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Fallita inaugurazione di un ponticello a Kinshasa: mentre tagliano il nastro crolla tutto

Africa ExPress
8 settembre 2022

Il 21 agosto 2022 tutto era pronto per l’inaugurazione del nuovo ponticello in una delle tante periferie di Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo.

La struttura finanziata dalla fondazione DJCEP e lunga pochi metri, avrebbe dovuto collegare due quartieri, a sud della capitale. Al momento della piccola cerimonia di inaugurazione era presente la signora Badila, avvocato e presidente della DJCEP, e alcune autorità del luogo.

La signora, tagliando il nastro, ha tentato di pronunciare poche parole di circostanza: “Uniamo la gioventù congolese, risolleviamo il nostro Paese”. In quel momento è crollato tutto, ponticello e persone.

Kinshasa, Congo-K : durante la cerimonia di inaugurazione crolla il ponte che avrebbe dovuto collegare due quartieri periferici a sud della capitale

E’ proprio il caso di ricordare l’antico detto: “Acqua cheta rompe i ponti”. Come si evince dal video, diventato subito virale in tutto il Paese una volta postato sui social, alcune persone sono cadute, riportando lievi ferite.

La ditta che ha eseguito i lavori è stata querelata.

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Photo courtesy: acpcongo

Attacco jihadista in una missione cattolica in Mozambico: i terroristi uccidono una suora italiana

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 7 settembre 2022

“Verso le 21 della notte scorsa (6 settembre, ndr) la nostra missione di Chipene è stata attaccata dai terroristi. Hanno dato fuoco alla scuola e all’ospedale le auto e le moto poi i terroristi sono entrati nella casa delle suore e sparando dalle finestre hanno ucciso suor Maria De Coppi. Le altre suore dopo gli spari sono scappate nella foresta con le bambine e le ragazzine”. Sono le parole di un prete comboniano in Mozambico. È un file audio mandato ad Africa ExPress sul feroce attacco jihadista che ha ucciso suor Maria”.

Suor Maria De Coppi
Suor Maria De Coppi

L’audio arrivato ad Africa ExPress

“I terroristi poi sono entrati nella casa dei preti e hanno bruciato tutto – continua l’audio -. I preti sono riusciti a far scappare tutti i ragazzi del loro internato. Io e don Fabio stiamo andando verso Chipene per recuperare i preti e le suore”.

Suor Maria, comboniana, 84 anni è deceduta colpita alla testa da quel proiettile. Era arrivata nel 1963 in Mozambico da Santa Lucia di Piave, in provincia di Treviso. Cinquantanove anni nell’ex colonia portoghese dove aveva preso anche la cittadinanza.

I religiosi e i bambini salvi

Le altre religiose salve sono suor Eleonora Reboldi e suor Angeles Lopez Hernandez mentre suor Laura Malnati, fortunatamente, non era nella missione. Erano comunque in allarme per gli attacchi jihadisti dei giorni precedenti.

Si sono salvati anche don Lorenzo Barro e don Loris Vignandel che dopo aver messo in sicurezza i ragazzi si erano nascosto in una delle stanze. Sono stati trovati dai militari mozambicani e quelli della Missione SADC in Mozambico (SAMIM) arrivati con gli elicotteri dopo l’attacco.

Non siamo sicuri che siano terroristi islamici – ha affermato, l’arcivescovo di Nampula, Inacio Saure, all’Agenzia Fides -. Anche se è molto probabile che siano stati loro ad assalire la missione”.

I terroristi islamici alzano il tiro?

Di sicuro lo schema degli attacchi è lo stesso utilizzato dai jihadisti dal 2017 ad oggi nei villaggi indifesi. Come è sicuro che dallo scorso giugno abbiano iniziato ad attaccare e i villaggi della provincia di Nampula al confine con Cabo Delgado.

Il 17 giugno il primo assalto a un villaggio incendiato e l’uccisione di un uomo decapitato. Si tratta di Al Sunnah wa-Jammà – chiamati dalla popolazione Al-Shebab. Dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sono chiamati ISIS-Mozambico e insieme a ISIS-Congo sono inseriti nella lista nera dei terroristi globali. Secondo il Dipartimento Usa giuramento di fedeltà allo Stato islamico risalirebbe all’aprile 2018 mentre l’affiliazione è dell’agosto 2019.

mappa degli attacchi suor Maria
Mappa degli attacchi dove c’è il mitra è il luogo dell’omicidio di suor Maria

Un gruppo composto da una ventina di terroristi, la notte del 3 settembre ha assaltato il villaggio di Lurio, nel distretto di Erati. Qui hanno attaccato i residenti e bruciato le case. È probabile che sia lo stesso gruppo di jihadisti.

L’assalto di Chipene è però il primo ad una missione cattolica. Come se i gruppi jihadisti che seminano terrore nel nord del Mozambico volessero alzare il livello dello scontro.

A giugno il più alto numero di attacchi

I mille militari ruandesi e la Missione militare SADC in Mozambico con duemila soldati hanno arginato le violenze jihadiste a Cabo Delgado. Dopo oltre un anno si sono attenuati ma sono sconfinati a ovest, in Niassa, e a sud a Nampula. Secondo l’analista britannico Joseph Hanlon continuano ad essere a rischio otto distretti.

A luglio e agosto scorsi ci sono stati attacchi jihadisti a Palma e Mocimboa da Praia distretti del gas (GNL) dove operano Total ed ENI. Colpiti anche i distretti di Meluco, Ancuabe, Macomia, Muidumbe, Montepuez e Nangade.

