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Affari e armi: ecco come si cementa l’amicizia tra Qatar e Italia

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
12 novembre 2020

L’amicizia che lega Italia e Qatar è profonda. E la Difesa è elemento imprescindibile per rafforzare la collaborazione”. Il 10 novembre, con un breve post sul proprio profilo facebook, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha annunciato la visita a Doha per incontrare l’omologo qatarino Khalid bin Mohamed Al Attiyah, pure vice-primo ministro dell’emirato.

“Al centro dei colloqui – riferisce la Farnesina – l’ulteriore rafforzamento della cooperazione nel settore difesa con i programmi di formazione congiunta, la cooperazione militare e industriale, nella quale occupano un posto di rilievo le numerose industrie italiane nel settore della difesa, l’articolato partenariato strategico bilaterale e i principali temi internazionali e regionali di reciproco interesse”. Come confermato dallo stesso Guerini, un’attenzione particolare è stata riservata al sempre più drammatico conflitto in Libia e all’“andamento” dei complessi “negoziati di pace” in Afghanistan. Nella giornata dell’11 novembre il ministro della Difesa ha pure incontrato l’emiro del Qatar, Sceicco Tamim bin Hamad Al-Thani e il Primo Ministro e Ministro dell’Interno, Khalid bin Khalifa Al-Thani.

Lorenzo Guerini, ministro della Difesa italiano in Qatar

Tra gli analisti c’è chi ritiene che il vertice di Doha possa contribuire ad accelerare la commessa da parte del Qatar di nuovi sistemi da guerra prodotti dal complesso militare-industriale italiano, primi fra tutti i caccia-addestratori M-346 “Master” di Leonardo-Finmeccanica, da tempo sotto osservazione dei vertici militari dell’emirato. “L’interesse del Qatar per le capacità italiane nel campo dell’addestramento non è nuovo –  scrive Stefano Pioppi in Formiche.net -. Lo scorso febbraio, l’addetto militare alla Difesa, il generale Hilal Ali Almuhannadi, ha fatto visita alla Scuola di Aerocooperazione di Guidonia, il centro interforze dove dieci ufficiali qatarioti erano impegnati per corsi in simulazione avanzata. A luglio 2019 era stato il sottocapo di Stato maggiore dell’Aeronautica di Doha a venire a Roma per colloqui con la controparte italiana, preceduti da una visita alla scuola internazionale di volo di Galatina, in provincia di Lecce. Visita focalizzata sull’Integrated training system, alias T-346, sistema integrato per l’addestramento avanzato dei piloti destinati alle linee di combattimento”.

Meno di un mese fa (il 19 settembre 2020), era stato il ministro della Difesa qatarino Khalid bin Mohamed Al Attiyah a giungere in visita ufficiale Italia per incontrare Guerini a La Spezia, presso i cantieri di Muggiano di Fincantieri S.p.A.. Anche allora in discussione c’erano stati i tema della collaborazione in campo militare e della produzione ed esportazione di nuovi sistemi di guerra. “Il partenariato tra Italia e Qatar si conferma di elevato valore strategico, anche e soprattutto in ambito Difesa – riferiva Lorenzo Guerini a conclusione del meeting -. Al Ministro Al Attiyah ho riconfermato l’impegno a mantenere e approfondire il regolare dialogo bilaterale, che ha consentito negli ultimi anni di avviare ambiziosi ma al contempo concreti programmi di scambio e confronto tra le nostre Forze Armate, in tutti i comparti e con una visione di lungo periodo”.

I due ministri avevano prestato particolare attenzione ancora una volta le crisi in nord Africa e in Medio oriente. “Per quanto concerne la Libia, ho messo in evidenza i cardini dell’impegno italiano, sempre a supporto della popolazione libica e delle istituzioni – ha spiegato Lorenzo Guerini -. Un approccio inclusivo per contribuire in maniera determinante ad avviare un percorso di de-escalation convincendo le parti sul terreno circa la impercorribilità di una soluzione militare”. Nel corso del colloquio con il vice-premier Al Attiyah, il ministro della Difesa italiano aveva infine il modo di manifestare tutto il suo apprezzamento per “l’importante contributo assicurato dal Qatar all’avvio degli storici colloqui di pace intra-afghani in corso a Doha”.

Al termine del vertice, presenti l’ambasciatore d’Italia in Qatar, Alessandro Prunas, e del rappresentante dell’emirato in Italia, Abdulaziz Ahmed Al Malki Al Jehani, Lorenzo Guerini e Khalid bin Mohamed Al Attiyah presenziavano al varo tecnico del primo Pattugliatore Offshore Patrol Vessel (OPV), commissionato dal Qatar a Fincantieri S.p.A.. Il contratto era stato stipulato nel 2016 nell’ambito di un maxi-accordo tra i due Paesi che prevede la fornitura alla Marina militare del Qatar di sette navi di nuova generazione per un valore complessivo di 4 miliardi di euro circa.

“Si tratta di uno dei più importanti contratti di export delle navi di superficie a livello mondiale negli ultimi anni e di una grande prova della solidità della cooperazione tra il Qatar e l’Italia”, spiegava ancora il ministro Guerini. “Fincantieri si conferma azienda di massimo livello, una realtà industriale a crescente vocazione globale, che si è recentemente aggiudicata anche la gara per la costruzione delle Fregate di nuova generazione per la US Navy e che da sempre è partner imprescindibile della Marina Militare italiana. L’evento odierno è un passo essenziale nell’ambito del partenariato strategico tra Qatar ed Italia, che ha visto in questi anni accrescere in maniera esponenziale le relazioni tra le nostre Forze Armate con lo sviluppo di importanti collaborazioni anche nel campo terrestre e aeronautico”.

OPV Fincantieri

Sempre lo scorso mese di settembre, una delegazione militare qatarina guidata dal Comandante delle Forze Terrestri, generale Saeed Hesayen Mohammed Al-Khayarin, aveva svolto un tour in alcuni dei centri e dei reparti dell’Esercito italiano in Lazio e nel Salento. I militari dell’emirato avevano pure siglato con il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, generale Salvatore Farina, un accordo tecnico che prevede la conduzione in Italia e in Qatar di una serie di attività addestrative di fanteria, artiglieria e cavalleria, nonché l’organizzazione di corsi di formazione del personale militare nei settori legale, finanziario, logistico, amministrativo e di sicurezza, “in particolar modo finalizzate ad accrescere ulteriormente le competenze tecnico-tattiche e capacità di leadership dei giovani ufficiali”.

Il 30 settembre anche la viceministra degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Marina Sereni, ha raggiunto Doha in visita ufficiale. Sereni ha incontrato il Ministro agli Esteri Soltan Al-Muraikhi per approfondire i temi caldi di Libia e Afghanistan, ma anche i più recenti sviluppi politici in Libano, Iran e Tunisia e i tesissimi rapporti tra i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo.

Ospedale Mater Olbia, Sardegna

Nel corso della missione in Qatar, la viceministra Marina Sereni ha pure incontrato Hind bin Hamad Al-Thani, sorella dell’Emiro e amministratrice delegata di Qatar Foundation. Quest’ultima è attiva nel campo dell’istruzione, della ricerca e dell’innovazione e tempo fa ha sottoscritto un accordo di cooperazione scientifica per la lotta al Covid-19 con il Mater Olbia Hospital, l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e la Fondazione Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” di Roma. Per il programma sono stati stanziati 500.000 euro provenienti in buona parte dalla Qatar Foundation, azionista di maggioranza della società titolare del Mater Hospital di Olbia.

Tra Roma e Doha, l’import-export di armi e affari vari non si fermano mai.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Etiopia: Abiy rigido rifiuta qualsiasi mediazione e continua la guerra in Tigray

Africa ExPress
11 novembre 2020

Il primo ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed, al potere dall’aprile 2018 e insignito del Premio Nobel per la Pace 2019, non cede alle pressioni della comunità internazionale, non intende, al meno per ora, aprire le trattative o avviare una mediazione per porre fine al conflitto che imperversa nel Tigray da ormai una settimana.

Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell’Unione Africana con sede ad Addis Ababa ha chiesto che le ostilità cessino immediatamente e nel pieno rispetto dei diritti umani. Il diplomatico ha proposto proprio l’UA come mediatore.

Sede dell’Unione africana ad Addis Ababa, Etiopia

Ieri mattina Abiy ha rincarato la dose dichiarando: “L’operazione militare continuerà come previsto e terminerà solamente quando la giunta criminale (del Tigray) non sarà disarmata, finchè non sarà instaurata una nuova amministrazione legittima e i fuggitivi non saranno consegnati alla giustizia”.

