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Guerra dell’oro in Sud Sudan: trucidati 70 civili in una miniera

Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 31 marzo...

Distruzione e morte: in Libano si rischia una nuova Gaza

Speciale per Africa ExPress Davide Banfi* 29 marzo 2026 Israele...
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Sudafrica: assessore provinciale contesta assistenza sanitaria a cittadina dello Zimbabwe e fomenta l’ondata di xenofobia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
29 agosto 2022

L’ondata di xenofobia contro i migranti provenienti da altri Paesi del continente continua senza sosta in Sudafrica. Molti immigrati senza regolare permesso di soggiorno  sono accusati di “rubare” i lavori poco qualificati ai sudafricani e di essere responsabili di attività criminali.

Ora anche Phophi Ramathuba, assessore  della provincia sudafricana di Limpopo, si è scagliata contro una paziente dello Zimbabwe, ricoverata nell’ospedale di Bela-Bela, in attesa di un intervento chirurgico.

Phophi Ramathuba, responsabile della Sanità della provincia di Limpopo, Sudafrica

La paziente è stata vittima di un grave incidente nello Zimbabwe, Paese confinante con la provincia di Limpopo. Ora la donna, considerata una persona presente illegalmente sul territorio sudafricano, è stata aggredita verbalmente dalla Ramathuba, assessore provinciale della Sanità, per aver osato di recarsi all’ospedale Bela-Bela per le cure necessarie.

In un video postato sulla pagina Facebook della Sanità della provincia, si vede la  Ramathuba  inchinarsi sul letto della sfortunata paziente, mentre esclama a gran voce che Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe, non contribuisce in alcun modo al finanziamento del sistema sanitario del Sudafrica. Infine ha precisato che il dicastero di Pretoria non è un’istituzione caritatevole.

“Devi stare da Mnangagwa, lui non mi dà i soldi per curarvi e il mio budget è già limitato”. Commenti davvero poco appropriati, visto che nel Paese la tensione nei confronti degli stranieri africani è già alle stelle.

Le esternazioni della Ramathuba, un medico ora in politica, hanno scatenato una valanga di polemiche. Mentre alcuni si sono schierati dalla sua parte, altri hanno etichettato la Ramathuba come xenofoba, immorale e insensibile.

Secondo Angelique Coetzee dell’Organizzazione Solidarity Doctors Network, la paziente in questione è stata, suo malgrado, una vittima delle tensioni politiche tra Zimbabwe e Sudafrica e ha aggiunto: “La responsabile dell’assessorato della Sanità della provincia avrebbe dovuto rivolgersi direttamente alle autorità di Harare invece di umiliare pubblicamente la paziente”.

Ora due partiti sudafricani all’opposizione, Democratic Alliance e Economic Freedom Fighters, hanno chiesto le immediate dimissioni della Ramathuba. La Costituzione del Sudafrica stabilisce che tutti hanno il diritto di accedere ai servizi sanitari.

Anche i cittadini stranieri possono ricevere gratuitamente l’assistenza sanitaria di base negli ospedali pubblici, devono pagare solo in caso necessitino di cure specifiche non coperte totalmente dal sistema sanitario.

Anzi, accordi della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Meridionale prevedono che anche i cittadini stranieri degli Stati membri possono ricevere le stesse cure dei sudafricani. In parole povere, pagheranno un ticket in base alle loro entrate.

Intanto Nick Mangwana, un portavoce del governo di Harare, non ha volto commentare le esternazione della responsabile della sanità della provincia di Limpopo, ha invece garantito l’assistenza necessaria alla paziente in questione.

Il governo di Pretoria sta cercando di ridurre la presenza di stranieri nel Paese, e, una serie di permessi di soggiorno non saranno rinnovati, compresi quelli a cittadini dello Zimbabwe.

Molti angolani hanno già dovuto lasciare lo Stato dell’Africa meridionale, in quanto i loro documenti, scaduti nel 2021, non sono stati rinnovati. Stessa sorte toccherà nel 2023 ai migranti del regno del Lesotho, una enclave completamente circondata dal Sudafrica.

Krugersdorp, Sudafrica, la folla aggredisce i migranti “illegali”

Intanto in molte zone del Paese continua la caccia allo straniero, presente sul territorio in modo “illegale”, senza permesso di soggiorno. Specialmente ora, dopo gli stupri e le violenze subite da 8 donne a Krugersdorp, a ovest di Johannesburg.

Il fatto ha suscitato sgomento in tutto il Paese e ha riacceso l’ondata di  xenofobia, in quanto i presunti responsabili sarebbero immigrati non in regola, per lo più provenienti dal vicino Lesotho.

A Krugersdorp, la folla indemoniata ha bruciato le baracche che ospitavano persone provenienti da altre parti dell’Africa, alcuni migranti sono stati aggrediti violentemente e fatti sfilare per le strade senza vestiti, mentre venivano picchiati con bastoni. La polizia ha infine fermato 22 uomini, vittime del pestaggio, forse anche per evitare che venissero linciati.

In seguito agli stupri sono state arrestate 130 persone, molti tra questi non perché coinvolte direttamente, ma per il loro status di immigrati o perché in possesso di armi da fuoco ed esplosivi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Video Courtesy: SABC News

Sudafrica: la xenofobia non si arresta, zimbabwiano picchiato, lapidato, bruciato perché era senza documenti

 

 

 

 

Ricomincia la guerra cruenta in Libia: gruppi di milizie rivali si scontrano nella capitale Tripoli

Associated Press
Tripoli, 28 agosto 2022

Sabato nella capitale libica, Tripoli, sono scoppiati furiosi combattimenti tra gruppi di miliziani rivali.