Secondo il quotidiano online Zitamar e MediaFax, numero di attacchi a giugno scorso è stato il più alto degli ultimi due anni.

Il primo assalto jihadista a Cabo Delgato è del 5 ottobre 2017. Secondo Cabo Ligado, ong che monitora il conflitto, fino ad oggi si contano quasi 4.200 morti dei quali oltre 1.800 erano civili.

Gli sfollati a causa della guerra sono oltre 800 mila e a questi si aggiungono quelli della provincia di Nampula e del Niassa.

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Mozambico, dopo Cabo Delgado la guerra contro jihadisti arriva in Niassa

Torna l’incubo jihadista in Mozambico: attentati e attacchi (morti e feriti) nelle zone controllate dalle truppe ruandesi

 

 

Stati Uniti, in lista nera i tagliagole di ISIS-Mozambico e ISIS-Congo “terroristi globali”

 

Cooperazione militare Uganda-Mozambico contro jihadisti potrebbe peggiorare il conflitto

Terroristi in azione nel Burkina Faso: bus salta su una mina Massacrati 35 passeggeri tra cui studenti diretti a scuola

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 settembre 2022

Non c’è tregua. Una nuova carneficina si è consumata lunedì scorso nel nord del Burkina Faso, tra Djibo e Bourzanga, dove, al passaggio di un convoglio, composta da diverse decine di veicoli, tra cui camion e autobus del trasporto pubblico, uno dei mezzi ha urtato una bomba artigianale. Il bilancio è pesante: 35 civili morti, altri 37 sono stati feriti.

Attentato a un convoglio in Burkina Faso

Secondo quanto riferito da AFP, le vittime sono soprattutto negozianti che si stavano recando a Ouagadougou per fare acquisti e alunni che tornavano nella capitale per il prossimo anno scolastico.

La conferma dell’ennesima mattanza è arrivata da Rodolphe Sorgho, governatore di Soum, provincia già teatro di molti altri attentati.

I militari, che scortavano il convoglio, hanno subito messo in sicurezza l’intera area e hanno predisposto il trasferimento dei feriti in ospedale.

Alcune città nel nord del Paese sono isolate da tempo, bloccate dai jihadisti. Per questo motivo le carovane di camion da e per il nord vengono sempre accompagnate da soldati dell’esercito di Ouagadougou che dovrebbero proteggerle.

All’inizio di agosto, sono stati uccisi quindici soldati in un doppio attacco con ordigni esplosivi artigianali, incidenti avvenuti sempre sulla strada Djibo-Bourzanga. Nelle ultime settimane gruppi di jihadisti hanno usato la dinamite per distruggere diversi siti sulle principali vie di accesso alle due principali città del nord, Dori e Djibo. Intendono così per isolarle dal resto del Paese.

A gennaio di quest’anno, i militari hanno preso il potere con un colpo di Stato. La giunta transitoria al governo aveva promesso che la lotta contro il terrorismo sarebbe stata tra le sue priorità.

E, in occasione del suo primo discorso alla nazione, Paul-Henri Sandaogo Damiba, capo del governo militare, aveva detto: “Roch Marc Christian Kaboré (il presidente deposto) non è in grado di affrontare i terroristi”. Peccato che dall’inizio dell’anno gli attacchi siano aumentati notevolmente.

Dal 2015 a oggi, gruppi armati affiliati ad Al-Qaeda, altri allo stato islamico, hanno ucciso migliaia di persone, oltre 2 milioni sono gli sfollati.

Suor Suellen, rapita in Burkina Faso liberata a fine agosto 2022

Ma dal Burkina Faso giungono anche notizie positive: alla fine di agosto è stata liberata un’anziana suora statunitense, Suellen Tennyson, sequestrata ad aprile a Yalgo, nell’estremo nord della provincia di Namentenga. L’83enne religiosa, dell’ordine congregazione delle Suore Marianite di Santa Croce, viveva nel Burkina Faso dal 2014.

La notizia del suo rilascio è stata annunciata dal vescovo della diocesi di Kaya, monsignor Théophile Naré.

Cornelia I. Toelgyes
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In Burkina Faso golpe dei militari che accusano: “Il presidente è incapace contro i terroristi”

 

 

 

 

L’Eritrea ci riprova ancora: le sue truppe entrano in Etiopia per combattere nel Tigray

Africa ExPress
5 settembre 2022

Mentre le iniziative di pace hanno faticato a concretizzarsi dopo la tregua concordata alla fine di marzo, durata 5 mesi appena, l’Etiopia è di nuovo sprofondata nella guerra civile, a quasi due anni dallo scoppio delle ostilità.

La guerra nel nord dell’Etiopia, che oppone le forze federali e i loro alleati eritrei al TPLF (Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray), è scoppiata nel novembre 2020. I combattimenti sono ripresi il 24 agosto, e si stanno espandendo rapidamente.

 Giovedì, 1° settembre, un portavoce delle forze tigrine ha fatto sapere che truppe governative e eritree hanno lanciato un attacco congiunto nella regione settentrionale dell’Etiopia. Dunque l’Eritrea è nuovamente parte attiva nel conflitto, malgrado le infinite sollecitazioni, lanciate dalle istituzioni internazionali in passato.

Intanto anche Khartoum è in stato dall’arme per l’inasprirsi dei combattimenti, in particolare lo sono gli agricoltori sudanesi residenti lungo il confine con l’Etiopia.