Nel frattempo sono stati effettuati arresti anche nella capitale. Il commissario della polizia di Addis Ababa ha confermato domenica che oltre 160 persone sono state arrestate perché in possesso di armi e munizioni e sospettate di voler sostenere le forze in Tigray. Daniel Bekele, capo della Commissione per i diritti umani in Etiopia ha inoltre fortemente condannato l’arresto di giornalisti di media indipendenti.

Nella giornata di martedì il primo ministro etiope ha raggiunto anche Khartoum, dove ha incontrato il suo omologo Abdallah Hamodk e il capo del Consiglio Sovrano, Abdel Fattah al-Burhan per informare le autorità sudanesi sulla situazione nel Tigray. In tale occasione Hamdok ha proposto a Abiy di accettare la mediazione di IGAD (Autorità intergovernativa per lo sviluppo, un’organizzazione internazionale politico-commerciale formata dai paesi del Corno d’Africa, con sede a Gibuti), suggerimento respinto dal leader di Addis Ababa.

Intanto il presidente del Tigray, Debretsion Gebremichael, durante un suo intervento in una TV locale ha accusato l’Eritrea di aver inviato militari oltre confine. Secondo il presidente del Tigray, gli uomini di Isaias Afeworki avrebbero attaccato con armi pesanti da Humera, in prossimità del confine eritreo.

Disinformazioni incalzano in rete. Migliaia di utenti facebook hanno postato foto false e manipolate, che non hanno nulla a che vedere con il conflitto in atto.

E’ difficile verificare le notizie che giungono dall’area, perché internet è stato bloccato e lo spazio aereo è stato chiuso. Sabato mattina il Parlamento di Addis Ababa ha anche approvato lo stato di emergenza nella regione, già in vigore da venerdì dietro ordine del primo ministro.

Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia

SUNA, l’agenzia di stampa sudanese ha riferito che dall’inizio del conflitto nel Tigray, migliaia di rifugiati etiopi  sono arrivati ai valichi di confine di Luqdi, Qudaymah e Hamdayit. Un funzionario dell’agenzia sudanese per i rifugiati ha detto che ne potrebbero arrivare moltissimi altri nei prossimi giorni. “Sarà difficile ospitare tutti nel campo di Al-Shajarab, nel Gadaref State”. Un gran numero di profughi è entrato nel Sudan anche al confine vicino Kassala. Non solo civili: hanno lasciato l’Etiopia, anche decine e decine di militari che hanno abbandonato i ranghi per rifugiarsi nel Paese confinante.

Dall’ inizio del conflitto sarebbero già morte centinaia di persone da entrambe le parti. Impossibile verificare o confermare, visto che le comunicazioni sono ancora poste sotto sigillo.

La tensione tra il governo centrale e quello di Makallé è alle stelle da mesi. E dopo le elezioni non autorizzate che si sono svolte a settembre, Addis Ababa ha inserito nella lista nera le autorità della regione e del partito al potere, Tigray People’s Liberation Front (TPLF), bollandoli come “criminali”.

Le truppe di Addis Ababa hanno lanciato l’offensiva contro la regione del Tigray, nel nord dell’Etiopia, in seguito a un attacco a una base militare a Makallé. L’aggressione condotta avrebbe causato morti e danni alle strutture. Inoltre gli assalitori avrebbero tentato di rubare mezzi e altri beni militari delle forze federali.

Debretsion Gebremichael, presidente del Tigray, Etiopia

Debretsion Gebremichael, appassionato giocatore di tennis, è nato a Shire Inda Selassie, nel Tigray, negli anni 50. Di lui si dice che fosse il miglior studente di tutta la provincia, un ragazzo prodigio, dotato di grande intelligenza. Ammesso a pieni voti all’università, ha preferito combattere accanto al TPLF contro la dittatura della giunta militar-comunista di Mengistu Hailé Mariam, che ha governato l’Etiopia e l’attuale Eritrea dal 1974 al 1991. 

TPLF ha poi mandato il giovane Debretsion in Italia, dove ha studiato tecnologia delle comunicazioni. Tornato in patria si è iscritto all’università di Addis Ababa, conseguendo la laurea in ingegneria elettronica.

Ha ricoperto posti governativi di grande prestigio. Durante il governo di Melles Zenawi, Debretsion Gebremichael, è stato direttore dell’Agenzia per lo sviluppo dell’informazione e della comunicazione, ministro delle Comunicazioni e anche vice primo ministro del premier Hailemariam Desalegn, succeduto a Melles Zenawi. Dal 9 gennaio 2018 è presidente del Tigray.

Africa ExPress
@africexp

Abiy Ahmed nuovo primo ministro dell’Etiopia giurerà lunedì dopo Pasqua

Macelleria jihadista in Mozambico: decapitate 53 persone, anche minori e una donna incinta

sandro_pintus_francobollo

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
10 novembre 2020

Stavano facendo il rito di iniziazione maschile ed erano tutti adolescenti, la maggior parte erano stati circoncisi di recente in occasione della cerimonia.

La macelleria jihadista

Erano 15, accompagnati da cinque adulti. I loro corpi sono stati trovati nella boscaglia: tutti decapitati, gli adulti fatti a pezzi a colpi di machete. Era un rito tribale importante quanto la cresima della religione cattolica. Con questo rito gli adolescenti acquisiscono il diritto di passare dal mondo dell’adolescenza alla realtà del mondo degli adulti. Ma la rabbia jihadista non rispetta la sacralità degli “altri”, considerati infedeli, e ha portato solo morte.

Violenza jihadista, Mappa di Cabo Delgado
Mappa di Cabo Delgado con la posizione del distretto di Muidumbe (Courtesy GoogleMaps)

La conferma dell’eccidio arriva da Pinnacle News, la Rete di comunicazione comunitaria di Cabo Delgado che purtroppo ha dovuto aggiornare le prime informazioni sul massacro. Non sono 20 ma 53 le persone trucidate dai tagliagole, includendo anche un feto.

È successo tra il 31 ottobre e il 4 novembre nel distretto di Muidumbe, 100 km a sudovest di Mocimboa da Praia. I terroristi sono entrati nel villaggio “24 de Março” per ammazzare. Dopo la strage sono entrati in un villaggio vicino dove si teneva un’altra cerimonia di iniziazione. Anche lì hanno decapitato 24 bambini e sei anziani. La popolazione è però riuscita a catturare tre jihadisti che ha decapitato come avevano fatto con le loro vittime. Ma, per l’ennesima volta, i villaggi sono stati distrutti.

Una vendetta jihadista

Ma ci sono altre decapitazioni. Un insegnante, Damião Males Tangasse, era riuscito a scappare nella boscaglia con la moglie, i due figli e la cognata incinta. La moglie, salva per miracolo, ha raccontato di aver visto i terroristi decapitare il marito. Poi dopo aver picchiato selvaggiamente la sorella incinta, le hanno tagliato la pancia e decapitata e hanno rapito i suoi bambini.

Secondo la popolazione, l’obiettivo dei jihadisti era una vendetta: la decapitazione di 270 persone, il numero di terroristi uccisi dagli ex combattenti nello stesso distretto. Il ministro mozambicano degli Interni, Amade Miquidade, ha confermato che tra il 26 e il 29 ottobre sono stati uccisi 130 insorti. Gli al Shebab, così vengono chiamati dalla popolazione, dal 15 agosto hanno ancora il controllo di Mocimboa da Praia. Hanno anche occupato il porto e dell’aeroporto della città che le Forze governative non riescono a liberare.

Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga
Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga

In tre anni oltre 2.000 morti e 435 mila profughi, riesplode epidemia di colera

Dal 5 ottobre 2017, inizio degli attacchi, i morti sono oltre 2.000 e i profughi in fuga a Cabo Delgado sono diventati 435 mila. Nelle ultime due settimane, a causa della terribile situazione igienico-sanitaria è riesplosa l’epidemia di colera nell’isola di Ibo. Nel momento in cui scriviamo si contano 60 morti.

Chi sono i jihadisti

Negli ultimi otto mesi, sono notevolmente aumentate l’aggressività e la potenza di fuoco dei jihadisti.  Anche con la complicità di settori Forze di difesa e sicurezza mozambicane (FDS). Soprattutto quelli del gruppo Ahlu Sunnah wa-Jammá che si sono affiliati all’ISIS. Il Centro de Jornalismo Investigativo  (CJI Moz) ha fatto un’indagine di cui abbiamo scritto, facendo anche i nomi dei capi jihadisti. Sono Bonomado Machude Omar, alias Ibn Omar; Abdala Likonga, alias Alberto Shaki; e André Idrissa. Tra le loro attività illecite per autofinanziarsi anche il traffico di organi e il contrabbando di rubini.

