri era il “pianificatore operativo più esperto e capace non sotto la custodia degli Stati Uniti o degli alleati”. Il documento lo descriveva come “l’ex capo dell’addestramento” che “lavorava a stretto contatto” con Al-Adl. In Iran, secondo gli esperti di terrorismo, Al-Masri è stato il mentore di Hamza bin Laden. Hamza bin Laden ha poi sposato Miriam, la figlia di Al-Masri.
Hamza bin Laden
“Il matrimonio di Hamza bin Laden non è stato l’unico legame dinastico che Abu Muhammad ha creato in cattività”, ha scritto l’ex agente dell’FBI ed esperto di Qaeda Ali Soufan in un articolo del 2019 per il Centro di lotta al terrorismo di West Point. Un’altra delle figlie di Al-Masri ha sposato Abu al-Khayr al-Masri, nessuna parentela con i nostro, membro del consiglio supremo. Gli è stato permesso di lasciare l’Iran nel 2015 ed è stato ucciso da un attacco di droni statunitensi in Siria nel 2017. All’epoca era il secondo ufficiale di Qaeda, dopo Zawahri.
Hamza e altri membri della famiglia Bin Laden sono stati liberati dall’Iran nel 2011 in cambio di un diplomatico iraniano rapito in Pakistan. L’anno scorso, la Casa Bianca ha dichiarato che Hamza bin Laden è stato ucciso in un’operazione antiterrorismo in una regione tra l’Afghanistan e il Pakistan.
Abu Muhammad Al-Masri era nato nel 1963 nel distretto di Al Rarbiya, nell’Egitto settentrionale. In gioventù, secondo le dichiarazioni giurate depositate nelle cause legali negli Stati Uniti, è stato un calciatore professionista nella massima lega egiziana. Dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, si è unito al movimento jihadista contro gli stranieri.
Dopo che il ritiro dei sovietici, 10 anni più tardi, l’Egitto rifiutò di permettere il ritorno di Al-Masri. Rimase in Afghanistan, dove alla fine si unì a Bin Laden nel gruppo che sarebbe poi diventato il nucleo fondatore di Al Qaeda. Nell’elenco dei 170 fondatori figura al settimo posto.
All’inizio degli anni Novanta, viaggiò con Bin Laden a Khartoum, in Sudan, dove iniziò a formare cellule militari. Si recò anche in Somalia per aiutare la milizia fedele al signore della guerra somalo Mohamed Farah Aidid. Lì ha preparato i guerriglieri somali all’uso di lanciarazzi a spalla contro gli elicotteri. I suoi insegnamenti hanno permesso ai militanti di abbattere un paio di elicotteri americani nella battaglia di Mogadiscio del 1993, in quello che oggi è conosciuto come l’attacco Black Hawk Down.
Uno degli elicotteri americani attattuti dai somali durante la battaglia di Mogadiscio. La foto è di Scott Peterson
“Quando Al Qaeda ha iniziato a svolgere attività terroristiche alla fine degli anni ’90, Al-Masri era uno dei tre compagni più stretti di Bin Laden, in qualità di capo della sezione operativa dell’organizzazione – ha commentato Yoram Schweitzer, capo del Progetto Terrorismo dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale di Tel Aviv -. Ha portato con sé know-how e determinazione e da allora è stato coinvolto in gran parte delle operazioni dell’organizzazione, con particolare attenzione all’Africa”.
Poco dopo la battaglia di Mogadiscio, Bin Laden ha incaricato Al-Masri di pianificare le operazioni contro gli obiettivi americani in Africa. Avrebbe dovuto organizzare un’operazione drammatica e ambiziosa che, come gli attacchi dell’11 settembre, avrebbe attirato l’attenzione internazionale. Al-Masri decise di attaccare contemporaneamente due obiettivi relativamente ben difesi in Paesi diversi.
Poco dopo le 10:30 del 7 agosto 1998, due camion carichi di esplosivo si sono fermati davanti alle ambasciate americane di Nairobi, in Kenya, e Dar es Salaam, in Tanzania. Le esplosioni hanno incenerito le persone nelle vicinanze, fatto saltare i muri degli edifici e frantumato il vetro per i blocchi circostanti. Nel 2000, Al-Masri è diventato uno dei nove membri del consiglio direttivo di Al Qaeda e ha diretto l’addestramento militare dell’organizzazione.