Molti ex caschi blu dell’ONU, originari del Tigray, che hanno prestato servizio con il contingente di pace ad Abyei, regione contestata da Sudan e Sud Sudan, non sono ritornati a casa, ma hanno chiesto asilo alle autorità di Khartoum.

Secondo quanto riporta Bloomberg (multinazionale giornalistica sede a New York), gli ex caschi blu, tra cui centinaia di ufficiali che facevano parte dell’esercito etiopico prima di unirsi alla missione dell’ ONU, di recente si sono spostati vicino a Humera, nel Tigray occidentale.

Getachew Reda, portavoce e membro del TPLF, ha confermato l’arrivo di ex membri della missione ONU. Proprio poche ore fa il governo sudanese ha confermato di aver concesso lo status di rifugiato a 247 ex caschi blu che hanno prestato servizio nella missione internazionale nella regione  di Abyei, contesa da Sudan e Sud Sudan.

Sudan Tribune, quotidiano online con base a Parigi, ha riportato il 31 agosto che “Violenti scontri sono in corso al confine sudanese-etiope tra le forze del Tigray, l’esercito governativo e le forze alleate di Fano (gruppo giovanile armato Amhara)”.

Sempre secondo Sudan Tribune, le forze del Tigray, per impedire l’arrivo dei rifornimenti logistici alle forze etiopiche da Gadaref, nel Sudan orientale, alle città di Wolkayit e Humera, avrebbero preso il controllo della strada che collega il distretto di Lagayt con la provincia di Bahr Dar.

E per l’inasprirsi del conflitto nelle aree confinanti con il Sudan, il governo di Khartoum ha ordinato alle organizzazioni umanitarie di evacuare immediatamente il centro di accoglienza/registrazione di Hamdayet che si trova alla frontiera con l’Etiopia.

Le autorità non escludono nemmeno l’evacuazione dei residenti per il dispiegamento di truppe sudanesi sia a Hamdayet che a Qudimah.

Difficile verificare le notizie che giungono dal Tigray. Nessun giornalista indipendente ha accesso alle zona di guerra e le informazioni giungono dunque frammentarie e impossibili da controllare.

Secondo fonti non indipendenti la coalizione di ENDF (Ethiopian National Defense Force), EDF (Eritrean Defence Forces) e forze Amhara, parteciperebbero ai combattimenti con con circa 190.000 uomini contro i militari del TDF nell’area.

Intanto Washington ha condannato fermamente la nuova partecipazione e il coinvolgimento dell’Eritrea nella guerra. L’inviato speciale americano per il Corno d’Africa , l’ambasciatore Mike Hammer, dovrebbe raggiungere Addis Abeba in queste ore. Hammer chiederà un immediato cessato il fuoco e la ripresa dei colloqui di pace.

Olusegun Obasanjo, alto rappresentante dell’UA per la pace nel Corno d’Africa

Sin dall’inizio dalla ripresa dei combattimenti, il presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki Mahamat, ha chiesto alle parti coinvolte nel conflitto di sedersi al tavolo delle trattative e di fare riferimento a Olusegun Obasanjo, ex presidente della Nigeria, nominato mediatore dall’UA nell’agosto 2021.

Ma Obasanjo non è riuscito a conquistare la fiducia di tutte le parti in causa, specie dopo aver invitato anche l’Eritrea al tavolo delle trattative. Il TPLF ha espressamente rifiutato il ruolo di mediatore dell’ex leader nigeriano e ha messo in dubbio la sua imparzialità, essenziale per svolgere tale ruolo.

Le poche notizie che filtrano raccontano che  la situazione è insostenibile. La fame continua a uccidere quanto i proiettili e le bombe, specie dopo il sequestro di 12 autocisterne piene di carburante dai depositi del Word Food Programme.

Senza benzina è impossibile portare aiuti umanitari alla popolazione. David Beasley, direttore esecutivo di WFP, il 25 agosto ha chiesto alle autorità del Tigray di restituire immediatamente le cisterne che contenevano oltre mezzo milione di litri di carburante, arrivati solo pochi giorni prima a Makallé.

La popolazione nel Tigray è allo stremo. Sempre più difficile trasportare gli aiuti umanitari

Beasley ha sottolineato che circa 5,2 milioni di persone soffrono la fame. La mancanza di combustibile porterà le comunità del Tigray, già alle prese con le conseguenze del conflitto, sul precipizio della carestia.

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“Il Paese delle persone integre”: gli africani costretti a migrare dal Burkina Faso in un film presentato alla mostra di Venezia

Speciale per Africa Express e per La voce di New York
Giuseppe Sacchi
3 settembre 2022

Da tempo la coscienza storica si forma attraverso canali linguistici eterogenei, ma tra questi è indubbio che è il documentario cinematografico che sta sempre più conquistando, meritatamente, una posizione fondamentale, permettendo così il superamento di un sapere che sino alla metà del secolo scorso era legato soprattutto all’accumulazione di opere scritte.

Ricordando che L’uscita dalle officine Lumière (La Sortie de l’usine Lumière, 1895) non ha segnato solo l’avvento ufficiale del cinematografo, ma anche quello del documentario – quindi primo genere della storia della Settima Arte -, bisogna ammettere che fino a poche decadi fa il documentario era considerato da molti un prodotto di serie B, difficile da piazzare, ed occupava uno spazio davvero marginale nella programmazione delle sale o nei palinsesti televisivi, pur avendo impegnato la creatività di alcuni fra i massimi registi di fiction del ‘900 (tra cui Roberto Rossellini, Ermanno Olmi, Werner Herzog, Alain Resnais, Wim Wenders, Orson Welles, Agnès Varda).