Il Segretario ONU, Antonio Gutierrez contro la strage jihadista (Courtesy ONU)
Il Segretario ONU, Antonio Gutierrez contro la strage jihadista (Courtesy ONU)

ONU sotto shock per il massacro jihadista

Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite ha espresso shock per le ultime stragi jihadiste di Cabo Delgado. Ha esortato le autorità del paese dell’Africa meridionale “a condurre un’indagine su questi incidenti e a ritenere i responsabili a rendere conto”. E ha invitato “tutte le parti in conflitto a rispettare i loro obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani”. Cosa non facile visto che anche le Forze armate mozambicane (FADM) sono accusate da Amnesty International di violazione dei diritti umani.

 

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Giornalisti svelano i traffici dei jihadisti in Mozambico: traffico di organi e rubini

 

Ecco chi sono e cosa fanno i capi dei tagliagole nel nord Mozambico

Giornalisti investigativi in Mozambico scoprono l’account FB usato dai jihadisti

Un gruppo di giornalisti investigativi svela i nomi dei capi jihadisti in Mozambico

Mozambico, jihadisti massacrano 52 giovani che rifiutano di arruolarsi con loro

Mozambico, contrabbando di rubini e avorio dietro i capi jihadisti di Cabo Delgado

Giovani jihadisti mozambicani addestrati all’estero da milizie pagate da al Shebab

Cabo Delgado, soldati mozambicani freddano donna: dopo le bastonate, mitragliata 36 volte

USA chiedono a Zimbabwe intervento militare contro i jihadisti in Mozambico

SADC a guida mozambicana: fermare terrorismo jihadista in Africa Australe

Covid-19 riprende la corsa in nord Africa: ora attacca di nuovo Tunisia e Algeria

Africa ExPress
10 novembre 2020

La pandemia ha ripreso la sua corsa anche in nord Africa. I governi di Tunisia e Algeria hanno emanato nuove misure volte a rallentare l’espandersi di Covid-19.

Tunisia: il primo ministro Hichem Mechichi ha imposto un nuovo coprifuoco notturno e vietato spostamenti da una città all’altra per rallentare la folle corsa del virus.

Tunisia: solo il 40 per cento della popolazione porta le mascherine

I casi accertati sono ormai 70 mila su una popolazione di 11,5 milioni, i morti sono ufficialmente 1.920, ma secondo il governo potrebbero essere tra 6 e 7 mila. Mechichi ha sottolineato che la situazione sanitaria nel Paese è molto seria. Solo il 40 percento dei tunisini porta regolarmente la mascherina. Il primo ministro ha detto che saranno intensificati controlli, in quanto almeno l’80 per cento dei cittadini dovrebbe indossarla nei luoghi pubblici.

Caffè e bar dovranno chiudere alle 16.00, sono vietate manifestazioni pubbliche e private, sospesa la frequentazione dei luoghi di culto; sono vietati tutti gli assembramenti di oltre 4 persone nei luoghi pubblici.

Secondo alcune fonti mediche, le terapie intensive di molti ospedali statali avrebbero già raggiunto il massimo delle loro capacità.

In Algeria i casi accertati sono 62.692, mentre i decessi registrati 2.062. Per arginare la nuova ondata di contagi, il governo ha imposto un coprifuoco di due settimane dalle 20.00 alle 05.00 in 29 sulle 48 prefetture del Paese. Inoltre sono stati sospesi i trasporti pubblici e privati in tutta la nazione durante i fine settimane. Sono vietati spostamenti collettivi tra una prefettura e l’altra; le rivendite di autovetture usate dovranno chiudere le serrande per una quindicina di giorni, giacché sono frequentate sempre da un gran numero di persone.

Grande preghiera del venerdì in una moschea

Le amministrazioni locali hanno facoltà di decidere autonomamente su confinamenti mirati di quartieri o località, qualora vi fosse presente un focolaio di infezione da covid-19. Infine, università e corsi di formazione professionale riprenderanno le lezioni solamente il 15 dicembre e non il 22 novembre come deciso inizialmente.

Sono previste ispezioni a sorpresa per controllare l’applicazione del protocollo sanitario. Restano ancora vietati tutti gli assembramenti, compreso circoscrizioni, matrimoni, manifestazioni politiche e quant’altro. Mentre è autorizzata la grande preghiera del venerdì anche nelle moschee che possono accogliere oltre mille fedeli, ma nei luoghi di culto potranno essere effettuati controlli senza preavviso. Le frontiere resteranno chiuse.

Domenica scorsa Algeri ha fatto sapere che le condizioni di salute del presidente Abdelmadjid Tebboune sono in costante miglioramento. Conosciuto per essere un gran fumatore, il 74enne capo di Stato è stato colpito da covid-19 alla fine dello scorso mese. Il 28 ottobre è stato trasportato in un ospedale specializzato in Germania dove è sottoposto tutt’ora alle terapie del caso.

Africa ExPress
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Algeria: il regime va alle elezioni ma l’opposizione le boicotta

Leonardo consegna l’ultimo aereo per truppe d’assalto al Kenya

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
9 novembre 2020

Uno, due e tre. Non conosce soste l’export di sistemi di guerra del gruppo Leonardo-Finmeccanica, neanche in tempi di pandemia. Il gruppo industriale a partecipazione statale ha consegnato alle forze armate del Kenya il terzo ed ultimo esemplare di aereo da trasporto truppe d’assalto ed equipaggiamenti militari C-27J “Spartan”. Il velivolo è giunto a Nairobi il 2 ottobre scorso dopo essere decollato da Torino-Caselle, sede degli stabilimenti di produzione. Ad accoglierlo il Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare keniana generale Francis Ogolla e l’ambasciatore italiano in Kenya, Alberto Pieri. A benedire l’aereo di guerra e l’equipaggio due esponenti religiosi, uno cattolico e uno islamico.

Leonardo consegna l’ultimo Spartan al Kenya

Registrato con il numero di codice 226, il C-27J “Spartan” sarebbe dovuto arrivare in Kenya già qualche mese fa, ma a seguito dell’escalation del contagio da Covid-19 nelle regioni centro-settentrionali d’Italia, di concerto con le autorità militari del Paese africano, il velivolo era stato trattenuto a Caselle per essere utilizzato per il trasporto di personale e attrezzature sanitarie a supporto della Protezione civile. Sull’impiego in Italia del velivolo acquistato dall’aeronautica keniana è stato mantenuto il massimo riserbo, anche se sono state tracciate le rotte di alcune sue missioni di volo, come ad esempio quella del 28 marzo 2020 da Roma a Torino e quella da Torino a Milano il giorno successivo.

Il C-27J “Spartan” è una versione avanzata dell’aereo G.222 prodotto da Alenia (oggi assorbita da Leonardo-Finmeccanica), dotato di sistemi e motori Rolls Royce che gli consentono di raggiungere una velocità massima di circa 600 km/h. Viene presentato come un velivolo tattico di classe media per il trasporto di uomini e mezzi militari, ma lo “Spartan” è anche utilizzato per gli aviolanci di paracadutisti, l’evacuazione medica di personale ferito, la ricerca e il soccorso, il pattugliamento marittimo, il rifornimento terrestre e, ovviamente, il combattimento a fuoco. Per le operazioni di trasporto aereo, il velivolo è in grado di imbarcare fino ad un massimo di 60 soldati o 46 paracadutisti con equipaggiamento leggero o, ancora, fino ad 11,5 tonnellate di materiali.

Gli stabilimenti di Leonardo hanno predisposto una versione dello “Spartan”, l’MC-27J, con a bordo una serie di sensori elettro-ottici ed infrarossi, radar e sistemi di comunicazione avanzati, per svolgere compiti C3-ISR/ISTAR (comando, controllo, comunicazione, intelligence, sorveglianza, riconoscimento e acquisizione del target); la versione “Jedi”, in dotazione dell’Aeronautica Militare italiana, è impiegata per la guerra elettronica. Per le missioni di supporto al fuoco, l’aereo può essere armato con un sistema di tiro avanzato, trasformandosi così in una vera e propria cannoniera volante. L’MC-27J può essere anche dotato di missili AGM-176 “Griffin e bombe a guida laser GBU-44 “Viper Strike”.