I sostenitori di Haitham al-Tajouri, leader della Brigata dei Rivoluzionari di Tripoli, si sono scontrati con gruppi armati legati al leader della milizia, Abdel-Ghani al-Kikli.

Libia, scontri a Tripoli

Secondo alcuni testimoni, la Tripoli Revolutionaries Brigade, di al-Tajouri ha sconfitto le forze di al-Kikli e ha preso il controllo della sede della sicurezza interna, trattenendo tre persone e sequestrando diverse auto.

La Libia è sconvolta da conflitti e instabilità da quando una rivolta sostenuta dalla NATO ha ucciso l’ex dittatore, Muammar Gheddafi, nel 2011.

Il Paese è stato diviso da amministrazioni rivali: una a est, sotto il comandante militare Khalifa Haftar, e un’amministrazione sostenuta dalle Nazioni Unite nella capitale Tripoli, a ovest.

Al-Kikli sostiene il primo ministro Abdul Hamid Dbeibah, mentre al-Tajouri appoggia Fathi Bashagha, che è stato nominato primo ministro dal parlamento rivale, che ha sede a Tobruk nell’est, e che ora gestisce un’amministrazione separata dalla città di Sirte.

I media locali hanno riferito che la strada costiera che collega le città di Al-Khoms e Zlitan è stata chiusa mentre le forze di Misrata affiliate al primo ministro rivale Fathi Bashagha si muovevano verso Tripoli.

Associated Press

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Bombe sui quartieri residenziali in Tigray: colpito un asilo e le suore lanciano da Africa Express un appello alla pace

Africa ExPress
27 agosto 2022

La guerra in Tigray è ripresa in grande stile con il suo contorno di orrori e atrocità. Ieri aerei governativi hanno bombardato il centro abitato di Makallé, il capoluogo della regione. E’ stata colpita un’area destinata a parco giochi per i bambini situata in un quartiere residenziale.

Si parla di diversi morti e feriti, alcune in modo grave. Un compito arduo per i medici prestare soccorso alle vittime. Negli ospedali mancano medicinali e materiale sanitario.

Questa mattina Africa ExPress ha ricevuto un accorato appello dalla religiosa Medin Tesfay, dell’ordine delle Suore della Carità, congregazione che opera nel Tigray e che ha confermato il bombardamento di ieri a Makallé.

Nel suo messaggio la suora ricorda le atrocità commesse nella regione dal novembre 2020, la sofferenza dei residenti e la situazione umanitaria a dir poco catastrofica.

Infine chiede di che vengano messi in atto tutti gli sforzi possibili affinché gli aiuti umanitari possano arrivare nel Tigray, per evitare ulteriori sofferenze e perdite di vite umane.

Kibrom Gebreselassie, direttore dell’Ayder Hospital a Makalle, ha comunicato su twitter che nell’attacco di ieri sono morte di 4 persone, tra questi due minori, e il ferimento di altri 9. Mentre il dottor Amanuel, un medico dello stesso ospedale ha raccontato che altre tre salme sarebbero state portate nel nosocomio: una mamma con il figlio e un’altra persona non ancora identificata.

Attacco aereo a Makallé, Tigray, Etiopia

La tregua, che durava da 5 mesi, è stata interrotta il 24 agosto 2022 e così nel Tigray sono riesplosi i combattimenti. Da una parte i militari governativi etiopici e i loro alleati, tra l’altro le forze speciali dell’Amhara e le milizie volontarie del FANO (gruppo giovanile armato sempre Amhara), entrambe addestrati da istruttori messi a disposizione dal dittatore dell’Eritrea Isaias Aferworki, dall’altra le truppe del TDF (Tigray Defense Forces).

Entrambi contendenti si accusano vicendevolmente di aver rotto il cessate il fuoco e ripreso il confronto militare

La TV del Tigray, controllata dalle autorità locali, ha mostrato alcune foto dell’area colpita a Makallé, mentre vengono estratti corpi smembrati, accusando il governo di Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia e Premio Nobel per la Pace 2019, dell’attacco aereo.

I funzionati tigrini hanno definito l’attacco aereo “un’aggressione sadica e senza cuore.Questo regime vizioso ha superato se stesso con l’attacco deliberato di oggi a un edificio per bambini”, c’è scritto in un comunicato.

Una organizzazione che si occupa di aiuti umanitari ha confermato di aver sentito un’esplosione e tiri sparati dalla contraerea nel primo pomeriggio di venerdì.

Il portavoce del governo di Addis Abeba, Legesse Tulu, ha dichiarato che le notizie sulle vittime civili sono “bugie e drammi inventati” e ha negato categoricamente attacchi a strutture civili. Le forze etiopiche si concentrerebbero unicamente su postazioni militari.

“La nostra aeronautica sta semplicemente rispondendo agli attacchi lanciati contro l’Etiopia, prendendo di mira solo siti militari – ha dichiarato il servizio di comunicazione del governo -. Il terroristi del Tigray hanno cominciato a lasciare per le strade falsi body bag (sacchi dove si sistemano i cadaveri prima di portarli al cimitero o al forno crematorio) per dimostrare che l’aviazione ha attaccato i civili”.

Sta di fatto che anche a gennaio droni armati hanno colpito in piena notte una scuola, adibita a rifugio per gli sfollati, a Dedebit, nel nord-ovest, vicino alla frontiera con l’Eritrea. Allora il bilancio fu pesante: 56 morti e almeno una trentina di feriti.

Africa ExPress non ha potuto verificare indipendentemente le notizie che giungono dal Tigray. Non ci sono giornalisti sul campo e anche i nostri stringer non sono riusciti ad arrivare laggiù.