Il musicista reggae Sams’k Le Jah

Recentemente però, anche grazie ai progressi della tecnologia che hanno molto semplificato il processo produttivo, il documentario sta avendo la sua rivincita, un nuovo e dinamico sviluppo, grazie anche ad una più acuta attenzione di operatori culturali, studiosi e registi.

Lo testimonia anche il fatto che questo mezzo comunicativo sta conquistando sempre più attenzione e spazio nei vari festival, nazionali ed internazionali.

E’ così anche alla Mostra del cinema Venezia 79, in corso nella laguna, dove verrà proiettato, nella sezione Giornate degli Autori-Isola Edipo, Il Paese delle persone integre del regista ligure Christian Carmosino Mereu (Kobarid, L’ora d’amore, La lunga strada gialla, A piedi nudi) un docu-film che avvince per la freschezza e la solidità espressiva, l’energia che trasmette, scevro da moralismo o partigianeria, animato solo dal voler “aprire una modesta finestra umana e politica” sull’ex colonia francese Alto Volta, ora Burkina Faso.

In lingua burkinabé il nome significa proprio “Il Paese delle persone integre”: a cambiarglielo fu Thomas Sankara, il “Che Guevara africano”, leader carismatico dell’Africa occidentale sub-sahariana, che dal 1983 fu Primo Ministro prima di essere assassinato nel 1987 dal suo vice, e “amico”, Blaise Compaoré: con il cambio del nome, nel 1984, Sankara intendeva infondere nella popolazione un sentimento di identità.

E veniamo al docu-film.

È il 27 ottobre 2014, la città di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso è teatro di manifestazioni di massa contro Compaoré e il suo tentativo di cambiare la Costituzione, per rimanere così in carica altri quindici anni: la protesta si trasforma in un’insurrezione di sei giorni, non armata, del popolo burkinabé che caccia il dittatore e resiste ad un successivo tentativo di colpo di stato.

Il regista del film, che si trovava in Burkina Faso per girare un documentario istituzionale di altro tipo, decide di seguire invece i sei giorni della rivolta (il tutto in bianco e nero) e di ritornare poi nel paese per tastare gli umori popolari prima e dopo il voto (la scelta qui è del colore, a sottolineare che il clima è cambiato): una scelta, quella di Christian Carmosino Mereu che permette allo spettatore l’occasione unica, rara, di seguire una rivoluzione in prima linea fatta a piedi e mani nude.

In questa fotografia e in quella che segue un fotogramma del film

Nell’ottobre del 2015 il Paese vota liberamente per la prima volta nella sua storia, ma a questa rivoluzione non segue anche un cambiamento del regime di sfruttamento economico del Paese da parte delle compagnie straniere.

Il film segue questo processo nell’arco temporale di cinque anni attraverso la vita quotidiana, fatta di resistenza e lotta, di quattro burkinabé: Sams’k Le Jah, un musicista reggae molto amato e rivoluzionario; Yiyé Constant Bazié, un ingegnere candidato alle elezioni e guida-interprete del regista; Dieudonné Tagnan (Ghost), un minatore che vorrebbe costruire un suo studio fonico ma ora disoccupato per via del suo impegno politico; Assanata Ouedraogo, una madre povera in una famiglia numerosa della capitale Ouagadougou e che sta studiando farmacia nella speranza di trovare un lavoro.

Tutti accomunati da una speranza di cambiamenti a favore dei bisogni del popolo, cosa che tanto fece Sankara, in soli quattro anni, prima di essere assassinato.

Oggi, purtroppo, la debolezza del governo sta favorendo l’avanzamento di Al Qaeda e ISIS, che negli ultimi mesi hanno messo sotto attacco buona parte del Paese causando migliaia di vittime e centinaia di migliaia di sfollati.

Molto apprezzata la scelta registica di passare, quasi in una dissolvenza, dal bianco e nero al colore, dalla sua narrazione in prima persona ad un coro di voci burkinabé, evitando stereotipi o “immagini ad effetto”.

Il paese delle persone integre è un docu-film diretto, semplice, ma molto profondo per chi vuole capire un po’ di più il mondo in cui viviamo.

Conoscere la storia recente del Burkina Faso è utile per molti aspetti, tra cui quello dell’umanamente necessaria riflessione sul perché dei tanti flussi migratori dai Paesi africani e su uno sfruttamento a senso unico delle ricchezze di quei popoli perché l’Occidente ha bisogno di tenerli poveri.

“Muoiono le persone ma non le idee – disse Thomas Sankara -, a condizione di saperne ascoltare il grido, e di non dimenticare che il principale nemico dell’Africa e della sua rivoluzione sono gli africani stessi. Il dominio dipende dai dominati”.

Abbiamo chiesto al regista Christian Carmosino Mereu: In che modo anche noi, cittadini occidentali, abbiamo responsabilità dirette in questo perverso meccanismo che porta allo sfruttamento e alla sottomissione del continente africano?

“La risposta è nel film, ma forse una cosa la aggiungerei, perché a volte le questioni sono evidenti, palesi, solo a quella parte di popolazione che non si accontenta della narrazione mainstream e riesce così ad intravedere le ingiustizie alla base del sistema capitalisticamente globalizzato”.