Ha anche continuato a supervisionare le operazioni in Africa, secondo un ex funzionario dei servizi segreti israeliani, e ha ordinato l’attacco a Mombasa, in Kenya, nel 2002, che ha ucciso 13 keniani e tre turisti israeliani. Nel 2003, Al-Masri era tra i numerosi leader di Qaeda fuggiti in Iran che, sebbene ostili al gruppo, sembravano fuori dalla portata americana. “Credevano che sarebbe stato molto complicato e difficile per gli americani agire contro di loro -. ha detto Schweitzer -. Anche perché credevano che le possibilità che il regime iraniano facesse un accordo di scambio con gli americani che includesse le loro teste fossero molto scarse”.
L’attacco all’hotel Paradise di Mombasa nel 2002 fece 13 morti kenioti e tre turisti israeliani
Al-Masri era uno dei pochi membri di alto rango dell’organizzazione a sopravvivere alla caccia americana agli autori dell’11 settembre e di altri attacchi. Quando lui e altri leader della Qaeda fuggirono in Iran, inizialmente furono tenuti dalle autorità agli arresti domiciliari.
Nel 2015, l’Iran ha annunciato un accordo con Al Qaeda in cui ha rilasciato cinque dei leader dell’organizzazione, tra cui Al-Masri, in cambio di un diplomatico iraniano che era stato rapito nello Yemen. In quel momento le tracce di Abdullah sono svanite, ma secondo uno dei funzionari dell’intelligence ha continuato a vivere a Teheran, sotto la protezione delle Guardie rivoluzionarie e successivamente del Ministero dell’Intelligence e della Sicurezza. Gli fu permesso però di viaggiare all’estero e lo fece, soprattutto in Afghanistan, Pakistan e Siria.
Alcuni analisti americani ritengono che la morte di al-Masri abbia reciso i legami tra uno degli ultimi leader originari di Al Qaeda e l’attuale generazione di militanti islamisti, cresciuti dopo la morte di Bin Laden nel 2011. “Se è vero, questo taglia ulteriormente i legami tra la vecchia scuola di Al Qaeda e la moderna jihad – ha commentato Nicholas J. Rasmussen, un ex direttore del National Counterterrorism Center -. Non fa che contribuire ulteriormente alla frammentazione e al decentramento del movimento di Al Qaeda”.
Africa ExPress twitter @africexp
Adam Goldman ed Eric Schmitt hanno scritto da Washington, Farnaz Fassihi da New York e Ronen Bergman da Tel Aviv. Hwaida Saad ha contribuito con un reportage da Beirut e Julian E. Barnes da Washington.
Adam Goldman scrive sul F.B.I. da Washington ed è due volte vincitore del Premio Pulitzer. @adamgoldmanNYT
Eric Schmitt è uno scrittore senior che ha viaggiato per il mondo coprendo il terrorismo e la sicurezza nazionale. È stato anche corrispondente del Pentagono. Membro dello staff del Times dal 1983, ha condiviso tre premi Pulitzer. @EricSchmittNYT
Farnaz Fassihi è un giornalista freelance con l’International Desk di New York. Prima di lavorare per il Times, è stata scrittrice senior e corrispondente di guerra per il Wall Street Journal per 17 anni, con sede in Medio Oriente. @farnazfassihi
Ronen Bergman è uno scrittore dello staff del New York Times Magazine, con sede a Tel Aviv. Il suo ultimo libro è “Rise and Kill First”: The Secret History of Israel’s Targeted Assassinations”, pubblicato da Random House.
Le notizie sono ancora frammentarie, ma sembra verosimile che l’aeroporto di Asmara e il ministero dell’Informazione siano stati colpiti da missili del Tigray People’s Liberation Front (TPLF)
Non è dato sapere, per ora, se siano state colpite anche altre strutture. Attorno alle ore 18.00 si sarebbero sentite tre forti esplosioni nella capitale.