Africa ExPress
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Nord dell’Etiopia a ferro e fuoco: riprendono i combattimenti dopo la tregua di 5 mesi

 

 

 

 

Il 12 gennaio missione segreta italiana a Khartoum per pianificare l’addestramento dei tagliagole janjaweed

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
27 agosto 2022

Emergono nuovi particolari sull’impegno dell’Italia nell’addestramento dei gruppi paramilitari sudanesi responsabili di soffocare nel sangue le manifestazioni popolari a favore della democrazia in Sudan. Nel Paese africano già da oltre un anno, si alterna una squadra di 12 militari italiani il cui compito è di istruire gli ex janjaweed che ora si sono riciclati nel Rapid Support Forces.

Mohamed Hamdan Daglo Hemetti, leader di RSF e vicepresidente del Sudan

Ogni mestiere, si sa, ha i suoi lati negativi, ma avere a che fare con i tagliagole criminali che in Darfur attaccavano i villaggi africani, bruciavamo le capanne, stupravano le donne, ammazzavano a sangue freddo gli uomini e rapivano i bambini, tutti compiti svolti senza nessuna pietà, non dev’essere una bella esperienza. E fornirgli armi e soldi per continuare il loro sporco lavoro fa venire il voltastomaco anche al più incallito dei delinquenti.

Ragion di Stato

Eppure, per ubbidire alla ragion di Stato e ai suoi ordini, uno dei dirigenti del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS), agenzia che dipende dalla presidenza del consiglio, il colonnello Antonio Colella, con quattro uomini fidatissimi e una donna apparentemente rappresentante di una NGO, il 12 gennaio scorso ha incontrato il capo dei tagliagole il generale Mohamed Hamdan Daglo, detto Hemetti.

Ahmed Ibrahim Ali Mofadaal, capo dell’intelligence sudanse (GIS)

La conferma arriva da fonti vicine al generale sudanese Ahmed Ibrahim Ali Mofadaal, capo dell’intelligence sudanese, che era presente all’incontro. Ali Mofadaal è un pericoloso islamista che era uno dei dirigenti della dittatura di Omar Al Bashir. E’ considerato il diretto responsabile della feroce repressione delle manifestazioni di piazza che si susseguono perché sia sciolto il governo militare e il potere sia restituito ai civili. Da anni è uno stretto collaboratore di Hemetti. Insieme i due guidano i paramilitari tagliagole del Rapid Support Forces.

Bloccare i migranti

La delegazione italiana è stata ricevuta da Hemetti e da Mofadaal due volte. Durante l’incontro Colella e gli altri hanno confermato l’impegno italiano ad addestrare i janjaweed, ufficialmente per bloccare i migranti che tentano di raggiungere il Mediterraneo e quindi l’Europa attraverso il Sudan e la Libia passando dall’oasi di Kufra.

In questo momento, stavolta direttamente da fonti del Rapid Support Forces, si apprende che in Sudan c’è un drappello di 12 militari italiani impegnati nell’addestramento degli ex janjaweed.

Finanziamenti europei

Nell’operazione, che potremmo definire “addestramento dei tagliagole”, l’Italia fornisce la parte tecnica di formazione dei miliziani. I finanzianti invece provengono dall’Unione Europea. Infatti, il 23 ottobre 2017 (quando al potere c’era ancora il dittatore Omar Al Bashir) l’UE ha stanziato centosei milioni di euro per non ben chiariti aiuti al Sudan.

Il finanziamento è stato deliberato dopo il rapporto di Christos Stylianides, commissario dell’UE, responsabile aiuti umanitari e gestione di crisi, che aveva appena visitato il Sudan.

La direttiva del 2017 prevedeva che quarantasei milioni di euro venissero devoluti ad aiuti umanitari, mentre la restante somma era destinata allo sviluppo. E’ lecito supporre che una parte di quei fondi siano utilizzati ora proprio per pagare i costi dell’addestramento dei criminali.

Centodue milioni di euro

L’Europa aveva tenuto a precisare che il finanziamento sarebbe stato gestito da organizzazioni umanitarie e non dal governo sudanese. Dal 2011 ad oggi l’Unione ha devoluto al Sudan ben quattrocentoventidue milioni di euro per venire in aiuto alle popolazioni toccate da conflitti, catastrofi naturali, epidemie, insicurezza alimentare e malnutrizione.

Proprio qualche settimana fa. ad inizio agosto, Chiara Cardoletti, la rappresentante per l’Italia dell’Alto Commissariato per i rifugiati (UNHCR) ha visitato il Sudan con una delegazione italiana guidata da Luigi Maria Vignali, Direttore Generale per le Politiche Migratorie del Ministero degli Affari Esteri.

Vignali conosce bene il Paese africano, dove, tra l’altro è già stato ultimamente per trattare la liberazione dell’imprenditore veneto Marco Zennaro

Campo profughi in Sudan

La delegazione, accompagnata dall’ambasciatore a Khartoum Gianluigi Vassallo ha visitato i campi profughi di Um Rakuba e Tunaybah (non lontano dalla frontiera con l’Etiopia) che ospitano i profughi in fuga dal Tigray, dove si combatte una cruenta guerra civile. Il Sudan accoglie oltre un milione di rifugiati provenienti dal Paese limitrofo, una parte dei quali per raggiungere il Mediterraneo e l’Europa rischia di cadere nelle mani delle bande di trafficanti di uomini.