“Credo basti in teoria poco per accendere la possibilità di un cambiamento: basterebbe alzare lo sguardo e provare a cambiare la narrazione. I primi a doverlo fare siamo noi che abbiamo accesso ai mezzi di comunicazione, anche se si è solo una piccola nicchia, una riserva indiana di pubblico, perché cambiare lo sguardo è già di per sé un atto politico”.

“C’è un’Africa che lotta e che non vorrebbe affatto migrare: raccontare quell’Africa per me è l’inizio di questa rivoluzione dello sguardo. Io ho provato a farlo con il cinema, nel mio piccolo, spero di essere accompagnato da tanti altri”.

Giuseppe Sacchi
arbitro46@yahoo.it

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Rastrellamento anti-ISIS in Tunisia: uccisi tre terroristi del gruppo “Soldati del Califfato”

Africa ExPress
2 settembre 2022

Tre terroristi, membri del gruppo Jund al-Khilafa (Soldati del Califfato), legato allo Stato islamico, sono stati uccisi questa mattina durante alcune operazioni militari della guardia nazionale sul monte Salloum, non lontano dalla città di  Kasserine nel centro-ovest della Tunisia, al confine con l’Algeria.

Jund al-Khilafa (soldati del califfato) in Tunisia

Il portavoce del ministero della Difesa, Fadhila Khelifia, durante una conferenza stampa ha reso noto anche l’identità dei tre terroristi. Si tratta di Hafedh Rhimi, Baha Saïdi e Saber Tahri, tutti appartenenti ai soldati del califfato. Un quarto membro del raggruppamento sarebbe tutt’ora ricercato.

Il 12 agosto scorso, sempre secondo il ministero della Difesa di Tunisi, due soldati sarebbero rimasti leggermente feriti nella stessa zona, durante uno scontro a fuoco con il gruppo armato.

Mentre a febbraio scorso, 4 militari tunisini sono rimasti uccisi dalla deflagrazione di una mina artigianale sul Monte Mghila, massiccio montagnoso vicino alla frontiera con l’Algeria, zona che viene utilizzata dai jihadisti come nascondiglio; una sorta di base per la retroguardia di gruppi armati.

Le autorità tunisine sostengono di aver compiuto progressi significativi nella lotta contro i jihadisti negli anni recenti. L’ultimo grande attacco contro le forze di sicurezza risale al 2016 a Ben Guerdane (nel sud-est). Allora sono morti 13 militari e 7 civili, oltre a 55 terroristi.

Secondo Tunisi i soldati del califfato sarebbero responsabili di diversi attacchi terroristici nel Paese. A tutt’oggi è ancora in vigore lo stato d’emergenza imposto nel 2015, dopo l’attentato kamikaze che ha fatto saltare per aria un pullman della guardia presidenziale nell’ avenue Mohamed V, una delle principali arterie del centro di Tunisi.

Il raggruppamento Jund al-Khilafa è emerso per la prima volta come gruppo terrorista indipendente in Tunisia all’inizio del 2014, ma solo alla fine dello stesso anno ha giurato fedeltà allo stato islamico.

Africa ExPress
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I cambiamenti climatici minacciano la fauna selvatica: lo Zimbabwe trasferisce 2.500 animali dal sud al settentrione

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
2 settembre 2022

Gli effetti dei cambiamenti climatici colpiscono anche gli animali e in questi giorni è iniziato il più grande spostamento di animali selvatici nello Zimbabwe degli ultimi anni. Ben 2.500 capi saranno trasferiti dal sud al nord del Paese.

Circa 400 elefanti, 2.000 impala, 70 giraffe, 50 bufali, 50 gnu, 50 zebre, 50 antilopi eland, 10 leoni e un branco di 10 cani selvatici sono tra gli animali che saranno trasferiti dalla Save Valley Conservancy dello Zimbabwe a tre riserve situate nella parte settentrionale del Paese.

L’operazione “Progetto Rewild Zambezi”, il nome dell’iniziativa, sta trasferendo parte degli animali nel Matusadona National Park, situato sulla sponda meridionale del lago Kariba; altri saranno ospitati nel Parco nazionale di Chizarira, il terzo per grandezza nello Zimbabwe, ma il meno conosciuto per la sua posizione isolata sulla scarpata dello Zambesi. I restanti andranno nella riserva privata Sapi, che si affaccia sulle rive dello Zambesi.

Un’impresa non da poco, che impegna un gran numero di uomini e mezzi. Mentre un elicottero cerca di radunare centinaia e centinaia di impala in una gigantesca recinzione, una gru carica un elefante sedato su un camion. Con l’aiuto dei ranger, molti altri animali vengono rinchiusi in gabbie metalliche. E il primo convoglio di camion è pronto a affrontare il lungo viaggio di oltre 700 chilometri per offrire un futuro migliore a migliaia di capi.

Si tratta del più grande spostamento di animali selvatici degli ultimi 60 anni, per salvarli da una grave siccità. Se prima il pericolo numero uno della fauna selvatica era costituita dal bracconaggio, ora la sua esistenza è minacciata dalle devastanti conseguenze dei cambiamenti climatici.