Le informazioni sono giunte grazie a eritrei della diaspora che sono riusciti a parlare con le proprie famiglie.
Molte persone sarebbero già in fuga. In questo momento le comunicazioni con Asmara sono interrotte a causa di un blackout generale.
Emittenti tigrine hanno comunicato oggi, che anche l’Eritrea sarebbe stata tra i prossimi obiettivi da colpire, in quanto Asmara sarebbe coinvolta nel conflitto tra Tigray e Addis Ababa. Le truppe dello stato confinante sarebbero entrate nella regione e qualche giorno fa è stata colpita la città di Humera.
Intanto sono stati colpiti obiettivi anche nel vicino Amhara state e il Tigray People’s Liberation Front (TPLF) ha avvisato che ne sarebbero seguite altre.
Bombardamenti nel Amhara state
Fonti vicino al governo eritreo hanno confermato le esplosioni, ma negano categoricamente che sia stato centrato l’aeroporto di Asmara; le aree colpite si troverebbero in aperta campagna.
The Sudan Post, un giornale online sudanese, ha confermato invece i bombardamenti.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
14 Novembre 2020
L’Europa chiede di non vendere più armi all’Arabia Saudita per i suoi crimini in Yemen? Nessun problema: si può andare a produrle negli Stati Uniti d’America e da lì inviarle poi al regime di Riyad.
Da tempo pacifisti e difensori dei diritti umani invocano l’embargo militare nei confronti dei paesi più coinvolti nella carneficina yemenita, mentre il 17 settembre 2020 una risoluzione del Parlamento europeo ha esortato i paesi membri Ue “ad astenersi dal vendere armi e attrezzature militari all’Arabia Saudita, agli Emirati Arabi Uniti e a qualsiasi membro della coalizione internazionale, nonché al governo yemenita e ad altre parti del conflitto”. E cosa fanno allora le aziende leader del complesso militare-industriale italiano? Esternalizzano la produzione di sistemi di morte utilizzando i cantieri d’oltreoceano in mano alle proprie società controllate.
MMSC – Multi Mission Surface Combatants
Il 27 dicembre 2019 il gruppo Fincantieri di Trieste ha reso noto che la Marina Militare USA aveva assegnato ad un consorzio guidato dal colosso mondiale “Lockheed Martin” e di cui fa parte Fincantieri Marinette Marine (società del gruppo con sede negli Stati Uniti), la costruzione di quattro unità navali MMSC – Multi Mission Surface Combatants destinate all’Arabia Saudita. “Fincantieri sarà il costruttore delle navi presso il suo stabilimento di Marinette, nel Wisconsin, recentemente visitato dal Vice Presidente degli Stati Uniti Mike Pence”, riportava la nota del gruppo italiano.
La commessa dovrebbe assicurare a Fincantieri un miliardo e trecento milioni di dollari. Il Dipartimento della Difesa ha già anticipato ai contractor 450 milioni di dollari per l’avvio della progettazione per la costruzione delle quattro unità da guerra nell’ambito del programma Foreign Military Sales destinato ai partner strategici USA a livello internazionale.
“Alcuni ordini come questo, oltre ad avere una notevole rilevanza economica, si connotano anche per importanti aspetti industriali”, ha dichiarato Giuseppe Bono, amministratore delegato di Fincantieri S.p.A.. “Un tale risultato corona uno straordinario lavoro che ci ha portato a consolidare una reputazione di assoluta eccellenza anche nel mercato statunitense, notoriamente molto complesso, ed è un attestato delle capacità strategiche, tecnologiche e gestionali che Fincantieri è in grado di esprimere sempre al più alto livello e in qualsiasi contesto”.
“La vendita delle unità MMSC all’Arabia Saudita è un risultato importante per la Marina Militare USA”, ha commentato il capitano Danny Hernandez, portavoce del Dipartimento ricerca, sviluppo e acquisizione di US Navy. “Il finanziamento con il programma Foreign Military Sales delle imbarcazioni militari assicurerà una domanda di manodopera aggiuntiva e un’ulteriore stabilità occupazionale nel settore della cantieristica industriale. I cantieri dove saranno realizzate le MMSC sono gli stessi in cui si stanno costruendo le unità della classe Littoral Combat Ship (LSC) di US Navy”.