Leonardo non ha rivelato quale delle versioni dello “Spartan” sia stata consegnata alle forze armate keniane. Il sito specializzato AfricaIntelligence.com ha rilevato tuttavia che i tre C-27J giunti a Nairobi sono i primi velivoli ad essere equipaggiati con una nuova suite GATM-Global Air Traffic Management  compatibile per adeguarsi pienamente ai regolamenti dell’aviazione civile. “I nuovi aerei militari hanno la capacità di trasportare equipaggiamento pesante, elicotteri e apparecchiature marittime in supporto all’Esercito e alla Marina militare del Kenya”, aggiunge AfricaIntelligence.com. “I velivoli incrementeranno le capacità dell’aeronautica keniana nel contrastare la presenza degli Al-Shabaab nel Paese”.

Due esponenti religiosi, uno cattolico e uno islamico benedicono aereo e equipaggio al suo arrivo in Kenya

I piloti e i tecnici africani avevano preso in consegna i primi due C-27J “Spartan” tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 per effettuare i test addestrativi al volo negli stabilimenti Leonardo di Torino-Caselle. Gli aerei, immatricolati con i codici 222 e 224, sono giunti in Kenya il 30 gennaio 2020. Ad accoglierli allo Jomo Kenyatta International Airport c’erano il Presidente della Repubblica Uhuru Kenyatta e le maggiori autorità militari del Paese. Il 14 febbraio i due velivoli hanno effettuato la loro prima vera e propria operazione aerea ‎con la Kenya Air Force (KAF). “Dopo un rigoroso processo che ha richiesto quasi quattro anni, la nostra Aeronautica è felice di poter disporre di questi aerei, così come le forze armate di altri paesi al mondo”, ha dichiarato il Capo di Sato maggiore Ogolla.

I manager di Leonardo avevano pure mantenuto top secret l’identità del loro nuovo cliente degli “Spartan”. La commessa veniva però ufficializzata nel giugno 2018 dal segretario del Tesoro del Kenya Henry Rotich, in un rapporto presentato al Comitato parlamentare sui conti pubblici. Per i tre C-27J il governo avrebbe stanziato complessivamente 220 milioni di dollari circa, anche tramite la richiesta di un prestito finanziario di 20 milioni di euro con durata decennale al gruppo bancario italiano Unicredit S.p.A.. La firma del contratto risalirebbe all’autunno 2017, mentre il prestito sarebbe stato formalizzato dal Ministero del Tesoro l’11 dicembre 2017.

Nel rapporto presentato dal segretario Henry Rotich si aggiungeva che le autorità statali si erano assicurati da Unicredit S.p.A. altri 51,8 milioni di euro per finanziare l’acquisto di un numero imprecisato di elicotteri AgustaWestland AW139, anch’essi prodotti dal gruppo Leonardo. Il sito specializzato sudafricano Defense.web ha documentato la consegna – nel giugno 2018 – di quattro elicotteri AW139 alle forze di polizia nazionale del Kenya, anche se non è certo che siano proprio questi i velivoli acquistati grazie alla copertura finanziaria del gruppo bancario italiano. I velivoli sono stati configurati in due versioni: la prima per le operazioni di pronto intervento e sorveglianza dell’ordine pubblico e la seconda per il trasporto VIP. Non è escluso che anche le forze armate keniane possano aver ordinato altri elicotteri AgustaWestland AW139 da destinare alla base aerea di Moi, nei pressi di Nairobi.

L’holding Leonardo è rappresentata in Kenya da una società interamente controllata, la Leonardo Technologies & Services Limited con sede nel parco tecnologico di Watermark nei pressi della capitale, all’interno di una struttura di 10.000 mq che ospita anche il reparto di progettazione impianti e sistemi, i laboratori di produzione e i team di tecnici e ingegneri. La Leonardo Technologies & Services Limited ha anche il compito di promuovere e commercializzare il marchio industriale-militare in buona parte dell’Africa.

Il Kenya è il quarto cliente del continente ad aver acquistato i C-27J “Spartan” dopo Marocco (2012), Ciad (2013-14) e Zambia (2018). Questo velivolo militare è attualmente operativo anche con le aeronautiche di Italia, Stati Uniti, Grecia, Bulgaria, Lituania, Romania, Messico, Australia, Perù e Slovacchia.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

E’ guerra tra Addis Ababa e Tigray: sciolto d’autorità il governo di Makallé

Africa ExPress
8 novembre 2020

Ultimi aggiornamenti: Il presidente del Tigray, Debretsion Gebremichael, ha detto poche ore fa che sarebbe meglio deporre le armi e iniziare a dialogare con Addis Ababa. Nel frattempo continueremo a difendere la nostra regione.
Intanto Aby ha annunciato nella giornata odierna che tutti leader del settore sicurezza saranno sostituiti: il capo della polizia federale, dell’intelligence e delle forze armate nazionali.
L’esercito etiopico afferma di aver preso il controllo delle aree di Dansha, Medali, Bakr e Logoudi, l’aeroporto di Humara, la strada di Metema che porta verso il Sudan.

Durante una sessione straordinaria che si è tenuta sabato, la Camera alta della Federazione (una delle due Camere del Parlamento) ha approvato il dissolvimento del governo regionale del Tigray e ha dichiarato illegale l’attuale amministrazione. Sarà istituita un’amministrazione ad interim per far rispettare lo Stato di diritto, che approvi il budget della regione e che faciliti il processo elettorale.

Abiy Ahmed, primo ministro etiope, al potere dall’aprile 2018 e insignito del Premio Nobel per la Pace l’anno seguente, ha ammesso che venerdì sono state sganciate delle bombe sopra Makallé, capoluogo del Tigray, e ha annunciato che i jet da combattimento interverranno nuovamente.

Abiy Ahmed, primo ministro etiope

Tigray People’s Liberation Front (TPLF) ha detto di essere pronto a abbattere qualsiasi aereo o elicottero e ha precisato che i bombardamenti non avrebbero fatto vittime, contraddicendo così la versione data da alcune fonti diplomatiche.

Addis Ababa ha lanciato un’offensiva nella regione ribelle in seguito a un attacco effettuato da TPLF a una base di Makallé, sede delle truppe fedeli al partito al potere nell’area. Abiy ha precisato che l’aggressione condotta dalla regione ribelle avrebbe causato morti e danni alle strutture. Inoltre gli assalitori avrebbero tentato di rubare mezzi e altri beni militari delle forze federali.

Abiy ha giustificato l’ intervento nel Tigray su Twitter: ” E’ necessario salvaguardare la Costituzione, tutelare le riforme e a democratizzazione dell’Etiopia e mettere un punto finale all’impunità della quale godono i dirigenti di TPLF”.

Intanto si continua a combattere. Secondo un rapporto di International Crisis Group, il TPLF disporrebbe di più o meno 250 mila uomini tra forze paramilitari e milizie locali. E il governo tigrino in una nota sulla sua pagina facebook ha sottolineato: “Ora i nostri uomini dispongono di armi moderne e ci permettono di raggiungere il luogo degli infedeli”.

Crisi Etiopia-Tigray

Un operatore umanitario ha riferito a Reuters questa mattina che almeno 6 combattenti sono morti e una sessantina sono stati feriti durante alcuni scontri in nell’area di confine tra il Tigray e l’Amhara.

Secondo quanto riportato dal TPLF, parecchi tigrini – agenti di polizia a militari – che lavoravano per il governo federale nella regione, sono stati licenziati, altri anche messi agli arresti domiciliari.

In Etiopia i tigrini hanno dominato la scena politica e militare per quasi trent’anni in Etiopia, ma con l’arrivo di Abiy e con il nuovo esecutivo tale collaborazione si è praticamente interrotta. Si sono sentiti offesi, perchè presi di mira e accusati di corruzione e sostengono che il primo ministro occupi la poltrona illegalmente, in quanto il suo mandato è scaduto e le elezioni sono state rinviate a causa della pandemia.

I dissensi tra Addis Ababa e Makallé si sono intensificati a settembre, quando il Tigray ha indetto elezioni regionali contro il parere del governo centrale. Debrestion Gebremichael, presidente della regione, è convinto che l’offensica lanciata da Abiy non è altro che una spedizione punitiva contro la tornata elettorale.

Locuste in volo cambiamenti climatici
Locuste in volo. Il sovrannumero di questi insetti è dovuto ai cambiamenti climatici

Intanto cresce la preoccupazione dell’ONU, che in una nota ha fatto sapere che con l’intensificarsi del conflitto 9 milioni di persone rischiano di essere costrette a sfollare, giacché con la dichiarazione dello stato di emergenza proclamato da Addis Ababa, è stato bloccato l’arrivo di generi alimentari e di altri aiuti di prima necessità.