Tra il 1958 e il 1964, quando il Paese era ancora chiamato Rhodesia, governata dalla minoranza bianca, oltre 5.000 animali furono spostati grazie all’ Operazione Noè. Allora l’iniziativa salvò la fauna selvatica dall’innalzamento delle acque causato dalla costruzione di un’importante diga idroelettrica sul fiume Zambesi che creò uno dei più grandi laghi artificiali del mondo, il lago Kariba.

Parco nazionale sul lago Kariba, Zimbabwe

“Ma oggi, nel 2022, il trasferimento si è reso necessario per la mancanza di acqua, in quanto il loro habitat è minacciato da una prolungata siccità”, ha spiegato Tinashe Farawo, portavoce di Zimbabwe National Parks and Wildlife Management Authority. E ha aggiunto che l’agenzia dei parchi ha rilasciato le necessarie autorizzazioni per evitare che gli animali morissero.

Infine Farawo ha precisato: “Molti dei nostri parchi stanno diventando sovrappopolati, mettendo così in pericolo le vite della fauna selvatica a causa di penuria di cibo e acqua. C’è il grave rischio che gli animali potrebbero distruggere il proprio habitat e, non solo, molti, per procurarsi il cibo, stanno invadendo gli insediamenti umani vicini ai parchi, dando luogo a conflitti incessanti con le comunità”.

Gli effetti del cambiamento climatico sulla fauna selvatica non sono isolati allo Zimbabwe. In tutta l’Africa, i parchi nazionali che ospitano un gran numero di specie selvatiche, come leoni, elefanti e bufali sono sempre più minacciati dalla scarsità di precipitazioni e da nuovi progetti infrastrutturali.

Cornelia I. Toelgyes
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Viedeo Courtesy: Project Rewild Zambezi

Emergenza siccità in Africa australe: morti 300 elefanti, 600 saranno trasferiti

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Camerunese sequestrata e ridotta in schiavitù negli Emirati lancia un disperato appello ad Africa ExPress: “Liberatemi”

Africa ExPress
Dubai, 31 agosto 2022

“Sono disperata, aiutami. Chiusa in una stanza al buio, non posso aprire le finestre e sono ridotta in schiavitù. Hanno chiesto un riscatto di 4.800 dollari ai miei familiari”.

Una giovane camerunese sequestrata ad Abu Dhabi (capitale degli Emiti Arabi Uniti) ha lanciato questo disperato appello via whatsapp a un suo conoscente in Italia. La richiesta di aiuto è stata girata stamattina ad Africa ExPress. L’obbiettivo, dare una mano a Marie (nome di fantasia per motivi di sicurezza).

Marie, giovane camerunense rinchiusa in una camera a Abu Dhabi. Nessuna notizia di lei dal 13 agosto 2022

Marie ha 28 anni, ed è originaria di Yaoundé. E’ istruita, ha frequentato l’università nel suo Paese e, oltre al francese, parla anche perfettamente l’inglese. Terminati gli studi, non riusce a trovare un lavoro nel suo Paese.

Prostrata e delusa, si trova con la necessità di trovare urgentemente un’occupazione per assistere la sua famiglia, che durante gli anni di studio l’ha sempre sostenuta e aiutata.

Senza lavoro e senza soldi

Senza lavoro e senza soldi, Marie speranzosa risponde a un annuncio trovato su Google: un’interessante offerta di lavoro a Dubai, negli Emirati Arabi. Nel giro di pochissimo tempo riceve una risposta positiva. Una società le propone 1.000 dollari mensili, oltre a vitto e alloggio, spese di viaggio e visto.

I primi del luglio scorso arrivano i documenti e il biglietto aereo. Fiduciosa, Marie sale sull’aereo. Giunta a destinazione, secondo gli accordi, uno dei responsabili della società l’accoglie all’aeroporto di Dubai ma, prima di accompagnarla all’alloggio, le fa firmare il contratto di lavoro e le ritira il passaporto. Ingenuamente non rilegge attentamente ciò che le viene chiesto di siglare, perché convinta che fosse identico all’accordo inviato via email.

Il giorno seguente viene accompagnata insieme alle altre coinquiline, sue coetanee provenienti da diversi Paesi asiatici sul posto di lavoro, dove tutte quante sono state assunte come operaie non qualificate.

I giorni passano veloci, anche se adattarsi alla nuova realtà non è semplice. Cibo diverso, caldo, divieto assoluto di avere contatti con il mondo esterno. La mattina viene a prenderle un pullmino, che la sera le riporta nell’alloggio.

Pagare i debiti

Marie chiede spiegazioni. Non riceve risposte. Insiste. E, quando a fine mese la giovane reclama lo stipendio, le viene detto: “Arriverà quando avrai finito di pagare i debiti con noi, cioè le spese per il visto, il biglietto e quant’altro. In tutto 4.800 dollari”. E infine aggiunge: “Se non smetti di lamentarti, avrai grossi problemi”.

Iniziano le vessazioni. Il datore di lavoro vieta alle coinquiline e alle altre operaie di rivolgere la parola alla ragazza camerunense e frequentemente la sua camera viene isolata dal circuito elettrico: è così costretta restare al buio e senza aria condizionata.

Contratto capestro

La giovane cerca di mettersi in contatto con la sua ambasciata e la polizia. Le rispondono che deve rispettare il contratto che ha firmato.

Infatti, una clausola dell’accordo prevede il risarcimento delle spese sostenute dal datore di lavoro. Marie aveva sorvolato su questo particolare, come del resto anche le altre ragazze. Ma loro avevano paura di protestare. Piangevano e basta.