Stabilimento Fincantieri Marinette Marine
La consegna della prima nave ai sauditi è prevista nel giugno 2023. “L’MMSC si distinguerà per essere altamente manovrabile, caratterizzata dalla flessibilità derivata dal mono-scafo delle Littoral Combat Ship, classe Freedom, con un’autonomia incrementata a 5.000 miglia nautiche e una velocità superiore a 30 nodi, che la renderanno capace di operazioni di pattugliamento sia costiero che in mare aperto, e in grado di affrontare tutte le moderne minacce alla sicurezza marittima ed economica”, spiegano i manager di Fincantieri.
Lunghe 118 m, le MMSC – Multi Mission Surface Combatants potranno imbarcare sino a 75 militari tra marinai ed avieri e svolgere un ampio raggio di missioni militari, dal pattugliamento marittimo al combattimento contro i sottomarini, dalla guerra elettronica e anti-mine alle operazioni di pronto intervento delle forze speciali. Le unità saranno dotate di un variegato e micidiale armamento gestito dal sistema di combattimento integrato “Aegis”: un modulo a otto celle VLS Mk-41 per 32 missili superficie-aria RIM-162; un lanciatore “Sea Ram”; otto lanciatori per missili antinave “Harpoon”; un cannone BAE Systems “Bofors”da 57mm Mk-110; due impianti remoti Nexter “Narwhal” da 20mm.. Non è escluso che le forze armate saudite possano installare a bordo delle MMSC anche un cannone MK-75 da 76mm prodotto a La Spezia da Oto Melara, società controllata da Leonardo-Finmeccanica.
Secondo la società capofila del maxi-contratto, Lockheed Martin, a bordo delle unità da guerra potrebbero essere imbarcati pure gli elicotteri bi-turbina MH-60R “SeaHawk” prodotti da Sikorsky Aircraft Corporation. Gli hangar delle MMSC saranno predisposti per ospitare due di questi elicotteri o, in alternativa, fino a tre droni a decollo verticale MQ-8B/C “Firescout” di Northrop Grumman.
La trattativa di vendita delle unità da guerra era stata avviata dai manager di Locheed Martin e Fincantieri nell’autunno del 2015, dopo che il Dipartimento di Stato aveva autorizzato il trasferimento di nuovi sistemi d’arma all’Arabia Saudita per un importo complessivo di 11 miliardi e 250 milioni di dollari. Una lettera d’intenti venne sottoscritta nel maggio 2017 tra le marine militari di Stati Uniti e Arabia Saudita: essa individuava come main conctrator per le navi multi-missione la Lockheed Martin Corporation di Bethesda, Maryland.
La partecipazione all’affaire da parte del gruppo Fincantieri, grazie ai propri stabilimenti di Marinette (Wisconsin), veniva rivelata al pubblico italiano solo il 20 luglio 2018, grazie ad un articolo di Analisi Difesa. La cerimonia di taglio delle lamiere della prima unità si è tenuta il 24 ottobre 2019 alla presenza dei vertici di US Navy, Lockheed Martin e Fincantieri Marinette Marine, del Comandante della flotta orientale della Marina saudita, ammiraglio Fahad Al-Shimrami e di alcuni leader politici del Wisconsin (il senatore Tammy Baldwin e il membro della Camera dei rappresentanti Mike Gallagher), nonché del sindaco di Marinette, Steve Genisot.
In Wisconsin, oltre ai cantieri navali di Marinette, la Fincantieri Marine Group controlla pure quelli di Sturgeon Bay (“Fincantieri Bay Shipbuilding”) e Green Bay (“Fincantieri Ace Marine”). Per modernizzarli, negli ultimi dieci anni l’holding industriale-finanziaria ha investito più di 180 milioni di dollari; la forza lavoro complessiva nei tre
siti è di circa 2.500 persone.