In base al rapporto di OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari), nel Tigray 600 mila persone dipendono esclusivamente dagli aiuti alimentari per poter sopravvivere e un milione riceve altre forme di supporto. E non dimentichiamo che la situazione umanitaria è già molto grave in gran parte della regione, fortemente colpita dall’invasione di sciami di locuste, che hanno danneggiato gran parte dei raccolti.

Poco più di un’ora fa il quotidiano Addis Standard ha scritto che il presidente di Amhara, Temesgen Tiruneh, ha rassegnato le sue dimissioni. L’assemblea regionale ha accettato il suo licenziamento volontario e ha subito nominato il suo successore, Agegnehu Teshager, che ha già prestato giuramento.

La stabilità dell’Etiopia è importante per tutto il Corno d’Africa e il Sudan ha già chiuso le suo frontiere con il Paese e anche IGAD (The Intergovernmental Authority on Development) , ha espresso grande preoccupazione per l’attuale situazione, lanciando un appello alla mediazione e chiedendo alle due parti coinvolte nel conflitto di risolvere le loro divergenze con il dialogo e la riconciliazione.

Africa ExPress
@africexp

Africa ExPress continua a monitorare attentamente le situazione in Etiopia. Aggiorneremo in continuazione.

Abiy Ahmed nuovo primo ministro dell’Etiopia giurerà lunedì dopo Pasqua

 

 

Liberate immediatamente i giornalisti che languono nelle prigioni eritree dal 2001

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Dal nostro corrispondente
Makeda Saba
Da qualche parte in Eritrea, 3 novembre 2020

In Eritrea, nel 2001, i membri dissidenti dell’unico partito politico, il Fronte popolare per la democrazia e la giustizia (PFDJ), noti come G15, hanno messo apertamente in discussione le pratiche e le politiche del potere. I nascenti media nazionali indipendenti hanno svolto un ruolo vitale nella discussione, pubblicando editoriali, commenti e lettere scambiate tra i membri del G15 e il presidente Isaias Afwerki.

Il Presidente eritreo ha risposto alle critiche e al dibattito in corso sui giornali chiudendo tutti i media indipendenti e arrestando tutti i giornalisti e gli editori ad essi associati. La giustificazione degli arresti è stata: sono tutti criminali e traditori colpevoli di cospirazione con i nemici del Paese (cioè l’Etiopia).

In particolare, nel caso dei giornalisti, l’arresto non è stato conforme alle disposizioni della Proclamazione alla stampa (1996) in quanto non vi è stato un ordine del tribunale per l’arresto né è stato dichiarato lo stato di emergenza. Nessun tribunale ha ascoltato il loro caso. L’arresto dei giornalisti è stato un’azione intrapresa al di fuori del sistema giudiziario. Si è trattato quindi di un atto al di fuori dello Stato di diritto, con l’unico scopo di mettere a tacere i media e di limitare la libertà di parola. Ad oggi, in Eritrea, non esistono mezzi di comunicazione indipendenti.

Arrested journalists in Eritrea in 2001

Nel 2001 il governo eritreo ha arrestato i seguenti giornalisti:

Yosef Mohamed Ali, caporedattore capo dello Tsigenay;
Seyoum Tsehaye, redattore freelance e fotografo ed ex direttore della televisione di Stato eritrea (ETV);
Temesgen Gebreyesus, Reporter di Keste Debena;
Mattewos Habteab, redattore di Meqaleh;
Dawit Habtemicheal, vicedirettore capo, Meqaleh;
Medhanie Haile, vicedirettore, Keste Debena;
Fessahye Yohannes (cioè Joshua), reporter e comproprietario di Setit;
Said Abdulkadir, capo redattore capo di Admas;
Amanuel Asrat, caporedattore capo di Zemen;
Dawit Isaak, giornalista e comproprietario di Setit;
Hamid Mohammed Said, ETV;
Saleh Aljezeeri, Eritrean State Radi0;
Zemenfes Haile, fondatore e direttore del settimanale privato Tsigenay;
Ghebrehiwet Keleta, giornalista dello Tsigenay,
Selamyinghes Beyene, reporter del settimanale MeQaleh;
Binyam Haile di Haddas Eritrea;
Simret Seyoum, scrittore e direttore generale di Setit.

Tre dei giornalisti arrestati nel 2001 hanno ricevuto un riconoscimento internazionale per il loro lavoro. Seyoum Tsehaye è stato nominato giornalista dell’anno nel 2007; Dawit Isaak è stato premiato con la Penna d’Oro della Libertà nel 2011 e nel 2017 con il Premio Mondiale per la Libertà di Stampa UNESCO/Guillermo Cano World Press Freedom Prize.

Quest’anno, Amanuel Asrat è stato premiato con il Premio Internazionale Scrittore di Coraggio. Durante un’intervista della BBC del 2001, in cui si discuteva degli arresti, Yeamane Grebremeskel (il potentissimo guardiano del regime, ndr) ha confermato l’opinione del Governo secondo cui i giornalisti erano coinvolti in attività illegali che mettevano in pericolo la sicurezza e la sovranità dell’Eritrea. Tuttavia, non è stato in grado di specificare le accuse o quale ente governativo sarebbe stato responsabile del loro caso. Una fonte affidabile riferisce che il governo non ha mai formalmente accusato il giornalista che non è stato portato in giudizio. Da allora il governo ha continuato ad arrestare e a far sparire arbitrariamente i giornalisti. Ha anche fatto in modo che le collezioni archiviate dei giornali indipendenti non siano facilmente disponibili per la consultazione.

Il governo eritreo ha effettivamente messo a tacere gli eritrei. Un’azione contraria alle disposizioni dell’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (UDHR), all’articolo 19 della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), all’articolo 9 della Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli (ACHPR) e all’articolo 19 della Costituzione eritrea del 1997 che il Governo non ha mai implementato.

Preoccupata per la limitazione della libertà di parola da parte del governo eritreo, l’organizzazione internazionale Articolo 19 ha presentato il caso del giornalista eritreo arrestato e dei membri del G15 alla Commissione africana per i diritti umani e dei popoli. Dopo aver esaminato il caso, la Commissione ha concluso che il governo eritreo ha violato il diritto alla libertà di espressione e che la restrizione generale dei diritti umani e, in particolare, dei diritti umani:

“………il diritto alla libertà di espressione e alla libertà dall’arresto e dalla detenzione arbitraria serve solo a minare la fiducia dell’opinione pubblica nello stato di diritto. “

Anche la Commissione africana dei diritti umani è stata del parere che:

“….. L’obiettivo legittimo di salvaguardare e addirittura rafforzare l’unità nazionale in circostanze politiche difficili non può essere raggiunto cercando di mettere la museruola alla difesa, alla democrazia multipartitica, ai principi democratici e ai diritti umani”.

Pertanto, la Commissione ha indirizzato il governo eritreo verso questo obiettivo:

“…………liberare o per portare ad un processo rapido ed equo i 18 giornalisti detenuti dal settembre 2001, e per revocare il divieto di stampa; raccomanda che ai detenuti sia concesso l’accesso immediato alle loro famiglie e ai loro rappresentanti legali, e raccomanda che il governo dell’Eritrea prenda misure adeguate per garantire il pagamento di un risarcimento ai detenuti”.

Il caso del giornalista eritreo Dawit Isaak è stato portato davanti alla Commissione africana per i diritti umani e dei popoli il 29 ottobre 2012. Dawit è uno dei giornalisti arrestati dal governo eritreo nel 2001 e scomparsi. Nell’esaminare il caso, la Commissione ha rilevato che il governo eritreo non ha intrapreso alcuna azione per dare attuazione al suo precedente orientamento in merito all’arresto e alla scomparsa di Dawit Isaak e di altri giornalisti:

“La Commissione osserva pertanto che i diritti e gli obblighi delle parti sono stati debitamente determinati dall’articolo 19. La Commissione osserva inoltre che la presente comunicazione è conseguente alla mancata attuazione della decisione dello Stato convenuto, che ha portato il denunciante ad essere tenuto in isolamento per circa 13 anni. La Commissione si rammarica di questo stato di cose e desidera richiamare l’attenzione dello Stato convenuto sul suo obbligo di dare attuazione ai diritti e alle libertà sancite dalla Carta che si è volontariamente impegnato a rispettare”.