Massimo A. Alberizzi
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Con disprezzo dei diritti umani l’Italia in segreto arma e addestra i tagliagole janjaweed in Sudan

In Sudan per bloccare i migranti l’Europa continua a finanziare i criminali janjaweed

Sudan: nella guerra contro i migranti l’Italia finanzia e aiuta i janjaweed

Nord dell’Etiopia a ferro e fuoco: riprendono i combattimenti dopo la tregua di 5 mesi

Marco Zennaro e l’intricata vicenda che lo tiene in carcere in Sudan

 

Nord dell’Etiopia a ferro e fuoco: riprendono i combattimenti dopo la tregua di 5 mesi

Africa ExPress
25 agosto 2022

I colpi di fucile hanno ripreso a tuonare nel nord dell’Etiopia, nella regione del Tigray, dopo una tregua durata 5 mesi. Ieri mattina verso le cinque, la popolazione si è svegliata terrorizzata per la ripresa delle ostilità.

Riprendono i combattimenti nel nord dell’Etiopia

Alcuni residenti hanno confermato a Reuters di aver sentito il boato di armi pesanti fin dalle prime ore del mattino del 24 agosto e di aver visto movimenti di soldati etiopici, forze speciali dell’Amhara e delle milizie volontarie di FANO (gruppo giovanile armato Amhara), gli ultimi due addestrati dalle truppe di Isaias Aferwerki, dittatore del’Eritrea.

Le cause esatte dei nuovi scontri restano ancora sconosciute, in quanto nessun giornalista indipendente ha accesso alle zona di guerra e di assedio nel Tigray. Le notizie giungono dunque frammentarie e non sono verificabili nell’immediato.

Non è ancora chiaro chi abbia sparato il primo colpo. Sta di fatto che ora le parti in causa si accusano a vicenda. Sia il governo di Addis Abeba che il TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray) hanno rilasciato dichiarazioni nella giornata di ieri.

“Stiamo combattendo, è un’offensiva su larga scala”, ha fatto sapere telefonicamente Getachew Reda, portavoce del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF). Mentre il governo etiopico ha dichiarato: “I ribelli hanno rotto il cessate il fuoco, ci hanno attaccato sul fronte orientale”.

Qualche ora più tardi il ministro della Difesa di Addis Abeba ha precisato che la contraerea avrebbe colpito un velivolo proveniente dal Sudan, carico di armi destinate al TDF (Tigray Defense Forces). Non sono stati rilasciati ulteriori dettagli. La risposta da parte del TPL è stata secca: “Non è vero nulla”.

Risulta davvero difficile comprendere cosa stia succedendo realmente. Appena informato della ripresa dei combattimenti, il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha fatto un appello alle parti, chiedendo l’immediata cessazione delle ostilità, la ripresa dei colloqui di pace e pieno accesso agli operatori umanitari e il ripristino dei servizi essenziali (interrotti sin dall’inizio della guerra, nel novembre 2020).

Anche il presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki Mahamat, ha invitato i contendenti di sedersi al tavolo delle trattative per risolvere la crisi e di interrompere quanto prima i combattimenti.

Crisi umanitaria nel Tigray

Malgrado il cessate il fuoco, rispettato dalle parti per 5 mesi, la situazione umanitaria nel Tigray è rimasta catastrofica. Secondo un rapporto del World Food Programme (WFP), quasi la metà dei suoi sei milioni di abitanti necessita di aiuti umanitari urgenti, anche la maggior parte degli altri residenti ha bisogno di sostegni alimentari .

In questi mesi molti convogli umanitari hanno raggiunto Makallè, risulta comunque difficile la distribuzione degli aiuti a causa della mancanza cronica di carburante, come ha dichiarato settimana scorsa il World Food Programme.

A tutt’oggi mancano medicinali e materiale sanitario. Il conflitto ha provocato 2,2 milioni di sfollati e quasi un milione di morti.

Nel nord dell’Etiopia si sta consumando una silenziosa catastrofe umanitaria, una guerra che continua il suo percorso e gente continuerà a morire, se non sotto le bombe, di fame.

Africa ExPress
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In Angola, secondo produttore di petrolio dell’Africa subsahariana, si vota per eleggere il presidente

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I.Toelgyes
23 agosto 2022

Fra poche ore si vota in Angola. Oltre 14 milioni di cittadini sono chiamati alle urne per le legislative, per eleggere 220 deputati, che designeranno poi il prossimo presidente.

L’attuale presidente, João Lourenço, ex generale e ex delfino di Edoardo dos Santos – deceduto a Barcellona lo scorso 8 luglio – e leader del partito al potere dall’indipendenza nel 1975, Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola (MPLA), è il candidato del suo raggruppamento politico.

Il capo di Stato dell’Angola, secondo produttore di petrolio dell’Africa subsahariana, nonché al terzo posto nell’estrazione dei diamanti, malgrado abbia lanciato una campagna anticorruzione senza precedenti per riportare nel Paese i capitali illegalmente trafugati all’estero dalla famiglia dos Santos e i loro alleati, non è riuscito a sollevare le sorti degli angolani. In base alle statistiche della Banca Mondiale, un angolano su due vive con meno di 1,90 dollari al giorno.

Edoardo dos Santos, ex capo di Stato e ex leader di MPLA, ha governato il Paese con il pugno di ferro per quasi quattro decenni, appropriandosi dei proventi del petrolio per il suo clan, prima di essere costretto all’esilio. La sua salma è stata riportata in patria solo un paio di giorni fa, in mezzo a una vivace campagna elettorale.