Sia le coinquiline sia Marie non erano a conoscenza che negli Emirati Arabi Uniti, come del resto in altri Paesi del Golfo, viene ancora applicata la Kafala, una legge che esclude i migranti dai diritti dei lavoratori.

Non si può cambiare impiego

La Kafala vincola la residenza legale alla relazione contrattuale con chi assume i lavoratori stranieri. Ciò significa che un migrante non può cambiare impiego senza autorizzazione del datore di lavoro.

Se un dipendente rifiuta e decide di abbandonare l’abitazione o il posto di lavoro senza il consenso del padrone, rischia di perdere il permesso di soggiorno e di conseguenza il carcere e l’espulsione. Un sistema che equivale a una forma di moderna schiavitù.

Marie inizia ad avere paura, teme per la sua vita, chiede aiuto al suo amico italiano e insiste con le sue proteste. Da Dubai viene allora trasportata nella capitale degli Emirati e rinchiusa in una stanza. Le ritirano il cellulare. Dal 13 agosto la persona che ci ha contatto non ha più notizie dalla ragazza.

Africa ExPress 
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©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Angola: il partito al potere vince le elezioni e l’opposizione accusa di brogli e non accetta il risultato

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 agosto 2022

La lunga attesa è finita. Ieri sera la Commissione Elettorale Nazionale (CNE) ha dichiarato Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola (MPLA), partito al potere dall’indipendenza dal Portogallo nel 1975, vincitore della tornata elettorale che si è svolta che si è svolta il 24 agosto 2022 .

João Lourenço, presidente dell’Angola al suo secondo mandato

Secondo i dati ufficiali rilasciati dal CNE, il MPLA si è aggiudicato il 51,17 delle preferenze, mentre il maggior partito all’opposizione, Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA), guidato dal carismatico Adalberto Costa Júnior, si è fermato al 43,95 per cento.

Meno della metà degli angolani aventi diritto al voto si sono presentati ai seggi. Comunque l’opposizione avanza. Nel 2017 il partito al potere aveva vinto con il 61 per cento dei voti e nel 2012 aveva ottenuto il 71,84 per cento.

E, subito dopo l’annuncio dei dati definitivi, il presidente del CNE, Manuel Pereira da Silva, ha proclamato Joao Manuel Gonçalves Lourenço, presidente dell’Angola al suo secondo mandato. Quattro dei sedici membri del CNE non hanno firmato il risultato finale, hanno espresso dubbi sul processo elettorale.

Nel Paese non esistono le presidenziali: il capo della lista del partito vincitore delle elezioni legislative è automaticamente investito della carica di Capo di Stato.

MPLA, pur mantenendo 124 seggi su 220 in parlamento, perde la maggioranza dei due terzi, ciò che permette al partito al potere di far passare le leggi senza il sostegno di un altro partito.

Il leader dell’UNITA, Adalberto Costa Junior, ha contestato l’esito del voto ancor prima che fossero pubblicati i risultati definitivi e ha indicato discrepanze tra il conteggio della commissione e quello della principale coalizione di opposizione.

Adalberto Costa Junior, leader dell’UNITA

UNITA sostiene di non essere stato informato della decisione della commissione di ratificare i risultati e di non aver ricevuto una copia del verbale del conteggio. Costa Junior ha chiesto ai suoi sostenitori a mantenere la calma.

Ora i candidati hanno 72 ore di tempo dopo l’annuncio dei risultati per presentare ricorso alla Corte costituzionale.

Molti giovani hanno votato per il cambiamento proposto dal leader di UNITA, come lotta alla povertà, alla corruzione e altro ancora. La generazione nata dopo la guerra civile, terminata nel 2002 (520 mila morti in 27 anni), non ha più gli stessi legami con MPLA come coloro che hanno vissuto la tragedia del conflitto interno.

Il capo della missione di osservatori elettorali della Comunità dei Paesi di lingua portoghese (CPLP), Jorge Carlos Fonseca, ex presidente di Capo Verde, ha dichiarato alla CNN Portogallo che la valutazione iniziale della delegazione non afferma che il voto è stato equo e libero.

Fonseca ha sottolineato che nelle liste elettorali sono state inserite anche 2,7 milioni di persone ormai decedute, inoltre, i delegati dei partiti non avrebbero avuto accesso alle liste nei seggi.

Un portavoce dell’Unione Europea ha dichiarato che le elezioni si sono svolte in modo pacifico, ma di essere a conoscenza di lamentele espresse dall’opposizione e dalla società civile a proposito di alcune carenze che si sono presentate durante il processo elettorale.

Il giorno prima dell’annuncio definitivo dei risultati elettorali si sono svolti i funerali dello storico leader del Paese, Edoardo dos Santos. Non si era ripresentato alle elezioni del 2017, passando così lo scettro al suo delfino, un ex generale e suo ministro alla Difesa.

Angola: funerali di Stato di Edoardo dos Santos

Il vecchio leader è uscito definitivamente dalla scena politica della ex colonia lusitana l’anno seguente, quando gli è stata tolta la leadership del partito, incarico conferito a Lourenço, il nuovo presidente del Paese.

Nell’ottobre del 2018, di fronte a una platea di oltre 300 delegati del partito, ha salutato i presenti con un lungo discorso e “Solo sbagliando si impara”, ha detto tra l’altro l’ex dittatore, ammettendo così pubblicamente di aver commesso “errori” durante i quasi quarant’anni alla guida del suo Paese.