In conclusione, la Commissione ha ribadito le indicazioni che aveva dato nel caso dell’articolo 19 – vs- lo Stato dell’Eritrea. In particolare, ha ordinato al governo di:

“a. rilasciare o portare ad un processo rapido ed equo i 18 giornalisti (compreso Dawit Isaak), detenuti dal settembre 2001, e di revocare il divieto di stampa;

b. concedere ai detenuti l’accesso immediato alle loro famiglie e al loro rappresentante legale; e

c. adottare misure adeguate per garantire il pagamento di un indennizzo ai detenuti; …”.

Fino ad oggi, il governo eritreo non si è attivato per attuare le direttive della Commissione africana per i diritti umani e dei popoli. E le famiglie dei giornalisti non hanno idea di dove si trovino i loro cari e della loro sorte.

Sebbene il caso di tutti i giornalisti arrestati dal governo eritreo e scomparsi nel nulla sia terribile e inquietante, la situazione di Dawit Isaak è unica in quanto si tratta di una persona con doppia cittadinanza: svedese ed eritrea. È stato uno dei fondatori del quotidiano indipendente Setit. Nel 2001, il suo giornale ha pubblicato una lettera aperta, da parte dei membri del governo eritreo dissenzienti, noti come G15, al presidente Isaias Afwerki. Questa pubblicazione ha generato un acceso dibattito pubblico e sui media locali. Uno scambio vivace di opinioni che finito con l’arresto da parte del governo degli undici membri del G15 e dei giornalisti. Dawit, come già detto, è stato uno degli arrestati.

Poiché il giornalista è anche cittadino svedese, il governo di Stoccolma ha intrapreso numerose iniziative diplomatiche  per ottenere il suo rilascio. Nel 2009, il ministro dello Sviluppo dell’UE Louis Michael ha ricevuto solide assicurazioni dai diplomatici eritrei sulla possibilità di rilasciare Dawit Isaak. Forte di tali assicurazioni, il ministro si è recato ad Asmara. Il governo eritreo non ha rilasciato Dawit e il ministro non ha potuto neppure vederlo.

Dawit Isaak, giornalista eritreo-svedese in galera dal 2001

Essendo poi Dawit un cittadino dell’Unione Europea, il suo caso è stato portato all’attenzione del Parlamento dell’UE. Per questo motivo, nel 2011, il Parlamento ha emesso la sua prima risoluzione chiedendo il suo rilascio. La risoluzione afferma che, essendo Dawit un cittadino dell’UE, l’UE ha l’obbligo giuridico e morale di proteggere i suoi interessi come previsto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La risoluzione esprime anche la preoccupazione che Dawit abbia già trascorso dieci anni in prigione senza essere stato accusato o sottoposto a processo. Il Parlamento europeo ha inoltre espresso il proprio sgomento per il rifiuto del governo eritreo di fornire informazioni sul suo stato di salute. Da allora ci sono state altre due risoluzioni del Parlamento europeo che affrontano il deterioramento della situazione dei diritti umani in Eritrea e chiedono il rilascio di Dawit Isaak; giornalisti e altri prigionieri di coscienza come i membri del G15.

E’ indignata la reazione del governo eritreo alla risoluzione del Parlamento europeo di quest’anno che chiede il rilascio di Dawit Isaak. L’editoriale del Ministero dell’Informazione eritreo, che fa eco alla risposta ufficiale del governo, rigetta le critiche del documento in merito all’incarcerazione di Dawit e al deterioramento dei diritti umani nel Paese: “… assolutamente falso …. “. Il Ministro dell’Informazione twitta: “L’Eritrea respinge categoricamente la risoluzione del Parlamento europeo che è del tutto infondata nella sostanza e malvagia nell’intento”.

Ufficialmente, il governo eritreo ritiene che la risoluzione del Parlamento europeo del 2020 sia un attacco all’Eritrea e che sia un rimaneggiamento dei “…fallaci rapporti del relatore speciale dell’UNHRC sull’Eritrea”. Risponde che, poiché Dawit è colpevole di”…atti di tradimento…”, il suo caso “…non può essere inteso come una questione di diritti umani e libertà di espressione…”. Pertanto, il che implica che i prigionieri come Dawit non hanno diritti umani. La risposta si oppone fermamente al paragrafo 8 della risoluzione del Parlamento europeo di quest’anno. Il paragrafo richiede una valutazione da parte della Commissione:

“…i risultati tangibili in materia di diritti umani che sono il risultato della strategia UE-Eritrea e del cosiddetto “approccio a doppio binario””; la risoluzione richiede inoltre che la Commissione garantisca il rispetto della “condizionalità degli aiuti UE …….“.

In risposta, il governo eritreo afferma che: “… L’Eritrea non è parte di un accordo con l’UE basato su un approccio “a doppio binario” e che prevede condizioni che corrodono le sue scelte e decisioni politiche sovrane. L’Eritrea sa invece  che la cooperazione multilaterale allo sviluppo con l’UE è disciplinata dall’accordo di Cotonou……La dichiarazione relativa alla comprensione da parte dei governi eritrei dell’approccio a doppio binario non è vera. Il 28 gennaio 2016, il governo eritreo e l’Unione europea hanno firmato l’11° accordo di Cotonou”.

Fondo Europeo di Sviluppo – Programma indicativo nazionale 2014-2020

Il Programma ha stanziato 175 milioni di euro per l’energia sostenibile e 25 milioni di euro per la governance. Entro il 2019, gran parte del PIN non era impegnato. Pertanto, nel marzo dello stesso anno, tenendo conto dell’accordo di pace recentemente firmato tra Etiopia ed Eritrea, il Comitato del Fondo europeo di sviluppo (FESC) ha approvato all’unanimità il trasferimento di 180 milioni di euro dal PIN (2014-2020) al Fondo fiduciario di emergenza dell’UE per l’Africa (EUTF).

La decisione ha modificato il PIN, cambiando il focus dei finanziamenti dell’UE alla costruzione e al ripristino delle strade. L’azione è stata motivata dal fatto che avrebbe consentito la necessaria flessibilità per riprendere un significativo dialogo politico con l’Eritrea, rafforzando al contempo il processo di pace in Etiopia. Un approccio a doppio binario. Tale cambiamento non poteva avvenire senza la conoscenza e il consenso del governo eritreo.

Sulla questione delle condizioni applicabili, il governo eritreo dovrebbe ricordare che gli elementi critici dell’impegno come l’accordo di Cottonau sono i diritti umani, i principi democratici e lo stato di diritto. Tutte questioni giustamente sollevate in tutta la risoluzione del Parlamento europeo su Dawit Isaak.

Il governo dell’Eritrea non ha rilasciato nessuno dei giornalisti, dei membri del G15 o di qualsiasi altro prigioniero di coscienza. Le famiglie dei prigionieri non hanno accesso e non hanno informazioni sul benessere dei loro cari. Infine, non ha rilasciato Dawit Isaak, e sono diciannove anni che la sua famiglia non lo vede e non ha notizie. I suoi figli sono cresciuti senza mai vedere il padre, crudeltà inimmaginabile che lo Stato dell’Eritrea continua a perpetrare contro la famiglia.

Nonostante gli sforzi del governo eritreo, le informazioni sulle fughe di notizie dei suoi prigionieri. Molte delle rivelazioni provengono da guardie e altri funzionari del governo che sono fuggiti. Purtroppo, si dice che un certo numero di giornalisti arrestati nel 2001 siano morti a causa di maltrattamenti, negligenza e tortura. Sulla base delle testimonianze oculari, gli attivisti eritrei per i diritti umani hanno compilato una lista di “Prigionieri politici, prigionieri della coscienza e altri cittadini scomparsi con la forza in Eritrea (1991-2020)”.

Tuttavia, le informazioni non sono complete. L’assenza di un corpo, l’impossibilità di eseguire i riti funebri significano che le famiglie non possono piangere i loro cari. Anche se il governo eritreo, come il Dergue, non chiede il pagamento delle pallottole che uccidono i nostri cari, sta comunque estraendo dalle famiglie e da tutti noi la sua libbra di sangue e sofferenza. In questo modo, il giornalista, le loro famiglie e il popolo eritreo sono in prigione. Punizione collettiva.

Il ricordo è un atto di sfida. Parlare e condividere le nostre storie è un atto di sfida. Per questo motivo, ricordiamo, raccontiamo le nostre storie e siamo solidali con Dawit Isaak e la sua famiglia. La lotta per il rilascio di Dawit Isaak e, attraverso di lui, per il rilascio di tutti i prigionieri politici, i prigionieri della coscienza e le altre persone scomparse con la forza continua e si sta rafforzando.