Ora, alla vigilia delle elezioni, Lourenço ha promesso una serie di nuove riforme che si potranno attuare anche grazie alla ripresa del prezzo del greggio. Il 2020 è stato un anno particolarmente duro, a causa della pandemia, ma dal 2021 il Paese è in ripresa e, secondo l’agenzia Francese per lo Sviluppo (AFD), l’indebitamento, che alla fine del 2020 era pari al 135 per cento del PIL, alla fine del 2021 è sceso all’85 per cento.

Malgrado la crescita e gli avanzi di bilancio positivi, il Paese resta economicamente fragile. Secondo molti angolani il governo attuale non sarebbe stato in grado di rilanciare l’economia. Inoltre non ha creato il mezzo milioni di nuovi posti promessi dal presidente uscente.

Bisogna dare atto a Lourenço  di aver perseguitato con tenacia i guadagni illeciti del clan dos Santos. Inoltre, grazie al sostegno del Fondo Monetario Internazionale, ha avviato riforme fiscali e imprenditoriali interne, nonché una liberalizzazione del sistema dei tassi di cambio e un programma di privatizzazione.

Purtroppo molte riforme lanciate non sono state completate e la governance resta tutt’ora poco trasparente. E, secondo AFD, non sono state attuate le diversificazioni promesse, la dipendenza dagli idrocarburi è ancora forte e se il prezzo del greggio dovesse scendere nuovamente, il governo dovrà affrontare una serie di problemi.

I progetti per l’agricoltura sono stati in gran parte messi in disparte. E’ stata data priorità soprattutto alle grandi aziende agricole, mentre quelle delle piccole e le coltivazioni locali dei contadini sono state per lo più trascurate.

Poco interesse è stato dimostrato anche al settore minerario, eccetto per quanto concerne quello dei diamanti. Eppure il Paese è ricco di riserve di rame, minerale di ferro, piombo, magnesio e nichel.

Secondo Didier Péclard, professore di scienze politiche e studi africani all’università di Ginevra (Svizzera), intervistato da RFI, “L’attuale governo ha mantenuto la tendenza alla centralizzazione del potere nella gestione della cosa pubblica, anzi si è addirittura rafforzata. Fatto che ha reso il presidente uscente molto impopolare, soprattutto tra i giovani delle città che cinque anni fa avevano creduto nel cambiamento”.

L’insoddisfazione dei giovani e quella di una popolazione colpita dalla disoccupazione, dall’alto costo della vita, con un’inflazione che a luglio ha raggiunto il 21,4 per cento, influenzeranno certamente questa tornata elettorale.

Adalberto Costa Júnior, leader di UNITA, a sinistra e il presidente uscente, João Lourenço

Secondo una indagine condotta lo scorso maggio dall’organizzazione Afrobarometer, qualche mese fa un gran numero di angolani era favorevole all’UNITA, partito all’opposizione, guidato dal carismatico Adalberto Costa Júnior.

Il raggruppamento politico è salito dal 13 per cento del 2019 al 22 per cento di ora. A maggio il partito al potere era in avanti di soli 7 punti, mentre quasi il 50 per cento degli angolani era ancora indeciso.

All’ultimo comizio dell’UNITA, che si è tenuto lunedì scorso nei sobborghi della capitale Luanda, hanno partecipato migliaia di persone, per lo più giovani. Il raggruppamento è sostenuto da diversi gruppi politici, tra questo anche da “Bloco Democratico”, il quarto partito del Paese.

La commissione elettorale, controllata in gran parte dall’MPLA, ha dichiarato che le elezioni saranno eque e trasparenti.

Ma non si escludono ugualmente brogli; motivo per il quale UNITA ha chiesto ai propri elettori di restare nelle vicinanze dei seggi per monitorare il processo elettorale, fatto contestato dal comandante della polizia che ha vietato assembramenti in prossimità dei luoghi di voto.

Domani saranno mobilitati 80.000 agenti delle forze dell’ordine e della sicurezza, per garantire il regolare svolgimento della tornata elettorale.

Secondo un rapporto dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza, se un’eventuale vittoria dell’MPLA dovesse essere percepita come fraudolenta, potrebbero verificarsi disordini.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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João Lourenço, il nuovo presidente dell’Angola, silura Isabel dos Santos

Da combattente per la libertà a dittatore cleptocrate: muore Eduardo dos Santos, ex presidente dell’Angola

 

L’italiano Yemane Crippa, figlio della guerra in Etiopia, conquista l’oro nei 10 mila metri agli europei di Monaco

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
22 agosto 2022

Yemaneberahn in amarico significa “il braccio destro di Dio”.

Lui non chiedeva tanto da bambino cresciuto nella regione degli Amhara, nell’Etiopia centro settentrionale, squassata dalla guerra civile.

Yemane Crippa, medaglia d’oro per l’Italia sui 10.000 metri

Si accontenta di essere, per ora, il bipede più forte sulla distanza più lunga e impegnativa dell’atletica leggera. Il nuovo re d’Europa sui 10mila metri è lui Yeman Crippa nato a Dessiè (Etiopia, appunto) il 15 ottobre 1996, trapiantato in Trentino all’età di 5 anni, dopo essere stato salvato dall’orfanatrofio di Addis Abeba in cui rischiava di restare sommerso per sempre (con 1 fratellino e 8 cugini) dalla coppia di milanesi, Roberto e Luisa Crippa.

E’ stato incoronato ieri sera all’Olympiastadion di Monaco di Baviera al termine della gara conclusiva dei Campionati Europei di Atletica.

Magro, quasi scheletrico (53 chili per 1,74 di altezza), capelli serpentelli, ha entusiasmato lo stadio tedesco e gli italiani davanti alla TV, con una volata negli ultimi 400 metri emozionante, mozzafiato, inaspettata, fenomenale: ha raggiunto e superato il trentaseienne norvegese eritreo Zerei Kbrom Mezngi, che sembrava avviarsi a una facile vittoria. Una sfida tiratissima fra due figli degli altopiani.