Grazie alle leggi approvate prima di lasciare la presidenza, che gli hanno conferito un’ampia immunità giudiziaria, dos Santos non è mai stato perseguito penalmente, malgrado si sia appropriato dei proventi del petrolio per il suo clan prima di essere costretto all’esilio.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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In Angola, secondo produttore di petrolio dell’Africa subsahariana, si vota per eleggere il presidente

Sudafrica: assessore provinciale contesta assistenza sanitaria a cittadina dello Zimbabwe e fomenta l’ondata di xenofobia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
29 agosto 2022

L’ondata di xenofobia contro i migranti provenienti da altri Paesi del continente continua senza sosta in Sudafrica. Molti immigrati senza regolare permesso di soggiorno  sono accusati di “rubare” i lavori poco qualificati ai sudafricani e di essere responsabili di attività criminali.

Ora anche Phophi Ramathuba, assessore  della provincia sudafricana di Limpopo, si è scagliata contro una paziente dello Zimbabwe, ricoverata nell’ospedale di Bela-Bela, in attesa di un intervento chirurgico.

Phophi Ramathuba, responsabile della Sanità della provincia di Limpopo, Sudafrica

La paziente è stata vittima di un grave incidente nello Zimbabwe, Paese confinante con la provincia di Limpopo. Ora la donna, considerata una persona presente illegalmente sul territorio sudafricano, è stata aggredita verbalmente dalla Ramathuba, assessore provinciale della Sanità, per aver osato di recarsi all’ospedale Bela-Bela per le cure necessarie.

In un video postato sulla pagina Facebook della Sanità della provincia, si vede la  Ramathuba  inchinarsi sul letto della sfortunata paziente, mentre esclama a gran voce che Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe, non contribuisce in alcun modo al finanziamento del sistema sanitario del Sudafrica. Infine ha precisato che il dicastero di Pretoria non è un’istituzione caritatevole.

“Devi stare da Mnangagwa, lui non mi dà i soldi per curarvi e il mio budget è già limitato”. Commenti davvero poco appropriati, visto che nel Paese la tensione nei confronti degli stranieri africani è già alle stelle.

Le esternazioni della Ramathuba, un medico ora in politica, hanno scatenato una valanga di polemiche. Mentre alcuni si sono schierati dalla sua parte, altri hanno etichettato la Ramathuba come xenofoba, immorale e insensibile.

Secondo Angelique Coetzee dell’Organizzazione Solidarity Doctors Network, la paziente in questione è stata, suo malgrado, una vittima delle tensioni politiche tra Zimbabwe e Sudafrica e ha aggiunto: “La responsabile dell’assessorato della Sanità della provincia avrebbe dovuto rivolgersi direttamente alle autorità di Harare invece di umiliare pubblicamente la paziente”.

Ora due partiti sudafricani all’opposizione, Democratic Alliance e Economic Freedom Fighters, hanno chiesto le immediate dimissioni della Ramathuba. La Costituzione del Sudafrica stabilisce che tutti hanno il diritto di accedere ai servizi sanitari.

Anche i cittadini stranieri possono ricevere gratuitamente l’assistenza sanitaria di base negli ospedali pubblici, devono pagare solo in caso necessitino di cure specifiche non coperte totalmente dal sistema sanitario.

Anzi, accordi della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Meridionale prevedono che anche i cittadini stranieri degli Stati membri possono ricevere le stesse cure dei sudafricani. In parole povere, pagheranno un ticket in base alle loro entrate.

Intanto Nick Mangwana, un portavoce del governo di Harare, non ha volto commentare le esternazione della responsabile della sanità della provincia di Limpopo, ha invece garantito l’assistenza necessaria alla paziente in questione.

Il governo di Pretoria sta cercando di ridurre la presenza di stranieri nel Paese, e, una serie di permessi di soggiorno non saranno rinnovati, compresi quelli a cittadini dello Zimbabwe.

Molti angolani hanno già dovuto lasciare lo Stato dell’Africa meridionale, in quanto i loro documenti, scaduti nel 2021, non sono stati rinnovati. Stessa sorte toccherà nel 2023 ai migranti del regno del Lesotho, una enclave completamente circondata dal Sudafrica.

Krugersdorp, Sudafrica, la folla aggredisce i migranti “illegali”

Intanto in molte zone del Paese continua la caccia allo straniero, presente sul territorio in modo “illegale”, senza permesso di soggiorno. Specialmente ora, dopo gli stupri e le violenze subite da 8 donne a Krugersdorp, a ovest di Johannesburg.

Il fatto ha suscitato sgomento in tutto il Paese e ha riacceso l’ondata di  xenofobia, in quanto i presunti responsabili sarebbero immigrati non in regola, per lo più provenienti dal vicino Lesotho.

A Krugersdorp, la folla indemoniata ha bruciato le baracche che ospitavano persone provenienti da altre parti dell’Africa, alcuni migranti sono stati aggrediti violentemente e fatti sfilare per le strade senza vestiti, mentre venivano picchiati con bastoni. La polizia ha infine fermato 22 uomini, vittime del pestaggio, forse anche per evitare che venissero linciati.

In seguito agli stupri sono state arrestate 130 persone, molti tra questi non perché coinvolte direttamente, ma per il loro status di immigrati o perché in possesso di armi da fuoco ed esplosivi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Video Courtesy: SABC News

Sudafrica: la xenofobia non si arresta, zimbabwiano picchiato, lapidato, bruciato perché era senza documenti