L’ultimo sforzo per il rilascio di Dawit è l’azione giudiziaria svedese avviata il 21 ottobre da Reporter senza Frontiere (RSF),  contro il presidente Isaias Afwerki e sette alti funzionari del governo eritreo. Reporter senza Frontiere ha presentato una denuncia per crimini contro l’umanità, sparizioni forzate, torture e rapimenti.

Noi ce lo ricordiamo.

Makeda Saba
makedasaba@gmail.com

L’Etiopia bombarda il Tigray e Roma firma un accordo militare con Addis Abeba

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
7 novembre 2020

Chissà se adesso che nella regione del Tigray sono iniziati i bombardamenti da parte del governo di Addis Abeba, ci sarà qualcuno in Italia che s’interrogherà sull’opportunità di aver firmato e ratificato in fretta e furia un accordo di cooperazione militare con l’Etiopia.

L’accordo con le autorità etiopiche è stato sottoscritto il 10 aprile 2019 in occasione della visita in Corno d’Africa dell’allora ministra della Difesa Elisabetta Trenta (M5S) e del Capo di Stato Maggiore delle forze armate, generale Enzo Vecciarelli. “Si tratta di un’intesa storica che inaugura una nuova fase delle relazioni bilaterali tra Italia ed Etiopia”, aveva commentato la ministra subito dopo la firma con la titolare del dicastero della difesa etiope, Aisha Mohammed. “L’Accordo istituisce un quadro entro cui sviluppare nuove e maggiori iniziative nel campo della sicurezza e della difesa in aree di comune interesse quali la formazione; le operazioni di peace-keeping in cui sia l’Etiopia che l’Italia condividono un ruolo di leadership; il contrasto al terrorismo ed all’estremismo violento; la ricerca e lo sviluppo in ambito militare e la collaborazione in materia di industria della difesa”.

L’allora ministro alla Difesa Elisabetta Trenta con il suo omologo etiope Aisha Mohammed

Il 26 giugno 2019 il Consiglio dei ministri presieduto da Giuseppe Conte, su proposta della ministra Trenta e dell’allora ministro degli Affari esteri Enzo Moavero Milanesi, approvava il disegno di legge di ratifica ed esecuzione dell’accordo di cooperazione militare e una ventina di giorni più tardi lo sottoponeva alle due Camere per la ratifica. Nonostante l’incalzante emergenza per la diffusione del Covid-19, la Camera dei deputati varava il testo il 5 febbraio 2020 (relatrice l’on. Mirella Emiliozzi di M5S, facente funzioni in una delle sedute l’on. Piero Fassino del Pd ), mentre il Senato della Repubblica lo approvava in via definitiva lo scorso 8 luglio (relatore il sen. Alessandro Alfieri del Pd). La legge è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 4 agosto 2020 ed è in vigore dal giorno successivo.

Nella scheda predisposta dall’esecutivo Conte uno sulle finalità generali dell’accordo di cooperazione militare Italia-Etiopia (rimasta la stessa anche dopo il ribaltone politico che ha portato al Conte bis), si enfatizza come il paese africano “sta conoscendo un accelerato ed intenso processo di riforma, dovuto principalmente al suo nuovo Primo Ministro Abiy Ahmed, unitamente ad una decisa crescita economica”. A capo del governo dall’aprile 2018 – aggiunge l’esecutivo – “il nuovo premier ha inaugurato una nuova fase politica di riforme e di riconciliazione nazionale, che ha ricevuto un significativo riconoscimento da parte della Comunità internazionale con il conferimento ad Abiy Ahmed del Premio Nobel per la pace nel 2019”.

“Apertura democratica e riformismo economico sono state le linee di politica interna, mentre sul piano regionale Abiy ha puntato sulla pace con l’Eritrea, sulla distensione dell’area e sul rafforzamento dei legami con alcuni Paesi del Golfo, i quali hanno fatto affluire ingenti capitali nel Corno d’Africa negli ultimi anni”, prosegue la scheda che accompagna la proposta di ratifica dell’accordo militare. “Il Primo Ministro ha varato negli ultimi mesi alcuni provvedimenti per superare le tensioni nel rapporto con alcuni gruppi etiopi di opposizione, anche armata, al governo di Addis Abeba, legati in passato ad Asmara. Ne sono testimonianza i decreti di liberazione di alcuni prigionieri politici; l’eliminazione della formazione para-militare Ginbot 7 e dell’Ogaden National Liberation Front dalla lista delle organizzazioni terroriste; la firma dell’accordo di pace con l’Oromo Liberation Front, che per anni ha condotto azioni di sabotaggio ai danni del Governo etiope godendo della protezione di Asmara, e con l’Amhara Democratic Front”.

Ciliegina sulla torta, le “eccellenti” relazioni economiche bilaterali. “L’Italia figura fra i primi partner commerciali dell’Etiopia: è l’8° fornitore a livello mondiale e il 1° a livello europeo nei primi 7 mesi del 2018”, concludono Conte & C. “Alcune delle maggiori imprese italiane sono coinvolte nell’opera di modernizzazione del Paese. Per l’export italiano, l’Etiopia costituisce il 4° mercato di destinazione nell’Africa sub-sahariana”.

Sarebbe però bastata un’occhiata ai più recenti report delle organizzazioni non governative internazionali in difesa dei diritti umani per rendersi conto che il quadro prefigurato dalle autorità italiane per giustificare la partnership militare con Addis Abeba era sin troppo enfatico non del tutto veritiero. Nel dossier 2020 di Amnesty International, ad esempio, l’Etiopia compare tra i paesi africani in cui “continuano numerosi gli attacchi da parte di gruppi armati e dalla violenza comune che causano morti, ferimenti e spostamenti forzati della popolazione”.

“Le risposte da parte delle forze di sicurezza sono state marcate da violazioni dei diritti umani molto diffuse e da crimini secondo le leggi internazionali”, riporta Amnesty. “E’ stato documentato un aumento della violenza etnica che ha condotto a migliaia di morti in tutto il paese e le forze di sicurezza hanno fallito nel loro compito di difesa e protezione della popolazione. Queste ultime, inoltre, specie i membri della polizia regionale e della milizia amministrativa locale, hanno avuto un ruolo attivo, schierandosi con i gruppi etnici d’appartenenza coinvolti nella violenza generale (…) In Etiopia, il governo non ha ancora condotto inchieste approfondite e imparziali sugli abusi degli attori non statali e delle forze di sicurezza – compresi gli assassinii di manifestanti e i numerosi casi di tortura e altri maltrattamenti  nelle prigioni”.

Ma cosa prevede l’accordo di cooperazione militare con l’Etiopia approvato dai disattenti parlamentari italiani? Il testo si apre con un preambolo dove le parti spiegano di voler “consolidare le rispettive capacità difensive” ed “indurre indiretti effetti positivi in alcuni settori produttivi e commerciali di entrambi i Paesi”. Tredici sono invece gli articoli che compongono l’accordo che avrà una durata di cinque anni, “automaticamente rinnovabili per ulteriori periodi di pari durata, sino a quando una delle Parti non decida, in qualunque momento, di denunciarlo, con effetto a 90 giorni”.

All’articolo 3, in particolare, si enumerano le materie della cooperazione: difesa e sicurezza; formazione, addestramento e assistenza tecnica; ricerca e sviluppo in ambito militare e supporto logistico; operazioni di supporto alla pace. All’articolo 4 si specificano invece le modalità con cui si espleterà la partnership tra le forze armate italiane e quelle del paese africano: scambi di visite e di esperienze; partecipazione a corsi, conferenze, studi, fasi di apprendistato e addestramento presso istituti di formazione militari; promozione dei servizi di sanità, compresa la ricerca medica; supporto ad iniziative commerciali relative ai prodotti e ai servizi connessi alle questioni della difesa; ecc..

E’ ovviamente al trasferimento di sistemi d’arma e apparecchiature belliche che si guarda con particolare attenzione. Così all’art. 9 viene auspita la promozione di “iniziative commerciali finalizzate a razionalizzare il controllo sui prodotti ad uso militare” attraverso la “ricerca scientifica, lo scambio di esperienze nel settore tecnico, l’approvvigionamento di equipaggiamento militare”.