Sono oltre 250.000 i migranti che vivono e lavorano in Libano, per lo più giovani donne. Tempo fa molte di loro tempo erano impiegate come collaboratrici domestiche. Ora, che il Paese sta attraversando la peggiore crisi economica della sua storia recente, conseguenza della pandemia, tante famiglie non hanno la possibilità di pagare le ragazze. Da mesi, pur di aver un tetto sopra la testa, sono costrette a lavorare gratis.
Ad altre è andato anche peggio. I padroni di casa li hanno semplicemente messe alla porta con i loro pochi averi, senza un soldo in tasca, più povere di quanto erano arrivate, sono costrette a dormire per strada o in alloggi di fortuna.
Migranti africane sulle strade di Beirut
Da un paio di mesi due giovani libanesi, Déa Hage-Chahine e Serge Majdalani hanno preso a cuore la sorte delle giovani africane e grazie al loro impegno sono riusciti a far tornare a casa 120 ragazze africane. Hanno organizzato in rete una raccolta fondi racimolando oltre 35mila dollari per pagare i biglietti aerei e sostenere i costi per i tamponi covid-19. Déa e Serge hanno sbrigato anche tutte le questioni burocratiche e legali per le ragazze.
Serge, un giovane libanese di 33 anni, che vive e lavora a New York, è rimasto esterrefatto quando è tornato a casa quest’estate per far visita ai suoi genitori e ha visto migliaia di migranti davanti alle rispettive ambasciate con la speranza di ricevere un aiuto dal proprio Paese.
In un primo momento aveva pensato di appoggiarsi all’agenzia di viaggi del fratello per far rimpatriare le donne. Era sua intenzione organizzare dei voli charter, sarebbe stata la soluzione ideale, ma il costo era troppo elevato.
Un amico lo ha poi messo in contatto con Déa. Anche lei cercava di aiutare le ragazze. “Una sera ho portato a spasso il mio cane, quando ho visto centinaia di donne, alcune con figli, sole e abbandonate a sé stesse sulle strade di Beirut. Non sono riuscita a far finta di niente”, ha raccontato.
Dèa Hage-Chahine prima della grande crisi lavorava nel settore del marketing. Ora è rimasta senza impiego. Oltre alla raccolta fondi, ha usato parte dei suoi risparmi per pagare l’affitto a gruppi di ragazze africane senza alloggio, nell’attesa di poter tornare a casa.
Déa Hage-Chahine con una giovane migrante a Beirut
“Certamente siamo riusciti a cambiare la vita a parecchie persone, ma è solo una goccia nel mare in confronto a ciò che succede qui. Migliaia e migliaia di donne sono disperate”, hanno sottolineato i due giovani libanesi. Le rappresentanze diplomatiche sono poco disponibili, anzi, Serge e Déa hanno rincarato la dose, apostrofandole come corrotte e incapaci a aiutare la propria gente, spesso non rispondono nemmeno al telefono.
Ma già prima della crisi nel Paese non mancavano i problemi per africane e asiatiche. Molte di loro hanno subito violenze di ogni genere presso le famiglie per le quali lavoravano ma raramente le loro denunce sono state prese in considerazione. Basti pensare alla giovane collaboratrice domestica messa in vendita dal suo datore di lavoro su internet per 1.000 dollari. Il suo ex capo è stato poi arrestato dalle autorità libanesi.
In Libano le colf straniere non godono di nessuna protezione, sono escluse dai diritti dei lavoratori. A tutt’oggi per questa categoria viene ancora applicata la Kafala, che vincola la loro residenza legale alla relazione contrattuale con chi l’ha assunta. Ciò significa che un migrante non può cambiare impiego senza autorizzazione del datore di lavoro. Se un dipendente rifiuta, decide di abbandonare l’abitazione senza il consenso del padrone, rischia di perdere il permesso di soggiorno e di conseguenza il carcere e l’espulsione.
Un sistema che equivale a una forma di moderna schiavitù. Il Paese dei cedri attira da anni giovani provenienti dall’Africa sub-sahariana (Nigeria, Ghana, Etiopia e altri), ma provengono anche dall’Asia (Nepal e Filippine). In un suo rapporto di un anno fa Amnesty international aveva chiesto esplicitamente l’immediata abolizione della Kafala in Libano.
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.