“Sono contentissimo, è un oro che vale tanti successi messi assieme a livello giovanile, adesso posso dire che faccio parte del club delle medaglie d’oro“, ha dichiarato in tv Yeman Crippa, che poi ha scherzato: “Avrei voluto esibire i muscoli come Jacobs, ma non ci sono riuscito”. (Il riferimento era naturalmente all’erculeo scattista nostrano Marcel Jacobs, a sua volta medaglia d’oro nei 100 metri).

Yeman inseguiva questo successo da quattro anni, dopo il bronzo conquistato agli europei di Berlino nel 2018. Una fame d’oro che è diventata più acuta il 16 agosto scorso quando si è piazzato al terzo posto nei 5 mila metri.

Ma quella medaglia era un antipasto e ieri notte finalmente la vittoria sui 10 mila (in 27’46” 13), l’oro tanto agognato in una carriera folgorante, cominciata nell’Atletica Valchiese, di Storo in Trentino, dove si era trasferita la famiglia adottiva (fratello e cugini compresi a Montagne, presso Tione), che lo ha spinto anche a studiare (istituto alberghiero, prima di entrare in polizia).

Dopo aver giocato a calcio, era stato avviato alle corse dal compianto mentore Marco Borsari, “per poi essere seguito – ricorda nel suo sito la Fidal (federazione italiana di atletica) da Massimo Pegoretti, ex mezzofondista delle Fiamme Azzurre…. Protagonista in tutte le categorie e su tutti i terreni, dalla corsa in montagna alla campestre”, Yeman è primatista italiano di 3000, 5000 e 10.000 metri. E ora è diventato il quarto italiano a dominare in questa specialità, dopo 32 anni. Una vittoria che viene lontano e che promette di andare lontano.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Con il trionfo africano in Qatar cala il sipario sui campionati mondiali atletica

L’Italia è nero-azzurra, il governo è gialloverde (con tinte un po’ razziste)

Camerun: HRW denuncia nuove atrocità e violenze dell’esercito nelle zone anglofone

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 agosto 2022

In un recente rapporto pubblicato dalla ONG Human Rights Watch, emergono nuovi crimini commessi dall’esercito del Camerun nei confronti dei civili nella provincia del Nord-Ovest, una delle due zone anglofone del Paese.

La ONG accusa i militari di Yaoundé di detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, l’uccisione di almeno 10 persone, saccheggi di villaggi e centri sanitari nella regione anglofona.Tali crimini sarebbero stati commessi  dalle truppe camerunensi  durante operazioni anti-separatiste tra il 12 aprile e il 24 giugno 2022.

Esercito e polizia accusati di crimini nelle zone anglofone

Nel fascicolo la ONG descrive dettagliatamente alcune atrocità perpetrate dai militari. Il 1° giugno il battaglione di fanteria motorizzato avrebbe brutalmente ucciso 9 persone, tra loro quattro donne e una bimba di solo 18 mesi, a Missong, villaggio sospettato di ospitare combattenti separatisti.

Il portavoce militare, Cyrille Serge Atonfack, in un comunicato del 7 luglio scorso, ha ammesso le responsabilità dei soldati per le violenze commesse a Missong e ha confermato che indagini in tal senso sono in corso. Promesse simili sono state fatte anche in passato, ma, come ha sottolineato la ONG per la difesa dei diritti umani, impegni che poi non hanno avuto grande seguito.

L’8 giugno, invece, i soldati avrebbero bruciato una casa e distrutto il centro medico a Chomba. Una donna e sua figlia sono stati arrestati. Sono state trattenute per 24 giorni nel campo del battaglione di intervento rapido a Bafut (Nord-Ovest), in violazione delle leggi vigenti, che non permettono la detenzione di civili in basi militari.

Tra il 9 e l’11 giugno le forze di sicurezza avrebbero ucciso un uomo a Belo e ferito un altro, bruciato almeno 12 case, distrutto il centro sanitario della comunità e saccheggiato almeno 10 negozi.

A fine aprile il battaglione di intervento rapido avrebbe fermato tra 30 e 40 motociclisti mentre partecipavano a un corteo funebre a Ndop. Secondo alcuni testimoni sentiti da HRW, i centauri sarebbero stati picchiati selvaggiamente, perché sospettati di far parte dei separatisti. Da allora non si hanno più notizie di 17 persone, viste l’ultima volta mentre erano in custodia dei militari.

Il conflitto nelle due zone anglofone del Camerun è iniziato alla fine del 2016, dopo la decisione del presidente-dittatore Paul Biya di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Da allora gli sconti sono stati continui: da un lato i ribelli indipendentisti, dall’altra l’esercito regolare. I separatisti, che vorrebbero trasformare le due regioni in uno Stato autonomo chiamato “Ambazonia”, denunciano da anni la loro marginalizzazione da parte del governo centrale e della maggioranza francofona.

Dal 2016 ad oggi, secondo International Crisi Group (ICG) sono morte oltre 6.000 persone, e un milione e più hanno dovuto lasciare le proprie case.

Ma non solo l’esercito e la polizia sono accusati di crimini, anche i ribelli sono parte in causa nelle atrocità commesse nelle zone anglofone. In un precedente rapporto pubblicato a giugno, sempre HRW ha accusato i ribelli di gravi violazioni dei diritti umani.

A giugno, il Consiglio Norvegese per i Rifugiati (NRC) ha stilato una nuova lista dei Paesi con il maggior numero di sfollati e il Camerun figura tra i top ten.  L’organizzazione ha poi sottolineato che oltre alla mancanza di volontà politica per risolvere la crisi, c’è poca attenzione da parte dei media internazionali, inoltre mancano i fondi necessari per far fronte alle necessità della popolazione.

Giacché la popolazione in alcune aree del Paese è allo stremo, i familiari di Paul Biya, presidente del Paese dal 1982, sono finiti nella lista nera di un’indagine condotta dal settimanale Nouvel Obeservateur, uno tra i più importanti giornali francesi. In un articolo pubblicato all’inizio di luglio, l’Obs  ha stilato un elenco di nomi eccelsi che hanno investito in immobili di lusso in Francia, grazie a fondi di dubbia provenienza.

Il figlio maggiore del capo di Stato camerunense, Franck Emmanuel Biya, dal 2004 è proprietario di una megavilla a Cap-Martin, a due passi dal principato di Monaco. Al momento dell’acquisto il primogenito del presidente aveva solo 33 anni e ha sborsato ben 3 milioni di euro per il sontuoso edificio, senza chiedere finanziamenti a istituti bancari. Il rampollo di Biya non ha voluto rispondere sui dettagli dell’acquisizione dell’immobile e della provenienza del denaro.

Altri acquisti simili sono stati effettuati dalla moglie del presidente, Chantal Biya, che, secondo i documenti, risulta disoccupata. Nonostante ciò ha potuto spendere oltre 2 milioni di euro per comprare tre appartamenti in Francia tra il 1997 e il 2009.

Uno di questi è ubicato in un prestigioso quartiere di Parigi, un altro è situato a Levallois-Perret, dipartimento Hauts-de-Seine nella regione ‘Île-de-France e un terzo a Nizza.

Due dei lussuosi alloggi sono stati pagati in contanti, mentre per il terzo la prima donna del Camerun ha ottenuto un finanziamento dall’istituto bancario Banque Nationale de Paris.

Paul Biya, presidente del Camerun con la moglie Chantal

Meno discreta del figlio, la first lady di Yaoundé ha confermato la transazione immobiliare al giornale parigino tramite il senatore camerunense, Pierre François-Xavier Menye Ondo, notaio e suo socio, con solo una quota dell’uno per cento in due di questi acquisti.

L’avvocato francese William Bourdon, in prima linea nelle battaglie contro l’appropriazione indebita di fondi da parte di leader politici, ritiene che il Camerun sia uno tra i Paesi più corrotti e ha aggiunto: “Il fatto che l’acquirente abbia dichiarato di non svolgere alcuna attività professionale, è un’indicazione non da sottovalutare, che, tra le altre, avrebbe dovuto allertare gli organi di sorveglianza preposti”.

Diversi anni fa l’avvocato Bourbon si è occupato anche del caso del figlio del dittatore della Guinea Equatoriale, Teodorin Nguema Obiang, secondo vicepresidente della Repubblica, ministro della Difesa e designato erede del padre, noto nel panorama internazionale per casi di corruzione clamorosi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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La Russia approfitta dei conflitti per espandere le sua influenza in Africa: nuovo trattato militare con il Camerun

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Congo-K: per scacciare i pigmei dal parco ancora omicidi, stupri, mutilazioni, bambini bruciati vivi e violenze

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 21 agosto 2022

Villaggi assaltati dai guardaparco e militari dell’esercito congolese con mortai e razzi. Uccisioni, stupri di gruppo, mutilazioni, spostamenti forzati e distruzione delle case. Succede questo ai pigmei Ba Twa del Parco nazionale di Kahuzi-Biega ad est della Repubblica Democratica del Congo (RDC).

Violenza organizzata

La denuncia per violazione dei diritti umani arriva attraverso il dossier “Epurare la foresta con la forza. Violenza organizzata contro i Ba Twa nel Parco nazionale di Kahuzi-Biega”.

Il dossier, finanziato con fondi UE e pubblicato dall’ong Minority Rights Group International è di Robert Flummerfelt, giornalista investigativo pluripremiato residente in RDC.

Si tratta di un’indagine di un centinaio di pagine che documenta le violenze contro questa minoranza indigena registrate tra 2019 e il 2021. Un lavoro che conta quasi 600 fonti tra cui più di 550 testimoni oculari dei violenti attacchi contro villaggi indifesi.

L’investigazione documenta le violazioni dei diritti umani molto ben organizzate, gravi e diffuse contro la popolazione indigena vittima di violenze da quarant’anni.

copertina dell'indagine sui pigmei Batwa
Copertina dell’indagine sui pigmei Ba Twa in Congo-K

Bambini bruciati vivi

Secondo l’ong per i diritti umani,nel periodo preso in esame, “almeno 20 persone sarebbero state uccise, 15 violentate e centinaia sfollate con la forza”. Testimoni oculari hanno confermato che due bambini sono stati intenzionalmente bruciati vivi. Queste atrocità hanno un obiettivo: terrorizzare i Ba Twa e cacciarli dal parco.

Germania e USA accusati di complicità

Nei tre anni i ranger del parco e i soldati congolesi hanno eseguito almeno tre attacchi contro diversi villaggi Ba Twa densamente popolati.  Secondo Minority Rights “gli attacchi sono stati pianificati e approvati dalla leadership del parco, aiutati dal sostegno finanziario e materiale di governi stranieri e organizzazioni internazionali”.

L’ong accusa chiaramente anche Germania e Stati Uniti di complicità nelle “uccisioni e degli stupri della popolazione indigena Ba Twa”.

Pigmei inascoltati per quattro decenni

I problemi dei Ba Twa – e altre minoranze che vivono nelle foreste della Repubblica Democratica del Congo – sono iniziati negli anni Settanta. In quegli anni, le politiche della conservazione hanno aperto i conflitti con le popolazioni indigene nomadi delle foreste pluviali. Sono stati ripetutamente perseguitati ed espulsi dalle terre che li hanno ospitati e nutriti per migliaia di anni.

Nella mappa la posizione del parco Kahuzi-Biega nelle Repubblica Democratica del Congo (courtesy Bing maps)
Nella mappa la posizione del parco Kahuzi-Biega nelle Repubblica Democratica del Congo (courtesy Bing maps)

Nel 2018 un folto gruppo di pigmei Ba Twa ha deciso di tornare nelle terre ancestrali dalle quali erano stati espulsi e privati dei loro diritti. Nonostante le iniziative di mediazione non si riesce a fermare il violento conflitto che oppone i pigmei ai guardaparco.

Il Kahuzi-Biega Park accusa i Ba Twa di occupare illegalmente la foresta, di tagliare alberi per ricavarne carbone e di uccidere e ferire le guardie. I pigmei ritengono che la loro terra sia stata rubata e la rivogliono indietro perché non possono sopravvivere.

I Ba Twa, inascoltati per decenni, sono diventati le vittime sacrificali della “conservazione militarizzata”. I dati raccolti da Flummerfelt che mostrano l’uso della violenza diffusa e continua contro la comunità Ba Twa sono estremamente utili. Secondo gruppi che si occupano dei diritti umani c’è materiale sufficiente, secondo il diritto internazionale, per confermare crimini contro l’umanità.

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NdR: Abbiamo usato la dizione Ba Twa. Nelle lingue bantu Ba è una sorta di articolo che indica il plurale del sostantivo seguente. Con il termine Twa si indicano le tribù dei pigmei. Quindi Ba Twa vuol dire le gente Twa, mentre un solo individuo Twa si dice Mutwa. Per esempio per indicare un singolo Luba si dice Muluba, per indicare la popolazione si dice Baluba. I tutsi al plurale di chiamano Ba Tutsi (da cui l’italiano Watussi). In Ruanda ad esempio vivono tre gruppi etninci: gli Hutu (Ba Hutu), i Tutsi, (Ba Tutsi) e i TWA (Ba Twa).

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Pigmei, ragazzo ammazzato da ranger pagati da Fondazione dello zoo di New York

Survival accusa il Wwf: non vuole coinvolgere i pigmei nella tutela delle foreste

Nigeria: “La Sharia è costituzionale”, la Corte d’Appello di Kano rigetta il ricorso di un condannato a morte per blasfemia

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Africa ExPress
19 agosto 2022

Tre giudici della Corte d’Appello di Kano (nel centro-nord della Nigeria) hanno rigettato il ricorso di Yahaya Aminu Sharif, giovane cantante di soli 24 anni, condannato a morte per blasfemia da un tribunale islamico nel 2020.

Il ragazzo è stato arrestato due anni fa, poi condannato alla pena capitale dal tribunale della Sharia, perché in una delle sue canzoni avrebbe insultato il profeta Maometto.

Yahaya Aminu Sharif’, cantante nigeriano condannato a morte dalla Sharia

Dopo la pubblicazione del suo video sui social network all’inizio del 2020, migliaia di persone sono scese nelle piazze di Kano, chiedendo l’arresto immediato del giovane. Allora la folla ha bruciato persino la casa della sua famiglia.

Secondo la Sharia, la blasfemia, soprattutto quella contro Maometto, è punibile con la morte. La legge islamica è stata introdotta nei primi anni del 2000 in dodici Stati della Nigeria, tra questi anche Kano. I tribunali islamici, che operano in parallelo al sistema giudiziario statale, hanno già emesso altre condanne a morte per adulterio, blasfemia e omosessualità, ma finora non è stata eseguita nessuna delle pene capitali inflitte.

Dopo la condanna emessa dalla Sharia, i legali di Sharif hanno depositato il ricorso alla Corte d’Appello di Kano, chiedendo ai giudici di considerare come illegali i tribunali islamici, in quanto, secondo la Costituzione, introdotta nel 1999 con la caduta del regime militare, la Nigeria prevede la libertà di religione e espressione.

Ma per tutelare il processo di democratizzazione nella Costituzione, allora fu lasciato ampio margine ai governatori dei diversi Stati in merito al tipo di sistema legale da applicare nella propria giurisdizione. Infatti in alcune zone è stata poi introdotta la Sharia.

E il giudice della Corte d’Appello di Kano, Abubakar Mu’azu Lamido, ha chiuso l’udienza, durata 17 minuti e trasmessa via zoom, con queste parole: “Il tentativo dei ricorrenti di dimostrare l’illegalità della Sharia è infondato”.

È la prima volta che un tribunale federale nigeriano si pronuncia sulla coerenza o meno della Sharia islamica con la Costituzione laica del Paese.

L’avvocato del cantante, Kola Alapini, porterà ora il caso alla Corte suprema della Nigeria.

Nell’aprile 2022, un noto attivista ateo nigeriano, Muhammad Mubarak Bala, è stato condannato a 24 anni di carcere da un tribunale comune della Nigeria settentrionale per aver criticato l’islam e il suo profeta in un post su Facebook.

E nel 2020 il tribunale islamico di Kano ha condannato per blasfemia un ragazzino di soli 13 anni a 10 anni di galera.

Africa ExPress
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Ragazzino in galera per blasfemia in Nigeria: il Paese investito da onda di stupri