L’Etiopia torna così ad essere, ottant’anni dopo la disastrosa disavventura coloniale del fascismo, meta del complesso militare-industriale di casa nostra. Sono gli stessi proponenti della legge di ratifica dell’accordo a sottolinearlo nella scheda tecnica presentata alle due Camere. “L’entrata in vigore dell’Accordo – si sottolinea – consentirà al Ministero della Difesa, d’intesa con il Ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale, di svolgere attività di supporto in favore del Governo etiope in relazione all’eventuale acquisizione da parte dello stesso di materiali per la difesa prodotti dall’industria nazionale, nel rigoroso rispetto dei princìpi, delle norme e delle procedure in materia di esportazione di materiali d’armamento di cui alla legge 9 luglio 1990, n. 185, sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”.

Un accordo tra Italia ed Etiopia sulla cooperazione nel settore della difesa era stato firmato a Roma il 12 marzo 1998 dall’allora ministro Beniamino Andreatta e dal generale Gebre Tsadkan, viceministro della difesa e Capo di Stato maggiore delle forze armate etiopi. Esso però non entrò in vigore perché non venne avviato il relativo iter parlamentare di ratifica per il sopraggiunto conflitto tra Etiopia ed Eritrea e il conseguente embargo disposto dal Consiglio di sicurezza dell’ONU sulla vendita e la fornitura di armi e materiale militare ai due Paesi belligeranti.

L’embargo fu revocato nel 2001 quando Eritrea ed Etiopia firmarono un accordo di cessazione delle ostilità. Ci sono volute due decadi perché a Roma si tornasse a puntare sugli affari armati con Addis Abeba.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Etiopia: bombardamenti in Tigray si inasprisce il conflitto con Addis Ababa

Africa ExPress
6 novembre 2020

Nella serata di ieri l’aeronautica etiopica avrebbe iniziato bombardamenti nel Tigray. Lo si legge nel sito di un emittente locale e anche la DW (Deutsche Welle) ha ripreso la notizia in amarico. Finora Addis Ababa non ha rilasciato commenti in merito.

Reuters riferisce che fonti diplomatiche hanno confermato che nel pomeriggio di ieri sono stati avvistati due aerei da combattimento volare sopra Makellé. Il fatto è stato descritto come “Uno show per mostrare i muscoli”.
Sempre stando a quanto riporta Reuters questa mattina, attorno le 03.00, si sarebbero sentiti sporadici bombardamenti vicino a Aburafi, città al confine tra il Tigray e l’Amhara.

E nel frattempo il Sudan ha già chiuso le sue frontiere con l’Etiopia. Lo ha riferito in un breve comunicato il governatore di Kassala.

E’ difficile verificare le notizie che giungono dall’area, perché internet è stato bloccato da ieri e lo spazio aereo è stato chiuso. Tutti voli interni  e internazionali per e da la regione sono stati chiusi. Sempre ieri il parlamento etiopico ha approvato lo stato d’emergenza nel Tigray, proclamato già martedì dal primo ministro Abiy Ahmed.

La tensione tra il governo centrale e quello di Makallé è alle stelle da mesi. E dopo le elezioni non autorizzate che si sono svolte a settembre, Addis Ababa ha inserito nella lista nera le autorità della regione e del partito al potere, Tigray People’s Liberation Front (TPLF), apostrofandoli come “criminali”
.
Il Tigray è sempre stato un punto strategico militare per l’Etiopia in quanto confina con l’Eritrea. I due Paesi sono stati in conflitto permanente per decenni fino alla firma del trattato di pace nel 2018. Nella capitale Makellé si trova tutt’ora una tra le basi militari più importanti dell’Etiopia; un’altra è stanziata a Dansha.

Ma anche il Tigray è ben organizzato, secondo un rapporto di International Crisis Group, TPLF disporrebbe di più o meno 250 mila uomini tra forze paramilitari e milizie locali.

 

Sul suo account Twitter, il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha detto: “La stabilità dell’Etiopia è importante per tutto il Corno d’Africa. Chiedo un immediato allentamento delle tensioni e una pacifica risoluzione delle controversie”.

Abiy Ahmed, che ricopre l’incarico dirimo ministro da aprile 2018, non è stato eletto, bensì nominato dalla coalizione al governo, l’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front, dopo le dimissioni del suo predecessore Hailemariam Desalegn. Nel governo precedente i tigrini ricoprivano incarichi importanti in seno all’amministrazione di Addis Ababa, una collaborazione che si è praticamente interrotta con il nuovo esecutivo. E in quanto si è sentito emarginato dalle autorità di Addis, il TPLF ha lasciato la coalizione al potere lo scorso anno.

Africa ExPress
@africexp

Abiy Ahmed nuovo primo ministro dell’Etiopia giurerà lunedì dopo Pasqua

Costa d’Avorio: altro strappo alla democrazia terzo mandato per Ouattara

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
5 novembre 2020

Il 78enne Alassane Ouattara è stato riconfermato per un terzo mandato presidente della Costa d’Avorio. Ha vinto quasi con un plebiscito, riportando a casa il 94 per cento dei consensi alle elezioni presidenziali che si sono svolte il 31 ottobre 2020.

Alassane Ouattara, presidente della Costa d’Avorio

La partecipazione al voto è stata del 58 per cento, malgrado l’appello all’astensionismo da parte dell’opposizione.

Lunedì, quando ancora non era stata confermata ufficialmente la vittoria di Ouattara, l’opposizione ivoriana, tramite il suo portavoce, Pascal Affi N’Guessan, candidato alla tornata elettorale per FPD (Fronte Popolare Ivoriano) aveva annunciato la creazione di un Consiglio Nazionale di Transizione, presieduto da Henri Konan Bédié, candidato anch’esso per un partito dell’opposizione, il PDCI (Parti démocratique de la Côte d’Ivoire).

In un comunicato congiunto, l’Unione Africana, la Comunità Economica dgli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) e le Nazioni Unite hanno chiesto agli oppositori di abbandonare il progetto di un Consiglio Nazionale di Transizione.

Il capo della Commissione elettorale, Kuibiert-Coulibaly Ibrahime, ha reso pubblico i risultati elettorali provvisori martedì mattina. Da allora il potere ha mostrato il pugno di ferro: le abitazioni di alcuni leader dell’opposisione sono state circondate dalla polizia. Mercoledì gli agenti sono addirittura entrati con la forza nella residenza di Bédié, ex capo dello Stato del Paese. Nel pomeriggio la presenza della polizia è stata meno massiccia, ma a tutt’ora il padrone di casa non può ricevere visite.

Martedì la polizia ha anche fermato una ventina di persone. Tra questi il numero due di PDCI e due senatori. Fonti certe hanno fatto sapere che nessuno ha subito violenze. Due degli arrestati sono stati poi rilasciati in serata.

Scontri in Costa d’Avorio

Alassassane Ouattara è  molto legato alla Francia che con la Costa d’Avorio da una relazione speciale. Parigi considerava il Paese la sua colonia prediletta.

La candidatura di Ouattara, non è stata vista di buon grado dalla maggior parte dei raggruppamenti politici dell’opposizione. In un primo momento il presidente stesso aveva dichiarato di non essere interessato a un nuovo mandato. Il suo partito al potere, Rassemblement des Houphouëtistes pour la démocratie et la paix (RHDP), aveva infatti designato Amadou Gon Coulibaly, allora primo ministro, come candidato alle presidenziali. Ma lo scorso agosto Ouattara, in seguito all’inaspettata morte del suo delfino Gon Coulibaly, ha cambiato idea.

La legge fondamentale ivoriana prevede al massimo due mandati, ma il Consiglio costituzionale ha ritenuto che con l’approvazione della nuova Costituzione, adottata nel 2016, i contatori dei mandati del presidente uscente siano stati azzerati, dunque nessun impedimento per Ouattara di presentarsi di nuovo. E è proprio ciò che l’opposizione contesta e che ha causato scontri e una trentina morti già prima della tornata elettorale in tutto il Paese, il più grande produttore di cacao a livello mondiale.

Ora la gente ha paura che si possa ripetere ciò che è successo nel 2010, quando scontri post-elettorali sono sfociati in una breve guerra civile che ha causato oltre 3.000 morti.

UNHCR ha riferito lunedì scorso che oltre 3.000 persone sono fuggite dalla ex colonia francese e hanno cercato rifugio e protezione nei Paesi confinanti perchè temono disordini e aggressioni.

Il Carter Center, che ha monitorato le elezioni in Costa d’Avorio, ha puntualizzato in un comunicato che la situazione politica e la sicurezza precaria hanno reso davvero difficile organizzare una tornata elettorale credibile. E ha aggiunto: “Alcune forze politiche sono state escluse dal processo elettorale,  boicottato da una parte della popolazione”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes